Castello di Saint-Pierre. Il regno di Flora

“Lasciare la città per finire lassù, in mezzo alle montagne… da solo… beh, del resto non ho scelta!”. Così si lamentava il giovane barone, rampollo di una nobile ed importante famiglia, costretto dai parenti a trasferirsi nel piccolo villaggio di Saint-Pierre.

“Hai ereditato l’antico maniero di famiglia, Emanuele!”, tuonava l’arcigno zio, “tuo compito è prendertene cura! Quindi, fattene una ragione e prepara i bagagli! Tra una settimana al massimo il castello di Saint-Pierre sarà la tua dimora! E vediamo se, confinato lassù, tu non metta la testa a posto!”.

Emanuele non aveva scelta. Tutta la famiglia era contro di lui.. Purtroppo negli ultimi anni non si era certo guadagnato una buona fama: conduceva una bella vita sperperando denaro in ogni possibile modo, frequentava compagnie ritenute “pericolose e inopportune”… un continuo litigio con lo zio! Forse era davvero meglio andarsene… poche comodità, pochi soldi, ma almeno sarebbe stato in pace e avrebbe fatto ciò che voleva!

Rapidamente arrivò il giorno della partenza. La diligenza correva veloce sulle strade polverose. In poco tempo le campagne lasciarono il posto al dolce profilo delle colline che vennero presto sostituite dalle alte montagne della Valle d’Aosta.

L’aria aveva cambiato profumo: Emanuele era inebriato da quella fragranza mista di pino, erba, muschio e terra. Gli sembrava che il sangue corresse con più vigore alimentato dalle brezze fresche che rotolavano giù dai ghiacciai.

All’improvviso, dopo un’ultima curva, eccolo: l’antico maniero lasciatogli dal nonno!

Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)
Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)

Su un roccione svettava la vecchia torre maestra, già in stato di avanzato degrado, circondata dalle possenti mura medievali in buona parte sbrecciate. Gli edifici residenziali erano spogli (solo i mobili essenziali), bui e umidi. Emanuele sospirò:” Mio Dio… ci vorrebbero dei lavori, ma come li pago? Solo questo mi hanno lasciato e lo zio non mi da più un soldo… vedremo… per ora va ancora bene: per fortuna è estate! Chiederò nel villaggio se qualche manovale può venire a dare un’occhiata…così…giusto per non avere la neve in casa o spifferi gelati quest’inverno… “.

Tuttavia, nonostante lo sconforto iniziale, Emanuele avevo ben presto imparato ad amare quel luogo. Il paesino era carinissimo e gli abitanti avevano accolto con simpatia “quel giovane barone scapestrato e ribelle, amante della natura, fuggito dalla grande città!” (così dicevano di lui).

In una stanza col camino, dove ancora si vedevano resti di antichi affreschi e si potevano magicamente percepire gli echi delle leggendarie feste organizzate dai ricchissimi proprietari oltre 200 anni prima, Emanuele aveva creato il suo angolino prediletto.

Da subito aveva iniziato a perlustrare i dintorni: che meraviglia! Prati verdissimi, meleti, vigneti, orti e, in lontananza, boschi color smeraldo che, con le loro tonalità scure, esaltavano ancor di più il bagliore delle nevi perenni.

Quell’estate cominciata così male, si era rivelata una benedizione. Da solo, in totale libertà! Grazie al suo bel carattere, ai modi educati e, perché no, al gradevole aspetto, il giovane barone si era ben integrato e riceveva aiuto da tutti: cibo e biancheria pulita non gli mancavano!

Le quotidiane lunghissime passeggiate gli avevano fatto riscoprire e aumentare una passione che aveva da bambino: quella per la raccolta di erbe, foglie fiori. La natura così ricca e multiforme di quei luoghi avevano risvegliato in lui una profonda curiosità e in poco tempo si era creato una collezione botanica di tutto rispetto; “così, se mai un giorno dovessi tornare in città, un pò di questi luoghi verrà con me…”, pensava.

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Gli era poi venuta in mente un’idea: voleva trasformare l’alta corte del castello in un suo personale giardino segreto. Un pò “giardino dei semplici” con erbe aromatiche e medicamentose; un pò giardino all’inglese con piante ornamentali capaci di creare atmosfere incantate e suggestive. Quello sarebbe stato il suo giardino, chiuso al mondo eccetto che a lui!

Una sera, al tramonto, attardandosi sulla terrazza, notò per la prima volta un fiore straordinario attaccato al muro della torre. Si avvicinò: era una specie di orchidea. Un fiore grande dai colori cangianti, insoliti: i petali erano uno diverso dall’altro, quasi a formare un arcobaleno, lucidi e setosi.

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Decise di coglierlo per ripiantarlo ed eventualmente ricavarne semenza. Provò a strapparlo, ma il fiore incredibilmente si chiuse e si ritrasse.”No, devo aver sognato”, pensò, “è impossibile!”.

