Due passi a Susa, l’antica Segusium di Cozii e Romani

E arriva alla fine un week-end di primavera. Guardi le previsioni meteo: splendide! Ti dici: “Ma perché non concederci una gita appena fuori Valle a vedere qualcosa di bello?”. Ne parli con la tua dolce metà che, dichiara, non ha mai visto Susa!

Ottimo (mi dico).. così posso sfoderare le mie conoscenze sull’antica Segusium!

In quattro e quattr’otto il viaggio è organizzato, comprese opportune tappe a Sant’Antonio di Ranverso e (sempre magnetica) Sacra di San Michele: due mete di assoluto interesse storico-artistico dove il mio adorato potrà farmi da super guida (visto che lui è storico dell’arte medievale!!). Sì, direi che ci completiamo a meraviglia! (Mmmh… come minimo la creaturina che è in arrivo, per ribellione, si iscriverà a Fisica nucleare o cose simili!!).

Partenza, via!

Non sto qui a soffermarmi sulle prime due tappe del mattino, altrimenti non la finiremmo più… Posso solo caldamente consigliarvi di andare a vederle se mai non lo aveste ancora fatto! In pillole: Sant’Antonio di Ranverso, a Buttigliera Alta (TO), è un ottimo termine di confronto architettonico-stilistico della chiesa di Sant’Orso ad Aosta (in particolare per l’uso del cotto, per le splendide ed eleganti ghimberghe e per gli svettanti pinnacoli!). All’interno affreschi decisamente pregevoli che vanno dal XIII al XV secolo con opere di Giacomo Jacquerio (inizi XV) tra le quali vi segnalo la “Salita al Calvario” nella sacrestia, capolavoro dell’artista e del Gotico internazionale in Piemonte, e Defendente Ferrari (prima metà XVI). La chiesa fa parte di un complesso più grande, fondato da Umberto III di Savoia nel 1188, che in origine comprendeva anche un ospedale ed una precettoria.

Sant'Antonio di Ranverso (da panoramio)
Sant’Antonio di Ranverso (da panoramio)

Tutta l’emozione della Sacra!

Quindi, via di nuovo alla volta della mistica e suggestiva Sacra di San Michele! Quasi come in un sogno, come una specie di miraggio, la vedi comparire all’orizzonte, costruita a strapiombo sulla vallata sottostante. Fondata tra il 983 e il 987 sullo sperone roccioso del monte Pirchiriano si trova al centro di una via di pellegrinaggio di oltre duemila chilometri che unisce quasi tutta l’Europa occidentale da Mont-Saint-Michel, in Normandia, a Monte Sant’Angelo, nel Gargano.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Anche in questo caso non voglio dilungarmi perché servirebbe un post interamente dedicato a questo incredibile e suggestivo monastero… Ma già il solo avvicinamento, le prime rovine relative ad una primissima chiesa e agli edifici dei monaci..ti ammaliano, e poi lei, la Sacra! Davvero non può non ricordare le atmosfere del “Il Nome della Rosa”… davvero… e sicuramente il grande Umberto Eco, da buon piemontese, vi si sarà sicuramente ispirato.

Subito la prima rampa di scale ti porta sotto lo sguardo benevolo dell’Arcangelo Michele (un’enorme scultura in bronzo dell’artista altoatesino Paul dë Doss-Moroder) a sottolineare l’ingresso all’interno del complesso.

Scale sempre più ripide ritagliate nella roccia viva fino allo Scalone dei Morti (a vederlo nel senso della discesa dà le vertigini!) nelle cui nicchie laterali in passato si trovavano le tombe dei monaci (da cui il nome.. non per la fatica che si fa a salirlo!).

Da qui si esce passando attraverso il prezioso Portale dello Zodiaco, un capolavoro di scultura romanica denso di interesse. Oltre ai canonici 12 segni (alcuni dei quali raffigurati in maniera insolita e originale), vi sono 16 costellazioni, e un ricco repertorio di elementi vegetali ed animali. Tornando ai segni: si nota il Cancro, raffigurato rovesciato come una sorta di testa di vescovo, il Capricorno qui rappresentato munito di ali e infine Bilancia e Scorpione insieme in un’unico riquadro, praticamente quasi uno dentro l’altro!

