#OltreConfine fino a Petra, splendida capitale dei misteriosi Nabatei

Oggi #OltreConfine si spinge davvero “oltre”! Si va oltre il Mediterraneo per raccontarvi un viaggio straordinario in un luogo avvolto dalla magia che si rivela piano piano, dischiudendosi tra sabbie dorate e rocce dalle incredibili sfumature. Oggi si va in Giordania!

Arrivo a Wadi Mousa sotto un cielo di sabbia: il Ghibli, vento del deserto, imperversa sulle case e riempie le strade tingendo tutto di ocra gialla. Sono in Giordania.

Wadi Mousa (S. Bertarione)
Wadi Mousa (S. Bertarione)

La mattina seguente tutto brilla sotto un sole già alto alle prime ore del mattino; un’aria chiara e tiepida fa presagire il calore della giornata. Si va a Petra. La mitica Petra, città carovaniera, svelata al mondo dall’esploratore anglo-svizzero  Johann Burckhardt nel 1812 in occasione di un viaggio da Damasco al Cairo. Gli dissero che quelle montagne erano impenetrabili e molto pericolose e, proprio per questo, lui ci volle entrare.

Si travestì da mercante musulmano forte della sua conoscenza dell’arabo. Spiegò che doveva assolvere ad un voto fatto ad Allah e riuscì a conquistare la fiducia delle genti beduine che abitavano nelle antiche cavità nabatee.

L’autobus ci lascia in un ampio parcheggio reso abbagliante dalla luce; da lì ci si incammina, tutti in fila. E’ strano: c’è gente, è vero, ma sembra di essere soli. Forse perché la fantasia inizia a lavorare in maniera sempre più incalzante astraendoti dalla realtà …

Petra dalle Tombe reali
Petra dalle Tombe reali

Sei alle porte di un deserto; un deserto insolito, un deserto di roccia, dove luci accecanti si alternano a vere e proprie gallerie d’ombra.

Un deserto cangiante dove il millenario lavorare di acque, terra e vento ha letteralmente dipinto il paesaggio con incredibili nuances di rosa, arancio, rosso e violetto, talvolta striati di giallo, di bianco o di un viola talmente intenso da assomigliare al blu indaco.

Come in un onice. I colori del deserto giordano
Come in un onice. I colori del deserto giordano

Il sentiero si inoltra nella valle fino ad insinuarsi in una sorta di corridoio dalle alte pareti rocciose, un corridoio che si fa sempre più stretto e scuro: è il Siq!

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Si tratta di una vera e propria via d’accesso alla mitica Petra, misteriosa città dei Nabatei, ricco popolo di queste terre. Un popolo di intraprendenti commercianti e di coraggiosi guerrieri.

I resti di un attacco d’arco lasciano immaginare l’antica (e scomparsa) porta d’accesso del Siq. In basso ancora ben riconoscibile il canale di scorrimento delle acque che riforniva la città.

E la strada pare scendere ed insinuarsi sempre di più nel ventre di roccia di un deserto avvolgente e palpitante. Poi, nell’ombra, tutti incanalati in un passaggio davvero angusto, una fessura di luce appare in lontananza.

Una breccia lascia intravedere uno spicchio di facciata architettonica completamente permeata di luce arancione..o meglio, di una luce che varia a seconda delle ore del giorno. Dal tenue rosa dell’alba, all’arancio carico del mezzogiorno fino al porpora infuocato del tramonto. E’ El Khasneh al Faroun. Il Tesoro del Faraone.

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Vera icona di Petra questo monumento, voluto dal sovrano nabateo Areta III (I secolo a.C.), colpisce e stordisce per la sua quasi inspiegabile meraviglia. Scolpita nella parete rocciosa, solida ma facile da lavorare, quest’imponente architettura si erge in tutta la sua maestà: una scalinata consente di raggiungere una terrazza da cui partono sei colonne corinzie. Ai lati le figure dei Dioscuri. In alto, al centro, troneggia un elegante frontone decorato da raffinati ed esili girali vegetali alternati a kantharoi (vasi da simposio). Quindi una sorta di semi-attico decorato a rosette sorregge un secondo livello colonnato dove la creatività e l’eclettismo architettonico toccano vertici inimmaginabili. Al centro una pseudo- tholos (tempietto circolare)cieca scandita da colonne, sempre corinzie tra le quali risaltano (seppur molto danneggiate) delle figure umane interpretabili come divinità. Quella in facciata pare reggere una cornucopia e connotarsi, quindi, come dea dell’abbondanza. Ai lati della tholos, sul fondo, emergono i profili di due figure divine alate. In primo piano, invece, due porzioni di colonnato cieco decorate, forse, da trofei d’armi, sorreggono un timpano spezzato. Il tutto decorato sempre da motivi vegetali e dentelli. Una sovrabbondante ma ben studiata ricchezza decorativa densa di significato.

Petra. El Khasneh al tramonto (S. Bertarione)
Petra. El Khasneh al tramonto (S. Bertarione)

Tempio? Tomba? Monumento celebrativo? Cenotafio? Le ipotesi sono ancora aperte affollandosi, sostituendosi e contraddicendosi continuamente.

Ma Petra non finisce qui. Petra era una città…immensa! Le tombe punteggiano quasi interamente le pareti rocciose intorno alla via principale…ritagliate e scolpite quasi cercando volutamente un’armonia con le onde colorate delle rocce. E poi il grande teatro con l’ampia cavea ricavata nel grembo della montagna. E poi ancora i resti svettanti del cosiddetto “Tempio di Dushara” importante dio nabateo della montagna, poi ribattezzato dai beduini “Qasr-al-Bint-Faroun”, “il palazzo della figlia del faraone”. IUn edificio importante anche perché uno dei pochissimi costruiti e non scavati nella roccia. In cima all’arcone d’accesso un sottile filo di conci lapidei disegna ancora l’arcata originaria meravigliando per come possano resistere così apparentemente sospesi, fragili…

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E poi sù… sù per l’impervio e assolato sentiero fino a El Deir, il Monastero: un’altra incredibile tomba “sorella” del Tesoro, simile per impostazione ma ben più sobria nel decoro.

Petra. El Deir, il Monastero (S. Bertarione)
Petra. El Deir, il Monastero (S. Bertarione)

Tutti cercano di indurti a salire a dorso di mulo, ma meglio usare le proprie gambe e risparmiare l’inutile fatica a quelle povere bestiole..tutte decisamente sottopeso oltretutto!

Un sito che è stato abitato fino a non tantissimi anni fa… e che ancora oggi vede qua e là gruppi di nomadi venditori di souvenirs.

Si possono riuscire a scattare foto davvero suggestive..anche immortalando una dolcissima bimba beduina che gioca,

Petra. Bimba beduina
Petra. Bimba beduina

o quasi ipnotizzati dal profilo senza tempo di un uomo figlio di queste sabbie, avvolto in candide vesti, mentre scruta un orizzonte lontano… un orizzonte dove, forse, ancora si odono le voci dei principi nabatei.

Petra. Profili senza tempo
Petra. Profili senza tempo

Stella

UNICORNI … MUST HAVE! E mai più senza!

Allora, alzi la mano chi, negli ultimi 4 anni almeno, non ha avuto modo di incrociare da qualche parte o sotto qualunque forma, un UNICORNO! E vogliamo non parlarne proprio oggi, 9 aprile? Oggi: UNICORN DAY!

Allora, io sono classe 1975! Negli anni ’80 anch’io caddi vittima della “Mio Mini Pony-Mania” (ne avevo circa una dozzina…). Una moda che si indica come la base del grande, globale revival fanta-equino sfociata nell’ “UnicornoMania“.

Dai più abituali pupazzi di peluche all’abbigliamento.

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Dalla cartoleria ai bijoux, passando da scarpe, accessori, tazze, piatti, biancheria varia, complementi d’arredo… fino ad una casa vera e propria completamente dedicata al mitico animale! E’ la Unicorn House in centro a Milano, inaugurata per la Design Week 2019!

Unicorn House-Milano
Unicorn House-Milano

Calamite, gadgets di ogni forma, materiale e dimensione… per continuare con giochi impensabili ispirati alla bava di questa creatura; il così tanto amato SLIME (!!!), chiaramente brillantinoso, glitterato, iridescente e profumato!

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Una “Unicorn-Mania” incontenibile, esplosa anche nel look con acconciature e tinte per capelli (e barbe) di sicuro effetto!

unicorn-myonebeautifulthing
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Il make-up? Da vera Lady Unicorn on the rainbow! Un trionfo di toni pastello, iridescenze, sapienti sfumature, glitter e decorazioni “a tema”.

Mia figlia “grande” ha 4 anni e mezzo: nutre un’autentica passione, peraltro condivisa con molte amichette, per questi favolosi equini dal magico corno! Le lenzuola, il cuscino, un paio di vestitini, il lucidalabbra, il sapone, le mollette per capelli e, immancabile, il vestito da principessa Unicorno tutto tulle, colori pastello, stelline luccicose e paillettes!

E del cibo? Vogliamo parlare del tanto trendy (ma, a parer mio, stucchevolissimo) “unicorn FOOD”?!

Unicorn cake (nerdy nummies)
Unicorn cake (nerdy nummies)

Torte arcobaleno con orecchie e corno a vite in pasta di zucchero multicolore. Dolcetti, biscotti, cioccolatini, fino ai macarons unicornizzati!

Unicorn-Macarons (Rosanna Pansino)
Unicorn-Macarons (Rosanna Pansino)

E degli (improbabili…) “unicorn-toast” che diciamo? Fette di pancarré spalmate con varie creme di “formaggio” dai colori pastello cosparsi di stelline e paillettes … edibili?

Unicorn food toasted bread with colorfur cream cheese
Unicorn food toasted bread with colorfur cream cheese

Sandwich, cocktails, gelati, cereali, snack! Fino all’incredibile “Unicorn Frappuccino”: una miscela di latte e sciroppi super colorati che cambiano colore alla bevanda a seconda di come la mescoli… mamma mia… gli UNICORN-PARTY vanno per la maggiore (sebbene, per ora, limitati alla famiglia… s’intende!)

Unicorn Frappuccino-Junk banter
Unicorn Frappuccino-Junk banter

Mah, sarà anche di grande tendenza, ma personalmente resto scettica… Chissà se era proprio questo il genere di “gusto” cui pensava la raffinata “Dame à la Licorne” raffigurata nel ciclo di arazzi millefiori esposti al Musée du Moyen Age di Parigi…

Dame à la licorne-Gout (LePoint)
Dame à la licorne-Gout (LePoint)

Scoperti nel 1841 da Prosper Merimée nel castello di Boussac, le tappezzerie fine Quattrocento della “Dame à la Licorne” suscitano ancora oggi viva ammirazione.

Sei arazzi: ognuno rappresenta allegoricamente un senso attraverso le figure di una giovane nobile ed elegante fanciulla, della sua ancella, di un leone e di un unicorno. Ogni scena si situa in un giardino bucolico ricco di erbe e fiori che ci ammaliano e ci trasportano nell’universo immaginario delle classi aristocratiche della fine del XV secolo. !

Gli elaborati sfondi millefleur formano modelli ipnotici generando un’aura trascendentale che attira chi guarda nel loro complesso universo interno.

The Lady and the Unicorn“: un capolavoro divenuto icona indiscussa di un immaginario, di un vero e proprio sistema di simboli e valori facenti capo al raffinato amor cortese e alle sue articolate poetiche.

