Aosta romana. La pioggia d’autunno e la voce degli dei

Quei riccioli ribelli proprio non ne volevano sapere di stare a posto… ma lei oggi doveva risplendere in tutta la sua bellezza e anche l’acconciatura doveva essere perfetta. I lunghi e folti capelli color rame le incorniciavano il viso leggermente tondo, le guance rosate, e soprattutto illuminavano quei grandi occhi profondi il cui colore cambiava col tempo e con l’umore variando dal grigio-azzurro al verde salvia. Uno sguardo particolare, dolce e severo allo stesso tempo, spesso impenetrabile.

Giulia Maricca era una splendida giovane donna; aveva 25 anni, ma l’aspetto fresco si univa ad un’autorevolezza e ad una maestà decisamente fuori dal comune. Giulia Maricca non era una donna qualsiasi: era una flaminica, una sacerdotessa del culto imperiale.

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Gaia Giulia Maricca, questo il suo nome completo, discendeva da una delle più importanti famiglie notabili della colonia di Augusta Praetoria, strategica e ricca città ai piedi delle Alpi nord-occidentali. I suoi avi erano Salassi; erano dunque dei Celti che, però, seppero sfruttare l’arrivo di Roma e per questo acquisirono, oltre alla cittadinanza, potenza e ricchezza. Suo padre era un decurione e lei ora era una donna importante ed influente. Le lontane origini galliche si notavano nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, con quel suo incarnato diafano, quasi opalescente, rifulgeva ammantata nel lungo velo arancio e oro.

Quella era l’alba di un giorno importante. Era il 23 settembre; si celebrava l’anniversario di nascita dell’imperatore Ottaviano Augusto, venerato come un dio, soprattutto dopo che il suo successore, il nobile imperatore Tiberio, inaugurò l’Ara del Numen Augusti a Roma il 17 gennaio del 6 d.C., quindi ben 20 anni fa.

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23 settembre. Quel lontano giorno del 63 a.C. Ottaviano nacque per portare gloria e pace; per portare, dopo lunghi ed oscuri anni di guerre civili, una nuova età dell’oro.

Ogni anno l’anniversario di questa nobile nascita viene celebrato in tutte le città dell’Impero; non a caso tutti i santuari dedicati al culto della domus Augusta sono stati inaugurati (o reinaugurati qualora già esistenti) proprio su questa ricorrenza. In questo giorno a Roma avveniva qualcosa di molto importante nel Campo di Marte: l’ombra dello gnomone fatto giungere appositamente dall’Egitto si proiettava sull’immensa superficie del grande Solarium Augusti unendo idealmente l’ingresso dell’Ara Pacis al Mausoleo dell’imperatore. Un imperatore nato per portare la pace e morto come un dio.

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Augusta Praetoria, da lui fondata nel 25 a.C., possedeva un foro grandioso che, occupando ben 8 insulae (isolati) si apriva su un’area decisamente notevole per questa città alpina che, tuttavia, si estendeva su ben 42 ettari!. Non si trovava proprio nel centro geometrico del rettangolo urbano ma leggermente spostato a ridosso del Kardo Maximus che lo profilava lungo tutto il lungo lato occidentale fino alla Porta Principalis Sinistra a nord. A sud, invece, era delimitato dal Decumanus Maximus, mentre un kardo secondario lo definiva verso oriente.

Questa immensa area era dominata da nord da un’imponente terrazza sacra sulla quale svettava una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla sua paredra, la dea Roma, madre dell’impero.

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Ecco, Giulia Maricca era pronta. Per quest’importante occasione molti personaggi di spicco avrebbero assistito e preso parte alla grande celebrazione augustea nel foro cittadino.

In città era tutto un fermento. La grande piazza era come un formicaio di gente intenta ad allestire gli spazi per i rituali. Gli animali per i sacrifici venivano puliti e abbelliti con bende e fiori: tori, montoni, maiali… I tre accessi erano presidiati e sorvegliati dalle guardie pretoriane.

Il rito era condotto dal sommo Flamen Augustalis, il principale sacerdote del culto imperiale. La sua persona, inviolabile, era letteralmente ammantata di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto col divino.

L’inizio si approssimava e tutti erano chiamati ad occupare il posto loro riservato. Il popolo si era radunato nella piazza bassa racchiusa tra le due fila di botteghe. Prima chiassoso e vociante,  il pubblico si era fatto sempre più silenzioso. Un’atmosfera di raccoglimento stava avvolgendo la platea forense. Tutto risplendeva illuminato dai tanti bracieri e dalle fiaccole. Dalla platea bassa Giulia Maricca raggiunse la zona più sacra del complesso. Un’imponente scalinata definiva il confine tra le due aree. Immediatamente alle spalle di questa, al centro tra i due templi, si apriva un prezioso Augusteum: un ambiente rettangolare sui cui lati correva una banchina che fungeva da base rialzata per le statue dei membri della casata imperiale.

Sui lati della terrazza correva un triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie potevano vantare… Una galleria che recingeva tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza della scalinata monumentale di raccordo con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico si rivelava fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare, in rigoroso ordine gerarchico, sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovavano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti le élites cittadine.

Ormai tutto era pronto. Il Flamen maggiore, ben riconoscibile grazie al particolare copricapo a punta, invoca la protezione del Genius Augusti alzando le braccia al cielo. I membri del collegio degli Augustali e i rappresentanti dei Fratres Arvales intonano antiche litanie muovendosi ritmicamente. Una musica avvolge tutto e tutti.

