Immergersi nel MAR di Aosta … e scoprire oltre 5000 anni di storia!

Siete ad Aosta e vi propongono di andare al…MAR?! Tranquilli, non è uno scherzo: si tratta del Museo Archeologico Regionale, un vero scrigno di tesori e conoscenze inaugurato il 15 ottobre del 2004.

LA SEDE

Racchiuso nell’elegante sede della ex Caserma Challant, creata in epoca napoleonica dal precedente complesso monastico delle suore Visitandine, insediatesi qui nel XVII secolo, è questo un edificio che sorge in un luogo significativo: al di sotto dell’attuale piazza Roncas, infatti, si celano i resti della Porta Principalis Sinistra, cioè la porta di epoca romana che si apriva sul lato nord delle mura. Nel sottosuolo del Museo è inoltre possibile apprezzarne le vestigia, recentemente oggetto di un accurato intervento di valorizzazione e musealizzazione. Illuminati in arancione tutti i resti di epoca romana; in bianco le murature cronologicamente successive. E si scopre, già scendendo, il prospetto orientale della torre est di questa porta urbica; da lì, come in una sorta di suggestivo labirinto, ci si inoltra tra le mura illuminate; dalla penombra riemergono le testimonianze di antichi monumenti oggi non più visibili, come le fondazioni di un grande corpo confomato a cavea che doveva chiudere, in maniera davvero scenografica, il lato nord del complesso forense, innalzandosi alle spalle della terrazza sacra già circondata dalla porticus triplex impostata sul sottostante criptoportico.

ENTRIAMO…

Il luminoso corridoio di accesso vi farà cominciare la visita dalla sala dedicata al collezionismo: cosa ti fa venire voglia di iniziare una collezione? Qui avrete modo di vedere anche degli oggetti “insoliti”…che ci fanno delle tavolette sumere e delle formelle africane in Valle d’Aosta? Venite e lo scoprirete!

DALLA PREISTORIA…

Si prosegue con la Sala della Preistoria e Protostoria: resterete affascinati dalle magnifiche stele antropomorfe del III millennio a.C. provenienti dall’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans! Le stele sono delle enormi lastre di pietra sagomate a forma di figura umana: queste rievocano, in forma stilizzata, un corpo sormontato da una testa e la superficie presenta delle incisioni che riproducono elementi dell’abbigliamento e ornamenti. Antenati? Eroi? Divinità?

Conoscerete i Salassi, ovvero la popolazione celto-ligure che abitava queste montagne già secoli prima della conquista da parte dei Romani; li conoscerete attraverso oggetti come vasi, suppellettili e gioielli (splendide le armille in pietra ollare o in bronzo), ma anche grazie ad iscrizioni di epoca romana e a monete.

… ALL’EPOCA ROMANA E OLTRE

Proseguendo entrerete nella Sala del Plastico dove potrete immaginare di sorvolare sull’antica città romana di Augusta Praetoria Salassorum divertendovi ad individuare i monumenti che già conoscete o a scoprirne di ignoti. Il vostro percorso di scoperta sarà corredato inoltre da video, da ricostruzioni in scala 1:1 di botteghe artigiane o atelier di scultori e da particolari esperienze tattili grazie alle riproduzioni degli oggetti esposti.

La progressiva scoperta della città avverrà attraverso gli oggetti ritrovati nelle tombe in decenni di scavi e ricerche: dalle urne alle lucerne, dai gioielli alle pedine da gioco fino alle decorazioni in osso di uno straordinario letto funebre.

La Sala delle Epigrafi vi farà conoscere qualcuno degli antichi abitanti della città romana e, dai loro nomi, talvolta esotici o “barbari”, potrete capire come l’antica Augusta Praetoria fosse un vivace centro multietnico!

La suggestiva Sala dei Culti vi condurrà al cospetto delle divinità maggiormente testimoniate su queste vette: domina Giove, mirabilmente rappresentato da uno splendido busto in argento ritrovato al colle del Piccolo San Bernardo. Nella stessa sala, sin da lontano, noterete il magnifico balteo in bronzo (“balteo”= pettorale da parata per cavallo, in tal caso appartenente ad una statua equestre) decorato da una concitata scena di battaglia tra Romani e Barbari ad altissimo rilievo con parti a tutto tondo, databile tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio di quello successivo.

E poi la vita quotidiana, domestica. Com’erano le case a quel tempo? Com’erano arredate? Cosa si mangiava? E le terme? A tutte queste curiosità il MAR saprà darvi una risposta.

Il giro si conclude con un assaggio dell’Aosta paleocristiana e altomedievale, in una sala dominata da un meraviglioso ambone marmoreo decorato da animali araldicamente affrontati, risalente all’VIII secolo d.C. e ritrovato durante scavi condotti in Cattedrale. Interessanti i due speroni e la spada rinvenuti nella tomba di un cavaliere sepolto nella chiesa dei SS. Pietro e Orso nel XIV sec. d.C.; infine, tra i corredi funerari notiamo alcuni graziosi monili femminili, tra cui spiccano due finissime fibbie burgunde.

