Archeo-UTMB. Passaggio in quota tra le vette degli Elvezi

Si sa, l’UTMB tocca anche il vicino Vallese svizzero. Da Champex-Lac raggiunge il grazioso villaggio di La Fouly per salire al Col du Grand Ferret e, da lì, scendere nella “nostra” Val Ferret valdostana, in territorio di Courmayeur.

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La Val Ferret lato italiano vista da nord-est

Ma quant’è bella la Val Ferret, ragazzi? Meglio ancora se in bassa stagione, coi colori accesi dell’autunno, quando si sentono di più i profumi del bosco e dell’erba… Ma è splendida sempre. Comunque non divaghiamo e restiamo “sul pezzo”. La Val Ferret lato italiano ci accoglie nel suo ampio abbraccio: il solco della Dora, cangiante tra l’azzurro e l’argento, i prati punteggiati di rocce, cespugli e fiori, gli ultimi boschi di larice e poi, sù sù, verso gli alti dossi erbosi e le cime innevate. Nel XII secolo veniva indicata come “Vallis ferracea“, cosa che potrebbe indurre a ritenere vi fosse ricchezza mineraria o presunte miniere di ferro. Ma non è così! Come in “Monferrato”, non è il ferro a dare origine al nome, bensì l’aggettivo “farratus” o “farraceus“, ovvero “ricco in foraggio”. In effetti bisogna riconoscere come l’abbondanza d’acqua e i terreni calcarei della vallata favoriscano la crescita di erbe utili al pascolo fino a quote assai elevate. E lo stesso dicasi per la vicina omonima vallata svizzera.

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Salendo al Col du Grand Ferret lato svizzero

E’ altresì probabile che, come accade per il “fratello” Col de la Seigne nell’alta Val Veny, anche dal Col Ferret vi siano sempre stati transiti e scambi, sicuramente in una zona meno monitorata (e meno tassata) che non il colle del Gran S. Bernardo.

La storica ed eroica strada romana delle Gallie non passava da qui, ma dal Summus Poeninus (il “Grande”, appunto) e univa Aosta (Augusta Praetoria) con l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Ad ogni modo, una località toccata dall’UTMB, Champex-Lac, dista veramente poco da Martigny, quindi perché non dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese? Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato)dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romane valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare al suo interno (dei protettori della casa). Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio. In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny e di cui vi racconterò in un prossimo post (un viaggio fantastico!).

Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, l’anno scorso, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

Un vero “archeo-trail” attraverso i secoli che, se vissuto a ritmo lento, può regalare emozioni “millenarie”.

Stella

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

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In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

cristallo

Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

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possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Tor des Géants. Correre tra montagne di storia! Da Courmayeur a Pont-Saint-Martin.

Ci sono tanti modi di partecipare al Tor des Géants. L’Endurance-Trail più duro al mondo avrebbe festeggiato quest’anno la sua undicesima edizione…, caspita! Una gara molto più di una gara… è il TOR!
C’è chi corre per arrivare tra i primi e chi corre in montagna perché ama questa disciplina; chi corre per filosofia, per auto-analisi, per sfidare se stesso. C’è chi partecipa al Tor provenendo dall’altra parte del mondo perché vuole esserci, punto e basta! Ma c’è anche chi, nonostante i ritmi da super-eroe, vuole prendersi i suoi tempi per godersi dei momenti speciali. Momenti unici e irripetibili tra le montagne della Valle d’Aosta!

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. A volte può esserti ostile, spezzarti le gambe e troncarti il fiato… Oppure ospitale dandoti il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo che scivola dolcemente nell’autunno.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo.

A cominciare da subito, da Courmayeur! Che emozione, ogni volta, la partenza…Uno spettacolo vedere questo fiume colorato e brulicante di atleti che attendono frementi un count-down da brivido ai piedi del “Gigante dei Géants” sfolgorante di bianco e di roccia!

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Tor_Geants_18_Day1_Courmayeur_start_ph-Stefano-Jeantet_LD-23

Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come nelle viscere segrete della chiesa di S. Pantaleone, dove le testimonianze archeologiche più antiche risalgono verosimilmente al III secolo d.C.!

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O come la piccola frazione di La Saxeun grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella del villaggio si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane.

Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

LaSaxe--veduta_1930
LaSaxe–veduta_1930

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che accompagna fino nella selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, ma in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Ma il Tor prosegue veloce; restano sommersi sotto i piedi degli atleti questi millenari segreti. Tutt’intorno il trionfo delle vette e dei ghiacciai. Il fiato si mozza e allora, forza, alza la schiena, alza le gambe, apri le spalle e respira più che puoi!

Da Courmayeur si piega sull’Alta Via numero 2. Tra colli e passaggi incredibili; tra scenari dalla bellezza a dir poco eccezionale e pendenze da brivido!

E si arriva nella zona di La Thuile, l’antica Ariolica, la “terra di mezzo” dell’eroe greco, il Graio semidio cui vennero qui dedicati altari leggendari. Il Piccolo San Bernardo, il colle di Giove dall’impenetrabile volto d’argento.

Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)
Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)

E da qui a Valgrisenche, altra strategica terra di scambi e passaggi. Quello scabro Col du Mont dal quale nei secoli son passati soldati, mercanti, artisti e partigiani. Valgrisenche, così selvaggia ed autentica, eppure insospettabile scrigno di fulgide cappelle barocche, piccoli camei di arte alpina. Lo splendore del sacro in una natura abbagliante dove persino il cielo si fa palpabile.

Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)
Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)

E si corre, si continua tra le rocce alla volta di Rhêmes-Notre-Dame dove, in una Natura dominante, già nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a ben guardare si noterà una moltitudine di mulini, forni e chiesette spesso incastonati in villaggi da favola.

Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)
Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)

Ma non ci si può fermare! Col de l’Entrelor, Eaux Rousses, Col Loson attraversando, quasi a volo d’uccello, la selvaggia Valsavarenche. Profondi canaloni, boschi di larici, abeti rossi e pini cembri; tappeti di rododendri di incomparabile bellezza; anfiteatri rocciosi e alpeggi… null’altro se non i fischi delle marmotte, il grido dell’aquila e il silenzioso volteggiare dei gipeti.

Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)
Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)

E si raggiunge Cogne. Una meravigliosa perla che dei lunghi periodi di isolamento e dei frequenti contatti col Piemonte ha fatto ricchezza e peculiarità. Cogne è frutto di una magia: la magia dei lunghi inverni, la magia della neve che blocca ma preserva, bianca e severa custode delle genti e delle loro tradizioni.

Narra la leggenda che i primi abitanti di Cogne provenissero dalla Val Soana, nel vicino Piemonte. Una vallata il cui nome deriverebbe dal latino “soprana”: una valle alta, terra di pastori e transumanze, dunque, ma anche terra di miniere nonché di continui andirivieni e sovrapporsi di popoli. Quanti i legami con Cogne!

Un legame che si riallaccia nella misteriosa figura di San Besso, uno dei martiri della mitica legione tebea e che si intreccia nella figura di Sant’Orso (cui è intitolata la parrocchiale). E’ tradizione infatti che Orso, arcidiacono di Ploceano, il malvagio vescovo di Aosta, sfuggendo alla persecuzione degli Ariani, predicasse nella Valle Soana contro le eresie; ed in Campiglia (non a caso la località dove, si dice, venne martirizzato Besso) si trova un sito tuttora chiamato platea S. Ursi ( la piazzetta di fronte alla chiesa parrocchiale)… vedete voi…

Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant'Orso
Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant’Orso

Per non parlare, poi, della meraviglia archeologica situata ad una manciata di km da Cogne scendendo verso Aymavilles: il ponte-acquedotto del Pont d’Ael, risalente all’anno 3 a.C.! Un vero capolavoro di ingegneria idraulica romana voluto da un privato, peraltro ben inserito nella cerchia dell’imperatore Ottaviano Augusto: il padovano Caius Avillius Caimus. Costui investì “pecunia sua” per realizzare questa infrastruttura utile a convogliare le acque del Grand Eyvia da Chevril (dov’è stata riconosciuta l’opera di presa) fino alle cave di bel marmo grigio venato di Aymavilles, un materiale ampiamente utilizzato nella monumentalizzazione della colonia di Augusta Praetoria!

Ebbene, Caio Avillio Caimo era un  esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale, in particolare nelle valli di Lanzo e dell’Orco (e la Soana è proprio lì!). Altro interessante indizio storico dello stretto legame tra questi due versanti, non vi pare?

Il respiro del grande prato di Sant’Orso; la dolcezza della Valnontey; il fascino delle cascate di Lillaz; i complicati giochi dei tomboli e l’enigmatica figura del dottor César-Emmanuel Grappein, il più celebre cognein di tutti i tempi, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)
Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)

Senza dimenticare naturalmente la lunga storia mineraria che per secoli ha segnato profondamente non solo il territorio, ma lo stesso tessuto sociale e la vita degli abitanti di Cogne.

Cogne-miniere (ecobnb)
Cogne-miniere (ecobnb)

E dal villaggio di Lillaz si attacca la grande traversata che, dal Rifugio Sogno, condurrà al Misérin, al Dondena e infine a Champorcher.

Terre alte, dall’aspetto poeticamente severo e dolce allo stesso tempo. Altipiani incastonati tra vette ricamate da lunghe lingue nevose e impreziositi da laghi trasparenti, spesso effimeri. Terre magiche dove da sempre l’uomo avverte il respiro divino. E non è un caso se attraversando gli spazi e i silenzi di questi luoghi, si incontri da vicino Lei, la Madonna, protettrice di chi sale (Assunta), protettrice di chi cammina e di chi si avvicina così tanto al cielo…

Il santuario mariano del Misèrin, a 2.583 metri di quota sulle rive dell’omonimo specchio d’acqua, ad esempio, è davvero un luogo speciale avvolto da un’atmosfera che attrae e rapisce. Un luogo magnetico dove, fatalmente, troviamo ancora traccia della leggendaria legione tebea i cui componenti (da San Besso a Sant’Ilario, da San Vittore a San Maurizio) hanno profondamente segnato la storia religiosa delle nostre vallate.

La leggenda vuole, infatti, che un militare romano cristiano di questa legione, sfuggito ad un massacro, si fosse rifugiato nell’alta valle di Champorcher portando con sè una statua della Madonna. Nel XVI Secolo, la statua fu rinvenuta sulle rive del lago da alcuni pastori e si decise che fosse quello un segno divino affinché venisse costruito un luogo di culto.

Santuario al lago Misérin
Santuario al lago Misérin

C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)
Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)
Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Bard-borgo e Forte (Artemagazine)
Bard-borgo e Forte (Artemagazine)

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie
Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Donnas-la chiesetta di Sant'Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)
Donnas-la chiesetta di Sant’Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

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Pont-Saint-Martin, ponte romano del I secolo a.C. (tordesgeants.it)