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- Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
- Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente āfuori dal coroā.
Stella



La dama in blu.
Immobile. Silenziosa. Se ne stava lƬ, in piedi, davanti a quel feretro avvolto da fiori gialli troppo vistosi per lei. Uno squarcio di colore in quella giornata fredda e piovosa in cui a suo marito, lāunico uomo che aveva conosciuto, veniva tributato lāultimo saluto. Un graffio colorato che la infastidiva, che non riusciva nemmeno a guardare.
Se ne stava lì Giuseppina, impietrita da un sentimento strano e confuso che le impediva di muoversi e parlare. Fissava la pioggia che cadeva battente su quelle persone vestite di nero, apparentemente tutte uguali; persone che sembrava si aspettassero qualcosa da lei. Un qualcosa che però non arrivava né sarebbe mai arrivato. Non era abituata a lasciar trasparire ciò che provava. Teneva tutto ben chiuso dentro il suo cuore. Doveva difendersi, e aveva imparato a farlo.
Quello stesso matrimonio era stata una forma di difesa, una speranza di vivere meglio e, soprattutto, di far vivere più tranquillamente la sua famiglia. Quellāuomo, più anziano di lei, provvedeva a sua madre e faceva studiare i suoi fratelli. E questo le bastava.
Forse non era mai stata davvero innamorata di quel marito che, sƬ, le voleva bene, ma non sapeva renderla veramente felice.
In realtĆ neppure lei sapeva cosa avrebbe potuto renderla felice. Forse non conosceva neppure il reale e profondo significato di quella parola, di quello stato dāanimo.
Era ancora giovane Giuseppina. Aveva solo 25 anni, anche se forse ne dimostrava qualcuno di troppo. Un volto da bambina, tondo, con grandi occhi scuri, ma velato da un misto di fermezza e malinconia. Un incarnato diafano esaltato da unāabbondante chioma corvina, riccia e ribelle, che lei si sforzava di stringere e comprimere sotto la cuffia. Ecco, forse quella chioma rappresentava la sua vera indole, il suo carattere, quella sua natura più intima e passionale, che lei tenacemente nascondeva sotto un aspetto austero e distaccato.
Non era mai stata davvero bella, Giuseppina. Eppure, a detta di molti, emanava uno strano fascino misterioso, forse dovuto ai suoi silenzi e a quel modo di guardare che pareva rovistare lāanimo mettendo a nudo le persone.

Giuseppina, appena venticiquenne, e giĆ vedova.
Non aveva avuto una vita facile. Primogenita di cinque figli, da subito aveva dovuto darsi da fare per accudire i più piccoli e la madre, spesso costretta a letto da una salute cagionevole. Quanto al padre, beh⦠un bel giorno non era più tornato. Cāera chi diceva fosse morto, durante uno dei suoi frequenti viaggi alla ricerca di un lavoro oltre le montagne. Ma in molti sostenevano che si fosse rifatto una vita lontano da lƬ, da quel paesello sonnacchioso dove tutti si conoscevano, nel bene e nel male.
E cosƬ Giuseppina aveva dovuto fare da capo famiglia, badando a tutti e lavorando come poteva. Una situazione non certo semplice che, però, non le aveva impedito di studiare. Sapeva leggere, scrivere e fare di conto. Inoltre era molto dotata nel ricamo, nel disegno e nel canto. Aveva imparato dalle suore, quandāera piccola.
Aveva le mani dāoro Giuseppina. E una voce melodiosa. Cantava sempre, ogni volta che poteva! Lāimportante era che fosse da sola. Non voleva che qualcuno la sentisse; era come se cantando si lasciasse andare, scoprendo il suo animo, le sue emozioni e le sue fragilitĆ . E di fragilitĆ lei non ne poteva avere. Non poteva permettersele.
Ed eccola lƬ, Giuseppina, a salutare non solo un uomo, ma un capitolo intero della sua ancor breve vita. In cuor suo giĆ sapeva che non avrebbe fatto la vedova. Certo, avrebbe rispettato il lutto e il ricordo. Ma lei voleva vivere. Voleva trovarsi unāoccupazione, magari ritagliarsi un minimo di spazio tutto per lei⦠chissà ⦠E poi era curiosa, avida di sapere. Avrebbe tanto voluto viaggiare. Ma erano solo sogni ⦠sebbene, in cuor suo, sperava non fosse cosƬ!
Quella pioggia le stava lavando via molte paure instillandole, contemporaneamente, il coraggio di guardare avanti, il coraggio di mettere finalmente al centro se stessa, ritrovandosi e volendosi un poā di bene.
Il primo anno di vedovanza trascorse via più veloce del previsto. Ciò che non sopportava era lāessere sempre sotto gli occhi di tutti, quasi che la gente non aspettasse altro che coglierla in fallo per dare un poā di sapore a quella pigra quotidianitĆ scandita dal lavoro nei campi e dal rintocco delle campane.
Quel giorno, allo scadere del primo anno dalla morte del marito, si recò sulla sua tomba e, nel sistemare un mazzo di fiori, promise a se stessa che, da quel momento, non avrebbe più indossato gli abiti neri. Li voleva blu. In tutte le sfumature possibili. Giuseppina adorava questa gamma di colori: le dava pace e la aiutava a sognare e pensare. La aiutava a rinascere.
Andò a messa quella domenica. Il suo abito blu fece voltare tutti. Sguardi severi, sorpresi, esterrefatti. Di certo quel giorno le vecchie donne del paese avrebbero avuto di che parlare. Ma non le importava. Lei sapeva di non dover rendere conto a nessuno.
Alla fine della celebrazione, il sacerdote la chiamò in sacrestia. Lui aveva capito perfettamente la ragione di quel blu. Giuseppina aveva solo 26 anni e, di fatto, era come se non avesse mai vissuto una vita sua, ma solo quella degli altri.
āSenti figliolaā, le disse il sacerdote, āho saputo che al castello cercano una brava governante. La signora Maria Teresa di Challant necessita di una dama personale che si prenda cura di lei e la aiuti nel sovraintendere alla gestione della casa. Tu te la sentiresti? Io ti conosco sin da piccola e so bene con quale dedizione e discrezione tu ti sia sempre prodigata per la tua famiglia. Pensaci. Se vorrai, sarò io stesso ad accompagnarti e a presentare le tue referenzeā.
Sul momento Giuseppina non seppe cosa dire, se non un flebile āgrazieā. Tornò a casa lentamente, assaporando la carezza delicata del sole primaverile e il forte profumo della terra che si riscalda dopo lo sciogliersi della neve.
Ecco, forse anche lei era come quella terra. La neve si era sciolta e lei aveva voglia di rinascere. Quella proposta non poteva essere un caso. Di fatto, nulla accadeva per caso. Non esisteva il ācasoā gratuito.

Tornò indietro quasi di corsa e, cosa insolita per il suo abituale comportamento, quasi irruppe in sacrestia per dire che avrebbe accettato.
āBene Giuseppina, domani andremo al castello!ā, esclamò il sacerdote con evidente soddisfazione.
Dalla finestra della sua casa, Giuseppina vedeva la possente sagoma turrita di quel palazzo che lāaveva sempre affascinata, ma in cui non aveva mai avuto lāoccasione di entrare. Quel momento era finalmente giunto. In paese tutti nutrivano profondo rispetto e a tratti un reverenziale timore nei confronti di Madame de Challant. Algida e austera, di rado sorrideva in pubblico. Si recava in chiesa ogni domenica; sedeva nel banco di famiglia, sempre molto elegante ma mai sfarzosa. Una donna alta, composta, dalla forte mascella quadrata e lo sguardo fiero. Una nobildonna di antica famiglia pienamente consapevole dellāimportanza che i suoi natali le conferivano. Lei era una Challant! Lāultima.
In molte, tra le giovani che aspiravano al ruolo di sua governante personale, erano state costrette ad andarsene. Madame era molto esigente, attenta, severa. Occorreva impegnarsi molto per accontentarla e raramente dava soddisfazione per il buon operato. Il minimo errore, la minima dimenticanza, potevano risultare fatali.
Ed eccola, Giuseppina, mentre saliva lāordinata strada lastricata che conduceva allāingresso. Il parco era davvero grande e molto ben curato con una fontana circolare al centro. Una doppia scalinata permetteva di raggiungere il portone principale: āche meravigliaā, pensò emozionata. Unāampia loggia decorata da sculture e stucchi incorniciava quel portone che aveva sempre solo intravisto da lontano, immaginando il mondo al suo interno, cosƬ diverso dal suo⦠Poco prima di entrare, una stranezza attirò la sua attenzione: lāorologio in facciata, che lei aveva sempre creduto reale, in realtĆ era dipinto: un inganno per lāocchio. Segnava le undici e dieci. Per quellāorologio sarebbero sempre state le undici e dieci. Forse anche un inganno del tempo? Chissà ⦠ma non ebbe modo di soffermarvisi oltre.
E adesso, invece, Giuseppina era lƬ in quel grande salone, ad attendere Madame accompagnata dal gentile prelato, lāunica persona cui la nobildonna mostrasse un minimo di confidenza.
āPadre Antoine, che onore la vostra gradita visitaā. La voce forte e impostata di Madame de Challant riempƬ il salone. Giuseppina sentiva lāagitazione crescere ogni secondo di più; si sentiva piccola al cospetto di quella potente signora che la guardava severa dallāalto in basso. Ma, come sempre, si sforzava di non lasciar trapelare nulla. Composta si inginocchiò nella maniera più elegante possibile e, con le mani in grembo, accennando un rapido inchino, espresse un saluto con un filo di voce. Ma non tenne gli occhi bassi. Anzi, fissava con una sorta di educata fierezza quella donna importante.