E non finisce qui. Gli appassionati di monete non potranno perdersi la Collezione Numismatica Pautasso, ricca di ben 720 monete tra le quali spiccano quelle celtiche e preromane.

E si finisce con l’ultima “new entry”: la sala della Collezione Carugo, con reperti della civiltà etrusca, dell’Antico Egitto e della Mesopotamia. Un piccolo “cameo” per gli amanti del Vicino Oriente allestito come fosse uno studiolo, in base al concept della “casa-museo”.

Anche il MAR di Aosta si affaccia sul Mediterraneo!

Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi. Se ne volete un primo assaggio, cominciate con la visita virtuale!

Stella

Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

E anche l’UTMB, come numerose altre manifestazioni, sportive e non, ha dovuto arrendersi alla terribile emergenza sanitaria. Ma a modo mio voglio contribuire con un mini-UTMB storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA MOZZAFIATO
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

Stella

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La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

pietradiLuna

In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

cristallo

Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

Frozen 2 -megaliti

possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Buon Compleanno ROMA. Città eterna; AMOR senza fine!

21 aprile 2020 2773…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!

Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umidità nell’aria e sui colli. Romolo aggioga la coppia di buoi,  o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto più elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerà Roma.

Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperità ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura città dovrà essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.

Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.

21 di aprile 2020. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.

Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.

Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.

Già, il Pantheon: indiscusso capolavoro della più alta e raffinata ingegneria romana. Un tempio nato da una sfera ed in questa perfettamente inscrivibile. Un tempio dalla copertura a cupola così ampia e sorprendente da voler richiamare la stessa volta celeste. Un tempio, però, dall’orientamento apparentemente inspiegabile in quanto rivolge il suo ingresso a nord. Perché?

Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le città con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinità!).

Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e  Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda).

Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.

21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternità, il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.

Mi auguro che oggi sull’esterno Urbe il Sole non nasconda il suo volto…

Auguri Roma!

Stella

La finestra di Bonifacio. Quel prode signore “baciato dal mare”…

Voglio raccontarvi una storia. Siamo a casa da oltre 1 mese ormai e, dalle finestre, vedo i resti dell’antica Torre d’Avise, corrispondente alla torre sud-occidentale dell’originale cinta romana. Abito in una posizione decisamente fortificata in effetti… dentro le mura con, verso nord, la Torre detta “del Lebbroso” (che, di questi tempi, è l’emblema stesso della reclusione); verso est la mole possente del castello di Bramafam e, infine, a sud-ovest, ciò che il tempo ha risparmiato (assai poco, purtroppo), della torre d’Avise.

Ecco, oggi protagonista del racconto sarà lui, il nobile Bonifacio d’Avise. Prode, battagliero, deciso. Storie di viaggi e battaglie. Ma anche, come un gioco di scatole cinesi, storie di contatti, scambi e committenze tra le Alpi e il Mare, dalla Valle d’Aosta alle tumultuose coste della Puglia passando dalla raffinata corte napoletana.

Una storia densa e coinvolgente che, lo vedrete, si adatta assai bene anche con la ricorrenza di oggi, Venerdì Santo. Ma non basta ancora: una vicenda che, ad un ulteriore livello, rende un particolare omaggio al Santo patrono d’Italia. Quindi, pronti?

Cominciamo dalla sua terra…

Una delle contrade più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati altipiani. Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco stretto in una morsa di pietra. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

PierreTaillée

Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere strategicamente controllato; infatti qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della Via delle Gallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte.

Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno.

E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo perfetto per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla transalpina Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

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E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia  il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, Gignod, Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur, Planaval: una linea fortificata che risaliva l’aspra Valgrisenche con torri e punti di avvistamento distribuiti lungo l’asse di penetrazione di questa vallata irta di pericoli.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio.

Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

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Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla sua remota terra alpina.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

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Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa… si insinua tra i volumi, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

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Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica che quell’iniziativa portava con sé.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca. E infatti San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dall’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler inserire la scena in un paesaggio valdostano o comunque più famigliare. Incorniciata in una composizione dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria: un dolore immane sebbene non privo di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod?

Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

E subito il pensiero corre ad uno straordinario luogo sacro oggi perduto: San Francesco di Aosta, una splendida chiesa cancellata dal tempo e, ahimè, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora permane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

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Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

Mi riaffaccio alla finestra. Tra quelle mura diroccate incorniciate dal tenue viola delle serenelle e dall’ultimo giallo fulgore delle forsizie, un nobile spirito gioisce per essere stato ricordato.

La finestra di Bonifacio d’Avise.

Stella

 

Aosta e la magia del solstizio d’inverno

Di pietre e di stelle. Oggi di questo voglio parlarvi. Delle stelle e delle pietre che hanno consentito di risalire alla data di fondazione di Aosta, Augusta Praetoria Salassorum.

