MEGALITICA. Nel “solco” della (PRE)iStoria

Riprendiamo, quindi, il nostro viaggio alle origini attraverso il sito megalitico di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta. Ricordate la discesa lungo la rampa del tempo?

Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?

Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo, emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. E’ una tomba, la cosiddetta “Tomba 2”. Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrà progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un po’ distanti, è vero, ma è quasi simbolico dell’effettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.

 Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto da una sorta di flusso comunicativo tra il “sotto” e il “sopra”, tra la terra e il cielo.

Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonorità prima soffuse che si fanno poi via via sempre più imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.

ANTICHISSIME ARATURE

E  ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, così simboliche, così presenti… chissà con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono l’Emilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.

Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti ad un gesto antico: l’aratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto. Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai. La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.

Ma questa non è un’aratura qualsiasiQui l’agricoltura si fa rito, si fa preghiera.

La terra solcata viene invocata affinché sia nutrice di genti eroiche e di una solida stirpe di guerrieri. Quegli stessi solchi non restituiranno però dei semi, ma denti umani, perlopiù incisivi. Quella terra doveva dare il cibo a uomini forti e valorosi. In questo gesto, che a noi può apparire tanto insolito, riemerge il mito di quel gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida del prode Giasone, intraprese l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo.

Un viaggio che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro. Gli Argonauti, i marinai che fecero l’impresa. Giasone chiese il vello d’oro al re Eeta, il quale acconsentì a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo. Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati. Le antiche leggende parlano di draghi; qui si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.

Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!

10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudono oltre 6000 anni di storia dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi è gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore. Qui l’aratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di un’azione agricola apparentemente semplice come quella dell’arare.

Significa delimitare una porzione di terreno per farla in qualche modo “propria”. Significa incidere la Madre Terra affinché accolga quei semi da cui dovrà nascere una nuova realtà, in termini di raccolto così come in termini di insediamento. La portata sociale e religiosa di questo gesto è incredibile; si perde nella notte dei tempi e attraversa le epoche. Un gesto anticamente “nuovo”, NEOlitico, e per questo profondamente rivoluzionario; l’uomo da nomade cacciatore-raccoglitore si è stabilizzato e ha imparato a coltivare e ad addomesticare. Un cambiamento epocale! E quella terra era ed è SACRA. Terra da invocare, pregare, venerare… affinché sia benevola e non “matrigna”. Una terra che più MADRE non si potrebbe! E, perciò, sacra!

I “POZZI”. OFFERTE NEL SOTTOSUOLO

E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrare una serie di grandi fosse (o pozzi) che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profondità. 

Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavità, ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano di un paesaggio agrario remoto e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili. 

Probabilmente offerte alle divinità della terra: divinità ctonie e feconde. Quegli dei che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.

A ben pensarci è lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dell’Oltretomba.

Due dee che ben rappresentano il ciclo della natura: 6 mesi di sonno, di morte apparente (autunno ed inverno); 6 mesi di fioriture e raccolti (primavera ed estate). Ecco perché anche le forze divine nascoste nel sottosuolo andavano invocate e blandite affinché fossero benigne.

ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerà anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.

Saint-Martin-de-Corléans: un luogo davvero particolare, dove vita e morte dialogano e si rincorrono fin quasi a sovrapporsi. Seguiteci, il nostro viaggio non è ancora finito…

Stella

MEGALITICA. Viaggio alle origini

Metti una passeggiata ad Aosta. Ma non una passeggiata qualsiasi. Una di quelle che ti portano a scoprire la città, la sua anima, ma soprattutto la sua storia. Una storia che qui si fa plurimillenaria. Lasciatevi dunque alle spalle la rassicurante cortina muraria di epoca romana. Lasciate la monumentale Augusta Praetoria e avventuratevi verso ovest. Attraverserete zone forse ancora poco note della città; i quartieri delle caserme, quelli residenziali, quelli più popolari. Arriverete così a Saint-Martin-de-Corléans. Nucleo del quartiere la graziosa chiesetta romanica dedicata a San Martino. Al di là di un’apparenza forse poco accattivante, è questo un luogo davvero straordinario, dove leggenda, storia e credenze popolari si mescolano e si sovrappongono tra sacro e profano, a cavallo tra mondo pagano e mondo cristiano.

SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS. UN QUARTIERE DAL NOME INTERESSANTE

Il nome stesso di questo quartiere ci catapulta in questa dimensione strana e disorientante. Perché “de Corléans”? Cosa significa? In primo luogo parrebbe ormai comprovato che “Corléans” sia un prediale di matrice romana, intendendo con “prediale” un nome indicante un lotto di terreno, una proprietà fondiaria. L’origine sarebbe da ricercare in un antico Cordelianum, a sua volta derivante da un presunto Cordelius. Ma non è tutto. Ancestrali echi di lontane leggende riecheggiano in questo nome, collegato alla mitica Cordela, “capitale perduta” del popolo dei Salassi, popolo di cultura celtica residente nelle nostre montagne all’arrivo di Roma. A Cordela e al suo fondatore, ossia Cordelo, figlio di Statielo, seguace di Ercole. 

Gorlach, the legend of Cordelia

Miti di viaggio, di lunghi spostamenti, di migrazioni di popoli provenienti dall’Asia Minore. In fin dei conti un po’ di verità c’è. E lo vedremo.Scriveva Silio Italico, politico e poeta romano del I sec. d.C.:“Ercole affrontò le vette inviolate: Fu il primo. Gli dei vedono stupitiCome fende nubi, fracassa alture,Doma possente rupi mai battute“.Vagava, il semidio, da Oriente a Occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti.

VIAGGIO ALLE ORIGINI

I miti si intrecciano in queste origini leggendarie di Aosta, alla cui base però si rileva come fosse comunque nota una presenza antica, misteriosa, difficilmente descrivibile altrimenti. Probabilmente si sapeva che in questa zona la Storia aveva lasciato testimonianze particolari, le cui origini e le cui motivazioni affondavano in un’epoca “perduta”, troppo lontana nei secoli e nei millenni perché si riuscisse a meglio contestualizzarla. Ma, col XX secolo, in un modo del tutto fortuito, sarebbero stati gli archeologi a svelare la reale identità di questo enigmatico luogo.

Ci troviamo, infatti, al cospetto dell’area megalitica, unico e prezioso scrigno di testimonianze archeologiche risalenti fino all’epoca Neolitica (V millennio a.C.). Un’area composta da un sito archeologico pluristratificato le cui testimonianze vanno dalla Preistoria al Medioevo passando, come nel miglior manuale di Storia, attraverso le Età del Rame, del Bronzo, del Ferro fino a tutta l’epoca romana, l’età tardoantica e altomedievale. Un Parco archeologico all’avanguardia che ha aperto definitivamente i battenti il 24 giugno 2016 e che, senza alcun dubbio, merita una visita! 

Un’area estremamente suggestiva e densa di storia, dove cielo e terra, uomini e dei, dialogano sin dalla notte dei tempi. Un grande, straordinario, santuario preistoricodove funzioni cultuali e funerarie si sono avvicendate e trasformate nei secoli fino all’utilizzo dell’area a fini non solo sepolcrali ma anche agricoli in epoca romana, per poi approdare (nuovamente) al contatto col divino nell’Alto Medioevo attraverso l’emblematica figura di San Martino.

Un santo scelto a ragion veduta. Martino era un soldato, nato nel 316 d.C. nell’antica Pannonia (l’attuale Ungheria) e di cui proprio nel 2016 la Chiesa ha celebrato i 1700 anni dalla nascita. Prima al servizio dell’esercito di Roma, e poi al servizio di Dio. Un santo-soldato, poi divenuto monaco esorcista e infine vescovo, che vigila e presidia: ecco perché, nella stragrande maggioranza dei casi, lo si ritrova lungo le mura delle città, in corrispondenza di castelli strategici oppure in prossimità di importanti e frequentati assi viari. Inoltre ci troviamo in un luogo dove le tracce del paganesimo erano profondamente radicate e testimoniate da eloquenti indizi probabilmente ancora noti o comunque percepiti o percepibili in epoca tardoantica. Occorreva pertanto eradicare queste antiche credenze, i cui strascichi probabilmente si protraevano nel tempo e nella società “spaventata” dalle angosce della fine dell’Impero romano. Occorreva esorcizzare luoghi del genere richiamando la forza e l’attrattività di un santo così amato dal popolo quale era, appunto, San Martino di Tours, l’apostolo delle Gallie.

L’AREA MEGALITICA

Ma non indugiamo oltre ed entriamo, varcando la soglia di questo complesso esteriormente così moderno e avveniristico che, con gli anni, diventerà un importante centro non solo museale, ma di studio e ricerca dedicato alla Preistoria alpina, un settore ancora poco conosciuto e dalle frontiere ancora in buona parte inesplorate.

L’avvicinamento al sito avviene scendendo lungo una rampa dove gli intrecci delle travi in acciaio con le strategiche aperture vetrate consentono di vivere l’azione stessa dello scendere. In una scenografia che sa quasi di archeologia industriale, si vede chiaramente che si sta “bucando” il terreno circostante e si sta andando in un luogo sotterraneo; la cappella si fa più alta e più lontana. L’Aosta dell’oggi sta lasciando il posto all’Aosta “perduta”, a quell’area senza nome avvolta dal torpore dei millenni, l’area “dalle grandi pietre”, l’area megalitica.

