Immergersi nel MAR di Aosta … e scoprire oltre 5000 anni di storia!

Siete ad Aosta e vi propongono di andare al…MAR?! Tranquilli, non è uno scherzo: si tratta del Museo Archeologico Regionale, un vero scrigno di tesori e conoscenze inaugurato il 15 ottobre del 2004.

LA SEDE

Racchiuso nell’elegante sede della ex Caserma Challant, creata in epoca napoleonica dal precedente complesso monastico delle suore Visitandine, insediatesi qui nel XVII secolo, è questo un edificio che sorge in un luogo significativo: al di sotto dell’attuale piazza Roncas, infatti, si celano i resti della Porta Principalis Sinistra, cioè la porta di epoca romana che si apriva sul lato nord delle mura. Nel sottosuolo del Museo è inoltre possibile apprezzarne le vestigia, recentemente oggetto di un accurato intervento di valorizzazione e musealizzazione. Illuminati in arancione tutti i resti di epoca romana; in bianco le murature cronologicamente successive. E si scopre, già scendendo, il prospetto orientale della torre est di questa porta urbica; da lì, come in una sorta di suggestivo labirinto, ci si inoltra tra le mura illuminate; dalla penombra riemergono le testimonianze di antichi monumenti oggi non più visibili, come le fondazioni di un grande corpo confomato a cavea che doveva chiudere, in maniera davvero scenografica, il lato nord del complesso forense, innalzandosi alle spalle della terrazza sacra già circondata dalla porticus triplex impostata sul sottostante criptoportico.

ENTRIAMO…

Il luminoso corridoio di accesso vi farà cominciare la visita dalla sala dedicata al collezionismo: cosa ti fa venire voglia di iniziare una collezione? Qui avrete modo di vedere anche degli oggetti “insoliti”…che ci fanno delle tavolette sumere e delle formelle africane in Valle d’Aosta? Venite e lo scoprirete!

DALLA PREISTORIA…

Si prosegue con la Sala della Preistoria e Protostoria: resterete affascinati dalle magnifiche stele antropomorfe del III millennio a.C. provenienti dall’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans! Le stele sono delle enormi lastre di pietra sagomate a forma di figura umana: queste rievocano, in forma stilizzata, un corpo sormontato da una testa e la superficie presenta delle incisioni che riproducono elementi dell’abbigliamento e ornamenti. Antenati? Eroi? Divinità?

Conoscerete i Salassi, ovvero la popolazione celto-ligure che abitava queste montagne già secoli prima della conquista da parte dei Romani; li conoscerete attraverso oggetti come vasi, suppellettili e gioielli (splendide le armille in pietra ollare o in bronzo), ma anche grazie ad iscrizioni di epoca romana e a monete.

… ALL’EPOCA ROMANA E OLTRE

Proseguendo entrerete nella Sala del Plastico dove potrete immaginare di sorvolare sull’antica città romana di Augusta Praetoria Salassorum divertendovi ad individuare i monumenti che già conoscete o a scoprirne di ignoti. Il vostro percorso di scoperta sarà corredato inoltre da video, da ricostruzioni in scala 1:1 di botteghe artigiane o atelier di scultori e da particolari esperienze tattili grazie alle riproduzioni degli oggetti esposti.

La progressiva scoperta della città avverrà attraverso gli oggetti ritrovati nelle tombe in decenni di scavi e ricerche: dalle urne alle lucerne, dai gioielli alle pedine da gioco fino alle decorazioni in osso di uno straordinario letto funebre.

La Sala delle Epigrafi vi farà conoscere qualcuno degli antichi abitanti della città romana e, dai loro nomi, talvolta esotici o “barbari”, potrete capire come l’antica Augusta Praetoria fosse un vivace centro multietnico!

La suggestiva Sala dei Culti vi condurrà al cospetto delle divinità maggiormente testimoniate su queste vette: domina Giove, mirabilmente rappresentato da uno splendido busto in argento ritrovato al colle del Piccolo San Bernardo. Nella stessa sala, sin da lontano, noterete il magnifico balteo in bronzo (“balteo”= pettorale da parata per cavallo, in tal caso appartenente ad una statua equestre) decorato da una concitata scena di battaglia tra Romani e Barbari ad altissimo rilievo con parti a tutto tondo, databile tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio di quello successivo.

E poi la vita quotidiana, domestica. Com’erano le case a quel tempo? Com’erano arredate? Cosa si mangiava? E le terme? A tutte queste curiosità il MAR saprà darvi una risposta.

Il giro si conclude con un assaggio dell’Aosta paleocristiana e altomedievale, in una sala dominata da un meraviglioso ambone marmoreo decorato da animali araldicamente affrontati, risalente all’VIII secolo d.C. e ritrovato durante scavi condotti in Cattedrale. Interessanti i due speroni e la spada rinvenuti nella tomba di un cavaliere sepolto nella chiesa dei SS. Pietro e Orso nel XIV sec. d.C.; infine, tra i corredi funerari notiamo alcuni graziosi monili femminili, tra cui spiccano due finissime fibbie burgunde.