Uno sguardo che certo non sfuggƬ a Madame de Challant. āBene padre Antoine. Quindi ĆØ costei che avete scelto. Può restare per il momento. Mi renderò conto subito delle sue effettive capacitĆ e qualitĆ ā. Non degnò Giuseppina nemmeno di una parola di benvenuto; era come se non ci fosse. Incaricò una cameriera di accompagnarla nella sua stanza e mostrarle le zone della casa in cui le sarebbe stato permesso di accedere. Salutò cordialmente padre Antoine e se ne andò.
La stanza al penultimo piano era piccola ed essenziale, ma pulita e decorosa. Giuseppina guardò fuori dalla finestra e si sentƬ pervasa da un insolito senso di leggerezza nel lasciar correre lo sguardo su quelle dolci colline e sulle cime innevate. āFarò del mio meglio! Madame de Challant presto non potrĆ più fare a meno di me!ā, promise a se stessa.
I giorni presero a correre ad una velocitĆ inaspettata. Giuseppina aveva presto imparato a fronteggiare gli altalenanti stati dāanimo di Madame, le sue improvvise e molteplici richieste, gli ordini perentori e quella sua particolare fredda superioritĆ che le attirava lāantipatia di tutti ad eccezione dei suoi pari e di quelli che ambivano a doni, concessioni e privilegi.
Vivendo a stretto contatto con lei, si rese conto, col passare dei mesi, di quanto in realtĆ fosse sola, di quanto le mancassero gli affetti, in particolare quello del suo unico figlio, Vittorio, quasi sempre lontano per la vita militare o per altri suoi interessi. Di fatto Madame era stata costretta a rivestirsi di una spessa corazza per difendersi da quanti le offrivano un falso e interessato appoggio o unāinfida amicizia. Per questo metteva tutti alla prova e, sempre per questo, faceva in modo che fossero ben poche le persone a lei vicine. Poche e sempre le stesse.
Tuttavia, dopo quasi un intero anno dalla sua assunzione, pur avendoci provato in molti modi, non era ancora riuscita a mandare via Giuseppina.
āQuella ragazza ĆØ decisamente insolita!ā, pensava spesso Madame de Challant. āEā precisa, puntuale, affidabile. Non riesco mai a coglierla in fallo. E dire che allāinizio ero molto titubante⦠una popolana, oltretutto giĆ sposata e vedova! Invece devo ammettere che ĆØ molto garbata, educata e discreta. Non come certe pettegole che mi sono arrivate in casa tempo fa! Buone solo a curiosare e frugare nelle mie cose⦠Questa Giuseppina ĆØ diversa. Sa esprimersi correttamente e senza mai risultare fuori luogo. Non parla molto, anzi⦠ma ha un modo di guardarmi che dichiara una forte e determinata personalitĆ ā.
E così, passati altri mesi, Madame de Challant aveva iniziato ad affezionarsi a quella fanciulla solitaria e pensosa della quale aveva anche avuto modo di scoprire la profonda passione per la lettura e una particolare abilità nel ricamo tanto che non solo le affidò alcuni nuovi abiti da ricevimento che necessitavano di essere rifiniti e impreziositi con pizzi francesi, ma cercava con evidente piacere la sua compagnia nel conversare.
Questa manifestazione di fiducia aveva suscitato curiosità e, purtroppo, anche molte invidie. Più di una volta, infatti, Giuseppina aveva trovato la sua camera a soqquadro o i suoi abiti macchiati e lacerati.
Eppure, nonostante questo, mai si era lamentata nĆ© era andata a riferire lāaccaduto se non a padre Antoine, con cui spesso si confidava per avere conforto senza arrecare disturbo a Madame e creare scompiglio a palazzo. Sapeva, infatti, quanto la signora odiasse i pettegolezzi e le chiacchiere inopportune.
E fu sempre padre Antoine, un giorno, a riferire il tutto a Madame de Challant che chiedeva maggiori informazioni su questa misteriosa ragazza che aveva acceso il suo interesse.
Da quel momento lāatteggiamento della signora iniziò a cambiare; la sua gentilezza, i toni cortesi e lāevidente predilezione per Giuseppina non furono più un segreto.
āCara Giuseppinaā, esordƬ Madame quella mattina, āoggi sono profondamente felice! Finalmente, dopo tanto tempo, la prossima settimana mio figlio Vittorio finalmente tornerĆ a casa e vi resterĆ per qualche mese. Dovrai aiutarmi a far sƬ che tutto sia perfetto: dal suo appartamento fino al pranzo! Nessuna sbavatura, mi raccomando!ā.
Una luminosa mattina di metĆ maggio accolse il conte Vittorio. Lāintera servitù era schierata allāingresso. I giardini erano perfetti, meravigliosi: un trionfo di alberi fioriti e aiuole ricolme di rose, le Blanchefleur: una varietĆ di preziosa rosa antica, bianca screziata di rosa, dai petali carnosi e dal profumo dolce ma persistente. Passeggiare in giardino in quel periodo era come immergersi in un sogno avvolti da una fragranza straordinaria.
Madame indossava il suo abito più bello e, nonostante la non più giovane età , lei stessa splendeva come una delle sue amate rose. E, per la prima volta, Giuseppina, sempre al suo fianco, la vide sorridere ed emozionarsi.
Madame non aveva approvato lāabito scelto dalla ragazza; āMa insomma, ĆØ troppo scuro! Siamo in primavera ed ĆØ un giorno di festa! PerchĆ© non indossate quello color zafferano? Siete davvero testarda, ma un giorno riuscirò a farvelo indossare!ā. Giuseppina, ancora una volta, aveva preferito il suo abito blu. Un blu oltremare lucido e intenso. Un taglio quasi monastico, senza orpelli: ma lei era a suo agio cosƬ.
Era molto curiosa di conoscere il conte Vittorio. Su di lui giravano molte voci. Chi diceva che non corresse buon sangue con la madre e che, per questo, preferisse stare lontano per lunghi periodi. Chi giudicava strano il fatto che non avesse mai avuto una fidanzata e che, a quanto pare, non volesse nemmeno sposarsi; cosa che, avendo egli superato i quarantāanni, suscitava dubbi e sospetti più o meno malevoli. Chi ancora affermava che, in realtĆ , fosse tutta colpa della madre che pretendeva di essere lei a stabilire quando e se sarebbe convolato a nozze e, soprattutto, a decidere con chi. E nessuna sarebbe mai andata bene perchĆ©, a detta dei più, nutriva un tale smisurato amore per il figlio che mai gli avrebbe permesso di amare unāaltra donna.
Distratta da tutti questi pensieri non si accorse che il conte era giĆ arrivato alla scalinata dāingresso. Scese dal suo cavallo e si avvicinò alla madre.
Era un uomo molto alto e magro, quasi segaligno. Un volto scarno dai tratti affilati; un naso forse troppo lungo e dei baffi biondi che ombreggiavano due labbra sottili, quasi trasparenti.
Ma ciò che più la colpì furono gli occhi. Due perle allungate di uno strano colore grigio-azzurro, una tinta che tanto le ricordava il marmo cangiante di quelle montagne.
Rimase ammaliata dallāincontrare quello sguardo sfuggente e al tempo stesso penetrante quando lui la guardò per salutarla. Credette di essere arrossita; credette di perdere lāequilibrio. Ma come sempre, nulla di tutto questo trasparƬ allāesterno.
Il conte, di ventāanni anni più grande di lei, era un uomo schivo e solitario. Amava ritirarsi a leggere, amava lāarte e la musica; soprattutto amava andare a cavallo. Nutriva una sorta di venerazione per questi splendidi animali, in particolare per Horus, il suo prediletto, un magnifico stallone di razza normanna color del grano.
Un nome insolito riferito al dio egizio del sole, figlio di Iside e Osiride, che, si venne poi a sapere, fu scelto dal conte spinto dalla sua passione verso lāantico Egitto, allora in gran voga a Torino.
āHorus ĆØ un esemplare meravigliosoā, si vantava spesso con Gaston, lo stalliere del castello, āĆØ elegante, robusto e armonioso allo stesso tempo. Mi raccomando, abbiatene la massima cura!ā.
Un pomeriggio, di ritorno da una delle sue lunghe cavalcate, il conte e Giuseppina si trovarono per la prima volta lāuno di fronte allāaltra. āSto cercando mia madre, voi sapete dove si trova?ā, le chiese frettoloso. āEā uscita a fare una passeggiata in carrozza, signore. Ma dovrebbe tornare tra pocoā, rispose Giuseppina vagamente intimidita.

