MEGALITICA. Nel “solco” della (PRE)iStoria

Riprendiamo, quindi, il nostro viaggio alle origini attraverso il sito megalitico di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta. Ricordate la discesa lungo la rampa del tempo?

Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?

Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo, emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. E’ una tomba, la cosiddetta “Tomba 2”. Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrà progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un po’ distanti, è vero, ma è quasi simbolico dell’effettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.

 Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto da una sorta di flusso comunicativo tra il “sotto” e il “sopra”, tra la terra e il cielo.

Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonorità prima soffuse che si fanno poi via via sempre più imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.

ANTICHISSIME ARATURE

E  ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, così simboliche, così presenti… chissà con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono l’Emilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.

Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti ad un gesto antico: l’aratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto. Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai. La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.

Ma questa non è un’aratura qualsiasiQui l’agricoltura si fa rito, si fa preghiera.

La terra solcata viene invocata affinché sia nutrice di genti eroiche e di una solida stirpe di guerrieri. Quegli stessi solchi non restituiranno però dei semi, ma denti umani, perlopiù incisivi. Quella terra doveva dare il cibo a uomini forti e valorosi. In questo gesto, che a noi può apparire tanto insolito, riemerge il mito di quel gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida del prode Giasone, intraprese l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo.

Un viaggio che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro. Gli Argonauti, i marinai che fecero l’impresa. Giasone chiese il vello d’oro al re Eeta, il quale acconsentì a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo. Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati. Le antiche leggende parlano di draghi; qui si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.

Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!

10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudono oltre 6000 anni di storia dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi è gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore. Qui l’aratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di un’azione agricola apparentemente semplice come quella dell’arare.

Significa delimitare una porzione di terreno per farla in qualche modo “propria”. Significa incidere la Madre Terra affinché accolga quei semi da cui dovrà nascere una nuova realtà, in termini di raccolto così come in termini di insediamento. La portata sociale e religiosa di questo gesto è incredibile; si perde nella notte dei tempi e attraversa le epoche. Un gesto anticamente “nuovo”, NEOlitico, e per questo profondamente rivoluzionario; l’uomo da nomade cacciatore-raccoglitore si è stabilizzato e ha imparato a coltivare e ad addomesticare. Un cambiamento epocale! E quella terra era ed è SACRA. Terra da invocare, pregare, venerare… affinché sia benevola e non “matrigna”. Una terra che più MADRE non si potrebbe! E, perciò, sacra!

I “POZZI”. OFFERTE NEL SOTTOSUOLO

E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrare una serie di grandi fosse (o pozzi) che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profondità. 

Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavità, ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano di un paesaggio agrario remoto e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili. 

Probabilmente offerte alle divinità della terra: divinità ctonie e feconde. Quegli dei che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.

A ben pensarci è lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dell’Oltretomba.

Due dee che ben rappresentano il ciclo della natura: 6 mesi di sonno, di morte apparente (autunno ed inverno); 6 mesi di fioriture e raccolti (primavera ed estate). Ecco perché anche le forze divine nascoste nel sottosuolo andavano invocate e blandite affinché fossero benigne.

ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerà anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.

Saint-Martin-de-Corléans: un luogo davvero particolare, dove vita e morte dialogano e si rincorrono fin quasi a sovrapporsi. Seguiteci, il nostro viaggio non è ancora finito…

Stella

MEGALITICA. Viaggio alle origini

Metti una passeggiata ad Aosta. Ma non una passeggiata qualsiasi. Una di quelle che ti portano a scoprire la città, la sua anima, ma soprattutto la sua storia. Una storia che qui si fa plurimillenaria. Lasciatevi dunque alle spalle la rassicurante cortina muraria di epoca romana. Lasciate la monumentale Augusta Praetoria e avventuratevi verso ovest. Attraverserete zone forse ancora poco note della città; i quartieri delle caserme, quelli residenziali, quelli più popolari. Arriverete così a Saint-Martin-de-Corléans. Nucleo del quartiere la graziosa chiesetta romanica dedicata a San Martino. Al di là di un’apparenza forse poco accattivante, è questo un luogo davvero straordinario, dove leggenda, storia e credenze popolari si mescolano e si sovrappongono tra sacro e profano, a cavallo tra mondo pagano e mondo cristiano.

SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS. UN QUARTIERE DAL NOME INTERESSANTE

Il nome stesso di questo quartiere ci catapulta in questa dimensione strana e disorientante. Perché “de Corléans”? Cosa significa? In primo luogo parrebbe ormai comprovato che “Corléans” sia un prediale di matrice romana, intendendo con “prediale” un nome indicante un lotto di terreno, una proprietà fondiaria. L’origine sarebbe da ricercare in un antico Cordelianum, a sua volta derivante da un presunto Cordelius. Ma non è tutto. Ancestrali echi di lontane leggende riecheggiano in questo nome, collegato alla mitica Cordela, “capitale perduta” del popolo dei Salassi, popolo di cultura celtica residente nelle nostre montagne all’arrivo di Roma. A Cordela e al suo fondatore, ossia Cordelo, figlio di Statielo, seguace di Ercole. 

