Archeo-UTMB. Passaggio in quota tra le vette degli Elvezi

Si sa, l’UTMB tocca anche il vicino Vallese svizzero. Da Champex-Lac raggiunge il grazioso villaggio di La Fouly per salire al Col du Grand Ferret e, da lì, scendere nella “nostra” Val Ferret valdostana, in territorio di Courmayeur.

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La Val Ferret lato italiano vista da nord-est

Ma quant’è bella la Val Ferret, ragazzi? Meglio ancora se in bassa stagione, coi colori accesi dell’autunno, quando si sentono di più i profumi del bosco e dell’erba… Ma è splendida sempre. Comunque non divaghiamo e restiamo “sul pezzo”. La Val Ferret lato italiano ci accoglie nel suo ampio abbraccio: il solco della Dora, cangiante tra l’azzurro e l’argento, i prati punteggiati di rocce, cespugli e fiori, gli ultimi boschi di larice e poi, sù sù, verso gli alti dossi erbosi e le cime innevate. Nel XII secolo veniva indicata come “Vallis ferracea“, cosa che potrebbe indurre a ritenere vi fosse ricchezza mineraria o presunte miniere di ferro. Ma non è così! Come in “Monferrato”, non è il ferro a dare origine al nome, bensì l’aggettivo “farratus” o “farraceus“, ovvero “ricco in foraggio”. In effetti bisogna riconoscere come l’abbondanza d’acqua e i terreni calcarei della vallata favoriscano la crescita di erbe utili al pascolo fino a quote assai elevate. E lo stesso dicasi per la vicina omonima vallata svizzera.

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Salendo al Col du Grand Ferret lato svizzero

E’ altresì probabile che, come accade per il “fratello” Col de la Seigne nell’alta Val Veny, anche dal Col Ferret vi siano sempre stati transiti e scambi, sicuramente in una zona meno monitorata (e meno tassata) che non il colle del Gran S. Bernardo.

La storica ed eroica strada romana delle Gallie non passava da qui, ma dal Summus Poeninus (il “Grande”, appunto) e univa Aosta (Augusta Praetoria) con l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Ad ogni modo, una località toccata dall’UTMB, Champex-Lac, dista veramente poco da Martigny, quindi perché non dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese? Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato)dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romane valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare al suo interno (dei protettori della casa). Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio. In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny e di cui vi racconterò in un prossimo post (un viaggio fantastico!).

Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, l’anno scorso, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

Un vero “archeo-trail” attraverso i secoli che, se vissuto a ritmo lento, può regalare emozioni “millenarie”.

Stella

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

fatabudruina

“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

Tor des géants. Correre tra montagne di storia. Da Pont-Saint-Martin a Courmayeur

Ed eccoci giunti nel fondovalle, lì dove la piana della Dora si allunga dolcemente nel Canavese; lì dove i fitti filari dei vigneti eroici si sfrangiano tra le colline dell’Erbaluce fino a perdersi nell’orizzonte lineare disegnato dalla morena di Ivrea, tenace testimonianza dell’ultima glaciazione.

Un continuo saliscendi tra colli e valli, un continuo sbalzo di quota che mette a dura prova fisico, nervi e anima! Ma tu non puoi, non vuoi mollare! Ora hai lasciato alle spalle l’Alta Via n. 2 e la montagna stessa ti chiama; senti la sua voce possente rimbombare nelle gambe, nella testa, nel cuore! E quindi, vai! Hai toccato il punto più basso di questo giro e ora aneli a riguadagnare quota… e ai tuoi piedi, novello Mercurio, spuntano ali tenaci!

Pont-Saint-Martin. Una località che deve il suo nome innanzitutto al magnifico ponte romano del I secolo a.C. e alla leggenda di San Martino di Tours che, proprio per costruire questo ponte, avrebbe sconfitto il diavolo. Il sentiero risale il corso del torrente del Lys accompagnando alla scoperta delle terre della potente famiglia Vallaise.

Perloz, un grappolo di case arditamente agganciate al pendio roccioso, dominato da nobili caseforti sotto la protezione del santuario di Notre-Dame-de-La-Garde. Un borgo medievale che lega inoltre il suo nome alla lotta partigiana, grazie al ricco museo della Resistenza intitolato all’ardimentosa Brigata Lys.

Il ponte di Moretta (E. Romanzi)
Il ponte di Moretta (E. Romanzi)

Attenzione, però, questa è terra di leggende… Dovrete passare sul ponte di Moretta: li intorno è pieno di oscuri cunicoli… ebbene, pare siano stati scavati da un terribile drago che vi si nascondeva. Un drago che terrorizzava gli uomini e divorava il bestiame! Solo un uomo ebbe l’ardire di affrontarlo, un certo Vignal! Lo uccise, sì, ma uno schizzo del velenosissimo sangue della belva fu letale anche per lui!

Terra di magie, si diceva. Certo, come quella del non distante villaggio di Chemp, un gioiello d’arte a cielo aperto dove si nascondono strane presenze e spiriti montani: se il vento è buono potreste anche udirne la voce…

https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE
https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE

Oltrepassando il Lys si continua su una balconata a mezzacosta che conduce a Lillianes, accolti dal suggestivo ponte in pietra costruito nel 1733, l’unico a quattro arcate in Valle d’Aosta. Un primo “assaggio” della valle di Gressoney; in questo tratto il circuito ripercorre parte dell’Altavia n. 1, di cui fa parte un tratto del Walser Waeg, suggestivo sentiero che segue le orme della cultura Walser.

E mentre sali verso il Rifugio Coda, attento che potresti cadere nel sottile incantesimo del magico Plan des Sorcières dove un misterioso masso reca, sotto forma di coppelle, la costellazione delle Pleiadi così come doveva apparire, sembra, intorno al 5.000 a.C.

Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)
Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)

E poi ecco il Mont Mars, un nome che, al di là dei terreni zuppi d’acqua, evoca presenze divine e latitudini planetarie. E i Giganti attraversano distese “lunari”, brulle e dolci, di verde e d’argento, ingioiellate di laghi, come il Vargno, e ricamate di tenaci rododendri.

Raggiungi la zona del colle della Barma, valico di arcaica e radicata religiosità che da remoto culto delle rocce portatrici di salute e fertilità, si trasforma in luogo di devozione mariana… quassù, a due passi dal cielo, in una terra di confine brulicante di massi e pietraie, già risplende il nero volto della Madonna d’Oropa.

E dico di più: il tratto che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle è un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi che conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.

E allora non trailers in lotta col tempo, ma lunghe file di pellegrini d’altura, oranti e col capo velato di bianco…

Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)
Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)

Ed ecco che dal Colle della Vecchia, tra Valle d’Aosta e Biellese, si entra ufficialmente nella terra dei Walser, nella preziosa terra dove trovò dimora, tra XII e XIII secolo, il coraggioso popolo giunto da nord che ancora oggi le dà nome e lingua. Già, i Walser, l’ardimentosa gente di origine germanica che, lasciata la sua terra natìa, attraverso dure e spesso inesplorate vie alpine, si creò nuove patrie in un’ampia zona che va dalla Savoia francese al Vorarlberg austriaco, quasi sempre ad altitudini superiori ai 1000 metri.

Emblematico il simbolo di questa comunità radicatasi in Valle d’Aosta. Al centro appare un cuore con dieci stelle, ognuna delle quali rappresenta un paese di questa minoranza etnico-linguistica presente in Italia. Il cuore, che esprime il forte legame con la terra di origine, è sovrastato da una “croce ad angolo”, originariamente una runa, ossia un carattere dell’alfabeto nordico poi ripreso dai Romani per simboleggiare il dio Mercurio, protettore dei mercanti: allusione, questa, al mestiere principale esercitato in passato dai Walser. Infine il bianco e il rosso: i colori della bandiera del Canton Vallese.

Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)
Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)

Vedete quindi come davvero gli dei accompagnino questi eroi “dai piedi alati” nel loro lungo e arduo giro che, se ci pensiamo, porta anch’esso un nome divino: il dio nordico Thor, figlio del dio del cielo, Odino, signore degli dei, e della dea della terra. Thor, dio del fulmine e della forza: rapido, preciso, potente. Il suo animale identificativo? Il caprone…oppure lo stambecco! Vedete? La forza, la rapidità, la montagna….