Una città disegnata dal solstizio d’inverno!

Potrei dire che “in origine fu la pietra” che ci condusse “a riveder le stelle”. E uso non a caso il verbo “rivedere” col significato di guardare di nuovo (e meglio) la volta celeste. Un pò come avveniva in antico, quando invece l’osservazione delle stelle era usuale, diffusa, e fondamentale per determinare i tempi di semina e di raccolta; ma anche i tempi delle feste, che poi quasi sempre derivavano da celebrazioni di momenti agricoli importanti. Natura, agricoltura, usanze… tutto seguiva il calendario celeste del sorgere e del tramontare di determinate stelle o costellazioni. E già solo questa considerazione ci porta a riflettere sull’importante e stretto legame che univa le stelle e il potere.

Oggi ci siamo persi tutta questa bellezza. Ma forse non del tutto. E la fortuna ha voluto che riuscissi a ritrovare il cielo… partendo dal sottosuolo!

DIARIO DI SCAVO IN PILLOLE

Non voglio qui annoiarvi con lunghi, tecnici e dettagliati resoconti di scavo per i quali vi rimando a precise pubblicazioni, ma vi do un tempo: febbraio 2012. Vi do un luogo: Torre dei Balivi, Aosta. Vi do anche un motivo: indagini archeologiche (condotte dall’Ufficio Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni e le Attività culturali della Valle d’Aosta) preliminari alla posa di una cabina elettrica interrata.

Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.
Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.

La Torre dei Balivi costituisce lo spigolo  di nord-est della cinta muraria romana di Augusta Praetoria Salassorum e si trova nel punto più elevato della città romana. Deve il suo nome ai Balivi, appunto, ossia ai rappresentanti del Duca di Savoia in Valle d’Aosta incaricati della riscossione delle tasse e dell’amministrazione della giustizia. La Torre è stata sede delle prigioni regionali fino al 1984; in seguito, dopo un primo periodo di abbandono, a partire dal 2000 è stata oggetto di un lungo e complesso cantiere di studio, recupero, restauro e valorizzazione approdato, infine, alla rifunzionalizzazione del complesso in quanto sede del Conservatorio regionale.

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A partire dall’ originario piano di spiccato della torre (cioè l’antico livello del suolo da cui la torre emergeva fuori terra) fino al quinto corso di blocchi in travertino che ne compongono il paramento, si tratta dell’opera muraria originaria pertinente all’epoca di costruzione della torre, ovvero dell’epoca di fondazione della colonia: l’età augustea. Dal quinto corso in su è invece la torre medievale, frutto dei rimaneggiamenti e della sopraelevazione operata dalla nobile famiglia dei De Palatio nel corso del XII secolo. I livelli augustei, fino a questo scavo, erano sempre stati sotto terra almeno a partire dall’età tardoantica quando frequenti e poderose alluvioni portarono all’esondazione dei due rus (canali) che si incrociavano proprio in prossimità dell’angolo nord-est della cerchia muraria.

QUANDO DICI ANOMALIA…

Zoomiamo: spigolo sud-est della suddetta torre. Anomalie, strane protuberanze arrotondate; insomma, un blocco angolare diverso dagli altri. Su quella superficie c’era qualcosa che chiedeva di essere indagato.

Intanto, questa pietra occupa una posizione importante per la statica e lo scarico dei pesi della torre e non a caso è stata montata in opera con l’utilizzo di particolari incastri a “L”.

Dopo aver liberato il blocco dai depositi alluvionali che lo occludevano, ecco comparire le due facce a vista. Entrambe decorate da simboli ad altorilievo suddivisi su due o (nel caso della faccia che guarda a sud) tre registri. In entrambi i casi il registro più basso è occupato da un evidente elemento fallico. I due falli indicano lo spigolo della torre, quasi a voler accentuare la protezione di un punto potenzialmente “pericoloso” e a voler suggerire una direzione specifica: un punto all’orizzonte posto a sud dell’Est.

SIMBOLI

Cominciamo con l’esame della faccia che guarda verso Est. Dal basso è ben riconoscibile un fallo orientato Nord-Sud sormontato da un elemento frecciforme che, dopo una lunga serie di ricerche e alla luce delle considerazioni cui si è pervenuti alla fine dello studio, rappresenta verosimilmente la punta di un vomere di aratro.

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La faccia meridionale presenta anch’essa un fallo, stavolta orientato da ovest verso est, sormontato da uno strumento a forma di “Y” raffigurato in diagonale dall’esterno verso l’interno che, grazie a significativi confronti con raffigurazioni di arature sacre presenti sul verso di monete augustee delle colonie iberiche di Caesaraugusta (Saragozza) e Augusta Emerita (Merida), è stato identificato col manubrio di un aratro, seguito da un elemento falliforme di minori dimensioni; infine, leggermente al di sopra di quest’ultimo, si distingue una sorta di protome zoomorfa (cioé: la parte anteriore di un animale), presumibilmente cornuta e in posizione rampante con le zampe leggermente divaricate.