Sembra quasi di essere su un’astronave, in viaggio al di là del tempo e dello spazio alla ricerca di mondi solo apparentemente perduti. E non a caso era il 1969 quando questo sito venne scoperto. Giugno 1969. Un mese prima che l’uomo mettesse piede per la prima volta sulla Luna. E, davvero, percorrere questa rampa del tempo per raggiungere un luogo così insolito ed inaspettato, può per molti aspetti essere paragonato al mettere piede su un altro pianeta!

E in effetti, la stessa impressione si può avere sin dall’esterno. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.

La rampa continua la sua discesa, le luci progressivamente si affievoliscono e ci si ritrova a 6 metri sotto terra. I colori scuri aiutano la percezione di un sottosuolo al confine con una dimensione “altra”. Bisogna prepararsi ad un salto cronologico importante.

All’ improvviso ci si ritrova in uno spazio immenso. Ci si sente piccoli piccoli in questa sorta di lunare vastità. Ci si potrebbe anche chiedere dove si è e, soprattutto, cosa si debba guardare. Le luci cambiano e sfumano; dal buio quasi totale ad un chiarore freddo, fino ad una luminosità dorata e diffusa, per poi passare ad una calda tonalità aranciata che, virando sul violetto e poi sul blu, riporta di nuovo la notte. 

E’ il susseguirsi dei giorni e delle notti, delle albe e dei tramonti, delle lune e delle costellazioni che nei millenni hanno visto la nascita, lo sviluppo, gli utilizzi e i cambiamenti di quest’area straordinaria. Un’area in origine pensata e costruita a contatto diretto col paesaggio e col cielo, ma che oggi, inserita com’è nel tessuto urbano e dotata di un deposito archeologico tanto corposo quanto fragile e vulnerabile, ha necessitato una copertura. Non ci sono solo “pietre”, c’è molto di più! E’ il più grande sito megalitico coperto d’Europa!

Stella

#OltreConfine. Viaggio a Martigny: “la Romaine” del Vallese svizzero.

Oggi #OltreConfine vi porta verso nord, oltre la cortina montana che separa la Valle d’Aosta dal Vallese svizzero. Dalle cime dove la neve sosta per almeno 6 mesi l’anno, planeremo su un fondovalle incorniciato di vigneti dove risplende Martigny, vera capitale culturale di questo grazioso cantone elvetico, non a caso gemellata con Vaison“la Romaine”, ça va sans dire!

La storica ed eroica strada romana delle Gallie, da Aosta saliva affrontando gli impervi tornanti che conducevano al Summus Poeninus (il colle del Gran San Bernardo, o “il Grande” come familiarmente viene indicato in Valle d’Aosta)) da cui si “scollinava” per raggiungere l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Fermiamoci dunque a dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese! Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato) dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C. (ricostruzione grafica nel museo locale)

Forum Claudii Vallensium fu quindi creata negli anni tra 41 e 47 d.C. sviluppata su 3 file di 6 insulae ciascuna con l’area forense al centro. Da sempre un importante e strategico snodo commerciale di indubbio valore viabilistico nonché militare. Caratteristiche che condivide con la non lontana Aosta del resto. Città sentinelle dei valichi alpini.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romana valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Ultimati da non molto, questi lavori hanno provvisto l’antico edificio di spettacolo di 3 nuovi ordini di gradinate (reversibili e indipendenti dalla struttura antica) per consentire a più persone di presenziare alle di norma numerose manifestazioni estive. Inoltre sono state collocate statue bronzee raffiguranti gli imperatori romani che, più di altri, hanno fatto la grandezza di Martigny LA ROMAINE: Cesare, Augusto e Claudio.

Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare (nota divinità protettrice della casa) al suo interno. Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

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Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio.

In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny di cui vi ho raccontato nel post precedente.

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Ercole e Apollo citaredo. Con queste due meravigliose statue il gemellaggio è stato consolidato e suggellato nel 2015. Plasmate in candido e brillante marmo di Paros, queste sculture furono rinvenute nel luglio del 2011 in occasioni di interventi di riqualificazione del quartiere “des Morasses” a Martigny. Ricordo perfettamente la profonda invidia che tale ritrovamento suscitò in tutti noi archeologi valdostani… I “vicini di casa”, infatti, possono vantare un patrimonio di statuaria, sia lapidea che bronzea, che noi purtroppo non abbiamo. “La più importante scoperta di opere d’arte antica dal 1883, ossia da quando vennero ritrovati i grandi bronzi di Martigny!”, esclamò l’amico archeologo vallesano (oggi in pensione) François Wiblé.