Thor sul suo carro (VitAntica)
Thor sul suo carro (VitAntica)

(Piccolo inciso: in questo momento sto ascoltando la musica epica ed emozionale del grande Vangelis… e vi assicuro che, non potendolo fare con le gambe, sto correndo veloce con la testa, la fantasia e le dita sulla tastiera!)

Ma continuiamo insieme a volare e guardare dall’alto questo straordinario paesaggio. Vediamo i graziosi villaggi walser, usciti dalle fiabe: Niel, Ober Loo… fino alla splendida Gressoney-Saint-Jean, fulgida tra boschi e prati, col suo castello della Regina Margherita che sembra fatto di ghiaccio e cristallo (potrebbe davvero aver ispirato gli sceneggiatori di Frozen!)

Fiabe, leggende, dei e regine… la nostra cavalcata di onirico sudore s’invola alla volta di un altro villaggio incantato: Alpenzu! E da lì proseguiamo per sconfinare in un’altra magnifica valle di mitici e ardimentosi mercanti: la Val d’Ayas!

Antagnod
Antagnod

E la mitologia continua ad accompagnarci: Castore e Polluce, i divini gemelli, noti anche come Dioscuri (letteralmente) “figli di Zeus” e di Leda (anche se forse concepiti da padri diversi… ma si sa i miti sono miti anche per questo!); entrambi valenti atleti (vedete? Ennesima conferma!). Talmente uniti che, quando Castore muore, Polluce, seppure dotato di natura immortale, decide anch’egli di morire implorando il padre  Zeus di ucciderlo. Ma i due staranno sempre insieme: 6 mesi negli Inferi, 6 mesi sull’Olimpo e… tra le vette della Val d’Ayas, in eterno, nel gruppo del Rosa, insieme allo sfavillante Breithorn!

Come la vicina valle di Gressoney, anche questa condivide un’impronta culturale walser ed una vocazione commerciale. Secondo recenti studi, infatti, da qui passava la via che tra 1200 e metà del 1600, arrivando al Colle del Teodulo (nella Valtournenche), metteva in contatto i centri della pianura Padana con le città del centro Europa, in particolare con le ricchissime Fiandre.
Questa via di comunicazione, alternativa a quella del Gran San Bernardo, sarebbe stata intensamente utilizzata durante il periodo di ritiro dei ghiacciai, e sarebbe poi stata abbandonata, addirittura fino a far perdere notizia della sua esistenza, a seguito dei rivolgimenti storici e climatici del 1600: Controriforma, peste, inizio della “piccola era glaciale” che rese impraticabile il Colle del Teodulo.

E si raggiunge l’antico abitato di Saint Jacques des Allemands, la cui chiesa risalirebbe addirittura al XIII secolo e dove, sparsi ovunque tra strade, piazzette e abitazioni, si notano i caratteristici “coni” di pietra ollare, scarti inequivocabili della lavorazione di una materia prima di cui questa valle è ricca, ampiamente utilizzata sin dall’età tardoantica e altomedievale per la produzione di pentole, bicchieri, macine e stufe. Una pietra fredda ma sorprendentemente malleabile, più verde più grigia, più pura o con granati, ma dallo straordinario effetto visivo e resa artistica.

Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)
Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)

Ma procediamo! La Valtournenche ci aspetta! Superato il Grand Tournalin col suo rifugio storico costruito nel 1876 e dedicato a Georges Carrel, ci si avvicina alla vallata dominata dal “più nobile scoglio d’Europa”, il Cervino, come lo definì il poeta John Ruskin. Una terra che immediatamente richiama gli ardori del primo alpinismo, imprese avventurose e uomini divenuti icone. Da Edward Whymper a Jean-Antoine Carrel. Senza dimenticare l’imponente figura dell’abate Aimé Gorret, originario di Cheneil, ultimo di 7 fratelli, apparentemente gracile nel fisico ma poi esploso per forza, tenacia, ingegno e acume tanto da essere definito “l’orso della montagna”.

Chissà se Ruskin immaginava che nella sua splendida e iconica descrizione vi fosse del vero… Già, perché centinaia di milioni di anni fa le Alpi erano .. un immenso oceano! E le nostre cime giacevano sott’acqua in un mare preistorico pullulante vi vita! Poi, col muoversi delle grandi placche continentali, le montagne iniziarono a risvegliarsi ed è affascinante immaginare il Cervino spuntare da una distesa di antiche onde e ampie lagune come una straordinaria isola appuntita…

E chi penserebbe che le piste di Cime Bianche racchiudano nel loro nome oltre al candore delle nevi, un più antico richiamo ai candidi limi di remote paludi?

E, avvicinandoci di diversi millenni, la Valtournenche ha restituito tracce dei suoi primi abitanti. Verso la fine del terzo millennio a.C., infatti, il clima era di tre o quattro gradi più caldo dell’attuale, per cui le aree coltivabili si spostavano di circa quattrocento metri più alto, così come si verificava per i boschi e i pascoli d’alta quota. Ciò favoriva la sopravvivenza delle primitive popolazioni fino alla quota di 2400 metri; queste genti, attraverso il colle del Teodulo (nei cui pressi venne ritrovata una significativa ascia in pietra verde levigata), sin dall’Età del Rame intrattenevano rapporti commerciali con il vicino Vallese.

Sulla Valtournenche preistorica e protostorica si potrebbe scrivere per giorni… questa certo non è la sede ma attraversando rapidamente la valle possiamo citare le incisioni rupestri di Antey, quelle in loc. Barmasse di Valtournenche, per non parlare poi del fascino inusuale del grande villaggio salasso sul Mont Tantané in comune di La Magdeleine!

Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)
Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)

E dal rifugio Barmasse ci produciamo in un allungo fino al Cunéy dove, a 2.656 metri di quota, sorge il santuario mariano più alto d’Europa. Prima della sua costruzione il luogo era frequentato per la presenza di una sorgente benedetta: gli abitanti di Saint-Barthélemy e di Nus vi si recavano per pregare nei periodi di grave siccità. Una leggenda narra che alcuni pastori, trovata nei pascoli di Cunéy una statua della Madonna, la portarono a Lignan per riporla nella chiesa, ma la statua tornò miracolosamente a Cunéy manifestando così il suo volere: lassù doveva essere costruito un luogo di culto.

Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)
Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)

Testimonianza di una religiosità che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi più aspri e difficili per invocare protezione contro l’imprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la fecondità dei campi.

E non dimentichiamo che siamo nella vallata che accoglie anche i resti di un altro incredibile villaggio salasso con abitazioni ricavate in una sella morenica analogo all’insediamento del Tantané: quello del Col Pierrey!

L'abitato salasso del Col Pierrey (Nus)
L’abitato salasso del Col Pierrey (Nus)

Questi scaltri e inafferrabili Salassi che tanto han fatto dannare le armate romane usando, per anni, come unica vera arma quella che meglio conoscevano e padroneggiavano: la montagna! Con la sua natura forte e aspra, fatta di pericoli anche non immediatamente visibili, di trappole, di frane e slavine improvvise, di forre e burroni spaventosi…

Questi Salassi figli delle rocce, capaci di costruire villaggi sfruttando selle, gole, ripiani o alture difficili da vedere e da raggiungere ma dalle quali loro, invece, potevano controllare tutto e anticipare attacchi!

L'altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)
L’altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)

Uno di questi è senza dubbio il castelliere di Lignan, nato alla fine dell’Età del Bronzo e sviluppatosi nell’ Età del Ferro (1200-800 a.C. ca.). Un abitato di forma ellittica, ben protetto da mura a controllo di vie di transito in quota, un tempo ben più attive e frequentate di oggi utili, agli scambi e alle comunicazioni tra vallate confinanti sia da est a ovest che in senso nord-sud. Da vedere! Oltretutto nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale! Lassù, vicino alle stelle….

E sotto stelle più brillanti e vicine che mai eccoci raggiungere Oyace, luogo dal fascino autentico ed essenziale: una natura rigogliosa dominata dal severo profilo della Tornalla, una torre del XII secolo di forma ottagonale, caratteristica che la rende unica in Valle d’Aosta!

