Lythia e il segreto della spirale di pietra

Un’altra mattina di sole stava per illuminare la piana. Le vette tutt’intorno si stavano tingendo di rosa e le nevi che dimoravano eterne su quelle cime risplendevano nell’aria cristallina del primo mattino. Il clima era ancora fresco in questo inizio di primavera e l’altezza dei monti impediva al sole di uscire dalla linea dell’orizzonte al mattino presto. Il cielo si accendeva guardando verso nord-est e la grande montagna che separava quella terra amata dagli dei da quella dei vicini Veragri e Seduni sfolgorava catturando i primi raggi donati dal dio Belenos.

La piccola Lythia amava molto quel momento iniziale della giornata. A differenza degli altri bimbi del villaggio, lei non faticava affatto ad alzarsi presto; non vedeva l’ora di uscire per dare il “buongiorno” agli animali, sgranchirsi le gambe dopo la notte, respirare a pieni polmoni l’aria frizzante dei suoi monti.

E, soprattutto, amava andare a scuola ad ascoltare le storie che la saggia e sapiente Licamara, anziana del villaggio, nonché sua nonna, raccontava quotidianamente ai piccoli della tribù.

Caileach

Licamara era la mamma di suo padre, il valoroso Catumaro, grande capo e coraggioso guerriero. Ma anche ardito esploratore di quelle grandi montagne, di cui sin da giovane percorreva ogni passo, ogni colle, ogni pertugio.

Catumaro

Catumaro conosceva ogni angolo di quella terra di roccia, e con saggezza governava quello che da tutti era riconosciuto come territorio cardine per gli scambi commerciali tra le grandi vette dell’Ovest e del Nord, tra i Salassi della terra del sud, fino al grande fiume Bodinco, i Veragri e i Seduni delle terre del nord, oltre l’importante passo sacro al dio Penn, protettore delle vette inviolate, e gli Allobrogi delle terre dell’ovest, estese al di là del passo dove, si narrava, transitò l’eroe semidivino Ercole nel suo lungo viaggio verso i mitici Giardini del Tramonto; laggiù dove avrebbe trovato la finis terrae, i confini più occidentali del mondo, il regno dell’eterno tramonto al cospetto del mare sconfinato.

Lythia assomigliava molto al padre, sia nell’aspetto che nell’indole. Ma se per quanto riguardava l’aspetto senza dubbio Catumaro ne andava fiero ed era certo che quella vivace pargoletta sarebbe diventata una splendida fanciulla, facile da maritare con un importante principe, magari di qualche potente tribù del nord, ugualmente era molto preoccupato da quel carattere testardo, cocciuto e dalla spiccata voglia di indipendenza.

Lythia era una bimba dalla brillante intelligenza, molto intuitiva, capiva al volo il significato di discorsi anche difficili per la sua età, capiva le situazioni e, come la nonna, “sentiva”… In più era assai curiosa e non appena riusciva a sfuggire al controllo di qualche adulto, si inerpicava sù per i sentieri che dalla piana conducevano verso i villaggi e, da lì, verso le terre alte. In particolare era letteralmente affascinata dalle stelle e poteva passare ore a guardarle. Infatti occorreva prestare molta attenzione perché durante la notte, la bimba non ci pensava due volte a scappare di casa per andare ad osservare gli astri, sempre alla ricerca della Grande Orsa e di una strana stella a forma di “A” non troppo distante da uno strano corpo luminoso a forma di spirale.

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Catumaro si incupiva ogni volta che la piccola gli raccontava di queste sue passioni; non amava affatto che sua madre Licamara le riempisse la testa con queste antiche storie di popoli perduti osservatori delle stelle né che la istruisse nel sapere druidico. Troppo pericoloso. Catumaro cercava in ogni modo di troncare le passioni della figlia, ma così facendo, otteneva l’effetto contrario. La piccola Lythia pendeva letteralmente dalle labbra della nonna-maestra, nonna guaritrice dalla quale in molti si recavano per ottenere medicamenti e rimedi, nonna-veggente che sapeva leggere i segni della natura, del cielo, del fuoco.

E la nonna, da parte sua, aveva capito fin dai primi vagiti che Lythia era una predestinata; a lei un giorno avrebbe potuto rivelare il grande segreto di pietra. Un segreto che racchiudeva la storia del suo popolo e che anche a lei era stato tramandato da sua nonna secondo una linea matriarcale che si perdeva nella notte dei tempi.

Anche quel giorno Lythia, dopo aver bevuto avidamente la sua ciotola di latte, si precipitò in classe. Nonna Licamara stava appendendo dei grandi disegni alle pareti per aiutare i piccoli a seguirla nei suoi discorsi.

Lythia riconobbe subito il simbolo della grande spirale. “Nonna! La spirale del cielo! Purtroppo sono settimane che non riesco ad uscire la notte… mio padre blocca la porta dall’esterno e ha addirittura messo un suo servitore a fare la guardia intorno a casa…”. La nonna sapeva dell’avversione del figlio per quel genere di conoscenza. Sapeva che secondo Catumaro solo gli uomini potevano dedicarsi alla scienza druidica e che mai avrebbe voluto istruire la figlia in tal senso. “Non preoccuparti Lythia”, la tranquillizzò, “tanto siamo solo a metà aprile; la vedrai ancora meglio mano a mano che ci avviciniamo all’estate”.

“E questa? Ricordi cos’è?”. “Certo!”, esultò Lythia, “è la grande A. E’ l’aratro del cielo!”.

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“Bravissima”, rispose la nonna, “è la costellazione che i popoli del mare chiamano Andromeda, col nome di un’importante principessa. Ma io preferisco continuare a vedervi un aratro. L’aratro che solca la terra, la rompe e la prepara ad accogliere il seme. Sai, piccola mia, vi fu un tempo in cui i nostri antenati, in certi precisi momenti dell’anno, aravano il terreno per motivi diversi da quelli agricoli che conosciamo noi. I buoi con le corna più belle, i più possenti ed imponenti, simbolo di forza e vigore, venivano aggiogati e condotti avanti e indietro trascinando un vomere sacro. Era come una sorta di preghiera affinché gli dei della terra fossero compiacenti. Ma non solo per avere un florido ed abbondante raccolto, anche per proteggere la comunità, il popolo. Quella terra doveva dare il cibo, doveva nutrire forti e valorose stirpi di guerrieri e di donne capaci di generare molti figli per dare continuità al popolo”.

Lythia ascoltava rapita. “E quindi facevano la fatica di arare un campo intero… solo per pregare, nonna?!”. “Come SOLO?!”, sbottò Licamara; “è assai importante che gli dei siano benevoli, piccola, altrimenti il popolo è destinato alla rovina!”. “Vedi anche ora? Non ti accorgi che nonostante le apparenze, la nostra comunità si sta sfaldando? Altri clan potenti nutrono invidia verso tuo padre e tramano nell’ombra. Ultimamente molte, troppe, donne vengono da me piangendo perché non riescono a generare figli e questo crea attriti in seno alla famiglia e al clan. Sempre più spesso vengono a chiedermi rimedi per le mucche che producono poco latte e iniziano a non sopravvivere al parto, oppure generano vitelli deformi o già morti! Dobbiamo stare attenti, Lythia! Gli dei ci stanno avvertendo. Qualcosa va cambiato… ma tuo padre non mi ascolta. Tuo padre rifiuta la saggezza del primitivo femminile…ahimé…e il grande druido continua a rassicurarlo, ma solo per fare i suoi interessi!”.

“Ma, nonna, sei sicura? A me sembra che qui nel grande villaggio di Carnobriga si viva bene. Io sono felice!…”. “Sei ancora piccola, Lythia; e va bene così. Arriverà il tempo per capire e per reagire. Arriverà il tempo per dare, anche tu, il tuo contributo alla comunità. Ma adesso stanno arrivando i tuoi compagni: è ora di fare lezione. Vai a sederti, sù!”.

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Passavano i giorni, i mesi, le stagioni. La piccola Lythia cresceva a vista d’occhio, in altezza e in intelletto. Ma anche in intuito. Lei, come da sempre sosteneva la vecchia e saggia nonna Licamara, aveva la capacità di “sentire”. Aveva iniziato ad accorgersi di un fatto strano: quando passava vicino a certe rocce, sentiva come un brivido che le percorreva la schiena, come un sussurro lontano, una voce imperscrutabile, indecifrabile, che la chiamava e le chiedeva di fermarsi. Allora Lythia si fermava e quasi istintivamente toccava una roccia, ma non una roccia a caso, di solito erano rocce grandi e lisce che fuoriuscivano dal terreno. Non appena la sua mano sfiorava la superficie, Lythia era percorsa da tremori e aveva come delle visioni. Ma la sua ancora giovane età le impediva di capirle, di descriverle. Provava a raccontare alla nonna ciò che, a tratti, vedeva; la nonna capiva e cercava di darle supporto e consiglio. Guai a farne parola col padre, tuttavia!

Lythia aveva compiuto ormai 15 anni. Il grande villaggio di Carnobriga era scosso da frequenti tumulti interni. I clan erano in subbuglio. Spesso si svolgevano grandi riunioni coi capi delle tribù delle terre alte, quelle che vivevano nei villaggi fortificati, costruiti come fossero un’unica fortezza rocciosa a ridosso delle morene o nelle gole più nascoste. Si diceva che dalla pianura il pericolo fosse ormai vicino. Un popolo venuto da molto lontano stava premendo per impossessarsi delle terre alte, per controllare quei valichi che erano stati loro sin dai tempi più remoti. Bisognava intervenire, ma come? I clan erano sempre in lite e Catumaro non riusciva più ad imporsi sugli altri come una volta. Anche perché il popolo non era unito per fronteggiare al meglio questo oscuro “nemico”; infatti c’era chi ventilava possibilità di guadagno dalla collaborazione con queste genti straniere.

Nonna Licamara sospirava. Se lo aspettava. Sapeva che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Il popolo stava vacillando e di Carnobriga forse si sarebbe persa memoria…

“Nonna, ma mi spieghi come mai mio padre si ostina a non darti ascolto? E perché, anche adesso che la Grande Dea mi ha reso donna, tenta di impedirmi di trascorrere tempo con te?”.

“Vedi Lythia, tuo padre ha un rapporto problematico con se stesso, col suo passato… Sai, ora che hai 15 anni posso parlartene. In realtà lui non è mio figlio naturale. Lui fu messo al mondo da una donna importante: era una sacerdotessa del nord. Purtroppo si innamorò e questo non avrebbe dovuto succedere. In più, come se non bastasse, si innamorò di un giovane, bellissimo guerriero straniero. Suo padre, una volta saputo della sua gravidanza che non si poteva più nascondere, non solo la cacciò di casa ma fece uccidere il suo amato. Io la accolsi nel mio villaggio. Pur se ancora giovane, ero già una nota guaritrice e mio padre era il capo villaggio, un uomo di cuore e di fine intelligenza che portava grande rispetto verso le mie qualità. La aiutai a partorire; ma lei, ahimé, non sopravvisse a quel parto difficile. Perse molto, troppo sangue. Provai in ogni modo, ma non riuscii a salvarla. Solo, con l’ultimo respiro che le restava in corpo, appena prima di morire, mi raccomandò quel frugolino urlante dai folti capelli neri e mi mise in mano un amuleto cui lei teneva moltissimo”.

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Licamara infilò una mano nelle vesti, all’altezza del seno, e ne estrasse un monile in bronzo lavorato a spirale; anzi, una doppia spirale! Era un oggetto molto bello, di colore verde scuro con riflessi blu, lucidissimo. Emanava un fascino ipnotico.

Lythia non aveva perso nemmeno una parola; era sgomenta, ma finalmente dava una risposta a molti atteggiamenti di suo padre. “L’ho cresciuto come fosse figlio mio. E mio padre da subito lo ha presentato al popolo come fosse suo nipote naturale. Quando raggiunse l’età adulta gli tatuammo la doppia spirale sul petto, affinché gli dei di sua madre vegliassero su di lui, ma senza dirgli la verità. Purtroppo la venne a sapere l’anno seguente, e nel peggiore dei modi, da un compagno d’armi, principe di un clan rivale, che gliela rivelò per invidia e per dispetto dandogli dell’illegittimo, per non ripetere altre offese ben peggiori che sporcavano persino il ricordo di sua madre”.

“ Da quel momento il suo atteggiamento verso di me cambiò radicalmente. Era come se non mi accettasse più. Sicuramente vede in te la sua vera madre e, in tutta sincerità, le somigli moltissimo. I lunghi capelli scuri, i grandi occhi verdi, la mandibola volitiva. Lui ti teme, Lythia. E teme per la tua vita.”

Lythia era scossa ed emozionata. Avrebbe voluto correre da suo padre ed abbracciarlo, rincuorarlo… ma ultimamente anche il rapporto tra di loro si stava logorando per i troppi litigi, le incomprensioni, le cose non dette o mal dette.

“Ma, nonna, io però non ho mai visto la doppia spirale tatuata… Lui sul petto ha dei simboli vegetali che non mi ha mai voluto spiegare…”. “No, Lythia. Sotto quei simboli c’è la doppia spirale. Lui se l’è fatta cancellare apposta, per non vedersela addosso. Il fatto è che quella doppia spirale lui ce l’ha dentro, nell’anima; è la voce dei suoi antenati. E non può continuare a rinnegarla e a tenerla sepolta. Presto riemergerà.”

Lythia tornò a casa con la mente in preda a mille pensieri. Chi era la sua vera nonna? Quali doni le aveva passato? Cosa cercavano di dirle quelle strane pietre lisce che ogni tanto vedeva sbucare dal suolo?

Doveva capire. Sentiva che se avesse capito, avrebbe potuto aiutare non solo suo padre, ma tutta la sua gente.

Trascorsero altri due anni. Anni di studio, di formazione continua con nonna Licamara. Il padre, talmente spossato dalle lotte intestine tra clan, non aveva nemmeno più tempo né forza di star dietro a sua figlia. Sua madre, donna timida e riservata, si era chiusa in un silenzio preoccupante che la stava avvelenando dentro. Il popolo era scontento, agitato, ribelle e allergico a qualsiasi regola.