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Allora, andiamo con ordine.

Innanzitutto la presenza di simboli fallici su mura di epoca romana non deve stupire. Sono, infatti, relativamente comuni e parecchio diffusi (se ne vedono ad esempio sulle mura di antiche città laziali come Anagni o Alatri, ma si ritrovano anche sul Vallo di Adriano). Sono di solito collocati in punti-chiave come angoli sporgenti, torri e porte. Il ruolo del fallo era apotropaico (cioè: doveva tenere lontano il male). E contemporaneamente richiamava l’idea della buona sorte e della fertilità.

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TRACCE DI FONDAZIONE

Le mura erano considerate sacre ed inviolabili, in quanto riflettevano il complesso rito di fondazione delle città stesse. Tale rito, replica ideale della mitica fondazione di Roma, aveva il suo culmine nel tracciamento del perimetro della nuova colonia tramite un aratro tirato da una coppia di buoi bianchi (un bue e una giovenca) guidati da sacerdoti esperti anche nell’osservazione celeste. Solo dopo aver capito quale fosse l’orientamento astronomico più favorevole alla nascita della nuova città, si procedeva a disegnarne a terra il perimetro. La città doveva essere il riflesso del cielo in Terra.

Quindi, anche il ritrovamento di Aosta si inserisce in una ben consolidata tradizione. Su questo blocco ritroviamo l’unione di falli e aratro; o meglio, aratro e fallo si richiamano come fossero un oggetto solo. L’aratro è il fallo che apre la Terra e la rende feconda.

UNO STRANO ANIMALE A DUE ZAMPE

Rimaneva da capire e interpretare la figura animale. Sottolineo che sul blocco era riconoscibile solo la parte anteriore. E quella posteriore? Non si trattava unicamente di abrasione o degrado. Quella parte semplicemente non c’era mai stata. Sul blocco infatti non c’era proprio lo spazio utile alla rappresentazione di eventuali zampe posteriori. Se da un lato è vero che, in presenza di aratro, la prima cosa cui si pensa è un bovino, tale considerazione unita alla posizione di questo animale non davanti, ma sopra l’aratro, ci ha fatto molto riflettere. Dopo lunghe ricerche, ecco la soluzione: un Capricorno!

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Ma certo! Stiamo parlando di Aosta che all’imperatore Augusto deve nascita e nome. E a quanto pare anche altro. E’ noto infatti che il Capricorno, animale immaginario ibrido con parte anteriore caprina e coda di pesce, era la costellazione simbolo di questo imperatore.

Per capirlo dobbiamo risalire al momento in cui Augusto ascende al potere. Una auctoritas, la sua, strettamente legata all’uso intelligente di simboli facilmente riconoscibili. Una sorta di “propaganda” in cui forte era il legame tra potere e stelle; l’imperatore ne usciva nelle vesti di garante dei cicli celesti, e di conseguenza, garante dell’ordine e del benessere dei suoi cittadini. Il cielo era dunque il primo accreditamento per l’arrivo di una nuova “età dell’oro”!

IL POTERE DELLE STELLE

Un segno da sempre associato all’idea di rinnovamento è il solstizio d’inverno. Non deve perciò destare meraviglia che Augusto abbia voluto associare la sua immagine a quella del segno in cui sorgeva il Sole proprio in quel giorno, e cioè il Capricorno.

Non dimentichiamo, però, che da allora il fenomeno della precessione ha spostato il solstizio nella regione celeste compresa tra Scorpione, Ofiuco e Sagittario.

Il “potere delle stelle” augusteo era quindi il Capricorno.

Tale associazione si ritrova in numerose fonti storiche, in svariate monete imperiali (verrà poi ripreso anche da successori quali Vespasiano) e in raffinate opere artistiche. Una su tutte la nota Gemma Augustea. Qui la figura centrale, il punto di attrazione è proprio l’imperatore Augusto sulla testa del quale splende una stella (il Sidus Iulium, comparso in cielo alla morte dello zio adottivo Giulio Cesare) e fluttua il Capricorno.

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Ma attenzione. Di fatto però il Capricorno non era il segno zodiacale di Augusto (nato il 23 settembre, quindi Bilancia). Evidentemente la propaganda imperiale lo ritenne molto più adatto come icona del rinnovamento e gli astrologi di corte seppero trovare questo astuto escamotage. Ne nacquero diverse leggende. Venne altresì associato al giorno di concepimento del principe. Ma non addentriamoci in questo meandro, non ora.

Va senz’altro sottolineato come Aosta sia una delle città più emblematiche e paradigmatiche tra le diverse fondazioni augustee. Una città da manuale che ha fornito un ulteriore elemento di studio: il suo orientamento astronomico al solstizio d’inverno.

LUCI AD EST? NO, A SUD DELL’EST!