Ma il senso del “meraviglioso” e del favolistico viene trasmesso in particolare da una figura su tutte: l’unicorno!

Animale fantastico, onirico, stupefacente. Un elegante e leggiadro equino con folta chioma e lunghissima coda, identificabile da un corno a vite in mezzo alla fronte e, cosa venuta dopo, da spruzzate iridescenti di stelline e arcobaleni ad ogni colpo di zoccolo!

E forse è da questo raffinato “incunabolo” che deriva tutto il successivo mondo incantato in cui agli unicorni si associano gli arcobaleni e persino le fate! Eteree ed evanescenti fanciulle di eccezionale bellezza avvolte di sogno e magia. Come gli unicorni! Eh sì, perché il corno sulla loro fronte, l’Alicorno, si diceva fosse magico e capace di guarire immediatamente dalle malattie e di purificare l’acqua. Anche per tale motivo si credeva che solo una fanciulla vergine e pura potesse cavalcare questo animale.

Ma è davvero solo il frutto della fantasia?

Per alcuni scienziati, tuttavia, l’Unicorno parrebbe essere esistito davvero! Un suo antenato (più simile ad un tozzo rinoceronte lanoso però…) sarebbe vissuto in un periodo compreso tra 300mila e 30mila anni fa in Siberia, arrivando forse ad incontrare l’uomo di Neanderthal!

Eccolo!

Elasmotherium sibiricum
Elasmotherium sibiricum

Sì, decisamente meno raffinato e più bovino che equino ma, si sa, se eventualmente incontrato dall’uomo potrebbe averne segnato potentemente l’immaginario!

E che dire delle straripanti Wunderkammern settecentesche, in cui tra i vari “mirabilia” non potevano assolutamente mancare i corni di unicorno? Poi, in realtà, erano corni, o meglio, denti di narvalo… un delfinattero anche detto “unicorno del mare”. Lui, sì, esiste per davvero!

Per inciso, tornando a mia figlia, nella sua Wunderkammern si annoverano anche 2 narvali e uno strano tricheco cornuto… mah! Mirabilia da edicola!

narvalo, unicorno del mare (nationalgeographic.it)
narvalo, unicorno del mare (nationalgeographic.it)

Sta di fatto che pensando alla fortuna iconografica degli unicorni, la mente immediatamente si sofferma ai tanti mosaici medievali dove questo meraviglioso, immaginario animale veniva raffigurato come simbolo di purezza e castità. Divenuto, dal XIII secolo, attributo della Vergine, arriva a simboleggiare addirittura il Cristo.

VALLE D'AOSTA-Mosaici Cattedrale Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Mosaici Cattedrale Aosta (foto Enrico Romanzi)

Vi riporto, qui sopra, il mosaico duecentesco presente all’interno della Cattedrale di Aosta. Notate, appunto, l’unicorno in alto a sinistra e, sotto di lui, in corrispondenza, il pesce, ιχθύς (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese), ovvero acronimo di “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”).

Quindi dicevamo: simbolo di purezza, di castità e di onestà, si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, ad un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e Vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trova incarnazione in una Vergine: è la Santa Concezione. Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di veleno. Ma come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtà, commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo, appunto…!

Quindi, fin’ora, possiamo concludere che l’unicorno, anche chiamato “alicorno” o “liocorno” …

“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.

so che vi è venuta in mente e la state canticchiando… ebbene, questo animale, esistito o meno, si presenta assolutamente legato al mondo femminile! Un animale la cui eleganza, raffinatezza e delicata cromia attirano immediatamente la fantasia e il gusto delle giovani fanciulle!

E numerosi sono gli esempi nell’arte in cui troviamo il fiabesco equino avvinghiato, abbracciato o coccolato da una ragazza!

Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci
Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci

Attenzione, tuttavia! L’unicorno è, sì, simbolo di purezza e castità, cosa che ne fece un emblema indiscusso dell’amor cortese, ma lui, l’animale, parrebbe tutt’altro che casto! Anzi, sarebbe mosso da istinti carnali anche violenti che, però, verrebbero ammansiti solo dal tocco di una giovane candida e innocente…

Raffaello, Dama col Liocorno (1505-1506), Galleria Borghese, Roma
Raffaello, Dama col Liocorno (1505-1506), Galleria Borghese, Roma

Secondo Leonardo Da Vinci, infatti, esisteva un solo modo per catturare un unicorno, ovvero sfruttando il suo istinto sessuale. Gli si metteva davanti una giovane vergine, al che lui per il desiderio impellente dimenticava di attaccare e posava la testa sul suo grembo, e solo così poteva essere catturato. Il significato del corno è chiaro.

Ecco, siamo così arrivati al risvolto piccante dell’unicorno: l’evidente simbologia sessuale data dall’essere “cavallo” con in più un lungo e potente corno!

Ed ecco che il mondo fatato e zuccheroso dai delicati colori pastello, inizia a venarsi di tinte più “dark”! Ecco che l’unicorno di veste di un’identità nascosta, mimetizzata e per certi versi “pericolosa”. Diventa ancor più intrigante per questa sua natura ambigua: un aspetto esteriore candido, fragile e innocuo che nasconde, però, una creatura mossa da forti pulsioni carnali…

Un’ambiguità assunta, tra le altre cose, a novella icona gay!

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E per concludere fa sorridere come, ultimamente, inizino ad emergere divertenti tentativi di smitizzazione degli Unicorni, quasi che tutto questo candore, questa purezza e questa “superiorità” li abbiano resi antipatici. E’ il caso del film animato “Onward-Oltre la magia” (Disney-Pixar 2020).

Ebbene, in questa periferia di New Mushroomton, gli unicorni non sono affatto creature poetiche e celestiali, ma animali randagi, sporchi e aggressivi, che hanno imparato a cercare gli avanzi dai bidoni della spazzatura.

Perché un simile cambiamento? Perché in questo mondo le fate non hanno più bisogno di volare, le Mantigore non combattono e diventano dei food-manager e gli unicorni, beh, tirano fuori il peggio! “Oltre la magia”, appunto; molto al di là della fantastica “terra di mezzo”. Qui la magia è stata soppiantata dalla più onnipresente tecnologia e chi non riesce a stare al passo, resta tagliato fuori e relegato ai margini. Una cruda visione esasperata della realtà? Un monito? Ossia che senza quel necessario pizzico di sana magia ci si abbrutisce e ci si inaridisce? Forse questi unicorni malconci vogliono dirci questo: lasciateci sognare, lasciateci fantasticare e, anche usando la tecnologia, non diventatene schiavi ma pensate che persino nei più sofisticati meccanismi tecnologici può insinuarsi un elemento di “magia”, comunque la si voglia intendere.

Solo con la fantasia, vera e autentica, possiamo continuare ad essere UNICORNI!

Stella

Il fantastico mondo del “Gamba”

“E tu? Qual è il tuo mondo?” Può suonare strana come domanda, vero? Eppure era questo il modo curioso che Irene usava, sin dalla scuola dell’infanzia, per chiedere a qualcuno… beh, quale fosse il suo mondo! Cioè dove abitava, cosa faceva, come viveva insomma!

E spesso si domandava quale fosse il mondo del proprietario della grande casa nel parco…

“Non devi avvicinarti a quella casa! E’ pericoloso! Dicono sia abitata da un vecchio spaventoso, zoppo e gobbo! E’ sempre da solo e non ama ricevere visite! Men che meno da bambini ficcanaso! Stanne alla larga!”.

Glielo ripetevano ogni giorno, ma più ne sentiva parlare, e più la curiosità di entrare in quel vastissimo parco nascosto da un labirinto di alberi e cespugli, la tentava moltissimo. Era come se qualcuno la chiamasse… Mettici anche quella sua innata insofferenza alle regole e alle imposizioni; mettici quell’indole ribelle e controcorrente…mettici pure tutto, ma lei sarebbe riuscita a entrare là dentro!

Irene era fatta così! Anche se aveva solo 7 anni, possedeva già un caratterino notevole! Testarda e cocciuta, certo, ma anche molto intelligente e soprattutto irrimediabilmente curiosa! Proprio per questo motivo quella misteriosa villa seminascosta dagli alberi costituiva per lei un irresistibile richiamo.

Un immenso parco circondava da ogni lato quella strana dimora apparentemente disabitata. Una nebbia fitta avvolgeva costantemente le piante e i cespugli: quel luogo sembrava impenetrabile. Tutti ne stavano alla larga!

Ma Irene era diversa! E così, un giorno, decise che sarebbe riuscita ad entrare in quell’immenso giardino, anzi, che sarebbe riuscita persino ad entrare in quello strano “castello”.

“Voglio vedere questo sig. Gamba di cui tutti hanno paura! Insomma, sarà pure vecchio, brutto, gobbo e zoppo ma…dai! E’ pur sempre un uomo! Cosa potrebbe mai farmi? Al limite posso scappare: sono sicuramente molto più agile e veloce di lui!”, pensò la bambina.

Sembrava impossibile trovare l’ingresso di quella vastissima proprietà, ma dopo alcuni tentativi, Irene si accorse di un cancello mai notato prima. L’edera lo avvolgeva quasi del tutto, ma era stranamente aperto! Rimediò qualche graffio, si strappò la giacca, ma riuscì ad entrare! Non poteva crederci: finalmente era in quel parco! Emozionata ed eccitata, iniziò ad esplorare, quasi in punta di piedi, quel giardino incredibile così a lungo sognato. E presto si rese conto che, ad ogni passo, la nebbia si alzava lasciandole vedere, poco a poco, il paesaggio intorno a lei.

Era ancora più grande di quanto si immaginasse. Alberi altissimi, siepi folte e delle specie più diverse incastonavano viali e sentieri che si infilavano nelle nuvole e nel verde in un orizzonte confuso e oltremodo invitante.

Irene iniziò a correre ridendo, a braccia aperte: le sembrava di essere “Alice nel paese delle meraviglie”, si sentiva libera e felice in quell’immenso spazio tutto per lei, finché non sentì uno strano rumore alle sue spalle. Dei passi. Ma passi strani, diversi… Coraggiosa si voltò, pronta a tutto. Ma non vide nessuno.

Con grande meraviglia, però, vide che il sentiero alle sue spalle era coperto di neve! “Ma com’è possibile? Ci sono appena passata!”, osservò incredula. Era proprio così: davanti a lei la nebbia svelava una sgargiante primavera; dall’altra parte tutto era avvolto in un candido e silenzioso inverno.

Irene guardò con più attenzione il sentiero innevato: “Orme! Qualcuno è passato di qua! Era proprio dietro di me! Ma… che razza di impronte sono? Sono…diverse…Sembrano un piede e…una zampa? No! Forse è un bastone?… Ma certo! E’ lui! E’ Gamba! Mi stava seguendo!”

Prendo in prestito la piccola e coraggiosa Lucy Pevensie delle “Cronache di Narnia” cui il personaggio di Irene si ispira

Irene seguì l’istinto e d’impulso decise di seguire quelle tracce sulla neve. Il sentiero prese leggermente a salire in mezzo ad una galleria di alberi dalle fronde cariche di soffice e gelato candore. Raggiunse quindi una scalinata che la portò in cima alla collina.

Eccola, lì davanti a lei si ergeva possente quella grande casa scura. Per un attimo ebbe paura. “E se fosse meglio tornare indietro?”, pensò. Si voltò, ma la nebbia era di nuovo calata fitta e non si vedeva nulla. Ad un tratto il lampione accanto a lei si accese. Come una specie di lanterna, emetteva una rassicurante luce calda in tutto quel freddo candore. Istintivamente Irene vi si appoggiò: con un lento scricchiolìo il grande portone d’ingresso si aprì.