āCapisco⦠voi dunque siete la sua nuova dama di compagnia? Come vi chiamate?ā. āOh no, sono solo una governante⦠mi chiamo Giuseppinaā rispose lei in maniera cortese ma apparentemente seccata e frettolosa.
āGiuseppina come?ā, insistette Vittorio. āAllegroni. Giuseppina Allegroniā, gli fece eco la giovane fissandolo negli occhi e rendendosi conto in quellāistante di non aver detto Giuseppina Giovane e si sentƬ in colpa. Quindi si corresse: āVedova Giovane. Mio marito ĆØ morto due anni faā. Ma ora vi prego di scusarmi, ho molto da fare prima del ritorno di Madameā e, abbozzando il suo abituale veloce inchino, se ne andò.
āAllegroni ā¦ā, pensò il conte tra sĆ© e sĆ©, āquindi una popolana! Insolito che mia madre le conceda cosƬ grande credito e fiducia. Decisamente una ragazza misteriosa … e giĆ vedova oltretutto!ā E si promise che avrebbe cercato di saperne di più.
Dopo cena, seduto davanti al camino con la madre, il conte chiese informazioni su questa nuova giovane governante. La madre lo trafisse con obliquo cipiglio: āEā una vedova! Eā giĆ stata sposata ed ĆØ una semplice ragazza del popolo. Me lāha raccomandata padre Antoine: ĆØ seria, discreta e affidabile. Cerca di non mostrare interesse nei suoi confronti, mi sono spiegata? Non voglio scandali nĆ© pettegolezzi, sia chiaro! Ricordati chi sei e da dove vieni Vittorio! Tu meriti ben altro. Anzi, la prossima settimana ho organizzato un grande ricevimento e tra gli invitati credo ci possa essere unāottima candidata al ruolo di consorteā.
āMadre, per la miseria!ā, inveƬ Vittorio scattando in piedi, āeppure lo sapete che detesto le feste! Fate pure, io non verrò! E non mi interessa la vostra ospite!ā.
Non fece in tempo a finire la frase che anche la madre si alzò di scatto dalla poltrona e con aria oltremodo adirata tuonò: āTu ci sarai! Eā un ordine!ā e scomparve nellāombra della scala.
Credevano di essere soli, invece qualcuno, nellāombra, aveva assistito alla scena: Giuseppina, in cuor suo e in maniera del tutto irrazionale, gioƬ per la reazione del conte. Non ve ne era alcun motivo, ma si sentƬ stranamente euforica e felice sapendo che nessuna fosse ancora padrona del suo cuore.
Giunse cosƬ il giorno della festa. Il castello risplendeva di cristalli e broccati. Il salone sembrava uscito da una fiaba e persino il menu della cena era stato studiato nei minimi dettagli. Anche il parco si presentava nella sua veste migliore; nei loggiati erano stati posizionati grandi vasi di terracotta con piante di limone, assai di moda nelle residenze aristocratiche.
Tutta la nobiltĆ locale era stata invitata, cosƬ come molti esponenti dellāaristocrazia torinese e savoiarda. Madame era tesa e nervosa: Vittorio non arrivava. Era oltremodo offensivo non essere presenti ad accogliere invitati cosƬ prestigiosi! Aveva ordinato di andare a cercarlo, ma nessuno lo trovava.
Giuseppina chiese il permesso di unirsi alle ricerche. Si recò nelle stalle e, come immaginava, Horus non cāera! Il conte era uscito a cavallo. Attese facendo la spola tra le scuderie e il cancello, ma il conte non arrivò.
Una volta rientrata notò immediatamente lāagitazione di Madame che si impegnava, nonostante tutto, a gestire il ricevimento conversando con gli ospiti e accampando scuse circa lāassenza del figlio.
Non ci fu nulla da fare; il conte non rientrò e il ricevimento si concluse con le più sentite e sofferte scuse di Madame de Challant che si vide costretta a inventare, in seguito, che il figlio era caduto da cavallo in un bosco lontano dal palazzo e che fu soccorso solo il giorno successivo da boscaioli capitati lì per caso.
La primavera finƬ. Lāestate trascorse lenta e pigra finchĆ© i colori dellāautunno non cominciarono ad accendere il paesaggio. Giuseppina amava molto quel periodo dellāanno; lo considerava un inno, o piuttosto, un grido di vita che la natura lanciava con la forza e la potenza di quella bellezza infuocata. Una bellezza che non sarebbe durata a lungo ma che, proprio perchĆ© breve e fragile, doveva imporsi potente e prepotente negli occhi e nellāanima.
In quei mesi, col suo impegno, la sua precisione e la sua affidabilitĆ , era riuscita a ritagliarsi definitivamente uno spazio prezioso nel cuore di Madame che, piano piano, aveva addirittura iniziato a confidarsi con lei.
Fu cosƬ che venne a sapere dei suoi tormenti, delle sue ansie e della forte preoccupazione per quellāunico adoratissimo figlio cosƬ solo e sfuggente. Vittorio sin da bambino aveva manifestato un carattere chiuso e ombroso cui si accompagnava una viscerale ammirazione per il padre. Un padre autorevole e carismatico che, a sua volta, lo adorava pur non riuscendo, per indole ed educazione, ad esprimere al figlio il suo affetto. Che cāera, di fatto, ma che non si notava nĆ© si sentiva. E presto la carriera militare rappresentò la migliore delle motivazioni per andarsene e stare lontano lunghi periodi. Amava molto viaggiare, Vittorio; era letteralmente divorato dalla curiositĆ e dal desiderio di scoprire paesi, usi, costumi⦠di conoscere altre realtĆ e altri orizzonti.
Madame lo capiva, ma condivideva questa sua passione fino a un certo punto. Avrebbe voluto che restasse più tempo a palazzo, per occuparsi in prima persona degli affari di famiglia e, non ne faceva mistero, per sposarsi e garantire un futuro alla casata, di fatto già pesantemente indebolita e sfrangiata. Più volte gli aveva proposto ottimi partiti, ma invano.
E Vittorio, per reazione, cercava di allontanare la prospettiva di un matrimonio preferendo inseguire il suo ideale di libertà . Un divario apparentemente insanabile che stava allontanando madre e figlio ogni giorno di più.
Le folte chiome degli alberi davanti allāingresso si erano ormai tinte di porpora e oro. Lāautunno inoltrato stava regalando il meglio di sĆ© avvolgendo in un giallo luminoso i filari dei vigneti che incorniciavano il castello. Anche nelle giornate nuvolose in cui le nebbie restano impigliate tra i rami dei pini, tutto intorno al castello il paesaggio emanava una vibrante e poetica bellezza.
āGiuseppina!ā. La giovane, immersa nella lettura, sobbalzò e si voltò. Il conte Vittorio era tornato! āGiuseppina, vi ho riconosciuta da lontano. Lāunico accento blu nel giallo autunnale!ā. Giuseppina rimase talmente sorpresa che ci mise un po’ a trovare una risposta. āConte Vittorio, che sorpresa! Il vostro ritorno non era stato annunciato⦠Madame vostra madre sarĆ raggiante!ā.
āGiĆ ā¦ā rispose il conte guardando lontano. āBene, allora credo sia tempo di rientrare, giusto?ā abbozzando un sorriso tirato. La reazione del conte non fu quella ci si sarebbe aspettati, ma Giuseppina non se ne stupƬ.
Come previsto, Madame esultò dalla gioia. Sembrava si fosse persino dimenticata della voluta scomparsa del figlio in occasione della festa di primavera. Tra loro sembrava che tutto andasse bene: Madame de Challant e Vittorio si concedevano lunghe passeggiate tra Aymavilles, Saint-Pierre e Sarre. Accettavano volentieri inviti presso la nobiltĆ locale e, di tanto in tanto, anche a castello venivano organizzati sfavillanti ricevimenti in cui il conte amava mostrare agli ospiti le prestigiose opere dāarte e gli innumerevoli oggetti rari e insoliti portati dai suoi viaggi in giro per lāEuropa.
Alcuni facoltosi esponenti dellāaristocrazia iniziarono a proporre le proprie figlie come possibili spose di questāuomo certo schivo, ma ricco, intelligente e brillante.
Tuttavia, non appena Madame riprese il discorso del matrimonio con maggiore insistenza, Vittorio partƬ nuovamente, nel cuore di una piovosa notte di fine novembre.
Questa volta Giuseppina si accorse di quanto questa assenza pesasse sul suo cuore. Il conte le mancava. Con quel suo carattere apparentemente ombroso e solitario, ma in realtĆ attento e sensibile, lo avvertiva assai simile a come era lei e sapeva che avrebbe potuto stare bene con lui. Ma era anche perfettamente consapevole di quanto fosse un sogno: non le sarebbe mai stato permesso!
Passò lāinverno. Le nevi lasciarono nuovamente posto al verde smeraldo dei prati e, piano piano, i primi boccioli di rosa iniziarono a impreziosire quel giardino da lei tanto amato. Le piaceva ritagliarsi piccoli spazi per sĆ©, accomodarsi sulla sua panchina preferita da cui poteva abbracciare con lo sguardo quel paesaggio di disarmante bellezza cullata dalla voce della grande fontana.
O per leggere, o per ricamare, Giuseppina in quel posto, circondata dalle rose, si sentiva davvero a casa. I sogni, beh, quelli restavano nelle più recondite profonditĆ dellāanimo ma si sforzava di tenerli costretti e domati come faceva coi suoi ricci neri e ribelli che nessuno aveva mai visto.
Certo sperava che un giorno, da quel cancello entrasse lui, che tornasse a cavallo di Horus per fermarsi, finalmente, e non partire più. Ma nello stesso tempo temeva che avrebbe potuto tornare con una moglie, e questo le avrebbe definitivamente spezzato il cuore. Così come un altro suo grande timore, era ricevere la fatale notizia che il conte fosse morto.
Un pomeriggio, verso il tramonto, terminate le faccende per Madame, nella quale ormai aveva trovato una sorta di seconda madre, Giuseppina si recò al suo amato angolo di parco dove, però, trovò qualcosa di inaspettato: sulla panchina una rosa bianca con un nastro blu. Nientāaltro. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Prese il fiore, ne apprezzò il famigliare profumo, e lo chiuse nel suo libro.
Il giorno successivo, alla stessa ora, trovò unāaltra rosa dello stesso colore con un nastro blu.
E anche questa volta: nessuno.
Ogni giorno, alla stessa ora e nello stesso posto, Giuseppina trovava una rosa bianca con un nastro blu ad attenderla. Ma chi mai poteva essere?
Non fece parola con nessuno di questi fatti. In camera, nel cassetto della toilette, ormai le rose non si contavano più.
FinchĆ©, in una sera dāestate, arrivata alla sua panchina, Giuseppina non trovò alcun fiore. Rimase delusa; ormai si era innamorata di quellāabitudine. Si sedette e rimase lƬ. Niente.
Rientrò per le abituali faccende, per la cena e la buonanotte alla cara Madame, sempre più anziana. Salì in camera, provò a mettersi a letto ma era impossibile prendere sonno. Si girava agitata pensando a quella rosa mai arrivata. Finché, assalita da una rabbia mista a tristezza e frustrazione, prese tutte le rose accumulate gelosamente nel cassetto e, in piena notte, corse fuori. Respirò a pieni polmoni. Andò alla panchina e, finalmente erompendo in un pianto liberatorio, buttò nel vento tutte le rose ricevute accanendovisi e lacerandole.
āPerchĆ©? PerchĆ©? PerchĆ© non mi ĆØ permesso neppure sognare? PerchĆ© non mi ĆØ concessa neppure la consolazione di un amore invisibile?!, ripeteva tra le lacrime.
āGiuseppina, avete dei capelli bellissimiā. Allāimprovviso una voce alle sue spalle. Quella voce! La giovane si voltò di scatto e istintivamente si portò le mani nei capelli: era uscita senza cuffia! E lui era lƬ, davanti a lei!
Non riusciva a dire una sola parola. āVoi⦠conteā¦ā, sospirò tremante, sconvolta da un vortice di emozioni, speranze e paure. āVoi⦠Vittorio, siete qui!ā.
E finalmente, senza pensare, senza riflettere, senza contenersi, Giuseppina si strinse a quellāuomo con tutta la forza e lāimpeto di una donna innamorata.
Lui ricambiò col medesimo trasporto e le sussurrò: āAvete dei capelli bellissimi⦠lasciateli liberi. Siete la mia rosa, una dolcissima rosa in blu! Vi prometto che non andrò più via!ā.
Stella
Il destino di Ophelia. FragilitĆ apparente.
Potreste restare stupiti dall’argomento di questo articolo, ma ĆØ da mesi che lo sto maturando; da quando ĆØ uscito il brano The fate of Ophelia di Taylor Swift. Un brano che mi ĆØ entrato subito in testa il cui video comincia proprio rievocando il famoso quadro di Millais: la diafana principessa Ophelia mentre si lascia annegare avvolta in un candido abito da sposa ricoperto di fiori. Un matrimonio mancato, un amore rinnegato, una speranza di felicitĆ drasticamente tradita. Ma ĆØ tutto qui?
E cosƬ mi ĆØ sorto il desiderio di riprendere questo meraviglioso personaggio il cui carattere e il cui destino (appunto) diviso tra fragilitĆ e forza, ha davvero segnato un’epoca e il suo intrinseco messaggio, di fatto, si rivela ancora attuale.
Tra le pieghe più fragili e luminose del teatro shakespeariano, #Ophelia continua a brillare come un enigma. Non è soltanto la giovane innamorata di Amleto, né la vittima silenziosa di una corte che divora i suoi figli: è un personaggio che vive nel confine sottile tra innocenza e consapevolezza, tra obbedienza e desiderio, tra realtà e follia.
La sua immagine ā sospesa tra innocenza, dolore e follia ā ha attraversato i secoli trasformandosi in un simbolo universale di fragilitĆ poetica.
Ophelia ĆØ la figura che Shakespeare lascia parlare attraverso i vuoti, gli sguardi, i fiori. Ogni suo gesto ĆØ un simbolo, ogni parola un presagio. La sua dolcezza non ĆØ debolezza: ĆØ resistenza poetica in un mondo che non le concede spazio. E quando la sua mente si incrina, non ĆØ un cedimento, ma un grido che nessuno vuole ascoltare.
La sua follia ĆØ un linguaggio alternativo, un codice segreto che smaschera lāipocrisia della corte danese. I fiori che distribuisce non sono ornamenti, ma accuse. Le sue canzoni non sono deliri, ma veritĆ che solo chi ĆØ ai margini può permettersi di dire.
E poi cāĆØ lāacqua. Lāacqua che la accoglie, la avvolge, la trasforma in icona. Ophelia non scompare: si tramuta in immagine eterna, sospesa tra vita e morte, tra arte e mito. Da Millais ai poeti romantici, da psicoanalisti a registi e cantanti contemporanei (vedi appunto il successo planetario di Taylor Swift!), tutti hanno cercato di interpretarla, di salvarla, di reinventarla.
Ecco, ĆØ appunto il celebre dipinto di John Everett Millais, realizzato tra il 1851 e il 1852, oggi conservato alla Tate Britain di Londra, uno dei capolavori assoluti del movimento preraffaellita.
Millais raffigura Ophelia nel momento della morte, galleggiante nel ruscello con le braccia aperte e circondata da una natura minuziosamente descritta. La scena, resa con un realismo quasi botanico, unisce simbolismo e poesia visiva: ogni fiore ha un significato, ogni dettaglio contribuisce a raccontare la sua storia.
Il dipinto ĆØ diventato cosƬ iconico che ha influenzato non solo pittori, ma anche poeti e artisti di epoche successive. La stessa Treccani ricorda come elementi quali il fiume, il giglio e la veste bianca fossero giĆ centrali nellāiconografia ottocentesca di Ophelia, affascinando generazioni di artisti romantici. Piccolo cameo “gossip”: chi fu la musa o la modella su cui si basò la realizzazione di questo quadro straordinario?
Si tratta di Elisabeth Siddal, detta anche Lizzy o Lizzie: una ragazza dalla bellezza spiazzante e controversa, dalla carnagione molto chiara, i lineamenti scarni, i capelli rossi come di volpe e unāaltezza non comune allāepoca. Poetessa e anch’essa pittrice, Lizzie aveva sposato un altro noto artista preraffaellita: Dante Gabriel Rossetti, amico di Millais. Si narra che la giovane Lizzie fu costretta a posare per ore seminuda in una vasca da bagno e, alla fine, si ammalò pure! Ma la sua Ophelia ĆØ decisamente entrata nell’immaginario universale.
NellāOttocento, la figura di Ophelia diventa un emblema della sensibilitĆ romantica: la donna vittima di passioni troppo grandi, la purezza distrutta da un mondo crudele, la follia come linguaggio alternativo e rivelatore.
Poeti come Arthur Rimbaud le dedicano versi memorabili, contribuendo a fissare nellāimmaginario collettivo la sua immagine eterea e tragica
Ma forse Ophelia non vuole essere salvata: vuole essere compresa.
Rileggere Ophelia oggi significa interrogarsi sul silenzio delle donne, sulla fragilitĆ come forma di forza, sulla poesia che nasce dal dolore. Ć un invito a guardare oltre la superficie, a scoprire la potenza nascosta nei personaggi che la storia ha relegato ai margini.
La forza dellāimmagine di Ofelia sta nella sua ambiguitĆ : ĆØ vittima e ribelle, innocente e consapevole, reale e simbolica. Lāacqua che la avvolge ĆØ al tempo stesso luogo di morte e di metamorfosi. Ed ĆØ proprio su questa metamorfosi che si incardina il senso del brano di Taylor Swift: salvarsi da un tragico destino e rinascere più forte di prima.
Ophelia non ĆØ unāombra. Ć un riflesso. E come ogni riflesso, ci costringe a guardarci dentro.
Stella
Ayla e il Drac: il respiro dell’inverno
Il vento scendeva dal Monte Bianco come un respiro antico, sollevando vortici di neve che danzavano tra i larici. Lāinverno aveva avvolto la Valle dāAosta in un silenzio quasi sacro, rotto solo dal crepitio del ghiaccio che si spaccava lungo i pendii. Nella piccola valle di Veny, lāinverno non era solo una stagione: era un guardiano silenzioso, unāentitĆ che osservava ogni passo.
Ayla, giovane apprendista dei Guardiani delle Alpi, avanzava con il mantello stretto attorno alle spalle. Da giorni seguiva una traccia che solo lei riusciva a vedere: una scia di luce azzurra che serpeggiava sulla neve, lasciata da qualcosa che non apparteneva al mondo degli uomini.
La traccia la condusse fino al Lago del Miage, completamente ghiacciato. Sotto la superficie, Ayla percepƬ un movimento lento, come unāombra che nuotava tra le crepe del ghiaccio. Un Drac, spirito dāacqua delle leggende valdostane, emerse con occhi liquidi e antichi. Non era ostile: sembrava inquieto, come se qualcosa avesse turbato il suo dominio.
«Il fuoco si è risvegliato» mormorò la creatura, con una voce che sembrava provenire da profondità glaciali. «E con esso, ciò che dormiva sotto le montagne.»
Le leggende dicevano che sotto quellāantico ghiacciaio dormisse la Fiamma di pietra, un frammento di fuoco primordiale capace di sciogliere anche il gelo eterno. Ma qualcuno ā o qualcosa ā lo aveva risvegliato.
Dalla neve presero forma piccole figure bianche, con piedi enormi e barbe ghiacciate: erano folletti, spiriti benevoli della montagna, che osservavano Ayla con curiosità . Uno di loro si avvicinò saltellando. «Guardiana, il gelo non è più nostro alleato. Qualcosa lo sta corrompendo.»
Ayla si avvicinò con fatica al vecchio ingresso di una grotta sul fronte dellāenorme ghiacciaio che si gettava nel lago, avanzando nella spessa coltre di neve, mentre la bufera le sferzava il volto.
Entrò. Il silenzio era cosƬ profondo da sembrare vivo. Poi, improvvisamente, un bagliore: una creatura emerse dallāoscuritĆ : un lupo interamente fatto di ghiaccio, con occhi che bruciavano come stelle fredde. Non ringhiava. Non avanzava. La osservava.
Ayla sollevò il bastone magico regalatole dalla nonna, la saggia Mayra: un bastone del suo popolo, ricoperto da antiche rune il cui significato si perdeva nella notte dei tempi. «Non sono tua nemica» sussurrò. «Voglio solo riportare equilibrio.»
Il lupo inclinò la testa, e la scia luminosa che aveva seguito si intensificò. La condusse in una sala naturale, dove la Fiamma di pietra fluttuava sospesa sopra un altare di cristallo. Unāombra scura, simile a fumo congelato, cercava di avvolgerla.
Ayla capƬ. Il lupo non era un guardiano del ghiaccio, ma del fuoco. E lāombra era ciò che restava di un temibile Dzaleun, spirito del vento ghiacciato, deciso a spegnere ogni calore nel mondo.
Con un gesto deciso, piantò il bastone nel terreno. Le rune che componevano lāantico incantesimo si accesero, irradiando una luce calda che si diffuse nella caverna. Il lupo ululò: un suono cristallino che riecheggiò nel ventre del ghiacciaio e frantumò lāombra dello Dzaleun in mille schegge di vetro scuro. I folletti, accorsi silenziosamente, si disposero in cerchio. Il Drac, richiamato dal potere della Fiamma, apparve in un turbine dāacqua gelata. Tutte le creature della valle si erano unite.
La Fiamma di pietra si quietò. Lāinverno, fuori, sembrò respirare più dolcemente.
Ayla uscƬ dalla grotta mentre il sole tramontava dietro le cime innevate. Il lupo la seguƬ fino allāingresso, poi si dissolse in una pioggia di cristalli.
Lei sorrise: la Valle era salva, almeno per quellāinverno.
Natale, tempo di fiabe, magia e … castelli!
Il Natale non ĆØ soltanto una festa: ĆØ un incanto che si rinnova ogni anno, un momento sospeso in cui la realtĆ sembra tingersi di meraviglia. Le strade si illuminano di luci dorate, il caldo profumo di biscotti riempie le case, e i cuori si aprono alla speranza.
Ć il tempo delle fiabe, quando i bambini attendono con occhi sognanti lāarrivo di Babbo Natale e gli adulti riscoprono la gioia di credere ancora nei piccoli miracoli. Ogni gesto diventa simbolo: un dono sotto lāalbero, una candela accesa, una storia raccontata davanti al camino.
Il Natale ci invita a fermarci e ad ascoltare: le voci della tradizione, i ricordi che tornano, le promesse di un futuro più luminoso. à un tempo che ci ricorda che la vera magia non sta nei regali, ma nella capacità di condividere amore, calore e gentilezza.
Il Natale ci invita a fermarci e ad ascoltare: le voci della tradizione, i ricordi che tornano, le promesse di un futuro più luminoso. à un tempo che ci ricorda che la vera magia non sta nei regali, ma nella capacità di condividere amore, calore e gentilezza.
Come nelle fiabe, tutto sembra possibile: la neve che cade silenziosa diventa un tappeto di sogni, le stelle brillano come segreti da custodire, e ogni sorriso ĆØ una porta che si apre verso un mondo migliore.
E un libro di fiabe è uno dei regali più magici che si possano consigliare a Natale: un dono che porta con sé storie senza tempo, atmosfere incantate e la possibilità di condividere momenti di lettura in famiglia. Significa donare un mondo di sogni e avventure che non finiscono mai, oppure, come nel caso di questo libro, che possono essere ritrovati nella realtà !
“Castelli da fiaba in Valle d’Aosta ta realtĆ e fantasia“, scritto da Stella Bertarione, può essere un ottimo modo per donare la Valle d’Aosta e i suoi castelli densi di storia e suggestioni. Ogni storia racchiude un castello (che esiste davvero!) e ogni racconto porta con sĆ© un pezzo di territorio ammantato di magia. Montagne, boschi, villaggi, leggende, tradizioni … tutto si mescola per narrare una terra incantata dove sognare a occhi aperti.