E non finisce qui. Gli appassionati di monete non potranno perdersi la Collezione Numismatica Pautasso, ricca di ben 720 monete tra le quali spiccano quelle celtiche e preromane.

E si finisce con l’ultima “new entry”: la sala della Collezione Carugo, con reperti della civiltà etrusca, dell’Antico Egitto e della Mesopotamia. Un piccolo “cameo” per gli amanti del Vicino Oriente allestito come fosse uno studiolo, in base al concept della “casa-museo”.

Anche il MAR di Aosta si affaccia sul Mediterraneo!

Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi. Se ne volete un primo assaggio, cominciate con la visita virtuale!

Stella

Pillole MEGALITICHE! 10 buoni motivi per…

… visitare l’AREA MEGALITICA di Aosta!

  1. Un sito archeologico grandioso che racchiude oltre 6000 anni di storia.
  2. Coi suoi attuali 10.000 mq (che diventeranno 18.000 a fine lavori), è l’area megalitica coperta più vasta d’Europa.
  3. Megaliti in città! Un sito megalitico urbano nel quartiere ovest di Aosta.
  4. Un viaggio nel tempo alla scoperta di una lontana e affascinante Preistoria alpina.
  5. Emozionarsi davanti ad un paesaggio arcano ed inatteso illuminato dal millenario susseguirsi di albe e tramonti.
  6. Sorprendersi davanti ad arature tracciate più di 6000 anni fa.
  7. Meravigliarsi per gli emblematici allineamenti creati per far dialogare terra e cielo.
  8. Scoprire le prime grandi statue della Preistoria: rivestite di motivi decorativi ma tuttora avvolte da un enigmatico “mistero”.
  9. Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
  10. Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente “fuori dal coro”.

Stella

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Sezione Stele

Meditazioni all'ombra di un megalite
Meditazioni all’ombra di un megalite

Perdersi in Labirinti di Memorie prima di uscir a riveder le stelle…

Da sempre, dalla più arcaica notte dei tempi, l’uomo cerca le sue origini, il suo passato. Da sempre, da che mondo è mondo, l’essere umano è mosso dalla viscerale curiosità di scoprire da dove arriva, da chi fu generato e preceduto in questa come in altre terre.

Visitare la mostra permanente sapientemente allestita nel sottosuolo del MAR – Museo Archeologico Regionale di Aosta, porta a sperimentare il significato di una simile ricerca, a riflettere sul senso della ricerca dell’antico, sul senso più profondo del fare archeologia e, per quanto mi riguarda, dell’essere archeologa o perlomeno di continuare a sentirmi e a ritenermi tale nonostante il mio esprimere questa professione da alcuni anni non si esplichi più nei cantieri ma sulla tastiera di un pc.

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“Labirinti di Memorie”. Questo il titolo della mostra. E navigare in questo profondo #MAR è stato per me, oltre che labirintico, decisamente suggestivo ed affascinante.

Conoscevo già il sito archeologico nascosto nel sottosuolo del museo. Un sito assai complesso e di ardua lettura, fatto dal sovrapporsi di mura su mura, di epoche su epoche che si accavallano, si intrecciano, si obliterano e si sostituiscono. Il nuovo allestimento ha fatto chiarezza su questi avviluppi murari illuminando le murature delle diverse epoche con altrettanti diversi colori. Tutto ciò che appartiene all’epoca romana, ad esempio, è in colore giallo arancio. Le murature successive, invece, avvolte da luce bianca.

Si scende. E già sulle scale l’atmosfera cambia; ci si sente piano piano trasportati in un’altra dimensione. La luce del giorno muta e si affievolisce; ci si ritrova faccia a faccia con la torre orientale della monumentale seppur sepolta Porta Principalis Sinistra.

Giunti su quell’uscio che costituisce quasi il confine tra il “mondo di sopra” e il “mondo di sotto”, sulla sinistra una lucerna, antico ed iconico simbolo di una luce che guida tra le ombre. Si parte alla ricerca del passato. Si parte alla ricerca dell’uomo. Solo alla fine di questo tortuoso, labirintico (appunto) percorso, capirò di essere partita alla ricerca di me stessa.

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Si viene accolti quindi da un video che, muto, racconta per immagini alcuni momenti di ricerca archeologica valdostana. Volti di archeologi e di operai. Pietre, cantieri, scavi, rilievi. Riflessioni, discussioni, ipotesi che si sono rincorse per anni spesso sfidandosi a duello sulle pagine di bollettini e notiziari. In una di quelle foto, felice, mi sono rivista anch’io…

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Si prosegue con l’esposizione di alcune epigrafi funerarie prima custodite nei magazzini. Una di queste trovata reimpiegata come soglia di una porta moderna. Addirittura un’ara in bronzo proveniente dal territorio di Eporedia (Ivrea) rinvenuta rifunzionalizzata come fontana.. pezzi davvero notevoli!