La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)
La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)

La leggenda la vuole costruita da un non meglio precisato gruppo di Saraceni (presenza comunque assai diffusa nelle tradizioni popolari delle Alpi nord-occidentali!) per poi divenire proprietà di altrettanto poco noti Signori di Oyace i quali, macchiatisi di iniqui comportamenti, vennero estromessi dai Savoia fino al sopraggiungere, sul finire del Duecento, dei Signori di Quart che estesero la loro giurisdizione in tutta la Valpelline.

Siamo in una vallata strategica e molto importante sin dalle epoche più remote; una vallata che lega il suo nome alla divinità alpina Pen, il dio delle vette, cui era dedicata anche la rupe sacra al colle del Gran San Bernardo. Una vallata permeabile, una vera cerniera tra popoli del nord e del sud della catena alpina.

Raggiungiamo Ollomont, già conosciuto al tempo degli antichi Salassi che comunicavano con le genti del Vallese per lo scambio di metalli e bestiame attraverso la Fenêtre Durand che si apre in fondo alla valle a 2803 m, fra il Mont Gelé e il Mont Avril. Sembra che proprio attraverso la Fenêtre Durand, Calvino, riformatore protestante, si sia rifugiato in Svizzera dopo le storiche giornate del 1536, quando i valdostani presero la decisione di rimanere fedeli alla religione cattolica e cacciarono i protestanti. Una targa ricorda poi l’espatrio clandestino in Svizzera, nel settembre del 1943, di Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica, costretto alla fuga dalla polizia nazifascista. Colpito dalla tranquillità e dalla bellezza dei luoghi, il Presidente scelse la Conca di By come meta delle proprie vacanze.

Anche in questo selvaggio angolo di montagne, ascoltando attentamente il rumore del vento misto allo scrosciare delle acque, potremmo udire una voce sottile, a tratti un mormorio, un canto “silenzioso” che si imbriglia tra i rami degli alberi e danza tra le rocce rimbalzando sui fiori…è la voce della Fata di Ollomont, da poco riportata “a casa” dall’artista Giuliana Cunéaz.

Lungo il Ru  du Mont, narra le leggenda, in un tempo lontano viveva una fata che poteva assumere l’aspetto di un serpente bianco. Questa fata benevola era la guardiana del Ru che, grazie a lei, continuava a scorrere e funzionare. Purtroppo un giorno un nuovo custode geloso si fece avanti e uccise il candido rettile che aveva il suo rifugio nei pressi di una galleria scavata nella roccia.

Fu fatale! La morte della Fata portò sventure e disgrazie e il Ru franò miseramente… Oggi ul bianco spartito ricollocata da Giuliana Cunéaz, insieme ad altri sparsi un pò sull’intero territorio regionale, tra cui ricordiamo la morena di Gressan, Ozein e il Miage di Courmayeur, si pone l’obiettivo di far rivivere le Fate e far ripercepire il loro melodioso silenzio.

Ma lasciamo ora la valle di Ollomont e, oltrepassato il Rifugio Champillon, entriamo nella valle del “Grande”, nel territorio di Saint-Rhémy-en-Bosse, storica borgata di strada nata e sviluppatasi lungo l’antica Via romana delle Gallie.

Una zona a dir poco strategica e per tale ragione abitata sin da quando i ghiacci si sciolsero lasciando pascoli, boschi e tanta acqua. Si ha notizia di necropoli tardo-neolitiche messe in luce nei pressi della chiesa a metà Ottocento.Ma il tracciato diretto al sacro valico del dio Pen, prima di venire romanizzato e dedicato al Sommo Giove, era un sentiero ripido e pericoloso infestato da briganti, Con l’insediarsi del controllo romano, quel sentiero si allargò fino a diventare strada militare e commerciale con l’imperatore Claudio, colui che trasformò l’insediamento veragro di Octodurus nella colonia di Forum Claudii Vallensium, l’attuale Martigny.

Valle di storie e passaggi;dai romani alla Via Francigena, qui, esattamente e metà strada tra Roma e Canterbury.

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Per non parlare, poi, del famoso passaggio di Napoleone Bonaparte, da poco divenuto Primo Console della Repubblica Francese, quando, nel maggio dl 1800, alla testa della Grande Armata (di cui faceva parte anche un certo Stendhal) superò arditamente i gioghi e i dirupi del Sommo Pennino influenzando, a sua insaputa, la vivace e colorata tradizione carnevalesca locale con le maschere delle Landzette. Le cronache dell’epoca evidenziano che il villaggio di Saint-Rhémy, insieme a quelli della valle del Gran San Bernardo, dovette sostenere ingenti spese per ospitare l’intero esercito napoleonico al suo passaggio.

Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)
Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)

E lasciandoci quindi alle spalle una vallata dove avremmo voluto fermarci solleticati dall’invitante profumino del Jambon de Bosses DOP, un prosciutto crudo dolce e aromatico stagionato alla frizzante aria del “Grande”, eccellenza della charcuterie regionale,  allunghiamo il passo ormai “in riserva” per muscoli e polmoni, addentrandoci nel selvaggio vallone di Merdeux che, con quello vicino di Thoules è oggi regno incontrastato della wilderness!

Thoules… consentitemi un altro piccolo inciso perché la mia “mente malata da archeologa” mi porta lì, a Thule…  Un nome tramandato dalla storia, dalla leggenda e dalla fantasia popolare, un luogo che, da sempre, identificava una terra lontana. Tule: terra sperduta e dimenticata nei ghiacci del nord (Dante, ad esempio, la colloca nell’attuale Islanda); per altri l’estremo lembo di terra occidentale oltre le colonne d’Ercole.

Cosa sia veramente Thule forse siamo destinati a non scoprirlo mai: sicuramente è una Terra che ha suscitato l’interesse dei popoli antichi, creando un mito che si è trasformato in leggenda fino ad arrivare ai giorni d’oggi. E queste vallate nude, scabre, popolate da stambecchi, me la evocano istintivamente…

Basta sognare e “perder tempo”! C’è ancora un arduo tratto da percorrere! Una tappa (indispensabile) alla base-vita del provvidenziale Rifugio Frassati prima di tirare letteralmente il collo per raggiungere lui, il mitico col Malatrà! Un nome decisamente significativo: presumibilmente un derivato dal latino tardo “mala strata” poi divenuto “malastrà”, cioè un “passaggio cattivo”, molto difficile!

Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà - Courmayeur.
Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà – Courmayeur.

Penso sia un sogno di chi partecipa al Tor arrivare quassù, in questa impervia breccia tra le rocce a 2925 mt, dove l’ultimo tratto è stato attrezzato con scalini ed una corda, per scattare quella foto… la foto emblematica che dice che sei quasi arrivato! Da qui la discesa alle Alpi di Giuè e Malatrà superiore, quindi al Rifugio Bonatti (2025 m) e da questo al fondo valle in località la Remisa (1695 m) ti porterà fino a Courmayeur sulla passerella degli eroi! Da quassù dove riesci a sentirti un gigante tra i Giganti, dover ti senti più vicino alle cime degli dei, apri le braccia, respiri forte e davanti ai tuoi occhi si apre uno spettacolo mozzafiato: tutt’intorno la catena del Gigante più gigante di tutti, il Monte Bianco.

L’orizzonte si apre, si allarga e si allunga fino alla Val Veny dove si ergono le sagome inconfondibili delle Pyramides Calcaires! Sulla destra si stagliano la mole possente della Brenva e il profilo acuminato dell’Aiguille Noire du Peuterey.

La Val Ferret serpeggia scendendo di quota rivestita di un manto verdeggiante. E laggiù, tu lo sai, laggiù l’ultimo riso d’Italia, Courmayeur, da dove eri partito, ti aspetta!

Ci sei! Ben tornato, ero dei Giganti!

Stella

Tor des Géants. Correre tra montagne di storia! Da Courmayeur a Pont-Saint-Martin.

Ci sono tanti modi di partecipare al Tor des Géants. L’Endurance-Trail più duro al mondo avrebbe festeggiato quest’anno la sua undicesima edizione…, caspita! Una gara molto più di una gara… è il TOR!
C’è chi corre per arrivare tra i primi e chi corre in montagna perché ama questa disciplina; chi corre per filosofia, per auto-analisi, per sfidare se stesso. C’è chi partecipa al Tor provenendo dall’altra parte del mondo perché vuole esserci, punto e basta! Ma c’è anche chi, nonostante i ritmi da super-eroe, vuole prendersi i suoi tempi per godersi dei momenti speciali. Momenti unici e irripetibili tra le montagne della Valle d’Aosta!