Gorlach, the legend of Cordelia

Miti di viaggio, di lunghi spostamenti, di migrazioni di popoli provenienti dall’Asia Minore. In fin dei conti un po’ di verità c’è. E lo vedremo.Scriveva Silio Italico, politico e poeta romano del I sec. d.C.:“Ercole affrontò le vette inviolate: Fu il primo. Gli dei vedono stupitiCome fende nubi, fracassa alture,Doma possente rupi mai battute“.Vagava, il semidio, da Oriente a Occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti.

VIAGGIO ALLE ORIGINI

I miti si intrecciano in queste origini leggendarie di Aosta, alla cui base però si rileva come fosse comunque nota una presenza antica, misteriosa, difficilmente descrivibile altrimenti. Probabilmente si sapeva che in questa zona la Storia aveva lasciato testimonianze particolari, le cui origini e le cui motivazioni affondavano in un’epoca “perduta”, troppo lontana nei secoli e nei millenni perché si riuscisse a meglio contestualizzarla. Ma, col XX secolo, in un modo del tutto fortuito, sarebbero stati gli archeologi a svelare la reale identità di questo enigmatico luogo.

Ci troviamo, infatti, al cospetto dell’area megalitica, unico e prezioso scrigno di testimonianze archeologiche risalenti fino all’epoca Neolitica (V millennio a.C.). Un’area composta da un sito archeologico pluristratificato le cui testimonianze vanno dalla Preistoria al Medioevo passando, come nel miglior manuale di Storia, attraverso le Età del Rame, del Bronzo, del Ferro fino a tutta l’epoca romana, l’età tardoantica e altomedievale. Un Parco archeologico all’avanguardia che ha aperto definitivamente i battenti il 24 giugno 2016 e che, senza alcun dubbio, merita una visita! 

Un’area estremamente suggestiva e densa di storia, dove cielo e terra, uomini e dei, dialogano sin dalla notte dei tempi. Un grande, straordinario, santuario preistoricodove funzioni cultuali e funerarie si sono avvicendate e trasformate nei secoli fino all’utilizzo dell’area a fini non solo sepolcrali ma anche agricoli in epoca romana, per poi approdare (nuovamente) al contatto col divino nell’Alto Medioevo attraverso l’emblematica figura di San Martino.

Un santo scelto a ragion veduta. Martino era un soldato, nato nel 316 d.C. nell’antica Pannonia (l’attuale Ungheria) e di cui proprio nel 2016 la Chiesa ha celebrato i 1700 anni dalla nascita. Prima al servizio dell’esercito di Roma, e poi al servizio di Dio. Un santo-soldato, poi divenuto monaco esorcista e infine vescovo, che vigila e presidia: ecco perché, nella stragrande maggioranza dei casi, lo si ritrova lungo le mura delle città, in corrispondenza di castelli strategici oppure in prossimità di importanti e frequentati assi viari. Inoltre ci troviamo in un luogo dove le tracce del paganesimo erano profondamente radicate e testimoniate da eloquenti indizi probabilmente ancora noti o comunque percepiti o percepibili in epoca tardoantica. Occorreva pertanto eradicare queste antiche credenze, i cui strascichi probabilmente si protraevano nel tempo e nella società “spaventata” dalle angosce della fine dell’Impero romano. Occorreva esorcizzare luoghi del genere richiamando la forza e l’attrattività di un santo così amato dal popolo quale era, appunto, San Martino di Tours, l’apostolo delle Gallie.

L’AREA MEGALITICA

Ma non indugiamo oltre ed entriamo, varcando la soglia di questo complesso esteriormente così moderno e avveniristico che, con gli anni, diventerà un importante centro non solo museale, ma di studio e ricerca dedicato alla Preistoria alpina, un settore ancora poco conosciuto e dalle frontiere ancora in buona parte inesplorate.

L’avvicinamento al sito avviene scendendo lungo una rampa dove gli intrecci delle travi in acciaio con le strategiche aperture vetrate consentono di vivere l’azione stessa dello scendere. In una scenografia che sa quasi di archeologia industriale, si vede chiaramente che si sta “bucando” il terreno circostante e si sta andando in un luogo sotterraneo; la cappella si fa più alta e più lontana. L’Aosta dell’oggi sta lasciando il posto all’Aosta “perduta”, a quell’area senza nome avvolta dal torpore dei millenni, l’area “dalle grandi pietre”, l’area megalitica.

Sembra quasi di essere su un’astronave, in viaggio al di là del tempo e dello spazio alla ricerca di mondi solo apparentemente perduti. E non a caso era il 1969 quando questo sito venne scoperto. Giugno 1969. Un mese prima che l’uomo mettesse piede per la prima volta sulla Luna. E, davvero, percorrere questa rampa del tempo per raggiungere un luogo così insolito ed inaspettato, può per molti aspetti essere paragonato al mettere piede su un altro pianeta!

E in effetti, la stessa impressione si può avere sin dall’esterno. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.