Il sapere dei padri si stava perdendo, qualcuno addirittura lo rinnegava e lo travisava; alcuni persino lo mettevano in ridicolo. E infatti la natura aveva cominciato a ribellarsi. Il grande fiume Druantia si gonfiava ad ogni autunno; diventava incontrollabile con terribili e rovinose esondazioni. L’altro grande fiume della piana, quello che scendeva da nord, il Bauthegion, causava danni nefasti ogni estate. Coltivare era diventato quasi impossibile. I pascoli si erano impoveriti per le temperature sempre più rigide, le frequenti grandinate, le gelate improvvise. Gli animali erano in sofferenza, persino le pecore e le capre, solitamente così robuste.

Intanto nonna Licamara era sempre più debole; gli anni sulle sue spalle erano davvero tanti. Finché una notte fece chiamare Lythia.

“Vieni piccola mia, avvicinati. Non mi resta più molto tempo e devo assolutamente parlarti. E’ giunto il tempo, il tuo”. Lythia si avvicinò il più possibile; la voce della nonna era talmente flebile che a stento la udiva. “ Vedi, Lythia, tu sin dalla nascita sei destinata ad essere la custode di un grande sapere. Ad essere la custode dell’identità e del passato di un grande popolo. Il popolo che, giunto al seguito del semidio Ercole in un tempo remoto e perduto, decise di fermarsi qui, ai piedi delle grandi montagne. Queste montagne accolsero quelle genti e divennero la loro casa. Quelle genti giunte dalle lontane terre d’Oriente, dal regno dell’eterna Aurora, conoscevano l’arte di osservare il cielo, le stelle, il moto degli astri e le fasi della Luna. Sapevano come coltivare la terra e renderla fertile. Conoscevano l’uso dell’aratro, strumento fondamentale che diede la forma alla costellazione della grande A che tu conosci sin da bambina”.

Ogni tanto la nonna veniva scossa da forti e dolorosi crampi; spesso le mancava il fiato ed era ricoperta di sudori freddi. Lythia era molto preoccupata. La abbracciava. Le passava un panno fresco sulla fronte cercando di darle sollievo.

“ Quel popolo, Lythia, scelse questa pianura nei pressi del fiume Druantia. Una pianura che venne arata, ma non per seminare, per pregare, come ti avevo già spiegato. Al centro di questa pianura si elevava un collina, il nucleo del nostro villaggio: Carnobriga, che in lingua gallica significa “altura delle corna”, un villaggio posto sotto la protezione del dio Cernunnos, signore delle forze naturali e del vigore guerriero.

Dopo il tempo delle grandi arature propiziatorie, venne il tempo delle grandi fosse. La terra era fondamentale, era dea, era madre, era nutrice. La terra esigeva preghiere e devozione e gli uomini sapevano come accontentarla.

Venne poi il tempo in cui il cielo si unì alla terra, anche nelle preghiere. Ed ecco che i nostri antenati eressero pali verso le stelle, assecondandone gli allineamenti ed i segni affinché le divinità celesti fossero benigne. Tuttavia l’attenzione data al cielo iniziava a sminuire quella destinata alla Terra. La Grande Madre si stava offendendo. La linea matriarcale cominciò a contare sempre meno. I villaggi erano dominati dagli uomini, purtroppo non tutti saggi e avveduti. Purtroppo il potere acceca e gli antichi equilibri sacri si sfrangiano.

“Ma, quando? Quando successe tutto ciò? E dove si trova questo luogo? Dove sono queste fosse, questi pali….”. Lythia era divorata dalla curiosità; voleva sapere, sentiva che doveva sapere.

La nonna appoggiò debolmente una mano sul braccio della nipote. “Presto lo saprai, cara. Dovrai cercare, ma senza allontanarti”. Lythia la guardava interrogativa. Licamara prese quindi la mano sinistra di Lythia, la mano del cuore, e la guidò tra le vesti, madide di sudore, fino a toccare la pelle avvizzita del petto. Aperte le vesti, mostrò a Lythia un tatuaggio: la doppia spirale. Anche nonna Licamara l’aveva, proprio sul petto.

“E’ un legame, cara. E’ un simbolo capace di unire terra e cielo. Capace di dare la vita, anche oltre la morte. E’ il flusso eterno, Lythia. E’ il moto delle stelle e dei corpi celesti. Questo simbolo è il segreto della forza del nostro popolo che, nonostante il volgere dei secoli e degli avvenimenti, saprà trasformarsi e sopravvivere. Ma che ora ha bisogno di ritrovare se stesso.”

L’anziana mise infine nelle mani di Lythia l’antico amuleto regalatole dalla madre di Catumaro. “Cercala! Cerca la doppia spirale incisa nella grande pietra, Lythia. Puoi farcela!”. “Ma come? Nonna, nonna!! Ti prego, dimmi come devo fare… dove, devo cercare?…Nonna…”. Ma ormai la vecchia Licamara, era salpata verso il regno delle Ombre senza fine.

Per alcuni giorni Lythia rimase preda del dolore per questa atroce perdita. Sua nonna non c’era più; era stata da sempre la sua guida, il suo sostegno, il suo punto di riferimento…come avrebbe fatto senza i suoi consigli e i suoi preziosi insegnamenti?

Alla fine, colma di lacrime fino a scoppiare, corse dal padre per sfogare su di lui tutta la sua rabbia da troppo tempo repressa. “Tu! Tu hai lentamente portato la nonna alla morte! Tu, perfido uomo, col tuo atteggiamento ostile, con la tua cattiveria… maledetto! Come hai potuto non esserle vicino nemmeno alla fine?! Tutto preso dai tuoi giochetti politici, dagli equilibri tra i clan, circondato come sei di traditori e adulatori…. Senza neppure accorgertene!”.

Lythia si scagliò sul padre, tempestandolo di pugni e di lacrime… finché il padre, prima immobile, all’improvviso la strinse a sé con forza. Lythia si accorse che stava piangendo. Suo padre, il prode Catumaro, che piangeva? “Padre….”, sussurrò. “Oh Lythia, figlia mia adorata. Saggia figlia mia. Non ti ho mai meritato. Più crescevi e più vedevo in te mia madre; nemmeno riuscivo a guardarti negli occhi. Mi facevi paura. Mi incutevi rispetto. E questo mi dava fastidio, spesso tu stessa mi sei sembrata una minaccia della mia autorità, della mia supremazia. E invece avevi ragione, l’hai sempre avuta. E Licamara aveva visto giusto, come sempre del resto. Aiutami, Lythia! Sento che sto per soccombere…”

“Padre, ma perché non avete mai voluto parlarmi prima? Perché avete sempre cercato di seppellire i vostri ricordi facendovi solo del male? Facendo del male anche a mia madre, vostra sposa, e a vostra madre, anzi, alle vostre due madri!”. Lythia mostrò l’amuleto al padre. “Ecco, questo è il segreto della nostra forza! Dobbiamo trovare questo simbolo inciso nella pietra da qualche parte qui intorno a Carnobriga! Se non lo facciamo, la nostra gente scomparirà divorata dagli eventi e dai secoli finché se ne perderà persino la memoria, la condanna peggiore che ci possa essere!”.

Catumaro sgranò gli occhi… quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva visto quel simbolo? E come aveva potuto farsi nascondere il tatuaggio? Forse proprio da quell’insano gesto era iniziata la sua rovina… chissà se c’era ancora modo di arrestare questa caduta e dare nuova forza alla sua famiglia, al suo clan, al popolo intero!

“Sono nelle tue mani, Lythia. Agisci come meglio ritieni. Agisci ascoltandoti, tu che ne sei capace”.

Dopo un ultimo abbraccio che però valeva come tutti quelli che mai si erano dati negli ultimi 5 anni, Lythia uscì. Era notte fonda. Si incamminò, alla luce di una sottile falce di luna, verso un luogo a lei caro da cui si dominava l’intero fondovalle. Una volta arrivata, si appoggiò l’amuleto sul petto e, con gli occhi al cielo, intonò antiche nenie insegnatele dalla nonna.

All’improvviso le parve che il cielo stellato iniziasse a girare, sempre più veloce, formando un’enorme spirale di stelle e polveri brillanti. Sopraffatta da quella luce fortissima (che solo lei vedeva) chiuse gli occhi; ebbe una visione. La spirale si sdoppiò e al centro ne uscì una grande A che si rivelò per quello che era in realtà: un aratro.

L’aratro iniziò a solcare la volta celeste che, al suo passaggio si apriva. Dai solchi tra le stelle emersero delle grandi pietre. Talmente grandi come non ne aveva mai viste. Pietre con occhi e naso, ma mute, senza bocca. Pietre ricoperte di simboli, di monili, di armi. Ed eccone una che colpì la sua attenzione: indossava un amuleto. La doppia spirale. Inizialmente le sembrò che fosse un gioiello, poi vide che emanava luce ma che in realtà era incisa nella pietra.

Aprì subito gli occhi, spossata. Tutt’intorno a lei, il silenzio della notte. Guardò nuovamente il cielo e stavolta seppe leggere segni che prima non avrebbe mai capito. Seguì una sorta di sentiero disegnato nel cielo che la guidò nuovamente a valle. Gli astri indicavano un punto in cui lei sentiva che doveva fermarsi.

Si accorse di essere appena ad ovest di Carnobriga, ai margini del villaggio, lì dove già da secoli ormai era loro usanza seppellire i morti. Ma lei ne aveva paura. Era la zona dei grandi tumuli di pietra, delle tombe giganti e delle grandi pietre. Ma era la terra destinata ai morti, e lei non avrebbe mai osato addentrarvisi. Una necropoli che i suoi concittadini stavano oltretutto lentamente abbandonando perché ormai satura; qualcuno addirittura diceva fosse maledetta da qualche sortilegio. Fu il grande druido a mettere in giro questa voce. In realtà voleva venissero dimenticati i sacerdoti che lo avevano preceduto; voleva infangarne la memoria inducendo il popolo a trovare un altro posto per i defunti.

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La luce delle stelle pareva illuminare un punto in particolare. Lythia si avvicinò, si chinò a terra appoggiando le mani su uno spigolo di pietra lucida e liscia, di forma tondeggiante. Udì un sospiro, un sussurro che usciva dalle viscere del terreno. Venne travolta da una sorta di sonno.

Ecco, un’altra visione! Vide che sotto di lei, nelle viscere della terra, giaceva una grande pietra al cui centro, come fosse sul petto, brillava il simbolo della doppia spirale. Gli antenati delle grandi tombe erano offesi per essere stati dimenticati. Gli spiriti erano inquieti. Capì.

Si precipitò da suo padre e gli spiegò l’accaduto. Questa volta Catumaro le credette e la assecondò. Allontanò malamente il druido adulatore e bugiardo e obbedì alla figlia.

Coi saggi, gli anziani e i nobili guerrieri del villaggio, si recarono in processione, la notte stessa, alla luce delle torce, fino all’antica necropoli. Lì dove i loro antenati avevano eretto tombe giganti sul terreno delle grandi pietre senza volto e senza nome.

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Grandi pietre non riconosciute che vennero abbattute ed utilizzate come materiale da costruzione. Gli spiriti delle grandi pietre erano offesi. E così pure le anime dei defunti delle grandi tombe. La trascuratezza e l’indifferenza degli uomini, dei loro stessi eredi, ne aveva suscitato le ire. Questo aveva portato al ribellarsi della natura e alle lotte tra gli uomini, tra fratelli dello stesso sangue, incapaci di stare saldi ed uniti.

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Solo restituendo valore alla memoria degli antichi, gli spiriti si sarebbero placati. Lythia individuò un punto particolare sul terreno. Chiese che venisse scavata una fossa; vi gettò semi e frutti (secondo antiche usanze spiegatele dalla nonna), recitò antiche preghiere di una lingua perduta e dimenticata dai più, vi gettò persino un tizzone infuocato che presto si spense. Alla fine vi seppellì la doppia spirale di metallo verde: l’amuleto di nonna Licamara era tornato da dove era venuto. Gli spiriti, così, ritrovarono pace. Il popolo riprese a frequentare quell’area e a seppellirvi i suoi cari. Un’usanza che sarebbe diventata abitudine. Altri popoli, nei secoli che seguirono, continuarono ad utilizzare questa zona sacra per dare degna sepoltura ai loro defunti. La terra torno fertile, la natura amica e madre. I lavori agricoli ripresero come da tempo non era possibile. I clan ritrovarono l’armonia.

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Non poteva sapere la giovane Lythia che dopo altre decine di secoli, dopo il volgere di centinaia di stagioni, di albe e di tramonti, di giornate di sole e di cieli stellati, la voce di quell’amuleto si sarebbe fatta di nuovo sentire, ma questa volta non dai sacerdoti o dai druidi, ma dai ricercatori del tempo.

A distanza di quasi 1.500 anni da quando visse Lythia, la terra delle grandi pietre è tornata alla luce. Solo un tassello ancora manca: nessuno ha mai più ritrovato l’amuleto a doppia spirale. Forse, chissà, giace ancora sepolto lì, da qualche parte tra le grandi tombe e le immense stele a forma d’uomo.

Chissà se mai qualcuno riuscirà a ritrovarlo.

Oppure, chissà, forse è più giusto che nessuno lo ritrovi mai.

 

Stella

 

Castello di Montmayeur. Un oscuro signore per il goth-tale di Halloween

Ed eccoci ad #Halloween, una “festa” che personalmente non amavo e non “praticavo” fino a quando non sono diventata mamma! Così, oggi 31 ottobre, tra zucche, fantasmi, ragnatele e pipistrelli, con 2 streghette eccitatissime che si preparano a fare #trickortreat, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Sarà un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

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La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata mimetizzata nel bosco,  in cima a uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

Montmayeur-panorama

OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

montmayeur-summitpost

E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

Archeologia e pittura contemporanea. Quando si dice “mano santa”

Tutto comincia da una mostra. Ma non di archeologia, di pittura…contemporanea! Quest’estate il Castello Gamba di Châtillon, il Museo di Arte moderna e contemporanea della Valle d’Aosta, ha ospitato una mostra molto interessante dedicata a Mario Schifano, uno dei più grandi, vulcanici e prolifici interpreti dell’arte contemporanea in Italia nella seconda metà del Novecento.