Apollo citaredo, realizzato nel I sec. d.C., e Ercole (con la sua inconfondibile leonté) datato al II sec. d.C., dovrebbero provenire da un atelier del Mediterraneo orientale e, probabilmente, decoravano una grande sala del complesso termale privato relativo alla lussuosa domus nel cui contesto furono individuate. Una scoperta mozzafiato!

Sapientemente esposte nel ricco Museo archeologico locale, queste due divinità sprigionano un fascino magnetico.

Per non tacere, poi, della splendida statuetta marmorea di Venere, anch’essa ritrovata a Martigny nel 1939, replica dell’Afrodite di Cnido di Prassitele, figura ammirevole nella perfezione delle sue forme, che, nello splendore della sua nudità, si appresta al bagno. Prestigioso oggetto che ornava una domus del Forum Claudii Vallensium.

Non c’è che dire: l’epoca romana segna un momento decisamente fausto per questo antico centro transalpino. Quando ci andrete, consigliamo di seguire la bella Promenade archéologique, segnata e illustrata da pannelli esplicativi, che vi accompagnerà alla scoperta dei numerosi siti cittadini:

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Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, nel 2015, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

Decisamente notevole il cosiddetto vaso, o bicchiere, di San Martino: un meraviglioso cammeo dalle sfumature cangianti tra azzurro e blu scuro intagliato a regola d’arte con scene a tema funerario, interpretate come la morte di Marco Claudio Marcello, nipote prediletto di Ottaviano Augusto e suo successore designato. A lui Augusto, infatti, concesse di sposare la figlia Giulia nel 25 a.C.

« Heu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas,
Tu Marcellus eris. »
« O, giovane degno di pietà, se solo tu potessi rompere il tuo fato crudele, Tu sarai Marcello »
(Virgilio, Eneide)

Un cursus honorum rapido e folgorante; ambizioni, progetti e gloriose previsioni che, ahimé, si infransero in maniera tanto rapida quanto misteriosa nel 23 a.C., in piena ascesa. Un’oscura e sorda antipatia correva tra Marcello e Agrippa, braccio destro di Augusto, nonché con Tiberio. Marcello si spense per un’ignota malattia non ancora ventenne.

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Un oggetto originariamente di epoca romana imperiale successivamente reimpiegato e arricchito da una preziosa incastonatura in oro, granati e pietre dure. La leggenda narra che questo vaso cadde dal cielo nelle mani di San Martino per raccogliere il sangue dei martiri tebani. Secondo la versione storica potrebbe aver fatto parte delle ricche donazioni da parte del burgundo Sigismondo.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

E prendendo infine la via del ritorno, nel lasciare Martigny, sarà impossibile non notare la grande statua bronzea del “Minotauro” al centro della rotonda di Avenue de la Gare.

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Un’opera contemporanea ma che sintetizza non solo la storia millenaria di questa graziosa cittadina, ma evoca potentemente, quasi a suggellarne il ricordo, la grande testa del “Toro tricorne”, il pezzo più celebre e suggestivo dei Grands Bronzes di Martigny trovati, come si accennava, nel 1883 nell’area della basilica forense.

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Il Toro tricorne, creatura del mito in cui un animale carico di significato sin dalla notte dei tempi, simbolo di forze e virilità, si carica di un’ulteriore valenza legata al mondo sacro e culturale gallo-romano. Eh sì, i 3 corni rappresentano la triade sacra dei Galli: Lugh (il dio degli dei), Dagda (dio druidico del cielo) e Ogma (dio della Guerra). Il 3 è IL numero per antonomasia: 3 le spirali unite del triskelès (simbolo di vita e rigenerazione continua), 3 i volti della Dea (figlia, madre e sposa). 3: creazione, crescita, perfezione.

Altro esemplare straordinario è “le taureau tricorne d’Avrigney” (I sec. d.C.) trovato nel 1756 nell’omonima località francese della Borgogna.

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Il culto del toro tricorne presso i Galli, anche contestualmente alla romanizzazione, è sempre stato profondamente radicato ed è attestato in modo diffuso soprattutto tra Svizzera e Francia. Quello di Martigny è forse l’esemplare più monumentale, grandioso e celebre. Troneggiava nella basilica del foro, là dove, pare, sorgeva anche un luogo di culto dedicato alle divinità autoctone, sapientemente inglobate e incluse nel pantheon ufficiale come spesso accade.