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La progressiva scoperta di queste sezioni espositive viene corredata da brani scelti di opere letterarie e filosofiche; alcune parlano dell’essere archeologo, del fare archeologia. Altre della strenua ricerca dell’Uomo. Altre, semplicemente ma radicalmente, dell’ESSERE UOMINI, di cosa si pensa di se stessi, di cosa si vorrebbe pensassero gli altri e di come si desidererebbe che un domani gli altri ricordassero (o trovassero) di noi. Una mostra che, oltre che in compagnia di un archeologo e di un antropologo, secondo me andrebbe visitata insieme ad un filosofo! Un Virgilio capace di farci da guida sapiente in una ricerca che passa attraverso le ombre, unica strada possibile, prima di giungere alla luce della Verità.

1975. 1978. 1984… “Caspita! In quegli anni io c’ero già. Bambina, certo, ma c’ero!”. In quegli stessi anni, che ricordo benissimo e che ho vissuto, archeologi lavoravano scavando la mia città e rinvenendone frammenti di vita passata. Già, dà una strana sensazione riflettere sul fatto che si fa archeologia … sempre! E’ un “discorso sul passato” che può iniziare in qualsiasi momento e porsi riferimenti temporali sempre diversi. Anche se dico “ieri”, o “l’estate scorsa”, o “10 anni fa” è passato. Non remoto, prossimo, ma senza dubbio passato. Eppure io l’ho vissuto, me lo ricordo. Qui lo ritrovo e lo interpreto alla luce di oggetti molto più antichi, di volti di archeologi oggi non più giovani studenti, oppure oggi non più tra noi ma che tanto della loro fatica e dei loro studi ci hanno lasciato.

Ecco, questa mostra mi ha spiegato concretamente il senso dell’ “imperfetto” del greco antico: “un’azione passata i cui effetti perdurano nel presente”.

Reperti interessanti mai visti prima; reperti che da oltre 40 anni giacevano nei magazzini, in attesa di essere ripresi in mano, amati, studiati… Che emozione davanti a quell’antefissa in terracotta decorata con un’elegante palmetta centrale ed una coppia di graziosi delfini… proviene dall’area del Foro, da uno dei due templi gemelli.

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Per non parlare di un frammento di parete affrescata recante un gentile profilo di donna su fondo azzurro…

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E poi ti volti e vedi una miriade di ritagli di giornale. Il crollo del muro di Berlino. la morte di Lady D. L’uccisione di Falcone e Borsellino e molto altro ancora. Fatti più o meno recenti che ben ricordo. Ebbene, quei reperti sono emersi dalle viscere di Aosta in quegli anni. Ci raccontano sia di un passato arcaico ormai “perduto” (forse) e di un passato ben più fresco e a tutti noto. Ci parlano della nostra Storia più lontana e di quella a noi più vicina. E, nel frattempo, sanno farci volare con la fantasia, in bilico tra immaginazione e realtà, tra poesia e filosofia, tra sacralità e quotidianità.

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Una quotidianità fatta di mille cose; le cose più disparate che ai nostri occhi quasi perdono di senso. Le usiamo ma non le osserviamo più con attenzione. E, allora, cosa succederebbe se in un futuro lontano, tra 500, 1000 o più anni un’archeologa si imbattesse nei nostri oggetti? Nella nostra “banale” quotidianità? Occhiali, ferri da stiro, cavatappi, scarpe, borse, bicchieri, lattine, penne, TV… fino a rinvenire addirittura un water rotto o un bidet! Cosa penserebbe? Come potrebbe interpretarli se tra noi e questo suo tempo futuro una sorta di apocalisse avesse distrutto tutto? Se non esistessero fonti, né fotografie, né video… niente!

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E qui io mi sono sentita come dentro una specie di acquario dal cui interno, totalmente insonorizzato (come spesso accade nei sogni) vedevo questa archeologa, di nome Doratha, catalogare e studiare reperti per lei sconosciuti e invece per me così quotidiani.

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Avrei avuto voglia di spiegarglieli, di raccontarle come li usiamo, cosa ne facciamo… ma niente, Doratha non mi sentiva. La vedevo, china sullo scavo, nella polvere di una perduta Piazza Roncas, cercare di leggere le nostre tracce e scrivere, nella sua lingua strana, una sorta di Esperanto, i suoi pensieri e le sue considerazioni.

Arrivi alla fine di questa mostra e ti senti sfinito… sfinito da un ricordare che si sovrappone all’imparare e al meditare. Sfinito dal tuo essere uomo. E, per quanto mi riguarda, commossa ed emozionata dal mio essere anche archeologa.