L’aspetto, però, che più di altri ha attratto il mio interesse, è stata la serie di quadri realizzata in occasione di un suo soggiorno in Valle d’Aosta tra febbraio e marzo 1988. In questo non lungo ma intenso periodo, il pittore romano trovò una sede di profonda ispirazione in un’ala dell’antico convento benedettino di Saint-Bénin ad Aosta. Queste opere, raccolte nella serie denominata Calore locale (sì, calore con la a!), vennero quindi esposte al pubblico nell’aprile dello stesso anno in una mostra dal titolo che più “schifaniano” non si potrebbe: Verde fisico. Una mostra curata, oltretutto, da una figura che ha profondamente connotato il panorama artistico ed espositivo della Valle tra gli anni ’80 e ’90: il critico d’arte Janus, al secolo Roberto Gianoglio.

La caratteristica comune di questa serie è una grande penisola italiana dipinta in un materico e denso verde smeraldo, il verde FISICO appunto, “fisico” dal greco fùsis, natura. Un inno alla natura e alla bellezza del territorio e dei paesaggi italiani. In questa serie di Italie, l’attenzione è sempre puntata su quell’angolino in alto a sinistra che corrisponde alla Valle d’Aosta, ogni volta raffigurata da oggetti simbolo che Schifano scelse tra i reperti archeologici locali.

Racconta, infatti, Janus nella premessa del catalogo di Verde fisico, che Schifano gli chiese, come prima imprescindibile fonte per conoscere la regione, un catalogo di archeologia. E Janus non ebbe alcuna esitazione a dargli una copia dell’opera all’epoca più recente e che ancora oggi resta una base di indiscussa utilità: Archeologia in Valle d’Aosta. Dal Neolitico alla caduta dell’impero romano, 3500 a.C. – V sec. d.C. (uscito nel luglio 1985).

Si racconta che Schifano non solo divorò queste pagine, ma che addirittura strappò quelle per lui più significative per attaccarle alla tela e “viverle” in maniera più intensa.

Del resto il rapporto che univa questo infaticabile e poliedrico artista al mondo dell’archeologia aveva radici lontane. Lui stesso era figlio di un archeologo e, proprio per il lavoro paterno, vide la luce a Homs, in Libia, località nei pressi dell’antica e gloriosa Leptis Magna, la “Roma d’Africa”.

Era il 20 settembre del 1934: una data e un luogo che volle immortalare nella tela Io sono nato qui. Un titolo semplice, un ricordo intimistico, ma anche l’affermazione forte, quasi perentoria, di un profondo attaccamento a una terra natale particolare ed esotica.

Mario Schifano, Io sono nato qui-20.09.1934 (1985) (immagine tratta dal catalogo Etruschifano)
Mario Schifano, Io sono nato qui-20.09.1934 (1985) (immagine tratta dal catalogo Etruschifano)

Ma lasciamo le dorate sabbie libiche per tornare sulle Alpi valdostane. Ebbene, della serie Calore locale, le cui singole opere meriterebbero un post dedicato, oggi vorrei soffermarmi sulla numero VIII, un acrilico su tela di 160 x 130 cm.

Mario Schifano, Calore locale VIII, 1988 (immagine tratta dal catalogo Verde fisico)
Mario Schifano, Calore locale VIII, 1988 (immagine tratta dal catalogo Verde fisico)

Purtroppo non ho un’immagine a colori, e mi rendo conto che parlando di un maestro del colore come Schifano sia un grave difetto. Immaginatevi però un’Italia tutta verde, le linee in bianco, le coste abbozzate in blu elettrico e poi, lassù, dove c’è la Valle d’Aosta, due oggetti.

Partendo da quello a destra, che ricorda una casetta, posso dirvi che si tratta di una lamina votiva in argento proveniente dal colle del Piccolo San Bernardo, l’antica Alpis Graia, raffigurante al centro Ercole con la clava. Una sorta di ex-voto dedicato a quel Graio nume protettore del passo alpino. Un oggetto oggi apprezzabile al MAR – Museo Archeologico Regionale di Aosta.

Accanto a questa lamina, la sagoma di una mano benedicente ci porta all’altro iconico passo che attraversa le montagne valdostane: quello del Gran San Bernardo, l’antica Alpis Poenina (o Summus Poeninus).

Una mano il cui gesto ci appare famigliare: un numero tre riconducibile al tipico gesto della benedizione impartita dagli ecclesiastici: la benedictio latina. Ma che cos’è questa mano santa?

E’ la mano di un dio; la mano di Sabazio.

Mano votiva del dio Sabazio (o Giove Sabazio), bronzo, III sec. d.C. (gentile concessione Musée de l’Hospice du Grand Saint Bernard)

Ma chi è Sabazio?

Questo nome dal suono apparentemente famigliare che saremmo tentati di collegare alla parola “sabato” (ma non è così!), appartiene a una “misteriosa” divinità traco-frigia egata ai cicli della vegetazione e della fertilità il cui culto ha iniziato a diffondersi al seguito degli eserciti a partire dal II secolo d.C.

Nelle colonie giudaiche dell’Asia Minore, il culto del “Signore Sabazio” (Kύριος Σαβάζιος) fu assimilato a quello del “Signore degli eserciti” israeliano (Kύριος Σαβαώϑ), assumendo un più alto valore religioso: a Sabazio fu attribuita infatti la funzione di divinità “santa”, purificatrice delle anime degli adepti, i quali ottenevano attraverso i riti di iniziazione la liberazione da una sorta di peccato originale.

Il principale attributo  di Sabazio era la mano benedicente, che alcuni chiamano “mano pantea” (cioé “tutta divina”), che ben simboleggiava il carattere sincretico del suo culto: infatti la mano (di cui esistono numerosi esempi come singoli arti votivi, le cosiddette “mani di Giove Sabazio”, forgiate nel gesto tipico della “benedictio latina”, con la posizione del pollice, dell’indice e del medio distesi, l’anulare e il mignolo ripiegati all’interno del palm, presenta numerosi simboli e attributi di vari culti e divinità, come la pigna, la testa caprina, la donna con bambino, la lucertola, la tartaruga, la testa di montone, il serpente, il fallo, la bilancia e altri ancora.

L’esemplare conservato presso il Museo dell’Ospizio al colle del Gran San Bernardo si presenta decisamente ricco di simboli. La visione del dorso presenta innanzitutto un serpente, animale che da sempre simboleggia il collegamento tra mondo sotterraneo, infero, e mondo terrena. Un rettile che cambia pelle, quindi che si rinnova e rinasce, presente ugualmente in altri culti salvifici come quello di Asclepio-Esculapio, dio della medicina (non vi siete mai chiesti perché le farmacie hanno il serpente come simbolo?). Alcuni storici, come Demostene, raccontano che nelle cerimonie per Sabazio, all’adepto veniva fatto scivolare un grosso serpente color oro lungo il corpo a suggellare il suo legame, potremmo dire la sua unione orgiastica, col dio stesso.

Notiamo quindi due rane e una tartaruga: animali anfibi, capaci di vivere sia sulla terra che nell’acqua, quindi animali messaggeri tra due mondi.

Mano votiva del dio Sabazio, bronzo, III sec. d.C (gentile concessione del Musée de l’Hospice du Grand Saint Bernard)

Guardiamo ora il palmo. Tra indice e medio spunta la testa di un ariete, animale dalla chiara valenza solare, guerriera e fallica che, però, si lega contemporaneamente all’atto sacrificale. Un animale che simboleggia la forza vitale che va chiesta, e ottenuta, attraverso il sacrificio e la devozione verso gli dei. Nel Cristianesimo l’ariete si “addolcisce” diventando l’Agnello. E, non a caso, alla base del palmo, vediamo un altare.

Infine, in cima al pollice, si erge una pigna, simbolo di resurrezione.

Frutto del pino, da sempre e in diverse civiltà ha racchiuso in sé i significati simbolici di forza vitale, immortalità, divinità, legati all’albero che la genera, insieme a quelli di fecondità e forza rigeneratrice per i semi che contiene.

Nella tradizione iconografica dell’Estremo Oriente, soprattutto indiana, essa svetta all’apice dell’Albero della Vita, in quella greca è in cima al tyrso, il bastone di Dyoniso, dio legato ai misteri della morte e della rinascita, della rigenerazione e della resurrezione. Rappresentata frequentemente nell’arte romana funeraria, in età cristiana la pigna viene scolpita spesso su capitelli e archivolti di epoca romanica, arrivando nel corso del tempo a divenire emblema della elevazione speculativa e filosofica.

Tirando le conclusioni possiamo riconoscere come Schifano, consapevole o meno, abbia colto in questi due oggetti tutta la potenza della sacralità espressa da una natura forte e a suo modo divina. I passi, i colli, sacre “terre di mezzo”, evocative di un antico Olimpo alpino che, a ben guardare, esiste tuttora.

Il colle del Gran San Bernardo in inverno

La Valle d’Aosta, quella strada tra le vette in cui l’immanenza divina si unisce alle commistioni e alle contaminazioni di un continuo sovrapporsi di culti e culture.

Stella Bertarione

Il drago, la quercia e il melograno.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore, ormai abbondantemente superata la metà della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.

Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. Là invece, dall’altra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! Così come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…

Mais où sont les neiges d’antan ?

Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadisinserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.

Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontà e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’è la mia giovinezza? Il signore si scoprì scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui così familiare e così tanto caro.

Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lì che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E così, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentì davvero sua fu una sola: Aosta. A questa città legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. Già, la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltà, di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.

Mais où sont les neiges d’antan ?

La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…

Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro così denso di sacralità, mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di là delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà. Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.

La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…

Per scrivere le sue volontà, Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.

Princes, n’enquerez de sepmaine
Ou elles sont, ne de cest an,
Qu’a ce reffrain ne vous remaine:
Mais ou sont les neiges d’antan ?”

E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità.

Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città. Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.

Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu così che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.

“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…

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Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto (o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.

Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.

Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.

Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale.

Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.

L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però … purtroppo, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

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Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa città.

Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lì, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, l’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.

Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.

Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.

E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontà. Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava così suo vicario.

Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.

Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale così inusuale per Aosta: il cotto!

Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto così spesso, così ben lavorato, così ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porosità, quell’odore di terra umida, così particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identità di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.

La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre così simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltà, così come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.

Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.

Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranità unita all’immortalità, anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.

L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.

Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.

La sua storia era tutta lì. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalità erano lì, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sì, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.

Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.

E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.

Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.

Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato è ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprà mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.

In effetti corre una certa aria di famiglia tra i due, anzi tra i tre perché del Bambino il priore ha gli stessi vivi occhi chiari che, insieme a quei capelli castani rafforzano, per così dire, il muto ma intenso dialogo che sembra persino andare oltre la preghiera e la devozione.

Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerà il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.

Oniriche città murate e turrite si ergono a dominio di una spoglia e lunare campagna; uno stagno “grande quanto il mare” ospita il drago, temibile bestia pestifera affamata di giovani vite umane; la principessa, figlia del sovrano del luogo e vittima designata: esile, diafana ed elegante, cerca persino di fermare l’impeto di Giorgio affinché non muoia insieme a lei, divorato dal mostro. Ma San Giorgio, protetto a sua volta dalla Croce, incede coraggioso ed uccide la bestia. La Fede cristiana che uccide il Male, il demonio.

Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.

Il nobile priore volle così omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.

Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale così come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.

Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…

La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non è tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, così diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilità, a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.

Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinità della natura o come un’insolita ed emblematica “Eva” primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.

Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinità ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.

“Chissà” – pensava il nobile Giorgio – “chissà se mai qualcuno si accorgerà che l’unica donna mora in questo oratorio è la Madonna… mia madre…”.

Assorto in preghiera Giorgio vedeva quel volto sempre più splendente, sempre più vicino, vivo, palpitante… finché credette di avere un’allucinazione: la Madonna si accese di un fremito di vita. Il divin Bambino prese a muoversi su quelle ginocchia materne, a sorridere… sì, ne era certo.. entrambi gli stavano sorridendo. La Madonna tese una mano verso di lui; “Giorgio”, quel nome sembrò quasi un sospiro, un alito di vento, una carezza dell’anima… “Giorgio, sei un grande uomo e saprai cambiare il mondo. Il tuo nome verrà ricordato nei secoli a venire. Io ti sono accanto”.

La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.

Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.

Quando la luce sparì, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena! Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era così insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… Sì, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…

Tutto riprese a girare, sempre più vorticosamente, finché…

Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui così cari; quei luoghi per lui così emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralità antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna. 

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“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sì, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtà cugini di secondo grado, ma era più semplice così).

I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

Già, Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtà per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato così: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di Verrès, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietà vescovile, aveva capito le potenzialità di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di Verrès.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di Miroir pour les enfants de Challant. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la solidità del casato unita alla fecondità e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto già sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e là dissimulati, dei draghetti (che piacevano così tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalità di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiosità dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” così talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e città con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attività, stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di Verrès e dalla Città di Gerusalemme, sull’altro.

Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…

Sala bassa (L. Acerbi)

non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sè il colto priore, “ma c’è dell’altro! Chissà se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sì! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.

Ma fu quella giovanile e istintiva intemperanza che, ahimé, diede inizio alla decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra verità e calunnia, tra realtà e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

Già, quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.

Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santità si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanità intera.

E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività. E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maître Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, così luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano così vaghi, lontani…

Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscì nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. Chissà se quelle sue volontà avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. Chissà se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui così caro, il priore aprì gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finché non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lì e, quando sarete lì, riponetelo, in un luogo sicuro. Chi verrà, saprà. Ma solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà. Qui ho scritto le mie volontà; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscì persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove né come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato la dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

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Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi così come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. Aprì lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lì depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

Le ultime volontà del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui così caro.

Lì sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferì mai parola in proposito né fu mai messo nulla per iscritto.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento…

La dama in blu.

Immobile. Silenziosa. Se ne stava lì, in piedi, davanti a quel feretro avvolto da fiori gialli troppo vistosi per lei. Uno squarcio di colore in quella giornata fredda e piovosa in cui a suo marito, l’unico uomo che aveva conosciuto, veniva tributato l’ultimo saluto. Un graffio colorato che la infastidiva, che non riusciva nemmeno a guardare.