Col fiato sospeso, la bimba si diresse, quasi in punta di piedi, verso la porta semiaperta. Tutto era avvolto da quel particolare silenzio ovattato che solo la neve sa creare. Si voltò ancora. Il lampione non c’era più! Guardò all’interno. “Ehi…c’è nessuno’ Sig. Gamba… è permesso?”.

E, una volta varcata la soglia, il portone si richiuse immediatamente.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire se mettersi a urlare o a piangere, che l’androne fu invaso dalla luce di decine di lampade e una dolce melodia iniziò a diffondersi quasi invitando e “spingendo” la bimba a salire la prima rampa di scale.

“Ma..è una vera casa! Ed è anche molto bella!”, si disse Irene, inspiegabilmente a suo agio in quel luogo sconosciuto ma famigliare allo stesso tempo.

Si trovò quindi in un corridoio azzurro su cui si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Poi, una di queste si aprì. Irene entrò e si trovò in un salone enorme dal soffitto altissimo, con le pareti di un rosso acceso. Al centro una statua nera, lucida e colossale: un uomo gigante dallo sguardo fisso e i piedi smisurati. “Chissà chi è…?”, pensò. “Ti chiedi chi sono?”: la profonda voce del colosso riempì la stanza e Irene non potè trattenere un grido. “Io sono il guardiano di questo palazzo! A te è stato concesso di entrare, dopo molti, molti anni! Solo tu, piccola Irene, potrai rompere l’incantesimo che avvolge questa casa, un tempo felice, e far sì che il sole torni a scaldarla, l’arte a colorarla e il sorriso sul volto del suo signore…”.

“Io?!”, esclamò Irene, “ma come…”. Non terminò la frase che la stanza iniziò a riempirsi di strani sassi, rocce dalle forme più diverse e dai colori cangianti. Le pietre aumentavano velocemente e il colosso, sebbene immobile, sembrava in lotta contro di loro per non farsi soffocare. Cercando una possibile via d’uscita, Irene notò la porta-finestra che dava sul loggiato. Vi si precipitò e la aprì. I grandi vasi di tulipani sistemati sulla loggia immediatamente si pietrificarono.

L’opera “vegetale” di Marina Torchio per l'”Assalto al castello” Gambas

Fu così, però, che le creature di roccia smisero di invadere il salone e le sembrò che il nero gigante le sorridesse.

L’installazione di Massimo Sacchetti per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Una luce irruppe, quindi, dalla stanza accanto: strane pareti doppie, con entrambe le superfici dipinte. Figure di donne, di bimbi, di madri… Le pareti iniziarono a muoversi e, da distanziate, cominciarono ad avvicinarsi le une alle altre. La stanza iniziò a rimpicciolirsi. A Irene di nuovo mancò l’aria. Il suo sguardo istintivamente cadde sull’unico dipinto a colori e lo toccò; sempre istintivamente chiamò “Mamma!” e le pareti si bloccarono! Osservò con maggiore attenzione: sempre le stesse figure. Madri e bimbi piccoli raffigurati ovunque, quasi ossessivamente. Il quadro colorato prese vita e la donna le parlò: “Brava Irene… tranquilla! Ora vai pure a giocare!”.

L’installazione di Pasqualino Fracasso per “Assalto al castello” Gamba

Irene non credeva ai propri occhi, nè alle proprie orecchie. Come sapeva il suo nome? E come mai quella voce le suonava famigliare?

Ma calò il buio e subito un’altra sala si illuminò.

Una stanza dalle pareti gialle con bellissimi quadri di paesaggi e montagne. A terra, invece, una distesa di grandi rocce lisce e piatte, mentre, appesi al soffitto, i fiori, chiusi in teche di vetro, sembravano le tristi farfalle di una crudele collezione. La bambina vide che quelle strane rocce iniziavano a muoversi… “Oh no! Anche qui!, esclamò! La superficie rocciosa iniziò a salire sui muri, tentando di coprire i quadri. Le venne spontaneo cercare di fermarla con le mani e la coltre di roccia si frantumò lasciando apparire, qua e là, un bellissimo e variopinto prato fiorito. Fiori che sembravano fatti di pietra. Petali di roccia.

L’installazione di Patrick Passuello per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Le farfalle si liberarono all’improvviso e in un turbinìo di colori, le pareti si aprirono lasciando il posto ad un’altra incredibile stanza. Questa volta Irene si trovò in un salotto. Era molto caldo e accogliente, pieno di libri. Incuriosita si avvicinò, fece per prenderne uno ma… era finto! L’intero salotto era un’illusione! Stando al centro della stanza sembrava reale, ma quando ci si avvicinava agli oggetti, si rivelava la finzione. Una sorta di gioco, di doppia realtà. La casa vera e quella immaginaria insieme come in un grande gioco di scatole cinesi.

L’installazione di Barbara Tutino per l'”Assalto al castello” Gamba

Superato questo senso di straniamento insolitamente piacevole (“Mi sentivo come dentro un quadro!”, si disse Irene), ecco che la porta successiva dava su una scala che non scendeva, ma saliva soltanto. “Beh, non ho scelta!, pensò la bambina. Si ritrovò quindi immersa in un ambiente spazioso ma molto buio. Fece per voltarsi, ma anche la scala da cui era appena salita era avvolta nel buio. “Ho capito sig. Gamba! Nella sua casa non si sa mai cosa può accadere! E va bene, ci sto!”, esclamò Irene ad alta voce.

Nell’oscurità, in fondo alla stanza, ecco quindi apparire un lontano bagliore azzurro. La bimba non si mosse, ma ebbe l’impressione che quella luce si stesse avvicinando da sola. Ad un certo punto si fermò. “Benvenuta, piccola avventuriera. Dunque sei tu colei che riporterà la gioia tra queste mura… avvicinati, forza”. Una melodiosa voce femminile riempì la stanza. Quasi un canto, come se provenisse dalle profondità del mare. Anzi, ascoltando con attenzione, Irene ebbe la netta percezione del rumore delle onde. Si avvicinò e il punto luminoso “esplose”: un’intera parete si aprì e, illuminato da una sfolgorante luna piena, davanti a lei, Irene aveva proprio… il mare! Quasi lo avrebbe potuto toccare… ne sentiva l’odore, la salsedine. E da quelle onde emerse lei, una creatura metà pesce e metà uccello e… anche metà donna! Proprio così: tre nature convivevano in quell’essere insolito e ipnotico. “Chi sei tu?”, chiese Irene, stranamente per nulla spaventata, “una fata? O forse una specie di sirena?”, incalzò.

Amabie interpretata da Paola Corti nell’installazione di Giuliana Cuneaz per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

“Io sono Amabie. Sono tutto e nulla di ciò che tu dici. Io posso vivere negli abissi marini come in quelli celesti. Io volo sott’acqua e oltre le nuvole. Io porto salute e serenità. E, se vuoi, posso anche farti giocare con la luna!”, le propose ammiccante. A Irene venne spontaneo allungare le braccia e tendere le mani verso quella magica sfera lucente che Amabie le stava offrendo. Non ci poteva credere! Stava davvero toccando la luna! “Brava piccola”, le disse, “d’ora in poi, per molti anni, finalmente dopo difficoltà e sofferenza, le lune saranno amiche e benevoli. I raccolti saranno abbondanti e la gioia tornerà a riempire le case. Le ricchezze, prima perdute, ora possono essere recuperate e messe da parte! Prosegui il tuo cammino in questa dimora che, in sé, racchiude i simboli del mondo!“.

La luce scomparve. Amabie anche. Ma a Irene rimase la luna in mano! La luna che, come una magica lanterna, la guidò alla stanza accanto. Tutto buio; la bambina sbatté la testa contro degli strani oggetti che pendevano dal soffitto.

Un forte profumo di erba, fieno ed essenze aromatiche riempiva l’aria. “Mi sembra di essere in campagna da mia nonna!”, pensò la bambina incuriosita. Alzò la “sua” luna e… “Oohh…”: una vera e propria pioggia di delicate scatoline trasparenti ricadeva dall’alto. Scatoline apparentemente molto fragili, ma che in realtà, al tatto, non sembravano di vetro.

L’opera di Chicco Margaroli per “Assalto al castello” Gamba

“Che strane! Ma…cosa sono?!”, si chiese Irene. Osservandole più attentamente si accorse che racchiudevano qualcosa al loro interno. Dopo essersi assicurata di non essere vista, afferrò quella più vicina a lei e tirò; la misteriosa scatolina si staccò e si aprì tra le sue mani! Al suo interno c’era del fieno: era straordinariamente profumato! Su ogni scatolina notò che era scritta una parola. Una sola. In ognuna era racchiuso un valore, uno dei tanti sensi della vita. A ognuno scoprire il proprio. Irene illuminò il soffitto e le scatoline trasparenti cominciarono a brillare come se fosse una pioggia di stelle. Nell’apparente silenzio che avvolgeva quel luogo, le parole sulle scatoline risuonavano emanando, col fieno, tutto il profumo dei loro numerosi significati. Davvero in quella pazzesca dimora, quasi simile ad un castello, erano racchiusi tutti i simboli del mondo!

A Irene venne spontaneo respirare, allargare le braccia e mettersi a roteare. Si sentiva felice!

Un’improvvisa brezza la sfiorò e la indusse a cambiare stanza. Seguendo quello strano vento arrivato da chissà dove, Irene si ritrovò in un incredibile salone blu. Le pareti si accesero e presero a muoversi creando disegni, forme e profili quasi stordenti. La bambina continuava a girare su se stessa in mezzo a quelle sorprendenti pareti in movimento. Si muovevano come fasci luminosi. Le sembrava di essere tra le onde, oppure no… forse tra le nuvole…oppure, no… forse stava scivolando in una galleria di ghiaccio!

L’installazione di Andrea Carlotto per l’Assalto al castello” Gamba

“Ecco, vedi? Di nuovo sono io che posso vedere in questi segni tutto ciò che voglio! E comunque mi parlano e vogliono dirmi qualcosa”, riflettè Irene in cuor suo. “Chissà però come faccio adesso a uscire da qui…non vedo porte…”, si disse un po’ preoccupata.

“Beh? Cosa fai lì impalata? Non sali?”. Una possente ma gentile voce maschile irruppe nella stanza. Irene si guardò attorno per capire da dove provenisse, ma invano. Poi dal soffitto scese una scala che conduceva al piano di sopra. “Ma…chi é?”, chiese. “Come chi sono?! Sei entrata in casa mia, e mi chiedi chi sono’!”.

“Sig. Gamba!! E’ davvero lei? Mi aspetti!”, gridò Irene. Ma non ottenne più risposta.