Ma perché c’entra la scoperta dei Balivi? Non è certo la “prima pietra” (come da molti è stata erroneamente e banalmente definita), ma indica il punto da cui prese avvio il tracciamento del perimetro della città, proprio perché da tradizione si cominciava dal punto più elevato e si continuava tirando l’aratro in senso antiorario (quindi rispecchiando il moto delle stelle). Non a caso i due aratri (o meglio, l’aratro e il vomere) si “inseguono” proprio in senso antiorario.

SOLE D’INVERNO

Vi ricordate che all’inizio avevo detto che le punte dei due falli indicavano un punto all’orizzonte in una direzione a sud dell’Est? Bene, per chi come me è di Aosta, è noto che quella corrisponde alla direzione da cui si vedono i primissimi chiarori nelle mattine invernali. Parlo di “chiarore”, non di sorgere del sole, quindi non di alba (astronomicamente parlando). Ma è stato il primo indizio per intuire un legame con l’inverno.

E’ stato solo grazie al prezioso aiuto scientifico del Prof. Giulio Magli, ordinario di Matematica e Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e successivamente al supporto degli astrofisici dell’Osservatorio astronomico regionale di Lignan (in particolare i dott. Andrea Bernagozzi e Paolo Pellissier) che ne siamo venuti a capo.

Aosta è circondata da montagne e, in particolare l’orizzonte verso sud è dominato da vette molto alte: la cresta del Mont Emilius raggiunge i 3559 metri in meno di 9 km in linea d’aria dal centro della città antica. Non è cosa da poco. Un simile orizzonte tanto alto ha pesantemente influito sui calcoli celesti e in particolare sulla comparsa effettiva del Sole sulla città al solstizio d’inverno.

Capricorno-StarryNight

Calcolando l’ortogonalità degli assi viari principali, Kardo e Decumanus Maximi in rapporto all’altezza dell’orizzonte che è quasi di 17°, si è appurato che il Sole sorgeva in allineamento quasi perfetto col Kardo nei giorni a cavallo del solstizio invernale.

DIES NATALIS

In sintesi. Aosta, anzi, Augusta Praetoria Salassorum, fu progettata in modo tale che un asse cittadino puntasse al sorgere del Sole nel giorno del solstizio d’inverno e dunque anche al sorgere del Capricorno, segno prescelto dal suo fondatore, l’imperatore Ottaviano Augusto.

Oggi naturalmente la precessione ha cambiato lo sfondo delle stelle sul quale il Sole sorge tra 21 e 23 dicembre, ma non ha effetto sugli azimuth solari e la variazione dell’obliquità dell’eclittica negli ultimi 2000 anni è minima. Questo solo per dire che ancora oggi possiamo provare l’emozione di vedere il Sole spuntare puntuale dalla cresta della Becca di Nona in buon allineamento con il Kardo Maximus cittadino (oggi Via Croce di città…non a caso) sempre nei giorni a cavallo del solstizio d’inverno.

Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d'inverno (Enrico Romanzi)
Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d’inverno (Enrico Romanzi)

Nel 2014, anno delle celebrazioni in onore dei 2000 anni dalla morte dell’imperatore Ottaviano Augusto, l’evento è stato organizzato ufficialmente per la cittadinanza. Verso le 11 di mattina eravamo più di 150 assiepati in Croce di Città per assistere all’allineamento solare. Ecco il video di quel giorno (o meglio, della mattina successiva, senza gente), girato dall’amico Andrea Bernagozzi, astrofisico dell’Osservatorio Astronomico regionale di Saint-Barthélémy. Anzi, consentitemi di ringraziare nuovamente gli amici dell’OaVdA che hanno collaborato alla definizione di questa scoperta; oltre ad Andrea, anche l’amico Paolo Pellissier, venuto con me ad illustrare questo evento incredibile al Convegno della Società Italiana di Archeoastronomia tenutosi a Padova nell’ottobre 2014. Continua a leggere “Aosta e la magia del solstizio d’inverno”

Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

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Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Sirene e tritoni. Il grande ritorno delle creature del profondo blu. Ma cosa c’è sotto?

Un post ancora diverso, questo che oggi vi propongo, cari amici. Un post sviluppatosi da numerose riflessioni che da tempo mi frullano in testa.

Come sapete recentemente mi sto dedicando con sempre maggiore attenzione al scintillante mondo del #fashion; non perché abbia ambizioni nel settore, assolutamente, ma è un mondo che comunque da sempre mi incuriosisce e mi affascina! Pensate che da piccola, disegnando quintalate di vestiti, andavo ripetendo che da grande avrei fatto la stilista! Non potevo immaginare che a 8 anni, quella gita fuori programma ad Aquileia avrebbe radicalmente cambiato non solo i programmi della giornata, ma anche quelli della mia vita!