Se ne stava lì Giuseppina, impietrita da un sentimento strano e confuso che le impediva di muoversi e parlare. Fissava la pioggia che cadeva battente su quelle persone vestite di nero, apparentemente tutte uguali; persone che sembrava si aspettassero qualcosa da lei. Un qualcosa che però non arrivava né sarebbe mai arrivato. Non era abituata a lasciar trasparire ciò che provava. Teneva tutto ben chiuso dentro il suo cuore. Doveva difendersi, e aveva imparato a farlo.

Quello stesso matrimonio era stata una forma di difesa, una speranza di vivere meglio e, soprattutto, di far vivere più tranquillamente la sua famiglia. Quell’uomo, più anziano di lei, provvedeva a sua madre e faceva studiare i suoi fratelli. E questo le bastava.

Forse non era mai stata davvero innamorata di quel marito che, sì, le voleva bene, ma non sapeva renderla veramente felice.

In realtà neppure lei sapeva cosa avrebbe potuto renderla felice. Forse non conosceva neppure il reale e profondo significato di quella parola, di quello stato d’animo.

Era ancora giovane Giuseppina. Aveva solo 25 anni, anche se forse ne dimostrava qualcuno di troppo. Un volto da bambina, tondo, con grandi occhi scuri, ma velato da un misto di fermezza e malinconia. Un incarnato diafano esaltato da un’abbondante chioma corvina, riccia e ribelle, che lei si sforzava di stringere e comprimere sotto la cuffia. Ecco, forse quella chioma rappresentava la sua vera indole, il suo carattere, quella sua natura più intima e passionale, che lei tenacemente nascondeva sotto un aspetto austero e distaccato.

Non era mai stata davvero bella, Giuseppina. Eppure, a detta di molti, emanava uno strano fascino misterioso, forse dovuto ai suoi silenzi e a quel modo di guardare che pareva rovistare l’animo mettendo a nudo le persone.

Zsigmond Vajda (1860-1931), La Dame en bleu dans un tourbillon de poussière

Giuseppina, appena venticiquenne, e già vedova.

Non aveva avuto una vita facile. Primogenita di cinque figli, da subito aveva dovuto darsi da fare per accudire i più piccoli e la madre, spesso costretta a letto da una salute cagionevole. Quanto al padre, beh… un bel giorno non era più tornato. C’era chi diceva fosse morto, durante uno dei suoi frequenti viaggi alla ricerca di un lavoro oltre le montagne. Ma in molti sostenevano che si fosse rifatto una vita lontano da lì, da quel paesello sonnacchioso dove tutti si conoscevano, nel bene e nel male.

E così Giuseppina aveva dovuto fare da capo famiglia, badando a tutti e lavorando come poteva. Una situazione non certo semplice che, però, non le aveva impedito di studiare. Sapeva leggere, scrivere e fare di conto. Inoltre era molto dotata nel ricamo, nel disegno e nel canto. Aveva imparato dalle suore, quand’era piccola.

Aveva le mani d’oro Giuseppina. E una voce melodiosa. Cantava sempre, ogni volta che poteva! L’importante era che fosse da sola. Non voleva che qualcuno la sentisse; era come se cantando si lasciasse andare, scoprendo il suo animo, le sue emozioni e le sue fragilità. E di fragilità lei non ne poteva avere. Non poteva permettersele.

Ed eccola lì, Giuseppina, a salutare non solo un uomo, ma un capitolo intero della sua ancor breve vita. In cuor suo già sapeva che non avrebbe fatto la vedova. Certo, avrebbe rispettato il lutto e il ricordo. Ma lei voleva vivere. Voleva trovarsi un’occupazione, magari ritagliarsi un minimo di spazio tutto per lei… chissà … E poi era curiosa, avida di sapere. Avrebbe tanto voluto viaggiare. Ma erano solo sogni … sebbene, in cuor suo, sperava non fosse così!

Quella pioggia le stava lavando via molte paure instillandole, contemporaneamente, il coraggio di guardare avanti, il coraggio di mettere finalmente al centro se stessa, ritrovandosi e volendosi un po’ di bene.

Il primo anno di vedovanza trascorse via più veloce del previsto. Ciò che non sopportava era l’essere sempre sotto gli occhi di tutti, quasi che la gente non aspettasse altro che coglierla in fallo per dare un po’ di sapore a quella pigra quotidianità scandita dal lavoro nei campi e dal rintocco delle campane.

Quel giorno, allo scadere del primo anno dalla morte del marito, si recò sulla sua tomba e, nel sistemare un mazzo di fiori, promise a se stessa che, da quel momento, non avrebbe più indossato gli abiti neri. Li voleva blu. In tutte le sfumature possibili. Giuseppina adorava questa gamma di colori: le dava pace e la aiutava a sognare e pensare. La aiutava a rinascere.

Andò a messa quella domenica. Il suo abito blu fece voltare tutti. Sguardi severi, sorpresi, esterrefatti. Di certo quel giorno le vecchie donne del paese avrebbero avuto di che parlare. Ma non le importava. Lei sapeva di non dover rendere conto a nessuno.

Alla fine della celebrazione, il sacerdote la chiamò in sacrestia. Lui aveva capito perfettamente la ragione di quel blu. Giuseppina aveva solo 26 anni e, di fatto, era come se non avesse mai vissuto una vita sua, ma solo quella degli altri.

“Senti figliola”, le disse il sacerdote, “ho saputo che al castello cercano una brava governante. La signora Maria Teresa di Challant necessita di una dama personale che si prenda cura di lei e la aiuti nel sovraintendere alla gestione della casa. Tu te la sentiresti? Io ti conosco sin da piccola e so bene con quale dedizione e discrezione tu ti sia sempre prodigata per la tua famiglia. Pensaci. Se vorrai, sarò io stesso ad accompagnarti e a presentare le tue referenze”.

Sul momento Giuseppina non seppe cosa dire, se non un flebile “grazie”. Tornò a casa lentamente, assaporando la carezza delicata del sole primaverile e il forte profumo della terra che si riscalda dopo lo sciogliersi della neve.

Ecco, forse anche lei era come quella terra. La neve si era sciolta e lei aveva voglia di rinascere. Quella proposta non poteva essere un caso. Di fatto, nulla accadeva per caso. Non esisteva il “caso” gratuito.

Auguste Toulmouche, La lettre (1879)

Tornò indietro quasi di corsa e, cosa insolita per il suo abituale comportamento, quasi irruppe in sacrestia per dire che avrebbe accettato.

“Bene Giuseppina, domani andremo al castello!”, esclamò il sacerdote con evidente soddisfazione.

Dalla finestra della sua casa, Giuseppina vedeva la possente sagoma turrita di quel palazzo che l’aveva sempre affascinata, ma in cui non aveva mai avuto l’occasione di entrare. Quel momento era finalmente giunto. In paese tutti nutrivano profondo rispetto e a tratti un reverenziale timore nei confronti di Madame de Challant. Algida e austera, di rado sorrideva in pubblico. Si recava in chiesa ogni domenica; sedeva nel banco di famiglia, sempre molto elegante ma mai sfarzosa. Una donna alta, composta, dalla forte mascella quadrata e lo sguardo fiero. Una nobildonna di antica famiglia pienamente consapevole dell’importanza che i suoi natali le conferivano. Lei era una Challant! L’ultima.

In molte, tra le giovani che aspiravano al ruolo di sua governante personale, erano state costrette ad andarsene. Madame era molto esigente, attenta, severa. Occorreva impegnarsi molto per accontentarla e raramente dava soddisfazione per il buon operato. Il minimo errore, la minima dimenticanza, potevano risultare fatali.

Ed eccola, Giuseppina, mentre saliva l’ordinata strada lastricata che conduceva all’ingresso. Il parco era davvero grande e molto ben curato con una fontana circolare al centro. Una doppia scalinata permetteva di raggiungere il portone principale: “che meraviglia”, pensò emozionata. Un’ampia loggia decorata da sculture e stucchi incorniciava quel portone che aveva sempre solo intravisto da lontano, immaginando il mondo al suo interno, così diverso dal suo… Poco prima di entrare, una stranezza attirò la sua attenzione: l’orologio in facciata, che lei aveva sempre creduto reale, in realtà era dipinto: un inganno per l’occhio. Segnava le undici e dieci. Per quell’orologio sarebbero sempre state le undici e dieci. Forse anche un inganno del tempo? Chissà… ma non ebbe modo di soffermarvisi oltre.

E adesso, invece, Giuseppina era lì in quel grande salone, ad attendere Madame accompagnata dal gentile prelato, l’unica persona cui la nobildonna mostrasse un minimo di confidenza.

“Padre Antoine, che onore la vostra gradita visita”. La voce forte e impostata di Madame de Challant riempì il salone. Giuseppina sentiva l’agitazione crescere ogni secondo di più; si sentiva piccola al cospetto di quella potente signora che la guardava severa dall’alto in basso. Ma, come sempre, si sforzava di non lasciar trapelare nulla. Composta si inginocchiò nella maniera più elegante possibile e, con le mani in grembo, accennando un rapido inchino, espresse un saluto con un filo di voce. Ma non tenne gli occhi bassi. Anzi, fissava con una sorta di educata fierezza quella donna importante.

Dal film Jane Eyre di Franco Zeffirelli (1996)

Uno sguardo che certo non sfuggì a Madame de Challant. “Bene padre Antoine. Quindi è costei che avete scelto. Può restare per il momento. Mi renderò conto subito delle sue effettive capacità e qualità”. Non degnò Giuseppina nemmeno di una parola di benvenuto; era come se non ci fosse. Incaricò una cameriera di accompagnarla nella sua stanza e mostrarle le zone della casa in cui le sarebbe stato permesso di accedere. Salutò cordialmente padre Antoine e se ne andò.

La stanza al penultimo piano era piccola ed essenziale, ma pulita e decorosa. Giuseppina guardò fuori dalla finestra e si sentì pervasa da un insolito senso di leggerezza nel lasciar correre lo sguardo su quelle dolci colline e sulle cime innevate. “Farò del mio meglio! Madame de Challant presto non potrà più fare a meno di me!”, promise a se stessa.

I giorni presero a correre ad una velocità inaspettata. Giuseppina aveva presto imparato a fronteggiare gli altalenanti stati d’animo di Madame, le sue improvvise e molteplici richieste, gli ordini perentori e quella sua particolare fredda superiorità che le attirava l’antipatia di tutti ad eccezione dei suoi pari e di quelli che ambivano a doni, concessioni e privilegi.

Vivendo a stretto contatto con lei, si rese conto, col passare dei mesi, di quanto in realtà fosse sola, di quanto le mancassero gli affetti, in particolare quello del suo unico figlio, Vittorio, quasi sempre lontano per la vita militare o per altri suoi interessi. Di fatto Madame era stata costretta a rivestirsi di una spessa corazza per difendersi da quanti le offrivano un falso e interessato appoggio o un’infida amicizia. Per questo metteva tutti alla prova e, sempre per questo, faceva in modo che fossero ben poche le persone a lei vicine. Poche e sempre le stesse.

Tuttavia, dopo quasi un intero anno dalla sua assunzione, pur avendoci provato in molti modi, non era ancora riuscita a mandare via Giuseppina.

“Quella ragazza è decisamente insolita!”, pensava spesso Madame de Challant. “E’ precisa, puntuale, affidabile. Non riesco mai a coglierla in fallo. E dire che all’inizio ero molto titubante… una popolana, oltretutto già sposata e vedova! Invece devo ammettere che è molto garbata, educata e discreta. Non come certe pettegole che mi sono arrivate in casa tempo fa! Buone solo a curiosare e frugare nelle mie cose… Questa Giuseppina è diversa. Sa esprimersi correttamente e senza mai risultare fuori luogo. Non parla molto, anzi… ma ha un modo di guardarmi che dichiara una forte e determinata personalità”.

E così, passati altri mesi, Madame de Challant aveva iniziato ad affezionarsi a quella fanciulla solitaria e pensosa della quale aveva anche avuto modo di scoprire la profonda passione per la lettura e una particolare abilità nel ricamo tanto che non solo le affidò alcuni nuovi abiti da ricevimento che necessitavano di essere rifiniti e impreziositi con pizzi francesi, ma cercava con evidente piacere la sua compagnia nel conversare.

Questa manifestazione di fiducia aveva suscitato curiosità e, purtroppo, anche molte invidie. Più di una volta, infatti, Giuseppina aveva trovato la sua camera a soqquadro o i suoi abiti macchiati e lacerati.

Eppure, nonostante questo, mai si era lamentata né era andata a riferire l’accaduto se non a padre Antoine, con cui spesso si confidava per avere conforto senza arrecare disturbo a Madame e creare scompiglio a palazzo. Sapeva, infatti, quanto la signora odiasse i pettegolezzi e le chiacchiere inopportune.

E fu sempre padre Antoine, un giorno, a riferire il tutto a Madame de Challant che chiedeva maggiori informazioni su questa misteriosa ragazza che aveva acceso il suo interesse.

Da quel momento l’atteggiamento della signora iniziò a cambiare; la sua gentilezza, i toni cortesi e l’evidente predilezione per Giuseppina non furono più un segreto.

“Cara Giuseppina”, esordì Madame quella mattina, “oggi sono profondamente felice! Finalmente, dopo tanto tempo, la prossima settimana mio figlio Vittorio finalmente tornerà a casa e vi resterà per qualche mese. Dovrai aiutarmi a far sì che tutto sia perfetto: dal suo appartamento fino al pranzo! Nessuna sbavatura, mi raccomando!”.

Una luminosa mattina di metà maggio accolse il conte Vittorio. L’intera servitù era schierata all’ingresso. I giardini erano perfetti, meravigliosi: un trionfo di alberi fioriti e aiuole ricolme di rose, le Blanchefleur: una varietà di preziosa rosa antica, bianca screziata di rosa, dai petali carnosi e dal profumo dolce ma persistente. Passeggiare in giardino in quel periodo era come immergersi in un sogno avvolti da una fragranza straordinaria.

Madame indossava il suo abito più bello e, nonostante la non più giovane età, lei stessa splendeva come una delle sue amate rose. E, per la prima volta, Giuseppina, sempre al suo fianco, la vide sorridere ed emozionarsi.