E’ stato come vistare una grotta, una caverna. Quell’adrenalina che si mescola al fiato corto, all’emozione della scoperta, ma anche ad una sottile ed imprecisabile forma di paura.. come se per qualche oscuro motivo non si riuscisse più ad uscire. Eppure, sebbene in un labirinto a tratti claustrofobico, avvolti da queste luci e da queste memorie, dall’animo e dagli spiriti, dalle voce, di questi nostri antichi concittadini, allo stesso tempo ti senti euforico e ti assale la voglia di saperne di più, sempre di più…

Labirinti di mura, di reperti, di luci, di veli di Maya e di ombre della caverna. E tra Diogene e Platone. Tra Ovidio ed Omero. Per approdare al “Trono di Spade”, capire quanto sia importante il nostro posto nel mondo, nel tempo e nello spazio, pur nella sua normalissima e banale quotidianità. Perché ognuno di noi, per l’archeologo, non solo fa la storia, ma è storia.

E chiudo dicendo che, chi mi conosce davvero bene può capire come io mi sia sentita e mi senta nello scrivere queste parole. Chi mi conosce davvero nel profondo sa quanto io ami l’archeologia pur non facendola più in cantiere ma raccontandola agli altri, a modo mio naturalmente!

Solo un appunto. Una frase di Agatha Christie riportata nel percorso di visita recita che gli archeologi sono incapaci di guardare il cielo e le stelle. Beh, non direi proprio… e Aosta romana ne è un esempio!

Stella

Ma chi erano i Falisci?… “Altri Popoli”

 

E’ un dolce soffio di Ponentino quello che dal 19 dicembre scorso sta pervadendo il suggestivo sottosuolo del #MAR di #Aosta.

E’ quel sottile venticello che tradizionalmente spira sulle coste e sui colli laziali, quello che ci accompagna alla scoperta della terra dei #Falisci. Chi erano i Falisci? Un popolo di sicuro non così noto come potrebbero essere gli Etruschi o i Latini, certo, ma con i quali condivide diverse peculiarità. Un popolo che abitava sugli altipiani tufacei del Lazio centro-meridionale, in una zona strategica, al centro di importanti vie di comunicazione tanto terrestri (attraverso i Monti Cimini) quanto fluviali (lungo il corso del fiume Treja) e anche lacustri (falische erano infatti le sponde orientali del lago di Bracciano). Insomma, per capirci, un pò nella provincia di Roma e un pò in quella di Viterbo.

Dal 19 dicembre, appunto, i Falisci sono gli ospiti d’onore di una bella e suggestiva mostra allestita al Museo Archeologico Regionale di Aosta dal titolo “Alt(r)i Popoli. Falisci e Celti”. Altri o alti: questa la doppia lettura. “Altri”, certo, perché secondari, perché meno noti. “Alti”, anche: i Falisci stanziati sulle sommità dei colli laziali e i “nostri” Celti sui valichi d’alta quota a controllo delle vie di transito, degli scambi, dei contatti.

Ma partiamo col conoscere più da vicino questi “esotici” (almeno per noi Valdostani) Falisci.

Stretti tra Latini, Sabini, Etruschi e Umbri, i Falisci erano una sorta di “enclave” in un luogo ombelicale, itinerariamente molto appetibile per i transiti tra la costa tirrenica e la zona appenninica centrale. Le loro città rese famose dalla storia erano Falerii (che, dopo la distruzione da parte dei Romani divenne Falerii Veteres, oggi Civita Castellana) eFescennium (probabilmente l’attuale Narce); la mostra ricorda anche i centri minori diCorchiano e Vignanello dai quali provengono notevoli ritrovamenti funerari. In archeologia è quasi sempre grazie ai defunti che si possono conoscere i vivi. Quelle tombe, quei corredi… sono oggetti carichi di vita che ancora oggi possono raccontarci molto di chi li utilizzò, li possedette e li volle con sè nell’ultimo viaggio. E l’idea di scendere, appunto, nel sottosuolo del MAR, aiuta a calarsi nell’atmosfera della necropoli, del viaggio ultraterreno e sotterraneo che ti porta in una dimensione “altra”, quella dell’Ade, degli Inferi.

AMANTI DEL BUON BERE…IN ALLEGRIA

Eppure, sebbene in un contesto connotato principalmente dal rituale funerario, ritroviamo la vita. E i Falisci, come anche i versi fescennini insegnano, erano un popolo in questo assai simile ai loro vicini Etruschi: festaioli, allegri… simposiaci! Ossia, amanti dei banchetti e del bere insieme. E questo ci viene raccontato dagli oggetti esposti; perlopiù vasi utilizzati nei servizi da tavola, nella mescita e nella condivisione del vino. Vasi dai nomi greci (così si studiano in Archeologia) densi di poesia: kantharoi, oinochoai, olpai, kyathoi, kotylai… e qui mi fermo altrimenti rischio di annoiare. Ma non preoccupatevi, in mostra tutto questo viene puntualmente illustrato e spiegato! Sì, perché ognuno di questi vasi ha un nome proprio legato all’uso per cui serviva… Insomma, si fa presto a dire “brocca”, ma in antico non era così! Da sottolineare anche la presenza di holmoi, cioè di sostegni per olle con uno spazio alla base in cui veniva inserito un piccolo braciere: servivano a tenere caldo il vino, solitamente consumato non puro, ma miscelato a miele e spezie. Potremmo azzardarci ad immaginare una specie di “vin brûlé”!