Che fosse proprio questo toro il protettore dell’antica Octodurus…difficile a dirsi, ma … dicono i Vallesani, senza dubbio era un fantastico esemplare della razza d’Hérens, la forte e combattiva razza bovina tipica della zona!

E anche su questo aspetto i Valdostani, con le vacche castane locali, le “Regine“, non sono certo da meno! Regine, quasi dee, di una sorta di radicata e sentita, comunque pacifica e spontanea, caratteristica dell’indole di questi animali, “tauroctonia” istintiva che spinge queste razze a combattere per definire il capo branco, la Reina dell’alpeggio.

Una sorta di “culto” per questi animali, emblemi di forza ma anche di fertilità e nutrimento, che accomunano un’altra triade: Valle d’Aosta, Alpi francesi e Alpi svizzere!

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Stella

Il drago, la quercia e il melograno.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore, ormai abbondantemente superata la metà della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.

Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. Là invece, dall’altra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! Così come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…

Mais où sont les neiges d’antan ?

Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadisinserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.

Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontà e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’è la mia giovinezza? Il signore si scoprì scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui così familiare e così tanto caro.

Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lì che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E così, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentì davvero sua fu una sola: Aosta. A questa città legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. Già, la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltà, di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.

Mais où sont les neiges d’antan ?

La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…

Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro così denso di sacralità, mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di là delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà. Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.

La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…

Per scrivere le sue volontà, Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.

Princes, n’enquerez de sepmaine
Ou elles sont, ne de cest an,
Qu’a ce reffrain ne vous remaine:
Mais ou sont les neiges d’antan ?”

E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità.

Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città. Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.

Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu così che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.

“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…

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Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto (o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.

Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.

Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.

Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale.

Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.

L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però … purtroppo, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

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Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa città.

Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lì, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, l’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.

Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.

Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.

E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontà. Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava così suo vicario.

Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.

Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale così inusuale per Aosta: il cotto!

Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto così spesso, così ben lavorato, così ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porosità, quell’odore di terra umida, così particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identità di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.

La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre così simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltà, così come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.

Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.

Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranità unita all’immortalità, anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.

L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.

Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.

La sua storia era tutta lì. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalità erano lì, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sì, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.

Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.

E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.

Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.

Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato è ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprà mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.

In effetti corre una certa aria di famiglia tra i due, anzi tra i tre perché del Bambino il priore ha gli stessi vivi occhi chiari che, insieme a quei capelli castani rafforzano, per così dire, il muto ma intenso dialogo che sembra persino andare oltre la preghiera e la devozione.

Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerà il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.

Oniriche città murate e turrite si ergono a dominio di una spoglia e lunare campagna; uno stagno “grande quanto il mare” ospita il drago, temibile bestia pestifera affamata di giovani vite umane; la principessa, figlia del sovrano del luogo e vittima designata: esile, diafana ed elegante, cerca persino di fermare l’impeto di Giorgio affinché non muoia insieme a lei, divorato dal mostro. Ma San Giorgio, protetto a sua volta dalla Croce, incede coraggioso ed uccide la bestia. La Fede cristiana che uccide il Male, il demonio.

Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.

Il nobile priore volle così omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.

Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale così come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.

Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…

La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non è tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, così diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilità, a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.

Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinità della natura o come un’insolita ed emblematica “Eva” primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.

Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinità ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.

“Chissà” – pensava il nobile Giorgio – “chissà se mai qualcuno si accorgerà che l’unica donna mora in questo oratorio è la Madonna… mia madre…”.

Assorto in preghiera Giorgio vedeva quel volto sempre più splendente, sempre più vicino, vivo, palpitante… finché credette di avere un’allucinazione: la Madonna si accese di un fremito di vita. Il divin Bambino prese a muoversi su quelle ginocchia materne, a sorridere… sì, ne era certo.. entrambi gli stavano sorridendo. La Madonna tese una mano verso di lui; “Giorgio”, quel nome sembrò quasi un sospiro, un alito di vento, una carezza dell’anima… “Giorgio, sei un grande uomo e saprai cambiare il mondo. Il tuo nome verrà ricordato nei secoli a venire. Io ti sono accanto”.

La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.

Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.

Quando la luce sparì, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena! Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era così insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… Sì, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…

Tutto riprese a girare, sempre più vorticosamente, finché…

Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui così cari; quei luoghi per lui così emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralità antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna. 

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“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sì, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtà cugini di secondo grado, ma era più semplice così).

