Di neve e di roccia. Le cime degli dei al colle del Gran San Bernardo

Dopo aver assaporato la plurimillenaria storia del Piccolo San Bernardo, partiamo ora verso l’altro importante valico che collega, sin dalla notte dei tempi, Valle d’Aosta e Vallese svizzero: il colle del Gran San Bernardo.

Anche qui, in uno scenario di vette aguzze dalle forme degne di una scenografia “fantasy”, è sempre il padre degli dei ad accoglierci, non a caso, al Plan de Jupiter: il pianoro roccioso a 2.437 metri di quota dove la Via delle Gallie attraversa l’estremo lembo d’Italia prima di entrare nel Vallese svizzero. E’ l’Alpis Poenina. Un itinerario già frequentato in epoca protostorica, comunque preromana, migliorato con Augusto e perfezionato definitivamente con l’imperatore Claudio, fondatore di Forum Claudium Vallensium (attuale Martigny), precedentemente Octodurum, oppidum dei Veragri.

Un luogo magico, da vedere in particolare al mattino presto, quando le nubi si avvolgono intorno alle severe e taglienti vette dei monti circostanti e la bruma si addensa sulla superficie del lago. Quando, quasi all’ improvviso, tra le nebbie appare la statua di San Bernardo d’Aosta, protettore di alpinisti e viandanti. Mistico, evocativo… ma c’è dell’altro quassù!

“E gli dei tirarono a sorte.
Si divisero il mondo:
Zeus la Terra,
Ade gli Inferi,
Poseidon il continente sommerso”.

(da “Atlantide”, di F. Battiato)

I versi dell’incipit di Atlantide mi hanno sempre fatto venire i brividi pensando a questo luogo. E quando ci vengo, immancabilmente la ascolto. Quelle musiche essenziali, riecheggianti, lontane e come “sospese”; quella voce sottile ma immanente, mi trasmettono tutto il senso del potente e del divino che ancora oggi, tra auto, moto e souvenirs, riecheggia prepotente in queste montagne..davvero, guardatele, osservatene la forme: sono assolutamente frutto del divino! E pensate a cosa doveva essere qui 2000 e più anni fa: il lago era molto più esteso (tutta la fascia degli chalets e dell’albergo Italia era ancora sommersa), la strada protostorica (poi romana, poi Francigena), correva a mezzacosta, sapientemente intagliata nella roccia viva. Ci siete mai arrivati a piedi? La superficie baluginante del lago si annuncia in lontananza, brillando all’orizzonte in una conca dominata dai toni del grigio ma sorridente di minuti fiorellini. E voi arrancate, gli ultimi metri, avvolti in un abbraccio roccioso, calpestando quella strada faticosamente strappata alla montagna. E’ un’emozione ogni volta!

Proprio ai piedi della statua, se si guarda con molta attenzione, si noterà che la roccia presenta dei tagli geometrici e regolari: si tratta dell’impronta lasciata dalle fondamenta dell’antico tempio dedicato a Giove Pennino. Già…”Pennino”: qui la principale divinità capitolina ha sposato un dio celtico, autoctono, figlio di queste cime: il dio Penn il cui nome ritroviamo in Pennino, Ap-pennino, Monti Pennini (in Inghilterra) e nella vicina Valpelline (anticamente Vallis Poenina). Con l’immaginazione eliminate per un momento la statua, tenete la roccia. Non lontano dal tempio, infatti, già vi era un luogo sacro alle popolazioni celtiche locali, un luogo dove, come ex-voto, era consuetudine lasciare monete, una sorta di offerta alle forze, ai numina, di questa valle preziosa quanto difficile. E tutt’intorno si noterà quanto la terra sia rosata, e quanti frammenti di terracotta punteggino i prati: sono i resti delle coperture dei tetti del tempio e dei due edifici, di cui una mansio, situati ai lati della strada. E’ un’archeologia “invisibile”, fatta di minimi indizi e fragili testimonianze materiali; è un sito che deve lottare con le forze della natura e col costante dilavamento. Ma se ci si sforza un po’ lo si riesce ad indovinare nei solchi delle rocce e del terreno. I Romani, un popolo capace di domare la Natura adattandola ai propri desideri. Un popolo, in questo caso, che ha saputo conquistarsi una sorta di “Paradiso”. Immaginate le legioni in marcia verso il valico, magari nel bel mezzo di tempeste e nell’infuriare dei venti. Arrivare quassù, trovare un rifugio e le famigliari colonne del tempio di Giove. Provate ad ascoltare “The Conquest of Paradise” di Vangelis e poi ditemi se non vi sembra di vivere davvero queste scene…

E se poi si decide di visitare il Museo dell’Ospizio, allora si ritroveranno tutti quegli oggetti capaci di dare voce ai luoghi e di restituire il trono a Giove Pennino.

Su questi valichi il divino è ovunque. E’ una presenza tanto discreta quanto pervasiva. Può sembrare un bisticcio, è vero…ma quassù, nelle “terre di mezzo”, ancora oggi, nonostante tutto, il mondo degli dei e quello degli uomini possono ancora riuscire ad incontrarsi.

Stella

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