E poi ancora sù fino alla magnifica chiesa; e ancora sù alla terrazza da cui si gode di un panorama mozzafiato che lascia correre lo sguardo, nelle giornate terse, fino a Torino!

E poi si inizia la discesa facendo tappa ai resti della leggendaria Torre della Bella Alda, che lega il suo nome a quello di una gran bella fanciulla della zona che, però, peccando di vanità e superbia, gettandosi da qui si sfracellò al suolo… Volete saperne di più? Ecco la leggenda.

Ad Segusium

Dopo un  rientro leggermente complesso con l’auto per il traffico, i pullman e i sensi unici… finalmente si arriva in quel di Susa! Ricordi di studi universitari e di viaggi precedenti si accavallano e si sormontano all’entusiasmo: sì, ne sono certa, sarà uno splendido pomeriggio nella Susa romana! E’ questo un insediamento antico e strategico, situato sull’asse viario diretto al Mons Matrona, il Monginevro.

Dopo aver pranzato (una gustosissima battuta di fassone da queste parti ci sta sempre bene!!) nei pressi di piazza Savoia, decido di cominciare subito dalle fondazioni del tempio da poco qui messo in luce in occasione dei lavori di riqualificazione della piazza nel 2006. Si tratta del tempio principale dell’antica colonia romana, su podio, orientato Nord-Sud (come i due templi gemelli di Aosta), circondato su 3 lati da un porticato e affacciato sulla piazza antistante corrispondente all’antico Foro. Purtroppo sul posto manca una segnaletica adeguata (l’unico pannello esistente è sull’angolo opposto della piazza!!) e i resti – ahimé – non sono così ben valorizzati; c’era lì un gruppetto di turisti francesi che guardava quei muretti con grande perplessità chiedendosi a cosa mai corrispondessero… mi sono sentita di dar loro una mano e ho spiegato il tutto. Beh.. ci credete se vi dico che, pur con molta discrezione, ci hanno seguito per il resto della passeggiata archeologica??!!

Dopo il tempio transitiamo davanti alle possenti vestigia di Porta Savoia, in realtà la porta urbica settentrionale della città romana. Risalente al II secolo d.C., la porta si presenta munita di due possenti torri circolari ai lati, traforate da diversi piani di finestre. Seguendo i resti delle mura e partendo dal Castello, è possibile seguire il tracciato della cinta muraria difensiva , costruita in fretta e furia nel III secolo dopo Cristo dai Segusini, per difendersi dalle invasioni barbariche. Proprio accanto alla torre nord, attaccata, si ha la facciata della Cattedrale di San Giusto, fondata nel 1027. Ma in cattedrale torneremo alla fine del nostro circuito romano. Ora procediamo alla volta dell’arco, vero protagonista della nostra visita.

L’arco di Augusto. Un simbolo di alleanza

SUSA-arco-di-augusto

Passiamo dai bei giardini pubblici e iniziamo a salire leggermente fino ad intravedere la mole dell’arco onorario di Augusto. Decisamente meno poderoso del “nostro” esemplare aostano, si data agli anni 9-8 a.C. ed è uno degli archi meglio conservati del nord Italia.

Dicevamo: meno monumentale e massiccio di quello di Aosta, ma più ricco e “parlante” in termini decorativi. Qui, infatti, si può apprezzare un magnifico fregio figurato disposto su entrambi i prospetti, che ci racconta, a duemila anni di distanza, quanto successe tra i Romani e il re dei Segusini, Cozio.

Si tratta di un foedus, di un patto, un’alleanza stretta appunto tra Roma e il sovrano locale. Nello specifico l’arco fu dedicato ad Ottaviano Augusto da Marco Giulio Cozio, figlio del re Donno (che, invece, quando era sul trono, nel 58 a.C., si oppose fieramente al passaggio romano!) e prefetto delle 14 popolazioni che costituivano il regno dei Cottii, sui due versanti delle Alpi (“Cozie” non a caso).