Madame non aveva approvato l’abito scelto dalla ragazza; “Ma insomma, è troppo scuro! Siamo in primavera ed è un giorno di festa! Perché non indossate quello color zafferano? Siete davvero testarda, ma un giorno riuscirò a farvelo indossare!”. Giuseppina, ancora una volta, aveva preferito il suo abito blu. Un blu oltremare lucido e intenso. Un taglio quasi monastico, senza orpelli: ma lei era a suo agio così.

Era molto curiosa di conoscere il conte Vittorio. Su di lui giravano molte voci. Chi diceva che non corresse buon sangue con la madre e che, per questo, preferisse stare lontano per lunghi periodi. Chi giudicava strano il fatto che non avesse mai avuto una fidanzata e che, a quanto pare, non volesse nemmeno sposarsi; cosa che, avendo egli superato i quarant’anni, suscitava dubbi e sospetti più o meno malevoli. Chi ancora affermava che, in realtà, fosse tutta colpa della madre che pretendeva di essere lei a stabilire quando e se sarebbe convolato a nozze e, soprattutto, a decidere con chi. E nessuna sarebbe mai andata bene perché, a detta dei più, nutriva un tale smisurato amore per il figlio che mai gli avrebbe permesso di amare un’altra donna.

Distratta da tutti questi pensieri non si accorse che il conte era già arrivato alla scalinata d’ingresso. Scese dal suo cavallo e si avvicinò alla madre.

Era un uomo molto alto e magro, quasi segaligno. Un volto scarno dai tratti affilati; un naso forse troppo lungo e dei baffi biondi che ombreggiavano due labbra sottili, quasi trasparenti.

Ma ciò che più la colpì furono gli occhi. Due perle allungate di uno strano colore grigio-azzurro, una tinta che tanto le ricordava il marmo cangiante di quelle montagne.

Rimase ammaliata dall’incontrare quello sguardo sfuggente e al tempo stesso penetrante quando lui la guardò per salutarla. Credette di essere arrossita; credette di perdere l’equilibrio. Ma come sempre, nulla di tutto questo trasparì all’esterno.

Il conte, di vent’anni anni più grande di lei, era un uomo schivo e solitario. Amava ritirarsi a leggere, amava l’arte e la musica; soprattutto amava andare a cavallo. Nutriva una sorta di venerazione per questi splendidi animali, in particolare per Horus, il suo prediletto, un magnifico stallone di razza normanna color del grano.

Un nome insolito riferito al dio egizio del sole, figlio di Iside e Osiride, che, si venne poi a sapere, fu scelto dal conte spinto dalla sua passione verso l’antico Egitto, allora in gran voga a Torino.

“Horus è un esemplare meraviglioso”, si vantava spesso con Gaston, lo stalliere del castello, “è elegante, robusto e armonioso allo stesso tempo. Mi raccomando, abbiatene la massima cura!”.

Un pomeriggio, di ritorno da una delle sue lunghe cavalcate, il conte e Giuseppina si trovarono per la prima volta l’uno di fronte all’altra. “Sto cercando mia madre, voi sapete dove si trova?”, le chiese frettoloso. “E’ uscita a fare una passeggiata in carrozza, signore. Ma dovrebbe tornare tra poco”, rispose Giuseppina vagamente intimidita.

Dal film Jane Eyre di Kary Fukunaga (2011)

“Capisco… voi dunque siete la sua nuova dama di compagnia? Come vi chiamate?”. “Oh no, sono solo una governante… mi chiamo Giuseppina” rispose lei in maniera cortese ma apparentemente seccata e frettolosa.

“Giuseppina come?”, insistette Vittorio. “Allegroni. Giuseppina Allegroni”, gli fece eco la giovane fissandolo negli occhi e rendendosi conto in quell’istante di non aver detto Giuseppina Giovane e si sentì in colpa. Quindi si corresse: “Vedova Giovane. Mio marito è morto due anni fa”. Ma ora vi prego di scusarmi, ho molto da fare prima del ritorno di Madame” e, abbozzando il suo abituale veloce inchino, se ne andò.

“Allegroni …”, pensò il conte tra sé e sé, “quindi una popolana! Insolito che mia madre le conceda così grande credito e fiducia. Decisamente una ragazza misteriosa … e già vedova oltretutto!” E si promise che avrebbe cercato di saperne di più.

Dopo cena, seduto davanti al camino con la madre, il conte chiese informazioni su questa nuova giovane governante. La madre lo trafisse con obliquo cipiglio: “E’ una vedova! E’ già stata sposata ed è una semplice ragazza del popolo. Me l’ha raccomandata padre Antoine: è seria, discreta e affidabile. Cerca di non mostrare interesse nei suoi confronti, mi sono spiegata? Non voglio scandali né pettegolezzi, sia chiaro! Ricordati chi sei e da dove vieni Vittorio! Tu meriti ben altro. Anzi, la prossima settimana ho organizzato un grande ricevimento e tra gli invitati credo ci possa essere un’ottima candidata al ruolo di consorte”.

“Madre, per la miseria!”, inveì Vittorio scattando in piedi, “eppure lo sapete che detesto le feste! Fate pure, io non verrò! E non mi interessa la vostra ospite!”.

Non fece in tempo a finire la frase che anche la madre si alzò di scatto dalla poltrona e con aria oltremodo adirata tuonò: “Tu ci sarai! E’ un ordine!” e scomparve nell’ombra della scala.

Credevano di essere soli, invece qualcuno, nell’ombra, aveva assistito alla scena: Giuseppina, in cuor suo e in maniera del tutto irrazionale, gioì per la reazione del conte. Non ve ne era alcun motivo, ma si sentì stranamente euforica e felice sapendo che nessuna fosse ancora padrona del suo cuore.

Giunse così il giorno della festa. Il castello risplendeva di cristalli e broccati. Il salone sembrava uscito da una fiaba e persino il menu della cena era stato studiato nei minimi dettagli. Anche il parco si presentava nella sua veste migliore; nei loggiati erano stati posizionati grandi vasi di terracotta con piante di limone, assai di moda nelle residenze aristocratiche.

Tutta la nobiltà locale era stata invitata, così come molti esponenti dell’aristocrazia torinese e savoiarda. Madame era tesa e nervosa: Vittorio non arrivava. Era oltremodo offensivo non essere presenti ad accogliere invitati così prestigiosi! Aveva ordinato di andare a cercarlo, ma nessuno lo trovava.

Giuseppina chiese il permesso di unirsi alle ricerche. Si recò nelle stalle e, come immaginava, Horus non c’era! Il conte era uscito a cavallo. Attese facendo la spola tra le scuderie e il cancello, ma il conte non arrivò.

Una volta rientrata notò immediatamente l’agitazione di Madame che si impegnava, nonostante tutto, a gestire il ricevimento conversando con gli ospiti e accampando scuse circa l’assenza del figlio.

Non ci fu nulla da fare; il conte non rientrò e il ricevimento si concluse con le più sentite e sofferte scuse di Madame de Challant che si vide costretta a inventare, in seguito, che il figlio era caduto da cavallo in un bosco lontano dal palazzo e che fu soccorso solo il giorno successivo da boscaioli capitati lì per caso.

La primavera finì. L’estate trascorse lenta e pigra finché i colori dell’autunno non cominciarono ad accendere il paesaggio. Giuseppina amava molto quel periodo dell’anno; lo considerava un inno, o piuttosto, un grido di vita che la natura lanciava con la forza e la potenza di quella bellezza infuocata. Una bellezza che non sarebbe durata a lungo ma che, proprio perché breve e fragile, doveva imporsi potente e prepotente negli occhi e nell’anima.

In quei mesi, col suo impegno, la sua precisione e la sua affidabilità, era riuscita a ritagliarsi definitivamente uno spazio prezioso nel cuore di Madame che, piano piano, aveva addirittura iniziato a confidarsi con lei.

Fu così che venne a sapere dei suoi tormenti, delle sue ansie e della forte preoccupazione per quell’unico adoratissimo figlio così solo e sfuggente. Vittorio sin da bambino aveva manifestato un carattere chiuso e ombroso cui si accompagnava una viscerale ammirazione per il padre. Un padre autorevole e carismatico che, a sua volta, lo adorava pur non riuscendo, per indole ed educazione, ad esprimere al figlio il suo affetto. Che c’era, di fatto, ma che non si notava né si sentiva. E presto la carriera militare rappresentò la migliore delle motivazioni per andarsene e stare lontano lunghi periodi. Amava molto viaggiare, Vittorio; era letteralmente divorato dalla curiosità e dal desiderio di scoprire paesi, usi, costumi… di conoscere altre realtà e altri orizzonti.

Madame lo capiva, ma condivideva questa sua passione fino a un certo punto. Avrebbe voluto che restasse più tempo a palazzo, per occuparsi in prima persona degli affari di famiglia e, non ne faceva mistero, per sposarsi e garantire un futuro alla casata, di fatto già pesantemente indebolita e sfrangiata. Più volte gli aveva proposto ottimi partiti, ma invano.

E Vittorio, per reazione, cercava di allontanare la prospettiva di un matrimonio preferendo inseguire il suo ideale di libertà. Un divario apparentemente insanabile che stava allontanando madre e figlio ogni giorno di più.

Le folte chiome degli alberi davanti all’ingresso si erano ormai tinte di porpora e oro. L’autunno inoltrato stava regalando il meglio di sé avvolgendo in un giallo luminoso i filari dei vigneti che incorniciavano il castello. Anche nelle giornate nuvolose in cui le nebbie restano impigliate tra i rami dei pini, tutto intorno al castello il paesaggio emanava una vibrante e poetica bellezza.

“Giuseppina!”. La giovane, immersa nella lettura, sobbalzò e si voltò. Il conte Vittorio era tornato! “Giuseppina, vi ho riconosciuta da lontano. L’unico accento blu nel giallo autunnale!”. Giuseppina rimase talmente sorpresa che ci mise un po’ a trovare una risposta. “Conte Vittorio, che sorpresa! Il vostro ritorno non era stato annunciato… Madame vostra madre sarà raggiante!”.

“Già…” rispose il conte guardando lontano. “Bene, allora credo sia tempo di rientrare, giusto?” abbozzando un sorriso tirato. La reazione del conte non fu quella ci si sarebbe aspettati, ma Giuseppina non se ne stupì.

Come previsto, Madame esultò dalla gioia. Sembrava si fosse persino dimenticata della voluta scomparsa del figlio in occasione della festa di primavera. Tra loro sembrava che tutto andasse bene: Madame de Challant e Vittorio si concedevano lunghe passeggiate tra Aymavilles, Saint-Pierre e Sarre. Accettavano volentieri inviti presso la nobiltà locale e, di tanto in tanto, anche a castello venivano organizzati sfavillanti ricevimenti in cui il conte amava mostrare agli ospiti le prestigiose opere d’arte e gli innumerevoli oggetti rari e insoliti portati dai suoi viaggi in giro per l’Europa.

Alcuni facoltosi esponenti dell’aristocrazia iniziarono a proporre le proprie figlie come possibili spose di quest’uomo certo schivo, ma ricco, intelligente e brillante.

Tuttavia, non appena Madame riprese il discorso del matrimonio con maggiore insistenza, Vittorio partì nuovamente, nel cuore di una piovosa notte di fine novembre.

Questa volta Giuseppina si accorse di quanto questa assenza pesasse sul suo cuore. Il conte le mancava. Con quel suo carattere apparentemente ombroso e solitario, ma in realtà attento e sensibile, lo avvertiva assai simile a come era lei e sapeva che avrebbe potuto stare bene con lui. Ma era anche perfettamente consapevole di quanto fosse un sogno: non le sarebbe mai stato permesso!

Passò l’inverno. Le nevi lasciarono nuovamente posto al verde smeraldo dei prati e, piano piano, i primi boccioli di rosa iniziarono a impreziosire quel giardino da lei tanto amato. Le piaceva ritagliarsi piccoli spazi per sé, accomodarsi sulla sua panchina preferita da cui poteva abbracciare con lo sguardo quel paesaggio di disarmante bellezza cullata dalla voce della grande fontana.

O per leggere, o per ricamare, Giuseppina in quel posto, circondata dalle rose, si sentiva davvero a casa. I sogni, beh, quelli restavano nelle più recondite profondità dell’animo ma si sforzava di tenerli costretti e domati come faceva coi suoi ricci neri e ribelli che nessuno aveva mai visto.

Certo sperava che un giorno, da quel cancello entrasse lui, che tornasse a cavallo di Horus per fermarsi, finalmente, e non partire più. Ma nello stesso tempo temeva che avrebbe potuto tornare con una moglie, e questo le avrebbe definitivamente spezzato il cuore. Così come un altro suo grande timore, era ricevere la fatale notizia che il conte fosse morto.

Un pomeriggio, verso il tramonto, terminate le faccende per Madame, nella quale ormai aveva trovato una sorta di seconda madre, Giuseppina si recò al suo amato angolo di parco dove, però, trovò qualcosa di inaspettato: sulla panchina una rosa bianca con un nastro blu. Nient’altro. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Prese il fiore, ne apprezzò il famigliare profumo, e lo chiuse nel suo libro.

Il giorno successivo, alla stessa ora, trovò un’altra rosa dello stesso colore con un nastro blu.

E anche questa volta: nessuno.

Ogni giorno, alla stessa ora e nello stesso posto, Giuseppina trovava una rosa bianca con un nastro blu ad attenderla. Ma chi mai poteva essere?

Non fece parola con nessuno di questi fatti. In camera, nel cassetto della toilette, ormai le rose non si contavano più.

Finché, in una sera d’estate, arrivata alla sua panchina, Giuseppina non trovò alcun fiore. Rimase delusa; ormai si era innamorata di quell’abitudine. Si sedette e rimase lì. Niente.

Rientrò per le abituali faccende, per la cena e la buonanotte alla cara Madame, sempre più anziana. Salì in camera, provò a mettersi a letto ma era impossibile prendere sonno. Si girava agitata pensando a quella rosa mai arrivata. Finché, assalita da una rabbia mista a tristezza e frustrazione, prese tutte le rose accumulate gelosamente nel cassetto e, in piena notte, corse fuori. Respirò a pieni polmoni. Andò alla panchina e, finalmente erompendo in un pianto liberatorio, buttò nel vento tutte le rose ricevute accanendovisi e lacerandole.

“Perché? Perché? Perché non mi è permesso neppure sognare? Perché non mi è concessa neppure la consolazione di un amore invisibile?!, ripeteva tra le lacrime.