La rampa continua la sua discesa, le luci progressivamente si affievoliscono e ci si ritrova a 6 metri sotto terra. I colori scuri aiutano la percezione di un sottosuolo al confine con una dimensione “altra”. Bisogna prepararsi ad un salto cronologico importante.

All’ improvviso ci si ritrova in uno spazio immenso. Ci si sente piccoli piccoli in questa sorta di lunare vastità. Ci si potrebbe anche chiedere dove si è e, soprattutto, cosa si debba guardare. Le luci cambiano e sfumano; dal buio quasi totale ad un chiarore freddo, fino ad una luminosità dorata e diffusa, per poi passare ad una calda tonalità aranciata che, virando sul violetto e poi sul blu, riporta di nuovo la notte. 

E’ il susseguirsi dei giorni e delle notti, delle albe e dei tramonti, delle lune e delle costellazioni che nei millenni hanno visto la nascita, lo sviluppo, gli utilizzi e i cambiamenti di quest’area straordinaria. Un’area in origine pensata e costruita a contatto diretto col paesaggio e col cielo, ma che oggi, inserita com’è nel tessuto urbano e dotata di un deposito archeologico tanto corposo quanto fragile e vulnerabile, ha necessitato una copertura. Non ci sono solo “pietre”, c’è molto di più! E’ il più grande sito megalitico coperto d’Europa!

Stella

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Area Megalitica di Aosta. Preistoria da fashion week. Il glamour senza tempo delle stele “dalle spalle larghe”

Pochi giorni fa, il 25 febbraio, si è conclusa la sempre attesa e super seguita Milano Fashion Week.

Non sono certo una fashion-blogger, ma la moda mi ha sempre interessato molto. Sono curiosa delle tendenze, delle diverse declinazioni che l’abbigliarsi assume nel tempo e nello spazio.

Sarà che nei miei variegati trascorsi ci sono anche studi di canto lirico nel cui ambito ho approfondito la storia del costume…

Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società, una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.

Da brava archeologa mi è sempre piaciuto moltissimo studiare i cambiamenti di foggia d’abito o di acconciatura che sempre hanno contraddistinto non solo epoche ben precise, ma connotato socio-culturalmente uomini, personaggi, siano essi stati capi, guerrieri, sciamani e sacerdoti.

I mutamenti nelle acconciature delle primedonne dell’antica Roma, ad esempio, aiutano ad individuare un’epoca: dal sobrio ciuffo rigonfio tirato sulla fronte alla moda di Livia, moglie di Augusto,

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fino alle complesse, direi barocche, acconciature ridondanti di riccioli, boccoli e “extensions” dell’epoca flavia,

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fino alle pettinature “a melone” del III secolo d.C. sdoganate dall’imperatrice Giulia Domna, una vera “influencer” del suo tempo!

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Eh già, regine, principesse e star non lanciano tendenze solo oggi, ma da sempre.. pensiamo all’inimitabile Cleopatra, non bellissima ma super affascinante e magnetica erede della dinastia tolemaica, indiscussa ammaliatrice di uomini … e che uomini!

Cleopatra

Dopotutto l’ultima sovrana d’Egitto è glam ancora oggi; potrebbe essere benissimo una “it-girl” da milioni di followers su Instagram!

O, procedendo nel tempo, alle mode lanciate da donne di potere come Caterina de’ Medici che vestiva sempre di nero e, cosa assolutamente nuovissima, indossava lingerie! Per non parlare dei profumi, altra sua passione insieme al gelato e… ai veleni!

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Oppure come non pensare alla grande Elisabetta I d’Inghilterra, una vera trend-setter del XVI secolo! Le sarebbe servita non una cabina, ma una villa armadio se pensate che, si dice, possedesse almeno 2000 guanti!  La sua moda era così scandalosa in termini di volumi e stravaganza che solo lei, la regina, poteva permettersi di indossarli.

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Dopo le sue apparizioni le sue dame iniziavano a copiare i suoi abiti, utilizzando però materiali meno preziosi. Un pò quello che accade oggi: guardando le Fashion Weeks ci innamoriamo di un capo, e non potendocelo permettere, lo cerchiamo nella grande distribuzione o sulle bancarelle del mercato. Ma questa è tendenza! E anche questo parla di noi che ci rifacciamo ad un look per poi reinterpretarlo e adattarcelo su misura.

Ma veniamo all’oggetto protagonista di questo mio post: l’Area Megalitica di Aosta!

Non voglio qui dilungarmi su questo sito straordinario, inaugurato nel 2016 dopo oltre 40 anni di scavi e ricerche. Scoperto fortuitamente nell’estate del 1969, guarda caso un mese prima che l’uomo mettesse piede sulla Luna e, in Valle d’Aosta, una coppia di archeologi atterrava sull’inatteso pianeta delle grandi pietre! Ecco, anni ’60-’70: e già questo lo rende squisitamente, irresistibilmente vintage!