I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

Già, Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtà per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato così: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di Verrès, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietà vescovile, aveva capito le potenzialità di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di Verrès.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di Miroir pour les enfants de Challant. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la solidità del casato unita alla fecondità e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto già sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e là dissimulati, dei draghetti (che piacevano così tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalità di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiosità dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” così talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e città con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attività, stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di Verrès e dalla Città di Gerusalemme, sull’altro.

Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…

Sala bassa (L. Acerbi)

non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sè il colto priore, “ma c’è dell’altro! Chissà se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sì! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.

Ma fu quella giovanile e istintiva intemperanza che, ahimé, diede inizio alla decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra verità e calunnia, tra realtà e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

Già, quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.

Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santità si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanità intera.

E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività. E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maître Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, così luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano così vaghi, lontani…

Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscì nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. Chissà se quelle sue volontà avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. Chissà se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui così caro, il priore aprì gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finché non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lì e, quando sarete lì, riponetelo, in un luogo sicuro. Chi verrà, saprà. Ma solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà. Qui ho scritto le mie volontà; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscì persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove né come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato la dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

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Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi così come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. Aprì lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lì depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

Le ultime volontà del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui così caro.

Lì sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferì mai parola in proposito né fu mai messo nulla per iscritto.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento…

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

pietradiLuna

In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

cristallo

Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

Frozen 2 -megaliti

possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

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Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Donne in vetta. Viaggiatrici, esploratrici e regine dal primo alpinismo alla montagna glamour degli anni ’50.

Un post, questo, dedicato alle #donne e alla #montagna. Le prime esploratrici. Le prime ascensioniste (così chiamate perché non ritenute ancora vere e proprie alpiniste).

#Donne coraggiose ed ardite; #donne curiose e avventurose. Donne che, coi loro abiti ingombranti, i corsetti e i cappelli a tesa larga, han saputo compiere viaggi lunghi ed estenuanti, scalare montagne, superare valichi e colli, in barba ai benpensanti, agli stereotipi e … agli uomini!

Le donne, per secoli, sono state solo le mogli degli alpinisti, quelle che dovevano stare a casa ad aspettare. Per troppo tempo i monti e le donne sono stati contrapposti in virtù di stereotipi e pregiudizi per cui, il gentil sesso, mai e poi mai avrebbe potuto avvicinarsi alle alte quote, per ovvi motivi fisici e mentali. Addirittura, nel XVIII secolo, alcuni medici ritenevano che se una donna avesse provato a salire una montagna, lo sforzo sarebbe stato talmente grande che le avrebbe provocato sterilità. Figuriamoci.

Eppure donne e montagna in un certo senso si somigliano: entrambe esigono una conquista, entrambe sono tanto belle e desiderate quanto spesso inaccessibili. Donne e montagna in realtà sanno dialogare, instaurando una relazione fatta di forza e di rispetto in cui, oltre ai muscoli, serve soprattutto la testa.

Quattro passi nella storia

L’alpinismo al femminile ha iniziato a profilarsi sin dal XVI secolo, quando le prime timide compagini di nobili e avventurose signore si legavano in cordata per affrontare i severi pendii innevati coi loro pesanti gonnelloni.

Marie Paradis

Tuttavia è stato grazie ad una certa Marie Paradischamoniarde DOC, che per la prima volta la cima di una montagna (e che montagna, dato che si trattava niente meno che di Sua Maestà il Monte Bianco!) venne associata ad un’alpinista, o meglio, ad un’ascensionista donna. Era il 14 luglio del 1808, Marie aveva 30 anni e gestiva una locanda in quel di Chamonix. Le finanze languivano. Così lei, per necessità economiche e per desiderio di gloria, decise di azzardare un’impresa fino ad allora impensabile per una donna: scalare il Monte Bianco. Vi riuscì, seppure in seguito i pettegolezzi e le maldicenze si sprecarono. In ogni caso, da quella volta, lei divenne Marie du Mont Blanc.

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Henriette d’Angeville

E cosa vogliamo dire dell’ardimentosa Henriette d’Angeville che, il 4 settembre 1838, col suo nutrito seguito di guide e servitori, col suo particolare abbigliamento e i suoi tanto discussi pantaloni imbottiti stretti in vita e alle caviglie (fu uno scandalo: una nobildonna in braghe!) riuscì, con una vera e propria spedizione, a salire in vetta al Bianco? Henriette annotò la sua impresa nel famoso Carnet Vert, preziosa testimonianza della sua ineccepibile e “tutta femminile” organizzazione. Leggendo questo suo dettagliato resoconto, davvero basta poco per lasciarsi conquistare dalla tenacia di questa viaggiatrice solitaria che, senza remore, andò dritta sull’obiettivo.