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. A volte può esserti ostile, spezzarti le gambe e troncarti il fiato… Oppure ospitale dandoti il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo che scivola dolcemente nell’autunno.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo.

A cominciare da subito, da Courmayeur! Che emozione, ogni volta, la partenza…Uno spettacolo vedere questo fiume colorato e brulicante di atleti che attendono frementi un count-down da brivido ai piedi del “Gigante dei Géants” sfolgorante di bianco e di roccia!

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Tor_Geants_18_Day1_Courmayeur_start_ph-Stefano-Jeantet_LD-23

Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come nelle viscere segrete della chiesa di S. Pantaleone, dove le testimonianze archeologiche più antiche risalgono verosimilmente al III secolo d.C.!

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O come la piccola frazione di La Saxeun grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella del villaggio si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane.

Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

LaSaxe--veduta_1930
LaSaxe–veduta_1930

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che accompagna fino nella selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, ma in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Ma il Tor prosegue veloce; restano sommersi sotto i piedi degli atleti questi millenari segreti. Tutt’intorno il trionfo delle vette e dei ghiacciai. Il fiato si mozza e allora, forza, alza la schiena, alza le gambe, apri le spalle e respira più che puoi!

Da Courmayeur si piega sull’Alta Via numero 2. Tra colli e passaggi incredibili; tra scenari dalla bellezza a dir poco eccezionale e pendenze da brivido!

E si arriva nella zona di La Thuile, l’antica Ariolica, la “terra di mezzo” dell’eroe greco, il Graio semidio cui vennero qui dedicati altari leggendari. Il Piccolo San Bernardo, il colle di Giove dall’impenetrabile volto d’argento.

Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)
Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)

E da qui a Valgrisenche, altra strategica terra di scambi e passaggi. Quello scabro Col du Mont dal quale nei secoli son passati soldati, mercanti, artisti e partigiani. Valgrisenche, così selvaggia ed autentica, eppure insospettabile scrigno di fulgide cappelle barocche, piccoli camei di arte alpina. Lo splendore del sacro in una natura abbagliante dove persino il cielo si fa palpabile.

Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)
Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)

E si corre, si continua tra le rocce alla volta di Rhêmes-Notre-Dame dove, in una Natura dominante, già nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a ben guardare si noterà una moltitudine di mulini, forni e chiesette spesso incastonati in villaggi da favola.

Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)
Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)

Ma non ci si può fermare! Col de l’Entrelor, Eaux Rousses, Col Loson attraversando, quasi a volo d’uccello, la selvaggia Valsavarenche. Profondi canaloni, boschi di larici, abeti rossi e pini cembri; tappeti di rododendri di incomparabile bellezza; anfiteatri rocciosi e alpeggi… null’altro se non i fischi delle marmotte, il grido dell’aquila e il silenzioso volteggiare dei gipeti.

Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)
Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)

E si raggiunge Cogne. Una meravigliosa perla che dei lunghi periodi di isolamento e dei frequenti contatti col Piemonte ha fatto ricchezza e peculiarità. Cogne è frutto di una magia: la magia dei lunghi inverni, la magia della neve che blocca ma preserva, bianca e severa custode delle genti e delle loro tradizioni.

Narra la leggenda che i primi abitanti di Cogne provenissero dalla Val Soana, nel vicino Piemonte. Una vallata il cui nome deriverebbe dal latino “soprana”: una valle alta, terra di pastori e transumanze, dunque, ma anche terra di miniere nonché di continui andirivieni e sovrapporsi di popoli. Quanti i legami con Cogne!

Un legame che si riallaccia nella misteriosa figura di San Besso, uno dei martiri della mitica legione tebea e che si intreccia nella figura di Sant’Orso (cui è intitolata la parrocchiale). E’ tradizione infatti che Orso, arcidiacono di Ploceano, il malvagio vescovo di Aosta, sfuggendo alla persecuzione degli Ariani, predicasse nella Valle Soana contro le eresie; ed in Campiglia (non a caso la località dove, si dice, venne martirizzato Besso) si trova un sito tuttora chiamato platea S. Ursi ( la piazzetta di fronte alla chiesa parrocchiale)… vedete voi…

Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant'Orso
Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant’Orso

Per non parlare, poi, della meraviglia archeologica situata ad una manciata di km da Cogne scendendo verso Aymavilles: il ponte-acquedotto del Pont d’Ael, risalente all’anno 3 a.C.! Un vero capolavoro di ingegneria idraulica romana voluto da un privato, peraltro ben inserito nella cerchia dell’imperatore Ottaviano Augusto: il padovano Caius Avillius Caimus. Costui investì “pecunia sua” per realizzare questa infrastruttura utile a convogliare le acque del Grand Eyvia da Chevril (dov’è stata riconosciuta l’opera di presa) fino alle cave di bel marmo grigio venato di Aymavilles, un materiale ampiamente utilizzato nella monumentalizzazione della colonia di Augusta Praetoria!

Ebbene, Caio Avillio Caimo era un  esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale, in particolare nelle valli di Lanzo e dell’Orco (e la Soana è proprio lì!). Altro interessante indizio storico dello stretto legame tra questi due versanti, non vi pare?

Il respiro del grande prato di Sant’Orso; la dolcezza della Valnontey; il fascino delle cascate di Lillaz; i complicati giochi dei tomboli e l’enigmatica figura del dottor César-Emmanuel Grappein, il più celebre cognein di tutti i tempi, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)
Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)

Senza dimenticare naturalmente la lunga storia mineraria che per secoli ha segnato profondamente non solo il territorio, ma lo stesso tessuto sociale e la vita degli abitanti di Cogne.

Cogne-miniere (ecobnb)
Cogne-miniere (ecobnb)

E dal villaggio di Lillaz si attacca la grande traversata che, dal Rifugio Sogno, condurrà al Misérin, al Dondena e infine a Champorcher.

Terre alte, dall’aspetto poeticamente severo e dolce allo stesso tempo. Altipiani incastonati tra vette ricamate da lunghe lingue nevose e impreziositi da laghi trasparenti, spesso effimeri. Terre magiche dove da sempre l’uomo avverte il respiro divino. E non è un caso se attraversando gli spazi e i silenzi di questi luoghi, si incontri da vicino Lei, la Madonna, protettrice di chi sale (Assunta), protettrice di chi cammina e di chi si avvicina così tanto al cielo…

Il santuario mariano del Misèrin, a 2.583 metri di quota sulle rive dell’omonimo specchio d’acqua, ad esempio, è davvero un luogo speciale avvolto da un’atmosfera che attrae e rapisce. Un luogo magnetico dove, fatalmente, troviamo ancora traccia della leggendaria legione tebea i cui componenti (da San Besso a Sant’Ilario, da San Vittore a San Maurizio) hanno profondamente segnato la storia religiosa delle nostre vallate.

La leggenda vuole, infatti, che un militare romano cristiano di questa legione, sfuggito ad un massacro, si fosse rifugiato nell’alta valle di Champorcher portando con sè una statua della Madonna. Nel XVI Secolo, la statua fu rinvenuta sulle rive del lago da alcuni pastori e si decise che fosse quello un segno divino affinché venisse costruito un luogo di culto.

Santuario al lago Misérin
Santuario al lago Misérin

C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)
Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)
Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Bard-borgo e Forte (Artemagazine)
Bard-borgo e Forte (Artemagazine)

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie
Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Donnas-la chiesetta di Sant'Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)
Donnas-la chiesetta di Sant’Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

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Pont-Saint-Martin, ponte romano del I secolo a.C. (tordesgeants.it)

E le mura di neve furono varcate. Il Piccolo San Bernardo in festa!

Il lungo inverno è giunto al termine… o quasi. A fine maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto circa 7 metri di neve.

Tuttavia, il 23 maggio, i mezzi italiani e francesi hanno inciso quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino alla fine dell’epoca neolitica,periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.

Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dal genio romano nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo. 

E non è un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’Ungheria, terra dove Martino nacque nel 316 d.C., e la Francia: Tours, dove riposano le sue spoglie.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria “terra di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. E’ la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, è uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro, allo spirito, alle tracce del più remoto passato.

Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.

É la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente all’Età del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.