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica Saint-Martin-de-Corléans Aosta (foto Enrico Romanzi)-9537

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Non insisterò sul fatto che si tratta dell’area megalitica coperta più vasta d’Europa (oggi sono visitabili 10.000 mq ma al termine dei lavori l’intera area si estenderà su qualcosa come 18.000 mq!), oltretutto in pieno contesto urbano: uno urban style dove un’Antichità senza tempo strizza l’occhio al futuribile contemporaneo.

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Ma riallacciandomi a quanto visto sfilare alla FashionWeek 2019, vorrei attirare la vostra attenzione su quanto siano trendy le misteriose statue-stele dal profilo umani risalenti al III millennio a.C.!

Ci hanno detto che nella stagione “fall-winter 2019” torneranno le giacche over-size con le spalline imbottite e vagamente a punta che conoscevamo nei ruggenti anni ’80.

giacche anni 80

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Ebbene, senza ombra di dubbio le nostre stele antropomorfe hanno le spalle larghe con quella nitida forma trapezoidale intrisa di severo distacco.

VALLE D'AOSTA-Stele area megalitica Saint-Martin-de-Corléans Aosta (foto Enrico Romanzi)-9598 (1)

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Abbiamo visto strizzare l’occhio a pellicce sempre sovradimensionate, spesso create a patchwork con ritagli diversi o comunque ispirate ad indumenti antichi, quasi dei capispalla preistorici che non avrebbero sfigurato indosso a Ötzi e compagni. E se fino all’anno scorso i colori erano super sgargianti, quest’anno c’è il ritorno del naturale: dalla sabbia al cammello fino ai marroni più scuri.

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Ecco, anche per le nostre statue stele gli studiosi non escludono la raffigurazione di dettagli lavorati che in origine potevano essere proprio di pelliccia, magari lavorate a check o a triangoli.

Ci hanno detto che molti stilisti o fashion designer hanno riproposto lo stile optical con abiti profusi di quadretti, righe e triangoli.

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Ebbene, osservate con attenzione alcune delle nostre stele e noterete la presenza di abiti ed ornamenti decorati proprio con questo stile!

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Una curiosità in più: stando agli studi più recenti, parrebbe che i quadretti siano esclusivo appannaggio delle stele maschili!

E anche sotto questo aspetto le nostre statue stele sono di moda: non presentano, infatti, peculiarità specifiche che distinguono al primo sguardo i personaggi maschili da quelli femminili. I caratteri spiccatamente sessuali risultano annullati. Maschio e femmina appaiono quasi sovrapponibili se non fosse per alcuni dettagli legati agli abiti o, ancor di più, agli accessori (armi, gioielli, borselli…)!

Abbiamo poi notato come si sia confermata la tendenza dell’unibrow, cioé del monosopracciglio, folto e apparentemente non curato alla moda di Frida Kahlo.

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Beh, osservate, laddove ancora riconoscibili, i volti definiti “a T” delle nostre stele… eh?!

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Una caratteristica ulteriormente accentuata e talvolta esasperata da un make-up geometrico che va a scolpire letteralmente la zona occhi conferendole un fascino insolito, tra lo statuario e il robotico!

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Un dialogo-contrasto, quello tra l’Antico e il Contemporaneo che nell’arte preistorica trovo che si sublimi raggiungendo un linguaggio essenziale, muto ma pervasivo, sottile ma potente.

L’enigma delle statue-stele dell’Area megalitica di Aosta. Divinità? Capi tribù? Guerrieri? Sciamani? Difficile a dirsi ma sprigionanti un fascino magnetico capace di ipnotizzare superando le barriere del tempo e dello spazio.

Stella

L’Aosta che ti manca. Emozioni dietro l’angolo

Quante passeggiate con la mia piccola ultimamente… Mattina e pomeriggio si esce alla scoperta di nuovi angoli della nostra città. Cerchiamo spazi di luce, di verde, di tranquillità. Luoghi dove, pur essendo in centro città, poter vivere la sensazione di trovarci in aperta campagna o quasi. E non è facile… neppure ad Aosta, città tormentata da innumerevoli cantieri… polvere, rumori, betoniere, trincee, trapani, martelli pneumatici e non… insomma, bene che vi sia tanto lavoro e tanto da fare, ma passeggiare in tranquillità senza dover per forza andare chissà dove non è cosa semplice!

Alla fine abbiamo individuato un nostro percorso preferenziale, luoghi dove torniamo e ritorniamo ogni giorno perché ci fanno stare bene. Ecco quindi che, dopo averne parlato (Costanza ed io), abbiamo deciso di condividere con i nostri amici del blog queste nostre passeggiate… magari possono fornire spunti per una visita della città diversa dal solito…

Cominciamo dall’Arco d’Augusto, zona in questo periodo più movimentata della Stazione Centrale di Milano per via delle tantissime gite scolastiche che animano il nostro capoluogo. Ci infiliamo subito nella viuzza che porta alla scuola dell’infanzia e, da lì, imbocchiamo il vicolo dell’Antica Vetreria da poco assai ben ristrutturata.