Era una scala decisamente insolita: tutta di vetro e acciaio. Lieve e massiccia allo stesso tempo. Mentre saliva, aveva la netta sensazione che la scala ondeggiasse…o era forse quello che le stava intorno a muoversi? Finalmente raggiunse un corridoio in legno. Ai lati due pareti che, a prima vista, sembravano rivestite di quadri dai colori accesi e vivaci. Ma, avvicinandosi, Irene si accorse che quei quadri…erano vivi! Come se stesse guardando attraverso un vetro, restò stupita nel vedere animarsi una sorta di circo: scimmie e scimmiette, una piccolina su una capra nera, un’altra più grande con un vezzoso ombrellino orientale a fiori e un’altra ancora in piedi…

Un’opera di Marco Bettio per la mostra “Assalto al castello”

Tutte a bocca spalancata coi denti bene in mostra. C’era silenzio, ma quegli animali stavano urlando: forte il bisogno di comunicare, ma anche di avvertire e recepire la risposta, forse soprattutto emotiva, di chi forse le stava guardando. A Irene non sfuggì poi, a metà del corridoio, una sorta di doppio ritratto che divideva quello spazio esattamente in due. Da una pare uno scimpanzé con l’espressione pensierosa ma serena, quasi compiaciuta. E, come contraltare, un bellissimo viso di donna, dai capelli neri raccolti e grandi occhi grigio-verdi. “Sembra quell’attrice che piace tanto a mia nonna… come si chiama? Quella che aveva interpretato Cleopatra… Liz, Liz… sì ecco! Sembra proprio lei, Liz Taylor!” esultò la bambina.

Dal circo al cinema! Irene guardò con grande curiosità gli altri quadri, opere che colpivano immediatamente l’attenzione per i loro colori forti e sgargianti. Per non parlare delle figure femminili: bellissime, sinuose, affascinanti. Tuttavia, sotto quell’abbagliante bellezza sembravano nascondere altro, una sorta di tristezza, un senso di attesa e sospensione.

Fino al dipinto di una fanciulla distesa in un avvolgente tappeto di fiori rossi e rosa. “Sembra davvero Alice nel paese delle meraviglie” E’ vestita allo stesso modo!” esclamò Irene.

Una delle opere di Sarah Ledda per l’Assalto al castello

Irene osservava rapita quella figura abbandonata nel sonno, o forse in un sogno… A metà tra Alice o Dorothy, la protagonista del Mago di Oz. Il mondo delle fiabe. Il mondo delle meraviglie. Il mondo irreale per alcuni, ma non per tutti…fortunatamente! La fantasia: questa è una delle parole più importanti per Irene. La fantasia può darti la chiave per aprire mille porte, mille stanze, case, mondi!

“Forza, sali! Vieni sù nell’altana!”. Di nuovo quella voce. “Sig. Gamba! Arrivo subito! Lei mi aspetti, però! Non scompaia!”.

Irene percorse tutto d’un fiato gli ultimi scalini e si ritrovò al centro della torre del palazzo. Era più grande di quanto pensasse. Non vi era nulla. Dalle ampie finestre si poteva volare sul fondovalle, sopra i prati, sopra le case, sopra i boschi, fin sopra le nuvole sfiorando le vette dei monti.

Il bellissimo panorama dall’altana del Gamba guardando verso est

Si guardò attorno; “Sig. Gamba…dov’è?…” (“Ecco…è sparito di nuovo! Ma come fa?!”), pensò sconcertata. Poi un movimento. Come una piccola ombra scura davanti agli occhi. Pensò si trattasse di un insetto… Di nuovo! Irene osservò con attenzione. “Ma… sono scritte!”. Sul vetro comparivano e scomparivano delle parole: sembravano messe a caso, ma alla componevano delle frasi. Potevano sembrare sconclusionate, ma, anche questa volta, il senso lo dava chi leggeva. “Come nelle poesie!“, esclamò Irene; “sembrano scritte in modo strano, ma non è così! E ognuno ci legge, in fin dei conti, quello che sente nel suo cuore!”.

“E come nelle fiabe…vero Irene?”. Il sig. Gamba era lì! Irene si voltò: lui era davvero lì! Di spalle, in piedi affacciato alla finestra dietro di lei. Una sagoma scura ma che non incuteva alcun timore. In realtà non era zoppo, ma si appoggiava ad un bastone.

“Ti aspettavo, sai? Da quando te ne sei andata, molto tempo fa…poco più che in fasce, così, fragile, incapace di lottare contro quel terribile male e noi, tua madre Angélique ed io, incapaci di aiutarti. Io, cheavevo volutonquesta grande casa e questo immenso parco solo per voi…in poco tempo mi sono ritrovato solo. Sì, tua madre, la mia adorata Angélique, non seppe sopravvivere senza di te. Il suo cuore non era forte abbastanza. E io mi sono ritrovato solo. E mi sono chiuso sempre di più. Il mio spirito triste vagava tormentato tra le sale di questa dimora, senza un senso, senza pace. Una casadivenuta simbolo della mia vita, del mio mondo sognato e brutalmente perduto.

Ma adesso sei qui, mia piccola Irene! E posso trovare la mia dimensione, lasciare queste mura e raggiungere le mie donne. Tu, con lo stesso nome e gli stessi occhi della mia piccola, sei stata capace di superare paure e pregiudizi. La mia casa ti ha accolto e tu le hai ridato luce e colore. Adesso questo è tornato il mio fantastico mondo!

D’ora in poi sarà sempre aperta, a tutti, ma soprattutto agli spiriti liberi e all’arte, che soggiace ad ogni cosa rivestendola di senso e valore.

Grazie, Irene!”.

E svanì.

Da quel momento la grande casa nel parco non venne mai più richiusa e risplende accogliendo le persone in un avvolgente vortice di forme e colori, oltre le apparenze, oltre le consuetudini, cavalcando l’insolito, la fantasia e la creatività.

Quello che era lo scuro “castello” del “Gamba”, oggi è tornato a vivere e a regalare emozioni.

Il castello Gamba nell’ultima edizione di Plaisirs de Culture 2020

Courmayeur. Le ombre del castello perduto

Bianca aveva 17 anni e abitava a Courmayeur da sempre. Frequentava il liceo linguistico del paese e l’anno prossimo avrebbe avuto la maturità. Amava molto studiare: conoscere lingue diverse le apriva la testa, ma anche il mondo! Viaggiare…un grande sogno da sempre! Ma ugualmente aveva una forte passione per l’arte, la storia… conoscere il passato la incuriosiva e la affascinava… forse l’aveva ereditata dalla nonna archeologa, chissà!

Ed era stata proprio la nonna a raccontarle innumerevoli storie e leggende non solo sul suo paese, ma su tutta la Valle d’Aosta. Ben presto aveva iniziato a incuriosirsi sui tanti castelli, torri, caseforti che punteggiavano quelle montagne.

Finché un giorno, ancora bambina, le chiese: “Ma, nonna, e qui a Courmayeur? Non c’era un castello?“. “Certo che c’era, Bianca! Solo che purtroppo oggi non esiste più… si trovava nei pressi della chiesa, sai? La sua mole incombeva sull’attuale piazzetta del Brenta e sovrastava una via Roma, un tempo chiamata via Margherita di Savoia, assai più stretta di quella che percorriamo adesso!

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Il condominio Brenta, così chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secolo”, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. “Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia così intensa…”.

E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, abitato da streghe e fate, di giganti e demoni; popolato di tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.

Aveva 17 anni Bianca e, come già faceva da un paio d’anni, l’estate cercava sempre qualche lavoretto per “arrotondare”. E a Courmayeur il lavoro non mancava! Era fine luglio, per l’esattezza il 27 (festa patronale di San Pantaleone). Quell’anno, però, avrebbe perso la “veillà” perché di sera doveva fare la baby-sitter. Una coppia di turisti l’aveva contattata per badare al piccolo di cinque anni dalle 19 alle 24. Perfetto! Nessun problema! E a pensarci bene, se non fosse stata troppo stanca, sarebbe anche riuscita a raggiungere le sue amiche!

Bianca amava i bambini e conosceva un sacco di giochi da fare insieme! Questa famiglia abitava al condominio Brenta.

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Caspita! Ne sentiva parlare fin da quando era piccola ma non ci era mai entrata! Non sapeva perché, ma si sentiva insolitamente agitata. Appena entrata, quel vano ampio e semi buio avvolto nel silenzio le mise un pò di inquietudine. Non volle prendere l’ascensore e, salendo le scale fino al 4° piano, le venne spontaneo guardarsi attentamente intorno, quasi alla ricerca di un qualche indizio del castello scomparso (“magari qualche pietra, qualche stipite…”- pensava – memore dei racconti della nonna). Ma niente!

Improvvisamente un botto alle sue spalle. Bianca si voltò di scatto. Sembrava che qualcuno avesse chiuso bruscamente una porta, ma… non vide nulla né sentì nessuno. Era quasi arrivata. Una raffica di vento gelido la fece rabbrividire. Eppure, da dove poteva essere entrata? Non vedeva finestre aperte e, oltretutto, era un luglio decisamente caldo… Era assorta nei suoi pensieri quando la porta davanti a lei si aprì: “Bianca, è lei? Posso darti del tu?”. Bianca sobbalzò; “Sì, sì… mi scusi… io non… certo! Sono in anticipo, ma..”. “Perfetto! Hai fatto bene! Il piccolo Giovanni non vedeva l’ora che arrivassi. Entra pure che ti mostro la casa…”.

Giovanni era un bel bimbo paffutello coi capelli rossi e un paio di grandi occhi blu! Fu un vero piacere stare con lui e Bianca riuscì presto ad incantarlo con i racconti della nonna. Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non è possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.

“Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papà che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’è?! Per favore!! Resterà il nostro segreto!”.

Curiosa com’era, Bianca acconsentì e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’è una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, è tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscì ad aprirla. Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”.

Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscurità con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentì l’aria fresca della sera. Uscì su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sì, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte. Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava… 

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“Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva. “Giovanni…?”.

“Sì, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’è! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! Là avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo così mi quieterò!”.

Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo! E’ l’unico angolo che non è stato distrutto… per fortuna!”

E fu così che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora. Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare.

Giovanni la precedeva con una torcia. Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprì e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini.

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“Ma, è lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete è rimasto, ma è invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.

“Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta. Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva!

“Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.

Bianca non riuscì nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…

Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era già più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.

“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”.
A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti.

Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora è la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.

Roux (non avrebbe potuto chiamarsi in altro modo, del resto) era dilagante! Parlava come un fiume in piena e si capiva subito di che pasta era fatto: un leader dal carisma travolgente!

Bianca passò per le stesse sale viste prima con Giovanni, ma erano diverse! Diversi i soffitti: non più travi in legno, ma volte a unghia e ad ombrello. Un maggior numero di camini, ma più piccoli. E, al piano nobile, persino una piccola galleria ingentilita da decori dipinti e stucchi. Scesero nell’elegante corte proprio nel momento in cui una splendida carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, entrava dal grande cancello.

“Bene”, esordì Roux Favre, “ecco il futuro proprietario del mio palazzo: il barone Pierre-Léonard Roncas! Anche lui di origini vallesane… eh, buon sangue!! Un uomo che si è fatto da solo, sai? I suoi nonni erano semplici macellai! Poi suo padre ha avuto la fortuna, la possibilità e l’intelligenza di studiare e diventare un medico affermato, molto noto in Aosta. E lui, beh… in Valle non esiste un uomo più ricco e potente! Ti dico solo che è il Primo ministro e Consigliere di Sua Eccellenza il Duca di Savoia… e non occorre dilungarsi oltre, mia cara!”

Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio così importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprì. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori.

Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito!

“Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto è “Omnia cum lumine“. Lei conosce il latino, vero?”

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Bianca era tesa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “Sì, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, …vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! Sì, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica!”

“Mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguì e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore. Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca: “Sì, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”.

Bianca trovò un minimo di coraggio: “Barone, sa, proprio tre anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: è stupendo, raffinato… non credevo…”. “Esatto!”, irruppe il barone, ” sobrio all’esterno, ricco e trionfale all’interno! E, mi dica, cosa l’ha colpita di più?”.