“Giuseppina, avete dei capelli bellissimi”. All’improvviso una voce alle sue spalle. Quella voce! La giovane si voltò di scatto e istintivamente si portò le mani nei capelli: era uscita senza cuffia! E lui era lì, davanti a lei!

Non riusciva a dire una sola parola. “Voi… conte…”, sospirò tremante, sconvolta da un vortice di emozioni, speranze e paure. “Voi… Vittorio, siete qui!”.

E finalmente, senza pensare, senza riflettere, senza contenersi, Giuseppina si strinse a quell’uomo con tutta la forza e l’impeto di una donna innamorata.

Lui ricambiò col medesimo trasporto e le sussurrò: “Avete dei capelli bellissimi… lasciateli liberi. Siete la mia rosa, una dolcissima rosa in blu! Vi prometto che non andrò più via!”.

Stella

#AostaGranSanBernardo. In corsa verso il colle degli dei

100 anni!  Oggi la Valle d’Aosta celebra il primo secolo di vita della gloriosa, per non dire mitica,“Aosta-Gran San Bernardo”. Certo, si sarebbe dovuto festeggiare 2 anni fa, nel 2020, ma la pandemia ha spento anche il rombo dei motori. Oggi, finalmente, organizzata dal CAMEVA, l’edizione XXXV di questa corsa leggendaria, torna a invadere le strade valdostane infiammandone animi e tornanti!

L’ “Aosta-Gran San Bernardo”, la storica corsa automobilistica in salita per decenni tra le più seguite e attese a livello internazionale, è la protagonista di questo post in cui la storia dell’automobilismo si sposa all’archeologia, dato che il luogo d’arrivo della gara e il percorso che conduce a questo storico passo, costituiscono il sito archeologico più alto d’Europa!

Un post che vuole anche essere un omaggio alla memoria di mio suocero,l’arch. Alessandro Acerbi, grande appassionato e profondo conoscitore di questa competizione che purtroppo ci ha lasciato proprio nel 2020.

Un post a quattro mani, dunque, scritto insieme a mio marito, Leonardo Acerbi, storico dell’arte, scrittore, autore di numerosi testi dedicati al mondo dell’automobile e delle corse e editorial manager presso la Giorgio Nada editore, casa editrice specializzata nel settore.

Partiamo insieme, allora, per un viaggio mozzafiato molto particolare in cui anche l’archeologia andrà … a tutto gas!

Da Aosta al colle del Gran San Bernardo toccando Signayes, GignodEtroublesSant-Oyen, e Saint Rhémy… Sono questi i paesi che, ancora oggi, si incontrano risalendo la SS n. 27 che dai circa 600 metri di Aosta conduce al Gran San Bernardo, uno fra i luoghi più suggestivi e carichi di storia non soltanto della nostra regione… Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, grandi condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio così, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita, fra il 1920 e il 1957, ad una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale; una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario del Campionato europeo della Montagna.

Adolfo Macchieraldo su Cisitalia
Adolfo Macchieraldo su Cisitalia

UNA STRADA FATTA DI STORIA

La strada detta “delle Gallie” fu la prima opera pubblica che i Romani realizzarono in
Valle d’Aosta alla fine del I secolo a.C. La frequentazione, documentata fin dall’epoca
preistorica, dei due valichi dell’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo) e dell’Alpis Poenina
(Gran San Bernardo), dimostra la persistenza dei tracciati di comunicazione, trasformati in età romana in una viabilità più strutturata, di cui si conservano ancora tratti significativi.

Sul piano della circolazione internazionale, la valle della Dora si inseriva nei percorsi
della rete delle vie imperiali, integrando l’asse nord-occidentale, in direzione di Lione e
della Gallia centrale, già attivo in età augustea, con la direttrice settentrionale del Gran San Bernardo, sistemata nel 47 d.C. per iniziativa dell’imperatore Claudio,
collegamento verso l’insediamento di Octodurus, poi denominato Forum Claudii
Vallensium (attuale Martigny, in Svizzera), da dove proseguiva per Aventicum (Avenches), capitale degli Elvezi, e la valle del Reno, alla volta della Germania.

ViadelleGallie

Salendo da Aosta al Gran San Bernardo si può raggiungere il sito archeologico noto come Plan de Jupiter dove, a partire dall’ Ottocento, sono stati scoperti i resti di un tempio dedicato a Juppiter Poeninus, e due edifici funzionali interpretati come appartenenti ad una mansio (area di sosta dove poter pernottare, rifocillarsi ed eventualmente riparare i carri o ferrare i cavalli). L’area archeologica misura complessivamente circa 1800 mq ed è caratterizzata anche dalla presenza ben visibile di resti dell’antica strada romana scavata nella roccia.

Il valico del “Grande” (come familiarmente viene chiamato dai Valdostani) è stato
per secoli uno dei luoghi di transito più importanti e strategici d’Europa malgrado
l’altitudine elevata (2.473 m).
Per raggiungere l’irregolare pianoro roccioso del Passo, il percorso è molto ripido e la
sua impostazione si è, come in molti altri casi, adeguata al severo ambiente alpino. Dell’intero percorso rimangono visibili solo pochi resti, che però hanno il vanto di essere le costruzioni romane più alte in quota di tutta l’Europa.
Un tratto dell’antica carreggiata è riconoscibile tra gli ultimi tornanti prima del valico, dove per una sessantina di metri la sede stradale è stata ricavata tramite una larga incisione nella roccia.

L'antica strada romana ricavata a scalpello nella roccia all'arrivo sul Plan de Jupiter
L’antica strada romana ricavata a scalpello nella roccia all’arrivo sul Plan de Jupiter

Nella conca del Plan de Jupiter si conservano, soltanto come debole traccia, anche diversi edifici di supporto alla sosta di viaggiatori e animali, ricavati spianando intere zone di roccia ed incidendone lo spessore con un progetto unitario. Questi circondano una rupe definibile come “sacra” dove sono state rinvenute numerose monete, presumibilmente lasciate come ex voto.

Nel cerchio evidenziato l'ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)
Nel cerchio evidenziato l’ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)

Un piccolo tempio romano-gallico aperto verso la strada è testimoniato solo dai tagli di fondazione nella roccia.  Nei pressi di questo luogo di culto furono rinvenute parecchie tavolette votive in bronzo, lasciate per ringraziare Juppiter Poeninus del viaggio fortunato e per chiedere un ritorno sicuro (“PRO ITU ET REDITU”).

Tracce del tempio di Giove Pennino incassato nella roccia (foto S. Bertarione)
Tracce del tempio di Giove Pennino incassato nella roccia (foto S. Bertarione)

Statuetta miniaturistica in bronzo raffigurante Giove Ottimo Massimo seduto in trono rinvenuta al Gran San Bernardo (scavi Framarin 2006, foto S. Galloro)
Statuetta miniaturistica in bronzo raffigurante Giove Ottimo Massimo seduto in trono rinvenuta al Gran San Bernardo (scavi Framarin 2006, foto S. Galloro)

Oggi, grazie alla statale e al comodo tunnel, inaugurato nel 1964, può non essere immediato immaginare l’immane fatica e gli incredibili lavori fatti dal genio Romano per realizzare un simile percorso in un ambiente così ostile dove, nonostante le temperature più miti e gli inverni più brevi e meno nevosi dovuti al cosiddetto optimum climaticum, il pericolo di slavine e frane era letteralmente incombente.

traforo GSB

Il tracciato storico resta poco al di sotto della strada statale: esce dal villaggio di Saint-Rhémy e risale la stretta valle lambendo il torrente Artanavaz. Superato il congiungimento con la statale e oltrepassati diversi ruscelli, si abbandona la traccia principale (variante napoleonica) e si affronta la salita più impegnativa con sei tornanti. A tratti, dall’erba, affiorano il selciato e le canalette in pietra per lo scolo delle acque.

Superata la conca di Fonteinte, dove pochi anni fa sono stati individuati altri resti relativi a strutture di sosta di epoca romana, fra imponenti pareti di roccia e reconditi nevai inizia la lenta traversata del pendio di Tzermanaire, ai piedi dell’inquietante guglia rocciosa detta Tour des Fous, che la leggenda locale ritiene un rifugio di demoni o di razziatori saraceni.

A destra la minacciosa Tour des Fous (foto Enea Fiorentini)
A destra la minacciosa Tour des Fous (foto Enea Fiorentini)

Forse quegli stessi terribili demoni responsabili di immani tragedie, le vittime della montagna travolte da scariche di sassi e spaventose valanghe che fu proprio San Bernardo a catturare ed annientare!

La statua di San Bernardo al Gran S. Bernardo (Hervé Eklablog)
La statua di San Bernardo al Gran S. Bernardo (Hervé Eklablog)

Ma ora, dopo una doverosa presentazione del percorso in chiave storico-archeologica, lasciamo spazio al rombo dei motori e agli eroi protagonisti di questa corsa: i piloti!

IN SALITA TRA ALLUNGHI E TORNANTI

Da subito, l’Aosta-Gran San Bernardo si distingue per la lunghezza e le difficoltà tecniche del tracciato che per circa 34 chilometri alterna improvvisi allunghi ad impegnativi tornanti, inerpicandosi verso il Colle, con la linea del traguardo posta nei pressi dell’Ospizio dove la strada, ancora nel 1957, è sterrata!

Aosta-Gran San Bernardo. Una Fiat 514 alla partenza (attuale viale Ginevra, Aosta) nel 1939 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Aosta-Gran San Bernardo. Una Fiat 514 alla partenza (attuale viale Ginevra, Aosta) nel 1939 (foto concessa da Massimo Acerbi)

“La dolce pendenza con ampie curve che dalla linea di partenza conduce a Gignod, consente ai motori il massimo sviluppo; su di essa le macchine hanno filato a più di cento chilometri all’ora. Poi la strada si fa più stretta e resa pericolosa da curve assai difficili, specialmente il passaggio tra i casolari di Etroubles e di Saint-Oyen appare quanto mai arduo”, riportava il cronista, già all’ indomani della prima edizione del 1920, vinta da Conelli su FAST.

Partenza dall'attuale viale Ginevra di fronte all'ospedale "U. Parini"; ancora esistente il vecchio cimitero di Santo Stefano con la cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran - - 1956 (foto gentilmente concessa da Massimo Acerbi
Partenza dall’attuale viale Ginevra, di fronte all’ospedale “U. Parini”; ancora esistente il vecchio cimitero di Santo Stefano con la cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran – 1956 (foto gentilmente concessa da Massimo Acerbi

GRANDI AUTO E INDIMENTICABILI PILOTI

Le altre sette edizioni che si disputano prima della Seconda guerra mondiale vedono imporsi nomi del calibro di Ferdinando Minoia su Mercedes nel 1921 (stesso anno in cui, al via, si presenta anche “un certo” Enzo Ferrari, all’epoca ancora soltanto nei panni di pilota) o Alfieri Maserati su Diatto nel biennio 1922-1923 (poi fondatore dell’omonima Casa automobilistica nel 1926).

Il curvone di Etroubles nel 1955- foto di P. Marchetti gentilmente concessa da Sandra Moschella
Il curvone di Etroubles nel 1955- foto di P. Marchetti gentilmente concessa da Sandra Moschella

Ma è nel dopoguerra che, anno dopo anno, l’importanza e la notorietà della “salita” al Gran San Bernardo crescono in maniera esponenziale. Ben lo sanno i vertici dell’Automobil Club di Aosta che dal 1947 al 1957 la organizzeranno ininterrottamente ed è in quel periodo che, per alcuni giorni all’anno, la Valle d’Aosta diventa capitale dell’automobilismo internazionale. In piazza Chanoux ad Aosta ruggiscono i motori delle Case più importanti con le prime Ferrari che arrivano già nel 1948, cui si aggiungono Alfa RomeoCisitaliaGordiniLancia e Maserati.

Aosta-Gran San Bernardo. Verifiche tecniche in piazza Chanoux ad Aosta-1951 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Aosta-Gran San Bernardo. Verifiche tecniche in piazza Chanoux ad Aosta-1951 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Altrettanto prestigiosi i piloti che le guidano: da Giovanni Bracco ad Hans Stuck, da Piero Taruffi a Willy Daetwyler senza dimenticare “gente” del calibro di Eugenio Castellotti che nel 1954 nella sua trionfale salita al colle, “brucia” il tratto Aosta–Etroubles a 100,017 km/h di media, o il grandissimo Umberto Maglioli che nel ’55 a bordo della sua Ferrari fila dal capoluogo al Colle in 22’36”4 a 89,946 km/h di media, record poi rimasto imbattuto.

Aosta-Gran San Bernardo. Spettatori assiepati a Fonteinte, 1955-foto Moisio
Aosta-Gran San Bernardo. Spettatori assiepati a Fonteinte, 1955-foto Moisio

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’eredità di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito, sabato 18 e domenica 19 giugno correranno e romberanno i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

Ciao (nonno) Sandro!

(Stella Bertarione e Leonardo Acerbi)

Alla ricerca del tempo ma non perduto! Il senso proustiano dell’archeologia

Una madeleine. Quel dolcetto morbido, dall’inconfondibile profumo di burro e vaniglia e dalla particolare forma a conchiglia. Un dolcetto che sa di casa, di thè davanti al camino, di coccola. Un dolcetto squisitamente materno e femminile proprio per quella forma allusiva alla dea dell’amore e della bellezza.

E non avrebbe potuto scegliere un dolce diverso, Marcel Proust, per far scatenare quell’avvolgente e stordente turbinio di ricordi, sentimenti ed emozioni che tesseranno il raffinato e complesso ordito della sua poderosa Recherche.

Rileggiamo insieme quel denso passaggio:

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. È stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta […]”

Ecco, quella piccola madeleine è un simbolo potentissimo! E’ il dolce viatico della memoria che spinge ognuno di noi involontariamente, inaspettatamente e istintivamente a ricercare qualcosa dentro di sè, a “scavare” nel proprio animo, nel proprio io.

Il noto ritratto di Marcel Proust realizzato da Jacques-Emile Blanche nel 1892 (Musée d’Orsay)

La Recherche è il romanzo più lungo del mondo. Anzi, sono tanti romanzi in uno. Tante vite e tante storie, atmosfere, attimi e intrecci. Dopotutto la vita stessa di ognuno di noi è fatta da un’infinità di intrecci e di incontri con altrettante infinite persone che lasciano traccia in noi.