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Svoltiamo l’angolo, pochi passi sul marciapiede di Viale Chabod cercando di focalizzarci sul corso del Buthier ignorando le auto; subito inforchiamo la strada sulla sinistra: Via Guido Rey si insinua, invitante, tra porzioni superstiti di prati, giardini cinti da alte siepi, casette dai colori vivaci e, sempre come sottofondo, il rasserenante rumore dell’acqua, la voce dei rus di campagna. E come quinta scenografica a nord, lui, il maestoso Grand Combin di elvetico accento.

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Sulla destra l’ampia distesa verde fa da “green carpet” all’inconfondibile campanile di Sant’Orso. Lo sguardo corre e si perde cercando non si sa bene cosa lungo le pareti nord della “materna” Becca di Nona e del superbo Emilius, dal profilo secco, quasi himalayano. Una sorta di coppia di coniugi.

18664218_757649131074886_4222925085821607962_nLui più alto, secco, severo seppur, in fondo, buono di animo. Lei, più piccina (ma non troppo)… dipende da come li guardi (e spesso è così anche nelle coppie “umane”!), dai fianchi larghi e dal seno prosperoso. Emilius e Becca, quasi fossero gli antenati, i rocciosi genitori di questa piana verdeggiante solcata dal nastro della Baltea Dora.

Sulla destra ad un certo punto si apre un cancello e, come un giardino segreto, ecco l’antico Cimitero del Borgo di Sant’Orso, amorevolmente curato dai Volontari locali.

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Uno scrigno di storia, di ricordi, di famiglie, di volti ormai lontani ma di anime ancora presenti che, se presti attenzione, sentirai quasi sussurrare tra i cipressi.

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Proseguiamo lungo via Guido Rey e, in fondo, ecco comparire la sagoma imponente e squadrata della Torre dei Balivi… ogni volta mi percorre un brivido, un’emozione che nonostante tutto non riesce ad affievolirsi. Quella torre ha nascosto un grande segreto per secoli; un segreto poi finalmente svelato in quella pallida giornata di febbraio; un segreto faticosamente interpretato e altrettanto faticosamente veicolato. Un segreto che, purtroppo, al momento giace nuovamente sepolto, ignorato. Ma la forza di questo luogo è immensa; a me è sempre parso che quella torre, al di là della sua pluristratificata identità storica, sia come una grande antenna di comunicazione tra passato e presente, tra cielo e terra, tra divino ed umano… e questo gli antichi àuguri lo sapevano benissimo!

E pensare a quando passavo di qui ai tempi delle superiori: “i Balivi” erano le prigioni di Aosta! Le mura nere, sporche… quelle finestrelle tristi, come orbite vuote, nere e con plurime sbarre, quasi fossero fitte ciglia di ferro! A volte vedevi penzolare calzini, mutande, magliette stese dai carcerati ad asciugare… ed oggi, invece, eccola lì la Torre dei Balivi: risplende illuminata dal sole in tutto il suo dorato splendore e, con lei, evade in musica l’intero Conservatorio regionale. Pentagrammi ed armonia han preso il posto dell’angoscia e della desolazione.

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Piccola deviazione: giardinetti di Sant’Orso. Al mattino ancora meglio, meno confusione! Sorvegliati dall’immancabile campanile e dall’elegante torre ottagonale del Priorato ci balocchiamo un pò tra i vari giochini, sostiamo sotto gli alberi, ascoltiamo gli uccellini e i sussurri del vento… Poi, via, si riprende la passeggiata!

Torniamo su via Guido Rey, fiancheggiamo il corpo nord del Conservatorio nato sulle mura di cinta di epoca romana. Passiamo tra queste ultime e il convento di Santa Caterina. Fin da lontano si vede il piccolo campanile romanico della chiesetta delle Suore… una presenza famigliare! Che posto, questo… Costanza, ti rendi conto di dove siamo?!

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Qui, tra la Torre dei Balivi e il Convento nacque Augusta Praetoria. Da qui si cominciò a trainare l’aratro del solco primigenio e qui, guardando verso sud, oltre le mura romane, oltre le mura del convento… sapere che lì, sotto quei meli, riposano i resti dell’Anfiteatro… sì, stiamo “accarezzando” l’antico quartiere romano dedicato agli spettacoli e, da lontano, la facciata del Teatro è lì a ricordarcelo.

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Arriviamo davanti all’ingresso del Convento, sobrio ma prezioso grazie all’elegante affresco tardo quattrocentesco che ne ingentilisce l’ingresso. Ombra, frescura, curiosare di fiori dalle aiuole e dai giardini. La scuola dell’infanzia “Mons. Jourdain” occupa un’altra antica torre romana, “gemella” della Tour du Pailleron (quella vicina alla stazione), chiamata nel Medioevo Tour Perthuis: vi era qui infatti una breccia, un varco, un “pertugio”, appunto, praticato nelle poderosa mura di romana memoria.