“Beh, gli affreschi a grottesche! Mi hanno sorpresa! Non se ne vedono molti qui in Valle, anzi… inoltre, soggetti mitologici, vedute di paesi esotici, marine… davvero inaspettato! E sono rimasta incantata dalle raffigurazioni astrologiche del loggiato superiore. Subito credevo fossero sbagliate perché i segni zodiacali non rispettano l’ordine canonico, ma poi mia nonna mi ha illustrato una sua ipotesi interessante e suggestiva…”

“Ah, sì?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtà indicato un quadro astrale ben preciso…”

“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla è a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito… Avrei voluto conoscerla!”

Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentì chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?”

Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano. Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.

“Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas è stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.

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“Ordine? Ma quindi adesso è… un convento?”, chiese Bianca disorientata. “Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben due secoli or sono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalità ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”

“Ah, non… sapevo, ecco… io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirà meglio, potrà scendere nel refettorio per la cena, se vorrà”.

E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas.

A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio. Tuttavia, già nelle scale qualcosa non era più come prima: si sentiva un allegro vociare, della musica e un profumo di buon cibo. I corridoi erano tutti illuminati con mobilio ricercato in stile “rétro” (secondo lei, naturalmente…), dei graziosi salottini dalle tinte pastello e dalle forme panciute che, nel salire, non c’erano affatto! Alle finestre splendidi tendaggi damascati color cipria e un numero imprecisato di comò con altrettante lampade deliziose a forma di fiore o in vetro multicolore.

Il vocìo era sempre più forte. Giunta sulla porta della sala da pranzo rimase senza parole. Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldini.

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Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?”.

Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”.

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Bianca si sentì immediatamente a suo agio e confessò il suo imbarazzo nel non avere abiti adeguati. “Non si preoccupi. Posso provvedere io, se mi consente… La affido a Jeanne: ha delle mani d’oro e saprà trovare la soluzione più adatta!”.

Jeanne era una cameriera “factotum” dell’hotel, nonché bravissima sarta! Avrà avuto circa 30-35 anni, bassina, paffutella e con una massa di ricci color rame che scappavano ribelli fuori dalla cuffia. Le stette subito simpatica!

“Una signorina bella come lei starà benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo, con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un voluminoso chignon.

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“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!”, cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.

“Forza! Cosa fai lì tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sì – pensò – in un posto così verrei volentieri in vacanza. Certo, non è un hotel cinque stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.

Un bel ragazzo inglese, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossì e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica. Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union già da due settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.

John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternità. Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).

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“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter riscoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso! La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come il sontuoso Hotel Royal Bertolini o come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante. “E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo è un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.

A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo è il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno.

Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.

“1958?! Ma come?”. Bianca corse alla finestra: infatti il cortile era nuovamente cambiato: l’ingresso era sottolineato da una colorata tenda parasole; sulla piazzetta tavolini, dondoli, sedie a sdraio con grandi vasi di gerani ovunque. Aveva bisogno d’aria e aprì.

A ulteriore conferma del periodo, Bianca vide tre auto parcheggiate nei pressi di un “Auto-Garage”: una Lancia Flaminia, una Giulietta Spider e una Ferrari 250 GT (le conosceva bene perché le auto d’epoca erano la passione di suo nonno!). Nel cortile udì parlottare due camerieri: “Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina.. eh, ho già sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.

“No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.

“Bianca… Bianca…”. La ragazza aprì gli occhi a fatica. “Sì?… chi è adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiamo fatto più tardi del previsto… é quasi l’una di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!

“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…

Finalmente uscì in piazzetta dove la veillà era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa,voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “No… non è possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…”

Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”

“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa… dai!”.

“E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”

Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’è un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”.

Bianca la seguì controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando. Mise a fuoco quel ragazzo dai capelli rossi e dagli occhi blu… non era possibile, era proprio lui, il “suo” John!

Bianca gli porse la mano inebetita, incapace di dire una sola parola. Ma ci pensò lui, in uno stentato italiano: “Piacere Bianca, non so perché ma mi sembra di conoscerti già… forse ti ho incontrata nei miei sogni?” I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la verità e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…”

Stella

 

 

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

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Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella

 

 

Castello di Introd. La misteriosa Signora e la corona di pietra

C’era una volta un antico regno dove gli uomini vivevano in pace e in armonia. Una natura di sfolgorante bellezza ammantava i dolci pendii che, dalle pendici della grande montagna sacra chiamata “Paradiso”, scendevano fino nel fondovalle dove scorreva lo spumeggiante fiume Aura dalle sabbie iridescenti.

In quel regno incantato tutti si davano da fare lavorando nei campi e nei boschi, allevando il bestiame, coltivando la terra e prendendosi amorevolmente cura di quanto li circondava.

Quel popolo mite e operoso non aveva bisogno di re o di comandanti: tutto filava liscio e senza dissidi. Come mai?

A monte del grazioso villaggio, di cui purtroppo non ci è dato sapere quale fosse l’antico nome, perdutosi nei secoli, viveva una saggia e anziana donna.

Immaginando la saggia e misteriosa "Signora"
Immaginando la saggia e misteriosa “Signora”

Per avvicinarsi alla collina dentro cui lei aveva ricavato il suo rifugio bisognava salire parecchio attraversando prati e boschi.

Introd - Plan de Morod (foto Patrizia Luboz)
Introd – Plan de Morod (foto Patrizia Luboz)

Infine si arrivava ad una meravigliosa radura circondata da altissime pietre. Questi enormi massi erano ricoperti di segni misteriosi che solo l’anziana “Signora” solitaria sapeva leggere e interpretare; solo a poche persone era permesso avvicinarsi, ma a nessuno di vederla.

Giunti ai margini della radura, prima di imboccare una specie di corridoio d’accesso delimitato sempre da grandi lastroni di pietra che, si diceva, fossero gli spiriti degli antenati, si chiamava la Signora a gran voce e si aspettava.

Introd - Il sentiero dei grandi lastroni di pietra (foto di Patrizia Luboz)
Introd – Il sentiero dei grandi lastroni di pietra (foto di Patrizia Luboz)

Solo dalla voce la saggia sciamana della valle riconosceva animo e intenzioni dando, quindi, ascolto oppure cacciando via chi non risultava gradito.

Era lei, con la sua sapienza, la sua veggenza e la sua magia, a far sì che nel piccolo ma florido regno tutto andasse per il meglio.

Ed era lei, e soltanto lei, che aveva il potere di comunicare col grande e potente spirito della montagna “Paradiso”. Si narrava, infatti, che fin dalla notte dei tempi quei luoghi fossero sorvegliati da un enorme drago di roccia e ghiaccio; una creatura benevola che, si raccontava, aveva coraggiosamente difeso quel regno dalle insidie di un terribile serpente. Questo mostruoso rettile primordiale voleva avvelenare tutto in modo da creare un lugubre e desolato deserto dove regnare indisturbato. Il suo talismano era una preziosa corona d’oro massiccio da cui non si separava mai.

Il grande drago di roccia lo affrontò e, dopo un lungo combattimento, riuscì a congelarlo e imprigionarlo sottoterra impossessandosi della corona, simbolo del suo potere. Un simbolo dalla forza incredibile che, se cadeva nelle mani sbagliate, poteva diventare un devastante strumento di distruzione.

Il drago del “Paradiso” aveva quindi deciso di trovare riposo nel cuore della grande montagna che, forse, proprio da lui prese il nome. La sua presenza garantiva pace e benessere.

Il drago nella montagna (disegno di Costanza Acerbi, 3 anni e mezzo)
Il drago nella montagna (disegno di Costanza Acerbi, 3 anni e mezzo)

La vecchia Signora era il tramite tra gli uomini e la potente creatura; per secoli questo perfetto equilibrio era rimasto immutato proteggendo il regno da ogni tipo di calamità, sciagura o inimicizia.

Ma, in un freddo giorno di tempesta, tutto questo rischiava di finire…

Giunsero insieme da un paese lontano, oltre le grandi montagne e le vaste brughiere. La loro terra da anni era sconvolta da malattie e carestia. I due fratelli decisero così di fuggire in cerca di fortuna. Rimasti soli, intrapresero quel lungo viaggio pieno di incognite verso la terra incantata del grande “Paradiso”.

Dopo mesi e mesi finalmente raggiunsero la meta. Subito si accorsero di quanto quel luogo fosse ricolmo di gioia e serenità. Tutti li accolsero col sorriso e a braccia aperte, offrendo loro aiuto e ospitalità.

I due fratelli, gemelli sebbene differenti, si ambientarono in fretta in quell’angolo di pace. Tuttavia rimasero stupiti della mancanza di un re… Sembrava loro impossibile che tutto fosse gestito da una vecchia “pazza” che viveva da sola in un nascondiglio perduto nel cuore del bosco, protetta da spiriti di pietra…

I due erano davvero molto diversi. Marco, di gran cuore e molto sensibile, ogni giorno si prodigava in mille lavoretti e amava quel clima di pace tanto a lungo sognato. “La vecchia Signora?”, diceva allo scettico fratello Guglielmo, “è una saggia, una guaritrice, e va rispettata! La gente di qui lo fa e infatti le cose vanno alla perfezione! Anzi, che bisogno c’è di un re col rischio di scatenare conflitti? Datti una calmata e vivi sereno, altrimenti prendi il tuo cavallo e vattene!”.

Eh già, Guglielmo…! Permaloso, ribelle e con una certa inclinazione all’attaccar briga per nulla. A lui quella “favola della vecchia” proprio non andava giù. “Secondo me non è vero! Non esiste nessuna vecchia! E’ senz’altro un modo per nascondere le immense ricchezze di questa valle e impedire che un uomo forte prenda il comando! Qui fanno tutti ciò che vogliono… altroché! Ah, ma io non mi fido! Anzi, mi impadronirò dei loro tesori segreti e diventerò re!”, ghignava l’avido ragazzo.

E così, in una notte oscura, accompagnato da un vento di tempesta, Guglielmo si avventurò spavaldo verso la dimora della “Signora”. All’ingresso del “corridoio” di alte pietre non scese nemmeno da cavallo. Fu l’animale, però, ad imbizzarrirsi e disarcionarlo fuggendo all’istante. Guglielmo, inveendo contro quella “stupida bestia” decise che avrebbe continuato a piedi. Iniziò a gridare in maniera villana: “Ehi, vecchia solitaria! Dai, esci dal tuo buco! Cos’è, sei una maga e non ti sei accorta che sto arrivando?! Io non ho paura dei tuoi incantesimi, sai?”.

Silenzio. Nessun rumore. Niente. Solo un buio sempre più fitto e gelide raffiche di vento che rotolavano, ululando, giù dalla grande montagna. Guglielmo tuttavia non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Andava avanti nella scura tormenta urlando e agitando la sua spada. Arrivò infine a quella che sembrava una grotta, chiusa da un gigantesco masso. Si avvicinò e con enorme fatica riuscì a spostare il pietrone quel tanto che bastava per entrare, convinto di trovare il grande tesoro di quello “strano” popolo che lui davvero non capiva.

Sempre avvolto nell’oscurità Guglielmo si ritrovò all’inizio di una lunga scala che scendeva ripida verso il basso. “Lo dicevo io che non c’è nessuna vecchia! Ah ah ah… povero ingenuo mio fratello! Io troverò il tesoro e io sarò re!!”, esultò con arroganza.