Chissà se anche i “nostri” Salassi, popolo di matrice culturale celtica, avevano già all’epoca la passione per il buon vino come i Falisci.. difficile a dirsi, però nella vetrina a loro dedicata troviamo un curioso vaso panciuto a forma di trottola che, secondo molti studiosi, dovrebbe rappresentare una sorta di antenato del decanter attuale e quindi sarebbe collegabile alla conoscenza (e al consumo) del vino. “Decanter” analoghi della tarda Età de Ferro si ritrovano anche nell’Ossola piemontese, nel nord della Lombardia e in Ticino, nonché nel Vallese svizzero…quindi, saremmo portati ritenere che una certa ampia conoscenza del nettare di Dioniso avesse invaso le Alpi!

GIOIA DI VIVERE

Continuando la nostra visita e scoprendo altri corredi funerari, non possiamo non restare abbagliati dai gioielli. In particolare è la sepoltura di una donna di alto rango, nota come “Principessa di Narce” che ha attratto il mio interesse. Una profusione di gioielli! Sì, ma.. da tutto il Mediterraneo! Testine di scimmia in faïence di produzione fenicia, piccoliegypthiaca (animaletti di produzione egizia), perle di ambra del Baltico e vaghi di collana in pasta vitrea, armille in bronzo, spilloni, fibbie, un curioso pendaglio a forma di pettine (uno “status symbol” che indicava la proprietà di pecore da lana), orecchini pendenti e una divertente statuetta del dio Bes! Un dio fenicio-punico raffigurato come un nano deforme dal volto grottesco che doveva spaventare, appunto, il malocchio! E sempre della principessa un notevole cinturone in bronzo, un cimelio di famiglia. Oggetti insoliti, che di norma non si vedono alle nostre latitudini…

Ma di certo non posso descrivervi nel dettaglio l’intera mostra.. dovete andare a vederla!

ALTRI POPOLI A CONFRONTO

Potreste però chiedervi quale sia il legame tra Falisci e Celti. “Altri popoli”, dicevamo. Popoli meno protagonisti, non i Celti in generale, ma almeno le popolazioni di cultura celtica stabilite sull’arco alpino e progressivamente sottomesse da Roma i cui nomi ci sono stati trasmessi dalla famosa epigrafe del Trophée des Alpes di La Turbie (non lontano da Nizza)E tra questi anche i Salassi naturalmente. Salassi che conosciamo poco dalle fonti storiche (è soprattutto lo storico Strabone, vissuto in età augustea, a parlarne), ma di più grazie a quelle archeologiche. E sono sempre le tombe a ridare loro la vita. Emblematico il corredo femminile proveniente da unasepoltura dell’età del Ferro a Saint-Martin-de-Corléans dove spicca un torques, cioè uno di quei collier dei guerrieri (e delle loro compagne) in bronzo rigido aperto davanti. Splendide le armille, soprattutto quella in vetro blu cobalto.

Insomma, una mostra che è una vera e propria “finestra” su questi popoli minori che il destino ha fatto incontrare e scontrare con la potenza di Roma. Quanto ai Falisci, poi, si può tranquillamente dire che non hanno mai azzeccato un’alleanza… sempre dalla parte sbagliata finché Roma ha detto “basta!”. Ci furono due guerre e Roma ebbe la meglio in entrambe. A seguito dell’ultima guerra, Falerii fu distrutta, ricostruita in pianura e battezzata Falerii Novi. Dopo questi eventi Falerii appare raramente nella storia. Divenne una colonia (Junonia Faliscorum) forse sotto Augusto.

ARIA DI GRECIA

E la carrellata continua, in ordine cronologico (si comincia con un bel vaso globulare con raffigurazione di Pegaso datato alla fine dell’VIII secolo a.C. fino a corredi della metà del III a.C.). Le ultime vetrine falische ci raccontano dei sempre più intensi contatti con la Grecia e la Magna Grecia, in particolare con la colonia dorica di Taranto. Dalla ceramica di importazione fino a quella di più schietta produzione locale a imitazione di quella ellenica. Figure nere e figure rosse si rincorrono intrecciando miti, dei, menadi e giovani efebi danzanti.