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Attraversiamo la strada e imbocchiamo via San Giocondo. Quanto ci piace questa stradella… si fiancheggiano le proprietà vescovili dominate dal grande Seminario Maggiore e dal tozzo campanile di Saint Jacqueme. Guardate con attenzione questo muro di cinta: dopo pochi metri dall’imbocco della via, sulla vostra sinistra, noterete uno stemma: si tratta di una copia, naturalmente, che però vuole richiamare lo stemma originale della Curia vescovile.

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Un tempo lontano questo era un segno importante: chi oltrepassava questo confine entrava automaticamente sotto la protezione del Vescovo.

E’ come un passaggio metaforico, quello tra l’Aosta delle orini, romana e pagana, e l’Aosta cristiana e medievale. L’Aosta del primissimo fonte battesimale di IV secolo d.C., quello le cui tracce permangono all’interno del Criptoportico, quello dove ancora il battesimo veniva impartito per immersione e soltanto nei giorni santi del Triduo pasquale… l’Aosta della prima domus ecclesiae sulle cui mura verrà innalzata la prima cattedrale, quella del secondo fonte battesimale di V secolo d.C.; l’Aosta paleocristiana. Un’Aosta davvero poco conosciuta e che invece meriterebbe maggiore attenzione. Un’Aosta da ritrovare, oltre che nella grande chiesa madre, anche nella chiesa (oggi sconsacrata) di San Lorenzo, quella proprio di fronte a Sant’Orso, le cui sotterranee vestigia archeologiche raccontano di come la fede cristiana si fece largo tra queste montagne, progressivamente sostituendosi, e non senza fatica, ai culti pagani preromani (forse ancora in parte incarnati dal mito di Sant’Orso) e da quelli più ufficiali e patinati del potente Impero di Roma.

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Oltre quelle mura una sorta di piccolo Vaticano fa capolino con alberi di fico di arcaica biblica memoria, di cachi, di mele, pere… vociare di bimbi, intenti a giocare nel campetto dell’oratorio; vociare dall’orto “Din Don” e dai giardini della Cattedrale.

E musica, ancora musica. Spesso le note di un pianoforte o il ritmo delle percussioni ci accolgono in quest’angolo di Aosta dove ha trovato posto la Scuola di Formazione musicale. Al mattino la luce tenue si attorciglia intorno alle alte torri campanarie di Santa Maria Assunta. Al pomeriggio il solleone infiamma la strada creando atmosfere macchiaiole da quadro di Fattori. La sera i toni purpurei del tramonto infiammano le creste dello Chateau Blanc e riverberano il loro fiammeggiare su queste case basse, dalle delicate tinte pastello, strette le une alle altre, soggiogate dalla maestà della grande Cattedrale.

Ad un certo punto svoltiamo a destra e guadagniamo Viale della Pace con le sue infilate di alberi, le siepi, le aiuole. E sempre un allegro vociare di bimbi. E ancora la voce dell’acqua: la Mère des Rives appare e scompare. Torna e se ne va.

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La Mère des Rives, il canale che disegna il confine nord dell’antica città romana e medievale, dopo essersi separata dal Ru de Saint Ours in corrispondenza della Torre dei Balivi, continua il suo viaggio verso ovest, verso la Tour Neuve, antica roccaforte dei De Villa de Turre Nova, vassalli degli Challant, i potenti Visconti di Aosta. Da qui scenderà verso sud, lambendo la zona delle caserme, lì dove un tempo sorgevano mulini ed impianti artigianali; lì, dove ancora prima, trovavano l’eterno riposo gli abitanti di Aosta romana e tardoantica… fino a perdersi verso sud gettandosi nell’azzurro corso della Dora.

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E svoltiamo ancora verso sinistra, alla volta di via Martinet, un tempo Rue du Grand Saint Bernard. Una via un pò defilata, un pò dimenticata… ma che ha tanto da dire, da raccontare.

Qui usciva, dopo aver superato la monumentale Porta Principalis Sinistra (i cui resti si possono vedere nei sotterranei del vicino Museo Archeologico di piazza Roncas) l’antico Kardo Maximus diretto a nord, pronto ad attaccare la ripida rampa che segnava l’inizio del viaggio verso il Summus Poeninus.

Da qui partiva la storica corsa “Aosta-Gran San Bernardo”, vero e proprio momento di aggregazione sociale, fenomeno di costume, evento amato e seguito dagli abitanti di Aosta e non solo, dagli appassionati di auto e corse, ma non solo. Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio così, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita, fra il 1920 e il 1957, ad una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale; una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario del Campionato europeo della Montagna.

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’eredità di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito,corrono e rimbombano i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

E non vogliono dimenticare i commercianti di Via Martinet e piazza Roncas che si impegnano in ogni modo per vivacizzare questa strada così densa di storia e per convincere aostani e turisti che il centro storico non finisce in Croce di Città ma prosegue in piazza Roncas e ancora oltre, in questa via ombreggiata, protetta da Santo Stefano, dove lo spirito del Gran San Bernardo prova a farsi percepire, un pò nelle vetrine della Fondation Barry, dedicata ai cani che di questo santo portano (con onore) il nome, e un pò in quel lontano ruggire di motori che, poco oltre, tanta polvere e tanto tifo hanno sollevato.