Scese a grandi balzi i primi scalini che iniziarono a girare formando una specie di scala a chiocciola. Ad un certo punto vide, in fondo, una luce bianca e accelerò la sua discesa. Correva, saltava, ma nulla. In realtà non avanzava di un passo e, dopo un po’, si rese conto di stare sempre nello stesso punto. E se provava a fermarsi, gli era impossibile: la scala lo costringeva a muoversi con lei, in un eterno e sfiancante vortice verso il nulla.

Improvvisamente un rumore assordante e una voce scura e possente: “Guglielmo! Che la sciagura incomba su di te! Hai osato violare un grande segreto e un luogo sacro! Ora rimarrai per sempre chiuso qua dentro e per sempre correrai dietro ai tuoi vani sogni di ricchezza!”.

“No, no! Aiuto! Chi sei? Perdonami, ti prego! Farò ciò che vuoi ma lasciami andare!”, gridava disperato Guglielmo.

“Chi sono? E me lo chiedi? Io sono il grande drago Paradiso, protettore di questi luoghi e di questa gente! Tu hai offeso me e la mia fedele servitrice, la saggia Signora! Hai acceso la nostra ira e quindi questa sarà per sempre la tua atroce condanna!”.

“A meno che….!

“A meno che?! Cosa devo fare? Dimmelo! Chiedimi ciò che vuoi e lo farò! Sono pentito… sinceramente… come posso ottenere il vostro perdono?”.

“Taci scellerato! Tu non potrai fare proprio niente! La tua avidità è velenosa e pericolosa! A meno che… tuo fratello non si metta alla tua ricerca affrontando insidie e incognite… Se lui riuscirà a trovarti dimostrandoci che, nel mondo, almeno una persona che prova sincero affetto nei tuoi confronti esiste (benché tu non abbia mai fatto chissà cosa per meritartelo), allora forse tornerai libero…”.

“Mio fratello? Marco? Ma… ma lui non ama l’avventura, il rischio… lui, lui è un ragazzo tranquillo; se lo facesse rischierebbe la vita! No, non voglio metterlo in pericolo, non è giusto!”, protestò Guglielmo.

“Avresti dovuto pensarci prima e dargli ascolto! Ormai è tardi! Che il destino, dunque, si compia!”.

Erano già passati tre giorni e di Guglielmo non si avevano notizie. Il buon Marco iniziava ad essere preoccupato. “Sarà uno dei suoi soliti colpi di testa! Avrò giocato d’azzardo in qualche locanda e si sarà messo nei guai… o forse c’è di mezzo qualche ragazza… ma me lo avrebbe fatto sapere in qualche modo… è come scomparso nel nulla!”. Decise di aspettare ancora un paio di giorni. Nulla!

Alla fine Marco si confidò con l’anziana sarta del villaggio. Una donna buona e gentile che lo aveva preso in simpatia. Piccola e curva, col viso solcato di rughe, una massa di capelli bianchi e ricci raccolti in un disordinato chignon e, cosa che lo aveva colpito sin dal primo istante, due occhi di un verde cristallino e profondo capaci di scrutargli nell’anima.

Da lei, la vecchia Intra, Marco si sentiva accolto, ascoltato e benvoluto. Tutti nel villaggio andavano da lei e non solo per un rattoppo o per farsi confezionare un vestito nuovo! Intra sapeva dare sempre ottimi e avveduti consigli! “Se di sicuro non possiamo andare dalla Signora per ogni nostra necessità o dubbio”, dicevano tutti, “Intra è un po’ la nonna del villaggio; è una di noi e la sua lunga vita le ha insegnato molto!”.

Marco sentiva che il suo gemello era vivo e che si trovava in grave difficoltà; percepiva un forte senso di angoscia e ultimamente non riusciva nemmeno più a dormire bene. “Saggia Intra, sono disperato… Cosa posso fare? Come faccio a ritrovare mio fratello?”.

“Siediti, Marco”, gli disse Intra continuando a ricamare, “hai ragione: tuo fratello non è morto! Ma di fatto si trova bloccato in una assai brutta situazione da cui solo tu potrai salvarlo. Ma non sarà affatto semplice, mio caro ragazzo”.

Intra lo guardò. Marco aveva gli occhi sbarrati e le mani sudate… “Tieni, questo è per te” e l’anziana gli porse il ricamo appena terminato. Era un centrotavola rotondo, una specie di corona decorata con, in mezzo, una torre e un drago. Marco lo fissò interrogativo.

Stanotte recati dalla Signora. Mostrale il ricamo e… fai ciò che lei ti dirà!”.

Giunse la notte, illuminata da una splendente luna piena. Marco, impaurito ed emozionato, si mise in cammino, senza alcun tipo di armi, verso il luogo dalle grandi pietre parlanti. All’inizio del lungo corridoio gli venne istintivo chinarsi e chiedere ai grandi spiriti il permesso di avvicinarsi. Quando si rialzò Marco si accorse che le grandi pietre brillavano alla luce della luna come se fossero di vetro e illuminavano il cammino davanti a lui.

Sentendosi rassicurato proseguì stringendo tre le mani il ricamo di Intra. Arrivato vicino alla collinetta in mezzo alla radura, si gettò nuovamente a terra e disse: “Oh saggia Signora, so che tu sai di me e del perché oso venire al tuo cospetto. Con me porto questo ricamo eseguito dalla saggia Intra. Lei mi ha consigliato di recarmi qui affinché tu, Signora, possa suggerirmi il modo per salvare mio fratello. E del tuo ascolto già ti ringrazio”.

L’intera radura rifulse di luce; la collina si aprì facendo uscire un vibrante scintillìo dorato. “Avvicinati, ragazzo. Non temere. Avrai il mio aiuto”, disse una profonda voce di donna dall’interno della grotta.

Pieno di stupore e meraviglia, Marco si ritrovò in una grande stanza circolare rivestita di specchi. Ma non vedeva riflessa la sua immagine, bensì quello che accadeva in diversi luoghi sia a lui noti che sconosciuti. Sul fondo, una grande scala dorata.

“Vieni avanti Marco”, disse la stessa voce. Il giovane con cautela si avviò su per la scala: dopo molti scalini giunse ad un lunghissimo corridoio. Lo percorse fino in fondo e si ritrovò su una terrazza. Si affacciò e… sotto di lui l’enorme, immensa e possente mole del drago più grande che avesse mai visto!

“Eccoti! Sei al cospetto del grande e potente drago Paradiso!”. Marco si voltò, ma non vide nessuno. “Chiamalo, non indugiare!”.

“Oh potente drago Paradiso, sono Marco. Sono giunto fin qui per salvare mio fratello!”.

La gigantesca creatura aprì gli occhi e si voltò verso di lui. “Marco, tuo fratello voleva solo ricchezza e potere; per questo è stato condannato e sarà punito in eterno. Ma tu, che sei diverso, vieni pure da me, prendi ciò che vuoi e il potere sarà tuo!”, gli disse il drago.

“No, potente drago! Io non voglio né ricchezze né potere! Questi spettano a te e alla Signora… io voglio solo salvare mio fratello!”.

Il drago, compiaciuto, allungò il muso verso di lui:” Cos’hai tra le mani, ragazzo? E’ un ricamo mi pare… mostramelo!”. Marco glielo srotolò davanti agli occhi. “Ah, che meraviglia!”, esclamò Paradiso, “ questa è senz’altro opera di Intra… sempre una maestra senza pari! E quindi è questo che ti è stato assegnato… bene, bene mio baldo giovane! Ti attende un glorioso destino!”.

“Glorioso destino? Ma quale destino? Io voglio solo salvare mio fratello e tornarmene a casa in santa pace con lui! Dimmi dove si trova!”, si innervosì Marco.

Paradiso continuò con tono fermo e pacato sebbene imperativo: “ Ragazzo, mantieni lucidità! Il ricamo di Intra parla chiaro! Per salvare il tuo irruente fratello dovrai innanzitutto recarti nel luogo dove io cacciai la serpe antica, il mio nemico. E’ un luogo a strapiombo sulla vallata, protetto da forze oscure. Lì sorge una scura collina ricoperta da una foresta impenetrabile. Al centro della foresta, in cima alla collina, si apre un cunicolo al cui interno rinchiusi la bestia maligna che, però, pur bloccata, ha conservato il controllo su quel luogo prosciugando anche i due torrenti che vi scorrevano accanto, rendendolo così arido, sterile, mortifero. Tu dovrai annientare la serpe, per sempre! Stanala e uccidila!

Marco era impietrito… “Ma, ma io non so neppure tenere una spada in mano… e per di più ho il terrore dei serpenti! Come farò?”

“Mettiti in cammino. Parti! Abbi fiducia e coraggio! Io, da parte mia ti faccio un dono: la mia corona! Era il talismano del rettile… se lo vedrà e se supporrà di poterlo riavere, riuscirà ad uscire dalle viscere della terra dove l’ho segregato!”.

Marco prese la grossa corona, la infilò a fatica nello zaino e tornò sui suoi passi. All’ingresso Intra lo stava aspettando. Lui le corse incontro. Incrociò lo sguardo verde dell’anziana che gli mise una mano sulla spalla e lo rassicurò. Marco, per un istante, vide l’immagine di Intra riflessa su una delle pareti-specchio della grotta e, con suo grande stupore, si accorse che non corrispondeva affatto alla vecchia sarta che conosceva lui! Lo specchio, infatti, rifletteva una giovane ragazza vestita di verde con una massa di boccoli rossi… Fu un attimo, eppure…

Intra non pronunciò una parola ma tenne sempre Marco per mano e lo accompagnò fino ai margini della scura collina. Una muraglia di rovi impediva l’ingresso. E fu lì che Marco iniziò ad usare la spada: faticosamente si aprì un varco in quella nera foresta pervasa da un terribile odore di morte.

Improvvisamente Marco si sentì mancare il terreno sotto i piedi; si sentiva sprofondare nella melma e non poteva muovere le gambe! Sabbie mobili! “Aiuto! Aiuto!”. Fu in quell’occasione che Intra intervenne con la magia: Marco la vide alzarsi in volo e, con un ampio gesto delle braccia, trasformare quel putrido pantano in un placido laghetto da cui riuscì a uscire semplicemente bagnato.

“Intra, ma… tu… chi sei in realtà?”. La donna non gli rispose; si limitò a sorridergli e lo invitò a procedere.

Pochi passi e dal terreno ecco uscire un improvviso fiotto di fuoco e vapori sulfurei! A Marco sembrò che gli si bruciassero i polmoni! Non poteva respirare! Di nuovo Intra intervenne e il fuoco divenne acqua; i vapori, nebbia.

Raggiunsero insieme la sommità della collina. Tutto intorno era nero e marcio. Si udivano rumori sordi e inquietanti provenire dal sottosuolo, accompagnati da una costante vibrazione, simile ad una scossa di terremoto.

Marco si voltò verso Intra per trovare il coraggio che gli serviva. L’anziana, imperturbabile, gli fece capire di prendere lo zaino ed estrarre la corona: era il momento!

Non appena il prezioso monile venne tolto dalla sacca, la vibrazione si trasformò in un tremendo boato che squarciò la foresta riecheggiando orribilmente nell’aria. La terra si aprì e in un vortice di fiamme e lava incandescente, la malvagia serpe primordiale uscì dal suo pertugio sibilando furiosamente!

“La mia corona! Eccola! Ridammela subito, maledetto! Finalmente il giorno della vendetta è arrivato!”.