E questo passaggio nell’Oltretomba non poteva che concludersi con un corredo femminile appartenuto ad una giovane donna; al centro della vetrina spicca un prezioso specchio in bronzo sul cui dorso è raffigurata una tartaruga. Già il nome stesso, derivante dal grecotartarhoukos (che significa “appartenete al Tartaro” cioè al mondo sotterraneo) ben si adatta al contesto in cui ci stiamo muovendo. Ma c’è di più. Quell’animale, secondo Plutarco, ben simboleggiava la moglie perfetta: la sua casa fa corpo con lei, essa non l’abbandona mai ed è sempre perfettamente silenziosa, anche nei suoi spostamenti. All’avvicinarsi del pericolo, si nasconde rientrando nella sua corazza, simbolo di prudenza e di costante protezione. Ma quella corazza era altresì associata alla Luna di cui ricordava la superficie. E la Luna da sempre rispecchia l’universo femminile, coi suoi ritmi, le sue fasi, i suoi cicli. Vedete, di nuovo è la morte che ci ridona la vita.

Assaporate dunque un viaggio nel tempo e nello spazio che vi farà scoprire altri orizzonti, altri linguaggi, altre culture il cui confronto con quelle a noi più vicine può forse aiutarci a capirle meglio e, perché no, forse anche a riscoprirne aspetti meno patinati.

Stella

A Brescia per la mostra”Brixia, Roma e le genti del Po”. Preziosa, ricercata, colta…forse troppo?

Week-end a Brixia! Che città affascinante… Ops, scusate, forse è meglio chiamarla col suo nome attuale, Brescia! Un nome che racchiude in sè l’anima delle montagne, perché deriva da un’antica radice celtica -brig che significa, appunto, “altura”. Una radice che ha dato origine a diversi toponimi: oltre a Brescia si pensi a Brianza, Bressanone, ma anche alla vicina Bergamo che ricalca, invece, più da vicino, il nome di una divinità indigena venerata dal popolo dei Cenomani: Bergimus. Che sia -brig o -birg la valenza è la stessa; si parla di alture, di vette, ammantate dal sacro, punto di riferimento nel territorio, luoghi strategici di riparo e controllo.

Arrivo a Brescia nel primo pomeriggio; dopo un buon gelato artigianale si procede a passo svelto alla volta del Museo di Santa Giulia. Si imbocca quindi Via dei Musei sulla quale, ad un certo punto, si affaccia il maestoso Capitolium di età flavia (73 d.C.). Mi fermo, e osservo, rapita da quei resti affascinanti e coinvolgenti… Già la gente si assiepa all’ingresso in attesa dell’apertura, ma io procedo alla volta del museo (tornerò dopo) perché voglio iniziare dalla mostra “Brixia, Roma e le genti del Po. Incuriosita dal clamore e dall’attesa di questa importante rassegna, nonché da sempre profondamente interessata dalle tematiche legate al processo di romanizzazione nelle diverse regioni dell’impero, eccomi qui! Occasione fantastica anche perché mi consente di rivedere un carissimo amico e collega della Scuola di Specializzazione in Archeologia, bresciano: Paolo Bonini!

Si entra e si viene subito immersi in una sorta di foresta virtuale: questo per ricreare l’ambiente e il paesaggio che connotava le terre padane all’alba della romanizzazione. Quelle foreste che di certo non aiutavano l’incedere degli eserciti romani e che, al contrario, erano valide alleate dei popoli che le abitavano. Nel caso di Brescia i Cenomani (Cenòmani, alla greca, o Cenomàni alla latina??mah…); gli Insubri più a ovest, in terra milanese, i Veneti a est. Si prosegue con una panoramica sulla cultura materiale di questi popoli di stirpe e cultura celtica: i vasi ” a trottola”, alcune piccole marmitte tripodi, le armille in vetro blu e alcuni esemplari di torques in bronzo mi rimandano immediatamente alle parures salasse valdostane… emerge una sorta di “koiné” (comunità) celtica cisalpina!

Mi colpisce un magnifico diadema in oro con decoro a “tetes coupées”, motivo ampiamente utilizzato e documentato in tutta l’area celtica occidentale. Lo stesso disegno che arricchisce le splendide falere (decorazioni militari metalliche decorate applicabili sia su divise che su finimenti per cavalli) di Manerbio. Giri di “teste mozzate” su dischi con umbone centrale vivacizzato, in un paio di casi, dall’inconfondibile “triscele” celtica. E sempre da Manerbio il famoso “tesoretto”: oltre 4000 dracme d’argento padane, per un peso di circa 30 kg!

E via con corredi funerari di guerrieri, produzione vascolare con chiare “immissioni” di provenienza etrusca fino al panorama numismatico, indicativo dei frequenti transiti e scambi commerciali che interessavano quest’area.