Va beh, “amarcord” a parte, io ho iniziato a leggere le mode e le tendenze con gli occhi dell’archeologa appassionata di iconografia e iconologia! Avrete notato ultimi post brevi pubblicati solo su Facebook e Instagram dedicati a confronti tra barbe, make-up e capelli attuali con sculture greche del periodo orientalizzante o classico, nonché con mode altrettanto dilaganti lanciate da #celeb del passato quali, solo per citare due esempi, Cleopatra (vera “ITGirl” per usare un’espressione attuale) o l’imperatore Adriano. O anche post dal taglio insolito in cui accosto le stele dell’Età del Rame esposte all’Area Megalitica di Aosta, alle ultime novità di Eighties Revival proposte nelle recenti #FashionWeek.

Anche perché dietro ad ogni moda, ad ogni nuova tendenza, si nasconde un bisogno, un messaggio, un desiderio, un riflesso della nostra società. La moda è comunicazione ed attinge da sempre al mondo dell’arte, arte ad ogni latitudine cronologica, geografica ed antropologica. Quindi non solo da rotocalco rosa, ma materia da leggere ed interpretare.

Da un paio di settimane mi dedico all’analisi del fenomeno #mermaid & #merman, ovvero sirene e tritoni: un dilagante ritorno delle creature marine e di tutta la cangiante gamma cromatica che si portano appresso. Blu elettrici o metallizzati, declinati in mille abbaglianti sfumature che virano dal petrolio all’ottanio, dal verde acqua allo smeraldo fino agli indaco e ai lilla… La cangianza della madreperla, delle conchiglie, delle squame. L’incanto ipnotico del profondo blu! La suadente magia dei fruscii e delle onde che fasciano ed avvolgono.

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Parli di “sirene” e subito la mente vola a queste fanciulle bellissime ed inafferrabili, dal corpo ibrido ma perfetto, armonioso ed elegante pur nella sua apparente “difformità” (ma forse proprio in questo risiede buona parte del suo fascino…), o per essere specifici: ittio-morfità! La mente vola ai sogni fatti in riva al mare guardando il luccichio delle onde e i riflessi azzurri dell’acqua; chissà quante volte avremmo voluto, o creduto, o sperato di vederne una!

Parli di “sirene” e come puoi non pensare alla famosissima favola di Hans Christian Andersen la cui eroina ancora oggi siede pensosa davanti al porto di Copenaghen?

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Però, pensiamoci, al di là degli “happy end” di disneyana memoria (vedi Ariel), questa sirena, pur di ottenere un paio di gambe e correre dal suo principe, rinuncia ad una peculiarità fondamentale: la sua voce! Quando, invece, è proprio la voce, melodiosa e disumanamente incantevole, che fa delle sirene essere ammaliatori, tentatori, pericolosi! No, la coda di pesce non c’entra nulla! Anche perché, se risaliamo alle origini, le prime sirene della letteratura sono quelle che insidiano Ulisse nel XII canto dell’Odissea (traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte, 1822):

"Ulisse e le sirene"-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)
“Ulisse e le sirene”-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)

Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascinan chiunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra                                 55
Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
Nè la sposa fedel, nè i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene, sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,                            60
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi,
E di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de’ tuoi così l’orecchio tura,                                      65
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all’albero i compagni

 

Leghino, e i piedi stringanti, e le mani:
Perchè il diletto di sentir la voce                                      70
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi, o comandassi a’ tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino, ed i lacci.

[…]

Scoltate adunque, acciocchè tristo, o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.                             205
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato, e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole, ch’io l’oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all’albero legate
Con fune sì, ch’io dar non possa un crollo;                      210
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi, ed i lacci.
     Mentre ciò loro io discopria, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo                  215
Delle Sirene all’isola pervenne.

[…]

 

De’ compagni incerai senza dimora                                  230
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all’albero legaro
Con fune, i piè stringendomi, e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co’ remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.                           235
Già, vogando di forza, eravam, quanto
Corre un grido dell’uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de’ remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:                                240

[…]

Così cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,                                      255
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.                       260
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sè la cera dall’orecchie tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.                                  265

 

Ecco. Dunque? Si parla di code, di esseri metà donna e metà pesce? No! Omero solo su una qualità insiste: la voce! Un canto che ti afferra e non ti lascia più portandoti alla morte! Basti solo pensare all’etimologia stessa della parola “sirena” derivante da una radice fenicia “-sir” legata al verbo “cantare”. Quindi assolutamente non “mute come pesci”, che per le Sirene sarebbe paradossalmente la peggiore condanna! Eppure… eppure non sappiamo nulla di questo misterioso canto!

Per sfuggire alla loro voce seducente, nel racconto omerico Ulisse tura le orecchie dei compagni con della cera e si fa poi legare all’albero maestro per poter ascoltare il loro canto, senza però restare imbrogliato nelle loro trame insidiose. Non ci sono barriere al desiderio di conoscenza di Ulisse (assurto a simbolo dell’uomo moderno che per brama di conoscenza sfida con arroganza ogni limite, anche divino), non c’è paura e non c’è un orizzonte. La nave giunge all’isola delle Sirene: il vento cessa e le onde sono addormentate da un dio. Le Sirene lo chiamano e gli rievocano le gloriose gesta compiute a Troia. Ulisse desidera sentire la loro bellissima voce, il loro canto. Un canto che però resta ignoto, un enigma che giunge intatto fino a noi. Non sappiamo che cosa cantassero le Sirene, Omero non lo dice e la domanda non ha smesso di esercitare il suo fascino, diventando il vero potere di seduzione di queste mostruose fanciulle suadenti.