Uscito a luglio 2024, questo volume si può acquistare solo nelle librerie e cartolibrerie della Valle d’Aosta; non si trova online, ma chi ĆØ interessato può contattare direttamente l’autrice attraverso questo blog.
Il Natale è, in fondo, la fiaba più bella che possiamo vivere insieme.
Stella
Goth-tale di Halloween. L’oscuro signore di Montmayeur
Ed eccoci ad #Halloween, una “festa” che personalmente non amavo e non “praticavo” fino a quando non sono diventata mamma! CosƬ, oggi 31 ottobre, tra zucche, fantasmi, ragnatele e pipistrelli, con 2 streghette eccitatissime che si preparano a fare #trickortreat, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle dāAosta:Ā Montmayeur,Ā in comune diĀ Arvier.
Dai fiabeschi scenari dei Castelli da fiaba protagonisti del mio libro estivo, al più cupo profilo di un maniero diroccato a guardia della Valgrisenche.
SarĆ un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

La casa sua il signore di Baux
lāha costruita sui sassiā¦
La casa sua il signore di Baux
lāha costruita sui sassiā¦
Passi di mille cavalieri
segnano i suoi sentieri,
vegliano dallāalto nella notte
gelidi i suoi pensieriā¦
I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.Ā Ā Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare lāavanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalireĀ lāimpervio sentiero che conduce alla sommitĆ di unāaltura isolata, dal fascino sinistro. Siamo allāimbocco dellaĀ Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle dāAosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo dāItalia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.
A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE
Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare alĀ bivio per Grand Haury,Ā un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparireĀ lāaustero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata mimetizzata nel bosco,Ā in cima a uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

OSCURE LEGGENDE
Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita.Ā Un vero e proprio ānido di avvoltoiā circondato da cupe leggende, cosƬ viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dallāalto della torre.
Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di ChambĆ©ry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma perā¦decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di ChambĆ©ry, come ādocumento che mancava al processoā. Per sfuggire alla catturaĀ il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.
Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene ĆØ mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.
Montmayeur nacque cosƬ e tale ĆØ rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.
Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….
Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinitĆ con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!
SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX
I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabiliāĀ al limite delleĀ Alpilles, in unĀ altopiano quasi incastrato tra leĀ Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocceĀ un imponenteĀ castello,Ā arroccato sul ciglio di un dirupo,Ā tantoĀ maestosoĀ da diventare parte delle rocce stesse e da dominareĀ lāintera vallata.

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietĆ .
Per quasiĀ cinque secoli iĀ Signori di BauxĀ riuscirono a difendereĀ il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi daĀ dichiararsi discendenti di Baldassarre,Ā uno dei treĀ Re Magi; Ā non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso.Ā Tanto impavidiĀ e fieri da essereĀ definiti dal poetaĀ MistralĀ āStirpe di aquile, mai vassalliā.

La loroĀ storia ĆØ una lunga ed impetuosaĀ catena di guerre, sangueĀ e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farĆ estinguere il mondo dei Baux.
A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città -fortezza.
Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltĆ . ChiamatoĀ āflagello della Provenzaā, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).
Per eliminarlo, il re di Francia e il papa ā per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto ā ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscƬ comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!
Si narra che i Baux scomparvero nellāarco di una sola notteĀ e che, giĆ il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i āDel BalzoāĀ e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo dāAngiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

Eā bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza diĀ un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.
Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: Ā«A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierresāŗāŗ.
Stella
Afrodite Sosandra: La Dea dell’Amore e del Mistero
Che la si chiami Afrodite o Venere, lei ĆØ la dea dell’amore sensuale e della bellezza; la dea raffigurata senza veli che si mostra in tutto il suo splendore fisico. Che sia nata da Zeus oppure, come Botticelli dipinge, dalla spuma del mare, Afrodite porta con sĆ© una miscela inebriante di fascino e di maliarda sensualitĆ .
La nascita dalle onde marine viene legata all’etimologia del nome, dal greco aphros (“schiuma”); oppure potrebbe avere origini fenice, Ashtaroth, nome di una dea simile all’Ishtar babilonese, se non addirittura orientali, dall’assiro Bariritu, che dall’accadico barÄrÄ«tu significa “notte” o “crepuscolo”. Questa divinitĆ , infatti, nacque dalla mescolanza diĀ culture diverse, orientali e occidentali, e la sua venerazione, tanto come entitĆ marina che celeste, si diffuse in tutta lāarea del Mediterraneo. La principale via di diffusione furono leĀ cittĆ sul mare e i porti. Il culto di Afrodite, viaggiando per mare, travalicò i confini imposti dagli uomini.
Nei porti di Corinto, Atene, Siracusa, Cnido furono innalzati templi per venerarla. Alla dea erano associati anche nomi legati ai commerci e alla navigazione. Abbiamo Afrodite Pelagia (del mare) o Afrodite Euplea (della buona navigazione). E nell’agorĆ di Atene era presente un tempio dedicato ad Afrodite Pandemos, ossia colei che aveva unificato il popolo.
Oggi, però, voglio parlarvi di una Afrodite diversa, più antica delle Veneri classiche ed ellenistiche, cosƬ come di tutte le raffigurazioni che ci vengono in mente mediate dall’arte rinascimentale e barocca: l’Afrodite Sosandra, ossia “Salvatrice di uomini” (dal greco sozein, salvare, e andres, uomini). Lo si nota subito: la dea qui ĆØ completamente vestita, un lungo e pesante himation, un ampio mantello, la ricopre da capo a piedi. Il braccio destro ripiegato sotto la stoffa crea una piega quasi architettonica aggiungendo maestosa imponenza a questa statua a dir poco insolita e magnetica.
Già , perché Afrodite, qui, si nasconde alla vista, ammantandosi letteralmente di pudicizia e mistero.

Dellāopera si conoscono una ventina di copie marmoree di etĆ romana, tra cui corpo senza testa e un busto al Louvre, una testa conservata presso la collezione archeologica dellāUniversitĆ di Pavia, nonchĆ© un frammento della testa allāAntiquarium del Palatino a Roma.
L’esemplare più conosciuto ĆØ oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e proviene da Baia (localitĆ di villeggiatura molto amata dalle Ć©lites di epoca romana imperiale). Quelle giunte sino a noi sono tutte copie in marmo di epoca romana. L’originale, invece, era una statua bronzea realizzata da Kalamide tra 470 e 460 a.C., e doveva trovarsi sull’Acropoli di Atena in prossimitĆ dei Propilei. Stando ad alcune voci, parrebbe addirittura che l’artista volle raffigurare Aspasia di Mileto, la seconda moglie di Pericle, che per lei perse completamente la testa. Donna di grande carisma, amica di artisti e filosofi, Aspasia, giunta da una terra straniera, divenne la prima consigliera del marito, grande condottiero, e figura di spicco nel panorama culturale della democrazia ateniese. on Pericle (e Aspasia al suo fianco) L’esemplare più conosciuto ĆØ oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e proviene da Baia (localitĆ di villeggiatura molto amata dalle Ć©lites di epoca romana imperiale). Quelle giunte sino a noi sono tutte copie in marmo di epoca romana. L’originale, invece, era una statua bronzea realizzata da Kalamide tra 470 e 460 a.C., e doveva trovarsi sull’Acropoli di Atena in prossimitĆ dei Propilei. Stando ad alcune voci, parrebbe addirittura che l’artista volle raffigurare Aspasia di Mileto, la seconda moglie di Pericle, che per lei perse completamente la testa.