Il cromlech è costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2  o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Il cromlech com'è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.
Il cromlech com’è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.

Nelle vicinanze è stato scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda età romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona è stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichità.

Qui, dove soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.
Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far loro perdere la strada; questa colonna in origine doveva far parte del monumento mentre ora è di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis Graia che, non a caso, proprio da lui prende il nome:

“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)

Situato sullo spartiacque dei bacini della Dora Baltea e dell’Isère, il monumento si trova in una posizione straordinariamente significativa anche dal punto di vista astronomico.
Ogni 21 giugno, alle 19.30, il sole tramonta dietro una sella del Lancebranlette, una vetta a Nord Ovest dell’orizzonte, e proietta due falci d’ombra che progressivamente abbracciano il cerchio di pietre fino a lasciarne illuminato soltanto il centro.

E’ la millenaria magia del solstizio d’estate!

Il tramonto dietro la vetta del Lancebranlette
Il tramonto dietro la vetta del Lancebranlette
La gente, seduta attorno al cromlech, assiste all'abbraccio delle due falci di ombra aspettando l'ultimo raggio di sole allineato sulla pietra appuntita.
La gente, seduta attorno al cromlech, assiste all’abbraccio delle due falci di ombra aspettando l’ultimo raggio di sole allineato sulla pietra appuntita.

 

É quel limes, ossia quell’ invisibile ma presidiata linea di confine voluta dalle legioni romane che qui, a 2.188 metri di quota, dal I secolo a.C. si sono insediate costruendo due mansiones (punti tappa lungo la via delle Gallie) e venerando il Sommo Giove.

TUTTI ALLA PASS’ PITCHÜ

E’ tempo di “Pass Pitchü”, la festa del “Passo Piccolo” che quest’anno si tiene domenica 23 giugno nella vicina Seez, in Tarentaise.

Seez (da France Voyage)
Seez (da France Voyage)

Viva e sentita, questa giornata vuole omaggiare queste genti di confine, i Valdostani e i Savoiardi, così simili tra loro per identità culturale, per storia e per lingua, ma divise dai conflitti più recenti e da un valico che, nei lunghi mesi invernali, è del tutto inaccessibile, chiuso da impenetrabili coltri nevose.

É l’omaggio ad una forma di vicinanza, quasi di convivenza, in cui i pascoli vengono vissuti e condivisi, talvolta non senza qualche scaramuccia, dalle mandrie dei due côtés.

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Le bionde mucche savoiarde dal lucido muso nero, le miti pezzate bianche e rosse e le scure castane valdostane, fiere e robuste.

La stessa aria, la stessa erba, la stessa acqua, ma diverse tradizioni casearie che producono formaggi dagli aromi e dai profumi tra loro differenti ma ugualmente accattivanti.

La festa è anche mercato, scambio, come gli stessi colporteurs ci insegnano da secoli: l’inconfondibile profumo della Fontina si mescola alla fragranza del Beaufort.

Il binomio “montagna-formaggio” ha una storia molto lunga! La fama dei formaggi d’alpeggio, infatti, risale (almeno) all’epoca romana. Plinio il vecchio (I secolo d.C.) elenca tra i formaggi apprezzati a Roma il Vatusico proveniente dalle Alpi Graie (Alta Savoia-Valle d’Aosta-valli torinesi). Per poter essere trasportato per 1000 km sino a Roma doveva essere non solo un formaggio ben stagionato e duro, ma anche un formaggio di valore. Nell’Historia augusta (raccolta di biografie di imperatori redatta nel IV secolo d.C.), Giulio Capitolino ci racconta che l’imperatore Antonino Pio mangiò tanto avidamente il formaggio alpinus che di notte vomitò e il giorno dopo fu preso da febbre e morì; un’indigestione fatale! C’è chi identifica nel formaggio alpinus un formaggio grasso d’alpeggio (della famiglia della Fontina, Gruyere, Bettelmat, Bitto, Formai de Mut).

Certo, quale sia stato davvero questo formaggio è assai arduo sapere, sta di fatto che tutti sono assolutamente irresistibili e molto versatili in cucina!

E’ bello scambiare due chiacchiere coi “cugini” di Seez, assaggiare il loro pane, i loro dolci e i loro salumi: le jambon séché et fumé, così come i saucissons aux noisettes…perché no?! Sin dal mattino è bello aggirarsi e curiosare tra le tante colorate bancarelle del mercato transfrontaliero disposte lungo la via centrale e la piazzetta della chiesa di Saint Pierre…

La chiesa di Saint Pierre a Seez (da Panoramio)
La chiesa di Saint Pierre a Seez (da Panoramio)

La Pass’ Pitchü rappresenta la prima festa popolare franco-valdostana della stagione. I paesi di Séez Saint-Bernard La Thuile, due paesi dal carattere artigianale molto pronunciato, da 18 anni organizzano a turno questa manifestazione che riunisce un numero considerevole di artigiani delle due valli che presentano i loro prodotti.

Dopo la Santa Messa delle 11, si terrà l’importante cerimonia, densa di significato, del passaggio della chiave delle porte del “Piccolo” da una comunità all’altra.

La Thuile e Seez: paesi amici, gemelli, entrambi custodi di questo valico millenario, della sua identità, delle sue genti.

Stella

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Un’antica chiesa disegnata dalla Luna e protetta da una montagna sacra. L’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune (CH)

Ad un mesetto dalla Pasqua vorrei suggerirvi una breve ma spero interessante gita “fuori porta” nel vicino Vallese svizzero, ad una manciata di km da Martigny: Saint Maurice d’Agaune, l’antica Agaunum, centro dei Galli Veragri. Un luogo assolutamente strategico, già noto ai Romani, che qui avevano creato uno snodo viario e militare lungo l’asse di collegamento tra Roma e le regioni germaniche.

E proprio a Pasqua è il momento migliore per visitare la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui nel 2015 si sono festeggiati i 1500 anni!

Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Già prima del burgundo Sigismondo, nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, non solo semplice insediamento abitativo, ma anche importante luogo sacro dei Celti indigeni. I Romani, precedentemente, vi avevano ricavato sia una necropoli che un ulteriore santuario dedicato alle Ninfe dell’acqua. Il complesso voluto da Sigismondo venne quindi danneggiato da una terribile incursione longobarda nel 574 d.C.; seguì una terza chiesa poi ancora ampliata. Finché, sul finire dell’VIII secolo d.C., si realizzò una quarta chiesa ancora più grande e connotata dalla particolarità di avere l’abside ad Occidente anziché, come di solito, ad Oriente.

Ma i guai non erano finiti: appena un secolo più tardi l’intero complesso fu nuovamente vittima della barbarie saracena. Quindi, nell’XI secolo fu ancora ricostruito dall’abate Burcardo I che volle, come emblematico ingresso monumentale alla chiesa, un originale campanile-nartece.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo (tra cui le più significative condotte dall’archeologo Louis Blondel negli anni ’40 – ’60 del secolo scorso) hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C. … una rarità!

Un denso ed intricato sovrapporsi di architetture sempre volute, costruite e ricostruite addosso a quello sperone roccioso impregnato di antica sacralità. Un baluardo naturale che, però, fu anche la causa di una devastante rovina.

Nel 1611, infatti, proprio da lì si staccò quell’enorme macigno che distrusse completamente la bella chiesa romanica obbligando i monaci a farne costruire una nuova ma con diversa collocazione, ruotata di 90° sebbene sempre adiacente alla parete rocciosa. Quello che si vede oggi è lo scavo aperto tra la parete rocciosa e l’edificio seicentesco che risulta privo di facciata, poiché è inglobata nella roccia.

Della prima chiesa del IV secolo solo poche tracce sono, ahimè, giunte fino a noi e con fatica riconosciute e rilevate da Blondel. Ad ogni modo, oltre a datarla grazie al metodo del Carbonio14 agli anni compresi tra 380 e 390 d.C., è stato anche possibile calcolarne l’orientamento, elemento assai curato e al quale si prestava sempre grande attenzione. Insomma, questa prima chiesa (quella del vescovo Teodulo per capirci) risulta allineata sull’orizzonte locale con il sorgere della Luna piena al lunistizio estremo superiore, evento che, negli anni della presunta costruzione, era associato alla Luna piena il 22 dicembre del 386 andando così a coincidere col solstizio d’inverno, un momento astronomico (come si è già osservato più volte) decisamente ricercato e carico di aspettative per i popoli dell’Antichità. 

