Archeo-UTMB. Passaggio in quota tra le vette degli Elvezi

Si sa, l’UTMB tocca anche il vicino Vallese svizzero. Da Champex-Lac raggiunge il grazioso villaggio di La Fouly per salire al Col du Grand Ferret e, da lì, scendere nella “nostra” Val Ferret valdostana, in territorio di Courmayeur.

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La Val Ferret lato italiano vista da nord-est

Ma quant’è bella la Val Ferret, ragazzi? Meglio ancora se in bassa stagione, coi colori accesi dell’autunno, quando si sentono di più i profumi del bosco e dell’erba… Ma è splendida sempre. Comunque non divaghiamo e restiamo “sul pezzo”. La Val Ferret lato italiano ci accoglie nel suo ampio abbraccio: il solco della Dora, cangiante tra l’azzurro e l’argento, i prati punteggiati di rocce, cespugli e fiori, gli ultimi boschi di larice e poi, sù sù, verso gli alti dossi erbosi e le cime innevate. Nel XII secolo veniva indicata come “Vallis ferracea“, cosa che potrebbe indurre a ritenere vi fosse ricchezza mineraria o presunte miniere di ferro. Ma non è così! Come in “Monferrato”, non è il ferro a dare origine al nome, bensì l’aggettivo “farratus” o “farraceus“, ovvero “ricco in foraggio”. In effetti bisogna riconoscere come l’abbondanza d’acqua e i terreni calcarei della vallata favoriscano la crescita di erbe utili al pascolo fino a quote assai elevate. E lo stesso dicasi per la vicina omonima vallata svizzera.

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Salendo al Col du Grand Ferret lato svizzero

E’ altresì probabile che, come accade per il “fratello” Col de la Seigne nell’alta Val Veny, anche dal Col Ferret vi siano sempre stati transiti e scambi, sicuramente in una zona meno monitorata (e meno tassata) che non il colle del Gran S. Bernardo.

La storica ed eroica strada romana delle Gallie non passava da qui, ma dal Summus Poeninus (il “Grande”, appunto) e univa Aosta (Augusta Praetoria) con l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Ad ogni modo, una località toccata dall’UTMB, Champex-Lac, dista veramente poco da Martigny, quindi perché non dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese? Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato)dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romane valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare al suo interno (dei protettori della casa). Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio. In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny e di cui vi racconterò in un prossimo post (un viaggio fantastico!).

Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, l’anno scorso, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

Un vero “archeo-trail” attraverso i secoli che, se vissuto a ritmo lento, può regalare emozioni “millenarie”.

Stella

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

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In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

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Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

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possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella città alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana città di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane età. Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacità strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua eredità e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarà il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinché protegga i nostri affari e commerci!”.

E così fu fatto. Ma già quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocità erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sì? Bene, vorrà dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era già un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

Finché la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprì gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

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La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

Finché non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

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“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perché ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo è il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunché! L’acqua è pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

Finché un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi è permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimé… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sé e sé; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non è tutta opera sua! Chissà chi avrà pagato, chi avrà convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscurità finché si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepì quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? Perché mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinità sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…Perché mi segui? Non mi è forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio è mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sì che è buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernì Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrà rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentì. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finché entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserà mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerà il mio acquedotto e sarà posto sotto la tua protezione. Nessuno oserà mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; silevò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metà giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissà che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

 

Stella