Un’opera che ho letto, amato e (odiato) per intero in lingua francese. Perché, vi chiederete? O forse no, forse non ve lo state chiedendo ma ve lo dico lo stesso. Era il 1996: ero a Pisa, al secondo anno di università, e avevo intrapreso il percorso di Lettere classiche con indirizzo archeologico. Ebbene, vidi che quell’anno il corso di Lingua e Letteratura francese aveva un corposo monografico interamente centrato sulla Recherche di Proust tenuto dal compianto prof. Francesco Orlando.

Qualcosa è scattato in me. E’ vero, il mio obiettivo era diventare archeologa, ma, oltre ad aver sempre amato profondamente la lingua e la cultura francese, sentivo che forse, in quell’analisi della Ricerca del tempo perduto, avrei potuto trovare elementi che mi avrebbero aiutato a capire anche me stessa, il mio desiderio di cercare e di viaggiare nel passato. O meglio, di usare il viaggio a ritroso per capire chi io fossi, per capire il presente e provare a immaginarmi nel futuro. E di fatto, cos’è la ricerca archeologica se non un viaggio a ritroso? Sì, cercare il tempo “perduto” per ritrovarlo e raccontarlo era il mio obiettivo e quella grande opera mi chiamava, mi attirava a sé nello squisito incantesimo al burro di una madeleine per darmi una sorta di brouillon, di “schema” e di senso. Questo pensavo.

E oggi, nel centenario della Recherche e nel 150mo anniversario della nascita di questo straordinario autore, sento di aver fatto bene a seguire quell’istinto. Indagare il passato significa immergersi nel tempo e nelle vite degli altri; significa tentare di ricostruire fatti ed esistenze attraverso frammenti, indizi e ipotesi. Possiamo sentirci soddisfatti o restarne delusi. Possiamo trovare conferme oppure smentite.

Come nella Recherche: l’importanza di quei cenni, di certi abbozzi apparentemente secondari o trascurabili che poi, alla fine, si rivelano fondamentali per lo sviluppo di una storia e per il definirsi di un’identità.

Quest’opera, non è solo il lungo racconto della vita e dell’apprendistato di qualcuno a
nome Marcel, ma parla di tutti noi. Invita tutti noi a capire ciò che siamo, quello che
dobbiamo fare, e ad esserlo. Ci invita a finirla ‘di pulirci gli occhiali’ e a diventare ciò che
dobbiamo diventare.

Henri Gervex (1852-1929). “Une soirée au Pré-Catelan”. Huile sur toile, 1909. Paris, musée Carnavalet.

Il gusto di quella madeleine è il gusto stesso della ricerca. E’ il gusto stesso della vita che, nonostante tutto o grazie a tutto, va assaporata al meglio! E non è un caso se la Recherche è, in primis, lo specchio di un’epoca dal nome emblematico: Belle Epoque.

Chiudo con una riflessione. La ricerca nel proprio io e nel passato non è mai la ricerca di un tempo perduto. Quel tempo è stato, ma non è perduto. Qualcosa rimane sempre tra le righe, tra le pieghe, sotto traccia, pronto a riaffiorare nel voluttuoso sapore di un’inconsapevole madeleine.

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era la Valle d’Aosta, quello spicchio di Transpadana che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”. (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

Sì, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro così famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una città-baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sì, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressoché irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilità anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? I vari clan disseminati nelle impenetrabili vallate di quella terra, si sarebbero messi d’accordo? Si sarebbe trovato un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

E lì. nel cuore di quella cintura di monti, sarebbe nata una nuova città. Nonostante tutto!

Stella

Castello di Aymavilles. L’inganno del tempo

Finalmente sono riuscita a vedere in replica la prima puntata del programma Stanotte a Napoli, condotto dal sempre ineccepibile Alberto Angela. La puntata è stata trasmessa la sera del 25 dicembre su RaiUno, ma me l’ero persa…ahimé!

Che dire… un fantastico viaggio notturno tra i vicoli, le piazze e l’atmosfera di una città meravigliosa e poliedrica, fatta di sogni e realtà, di luci e di ombre, di angeli e demoni.

Una città plurimillenaria e dalla caleidoscopica identità che, davvero, mai come in questo caso, si fa perfetta icona del Barocco!

L’intera puntata, infatti, è un inno a questo straordinario momento culturale e sociale. Non solo artistico: il barocco ha segnato un’epoca di passaggio importantissima, quello all’età moderna, all’uomo moderno.

Dalla grandiosa Piazza del Plebiscito al sontuoso Palazzo Reale; dall’eccezionale Tesoro di San Gennaro alla struggente, affascinante e misteriosamente magnetica Cappella Sansevero passando dalla Certosa di San Martino fino a quel trionfo di colori e suggestioni che è il chiostro del Monastero di Santa Chiara.

In tutto questo, cesellato in una notte magica e avvolgente, si staglia protagonista il barocco napoletano, dove un’opulenta ed esasperata bellezza si intreccia ad un costante memento mori: goditi la vita! Godi il più possibile di ogni emozione e piacere, perché la vita è breve e fugace.

Trionfi dorati, affreschi sontuosi e voluttuose sculture si mescolano e si confondono tra teschi, scheletri, clessidre e orologi. Questa la doppia anima di un periodo in cui i contrasti si sublimano sospesi tra culto della giovinezza, esasperata ricerca dello stupore e della meraviglia, e latente monito di morte.

Ecco, in una simile cornice, ancora di più si capisce quanto il Barocco esprima lo spirito partenopeo in cui una costante celebrazione della vita, della bellezza e dell’amore si pone come antidoto e potente amuleto, tra fede, scongiuri e scaramanzia, per un’idea di morte che, per quanto presente e ineludibile, si cerca di limare e confondere.

Insomma, uno stile che bene esprime tanta parte dell’indole mediterranea! Si pensi alle diverse declinazioni che assume tra continente, isole, mari e litorali: dal ridondante barocco spagnolo che potentemente ha plasmato quello napoletano e quello siciliano, altrettanto ricco e raffinato sebbene meno sovraccarico, a quello francese: elegante e prezioso, fino a quello sabaudo piemontese, più algido e ordinato. Tanti modi di vivere, esprimere e interpretare un vero e proprio stile di vita, flessibile e mutevole a seconda delle latitudini e dei contesti.

E’ vero, un po’ per tutti gli stili è così, ma (almeno per me) nel Barocco è più evidente, più palpabile e sicuramente avvolgente. Può essere stordente e sovrabbondante, così come inaspettatamente sobrio e formale, giocato su molteplici geometrie esterne che nascondono altrettanti inattesi trionfi affrescati e decori all’interno. Un gioco, anzi, un “inganno” quest’ultimo, che bene si apprezza in almeno altre due importanti dimore barocche valdostane, il castello Vallaise di Arnad e Palazzo Roncas nel cuore di Aosta.

Château Vallaise di Arnad (regione.vda)
La galérie des Femmes fortes di Château Vallaise (S. Bertarione)
Palazzo Roncas ad Aosta prima dell’inizio dei lavori esterni (S. Bertarione)
Il loggiato del piano nobile di Palazzo Roncas (S. Bertarione)

L’importante era stupire, destare meraviglia!

Bene, direte voi, e cosa c’entra il castello di Aymavilles?

C’entra eccome! Quelle quattro iconiche torri merlate unite da ampi e luminosi loggiati vanno a comporre un edificio strano e insolito: un castello diverso che riesce a distinguersi da tutti gli altri manieri valdostani.

Quella sua doppia identità, quel suo essere ambivalente e anfibio, inaspettatamente sospeso tra Medioevo e Barocco, ne fa, fin dal primo sguardo, una dimora affascinante e ipnotica.

Il castello di Aymavilles visto da nord-ovest (C. Pizzato)
Il castello di Aymavilles visto da nord-ovest (C. Pizzato)

Le logge e gli stucchi barocchi si insinuano tra le robuste murature medievali e rinascimentali ammorbidendole, mimetizzandole e avvolgendole tra le spire di un palpitante organismo plastico e vitale.

La finestra a crociera del XV secolo annegata nelle murature settecentesche
La finestra a crociera del XV secolo annegata nelle murature settecentesche (S. Bertarione)

La ruvida pietra trecentesca si fonde con i nuovi candidi intonaci e gli stucchi leggiadri; le nobili ma severe finestre crociate vengono immerse e nascoste in nuove murature più ampie e ariose.

Il castello quattrocentesco inglobato nella successiva dimora barocca (S. Bertarione)
Il castello quattrocentesco inglobato nella successiva dimora barocca (S. Bertarione)

La primigenia fortezza si trasforma in un ricco e raffinato palazzo di delizie incastonato in un parco terrazzato che rimodula e riveste gli antichi fossati difensivi.

Le torri medievali rivestite dall’elegante abito barocco (S. Bertarione)

I beccatelli dell’edificio quattrocentesco all’interno del nuovo palazzo. Ciò che prima era fuori, ora si trova all’interno (S. Bertarione)

E così, anche su questo poggio circondato da vigneti nel cuore delle montagne valdostane, la magia barocca giunge a permeare un’austera turrita dimora ingentilendola e impreziosendola, adeguandola ai gusti del nuovo tempo e della nuova aristocrazia, senza tuttavia annullarla o tradirla. Certo, a prima vista può sembrare strano, può forse persino destare critiche o perplessità, come del resto accadde alla viaggiatrice inglese Elisa Robinson Cole che nel suo A Lady’s Tour round Monte Rosa (1859)lo definisce “francamente brutto”.

Altrettanto negativo il parere espresso da William Brockedon nel suo Journal of excursion of the Alps (1833) che cita quasi distrattamente il castello definendolo un “edificio di cattivo gusto”.

Qualcuno direbbe “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli!”. Beh, oggi noi non possiamo che parlarne nel bene, ravvisando persino un accento di contemporaneità in questa miscela di gusti, epoche e tendenze; in questa creatura architettonica decisamente ibrida, “meticcia”, esotica, un po’ come Palazzo Madama a Torino che, a seconda di come e dove lo guardi, offre sempre un volto diverso.

La regale e ibrida bellezza di Palazzo Madama a Torino (foto L. Acerbi)

Un edificio allo stesso tempo severo ma raffinato, forte e gentile, tetragono e fatato. Un castello delle favole? Forse, in parte, ma non del tutto! E’ un racconto barocco, il suo… fatto anche di apparenze, di meta-significati, di artifici retorici e di ricercate perifrasi. Ecco, in un castello come quello di Aymavilles, è pure possibile che, alla fine, la principessa nella torre sia anche la strega! Ed è oltremodo affascinante!

Castello di Aymavilles, prospetto sud. L’ingresso. (C. Pizzato)

Un’accoglienza quasi regale con una cancellata e una strada in salita; quasi un tempio in cima ad un’altura. Un ampio giardino di gusto vagamente transalpino e un portone incastonato da colonne e stucchi di fattura ticinese.

Le decorazioni in stucco del portale d’accesso (S. Bertarione)
La scritta in tedesco sull’architrave d’ingresso (C. Pizzato)

E già qui cominciano le domande: come mai una scritta in lingua tedesca? E perché sottolineare che questo castello appartiene “ a me e a coloro che mi succederanno”? Quali le ragioni di Joseph-Félix de Challant? Forse un voler affermare, una volta per tutte, che lì i padroni di casa erano gli Challant? Una sorta di imperativo imprimatur alla trionfale rinascita di cotanta dimora (e ricchezza)?

Alzando lo sguardo, un orologio. Dipinto, finto, con ore fissate per sempre su quella facciata. Un orologio barocco le cui lancette segnano un’ora che non cambierà mai: le 11,10.

L’orologio dipinto in facciata (S. Bertarione)

Come mai? Cosa si cela dietro la raffigurazione di un oggetto “feticcio” dell’epoca barocca? Perché proprio le 11,10? Scritte in numeri romani, con XI e II che potrebbero ricomporre un XIII: che sia un accenno al secolo in cui nacque quel luogo fortificato? Oppure, sommando 11 e 10,si avrebbe un 21, corrispondente all’età in cui, in epoca barocca, si riteneva iniziasse “la fleur del’âge”, ossia quella giovinezza così celebrata e osannata da divenire quasi oggetto di culto e che si contrapponeva alla paura del vecchio e, soprattutto, della morte?

Oppure potrebbe nascondere una data… chi lo sa! Le ipotesi si sommano e si accavallano in questo “trompe l’oeil” d’ingresso che, a modo suo, inganna bloccando lo scorrere del tempo.

E questa disorientante altalena temporale continua all’interno dove, più o meno dissimulato, il fantasma del castello medieval-rinascimentale appare e scompare, mostrandosi e ritraendosi tra finestre, scale, intercapedini e solai.

Tra sale, salotti e stanze; tra scale, torri e soffitte, ecco anche spuntare, qua e là, l’immagine della Morte che, sotto forma di scheletro, ricorda a tutti che, prima o poi, ricchi o poveri, si andrà (definitivamente) da lei.

La Morte e il suo monito (S. Bertarione)

Senza trascurare il tocco esotico dovuto alle pitture e alle curiosità volute nell’Ottocento da quel personaggio originale e sfuggente, colto e viaggiatore, che fu il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant che in questa dimora radunò un tal numero di oggetti, cimeli, opere d’arte e reperti da renderla un enorme cabinet de merveilles.

Una collezione che, stando agli archivi, doveva risultare straordinaria, capace di stupire e ammaliare gli ospiti del conte. Una collezione andata, ahimé, dispersa con la sua morte…

Oggi queste antiche meraviglie sono state idealmente riportate al castello grazie ad un’altra importante collezione: quella dell’Académie Saint-Anselme, un’associazione valdostana di studi storici e scientifici fondata a metà Ottocento.

E così, tra oggetti preistorici, salassi e romani; tra lucerne, bracciali, anfore e monete; tra suppellettili liturgiche provenienti da chiese oggi scomparse o radicalmente trasformate, questa collezione, a suo modo, traccia una linea del tempo che, pur nel suo evolvere, qui viene materializzata e cristallizzata.