In quell’anno, il 386 d.C. appunto, la Luna sorgeva verso le 15:40 sull’orizzonte astronomico e appariva dietro la montagna ben visibile nel cielo circa due ore dopo, nel momento in cui il Sole stava tramontando. Che impatto straordinario doveva essere vedere quel grande disco luminoso spuntare dietro il profilo aguzzo ed incombente della montagna…

La chiesa voluta da Sigismondo, invece, parrebbe allineata verso il tramonto del Sole nel giorno della festa di San Maurizio, ossia il 22 settembre: “Agaune Natalem sanctorum Mauricii“.

Decisamente rilevante, inoltre, come l’antico edificio battesimale burgundo, oggi non più visibile ma di cui sono state rilevate ed analizzate le tracce in fondazione, risulti allineato al sorgere del Sole del 19 aprile del 515 d.C.: Pasqua!

Siccome si tratta di una ricorrenza mobile, è difficile dimostrare, in assenza di testimonianze scritte incontrovertibili, che la prima pietra sia stata posata proprio in quella circostanza, ma alcuni studi recenti dimostrano come in diversi casi di fondazione di battisteri (e non solo) ricorrano allineamenti analoghi.

Per chi desiderasse approfondire l’argomento, segnalo l’interessante articolo della dott.ssa Eva Spinazzè dal titolo “Un Santo, una Pasqua e un lunistizio a Saint Maurice d’Agaune, pubblicato negli Atti del Convegno “Il Cielo in Terra ovvero dalla giusta distanza” promosso dalla Società Italiana di Archeoastronomia e tenutosi a Padova nel 2013.

 

Allora, vi va di andare a vedere di persona?

Vi troverete davanti ad un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito e respirare tutto il sacro della roccia, dell’acqua, del Sole e, soprattutto, della Luna.

Stella

Monte Bego. Il “meraviglioso” regno di roccia del Dio della Tempesta

Quando odi tra i monti il cupo rimbombo del tuono che riecheggia e si spande tra le valli; quando vedi scuri nuvoloni addensarsi sulle vette e poi piano piano sfrangiarsi e arrotolarsi tra i boschi impigliandosi nei rami dei pini… Ebbene, è quella la voce del Dio della Tempesta!

Giusto 2 anni fa ho avuto finalmente il privilegio di andare di persona alla corte di questo dio misterioso, amato e temuto. Vi voglio raccontare questo viaggio e portarvi con me appena oltre confine: a #Tenda ( per dirla in francese, Tende), nel dipartimento delle Alpi Marittime. Dalla Valle d’Aosta non è lontano: direzione Cuneo, poi Limone Piemonte e via verso il tunnel del colle di Tenda.

Una valle lunga e stretta, dalla natura severa ma dai villaggi incantati. Una specie di piccola Valle d’Aosta “al contrario” dove, nonostante si sia in territorio francese, quasi tutti hanno cognomi italiani, le insegne dei locali e degli alberghi sono spesso in italiano così come i nomi delle strade, delle piazze… tutti capiscono e molto spesso parlano l’italiano. Una terra di confine che nel tempo è sempre stata sballottata dagli eventi e dalla geo-politica un po’ di qua e un po’ di là!

#Tenda è abbarbiccata sul pendio di un monte; sembra quasi uno di quei pittoreschi borghi del Centro Sud d’Italia. Le case strette le une alle altre e la grande chiesa lassù, in alto, nascosta tra i vicoli ma splendente di una facciata color corallo. E ancora più sù, miracolosamente “sospeso” su una cresta rocciosa, il castello dei Conti Lascaris, arricchitisi grazie all’esazione di “salati” pedaggi lungo la… Via del Sale (non a caso).

Prima tappa (imperdibile!) il Museo “delle Meraviglie”, nel centro di Tenda. Ma perché si chiama così? Perché al suo interno custodisce le “meraviglie” di quest’area disegnata, incisa nel senso più letterale del termine, dallo scorrere della storia. Una Storia con la “S” maiuscola, plurimillenaria, che ha iniziato a lasciare tracce sin dal VI millennio a.C., in epoca neolitica. Siamo infatti nella Valle delle Meraviglie, inserita insieme alla vicina Valle di Fontanalba, nel Parco naturale del Mercantour.

Una Valle dal nome fiabesco che le credenze popolari hanno, però, sempre un pò temuto. I pastori sapevano di quegli strani segni incisi sulle lisce pietre levigate da antichi ghiacciai ormai scomparsi. Una valle dall’aspetto lunare…direi assai simile alla nostra zona del Mont Avic, nella sua parte più alta. Strani segni, dicevamo… Figure zoomorfe e geometriche incise sulle rocce. Decine, centinaia, migliaia… a perdita d’occhio! Adagiate ai piedi della vetta rocciosa del Monte Bego (2872 metri), le valli delle Meraviglie e di Fontanalba presentano un interesse archeologico, etnografico e naturalistico unico!

Un paesaggio geologico glaciale dal fascino pervasivo racchiude circa 40.000 incisioni rupestri per la maggior parte datate tra IV e III millennio a.C.! Oltre 4.000 rocce, infatti, presentano segni con caratteristiche ricorrenti. Primeggiano i “cornuti”, i segni interpretati come bovidi, spesso affrontati tra loro… sì, un pò come nelle “batailles des reines”! Anzi, al Museo di Tende sono anche visibili degli oggetti in pietra ed in osso raffiguranti questi bovini (molto stilizzati) con grandi corna! Le corna, simbolo dei grandi bovini, dei tori. Il toro, sin dalla notte dei tempi e in numerose culture, animale totemico legato alla forza, alla virilità, ma anche al dirompere dell’acqua. Si pensi alle classiche divinità dei fiumi nel mondo greco, romano e medio-orientale assimilate a tori. Singoli, aggiogati o affrontati..questi animali ricorrono spessissimo; un leit-motiv quasi ossessivo! Costanti, ripetuti, ricalcati… una sorta di litania di pietra sulla pietra…

Insieme ai bovini altri segni tra i quali si distinguono dei quadrati suddivisi al loro interno di parcelle, come delle scacchiere: i campi coltivati? Dei villaggi cintati visti dall’alto?

Ma appaiono anche oggetti: molti pugnali, ma anche alabarde. Strumenti guerrieri, aristocratici, ma anche cultuali. Pugnali interpretati anche come fulmini, come le saette brandite dal dio delle tempeste. Potevano non provarne paura le popolazioni della zona incapaci di interpretare questi segni? La storia alla base della leggenda. La leggenda che nasconde e dissimula la storia.

Ecco da cosa sono nate le diverse credenze. Valli abitate da demoni e  da streghe; valli dove poteva essere molto pericoloso attardarsi, perdersi..magari per non tornare mai più! Non è lontana da qui la Valmasca (in Piemonte) il cui nome include lei, la “masca”, ossia la “strega”. Splendide escursioni, a piedi o con l’aiuto di mezzi 4×4, si possono fare tra Francia e Italia, in questa zona così vissuta, segnata, contesa. Tra la Via del Sale, la Strada Reale sabauda e una costellazione di fortificazioni e casematte.

Valli abitate da esseri fantastici e temibili. Un’altra vetta laterale della Valle delle Meraviglie ancora oggi si chiama la Cima del Diavolo; si dice che quando il tempo peggiora, le prime nuvole minacciose, nere, cariche di pioggia, arrivino proprio da lì… oltre che dal Monte Bego, vero sovrano di questo luogo. Assomiglia al Mont Avic: isolato, appuntito, ruvido e spigoloso. Lassù, si narra, risiede le Dieu de l’Orage, il Dio della Tempesta. E infatti lassù, in vetta, non ci sono segni. Lassù non servono perché è la casa del dio; il divino è immanente! Quel dio tanto invocato e pregato proprio attraverso le migliaia di segni ed incisioni sparsi in queste valli così scabre, dove stagionalmente appaiono laghi effimeri simili ai laghi incantati delle fate; dove le piogge abbondanti e violente trasformano gli scivoli rocciosi in terribili cascate d’acqua. Una terra di pastori, perlopiù. Una terra dove l’acqua è preziosa, indispensabile. Dove per avere quest’acqua così sospirata bisogna pregare, e tanto, ancora oggi!