Sorge sull’antica strada delle Gallie, accanto alle rovine del castrum, sede del comando prefettizio romano. Nel fornice (alto m 8,85 e largo m 5,86) si incornicia perfettamente il Rocciamelone, monte alto oltre 3550 m che domina la città di Susa. Esso era considerato sacro per la gente della città a partire dall’antichissima presenza druidica, e pertanto l’inquadramento perfetto di questa montagna nell’arco costituisce un ideale collegamento tra la civiltà romana e quella precedente.

DSC_0884

E’ questa un’altura molto particolare. Immediatamente alle spalle dell’arco si sviluppa l’acquedotto romano delle Terme Graziane le cui basi poggiano su roccioni montonati, levigati dai ghiacciai quaternari, segnati dalla presenza di coppelle e canalette. Che dire? Se non che ci troviamo in un luogo dalla potente e profonda sacralità, non solo rispettato, ma anche se vogliamo ulteriormente impreziosito dalla costruzione del’arco onorario.

DSC_0889

Ma torniamo all’arco e al suo fregio.

Un arco dalle forme nitidamente classiche: una geometria pulita incentrata su un unico fornice centrale la cui arcata è sobriamente sottolineata da una triplice modanatura e gli angoli impreziositi da semicolonne corinzie.

DSC_0888

A differenza dell’arco aostano, qui è ancora presente l’attico sul quale sono rimaste le tracce dell’iscrizione dedicatoria originaria così come i segni delle grappe metalliche che dovevano reggerla. Colpisce l’assimilazione all’onomastica romana (e alla gens Iulia) del figlio del re Donno: Marco Giulio Cozio.

Quanto al fregio, si conserva assai bene sui lati lunghi nord e sud, solo in parte su quello ovest e ben poco su quello est. A nord si vede un suovetaurilia, ossia una scena di sacrificio che vedeva come vittime sacrificali un maiale (suus), un ariete (ovis) ed un toro (taurus) compiuto da Cozio in persona presso un altare, centro emblematico dell’intera raffigurazione. Si evidenzia così la sacralità del patto di alleanza. Da una parte arrivano poi personaggi togati, littori, suonatori di corno, fanti e cavalieri. Cozio stesso indossa la toga, altro inequivocabile simbolo di adesione ( e non solo di facciata) al costume romano.

DSC_0885

DSC_0886

Ad ovest è rappresentata la scena di stipula del patto da parte di due personaggi togati seduti su selle curuli intenti ad accogliere il rappresentante della più importante delle 14 civitates cotiiae.

Il lato sud raffigura un altro sacrificio, quello in onore ai Dioscuri, rappresentati in nudità eroica, a cavallo. Si tratta infatti di divinità invocate di norma a protezione dei patti e dell’ordine equestre cui ora, in quanto prefetto, apparteneva anche Cozio.

Emerge uno stile “provinciale” nella raffigurazione delle scene. Le figure sono innanzitutto disposte in maniera totalmente parattatica, una dopo l’altra, in modo che siano ben distinguibili, e con dimensioni che ne rispettano la gerarchia. Le più importanti sono più grandi, e via a diminuire.

Vorrei in particolare far notare la resa iconografica degli animali sacrificali: sembrano quasi ritagliati sul fondo e, in particolare il toro, guarda frontalmente, con un muso decisamente poco romano, poco classico, ma ancora assimilabile alle figure animali di matrice stilistica celtica.

Due linguaggi che si fondono, in un sincretismo non solo ideologico e stilistico finalizzato a far comprendere il nuovo ordine politico alle popolazioni locali. La guerra era stata evitata ed evidentemente, tutti avevano da guadagnarci.

Per quanto non si possa parlare di arco trionfale, è certamente più “trionfale” una pace, che una vittoria bellica corredata di vittime. E l’arco di Segusium ne è un esempio.

Il giro prosegue alla volta dell’anfiteatro, datato al II sec. d.C. tramite una gradevole passeggiata lungo i margini della città, coi campanili che spuntano e occhieggiano tra le chiome degli alberi e le siepi fiorite.

DSC_0875

Non voglio dilungarmi oltre; posso solo dirvi che anche Susa, come Aosta (seppur con un fascino forse meno monumentale, ma non per questo meno pervasivo), piccola ma strategica colonia romana incorniciata dalle Alpi, non mancherà di meravigliarvi con le sue emozioni plurimillenarie.

 

 

Stella

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...