Donna di grande carisma, amica di artisti e filosofi, Aspasia, giunta da una terra straniera, divenne la prima consigliera del marito, grande condottiero, e figura di spicco nel panorama culturale della democrazia ateniese. Con Pericle (e Aspasia al suo fianco), mai Atene fu più splendida: era lāAtene di Fidia, di Socrate, di Platone, di Euripide.
Si tratta di uno degli esempi più famosi della scultura greca di stile severo, che qui si declina in una compostezza dellāespressione del viso e soprattutto nel panno che chiude tutta la figura celandone completamente lāanatomia e lasciando alla luce la possibilitĆ di scivolare morbidamente sugli ampi piani del tessuto. Come non soffermarsi, poi, sulle delicate pieghettature della veste sottostante che accarezza i piedi? Sembra di percepire il differente peso delle stoffe, il netto contrasto con il manto di panno che la ricopre rendendola quasi simile a una colonna e conferendole una monumentalitĆ ancor più evidente e divina.

Soffermiamoci ora sul volto: austero e dolce allo stesso tempo, quasi una Madonna ante litteram. Un viso dal sapore magnogreco, con la mandibola forte, il mento squadrato, le labbra carnose ben disegnate e gli occhi grandi dalle palpebre spesse e marcate. I fitti capelli ondulati quasi “esplodono” dal pesante mantello suggerendo una potente femminilitĆ volutamente celata ma non repressa. Fiera e delicata, questa straordinaria Afrodite emana un magnetismo vibrante cui difficilmente si può restare insensibili. O almeno, per me ĆØ sempre stato cosƬ!
Più che bella, bellissima! Ancor più di molte Veneri successive, la Sosandra riecheggia la luna, splendida e irraggiungibile, che qui si lascia pudicamente ritrarre nel suo essere coperta: il volto conferisce all’insieme un’incredibile solenne luminositĆ ; il gesto nascosto accentua la monumentalitĆ ; il braccio proteso in avanti in un gesto di apertura, con la mano che, probabilmente, poteva reggere una colomba, simbolo della dea, o il famoso pomo della Discordia regalatole da Paride.
Ā«Calamide lāadornerĆ della verecondia della sua Sosandra e di quello stesso sorriso dignitoso e lieve.Ā», cosƬ si espresse lo scrittore greco Luciano di Samosata nel II secolo d.C. .
Tutti noi abbiamo unāidea di Afrodite seducente e femminile, traboccante di grazia e femminilitĆ che ci proviene dalle numerose versioni che costellano la storia dellāarte, a partire da Prassitele che, per primo, raffigurò la dea nella sua sfolgorante nuditĆ .
L’insolita austera bellezza dell’Afrodite Sosandra, cui viene tributato un culto salvifico, si esprime cosƬ nella nobile compostezza di una divinitĆ benevola approdata in terra ellenica o dalle spume marine o dalle sfavillanti costellazioni della volta celeste.
Come non pensare all’immagine della Santa Vergine nel suo appellativo di Stella Maris: un’iconografia tra onde e stelle che molto riecheggia l’antica Afrodite…

Ad alta felicitĆ
āEhi! Ma ti sei addormentata?! Guarda che la sbarra si ĆØ alzata!ā. La voce squillante di Chiara la destò dal torpore. āOh sƬ certo⦠mannaggia!ā. Ludy fece per partire ma una strana sensazione di agitazione fece spegnere la macchina; naturalmente gli impietosi clacson alle sue spalle non tardarono a farsi sentire.
āE che diamine! Un poā di pazienza, no?ā sbottò Ludy agitando la mano dal finestrino. āTutti assi del volante, vero?!ā rincarò la dose spazientita.
Seduta accanto a lei Chiara esplose in una risata divertita: āDai Ludy, ĆØ normale. A me succede quasi a ogni semaforo⦠Cosa vuoi, ormai la gente non ha più pazienza, vanno sempre tutti di fretta. La vita, soprattutto qui in cittĆ , ĆØ cosƬ. Anzi, forse non ĆØ il momento adatto ma⦠sai che siamo in ritardo, vero?ā.
āRitardo, ritardo⦠non ne posso più, sai? CioĆØ, mi sembra quasi un controsenso che si vada a yoga per imparare a rilassarsi, a ritrovare se stessi, mentre poi ogni giorno sembra che facciamo di tutto per agitarci e innervosirci! Ad esempio: adesso siamo in ritardo per lo yoga, ma ci arriverò con un diavolo per capello e, quando uscirò, mi imbottiglierò nel traffico del centro per tornare a casa e quei pochi benefici svaniranno allāistante. Bel modo per buttare via tempo e soldi. E poi lo sai che non mi ĆØ mai piaciuto guidareā¦!ā.
āOk, ok⦠cosa cāĆØ oggi Ludy? Qualcosa ti preoccupa?ā si informò Chiara, sua amica dai tempi delle medie.
āTutto e niente. SƬ, insomma, sono mesi che non mi riconosco più, che sono stanca di questa routine e che⦠non so, vorrei cambiare aria per un poā!ā.
āĆ per questo che ti sei incantata prima davanti al passaggio a livello? E dove vorresti andare?ā. Come sempre Chiara aveva colpito nel segno.
Ludy fissava la strada davanti a sĆ©: le luci delle auto e delle insegne si riflettevano sullāasfalto bagnato in quel grigio pomeriggio di fine settembre. Non sopportava più quei piatti orizzonti cittadini fatti di semafori e condomini; non si sentiva più adatta a quel tipo di vita. Avrebbe voluto partire, sƬ, ma non sapeva con esattezza nĆ© quando, nĆ© come, nĆ© con quale destinazione.
āNon lo so in realtĆ . Non ĆØ tanto importante la destinazione quanto il viaggio stesso. Ne sento il bisogno. Ho voglia di scoprire nuove realtĆ , di vivere nuove situazioni e conoscere nuove persone. Ci penso spesso ma vorrei essere dappertuttoā, sorrise divertita. āVorrei esplorare lāItalia dalle Alpi allāEtna, magari camminando lungo la Via Francigena fino a Roma e poi, da lƬ, prendere lāantica Via Appia e arrivare fino a Brindisi⦠vorrei sondare la magica terra degli Etruschi, dalla Toscana allāUmbria fino alle sponde del Tevere, lƬ dove incontrarono e si scontrarono coi Latini, alle origini di Roma! Oppure vorrei percorrere lāintero Stivale stando lungo costa, da Ventimiglia accarezzerei il Tirreno fino giù allo stretto di Messina per poi risalire in Calabria, in Basilicata, e poi tutta la Puglia dal Salento al Tavoliere sulle orme del grande Federico II e proseguire lungo lāAdriatico: lāAbruzzo, le Marche, lāEmilia-Romagna, il Veneto, fino al Friuli Venezia Giulia. Ce ne sono di posti, cara mia⦠viviamo in un Paese meraviglioso, un museo a cielo aperto che non finisce mai di stupirti!ā.
āTutto a piedi?!ā, lāinterruppe Chiara, ādovresti avere anni a disposizione! Qualcosa di più realistico?ā. āOh Chiara! Ma ĆØ realistico⦠sai che sarei capace di farlo, se non fosse per la paura di lanciarmi, i dubbi, lāoccasione che manca e⦠beh, le finanze!ā.
āSentiā, incalzò Chiara, āperchĆ© non te lo dai come obiettivo? Un lavoro ce lāhai e puoi mettere da parte i soldi per farlo un pezzo alla volta quando sei in ferie. Anzi, perchĆ© non ti iscrivi in qualche gruppo o associazione culturale che organizza questo genere di attivitĆ ?ā.
āSƬ, certo⦠come sempre hai ragione. Ci penserò, dai! Dovessi dirti la veritĆ fino in fondo il mio sogno sarebbe quello di fare la travelblogger!! SƬ, vorrei unire la passione per lāarcheologia a quella per i viaggi e raccontare i miei viaggi alla scoperta del mondo antico. Ecco: In viaggio con Ludy sulle tracce del passato! Eh, che ne pensi?ā.
āSarebbe bellissimo Ludy! Tutto sta a trovare il coraggio e cominciare a partire!ā.
āGià ⦠trovare il coraggioā¦ā sospirò Ludy guardando lāennesimo treno sfrecciare in lontananza.
Quanto le piacevano i treni: lāavevano sempre affascinata fin da piccola! Ricordava perfettamente quanto fosse eccitante cercare il binario, salire sulle carrozze, trovare il posto rigorosamente vicino al finestrino e osservare lo scorrere del paesaggio mentre con la coda dellāocchio potevi spiare gli altri passeggeri origliandone i discorsi. Una sensazione di benessere che le era sempre rimasta.
Anche da studentessa adorava i lunghi viaggi che da casa la portavano nella cittĆ in cui aveva scelto di frequentare lāuniversitĆ : quelle 8 ore di viaggio erano un toccasana. Inoltre accadeva sempre una strana magia: durante il tragitto le sembrava di cambiare, nel senso che la Ludy della partenza non era la stessa Ludy dellāarrivo, quasi che si mimetizzasse col progressivo mutare del paesaggio, dei luoghi e dellāaccento delle persone.
Aveva nostalgia della vita universitaria, dei soggiorni allāestero, delle campagne di scavo⦠sƬ perchĆ© lei era unāarcheologa! Quello aveva sempre voluto fare, sin da bambina. Anche in questo caso, era stato un viaggio ad aver scatenato questa passione. Inaspettatamente si era trovata in un posto dove tutto le sembrava noto e famigliare, anche se era la prima volta che ci metteva piede. E quei resti imponenti, quelle pietre millenarie⦠tutto le parlava e la chiamava a sĆ©: una specie di vocazione cui non voleva sottrarsi! E infatti non lo aveva fatto, anzi! Studiare archeologia era ogni volta come un viaggio meraviglioso, nello spazio e nel tempo.
Ludovica Mastrangeli, per gli amici Ludy. Un curriculum di tutto rispetto: sempre la prima della classe. Una vita di sincera passione per lo studio, per lāarte e per i viaggi naturalmente! La madre lāaveva più volte redarguita: āLudovica, tu hai tante capacitĆ : studia qualcosa che ti dia un lavoro sicuro e ben retribuito. Lascia perdere i sogni che non danno da mangiare. Sai quanti sacrifici facciamo tuo padre e io per farti studiare. Pensaci!ā.

E lei si era sempre comportata da figlia modello, ma allāarcheologia no, non era disposta a rinunciare. CosƬ, nonostante le perplessitĆ materne, ma con la discreta complicitĆ del padre, suo alleato da sempre, aveva scelto quel percorso. I risultati non tardarono ad arrivare e lei si fece subito notare tra compagni e docenti.
Giunse la laurea, seguita da una specializzazione. Sempre lavorando per mantenersi, naturalmente. Fino a che si trovò da sola; i suoi genitori erano volati in cielo e lei, figlia unica, doveva badare a se stessa. Per un paio dāanni era riuscita a sbarcare il lunario lavorando a progetto, oppure nelle cooperative di scavi archeologici, ma era dura e la paga bassa.
āNiente, non ci sto dentro Chiara. Devo per forza cercare qualcosāaltroā¦ā disse un giorno alla fidata Chiara davanti a un cappuccino. āHo provato anche ad arrotondare con le ripetizioni di greco e latino ma faccio fatica a incastrarle col lavoro in cantiere. Certo, dico ai ragazzi di venire nel week-end ma⦠non ho più una vita mia, Chiara! Sono stanca⦠e mi sento sola!ā. CosƬ le confidò un pomeriggio, lasciando finalmente che la sua corazza si sgretolasse e riuscendo a buttar fuori tutta la delusione che aveva dentro.
āForza Ludy! Sei una ragazza sveglia! Lascia perdere le albe gelide con le ginocchia nel fango, dai! Ti aiuto io: domani vengo da te, mi prepari quelle tue super lasagne e ci mettiamo insieme a cercare le offerte di lavoro!ā.
E cosƬ fecero. āMa Chiara⦠cercano solo impiegate, segretarie e ragioniere! Non ĆØ il mio mestiere⦠e poi mi annoierei a morte!ā. āDai Ludy, non abbatterti! Magari poi ti piace, ti convince⦠non partire prevenuta! In più parli correntemente tre lingue e non ĆØ da tutti!ā.
Iniziò così il valzer dei colloqui: a molti Ludy piaceva, ma era lei a non essere convinta. Prendeva tempo con la scusa di riflettere, ma la realtà era che non ne voleva sapere. Le finanze iniziavano a scarseggiare e così decise che si sarebbe presentata per un posto di addetta alla reception in un hotel del centro dove la sua padronanza linguistica, il buon livello culturale e i bei modi erano perfetti per stare a contatto col pubblico.
Tutto pareva andare per il meglio: lāambiente era piacevole e raffinato, le colleghe simpatiche e il direttore molto gentile. Oltretutto interessato al suo percorso di studi tanto che le chiese di aiutarlo a comporre delle proposte di scoperta della cittĆ e dei dintorni. La sua conoscenza delle lingue, poi, si rivelò imprescindibile.