Continuiamo il giro scoprendo stipi votive e santuari; splendidi decori architettonici in terracotta, fino a frammenti di statue monumentali tra cui l’emozionante testa di dea (Giunone?) proveniente da Alba (CN): un volto dal pathos ellenistico con quello sguardo struggente, la bocca socchiusa, girata di 3/4… echi “scopadei”… E cosa dire di quella commovente ed emblematica (anche proprio sul piano del messaggio che implica) mezza testa di dea diademata (sempre Giunone?) in terracotta? Quello sguardo nobile e sereno, che guarda lontano, alto, protetto da una profonda arcata orbitale…e quelle labbra carnose, appena dischiuse, quasi ad emanare un soffio di divinità…il tutto bruscamente interrotto, spezzato, dallo scorrere dei secoli, dal mutare delle menti…

Una terra di matrice culturale celtica ma toccata da flussi ellenizzanti che, in qualche modo, hanno preparato il terreno alla successiva romanizzazione; questo è percepibile, visibile, tangibile grazie a queste oltre 500 testimonianze attestanti l’evolvere, o meglio, il progressivo mutare di una società. Tra pianura padana e Appennino fino a Talamone (GR) da cui proviene il magnifico decoro in terracotta ad altorilievo e statue a tuttotondo del frontone del tempio etrusco-ellenistico: qui, dove un esercito composto da diverse tribù celtiche (Boi e Insubri alleati con Taurisci e Gesati) venne circondato e distrutto da quello romano settant’anni dopo Sentino, quindi nel 225 a.C.

Emblematica per comprendere la “rivoluzione” portata dalla romanizzazione la stele funeraria  di Ostiala Gallenia proveniente dall’area veneta dalla quale si evince tutta la forza della commistione tra elementi autoctoni e apporti romani: l’epigrafe è in latino, le due figure maschili indossano tunica e toga, mentre la donna è raffigurata ancora nel suo costume venetico.

Altri elementi interessanti le simulazioni digitali del suburbio e della campagna: pareti trasformate in maxischermi su cui girano le immagini digitali della Brixia di età romana…in lontananza si ode rumore di ruote..sempre più vicine…peccato, però, non vedere il carro che passa, ma solo la strada..(!!) Comunque bello e suggestivo il risultato complessivo…come nella sezione dedicata alla campagna: vedi le ville rustiche con i torchi nel cortile e senti l’abbaiare dei cani e il canto degli uccelli… Sei fuori città e, progressivamente, dai campi centuriati e coltivati, dai piccoli sacelli agli incroci, ecco che ritorni nel bosco, lungo il fiume…in quella pianura dalla quale avevi cominciato…

Un’esperienza bella e sicuramente formativa, ma… qualche piccola “pecca” a mio avviso, c’è. Vengo immediatamente colpita dalle scritte sulle pareti: che si tratti di citazioni latine o di frasi utili alla contestualizzazione, sono realizzate su un tono appena più scuro del grigio dei muri o, per la versione inglese, in bianco e posizionate a nostro avviso troppo in alto…si fa davvero fatica a leggerle! In più le scritte in latino sono distribuite in maniera insolita: quasi a voler ricordare il fusto di una colonna con degli “a capo” inspiegabili ( e talvolta discutibili proprio sul piano della correttezza linguistica…eppure di spazio ce n’è!!) che complicano ulteriormente la lettura…E, sempre in merito a tali citazioni: non si sa perché ma alcune hanno accanto ( o sotto) la traduzione, altre no…evidentemente si presume che, dopo alcune frasi, uno abbia imparato il latino!!

Altra nota: le didascalie dei pezzi. Scarne e difficili. Forse pensate dando tutto per scontato; pensate per un pubblico “addetto ai lavori”, colto, un filo “elitarie” come dire… Sono scelte, per carità, ma non è comunque funzionale al grand public, senza dubbio!

Concludo, quindi, sottolineando come questa sia effettivamente una grande mostra a livello di pezzi scelti e di alcune soluzioni “immersive” molto suggestive, ma risulti un pò fragile sotto l’aspetto del “racconto”…secondo me manca un fil rouge chiaro che aiuti davvero il visitatore medio ad orientarsi tra questi materiali (ad esempio i corredi funerari..li trovi all’inizio, ma poi ritornano anche alla fine..mah..); sembra una mostra suddivisa per temi non bene concatenati tra loro. E, ancora una volta, sempre secondo me ( e secondo il parere di alcuni visitatori non addetti ai lavori che hanno fatto la visita insieme a noi), chi non possiede adeguate basi storico-archeologiche o linguistiche, molto difficilmente comprende gli oggetti anche perché, ripeto, le “dida” non sono state tarate sul visitatore “medio” ( un solo esempio: se la “dida” recita: “Antefissa fittile con Potnia Theron” e nulla più, mi dite quanti tra chi legge capiscono fino in fondo a cosa si riferisce??). Quindi, apparato informativo decisamente migliorabile seppure la straordinaria bellezza di molti pezzi riesca lo stesso ad appagare la vista e lo spirito.

La Cultura è di tutti e a tutti va comunicata; con tutti va condivisa!