Il rettile attaccò immediatamente: le zampe dagli artigli affilati, le spire stritolanti, la lunga lingua mortifera, lo sguardo pietrificante… Marco, dalla sua, aveva l’agilità e la velocità. Cercava di difendere la corona dagli assalti della serpe. Intra osservava la scena; non voleva intervenire con le arti magiche… ma alla fine, quando vide Marco soccombere, schiacciato dalla bestia che affondava le unghie sul suo ventre, pronta a conficcargli i denti nel collo, fu allora che decise di entrare in gioco. Ma non con la magia! Serviva solo il vero coraggio. Con un balzo fulmineo prese la corona da sotto la schiena di Marco e attirò su di sé l’attenzione del serpente che subito tentò di azzannarla.

Marco si alzò in difesa di Intra, incredibilmente agile per la sua età…

La serpe era riuscita ad agganciarle la lunga chioma per divorarla, ma Marco con un salto si aggrappò alla corona e la gettò nello squarcio del terreno da cui la belva era fuoriuscita.

Immediatamente scese il silenzio. Un silenzio di pietra. Un soffio gelido rotolò giù dalla montagna: il drago Paradiso, come se prendesse forma da una nuvola, apparve in tutta la sua potenza.

“Adesso la tua fine è sancita, demone! Il tuo talismano è stato gettato nella lava incandescente e tu lì lo raggiungerai!”. E fu così che il grande drago soffiò un turbine di polvere ghiacciata sul rettile che, contorcendosi e gridando, cadde nel buco infuocato dove si dissolse all’istante.

Marco, incredulo e disorientato, vide lo squarcio richiudersi, la terra, risanata, ricoprirsi di fiori e alberi da frutto. Poi avvertì un tocco leggero sulla spalla e si voltò: davanti a lui una giovane fanciulla sorridente con una massa di riccioli rossi e due meravigliosi occhi verdi e trasparenti. “Grazie Marco! Il tuo valore e il tuo coraggio hanno rotto la maledizione che la serpe aveva lanciato prima di essere imprigionata. Era stata sconfitta, privata della corona, simbolo del suo malvagio potere, ma ahimé non del tutto! Solo un giovane umano dall’animo puro avrebbe potuto salvare definitivamente questa florida terra dal pericolo che si nascondeva nelle profondità del suo ventre. Grazie! Così facendo hai salvato anche me! Io sono la Signora. E questo luogo si chiama Introd. Io non ho età, e sin dalla notte dei tempi veglio su questi monti. E ora anche tu potrai vivere qui dove avrà origine una potente dinastia. Guarda!”.

Marco fu invitato a guardare la sommità della collina affacciata sulla vallata, lì dove la corona era stata gettata e la serpe distrutta. Lì, proprio in quel punto, Intra gettò il suo ricamo e dalla terra emerse una poderosa fortezza circolare; una grandiosa “corona di pietra” con un’alta torre al centro sotto la protezione del drago Paradiso.

Il castello di Introd
Il castello di Introd

“Ecco”, disse Intra, “questo è il tuo castello. Vai, entra: c’è già qualcuno che ti aspetta!”.

Marco si avvicinò al portale e… Guglielmo corse fuori e lo abbracciò!

I due fratelli furono finalmente di nuovo insieme; Guglielmo però, decise di lasciare Introd al fratello e, su suggerimento di Intra, si trasferì non lontano, nel fondovalle vicino al fiume Aura dove costruì una torre alta e massiccia per controllare il territorio, i transiti, il fiume e, da lì, sebbene distante, aiutare e sostenere il valoroso fratello Marco.

Corte interna del castello di Introd dopo il restauro di inizio Novecento
Corte interna del castello di Introd dopo il restauro di inizio Novecento

“Ma attento”, disse infine Intra a Marco, “questo castello sorge in un felice luogo tra le acque di due torrenti gemelli, però, nei secoli, subirà ancora il devastante attacco del fuoco. Difendetelo! Proteggetelo! E rinascerà sempre, ogni volta più bello di prima!”.

Stella

 

 

 

 

 

 

 

Nonno Tiglio e le dolci sorprese dell’albero cavo

Pioveva. Pioveva a dirotto ormai da una settimana. Il cielo quel giorno era anche più grigio del solito. Spesse nuvole basse gonfie di pioggia stazionavano tutt’intorno alla città, coprendo da giorni la vista dei monti e del cielo.

Quelle giornate erano ancor più buie e tristi per la piccola Cochi. Il suo amato nonnino, purtroppo, non c’era più! Improvvisamente, nel cuore della notte, aveva deciso che era ormai tempo di attraversare il magico ponte verso l’Eternità.

Quel nonno pieno di vita e di energia le mancava moltissimo; lei, però, non riusciva a buttar fuori il vortice di emozioni che la divorava e preferiva starsene da sola. Le sembrava che la solitudine la consolasse, che, stranamente, con la sua discreta e impercettibile compagnia, la facesse stare un po’ meglio…

Nonostante la pioggia insistente e le proteste di sua mamma, Cochi era uscita! Le sembrava di soffocare, aveva bisogno di aria; aveva bisogno di quel “tutto” che solo il “nulla” ti può dare!

Camminava per le strade semideserte della città. Istintivamente le sue gambe la portarono nel posto che forse più di tutti lei amava, ancor di più in quelle giornate dall’atmosfera ovattata, quasi surreale.

Eccolo lì! Cochi si sedette sul muretto e si guardò intorno: quella era la sua piazzetta preferita! La chiesa, il grande campanile e lui, il grande albero cavo! Sin da quando era piccola le avevano raccontato la lunga e sorprendente storia di quel tiglio plurisecolare (ben 500 anni splendidamente portati!) e lei amava sedersi sotto le sue fronde rigogliose a fantasticare, sognando che, in realtà, quello squarcio creato da un fulmine, non fosse altro che l’ingresso di mondi fantastici…

Quel pomeriggio, cosa abbastanza insolita per Aosta, era scesa persino la nebbia! Sembrava di essere in un sogno! E in tutto quell’avvolgente grigiore, l’autunnale chioma dorata del grande tiglio brillava come un grande faro.

“Meno male che ci sei tu… nonno Tiglio“, pensava Cochi (che così aveva soprannominato il suo albero del cuore) rovistando nello zainetto alla ricerca di una vecchia foto del nonno… !Ma, dov’è finita? Eppure è sempre qui nella taschina interna…uffa!”, brontolava la bimba.

Ad un certo punto sentì un fruscio tra le foglie secche dietro di lei. In men che non si dica un grosso gattone grigio con gli occhi azzurri si stava strusciando contro la sua schiena.

“Micio! Ehi, bel micione… ma da dove sbuchi?”, disse Cochi finalmente sorridente. Il gatto la guardava sornione facendo il bel brusio delle fusa.

Poi, improvvisamente, con un balzo rapidissimo, il gatto letteralmente sparì nello squarcio del tiglio.”Ma… ma dove?”. Cochi era sbigottita: va bene la velocità felina, ma quel gatto era sparito! Non poteva crederci. Si guardò intorno: non c’era nessuno e pioveva a dirotto. Scavalcò la cancellata di ferro che recingeva l’aiuola del tiglio e si sporse nella cavità per vedere se, forse, vi fosse un’ulteriore tana servita da rifugio per il gatto.

Non immaginava che quello squarcio fosse così ampio e profondo… fece un passo per entrarvi e ….

…. “AHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Uno scivolone, un imprevisto salto nel buio! Stava cadendo in una specie di scura galleria senza appigli, ruzzolando sempre più giù finché non si accorse di una luce. Una luce dorata, calda e brillante che, facendosi sempre più forte, la accolse rallentando la “caduta” come in un abbraccio soffice.

Quando si rese conto di essere finalmente ferma, Cochi si guardò attorno stupita… era inverno! Intorno a lei un soffice cuscino di neve ricopriva ogni cosa, ma non faceva per niente freddo! Luci dorate, alberi natalizi, decorazioni di ogni foggia e dimensione impreziosivano le strade di quel paesino innevato. Si sentì subito a suo agio.

La neve scricchiolava sotto i suoi passi; presto fu attratta da un inebriante profumo di biscotti che riempiva l’aria. Decise che una bella merenda, dopo quella tremenda caduta, ci voleva proprio!

Si trovò davanti ad una meravigliosa pasticceria con enormi vetrine piene zeppe di golosità! La porta del negozio si aprì.

Cochi, super golosa e sempre più curiosa, entrò! Banconi e banconi di incredibili prelibatezze. Il profumo di pasta frolla e di burro si sovrapponeva a quello delle meringhe e si intrecciava con quello del cioccolato e della crema. Sotto i suoi occhi vide prender forma una Sacher con una lucida copertura di cioccolato fondente fatto colare dall’alto…

“Benvenuta! Vuoi fare merenda? Ti va una bella cioccolata calda con panna? Mentre te la preparo, tu prendi quello che vuoi…” Una voce stranamente “famigliare”… Cochi cercò con lo sguardo da dove provenisse per vedere chi ringraziare. Ma non vide nessuno.

“Miao, miao….frrr”. “Ehi, micione” Sei finito qui anche tu?!” disse la bimba al gattone grigio improvvisamente ricomparso. Il gatto le fece capire di seguirlo. Cochi gli andò dietro. Si ritrovò in una grande sala con ampie finestre affacciate sulle montagne innevate. Comodi divani, poltrone e tavolini. Sulla destra il fuoco scoppiettava nel grande camino e, accanto, un pianoforte a coda suonava … da solo!!

Il gatto si era acciambellato su un divano e la guardava. Cochi gli sedette accanto. Quel posto era davvero bello e accogliente; caldo e luminoso e tutto “sapeva di buono”!

“Ecco la cioccolata, bella densa come piace a te! La panna te l’ho messa in una tazza a parte così ne hai quanta ne vuoi!”

Cochi alzò lo sguardo per ringraziare, ma… di nuovo non vide nessuno… Che strano!

Bevve e mangiò di gusto… prese anche dei dolci da portare a casa. !Chissà che ora è… mannaggia, e come faccio a tornare a casa? Non so nemmeno dove sono finita!”.

Il gatto le si strusciò tra le caviglie e la fissò. “Ok, ho capito! Ti seguo”.

Si ritrovò in un’altra grande sala elegante col soffitto e le pareti in legno. Grandi lampadari lavorati e tavolini coperti da tovaglie preziose perfettamente stirate. Dalla strada innevata entravano decine di persone e tutte si accomodavano.

Al bancone, di schiena, un signore alto indaffaratissimo, giacca bianca e pantaloni neri, preparava cocktails e aperitivi; ovunque un tripudio di leccornie: focaccine, pizzette, tramezzini, sfoglie salate…

“Preparo tutto io, sai? Assaggia se vuoi!”. Di nuovo quella voce… Cochi, che era una vera gourmet, non se lo fece ripetere… era tutto squisito!

Il gatto si strusciò di nuovo: eh sì, era davvero ora di andare… ma dove?

Il signore con la giacca bianca le si avvicinò e le sorrise. Due occhi chiari e buoni. Un nasone importante che però stava bene su quel viso dalla fronte ampia, buono e gentile.

Cochi lo fissava, quasi inebetita. “Vieni piccola, ti accompagno all’uscita”. Il signore le indicò un mobile dietro il bancone, sotto la macchina del caffé. Fece scorrere uno sportello:” Entra! Infilati qui, dove tengo gli sciroppi. Tua mamma da piccola si nascondeva sempre qui dentro a mangiare dolcetti di nascosto!”, ridacchiava sornione.