Trascorsero sei mesi e Ludy si sentiva a suo agio. Era benvoluta e stimata. Però invidiava quei clienti che arrivavano da lontano; avrebbe voluto essere come loro: libera e in viaggio! Nel tragitto che quotidianamente faceva da casa allāhotel, passava davanti alla stazione e immancabilmente affioravano i ricordi. Quella stazione lāaveva vista bambina, ragazza, studentessa⦠Quei binari avevano accompagnato le sue scoperte, i suoi studi; perfino i primi amori erano nati lƬ!
Ogni volta rallentava davanti alla stazione, come se una forza misteriosa la chiamasse attirandola a sĆ©. Se avesse seguito lāistinto, sarebbe senzāaltro partita ma non era da lei. La sindrome della figlia modello e della studentessa inappuntabile le impedivano di compiere simili colpi di testa. Non poteva certo lasciare il lavoro cosƬ, su due piedi! Non poteva certo deludere il direttore o i colleghi⦠no, no! Sarebbe arrivata unāoccasione, prima o poi. Prima o poi, forse, si sarebbe sentita di nuovo felice.
Felice come in quella campagna di scavo in Sicilia, o come quella in Tunisia; felice come durante il soggiorno di studi in Grecia, o come per la sua prima pubblicazione scientifica.
āBeh, adesso basta col passato!ā, si disse, āBasta nostalgie: si guarda avanti! Io sono Ludovica Mastrangeli e devo sempre dare il meglio di me!ā.
āMi scusi, sto cercando piazza Leoni⦠mi può aiutare per favore?ā. Ludy si girò di scatto; per lāennesima volta si era imbambolata perdendosi nei suoi pensieri e chissĆ quante volte il semaforo era diventato verde, giallo e rosso! Meno male che non era al volante!

āOh, sƬ certo⦠piazza Leoni dice? SƬ, allora: 200 metri dritto poi gira a destra e⦠ma anchāio sto andando lƬ, se vuole venga con me!ā. āOh grazie, molto gentile. Mi chiamo Antoine, arrivo da Lione. āMa che meraviglia!ā, lo interruppe subito Ludy come se si fosse improvvisamente svegliata, āquindi sei francese? Io adoro la Francia! La conosco molto beneā, cinguettò in un fluente francese che non usava da tempo. āComplimenti! Vorrei parlare io lāitaliano cosƬ!ā, si complimentò Antoine.
E tra una chiacchiera e lāaltra, Ludy e Antoine raggiunsero piazza Leoni. āEccociā¦ā, disse Ludy con malcelato disappunto per non volersi separare da questo ragazzo cosƬ interessante. āCerto, ĆØ proprio questo il mio hotelā le fece eco Antoine indicandole lāalbergo. Ludy restò senza parole: Antoine soggiornava proprio nel posto in cui lei lavorava! āNo, non posso crederci! Sai che io lavoro qui? Sono alla reception! SƬ, insomma, per qualsiasi cosa, ecco⦠mi trovi qui!ā spiegò Ludy tra lāemozione e lāimbarazzo del dover reprimere lāagitazione. Si sentiva quasi sciocca, una bambina davanti al regalo che aspettava da tanto.
āMais cāest fantastique! Allora potrai farmi da guida per scoprire la tua meravigliosa cittĆ !ā.
Antoine avrebbe dovuto fermarsi solo un week-end, ma da tre i giorni divennero sette, e poi addirittura dieci! Per fortuna era bassa stagione e non cāerano problemi con le camere.
Quella che era nata come unāistintiva simpatia reciproca, sembrava trasformarsi in qualcosa di più. Ogni occasione era perfetta per raccontarsi e confidarsi. Antoine aveva un paio dāanni in meno di Ludy; era laureato in storia dellāarte, lavorava in una galleria di Lione, ma aveva voluto intraprendere questo tour culturale dellāItalia sulle orme di Goethe e nel ricordo di sua nonna AmĆ©lie. āAdoravo mia nonna: lei aveva origini siciliane, sai? Lāanno scorso ĆØ mancata e mi ha lasciato unāinaspettata ereditĆ . CosƬ, visto che la galleria ha temporaneamente chiuso, ho deciso di regalarmi questa avventura. Ed ĆØ bellissimo!ā.
āCaspita, e dove sei stato finora?ā gli chiese curiosa.
āGuarda, mosso dalla voglia di Sud ho fatto una prima tratta in treno da Lione ad Avignone; poi ho esplorato quelle splendide regioni spostandomi con gli autobus, in bicicletta o a piedi. Ho una passione per quei posti! Poi mi sono spostato su NĆ®mes e giù nella selvaggia Camargue. Infine ho raggiunto il confine a Ventimiglia: da lƬ sono salito alla volta della Valle delle Meraviglie lungo la storica Via del Sale. Guarda, il borgo di Saorge, una scoperta! Poi la Valle delle Meraviglie eā¦
āOh sƬ, la conosco sai? Ho fatto dei trekking meravigliosi in quelle vallate dallāatmosfera lunare⦠le incisioni sono incredibili!ā lo interruppe Ludy.
āGià ⦠una vera magia! E poi dal colle di Tenda sono sceso in Italia ed eccomi qui!ā.
I punti in comune tra i due erano infiniti e il fatto che Antoine dovesse partire lasciava Ludy in un profondo sconforto. Non gli aveva confessato nulla dei sentimenti che provava: temeva troppo una reazione contraria. Piuttosto avrebbe vissuto nel sogno di un sentimento bruciante ma impossibile. Sentiva, però, che difficilmente avrebbe incontrato un altro come lui.
E fu cosƬ che giunse il giorno della partenza. Antoine, visibilmente giù di morale, rifiutò la colazione e si diresse alla reception per saldare il conto. Ludy condivideva il suo stato dāanimo e le colleghe avevano perfettamente capito la ragione.
āBene, Ludovica, il mio viaggio mi chiama! Sono stato benissimo qui, grazie a teā¦ā le sussurrò Antoine fissandola negli occhi. Era chiaro che entrambi avrebbero voluto abbracciarsi, baciarsi e scappare via insieme. Ma non fu cosƬ.
āFai buon viaggio, Antoine. Ci sentiamo, ok? Scrivimi e, se puoi, ogni tanto mandami qualche foto, se ti vaā¦ā disse Ludy con un filo di voce.
āOui, certainementā¦ā. Antoine prese il suo bagaglio e uscƬ. La porta automatica dellāalbergo si chiuse impietosa alle sue spalle. Ludy lo fissò fino a che scomparve dietro lāangolo del porticato.
Se ne stava lƬ, in silenzio, fingendo di controllare le prenotazioni. Ma il suo viso tradiva la tempesta che aveva dentro. Le mani tremavano leggermente e le lenti appannate degli occhiali erano il segno di un pianto difficile da contenere. Ludy guardava freneticamente lāorologio, minuto dopo minuto. Sapeva che il treno di Antoine sarebbe partito alle 10,55.
10,32; 10,38 ⦠Allāimprovviso si alzò. āScusatemi! E chiedete scusa anche al direttore!ā. Prese la borsa e si lanciò fuori dalla porta correndo a perdifiato verso la stazione.
āNo no, non partire, ti prego, non partire!ā pensava ad alta voce divorata dallāansia. Il cuore le batteva fino a scoppiare. Finalmente giunse in stazione: binario 2. āNo! Anche il sottopassaggio!ā. Ludy si lanciò giù per le scale.
10,52 āEccomi, eccomiā¦dove sei?ā. Ludy si guardava intorno cercando ovunque un indizio del suo Antoine.
10,53 āOddio, ma dove sei?ā. La voce metallica avvisò che il Frecciarossa stava per partire.
Ludy cominciò a correre lungo il binario gridando: āAntoine, Antoine! Dove sei?ā. Ma niente.
10,55: il fischio inesorabile segnava la partenza del treno. āLāho perso, ĆØ partito!
Arrabbiata con se stessa e dandosi dellāidiota, Ludy fissava il binario ormai vuoto. āE adesso? Cosa faccio? Non posso tornare in albergo, che figura! Cosa dico? Meglio tornare a casa, devo stare da sola e calmarmiā, si disse sconfortata.
Camminava lentamente, sospesa in una specie di bolla, come se non ci fosse nulla intorno a lei; i volti sfocati, i rumori lontani e ovattati, finchĆ© un trillo la destò. Ci mise un attimo a rendersi conto che si trattava di un messaggio. Prese il cellulare quasi controvoglia, ma⦠āOh mio Dio! Non posso crederci!ā.
āLudy, non ce lāho fatta. Non potevo partire. Sono sceso alla prima fermata. Resto qui alla stazione: raggiungimi, ti prego. Vieni con me!ā.
Seduta sul primo treno disponibile, Ludy guardava fuori dal finestrino: lo scorrere del paesaggio si potava via la vecchia Ludovica per lasciare spazio a una nuova LudƬ (con lāaccento sulla i, alla francese). Scrisse un messaggio: āChiara, finalmente sono partita! Mi aspetta uno splendido viaggio ad alta felicitĆ !ā.
Stella Bertarione
Arco d’Augusto di Aosta. Storia di una bellezza senza tempo!
Ed eccolo lƬ, sempre al centro dell’attenzione anche quando si “rifĆ il look”! L’Arco d’Augusto tutto “impacchettato” si sta preparando ad accogliere in forma smagliante le celebrazioni che, nel 2025, festeggeranno i 2050 anni di Augusta Praetoria!
L’Arco onorario dedicato all’imperatore che fondò Aosta ĆØ un monumento grandioso, un’icona della cittĆ , il miglior biglietto da visita per chi si accinge a varcarne le mura, oggi come 2050 anni fa!Ā
(Ringrazio per la foto la dott.ssa Alessandra Armirotti)
In questi giorni sono state organizzate delle visite straordinarie al cantiere di restauro che, come c’era da immaginarsi, hanno registrato subito il tutto esaurito! In attesa delle prossime visite primaverili, cerchiamo di scoprire insieme qualcosina in più …
UN ARCO DI BUON AUSPICIO!
Gennaio. Primo mese dell’anno. Mese del passaggio da una realtĆ , ormai vecchia e consunta, ad un’altra tutta da vivere. Giano, dio dal doppio volto che sa guardare il vecchio e contemporaneamente scrutare il nuovo. E infine l’arco, simbolo del transito, monumento emblematico di ogni passaggio importante degno di essere ricordato e trasmesso ai posteri.
Siamo ad #Aosta, cittĆ figlia dell’auctoritas (oggi mi diverto con le etimologie!!) del princeps Ottaviano Augusto (di cui in quest’ultimo mese abbiamo giĆ discusso a lungo). Una cittĆ ideale. Una cittĆ urbanisticamente perfetta. Una cittĆ cui si accedeva da quattro solenni porte collocate ai quattro punti cardinali e anticipata da un monumento assolutamente imponente e “parlante”: l’Arco.
L’ARCO E I SUOI PERCHE’
Intanto, perchĆ© fu costruito proprio sul lato orientale e non altrove? PerchĆ© da questa direzione proveniva la #ViadelleGallie dalla penisola italica e, idealmente, da Roma. L’accesso principale in cittĆ avveniva da qui, da est; e non ĆØ un caso che sempre sul lato est delle mura sorga la spettacolare Porta Praetoria, ossia la principale delle quattro porte urbiche della colonia!
La storia degli archi nasce con i successi militari. All’epoca repubblicana di Roma gli archi venivano indicati, anche epigraficamente, come fornix (letteralmente “struttura voltata”). Alla fine della Repubblica gli si affianca il nome ianus (porta)Ā per poi progressivamente lasciare il posto ad arcus. E’ la lingua che cambia al mutare della societĆ , degli usi e delle idee. Quello augustano tornerĆ ad essere indicato come fornix nel XII secolo!
Diciamo che, rispetto a ianus, arcus porta con sĆ© una concezione urbanistica di rappresentanza prima sconosciuta. Dicevamo, infatti, che la tipologia degli archi nasce in ambito trionfale militare: i comandanti vittoriosi insigniti dell’onore del trionfo, si guadagnavano il diritto di sfilare sotto simili passaggi “d’onore” fortemente influenzati dagli esemplari analoghi di ambiente ellenistico (l’Asia Minore attuale, per intenderci). Tuttavia poco resta e poco si sa con certezza degli archi fino a prima di Augusto. Con lui questi monumenti entrano a pieno titolo nei “corredi” architettonico-urbanistici delle cittĆ , sia come accessori delle mura cittadine, sia come elementi autonomi, tanto all’esterno del centro cittadino quanto, come spesso accade, in area forense.
Ma torniamo ad Aosta. Arrivando dunque da Corso Ivrea, superato il bel ponte in pietra romano sull’antico alveo del Buthier, ci troviamo di fronte la mole massiccia di questo grandioso arco onorario dedicato a colui che sconfisse i Salassi e fondò la colonia di Augusta Praetoria: Augusto, nipote adottivo di Giulio Cesare e “primo imperatore”. Un passaggio importante, quello (tanto ambito e combattuto) verso le Alpi e verso le Gallie!
UNA MASSICCIA ELEGANZA
Alto 17 metri (sebbene oggi privo dell’attico, cioĆØ la parte sommitale dove in origine figurava l’iscrizione), presenta al centro un unico fornice a tutto sesto ampio 28 piedi romani (poco più di 8 metri). Le sue forme massicce e sobrie si inseriscono in un’epoca in cui le tradizioni stilistiche repubblicane stavano progressivamente lasciando il posto al classicismo di impronta augustea. Costruito interamente in grossi blocchi di puddinga locale, a guardarlo con più attenzione si possono notare dei dettagli capaci di conferirgli comunque eleganza, raffinatezza e, per certi versi, una sottile leggiadria.
L’Arco troneggia in mezzo al traffico cittadino in tutta la sua severa imponenza, ma i suoi enormi blocchi di pietra custodiscono alcune “chicche” meno evidenti, sconosciute ai più, che dopo l’intervento di restauro torneranno a essere visibili e apprezzabili.
Innanzitutto le semicolonne di ordine corinzio, con le loro ricce foglie di acanto, i viticci elicoidali, i petali e le volute sporgenti, sanno ingentilire (e vivacizzare) la severitĆ dell’insieme. Le stesse modanature che profilano la cornice dell’arcata presentano decorazioni “a gocce” minute e graziose. All’interno del fornice, su entrambi i lati, piccoli pilastri sporgenti con capitelli sempre di tipo corinzio (sebbene più sobri) delimitano dei pannelli al cui interno potremmo immaginarci la presenza di scene a rilievo o ulteriori iscrizioni su tavole di marmo o di bronzo.
Al livello superiore poggia sulle semicolonne un essenziale fregio di ordine dorico scandito in triglifi con sottostante decorazione a gocce Ā e metope lisce. Quasi fosse un antico tempio classico, qui l’arco si veste di un’arcana sacralitĆ .
E giĆ queste due prime considerazioni ci portano a riflettere sulla miscellanea di stili presenti su questo insigne monumento. Respiri di Grecia, di quella grande cultura ellenica che cosƬ profondamente aveva imbevuto l’intero mare nostrum e che si riproponeva di volta in volta rivisitata e metabolizzata a seconda dei differenti filtri socio-culturali.
CLASSICO, ELLENISTICO, ROMANO
Sempre all’esterno i due prospetti presentano, ai lati del fornice, due nicchie oggi vuote, ma che in origine, dovevano ospitare statue. Si pensa a possibili trofei (mucchi di armi nemiche raffigurati o in pietra o in bronzo), oppure a statue di Augusto e Cesare, oppure ancora a gruppi statuari raffiguranti i Salassi sconfitti. Per quest’ultima ipotesi si pensi, ad esempio, ai gruppi ad altorilievo di Galli sconfitti presenti sull’arco di Saint-RhĆ©my-de-Provence, nel sud della Francia.
Ma continuiamo il nostro giro passeggiando idealmente intorno all’arco col naso all’insù. Osserviamo con attenzione la superficie aggettante del cornicione. Seppure in gran parte restaurato, sussistono ancora dei brani di grande poesia ed interesse. File parallele di piccole gocce circolari si alternano a losanghe allungate con rosetta centrale. In corrispondenza, poi, dell’angolo di nord-ovest, si può notare una ricercata decorazione a palmetta (o anthemion). Un chiaro tributo a quell’arte ellenistica che riuscƬ a valicare gli stretti confini della pòlis per diventare l’arte di una più vasta comunitĆ socio-culturale, di una vera koinĆ© capace di riconoscersi in un globale linguaggio mediterraneo ed orientale. Augusto voleva rifarsi a quel linguaggio e farlo proprio; con lui Roma sarebbe diventava il nuovo centro di una nuova koinĆ©. L’architettura romana avrebbe dunque ripreso il meglio di quanto l’aveva preceduta, l’avrebbe fuso e ne avrebbe ricavato qualcosa di innovativo ma riconoscibile e in grado di parlare la lingua del potere.
Ci manca l’attico dicevamo. Ossia tutta la parte superiore che avrebbe ancor più enfatizzato la monumentalitĆ complessiva e sulla quale trovava posto l’iscrizione dedicatoria ad Augusto. Alcune grandi lettere in bronzo dorato, alte circa 28 cm, furono ritrovate in occasione di alcuni sondaggi archeologici effettuati ai piedi dell’arco ad inizio Novecento e sono tuttora conservate al #MAR di Aosta. E non dimentichiamo che, molto probabilmente, anche sopra l’attico dovevano esserci statue; o una quadriga o delle Vittorie alate.
UN ARCO EMBLEMATICO
Ma la storia dell’arco ĆØ ancora molto lunga. Dalle scorribande barbariche in poi, l’arco sopravvisse a secoli di rovina e distruzioni. Le sue decorazioni, le sue statue, sparirono, razziate, fuse, depredate. Nel Medioevo divenne una sorta di residenza fortificata, ospitò una postazione di balestrieri per poi diventare simbolo della devozione popolare dove recarsi a pregare il Santo Volto per scongiurare le terribili e (ahimĆ©) frequenti esondazioni dell’indomabile torrente Buthier. Il suo fornice venne quasi “esorcizzato”, o meglio, cristianizzato con l’inserimento a più riprese di immagini sacre e crocifissi lignei. L’attuale ĆØ una copia di quello lƬ posizionato nel 1449 dopo una delle tante alluvioni.
All’inizio del XVI secolo l’illuminato priore Giorgio di Challant decise di salvarlo dalla rovina e di farvi costruire addirittura una cappella; ma tale progetto non vide mai la luce. Pochi anni dopo Giorgio di Challant morƬ.
Con il Seicento le pessime condizioni in cui l’arco versava spinsero il Conseil des Commis (l’organo di governo”ristretto” nato nel 1536) a riflettere circa l’eventualitĆ di costruire un tetto sopra le nude creste di muro dell’arco, vittime delle intemperie, della vegetazione e delle infiltrazioni. Ma si dovette attendere il 1716 per provi mano concretamente. In pochi mesi l’arco era stato restaurato e consolidato, sebbene in una maniera che oggi condanneremmo senz’altro!
Nel 1804 si pensò persino di erigere al di sopra dell’arco un trofeo dedicato al passaggio di Napoleone, cosa che fortunatamente non venne fatta!
Col tempo l’arco si trovò nuovamente in una deplorevole situazione di abbandono e trascuratezza. Negli anni ai suoi piedi erano andate accumulandosi macerie su macerie. Fu lo scrittore francese Stendhal (al secolo Marie-Henry Beyle) a lasciarne invece parole di vivo entusiasmo:
” J’Ć©tais si heureux en contemplant ces beaux paysages et l’arc de triomphe d’Aoste, que je n’avais qu’un vÅuĀ Ć former, c’Ć©tait que cette vie durĆ¢tĀ toujours“.
Nonostante i reboanti e lusinghieri versi del poeta GiosuĆ© Carducci nella sua ode “Piemonte” del 1890:
“La vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto“.
fu solo nel 1912 che, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, allora sovraintendente alle AntichitĆ di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, nonchĆ© esimio egittologo, l’arco fu finalmente sottoposto ad un intervento di pulitura, consolidamento e rifacimento del tetto i cui risultati sono apprezzabili tuttora. Al cantiere, durato appena 2 anni, giunse in visita persino la regina Margherita nel 1913.