Come in un gioco di scatole cinesi, la dimora stessa rivive e misura il suo tempo mentre l’uomo che vi si addentra si trova ad attraversare insospettate stanze temporali.

L’uomo misura il tempo che, a sua volta, misura l’uomo. Ma qui a Aymavilles il tempo è bloccato: quel grande orologio è finto. Quelle 11,10 non passeranno mai.

E qui scatta quel sottile incanto, o forse inganno, squisitamente barocco, di una bellezza tenacemente conservata sotto la sua preziosa campana di vetro, lottando contro il tempo, lottando contro quella vanitas tanto ammaliante e seducente, quanto fragile ed evanescente.

Ebbene, credete di ingannare il tempo, ma ne resterete ingannati!

Stella

La bambina che giocava con le stelle. Alle origini di Aosta romana

Due grandi occhi azzurri. Sì, questo colpiva di lei al primo incontro. Immensi, quasi di ghiaccio, ipnotici, capaci di prenderti e non lasciarti più; capaci di leggerti dentro.

Due grandi occhi azzurri, incastonati in un viso di porcellana e ombreggiati da lunghe ciglia dorate. Due gocce di cielo, lo stesso cielo che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.
Mia figlia Ottavia, cui questo racconto è dedicato.

Lei era Ottavia. Figlia di Gaio Ottavio e di una donna misteriosa dal nome arcaico, Ancharia; un nome di dea, una divinità del raccolto venerata sin da prima che venisse fondata Roma nelle terre che si affacciavano ad Est sul Mare Adriatico. Una donna di cui davvero poco la gente sapeva e che ugualmente poco si lasciava vedere.

Questo sicuramente compensava l’estrema notorietà del padre, un cavaliere molto in vista, discendente della gens Octavia, di cui fu il primo a divenire senatore.

Anche se fisicamente assomigliava al padre, Ottavia si sentiva assai simile alla madre nel carattere: schiva, a tratti misteriosa, molto riservata e amante dello studio. Ciò che più la attirava era lo studio del cielo, delle stelle, del loro significato e dei loro mutevoli ma ineluttabili influssi sulla vita degli uomini.

Suo padre non approvava questa sua passione e glielo ricordava spesso, ma lei, ostinata, sin da quando aveva imparato a tenere lo stilo in mano, cercava di intrufolarsi nelle sedute dei sacerdoti e di imparare come poter leggere il cielo e, attraverso di esso, aspirare a capire o ad intuire le mosse degli dei.

Sua madre, invece, donna devota e attenta custode delle tradizioni, aveva sempre apprezzato questa sua inclinazione e sempre l’aveva sostenuta; fondamentale fu l’averla introdotta in casa di un conoscente, tale Appuleio, un àugure importante, ossia uno di quei sacerdoti capaci di leggere la volta celeste interpretando il volere divino, che da subito si era affezionato a quella timida pargoletta bionda dall’ingegno acuto e dalla vivace curiosità.

Quell’incontro presto divenne consuetudine e il buon Appuleio aveva capito che Ottavia possedeva un talento fuori dal comune: la sua passione era vera e profonda e imparava molto in fretta. Con piacere iniziò a formarla nella scienza delle costellazioni e, col tempo, ad avviarla alla comprensione dei segnali che il cielo invia per dare indicazioni agli uomini.

Mia figlia Costanza e le "sue" stelle
Mia figlia Costanza e le “sue” stelle

“La bambina che giocava con le stelle”: così venne soprannominata Ottavia sin dai cinque anni d’età, con grande orgoglio di mamma Ancharia e dello “zio” Appuleio, quando spesso saliva sulla collinetta dietro casa e per ore si perdeva col naso all’insù.

Appuleio si rivelò fondamentale per lei. Se la portava appresso ogni volta che poteva insegnandole la forma e il nome delle costellazioni, il susseguirsi celeste delle stagioni, i segni fausti e quelli nefasti. Allo stesso modo le insegnò a leggere il giusto sorgere e tramontare del sole, l’orizzonte degli dei benevoli e quello delle divinità ostili; la seguiva nei suoi primi disegni e nelle sue precoci, acerbe ma brillanti intuizioni; le insegnò anche a distinguere il volo degli uccelli, qualora provenissero da est oppure da ovest.

Ottavia cresceva in bellezza, intelletto e sapienza. Le stelle, per lei ambasciatrici degli dei; aveva capito che suo compito, tuttavia, non era quello di conoscerle scientificamente, ma piuttosto quello di leggervi un messaggio e di comunicarlo correttamente agli uomini.

Amava seguire gli àuguri nel loro lavoro: era affascinata da quei sacerdoti che, puntando il loro bastone ricurvo al cielo, riuscivano a capire se un’azione andava intrapresa oppure no, se una città andava fondata e, se sì, come, con che procedura e con quale orientamento.

 

Era il 23 settembre del 63 a.C.: il matrimonio tra i suoi genitori era, ahimè, presto naufragato. Suo padre si era risposato con una donna nobile e influente, Azia. Da lei aveva avuto prima una figlia, cui aveva dato il suo stesso nome, e poi il tanto desiderato figlio maschio.

23 settembre 63 a. c.: alle prime luci dell’alba l’aria fu riempita dei primi vagiti di suo fratello minore: Ottaviano.

E lei, Ottavia, capì subito che quel frugoletto mingherlino avrebbe avuto un grande avvenire: lo aveva visto nelle stelle. Concepito sotto il segno del Capricorno e nato in Bilancia, Ottaviano avrebbe conquistato il mondo con arguzia, caparbietà e fine strategia politica. Sarebbe stato un uomo molto importante, un uomo straordinario che avrebbe lasciato un’impronta indelebile, nonostante le invidie e i malumori che necessariamente avrebbe provocato.

Ottaviano divenne presto il prediletto fino a che, compiuti 18 anni, venne persino adottato dallo zio Giulio Cesare, atto che sancì l’avvio alla carriera politica di quel fratellino promettente.

Ottavia era così affezionata a Ottaviano che per lui auspicava solo il meglio; e lui, da parte sua, non appena crebbe un po’, iniziò a provare una forte ammirazione per quella sorella così “strana”, studiosa e particolare. “La bambina che giocava con le stelle”, infatti, aveva una forte influenza su di lui e Ottaviano ne cercava con piacere la compagnia chiedendole spesso di spiegargli ciò che sapeva e di raccontargli cosa vedeva nel cielo.

Gli anni trascorsero veloci e sempre più densi di avvenimenti importanti. Ottaviano svelò assai presto le sue doti e la sua scalata sociale, grazie anche al fondamentale appoggio dello zio Giulio Cesare, fu inesorabile.

Ottavia seguiva il fratello da vicino, pur restando nell’ombra. Lo consigliava in tutte le sue iniziative suggerendogli anche mosse fondamentali che lo portarono a sbaragliare definitivamente il rivale Marco Antonio e al titolo di Augusto, princeps, nel 27 a.C.

Ottaviano sapeva che Ottavia studiava le stelle per lui e coltivò grazie a lei un fortissimo interesse per la scienza celeste tanto da farvi ricorso in ogni occasione importante, aiutato anche dall’astrologo di palazzo, Macrino.

Erano gli anni in cui le legioni di Ottaviano si trovavano impegnate sul fronte nord-occidentale, distribuite lungo la catena delle Alpi, per domare definitivamente le riottose e temibili tribù galliche. Il fratello voleva portare a termine quanto iniziato dallo zio: Cesare era infatti riuscito ad usare quei monti solo come un passaggio, ma adesso era tempo che le terre dei Galli fossero rese sicure e diventassero province di Roma.

Non era semplice, per nulla. Ottavia aveva spesso messo in guardia il fratello: non tutti i passi erano buoni e gli dei non erano ancora favorevoli all’insediamento di Roma.

Inoltre non tutti i territori erano uguali: in alcuni avrebbe potuto percorrere la via della diplomazia, in altri quella del denaro, in altri invece avrebbe dovuto usare le armi.

Verso nord-ovest, ad esempio, la Via delle Gallie era stata aperta, ma la sua sistemazione e il suo controllo erano assai difficili. La popolazione che abitava l’aspra vallata della Duria Maior, come i Romani avevano chiamato il grande fiume argenteo che solcava quei monti irti di insidie, sembrava assolutamente incontrollabili. Impossibile scendere a patti! Inoltre erano divise in decine di clan con cui era un vero problema stabilire degli accordi.

Ottaviano decise di prendersi un compagno d’azione: Aulo Terenzio Varrone Murena, con cui attaccare i clan più importanti, quelli dell’area centrale, agendo su due fronti: Murena da sud e l’amico Marco Vinicio, già reduce da vittorie nella Gallia centrale e nel Vallese, da nord.

Ottaviano stravedeva per Murena e si fidava ciecamente di lui. Ottavia, invece, non era dello stesso avviso: “Attento, fratello! Ti porterà sì alla vittoria tra i monti, ma ti tradirà!”.

Fu quindi l’astuzia e la strategia di Murena a sbaragliare i Salassi (questo il nome di quelle popolazioni figlie delle rocce e caparbie padrone dei passi alpini).

Ottavia non riusciva però a condividere del tutto l’entusiasmo di Ottaviano. Murena si comportava da devoto “fratello” nei confronti di Ottaviano e si era offerto di occuparsi in prima persona delle operazioni conclusive sovrintendendo lui stesso alla fondazione della nuova colonia.

“No Ottaviano! No! Non lasciarlo fare perché non rispetterà il volere degli dei. Se sarà lui a fondare la colonia, anche le antiche divinità dei monti si ribelleranno perché lui le offenderà cercando di cancellarne il ricordo seppellendole sotto la “sua” città! E presto ti tradirà!”

Ottaviano non poteva crederle e, nonostante l’astrologo Macrino concordasse con la sorella, stava per delegare tutto a Murena. “Tradirmi, Murena…mia sorella è impazzita! No, non è possibile…”, pensava Ottaviano.

Ma ecco che un’altra autorevole voce intervenne: era Appuleio il giovane, nipote di quell’Appuleio che aveva seguito Ottavia nei suoi studi. Questo giovane era anch’egli un sacerdote influente, era un flàmine del culto del divo Giulio, il culto dedicato a suo zio Giulio Cesare che, dopo la morte, salì al cielo tra gli dei annunciato da una splendente cometa: il sidus Iulium, la stella Giulia.

Appuleio si affiancò a Ottavia e a Macrino: tutti e tre gli ricordarono l’importanza di quella fondazione per la quale sarebbe stato fondamentale orientare la nuova città alla costellazione che lui stesso aveva scelto come simbolo della sua politica e come auspicio di una nuova florida età dell’oro: il Capricorno. Non doveva sottovalutare quella zona, così strategicamente racchiusa in mezzo a vette e passi di cruciale importanza.

“Ottaviano, segui tu personalmente la nascita di questa città. Solo così le garantirai vita eterna così come eternamente riecheggerà il tuo nome tra quelle montagne inviolate, sotto lo sguardo del grande padre Giove e illuminate dal divo Giulio. Scegli il Capricorno, Ottaviano. Scegli il solstizio d’inverno: fonda la colonia nel momento astrale in cui la luce vince sulle tenebre, sotto il segno dell’animale che in sé riassume la terra, il mare e la volta stellata”.

 

E fu così che Ottaviano decise di seguire tali consigli. Nel giorno indicato, gli àuguri incaricati, tra cui anche Ottavia e Appuleio, si recarono nel punto più alto dell’area individuata per disegnare la nuova città. L’alba era scura e gelida. Poi, da un punto a sud dell’Oriente, nascosta dalla mole dei monti, la prima luce fece capolino e iniziò a rischiarare il cielo.

“Non è ancora il buon momento. Aspettiamo”, sentenziò Ottavia; “gli dei vogliono che il sole sia fuori dalle alte ed incombenti montagne che chiudono l’orizzonte a sud. La città dovrà avere il suo Cardo, la via cardine che unisce il Nord al Sud, orientata sul sorgere del sole che, ad una certa ora, invaderà coi suoi raggi la sacra direzione indicata. Una volta individuato il Cardo, potremo proseguire col disegno del solco primigenio”.

Tutto avvenne come previsto. Fu una cerimonia solenne e di forte sacralità. Quando infine la coppia di bovini bianchi, muovendosi rigorosamente secondo il moto celeste, guidata e spinta dai sacerdoti, ebbe finito l’intero giro, Ottaviano si avvicinò alla sorella: “Grazie Ottavia, il tuo supporto è stato come sempre prezioso. Sai dirmi se gli dei hanno indicato un nome per questa città?”.

“Certo, fratello: Augusta Praetoria Salassorum”.

“Salassorum?!! Ma come, con tutti i problemi che ci han dato i Salassi devo anche ricordarli nel nome della colonia?”.

Augusta Praetoria Salassorum, Ottaviano. Questo è il nome! I Salassi costituiranno un elemento fondamentale per la città, da un punto di vista sociale, religioso ed economico. Dopo gli screzi iniziali, vedrai, ti riconosceranno come loro “patronus” e contribuiranno ad un sempre migliore controllo dell’intero territorio, alla sua gestione, alla sua difesa e al suo sviluppo economico”.

Era il solstizio d’inverno dell’anno 25 a.C.

Nasceva la città che si sarebbe poi chiamata Aosta, portando il nome del suo fondatore alto attraverso i secoli.

Ottaviano fece la scelta giusta: Murena, infatti, giunto al consolato insieme a lui, l’anno seguente lo tradì. La cospirazione da lui organizzata fu scoperta e Murena venne condannato a prezzo della vita.

Anche Ottavia fece una giusta scelta: le passioni in comune e la sintonia con Appuleio erano talmente tante e forti che… i due si sposarono con la benedizione di Ottaviano e, naturalmente, delle stelle!

Io a 3 anni e ... il cielo d'inverno!
Io a 3 anni e … il cielo d’inverno!

“La bambina che giocava con le stelle” seppe così guidare suo fratello anche in questa impresa e, chissà, forse sapeva che il luogo cruciale, quello da cui anche lei scrutò il cielo in quell’alba d’inverno (e che oggi è noto come Torre dei Balivi), prima o poi sarebbe stato ritrovato da un’altra donna: una donna che sin da bambina, oltre che con la terra, si divertiva a giocare con le stelle di cui oltretutto, guarda caso,  porta anche il nome!

 

Stella