Qui si possono fare delle escursioni “meravigliose”… meravigliose per davvero, nel senso letterale del termine! Ve lo racconto perché le ho fatte! Con l’aiuto di una delle bravissime e preparatissime guide locali potrete inoltrarvi in questo magico regno di roccia e scoprire, leggere ed interpretare queste “preghiere” su pietra lontane millenni. Ma non solo: c’è un’iscrizione latina dal gergo un po’… triviale. E brani di preghiere cristiane; addirittura un’immagine taurina trasformata in volto di Cristo! E nomi, date, firme…ricordi.. che si perdono tra vite di pastori e di soldati, quassù, dove il mondo è lontano, apparentemente inafferrabile. Vi giuro che mi sto ancora emozionando adesso che vi scrivo di questi luoghi, di questi orizzonti, di queste vette. Due volte sono stata qui e per due volte, pur con una mattinata di sole, nel pomeriggio abbiamo udito quella voce cupa ed inconfondibile… la voce del tuono, accompagnata dalla pioggia. La nostra escursione-preghiera aveva funzionato? Oppure il Dio della Tempesta manifestava la sua ira?

E infine arrivi là, davanti allo “sciamano”: così è chiamato un segno composto da altri segni combinati tra loro cui si aggiungono, lateralmente, delle “manine” reggenti due pugnali. Lo Sciamano, non a caso, “guarda” direttamente verso la cima del Monte Bego. E’ lui, il sacerdote più importante, il mezzo, l’ambasciatore, il tramite tra l’uomo e la divinità.

E quando poi ritorni a valle ancora te la senti dentro (certo, se si è sufficientemente sensibili) quell’energia, quella sottile ma palpabile magia emanata dalle rocce. Hai avuto il privilegio di recarti al cospetto del Dio della Tempesta, ripetendo dei passi e ricalcando dei sentieri percorsi da migliaia di uomini per migliaia e migliaia di anni.

Stella

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Ti racconto un viaggio in Valle d’Aosta … 2000 anni fa!

Una giornata di tempo variabile: bello al mattino e poi, progressivamente, sempre più nuvoloso… le nuvole scure e panciute si addensavano su quell’enorme massiccio coperto di neve e ghiacci. Una montagna maledetta, dicono in molti..sarà…io non conosco le montagne, men che meno montagne come questa..così immensa, imponente… Sì, spaventa, ma è davvero una meraviglia… Il tempo peggiora rapidamente, quindi ci fermeremo qui, in questo grazioso vicus di cui ancora non conosco il nome. Siamo sulla Via delle Gallie e dovremmo arrivare ad Ariolica (La Thuile) in tempo per le nundinae di mezza estate dove proveremo a commerciare con i mercanti Allobrogi e Lugdunensi, ma ora è impossibile proseguire il viaggio, sarebbe troppo rischioso (anche perché ci hanno detto che il tratto di strada che conduce ad Ariolica è molto stretto e ripido e in più i cavalli sono stanchi…). Troviamo posto in una piccola mansio dove ci viene subito offerta una bella zuppa calda accompagnata da un profumato pane di segale. Ci viene chiesto da dove arriviamo ed io, che amo fare amicizia (e sono una gran chiacchierona), inizio a raccontare…

IN VIAGGIO DA EST A OVEST

Il nostro viaggio è stato lungo, molto! Siamo partiti da lontano, dalla bella città di Patavium (Padova), città di acqua e di terra, incastonata tra le anse del Meduacus (il fiume Brenta)nella X Regio. Abbiamo attraversato tutta la grande pianura del fiume Padus (Po, che i Galli chiamano Bodinco), quella che in tanti chiamano Gallia Cisalpina, al di qua delle Alpi. Io mi chiamo Gaia Avillia e sto viaggiando con mio marito, un ricco commerciante di stoffe interessato a sviluppare i suoi affari nelle terre del nord-ovest e che avrebbe in animo di stabilirsi nell’ XI Regio Transpadana.

Ma vorrei raccontarvi brevemente il nostro viaggio. Dopo un primo tratto lungo la Via Postumia fino a Verona, abbiamo preso la cosiddetta “Via Gallica” fino a Mediolanum (Milano), grande centro di origine insubre allo sbocco delle vallate alpine. Lì ci siamo fermati alcuni giorni. Col cielo terso lo sguardo poteva correre sull’orizzonte fino ad intravedere, in lontananza, come fosse un sogno, le catene delle Alpes, spettacolare corona della grande pianura, intensamente coltivata e centuriataQuindi ci siamo rimessi in marcia unendoci ad un’altra famiglia e ad un gruppetto di  commercianti di vino; prossima destinazione Eporedia (Ivrea).

Quartum, Quintum, Septimumle miglia scorrevano veloci in pianura. Una sosta al municipium di Vercellae (Vercelli) e, il giorno successivo, di nuovo in strada verso la colonia di Eporedia…che strano nome..mi dicono sia di origine gallica e sia legato alla lunga tradizione nell’allevamento dei cavalli. Pare inoltre vi venga venerata una dea di nome Epona, sempre raffigurata su un destriero.

Ci riposiamo un paio di giorni e ne approfitto per una passeggiata rigenerante lungo la Duria… che meraviglia i monti e queste dolci colline… I nostri amici commercianti di vino, invece, decidono di fermarsi di più perché la zona ha dei vigneti davvero estesi e notevoli, e loro vogliono capire se riescono ad innestare qualche rapporto coi produttori locali.

E giunge infine il giorno della partenza verso la zona delle alte montagne. Chi ci ha ospitato ci ha ben redarguito e avvisato; dovremo fare grande attenzione perché nella Vallis Augustana la strada è irta di difficoltà.

Ricordo benissimo il mio stupore quando arrivammo in prossimità di un ponte grandissimo e, da lì, in un luogo davvero incredibile dove, per realizzare la strada, era stato necessario sbancare un’intera parete rocciosa a strapiombo sulla Duria…da non credere! Non ricordo se quel minuscolo grappolo di case avesse un nome, ma ricordo che si era a XXXVI milia passuum da Augusta Praetoria: quel miliario così particolare, scolpito nella roccia, e quell’arco tanto insolito…non posso dimenticarli!

Lungo il percorso si incontrava tantissima gente, in particolare soldati e mercanti. Le province galliche erano vicine e questo si vedeva: tratti somatici differenti, abiti dalla foggia a noi estranea e dalle fantasie sgargianti, e idiomi sconosciuti che, spesso maldestramente, provavano a vestirsi di latino!… E si riconoscevano bene i locali, un popolo denominato “Salassi”: gente fiera, apparentemente schiva e di poche parole, grandi e profondi conoscitori dei loro monti inaccessibili, abili cacciatori, attenti allevatori e formidabili produttori di formaggio! Si raccontava che le armate di Augusto li avessero tutti sterminati o fatti schiavi, ma la realtà era ben diversa: molti si erano salvati rifugiandosi nel fondo delle vallate, dove solo loro sapevano addentrarsi, oppure avevano colto la possibilità di fare affari e carriera abbracciando il nuovo regime politico e trasferendosi in città, nella smagliante colonia di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), fondata dal nostro imperatore Ottaviano Augusto nel 25 a.C.

AUGUSTA PRAETORIA … E NON SOLO

Un mio cugino si trova già da tempo in queste terre ; si chiama Caius Avillius Caimus, anche lui padovano, è un imprenditore nel settore dei materiali per l’edilizia e so che è riuscito ad individuare una zona di estrazione di un marmo grigio madreperlato davvero molto apprezzato ed elegante. Grazie ad un manipolo di exploratores assoldati in loco è poi riuscito a trovare una fonte d’acqua da cui ha avviato la costruzione di un ardito canale idraulico scavato nella roccia. Inoltre con la sua nutrita familia di schiavi, liberti e manovalanze ha fatto realizzare un ponte-acquedotto straordinario, incassato in una gola profonda quasi 60 metri (uso le vostre unità di misura per comodità, naturalmente!) e larga meno di 50! Un’operazione per niente semplice e molto costosa. Ma mio cugino, che comunque di denari ne ha parecchi, ha sempre sostenuto che fosse un affare e che avrebbe dato profitto in poco tempo. Questo acquedotto è stato terminato poco più di 1 anno fa (nel 3 a.C.) e funziona a pieno regime! Sono stata con lui a vederlo… impressionante! E potete vederlo ancora oggi pure voi! Si chiama Pont d’Ael.