L’arco di Augusto. Il simbolo di Aosta, cittĆ dalla storia bimillenaria, ma non solo. Potremmo dire il simbolo di una regione, da sempre terra di transiti e passaggi, strategica cerniera alpina tra Nord Europa e Mediterraneo. Un volto che guarda alle terre d’Oltralpe ed un altro girato al mondo padano e italico.Ā
Stella

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Ottavia, una donna speciale
Era bella Ottavia, molto. Così somigliante a quel minuto fratellino di 6 anni più piccolo che sarebbe diventato il primo imperatore di Roma!
Gli stessi lineamenti delicati ed eleganti, una fragilitĆ estetica quasi provvidenziale nel celare lāambizione di lui e la forza dāanimo di lei. Il raffronto tra i loro ritratti ĆØ tuttāoggi impressionante.
Una sorella maggiore, un punto di riferimento: solida e incrollabile, Ottavia attraverserĆ le prove della vita sempre accanto al fratello. Ad appena 15 anni, si trovò presto coinvolta negli intricati giochi di potere di Roma, sposando Gaio Claudio Marcello Minore, console nel 50 a.C., e membro della nobile gens patrizia dei Claudii. Un matrimonio che legò Ottavia a una delle famiglie più rispettate e in vista della cittĆ , ma che la collocò anche al centro delle tensioni politiche che avvolgevano la Tarda Repubblica.Ā

Moglie di Claudio Marcello, Ottavia attraversò indenne le guerre civili; la sua vita, di fatto, non era stata molto diversa da quella delle donne patrizie della sua epoca. Ma questa tranquillitĆ era destinata a infrangersi molto presto: nel 40 a.C. l’amato marito muore, lasciandola con due figlie e un terzo in arrivo: Claudia Marcella Maggiore, Claudia Marcella Minore e Marco Claudio Marcello,
Destino volle che proprio quello stesso anno resta vedovo anche un altro personaggio “ingombrante”, il triumviro Marco Antonio!

Allāepoca era giĆ forte la tensione tra costui, che di Cesare, oltre a essere lontano parente per via materna, si riteneva lāerede politico, e Ottaviano, adottato per testamento dallo stesso Cesare. Ottaviano, quindi, decise di cercare un equilibrio con la tattica, vecchia quanto il mondo, dellāalleanza matrimoniale, facendo sposare Ottavia con Antonio, suo acerrimo rivale da sempre.
Ma cāera un problema: Ottavia era incinta del defunto marito e, per legge, non poteva risposarsi prima di un certo periodo. E’Ā qui che il futuroĀ Augusto, fine stratega, mostrò per lāennesima volta di essere davvero erede di Giulio Cesare: fece approvare in Senato una delega speciale per permettere a sua sorella e a Marco Antonio di sposarsi. CosƬ fu.Ā
Questo secondo matrimonio, nato dalle ceneri della guerra e della politica, sembrava destinato a unire due mondi. Ottavia divenne il cuore pulsante di una famiglia allargata, allevando non solo i figli avuti da Marcello ma anche quelli di Antonio, inclusi i due nati dalla loro unione, Antonia Maggiore e Antonia Minore. Ottavia, dunque, per volere del fratello e per il bene della famiglia, sposa Antonio. Peccato, però, che il novello sposo avesse giĆ conosciuto l’affascinante Cleopatra,