Ci riprovò: niente. Quel fiore si richiudeva su se stesso. Provò a reciderlo con delle forbici: niente!

Prese allora un martello e iniziò a distruggere il muro:”Verrà fuori, no!? Lo estirperò con tutte le radici!”. Risultato: il muro della torre si crepò terribilmente fino a sgretolarsi!

L’operazione aveva prodotto un’enorme voragine nel vecchio muro cadente mentre il fiore era rimasto ben incastrato nella sua pietra.

“No, ma… è impossibile!”. Emanuele non riusciva a crederci. “Che razza di pianta è mai questa?!”. Raccolse allora la pietra con la pianta dentro, deciso a portarla in casa per esporla così com’era, come fosse un oggetto esotico e meraviglioso.

La mise sul comodino accanto al letto e andò a dormire.

Ma non fu una notte come tutte le altre… Emanuele venne svegliato da un fruscio insistente, come se un insetto gli volasse sul viso. Quando aprì gli occhi rimase senza parole: dalla pietra la pianta era uscita a dismisura arrivando fino a lui e i fiori si erano moltiplicati e ingranditi fino a formare una coperta. Emanuele si alzò di scatto, ma qualcosa lo bloccava impedendogli di scendere dal letto.

Ad un tratto la coperta di fiori si mosse, si avvolse su se stessa e si trasformò in una giovane fanciulla alata.

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“Ma… ma chi… cosa…chi sei tu?” balbettò Emanuele confuso e spaventato. “Tranquillo, io sono Flora, la fata della Natura. Conosco la tua passione per il mio regno, ma oggi hai fatto qualcosa di grave: ti sei ostinato ad appropriarti di un fiore assai raro e prezioso, di me! Avevo provato a farti capire che non dovevi né potervi toccarmi, ma hai insistito fino a distruggere addirittura la tua casa! Hai commesso un errore. E ora, se non vi poni rimedio, la voragine nella torre si allargherà a tal punto che tutto il castello potrebbe crollare! Vuoi che accada?”.

“No, no… certo che no… ma..e ora? Come posso rimediare? Quel fiore era talmente bello che…”;

“talmente bello che avresti dovuto rispettarlo e lasciarlo dov’era”, concluse Flora.

E continuò:” Ad ogni modo, visto il tuo amore per il mio mondo, voglio aiutarti.”. Improvvisamente la stanza si riempì di strane creature, metà uomini e metà foglie, o metà uomini e metà fiore; c’erano anche uomini-stelo, uomini-ramo.. un vero e proprio esercito di esseri del piccolo regno al servizio della loro regina, la fata Flora.

Leafman (tratto dal film animato "Epic. Il mondo segreto")
Leafman (tratto dal film animato “Epic. Il mondo segreto”)

Emanuele era sbalordito! “Loro sono i miei fedeli servitori. Ti aiuteranno a ricostruire la torre maestra, a patto che tu segua i miei ordini! Voglio una torre alta ed elegante con quattro torrette, una per ogni angolo.

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Ogni torretta corrisponde ad una stagione e, a seconda della stagione, dovrai lasciarmi (con la mia pietra) nella torretta corrispondente. Nessun uomo però potrà entrarvi! Nemmeno tu! Mi dovrai lasciare all’ingresso, poi saranno i soldati-foglia a trasportarmi all’interno! Sii preciso, non farti trascinare dalla curiosità. Se un uomo dovesse entrare in una torretta, l’intero castello crollerà e per te sarebbe la rovina. Se invece ti atterrai ai patti per almeno 50 anni, il tuo castello diventerà la dimora del piccolo mondo alla portata di tutti e il tuo giardino segreto sarà dono per gli altri così che possano conoscere, scoprire, amare e proteggere il mondo di Flora”.

Emanuele non aveva altra scelta; nonostante un fondo di incredulità, obbedì alla fata Flora e, la mattina seguente, dopo una notte che gli parve lunga un’eternità, la torre non era più la stessa. Gli uomini-foglia e le donne-fiore avevano magicamente creato qualcosa di spettacolare: “ecco, ora posso dire di vivere nel castello delle fiabe”, esclamò il giovane barone.

“Non solo!”, lo corresse la fata, “puoi dire di essere un ospite speciale del regno di Flora”.

Il giardino segreto del barone divenne, col tempo, un tesoro di erbe, fiori ed essenze esotiche a disposizione di tutti. Nelle torrette nessuno mise mai piede e si narra che, ancora oggi, a seconda della stagione, il fiore-dimora della fata Flora vi fiorisca, ancorato alla sua pietra, di volta i volta con un colore ed un profumo diverso.

Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)
Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)

E’ il castello delle favole. E’ il castello di Flora. E’ il meraviglioso castello di Saint-Pierre!

 

Stella

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