Henriette_d'Angeville,_J._Hébert,_1838

Jane Freshfield

Nata il 5 luglio 1814, al secolo Jane Quinton Crawford convolò a nozze all’età di 25 anni col ricchissimo Henry Ray Freshfield, procuratore legale alla Bank of England nonché rampollo di un’illustre dinastia di avvocati londinesi (peraltro ancora oggi attivi nel campo con uno stuolo di associati). Nel 1845 vide la luce il loro unico figlio, Douglas William Freshfield, che, oltre a seguire le orme paterne laureandosi in legge a Oxford, coltivò la passione per i viaggi e l’avventura, ma soprattutto per la montagna trasmessagli dalla mamma. A soli 16 anni, il giovane Douglas conquistò la sua prima cima: il Monte Nero, in Valmalenco.

Jane infatti rivestì un ruolo significativo nella storia del movimento alpinistico femminile grazie alla sua prolungata e attiva frequentazione delle Alpi dal 1854 al 1862 in seguito a cui scrisse due libri:  “Alpine Byways Or Light Leaves Gathered in 1859 and 1860“, Longman Green Longman&Roberts, (London 1861) e, l’anno successivo presso lo stesso editore, “A summer tour in the Grisons and Italian Valleys of the Bernina”.

Lady Freshfield ci descrive i luoghi, la gente, le usanze, senza tralasciare, con genuino piglio anglosassone, ciò che non incontrava il suo gusto o che la lasciava perplessa. I suoi racconti sono corredati dai disegni dell’amica e compagna di viaggio Charlotte Gosselin: non fotografie ma vere e proprie istantanee piene di arte e di emozione.

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Eliza Robinson Cole

“Sono certa che ogni signora, benedetta da una discreta salute ed attiva e che abbia il senso del pittoresco e del sublime, possa effettuare il tour del Monte Rosa con grande piacere e pochi inconvenienti e che tutte quelle che lo faranno porteranno con sé un bagaglio di deliziosi ricordi a consolazione dei giorni futuri. Due o tre ore nelle sale mal ventilate di un’affollata galleria d’arte saranno senz’altro più stancanti di una camminata di otto ore nella pura e rinvigorente aria di montagna. Allo stesso tempo voglio comunque mettere in guardia le signore dall’intraprendere, senza un adeguato allenamento un viaggio lungo e difficile… Lo sforzo del cavalcare e del camminare per diverse ore dovrebbe essere sperimentato con un po’ di anticipo, iniziando dapprima con facili escursioni giornaliere”.

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Così scriveva Eliza Robinson Cole, dopo aver raccontato in più di 400 pagine le sue esperienze di donna alpinista, alla fine del suo libro “A lady’s tour round the Monte Rosa” edito a Londra nel 1859. In epoca Vittoriana, dal 1837 al 1910, le donne inglesi hanno lasciato le loro testimonianze di viaggio in più di 1400 testi dimostrando un senso di avventura e di adattamento paragonabile a quello dei loro compagni.

Pubblicato a Londra per la prima volta nel 1859 il “Viaggio di una signora intorno al Monte Rosa” racconta in maniera dettagliata i viaggi effettuati intorno al Monte Rosa e nelle valli italiane di Anzasca, Mastalone, Camasco, Sesia, Lys, Challant, Aosta e Cogne in una serie di escursioni negli anni 1850-56-58. A metà Ottocento, in Italia più che in altri Paesi, l’esperienza della Cole era senza dubbio fuori dal comune; per una donna non era usuale viaggiare a piedi o a dorso di mulo per superare passi alpini o avventurarsi in valli pressoché selvaggi salendo erti sentieri. Spesso la Cole racconta di aver dovuto scendere dalla cavalcatura per superare sentieri troppo impervi e pericolosi e di aver proseguito il viaggio a piedi al pari degli uomini suoi compagni di viaggio che, peraltro, sono nominati solo raramente ed in modo molto rapido nel diario. Del marito, citato solo con l’iniziale H., non sappiano pressoché nulla se non la sua appartenenza al prestigioso Alpin Club.

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Lady Cole, inoltre, descrive con precisione gli indumenti e le calzature più adatte suggerendo alle donne anche i possibili accorgimenti per rendere più sicuro ed agevole il cammino in montagna. Curioso l’espediente dei piccoli anelli fissati sul vestito nei quali passare un cordino per sollevare l’abito all’altezza desiderata velocemente e con un solo gesto. 