Una risposta però non c’è. Non ce l’ha neanche Orfeo, il musicista divino che vinse il canto delle Sirene con la musica della sua lira. E così neanche Enea, che navigando sulla scia del viaggio di Ulisse sentì solo il rumore delle onde infrangersi sulle rocce. Dopo il passaggio di Ulisse, infatti, le Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e furono trasformate in scogli. Secondo Cicerone il canto altro non era che una promessa di conoscenza, un pò come quella del serpente tentatore ad Eva.

Ma lasciando per ora da parte la questione del canto che, come abbiamo notato, non è comunque priva di ambiguità, torniamo sull’argomento, anch’esso ambiguo, dell’aspetto delle sirene. Com’erano dunque le sirene di Omero? Come le immaginavano nel mondo antico? Come donne ibride, certo, ma simili ad uccelli, a rapaci nello specifico. Il tragediografo Euripide (V sec. a.C.) le definisce «vergini piumate», mentre Apollonio Rodio (libro IV delle “Argonautiche”) narra che «apparivano in parte simili a fanciulle e in parte ad uccelli» . E non a caso l’immagine delle sirene appostate sul prato e sugli scogli con accanto resti umani e ossa sparse richiama senz’altro quella degli avvoltoi, non vi pare?

Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)
Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)
Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra
Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra

E dopotutto, se la loro arma, seppure di morte, era il canto, è più facile aspettarselo da volatili che non da pesci… Ma come si è passati dalle donne-uccello alle donne-pesce? Come mai dal volare nelle immensità celesti, le sirene son passate alle profondità marine? A cosa si deve la trasformazione di penne in pinne?

L’unico mito greco che si avvicini all’idea della donna-pesce è quello di Tritone figlio di Poseidone che aveva la parte inferiore del corpo a forma di pesce, in particolare veniva rappresentato con due code e descritto con un forte appetito sessuale di cui la doppia coda sarebbe un simbolo esplicito.

Parte del fregio dell'altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).
Parte del fregio dell’altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).

Le prime raffigurazioni di donne pesce, anche con doppia coda come spesso accade in epoca romanica, risalgono appunto al Medioevo e molti studiosi hanno ipotizzato una fusione dei miti greci con leggende di origine nordica portate dai popoli che invasero l’impero romano: il mito delle Ondine.

Il termine ondina, o undina, derivante dal latino unda, indica degli spiriti acquatici somiglianti a fate, ninfe o sirene, a seconda delle tradizioni di riferimento.

Le ondine vivono spesso in prossimità di fiumi, sorgenti, stagni, cascate, laghi, sono creature senza anima ma possono ottenerla sposandosi con un mortale.

"Ondine", di Jacques Laurent Agasse (1843)
“Ondine”, di Jacques Laurent Agasse (1843)

Queste creature leggendarie risultano elencate fra gli elementari dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso, il quale ipotizzava che questi spiriti acquatici dimorassero solitamente in laghi, foreste e cascate, le cui voci meravigliose venivano solitamente udite sovrapposte allo scrosciare dell’acqua.

In base alla tradizione che le vede protagoniste, la natura delle ondine cambia da benigna in maligna, innocua, amichevole o vendicativa. Esse vengono rappresentate come splendide creature, con vaporosi e lunghissimi capelli, ornati di fiori e conchiglie, che vestono le spalle e il seno; abitavano le insenature di fiumi, scogli, grotte, argini informi, laghi, sorgenti, stagni e cascate; amavano la danza, il canto e adoravano intrattenersi filando e tessendo vicine all’acqua, elemento al quale sono indissolubilmente legate, e per questo erano governate dai moti della Luna.

Nel folklore germanico, le ondine, creature enigmatiche e misteriose, sono rappresentate come donne attraenti con la coda di pesce.

Il passaggio dal cielo al mare non è quindi così casuale. Dietro la scelta di un animale piuttosto che un altro c’è una precisa scelta simbolica; gli uccelli partecipano della natura del cielo e in qualche modo della natura divina. 