con cui aveva giĆ concepito due gemelli, Alessandro Elio e Cleopatra Selene, e per la quale aveva abbandonato la prima moglie, Fulvia. Quanto doveva essere diverso da lei, quel marito dall’aspetto erculeo e dai modi rozzi, avido e feroce.
Nonostante questo, e non sarĆ certo stato facile, Ottavia sa nascondere la delusione e l’amarezza prodigandosi nel risanare i rapporti tra lāadorato fratello e il nuovo marito, tanto che fu proprio grazie a lei che i due riuscirono a riappacificarsi nel 38 a.C., dopo la ribellione di Sesto Pompeo che mandò all’aria la progettata campagna di Antonio contro i Parti d’Oriente.
Ottavia ha altre due figlie da Marco Antonio, che si aggiungono ai tre avuti dal primo marito, Claudio Marcello, e a quelli che Antonio ha avuto da Fulvia. Tutto sembra comunque funzionare, almeno finchĆ© Antonio non si reca in Oriente. Da lƬ le cose precipitano, perchĆ© il richiamo di Cleopatra ĆØ troppo forte e gli dĆ anche lāoccasione di emanciparsi dallāalleanza con Ottaviano e provocare un cambio di equilibri. La potente regina d’Egitto offre tentazioni cui Antonio non sa resistere, e cosƬ lascia Ottavia a Roma, simbolo di fedeltĆ e di dignitĆ . ll legame tra i due si spezzò definitivamente nel 32 a.C., con l’invio della lettera di divorzio da parte di Antonio. Ma la guerra, intanto, ĆØ giĆ iniziata. Furono anni dolorosi, eppure Ottavia offrƬ comunque una luce nel lacerante panorama della guerra civile. Dopo la sconfitta e il suicidio di Antonio e Cleopatra, Ottavia si fece carico anche dellāeducazione dei loro tre figli.
Ć ormai nato quel che conosciamo come impero e di nuovo ĆØ Ottavia a fare la differenza per Ottaviano Augusto: il princeps adotta e nomina suo erede il nipote Marcello, figlio della sorella e del primo marito. Ć un ragazzo bello e di talento, come tutti quelli della gens Iulia, e cosƬ anche dannato, anzi, condannato da un fato avverso e nefasto. Muore, giovanissimo, in circostanze ambigue, che lasciano il sospetto di un avvelenamento a opera di qualcuno a cui quellāadozione dava fastidio. Si sussurra che quel qualcuno sia proprio Livia, la moglie di Augusto, decisa a vedere sul trono il proprio figlio di primo letto, Tiberio.
Fatto sta che solo in questo frangente, con la tragica e prematura morte di un figlio amatissimo, Ottavia cede. Quando sente i versi dedicati a Marcello dal poeta Virgilio, āHeu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas, tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis…, sviene, crolla soggiogata da un dolore troppo grande. La perdita lāaveva sprofondata in un dolore cosƬ atroce, che non si tolse mai la veste del lutto, come scrive Virgilio, e a nessuno concesse mai di confortarla. Colei che fino ad allora era stata un faro nella travagliata situazione famigliare e politica, inizio a incupirsi e a spegnersi poco a poco.
Prima donna romana a essere raffigurata su una moneta in occasione delle sue nozze con Marco Antonio, a lei fu dedicato anche un elegante portico, tuttora esistente a Roma, a due passi dal Ghetto. Il portico di Ottavia, vicino oltretutto al Teatro che Augusto fece erigere in ricordo dell’amato nipote Marcello, figlio della sorella, ĆØ ancora oggi un luogo amato da chi nel quartiere vive e si muove: un intreccio di vie testimoni di un intreccio di vite. Un monumento particolare, dal vago sapore ellenistico, per una donna molto speciale. La sorella maggiore del princeps. La sorella maggiore di Augusto.

La sua morte nell’11 a.C. segnò la fine di un’era. Ottavia, la donna che aveva navigato attraverso le tempeste della politica romana con grazia e forza, fu onorata con il massimo dei tributi, il suo feretro trasportato alla tomba nel Mausoleo di Augusto.

Era bella, Ottavia. Anzi, si diceva fosse persino più bella di Cleopatra! Forte, solida e leale. Purtroppo erano altri tempi e venne strumentalizzata anche da quel fratello cui lei teneva cosƬ tanto. Ma era normale, le donne venivano educate apposta. Eppure, nonostante tutto, seppe dimostrare un’intelligenza e un coraggio esemplari.
Pensiamoci, quando passeggiamo al Portico d’Ottavia, quando ammiriamo il Teatro di Marcello, quando scorgiamo in lontananza il tempio di Apollo Sosiano, quando restiamo ammutoliti davanti all’imponente e ammaliante bellezza di Roma.
Augusto fu il primo imperatore, certo, ma Ottavia minore fu, forse, la vera donna forte (e sinceramente leale) al suo fianco.
In marcia con i legionari verso Augst-Augusta Raurica, una sorprendente “Aosta” romana in Svizzera.
Oggi si parte per la Svizzera; 3 ore e 3/4 di viaggio da Aosta in direzione Basilea per raggiungere la riva sud del Reno, su cui si affaccia la graziosa cittadina di Augst, l’antica Augusta Raurica.

A poca distanza dal centro attuale sorgono i resti dell’insediamento romano: un vero museo a cielo aperto, immerso nel verde e percorribile a piedi lasciando l’auto in comodi parcheggi nei pressi del museo.

In pratica il sito coincide con la colonia romana e, accanto alle vestigia originali di diversi edifici e la facilitĆ di lettura dell’impianto antico, vi sono anche domus realizzate ex novo al fine di ricostruire le abitazioni dell’epoca, arredate, affrescate e assolutamente fruibili: un vero divertimento per grandi e bambini desiderosi di vivere e “toccare con mano” le atmosfere e gli ambienti di 2000 anni fa. Stesso discorso per alcune botteghe, per il forno o per il mulino: tutto ĆØ utilizzabile e in scala 1:1. Ci si può entrare e si possono usare gli oggetti messi lƬ a disposizione (riproduzioni fedeli di oggetti d’uso antichi). Un bel modo per rendere l’esperienza culturale un divertimento alla portata di tutti; per rendere il passato un pò più… presente!

Lungo le strade dei bei diorami aiutano a immedesimarsi nella quotidianitĆ e nella gente che quelle stesse vie percorreva al tempo dei Romani. E non ĆØ escluso ci si possa imbattere in togati o in matrone, cosƬ come in servi intenti a fare la spesa o in soldati a riposo… sembrano uscire dai diorami, prendere vita all’improvviso nei pressi di una fontana e sbucare da dietro un angolo. Augusta Raurica vive!

L’evento che esalta al massimo questa vivace “romanitĆ elvetica” ĆØ però il Rƶmer Fest, che di norma si tiene nell’ultimo week-end di agosto. Rievocazioni, sfilate militari legionarie, combattimenti gladiatorii, rappresentazioni teatrali, danze, musiche… e ancora: cucina romana, mercatini, ateliers per famiglie e chi più ne ha, più ne metta! La storia e la cultura classica all’insegna del divertimento e dell’intrattenimento. Una ricetta sempre valida ed apprezzata.
MA ORA UN PO’ DI STORIA
La colonia di Augusta Raurica venne fondata da Lucio Munazio Planco, proconsole della Gallia Comata, nel 44-43 a.C. (quindi ancora in etĆ cesariana) con l’intenzione di insediarvi dei veterani e di acquisire uno strategico luogo “cerniera” sul Reno a difesa dalle incursioni germaniche. Tuttavia, in assenza di fonti archeologiche riferibili a questa prima fase di impianto, ad oggi i resti della colonia sono attribuibili unicamente alla fase augustea, quando viene rifondata da Ottaviano Augusto col nome di Colonia Pia Apollinaris Augusta Emerita Raurica. Si presume che, a fronte della notizia della fondazione, i tempi e la situazione fossero in realtĆ talmente travagliati, che la deduzione vera e propria si compƬ solo successivamente, con la sopraggiunta pax augustea.
Sicuramente possiamo affermare che una forte spinta culturale verso la progressiva crescita monumentale della cittĆ sia da ricercarsi nell’inaugurazione della strada del Gran S. Bernardo, avvenuta probabilmente nel 47 d.C. sotto l’imperatore Claudio. E’ infatti questa la strada che, diretta al Reno, costituisce il Kardo Maximus di Augst, mentre il Decumanus era dato dall’arteria stradale che, dalla Gallia, raggiungeva il Danubio e, da qui, le province pannoniche.

Augusta Raurica era quindi un centro di transito obbligato, al centro dei traffici commerciali e degli spostamenti di truppe tra Italia, Gallia Belgica, Gallia Narbonense e Germania Superior.
L’abitato si distende lungo il pendio della bella collina di Schonbül verso il Reno. Il foro venne realizzato proprio sullo spiazzo che occupa la sommitĆ di questa altura, a nord-est dell’abitato. Non si trova quindi al centro esatto dell’incrocio tra Cardo e Decumano, ma leggermente spostato verso nord al fine di sfruttare al meglio le caratteristiche del paesaggio valorizzando i luoghi più rappresentativi della cittĆ .
Alle pendici occidentali trovano posto il teatro (la cui cavea guarda ad ovest) e un santuario di origine celtica poi trasformato dai Romani in un tempio esastilo (cioĆØ con 6 colonne sulla fronte), alzato su podio monumentale e circondato da un temenos (ossia un recinto sacro) aperto verso l’antistante teatro. Come si nota una testimonianza della religiositĆ autoctona, non cancellata ma ripresa e valorizzata.
Un imponente complesso che pone in relazione un luogo di culto segnato da una lunga tradizione indigena ed un luogo di spettacolo, cui si aggiunge una sorta di foro secondario a sud del tempio: 3 edifici collegati da un viale fiancheggiato da botteghe.

Passiamo al foro. Si presenta qui nell’ormai famigliare schema tripartito (come ad Aosta). Una zona sacra ad ovest, costituita da un tempio (situato nel punto più elevato) circondato da un portico a “U” aperto su una piazza centrale con file laterali di botteghe. A differenza di Aosta, però, sull’altro lato rispetto al tempio, trova posto una grandiosa basilica al cui centro, verso l’esterno, si apre una curia a pianta semicircolare di cui ancora oggi restano vestigia considerevoli. Ad Aosta la basilica non ĆØ stata ancora individuata con assoluta certezza, ma si suppone (a ragion veduta, sulla base di diverse occasioni di scavo nelle cantine e ritrovamenti puntiformi nella zona) si trovi sul lato ovest del foro. Quindi non sotto l’attuale Via De Tillier, bensƬ sotto Via Croce di CittĆ . Una basilica aperta sul Cardo Massimo.
Per lungo tempo si ĆØ creduto che anche il tempio del foro di Augst fosse circondato da un sistema di criptoportici, ma questa ipotesi venne poi smentita nel 1995; si tratta di fondazioni piene e rialzate.

Merita, infine, un accenno il Museo di sito. Sono qui esposti molti oggetti (naturalmente una selezione del milione e mezzo di reperti ritrovati in situ!), assolutamente notevoli e corredati da un apparato informativo moderno e ricco. Voglio evidenziare in particolare lo straordinario tesoro di argenteria, uno dei più corposi ed importanti dell’epoca tardoantica.

In tutto 270 oggetti tra piatti, vassoi, ciotole, posate, monete e altro ancora per un totale di ben 58 kg di argento puro! Un tesoro il cui valore, per l’epoca, si dice corrispondesse alla paga di 230 legionari! Sicuramente appartenuto a personaggi di rango elevatissimo e assai vicini all’imperatore, con forte probabilitĆ alte cariche militari, verso la metĆ del IV sec. d.C. (epoca di gravi turbamenti dovuti a continue lotte intestine e alle pressioni dei popoli germanici) venne interrato a scopo precauzionale.Ā Uno dei piatti riporta (un caso quasi unico!) il nome dell’artefice, Paisylypos di Tessalonica. Il tesoro, esposto assi bene, da solo vale la visita del museo.
Da Aosta ad Augst. Dalle frontiere alpine alle strategiche rive del Reno lungo le vie dei commerci e delle legioni.
Stella
Neve di primavera: l’Alpis Graia tra Valle d’Aosta e Savoia.
Il lungo inverno ĆØ giunto al termine… o quasi! Ai primi di maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto metri di neve.
Il 30 maggio, sempre se le condizioni meteo lo consentiranno, i mezzi italiani e francesi taglieranno nuovamente quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi, ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino allo scorcio finale dell’epoca neolitica, periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.
Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dai Romani nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo.Ā
E non ĆØ un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’odierna cittĆ di Szombathely (l’antica Savaria) in Ungheria, dove Martino nacque nel 316 d.C., e la francese Tours, dove riposano le sue spoglie.
IlĀ Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria āterra di mezzoā dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati cosƬ netti, cosƬ geometricamente definiti. Eā la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con lāautunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.
Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, ĆØ uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro e alle tracce del più remoto passato.
Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.
E’ la terra dominata dalla magia ancestrale delĀ cromlech: cerchio megalitico risalente allāEtĆ del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.
Il cromlech ĆØ costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2Ā o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Nelle vicinanze venne inoltre scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda etĆ romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona ĆØ stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichitĆ .
Qui, soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far perdere loro la strada; questa colonna in origine doveva far parte del fanum gallo-romano, mentre ora ĆØ di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis GraiaĀ che, non a caso, proprio da lui prende il nome:
“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: lāinverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)
Ć quelĀ limes, ossia quella linea di confine voluta dalle legioni romane, oggi invisibile ma sempre percepibile, che qui, a 2.188 metri di quota, sin dai primi transiti umani ha reso sacro il luogo del passaggio attraverso le montagne.
Pro itu et reditu …
Stella