Lucy Walker

Altra donna eccezionale fu Lucy Walker, sorella del celebre Horace, conquistatore delle Grandes Jorasses nel 1868. Lei acquisì fama per essere stata la prima donna a scalare il Cervino nel 1871, raggiungendo la vetta lungo la cresta Hörnli. Ma questa fu solo una, seppure forse la più nota, delle 98 scalate che Lucy compì nelll’arco della sua vita. Ecco, con Lucy abbiamo realmente un primo, fulgido esempio di vera alpinista donna, un’alpinista “con l’apostrofo”, come dice Erri De Luca.

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Margherita di Savoia

Donna forse non bellissima ma sicuramente carismatica, colta e affascinante, Margherita fu sempre una regina molto amata dal popolo e dagli intellettuali. Amava moltissimo la montagna e rese consuetudinari i suoi lunghi soggiorni estivi a Gressoney-Saint-Jean, in Valle d’Aosta, dove ancora oggi si può visitare il suo fiabesco castello, realizzato tra il 1899 ed il 1904.

Margherita amava questi monti dove la natura selvaggia le consentiva di essere se stessa lontana dal protocollo e dalle aspettative di corte; dove la lingua germanica la faceva sentire a casa, dato che la madre era Elisabetta di Sassonia. Quand’era qui, nonostante il suo castello fosse davvero la pietrificazione dei suoi sogni, lei trascorreva molto tempo in mezzo alla gente e soprattutto adorava le passeggiate e le ascensioni in montagna.

Donna robusta, alta e in ottima forma fisica raggiunse, pur abbigliata di tutto punto, con gonnellone, corpetto e cappello, i 4554 metri della Capanna a lei intitolata (la Capanna Regina Margherita), sulla Punta Gnifetti, il rifugio più alto d’Europa!

Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney
Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney

La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota
La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota

Maria José di Savoia

Senza dubbio forte e determinante fu la figura del padre, re Alberto I, sovrano del Belgio e appassionato alpinista, ad instillare in Maria José l’amore per la montagna.

L’ultima sovrana d’Italia, la bionda “regina di maggio” nutriva una profonda passione per la natura severa ed autentica delle montagne, in particolare quelle valdostane. Una regione, la Valle d’Aosta, dove ebbe modo di recarsi assai spesso, a cominciare da quel gennaio 1930 che la vide ospite a Courmayeur col neo-sposo Umberto II in luna di miele sugli sci. Giovani, bellissimi ed elegantissimi. Raffinatezza e sobrietà anche sulle piste.

La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele - 1930 (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo)
La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele – 1930 (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Una piccola terra di roccia e boschi dove Maria José si rifugiava per le vacanze estive coi principini: base al Castello Reale di Sarre e, da lì, via per gite ed escursioni, anche in campeggio, come quella volta in alta Val d’Ayas!

Ma non dimentichiamo che la regina dagli occhi di ghiaccio fu anche una validissima alpinista che riuscì a salire in vetta al Monte Bianco e al Cervino conquistandosi la stima delle guide alpine, l’amore della popolazione locale e la ribalta della cronaca.

La sua eleganza misurata e per nulla vistosa viene sempre sottolineata dalla stampa. Assolutamente #allamoda nell’estate del 1937 quando si perde ad osservare col cannocchiale il paesaggio delle Cime Bianche: una camicetta bianca ed un paio di pantaloni molto ampi leggermente scampanati, parrebbe in “Principe di Galles”, tagliati sotto il polpaccio e trattenuti in vita da una fusciacca.

Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo
Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Un’ultima curiosità: Maria José fu la prima ad utilizzare scarponi tecnici con suola in Vibram abbandonando quelli con suola chiodata!

Gli anni ’50 e il boom della vacanza in montagna

“Oh, la belle chose qu’une belle femme sur le sommet d’une montagne!” (M.Morin, Les femmes alpinistes, 1956).

Veniamo quindi ai favolosi anni ’50, quelli della rinascita, del boom economico, dell’occhiolino alle mode made in USA, dell’utilitaria, della Vespa, delle vacanze…

Ecco, appunto, le vacanze degli Italiani. Non solo mare, certo, ma anche montagna!

E come far passare in maniera davvero POP l’idea che la montagna è bella, distensiva, salutare e adatta a tutti? Ovvio! Creando manifesti pubblicitari in cui protagoniste sono loro, le #donne! Bellezze da copertina; forme pronunciate, labbra rosso fuoco, capelli ondulati e sguardi da gatta! Sorrisi abbaglianti illuminano le affiches turistiche dell’epoca; artisti come Gino Boccasile firmano pubblicità entrate nel mito!

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Bellezze sulla neve, in funivia, in mezzo ai prati… Bellezze sui monti insomma!

E ancora oggi cerchiamo queste immagini “vintage”, simbolo di felicità e benessere, di vacanze spensierate e splendidi paesaggi!

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Stella