Beh, mi sono innamorata di Augusta Praetoria, sapete? Che piccola urbs elegante, ricca, industriosa e densa di fascino! Si dice stia crescendo a vista d’occhio… Il foro è magnifico, immenso… degno di una capitale provinciale! Certo, manca ancora un quartiere per gli spettacoli, ma forse verrà costruito, magari tra qualche anno..non si può vivere senza un teatro o un anfiteatro! All’interno delle mura ci sono domus davvero raffinate, ma quando vai nel suburbium…soprattutto in collina, trovi delle ville incredibili! Pensate che gira voce che la prima ad essere costruita fosse di proprietà di Aulo Terenzio Varrone Murena, il legato di Augusto! Ma sì, quello che ha sconfitto i Salassi! Però non è sicuro… Inoltre, si sa, non ha fatto una bella fine, anzi..

Qui è tutto in fermento, tutto un cantiere, e serve di tutto! C’è ricchezza, l’economia gira… mio marito ha già preso diversi contatti!

La zona del Foro è semplicemente abbagliante! La piazza è vastissima in rapporto alle dimensioni della città, con numerose botteghe sempre molto frequentate ed un’elegante basilica giudiziaria estesa lungo il Cardo Maximus.

Un’area immensa (ben 8 isolati! dominata da un’imponente terrazza sacra sulla quale svetta una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla dea Roma, madre dell’impero.

Questa coppia di templi si erge al di sopra di una terrazza incorniciata da un raffinato triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie possono vantare… Una galleria che recinge tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico è un edificio fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti i VIP della città.

Siamo stati in città circa 7 giorni, ma poi ci siamo rimessi in viaggio verso l’Alpis Graia (voi la conoscete come Colle del Piccolo San Bernardo). Saliscendi, rupi rocciose, burroni…mamma mia, mi vengono ancora i brividi se ripenso a quel passaggio così impervio..stretto…una paura! Oh per Ercole, ma come si chiamava? Beh, non lo ricordo, ma oggi voi lo conoscete come Pierre Taillée: vi assicuro che lì è tremendo! Sotto di te hai una forra inquietante e sopra la tua testa la montagna sporgente..ma davanti agli occhi ti si apre, in tutta la sua maestà, questa montagna gigantesca coperta di nevi sfavillanti! La vedi e senti subito che è abitata dagli dei!

Superato questo angusto passaggio e un ponte poco più avanti, il paesaggio finalmente si è aperto in una conca leggermente ondulata, coltivata, bellissima… Ed eccoci qui, in questo villaggio abitato perlopiù da Salassi, ma già abbastanza attrezzato per i viaggiatori e i forestieri.Passeremo qui la notte. Avremmo voluto partire già domani, ma ho implorato mio marito, complice anche il tempo non proprio stabile, di fermarci un giorno in più tra questa gente così accogliente e simpatica. Per quale motivo? Beh, mi sento molto affaticata sapete… Ancora non ne sono certa, ma se Iuno Lucina mi assisterà, l’estate prossima non tornerò solo con mio marito, ma saremo in 3!

Ora però è meglio dormire; la salita dall’ultima statio verso l’Alpis Graia è lunga e molto molto dura. Ariolica ci aspetta e contiamo di fare buoni affari scambiando le nostre sete scintillanti con le pesanti lane alpine e, perché no, qualche saporita forma di caseus locale!

Che gli dei benigni vi accompagnino, amici!

Gaia Avillia (Stella)

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Area Megalitica di Aosta. Il trend del Passato d’Avanguardia

Musée de la Préhistoire. Les Eyzies-de-Tayac, Dordogna, Francia
Musée de la Préhistoire. Les Eyzies-de-Tayac, Dordogna, Francia

 

Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon. Quinson, Alpes de Haute-Provence (Francia)
Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon. Quinson, Alpes de Haute-Provence (Francia)

 

Musée des Gaulois de Bibracte. Borgogna, Francia
Musée des Gaulois de Bibracte. Borgogna, Francia
Museo Retico. Sanzeno, Val di Non, Trentino Alto Adige, Italia
Museo Retico. Sanzeno, Val di Non, Trentino Alto Adige, Italia

 

Neanderthal Museum, Dusseldorf. Germania
Neanderthal Museum, Dusseldorf. Germania

 

Laténium-le plus grand musée archéologique de Suisse. Neuchatel, Vallese, Svizzera
Laténium-le plus grand musée archéologique de Suisse. Neuchatel, Vallese, Svizzera

 

Museo archeologico di Aguntum. Dölsach, Tirolo, Austria.
Museo archeologico di Aguntum. Dölsach, Tirolo, Austria.

 

Museo de la Evolución Humana, Burgos, Spagna
Museo de la Evolución Humana, Burgos, Spagna

 

Nuovo Museo dell'Acropoli. Atene, Grecia
Nuovo Museo dell’Acropoli. Atene, Grecia

 

Metropol Parasol Antiquarium-museo archeologico. Siviglia, Spagna
Metropol Parasol Antiquarium-museo archeologico. Siviglia, Spagna

 

Musée départemental de l'Arles antique. Arles, Provenza, Francia
Musée départemental de l’Arles antique. Arles, Provenza, Francia

 

E questi sono solo alcuni dei musei archeologici tra i migliori in Europa.

Ebbene, vi sembra ancora così inguardabile, così brutta, così vergognosamente sovradimensionata e inappropriata l’Area Megalitica di Aosta? Sì? Beh, sui gusti personali di ognuno certo non voglio entrare, ma vorrei solo spingervi a riflettere su come ormai da alcuni anni, se non di più, la tendenza sia quella di inserire e musealizzare siti archeologici, in particolare preistorici e protostorici, in contenitori dal sapore nettamente futuristico che volutamente contrastano con quanto li circonda.

Questo perché? Perché l’intento è di segnalare incisivamente la presenza di testimonianze assai diverse dalla nostra quotidianità, dalla nostra rassicurante “comfort zone”. Testimonianze provenienti da un mondo lontano se non remoto, da civiltà che si credevano perdute ma che ancora vogliono raccontarci qualcosa di loro, da epoche decisamente diverse, “altre” dalla nostra.

Ecco che i contenitori sono filosofia fatta architettura, sia all’esterno che all’interno.

Esternamente con forme e materiali spesso inusuali, stravolgenti, futuristiche, scabre, taglienti, essenziali. In fondo, scusate, ma cosa c’è di più essenziale, sobrio, basico e concettuale del passato più remoto? Quali forme sono giunte a noi da quelle epoche?

Quanto ancora riesce a sconvolgerci la preistoria coi suoi linguaggi spesso criptici e per nulla immediati?

Per non parlare degli interni. Rampe improvvise e pozzi del tempo da cui riemergere con percorsi a spirale, a zigzag o concentrici. Linee, a volte spezzate, a ricordo della lunga e non semplice evoluzione umana. Giochi di luce,di specchi e di riflessi perché in questo modo siamo chiamati a confrontarci con quello che dopotutto è il nostro stesso passato, con quelli che altro non sono che i nostri antenati più visceralmente lontani.

Giochi inattesi di luci, ombre, lampi e buio. Il lento ma continuo ed inesorabile scorrere delle stagioni, delle costellazioni, dei giorni e delle notti, dei soli e delle lune. Albe millenarie e tramonti senza fine su vestigia apparentemente fredde e mute ma dall’eloquente, sebbene enigmatico, silenzio.

E’ su tutto questo che edifici del genere, così disorientanti e impattanti vogliono giocare.

E cosa c’è di più simile alla Preistoria dell’Arte Contemporanea, coi suoi tagli, le sue nude geometrie, i suoi sconcertanti accostamenti, la sua difficile essenzialità?

Lo ha cantato persino Francesco Gabbani un paio di Festival di Sanremo orsono: “Contemporaneo come l’uomo del Neolitico” e non è solo uno scherzo o una similitudine azzardata da tormentone radiofonico.

Scusate, ma cosa c’è di più essenziale e nudo di più splendidamente ed eloquentemente concettuale, di più decisamente contemporaneo di una stele?!

 

 

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Stella