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Già, perché per trovare la linea di partenza bisogna arrivare alla fine di via Martinet, superare l’incrocio con Corso XXVI febbraio e proseguire in Viale Ginevra. Lì, proprio lì, dove fino alla metà del Novecento, sorgeva l’altro cimitero storico di Aosta, anch’esso cinto da mura e annunciato dalla perduta cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran, si accalcava la folla degli appassionati e dei curiosi.

Chi avrebbe mai potuto immaginare all’epoca che, sotto quel cimitero moderno, ce ne fosse un altro ben più remoto che affondava le sue radici addirittura nella lontana Età del Ferro e che custodiva, al di sotto di una pesante cupola di pietre, le spoglie mortali di un antico principe viaggiatore proveniente da un misterioso nord.

Sono davvero tante le storie e le leggende da raccontare, Costanza… Quel volto che ci osserva da una delle ultime case di Via Martinet è come un silenzioso genius loci.

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Ma ora torniamo indietro. Presto condivideremo coi nostri amici un’altra passeggiata nell’Aosta che ti manca!

Stella

Romana, romanica e oltre. La grande fabbrica della Cattedrale di Aosta

Si vedono da lontano: alti e slanciati i due campanili della Cattedrale di Santa Maria Assunta disegnano l’orizzonte della quasi bimillenaria città di Aosta innalzandosi, arditi, verso il cielo.

Sono un punto di riferimento nel paesaggio urbano cittadino; inconfondibili, indicano il primo luogo di culto cristiano dell’antica Augusta Praetoria quando ormai l’impero di Roma volgeva al tramonto.

I suoi grandiosi e monumentali edifici iniziavano a decadere e a servire come cave di pietra a cielo aperto; il suo fulgido e perfetto impianto urbanistico veniva progressivamente occupato da nuove dimore e costruzioni, certo meno ambiziose, e i suoi dèi, celesti e inferi, cominciavano a dissolversi e ad impallidire davanti al dilagare di nuovi culti salvifici concentrati su singole figure, divine e non: dal più violento e militaresco culto solare di Mitra, fino alla speranza di salvezza e rinascita proclamate e diffuse dal Cristianesimo nascente .

RADICI ROMANE

Siamo nella piazza del Foro, per la precisione sulla terrazza sacra che, in epoca romana, era occupata da due templi gemelli sede del culto ufficiale della colonia: oggi piazza San Giovanni XXIII. Questa terrazza era circondata da un doppio sistema di porticati: uno superiore che fungeva da scenografica cornice alla coppia di templi, ed uno inferiore, seminterrato, nascosto: il criptoportico. E’ quest’ultimo un gioiello, un prezioso cameo del patrimonio archeologico della città: un cuore antico che lascia ogni volta esterrefatti e stupiti per la sua eccezionale monumentalità, per la sua aurea geometria, e per quell’incredibile ed inaspettata infilata prospettica sotterranea, “segreta”, delle sue arcate ribassate in dorato travertino.                                                                                                                             Ed è proprio sull’ala orientale del criptoportico che va ad innestarsi la potente fabbrica della chiesa cattedrale, lì dove, in origine, sorgeva una ricca domus patrizia affacciata sul Foro.

LA DOMUS ECCLESIAE

Una domus che poi, con la metà del IV secolo d.C. e in seguito all’Editto di Costantino, divenne sede della prima comunità cristiana della città: quella che si dice “domus ecclesiae”, “casa dell’assemblea”. A questo edificio si può associare anche un primo fonte battesimale le cui tracce sono visibili all’interno del braccio est del criptoportico: era un’ampia vasca per immersione…e in effetti “battesimo”, parole di origine greca, significa proprio questo. Come Gesù era entrato nel fiume Giordano, così, nei primi tempi cristiani, già in età adulta si entrava nell’acqua fino alla vita.

Prima della fine del IV secolo era nata la diocesi di Aosta. Con essa vide la luce la prima cattedrale: è ormai l’alba del V secolo.

Ma non possiamo abbandonare la tarda Antichità senza un accenno allo splendido dittico eburneo di Onorio. Questa sorta di “libro” d’avorio presenta due valve legate da una cerniera. Su entrambe figura all’incirca la medesima rappresentazione:  l’imperatore Onorio (395-423 d.C.) viene raffigurato in piedi sotto un arco, armato secondo lo stile classico, tipico della simbologia del potere consolare tardoantico. Indossa la tunica corta con il motivo del gorgoneion sul petto, il paludamentum che ricade sulla spalla sinistra, la cintura, la spada, i calzari ornati da teste e zampe leonine, la lancia e lo scudo posato a terra. Nella valva sinistra, invece, viene rappresentato appoggiato al labarum, sul quale è appesa una bandiera che riporta l’iscrizione «In nomine Chri(sti) vincas semper», con il globo nella mano sinistra reggente una Vittoria che gli porge una corona con la destra e tiene nell’altra mano una palma.