Ci rivediamo al prossimo post, sempre “bresciano”, interamente dedicato al sito del Capitolium la cui lunga storia e preziosità dei resti hanno portato alla creazione e all’inaugurazione (pochi giorni fa) del più esteso Parco Archeologico a Nord di Roma.

Stella

La solitudine della bellezza. Le maestose “vestiges” di Koudelka al Forte di Bard

La bellezza dell’eternità. Una bellezza straordinaria e letteralmente senza tempo quella che pervade le fotografie di Josef Koudelka in mostra al Forte di Bard fino al 3 maggio 2015. Le sale delle Cannoniere ospitano un lavoro fino ad oggi inedito in Italia dal titolo evocativo: “Vestiges 1991-2014”. Una sessantina di fotografie dedicate ad alcuni tra i più importanti, sebbene forse non comunemente noti, siti archeologici del Mediterraneo che ha richiesto a Koudelka, membro della prestigiosa Magnum Photos, un impegno durato oltre 20 anni.

E’ un viaggio dalle insolite emozioni quello in cui ci accompagna questo creativo fotografo nomade di origini ceche, affascinato dai gitani e dal cambio di orizzonti. Un viaggio lungo quelle sponde del Mediterraneo che, avvolte dal Mito, hanno visto il nascere della nostra civiltà.

SCATTI DI ETERNITÀ

Paesaggi del Mito, appunto. Paesaggi della Storia. Paesaggi che fissano un’epoca. Scatti di eternità che ci raccontano il fascino ancestrale di luoghi assoluti, unici.

Quelle imponenti colonne del tempio di Poseidone a Capo Sounio (Grecia) che quasi sembrano voler sfidare il mare e toccare il cielo; o le complesse geometrie del santuario di Apollo a Delfi, frammiste a rocce e ginestre. Le ariose prospettive colonnate di Apamea e Palmira (Siria), nitidi esempi di  architettura ellenistica. L’eleganza inaspettata dei colonnati di Leptis Magna,Sabratha e Apollonia, in Libia.

Gli scenari maestosi del passato romano di Dougga (Tunisia) e di Timgad (Algeria); fino ad approdare sulle sponde anatoliche di Side (Turchia) passando dalle rosse gole della nabateaPetra (Giordania), scrigno di inimmaginabili tesori.

E l’Italia. Roma e la sua campagna dove le imponenti rovine si ergono nel mezzo di ariose solitudini. Un “rovinismo” fotografico comunque privo di malinconia, ma denso di suggestione. Un vero e proprio tributo ad un Passato glorioso, lontano ma sempre presente. Ha quasi il tocco del reportage lo scatto sui gradini dei Fori  imperiali appena umidi per la rugiada nella luce ovattata del mattino; o quello che si concentra sui solchi impressi da secoli di passaggi sul basolato dell’Appia; fino alla struggente solitudine della Villa dei Quintilii.

VALLE D’AOSTA SENZA TEMPO

Per arrivare, poi, tra le montagne della Valle d’Aosta dove cogliere il segno di Roma in quei tagli nella roccia che hanno disegnato la strada delle Gallie e dove restare ammaliati dall’insospettabile ricchezza dell’antica Augusta Praetoria. Qui il maestro Koudelka ha realizzato uno shooting site specific dal quale sono scaturite due nuove immagini legate alle significative vestigia romane presenti nella regione alpina che sono ora entrati a far parte integrante del progetto Vestiges: la prima realizzata, appunto, lungo la Strada romana delle Gallie a Donnas, la seconda al Teatro Romano di Aosta. Il site specific intende anche essere un omaggio alle celebrazioni del bimillenario della morte dell’imperatore Augusto, fondatore diAugusta Praetoria nel 25 a.C..

AMMALIATI DAL MITO

Le voci degli uomini, degli dei e degli eroi riecheggiano tra queste rovine, perfette pur nella loro incompletezza, monumento di se stesse e di ciò che ancora rappresentano.

Viaggi di scoperta da fare e da rifare per vivere (e ri-vivere) la poesia e la magia, sempre diverse, di luoghi eterni ma mutevoli nello scorrere delle stagioni e nel variare della luce.

In mostra al Forte di Bard oltre sessanta fotografie di cui 22 panoramiche di grandissime dimensioni. Un allestimento che coniuga il minimalismo dell’approccio e del personale stile fotografico di Koudelka alla suggestiva sensazione di camminare realmente tra le rovine. La disposizione delle immagini rievoca un percorso alla scoperta di luoghi straordinari che Koudelka ha voluto immortalare per documentarne e promuoverne la bellezza, da vero maestro dell’immagine e del paesaggio quale è.

Alla costante ricerca di una luce migliore, di un’essenza diversa, di uno scorcio particolare, Koudelka trasmette tutta la sua ammirazione per le vestigia dell’antico, rivestite di una bellezza unica e senza tempo; una bellezza “che spinge a visitare quei luoghi molte volte”.

Stella

La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)
La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)