Il mare rappresenta il pericolo e le sue creature possono avere la natura di esseri dispensatori di disgrazia o di salvezza, ma oltre a ciò rimanda all’abisso primordiale e i suoi abitanti conservano un che di primitivo e selvaggio. Tritone è descritto con un forte appetito sessuale e così la sirena medievale, simbolo di lussuria, diventa una creatura marina. Contestualmente si sviluppano altre figure di donne volanti in cielo, non dotate di ali (attributo esclusivamente angelico): le streghe! Una versione degradata e demoniaca delle primitive sirene-uccello ammaliatrici e dispensatrici di morte.

sognare-una-stregaQuel che permane, in ogni narrazione, tempo e cultura, è il concetto che le Sirene richiamano e che giunge sino a noi: quello dell’ambiguità, della doppiezza – che è anche nella loro coda – parte integrante del loro fascino misterioso da Dark Ladies; quasi due facce della stessa medaglia: benevole, dolci, seducenti, quanto malevole, ingannatrici, addirittura crudeli, Sicuramente sfuggenti!

E tornando dunque a questa moda della Sirena, ecco, sarei portata a ravvisarvi l’emblema dell’ambiguità, tanto al femminile quanto al maschile.

La Sirena è evidentemente un archetipo muliebre primordiale; in ogni letteratura ,soprattutto europea, è incarnazione di femmina che strega e seduce con la propria grazia e il dolce canto (le descrive anche il sommo Dante: Purgatorio, XIX, 19-21).

Come ibrido, ricorda quanto la natura possa essere manipolata, manipolabile e infinitamente imprevedibile, così come possono essere infinite le sue sfaccettature: in quest’ottica, il suo significato recondito si apre ad accogliere riferimenti di genere.

Insomma, ciò che deve innanzitutto colpire di una sirena è la sua travolgente bellezza ed una sensualità irresistibile, giusto? Si pensi a famose “donne-sirena” del cinema tipo Rita Hayworth fasciata in un lucido abito a sirena di seta nera nel film “Gilda” del 1946…

1946: Rita Hayworth (1918 - 1987) plays the sexy title role in the wartime film noir 'Gilda', directed by Charles Vidor. (Photo by Robert Coburn Sr.)

Come non pensare alle splendide Marilyn Monroe e Jane Russell, rese ancor più seducenti dagli abiti a sirena rosso fuoco con spacco vertiginoso nel film “Gli uomini preferiscono le bionde?”

Marilyn Monroe con Jane Russell: "Gli uomini preferiscono le bionde" (1953)
Marilyn Monroe con Jane Russell: “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953)

Si pensi alla splendida e biondissima Daryl Hannah in “Splash. Una sirena a Manhattan” del 1984.

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Restando ai favolosi anni ?80 si nota il ritorno dei capelli colorati con tinte fluo (vi ricordate il complesso musicale di Kiss me Licia?). Bene, in questa tendenza rientra la cosiddetta “moda del tritone”: gli uomini si tingono capelli e barbe in tonalità brillanti di blu, verde e viola per apparire come misteriose creature degli abissi oppure per…lanciare così il loro “canto ammaliatore”?!

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E in anni più recenti: Sirene, del 1990, di Richard Benjamin, con Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, basato sull’omonimo romanzo del 1986 di Patty Dann.

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Un film, questo, in cui l’immagine acquatica della sirena viene utilizzata quasi fosse il simbolo del passaggio dall’adolescenza all’età adulta affrontando il tema della femminilità in essere e manifesta in modo spiritoso.

E non a caso le sirene sono molto amate dal settore dei giocattoli e dei cartoni animati. Dall’impareggiabile dolce Ariel …

543… alla più disincantata e maliziosa sirena Marina della serie “Zig &  Sharko”, bramata dagli “appetiti” dell’insaziabile iena Zig e amata dal romantico e nerboruto squalo Sharko, il cui idolo è il bagnino David Hasseloff di Baywatch!

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Per non dilungarsi poi sulla pressoché infinita serie di sirene giocattolo: dalle più classiche Barbie sirena alle geniette Shimmer&Shine solo per citarne un paio…

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Quindi, volendo tirare le fila di questo spero divertente discorso: il ritorno in grande stile dell’immagine della sirena (e del tritone a traino), potrebbe forse comunicare la presenza di una sessualità a volte ibrida oppure di una spiccata sensualità, oppure ancora della ricerca di una femminilità sopra le righe, tanto seducente ed irresistibile quanto, per contro, inafferrabile e sfuggente’ Una donna, certo; una donna bellissima, ma che dall’ombelico in giù donna non è, quindi, di conseguenza, paradossalmente va a perdere proprio il fulcro del suo essere donna, se vogliamo la parte essenziale e sessualmente rassicurante. I Tritoni, invece, dal canto loro, esibendo queste peculiarità, forse vogliono sottolineare ciò che la doppia coda esprimeva in origine pur non rinunciando alla voglia di essere cercati ed inseguiti perché anch’essi creature sfuggenti.

Figure leggendarie multiformi e poliedriche che ben aderiscono alle più diverse ed effimere sensazioni umane: un incontro lì dove la vanitas del momento si fonde con l’eternità del mito.

Occhio solo a non fare la fine della Sirena di Magritte… lì sì, sarebbe un problema!

"La Sirena rovesciata". Magritte (1937)
“La Sirena rovesciata”. Magritte (1937)