Ma se Onorio è protagonista della raffigurazione, il console Anicio Petronio Probo ne era il proprietario (406 d.C.) che decise di celebrare la propria investitura al Consolato d’Oriente attraverso questo raffinatissimo dittico, ora custodito nel bel Museo del Tesoro della Cattedrale.

LA FABBRICA DI ANSELMO

Poche le trasformazioni occorse nell’Alto Medioevo. Una figura però troneggia con la sua autorità e la sua immensa cultura: il vescovo Anselmo, che resse la diocesi tra il 994 e il 1026. Con lui la Cattedrale si ampliò e si arricchì enormemente. Pianta basilicale, 3 navate, 8 campate e un’altezza interna che andava dai 9 ai 15 metri. Non c’erano volte, ma capriate di legno che sostenevano il tetto. Sotto il coro, una magnifica cripta, densa di suggestione.

Ma ora saliamo dal sottosuolo fino al sottotetto. E’ qui che si cela un importante tesoro: un ciclo di affreschi, rinvenuto dagli studiosi nel 1979, che rappresenta una delle più importanti testimonianze della cultura pittorica e figurativa degli anni intorno al Mille. Una committenza raffinata e colta; maestranze di altissimo livello. Siamo alla metà dell’XI secolo e questo atelier di pittori è attivo sia qui che nel sottotetto di Sant’Orso. Naturalmente quello che oggi corrisponde al sottotetto, all’epoca era assolutamente a vista; dobbiamo quindi immaginarci una cattedrale molto più alta di quella attuale, coronata da un soffitto di solide capriate lignee.

PREZIOSI AFFRESCHI E…NON SOLO

Gli affreschi visibili in Cattedrale si sviluppano nella parte alta delle pareti laterali della navata centrale romanica. Si va dagli “Antenati di Cristo” ai Vescovi di Aosta”; dalle “Storie di Sant’Eustachio”, soldato romano poi convertitosi e martirizzato, fino alle “Storie di Mosè”. La visita consente di riscoprire una parte della chiesa oggi non più visibile perché occultata dal ribassamento del soffitto; visite guidate conducono alla scoperta di questo prezioso ciclo iconografico che fa di Aosta uno dei massimi centri di arte Ottoniana in Europa.

Sempre nel corso dell’XI secolo si procedette alla costruzione di un’abside occidentale al di sopra del criptoportico affiancata da una coppia di campanili; i resti affrescati dell’originario arco trionfale sono anch’essi visibili nel sottotetto.

Doveva essere una chiesa semplicemente grandiosa, imponente, con le 4 torri campanarie, e i suoi due catini absidali (uno, ad est, intitolato alla Vergine e l’altro, a ovest, oggi scomparso, dedicato a San Giovanni Battista). Nel presbiterio si conserva parte del raffinato pavimento musivo del XII secolo; di eccezionale qualità  la raffigurazione dell’Anno circondato dai Mesi con, ai quattro angoli, le raffigurazioni dei Fiumi del Paradiso. Si nota l’espressività delle figure, la vivacità dei colori, la tecnica, chiaramente mutuata dall’arte musiva romana, ma qui reinterpretata con tutto il sapore dell’immaginifico medievale e cristiano. Più a est ancora un mosaico, generalmente ritenuto di un secolo più tardo, dominato però dai bestiarii medievali, da tutto quel repertorio immaginario e fantastico che popolava le conoscenze, le credenze e spesso le paure dell’uomo medievale. Uno schema geometrico composto da un quadrato che racchiude un cerchio suddiviso in spicchi, e a seguire un altro cerchio, un altro quadrato ed infine un cerchio ancora. All’interno dominano le rappresentazioni di quattro animali chiaramente ibridi, ossia frutto della fusione di animali viventi in ambienti ed elementi tra loro assai diversi. All’esterno del quadrato altre bestie “strane”: una chimera, un unicorno, un grifo ed un orso. Ancora più all’esterno il Tigri e l’Eufrate, fiumi della culla di ogni civiltà e due dei fiumi del Paradiso. Si riconoscono infine con certezza in quanto corredati da didascalie, un elefante (l’Africa?) ed una Chimera analoga alla nota statua rinvenuta ad Arezzo e, quindi, di indiscutibile matrice etrusco-orientalizzante.

Un rebus, un inganno, un dedalo? Cornici apparentemente ordinate che racchiudono una fantasia in cui retaggi del mondo classico di mescolano ad invenzioni medievali.

Insolito e particolare l’accesso principale posto al centro della navata sud e ancora oggi esistente ed utilizzato. E sempre di epoca romanica era il chiostro presente sul lato nord, ma in seguito sostituito da quello tardo-gotico ancora oggi fruibile.

Una Cattedrale medioevale semplicemente monumentale che coniugava modelli transalpini e carolingi al più autentico stile romanico di tradizione italica. Una Chiesa, quindi, che già evocava e riassumeva l’identità culturale di questa piccola ma focale regione ritagliata nel cuore stesso delle più alte vette alpine.

Vi do appuntamento ad un prossimo post per approfondire fasi successive ed ulteriori aspetti della chiesa “madre” della diocesi augustana.

Stella

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