#Skincare mania? I Romani ci erano arrivati più di duemila anni fa!

Sieri alla vitamina C, creme alla bava di lumaca, maschere illuminanti, routine in 10 passaggi… e ancora detergenti, tonici, idratanti, contorno occhi e labbra! Scorrendo i social sembra che la ricerca della pelle perfetta sia un’invenzione del XXI secolo. Eppure, se potessimo entrare nella toeletta di una ricca matrona romana, scopriremmo che l’ossessione per la bellezza ha radici molto più antiche.

A raccontarcelo è Ovidio, il poeta dell’amore, che dedicò un intero poema alla cura del viso femminile: i Medicamina Faciei Femineae (“I cosmetici per il volto femminile”). Nelle prime righe invita le donne a imparare “quali cure abbelliscano il volto e in quale modo preservare la bellezza”. Detta così, sembra la promessa di una moderna , #influencer beauty.

Il paragone che apre l’opera è sorprendentemente moderno. Ovidio osserva che i campi producono frutti migliori se curati, gli alberi migliorano grazie agli innesti e persino gli edifici vengono abbelliti con marmo e oro. Allo stesso modo, anche il volto necessita di attenzioni costanti. A pensarci, in effetti, è un concetto quasi identico a quello alla base della skincare contemporanea: la bellezza non è un dono immutabile, ma il risultato di una manutenzione quotidiana. E il volto necessitava, allora come oggi, di attenzioni costanti.

Anche le donne romane inseguivano ideali estetici precisi: pelle chiara, incarnato uniforme, capelli curati e profumati. Il volto era un biglietto da visita sociale, proprio come oggi. La differenza è che al posto degli hashtag #glowup e #skincareroutine c’erano unguenti, polveri e ricette tramandate tra matrone. Per non parlare delle tinte per capelli: amatissimo il biondo dorato, ricercato l’arancione ramato, sempre sicuro il rassicurante nero corvino, fino al più audace blu!

Anche la moda delle extension dilagò nell’antica Roma soprattutto in età flavia, dalla metà del I secolo d.C.: ciocche posticce, cascate di riccioli e vere impalcature di capelli venivano letteralmente montate sulla testa per regalare centimetri in più e un aspetto regale!

Certo i raffinati balsamari e unguentari rinvenuti negli scavi ci raccontano di una toilette di grande eleganza: dai porta-profumi a forma di colomba, fino alle valve di conchiglia per gli ombretti o i rossetti. Esistevano persino delle trousse da viaggio suddivise in scomparti e cassettini per portare sempre con sè tutto il necessario ed essere sempre impeccabili.

Naturalmente la skincare romana era molto diversa dalla nostra: niente acido ialuronico, collagene o retinolo. Ovidio propone ricette a base di orzo, legumi, uova e altri ingredienti naturali, spesso fornendo indicazioni di utilizzo, consigli e dosi proprio come in un tutorial o in un Tik Tok di oggi!

Dopo aver parlato di creme, ricette e bellezza, Ovidio conclude con un’idea che potrebbe sembrare controcorrente perfino oggi: la vera attrattiva nasce dal carattere, da noi stessi! La bellezza fisica sfiorisce; l’aspetto esteriore è vanità, vanitas, ossia fugace, mentre le qualità interiori restano e continuano ad alimentare l’affetto e l’amore.

Ed è forse qui che il poeta di duemila anni fa supera molte campagne pubblicitarie contemporanee. Prima del siero, prima della maschera illuminante e prima della skincare in dieci passaggi, Ovidio suggerisce una cura che non passa mai di moda: coltivare se stessi.

Duemila anni fa, quando l’impero romano si estendeva dalla Britannia al Nord Africa e dal Portogallo a Samarcanda, quando l’Urbe dettava le mode e le tendenze veicolando i ritratti e le elaborate acconciature delle imperatrici, vere e invidiate first lady, qualcuno aveva già intuito che la ricerca della perfezione estetica in fin dei conti è una rincorsa senza fine. Dietro ogni specchio, ieri come oggi, si nasconde la stessa domanda: vogliamo apparire più belli o sentirci più belli?

Una domanda che nessun filtro, né antico né digitale, è ancora riuscito a risolvere.

Stella

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