“Mia… mamma?!”. Fu in quel momento che la piccola comprese. “Ma allora tu sei… tu…”. Il signore elegante le accarezzò le guance paffute. “Sù, ora vai! Torna a trovarmi quando vuoi! Sai, qui si lavora sempre! E siamo sempre sotto le Feste…tutto l’anno! Un’ultima cosa: grazie per aver accettato il mio in-VITO!”

papà

Lo sportello si chiuse. Fu poi il gatto a riaprirlo. Cochi uscì. La nebbia si era dissolta e aveva smesso di piovere!

Era felice! “Ciao nonno!”.

Stella

 

 

 

 

Torre di Bramafam. La bambina sull’arcobaleno

Per questa breve storia si rende necessaria una premessa: io in questo caso mi faccio solo scrittrice di chi ancora non lo sa fare. E’ un racconto inventato da mia figlia Costanza, 3 anni, e io desidero condividerlo con voi!

Noi passiamo davanti alla Torre di Bramafam tutte le mattine e tutti i pomeriggi, andando e tornando dall’asilo (io lo chiamo ancora così, non “scuola dell’infanzia”… mi piace di più!).

Aosta. La Torre di Bramafam
Aosta. La Torre di Bramafam

E lei guarda, guarda, riguarda…. Un giorno mi chiede che cos’è. Un giorno chi ci abita… Un giorno “ma perché è tutto chiuso?” (e qui la risposta avrebbe potuto essere un’altra domanda ma lasciamo stare…).

Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam
Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam

Finché,un pomeriggio, al parco giochi di via Festaz che, come sapete, si apre proprio ai piedi di questo misterioso castello di città, antica residenza dei Visconti di Aosta, lei se ne esce annunciandomi:” Mamma, siediti! Ti spiego una cosa del castello”.

C’era una volta, tanto tempo fa, una principessa bambina molto triste. Era stata chiusa nella torre di pietre e non poteva più uscire. Lei piangeva, piangeva, piangeva… ma nessuno la sentiva!

Un giorno però, dei bambini se ne accorsero! e sì, perché solo i bambini potevano sentirla!

Allora tutti insieme decisero di disegnare un enorme arcobaleno! Ma grande grande, eh?!

Alla fine i bambini sollevarono l’arcobaleno che arrivò fino in cima alla torre e così la principessa bambina vi salì sopra e scivolò, in mezzo a mille grandi fiori viola e blu, fino nel grande giardino! Era contenta! Finalmente aveva smesso di piangere! E da quel giorno andò sempre giocare coi bambini!

E ci viene davvero! Ma i grandi non possono vederla… solo i bimbi, sai mamma?!.

Il grande arcobaleno all'ingresso dell'asilo di Costy
Il grande arcobaleno all’ingresso dell’asilo di Costy

 

Semplice e piena di sogni e poesia… E chissà se ogniqualvolta vediamo un’altalena ondeggiare nel vento, o un dondolo muoversi, magari impercettibilmente, o dei petali viola e blu svolazzare nell’aria, in realtà non sia proprio la principessa bambina, finalmente libera di giocare!

Stella (e Costanza)

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

fatabudruina

“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

Tor des Géants. Correre tra montagne di storia! Da Courmayeur a Pont-Saint-Martin.

Ci sono tanti modi di partecipare al Tor des Géants. L’Endurance-Trail più duro al mondo avrebbe festeggiato quest’anno la sua undicesima edizione…, caspita! Una gara molto più di una gara… è il TOR!
C’è chi corre per arrivare tra i primi e chi corre in montagna perché ama questa disciplina; chi corre per filosofia, per auto-analisi, per sfidare se stesso. C’è chi partecipa al Tor provenendo dall’altra parte del mondo perché vuole esserci, punto e basta! Ma c’è anche chi, nonostante i ritmi da super-eroe, vuole prendersi i suoi tempi per godersi dei momenti speciali. Momenti unici e irripetibili tra le montagne della Valle d’Aosta!

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. A volte può esserti ostile, spezzarti le gambe e troncarti il fiato… Oppure ospitale dandoti il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo che scivola dolcemente nell’autunno.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo.

A cominciare da subito, da Courmayeur! Che emozione, ogni volta, la partenza…Uno spettacolo vedere questo fiume colorato e brulicante di atleti che attendono frementi un count-down da brivido ai piedi del “Gigante dei Géants” sfolgorante di bianco e di roccia!

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Tor_Geants_18_Day1_Courmayeur_start_ph-Stefano-Jeantet_LD-23

Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come nelle viscere segrete della chiesa di S. Pantaleone, dove le testimonianze archeologiche più antiche risalgono verosimilmente al III secolo d.C.!

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O come la piccola frazione di La Saxeun grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella del villaggio si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane.

Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

LaSaxe--veduta_1930
LaSaxe–veduta_1930

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che accompagna fino nella selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, ma in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Ma il Tor prosegue veloce; restano sommersi sotto i piedi degli atleti questi millenari segreti. Tutt’intorno il trionfo delle vette e dei ghiacciai. Il fiato si mozza e allora, forza, alza la schiena, alza le gambe, apri le spalle e respira più che puoi!

Da Courmayeur si piega sull’Alta Via numero 2. Tra colli e passaggi incredibili; tra scenari dalla bellezza a dir poco eccezionale e pendenze da brivido!

E si arriva nella zona di La Thuile, l’antica Ariolica, la “terra di mezzo” dell’eroe greco, il Graio semidio cui vennero qui dedicati altari leggendari. Il Piccolo San Bernardo, il colle di Giove dall’impenetrabile volto d’argento.

Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)
Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)

E da qui a Valgrisenche, altra strategica terra di scambi e passaggi. Quello scabro Col du Mont dal quale nei secoli son passati soldati, mercanti, artisti e partigiani. Valgrisenche, così selvaggia ed autentica, eppure insospettabile scrigno di fulgide cappelle barocche, piccoli camei di arte alpina. Lo splendore del sacro in una natura abbagliante dove persino il cielo si fa palpabile.

Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)
Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)

E si corre, si continua tra le rocce alla volta di Rhêmes-Notre-Dame dove, in una Natura dominante, già nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a ben guardare si noterà una moltitudine di mulini, forni e chiesette spesso incastonati in villaggi da favola.

Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)
Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)

Ma non ci si può fermare! Col de l’Entrelor, Eaux Rousses, Col Loson attraversando, quasi a volo d’uccello, la selvaggia Valsavarenche. Profondi canaloni, boschi di larici, abeti rossi e pini cembri; tappeti di rododendri di incomparabile bellezza; anfiteatri rocciosi e alpeggi… null’altro se non i fischi delle marmotte, il grido dell’aquila e il silenzioso volteggiare dei gipeti.

Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)
Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)

E si raggiunge Cogne. Una meravigliosa perla che dei lunghi periodi di isolamento e dei frequenti contatti col Piemonte ha fatto ricchezza e peculiarità. Cogne è frutto di una magia: la magia dei lunghi inverni, la magia della neve che blocca ma preserva, bianca e severa custode delle genti e delle loro tradizioni.

Narra la leggenda che i primi abitanti di Cogne provenissero dalla Val Soana, nel vicino Piemonte. Una vallata il cui nome deriverebbe dal latino “soprana”: una valle alta, terra di pastori e transumanze, dunque, ma anche terra di miniere nonché di continui andirivieni e sovrapporsi di popoli. Quanti i legami con Cogne!

Un legame che si riallaccia nella misteriosa figura di San Besso, uno dei martiri della mitica legione tebea e che si intreccia nella figura di Sant’Orso (cui è intitolata la parrocchiale). E’ tradizione infatti che Orso, arcidiacono di Ploceano, il malvagio vescovo di Aosta, sfuggendo alla persecuzione degli Ariani, predicasse nella Valle Soana contro le eresie; ed in Campiglia (non a caso la località dove, si dice, venne martirizzato Besso) si trova un sito tuttora chiamato platea S. Ursi ( la piazzetta di fronte alla chiesa parrocchiale)… vedete voi…

Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant'Orso
Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant’Orso

Per non parlare, poi, della meraviglia archeologica situata ad una manciata di km da Cogne scendendo verso Aymavilles: il ponte-acquedotto del Pont d’Ael, risalente all’anno 3 a.C.! Un vero capolavoro di ingegneria idraulica romana voluto da un privato, peraltro ben inserito nella cerchia dell’imperatore Ottaviano Augusto: il padovano Caius Avillius Caimus. Costui investì “pecunia sua” per realizzare questa infrastruttura utile a convogliare le acque del Grand Eyvia da Chevril (dov’è stata riconosciuta l’opera di presa) fino alle cave di bel marmo grigio venato di Aymavilles, un materiale ampiamente utilizzato nella monumentalizzazione della colonia di Augusta Praetoria!

Ebbene, Caio Avillio Caimo era un  esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale, in particolare nelle valli di Lanzo e dell’Orco (e la Soana è proprio lì!). Altro interessante indizio storico dello stretto legame tra questi due versanti, non vi pare?

Il respiro del grande prato di Sant’Orso; la dolcezza della Valnontey; il fascino delle cascate di Lillaz; i complicati giochi dei tomboli e l’enigmatica figura del dottor César-Emmanuel Grappein, il più celebre cognein di tutti i tempi, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)
Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)

Senza dimenticare naturalmente la lunga storia mineraria che per secoli ha segnato profondamente non solo il territorio, ma lo stesso tessuto sociale e la vita degli abitanti di Cogne.

Cogne-miniere (ecobnb)
Cogne-miniere (ecobnb)

E dal villaggio di Lillaz si attacca la grande traversata che, dal Rifugio Sogno, condurrà al Misérin, al Dondena e infine a Champorcher.

Terre alte, dall’aspetto poeticamente severo e dolce allo stesso tempo. Altipiani incastonati tra vette ricamate da lunghe lingue nevose e impreziositi da laghi trasparenti, spesso effimeri. Terre magiche dove da sempre l’uomo avverte il respiro divino. E non è un caso se attraversando gli spazi e i silenzi di questi luoghi, si incontri da vicino Lei, la Madonna, protettrice di chi sale (Assunta), protettrice di chi cammina e di chi si avvicina così tanto al cielo…

Il santuario mariano del Misèrin, a 2.583 metri di quota sulle rive dell’omonimo specchio d’acqua, ad esempio, è davvero un luogo speciale avvolto da un’atmosfera che attrae e rapisce. Un luogo magnetico dove, fatalmente, troviamo ancora traccia della leggendaria legione tebea i cui componenti (da San Besso a Sant’Ilario, da San Vittore a San Maurizio) hanno profondamente segnato la storia religiosa delle nostre vallate.

La leggenda vuole, infatti, che un militare romano cristiano di questa legione, sfuggito ad un massacro, si fosse rifugiato nell’alta valle di Champorcher portando con sè una statua della Madonna. Nel XVI Secolo, la statua fu rinvenuta sulle rive del lago da alcuni pastori e si decise che fosse quello un segno divino affinché venisse costruito un luogo di culto.

Santuario al lago Misérin
Santuario al lago Misérin

C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)
Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)
Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Bard-borgo e Forte (Artemagazine)
Bard-borgo e Forte (Artemagazine)

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie
Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Donnas-la chiesetta di Sant'Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)
Donnas-la chiesetta di Sant’Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

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Pont-Saint-Martin, ponte romano del I secolo a.C. (tordesgeants.it)