Giulia Maricca è assorta e concentrata. Lei deve rendere omaggio in particolare a Livia Augusta, nobile consorte del divino imperatore, anch’essa quindi assimilata ad una dea di pace e prosperità. Davanti agli altari ornati da ghirlande e bucrani, da fiori e frutta, gli animali dei suovitaurilia vengono immolati. Il loro sangue viene fatto scorrere con i simpula (mestoli) e raccolto in patere d’argento.

I due templi dominano la scena, splendidi nei giochi di luce dei marmi colorati che li decorano. Incorniciature e zoccolature in Rosso antico, in Giallo di Numidia, in Pavonazzetto… E’ il trionfo dell’imperatore. E’ il trionfo di Roma. E’ l’aurea aetas della pax augustea.

Lo sguardo corre verso le celle interne. I colonnati di marmo lucido sfavillano nella penombra. Giulia Maricca con le altre sacerdotesse brucia incenso e spezie. Le innumerevoli statue del foro sembrano dèi fattisi pietra per assistere al rito. Le fontane in marmo rosa e l’acqua del grande labrum (bacino) riflettono ed accentuano i giochi di luce.

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La processione ha inizio. Dalla terrazza il sacro corteo scende alcuni scalini e imbocca gli ingressi del criptoportico. Preghiere e nenie si susseguono incessantemente. Dalle finestrelle del criptoportico aperte sulla terrazza si intravedono le luci e le ombre della lunga fila. Il profumo di incenso è a dir poco inebriante e si mescola all’odore dolciastro del sangue animale. Si va come in stato di trance. Il divo Augusto viene invocato come novello Iuppiter, padrone dell’orbe terracqueo e della vastità celeste.

Il corteo prosegue. Percorso per intero il criptoportico, esce quindi nuovamente sulla scalinata centrale per risalire nel triportico superiore. Nessuno osa distrarsi. Nessuno osa staccare gli occhi e le orecchie dal rito sacro. Il divus presto si manifesterà.

Vengono resi onori agli sventurati nipoti dell’imperatore, Gaio e Lucio, i due principes iuventutis, ahimé troppo presto chiamati tra gli dèi superi. Ci si ferma solennemente dinnanzi alla statua di Livia abbigliata come la dea Demetra, portatrice di messi e fertilità. Giulia Maricca innalza il suo salmo ancestrale, si inchina e bacia il ritratto dell’augusta imperatrice.

Si torna quindi sulla terrazza. Il sommo Flamen si ferma esattamente al centro. I due templi alle spalle ed un enorme braciere davanti a sè. Gli altri si dispongono a corona intorno a lui. Siamo giunti al culmine. Giulia Maricca alza le braccia al cielo e chiude gli occhi, completamente posseduta da quella musica martellante e ritmica, da quel pregare profondo, senza sosta.

“Manifestati, oh divo Augusto! Invia un segno della tua sempiterna protezione. Manifestati divo Augusto, figlio del divo Cesare! Manifestati…”

All’improvviso un tuono fortissimo, come un’esplosione. Verso sud, verso le alte vette che disegnano l’orizzonte meridionale della città, un fulmine impressionante squarcia il cielo dell’equinozio d’autunno. La saetta di Giove illumina l’aria fattasi incredibilmente plumbea.

Libra cum Capricorno grida il Flamen alzando imperiosamente il suo bastone ricurvo. Sta vedendo i due segni astrali del divino Augusto per un attimo, un brevissimo attimo, straordinariamente insieme. Un prodigio, impossibile altrimenti. Augusto si è manifestato.

Poi la pioggia. Fitta, fredda, torrenziale. Le nuvole, livide, correvano veloci verso sud, spinte da un vento inarrestabile. Correvano oltre la pianura, oltre le montagne… correvano oltre i secoli portando con sé quel profumo d’incenso, di mirra e di rosa muschiata misto all’odore dolciastro del sangue. La pioggia lava e purifica. Ma non cancella.

Una pioggia d’autunno bagna Aosta e quel suo antico foro di cui solo il criptoportico oggi rimane, quasi nella sua interezza, a ricordarne la monumentalità. Il resto lo si conosce a brandelli. Il resto sta venendo fuori piano piano e presto troverà adeguata valorizzazione.

Gli archeologi e i geometri della ditta “Olimpia – Ricerche e Scavi” stanno lavorando alacremente. Ormai non c’è più tempo da perdere. Piazza Severino Caveri dovrà essere pronta per la prossima primavera. Una piazza nel cuore dell’antico foro romano. Una piazza che ne ha viste tante… ma che oggi, forse, sta per regalare l’emozione del passato.

La pioggia si fa sempre più battente. Gli archeologi devono interrompere temporaneamente il lavoro. Impossibile continuare nel fango. Impossibile leggere le quote. Eppure, incurante del meteo avverso, ancora qualcuno si attarda in cantiere. Una ragazza, un’archeologa, china su quel foglio di carta millimetrata: “Sempre questi dannati riccioli che non vogliono stare al loro posto! E ci si mette pure la pioggia”…

Marika! Marika, vieni, dai… sta piovendo! Non riusciamo a proseguire coi rilievi adesso… continueremo più tardi!”

Stella

Castello di Quart. Trono di pietra di un’antica stirpe perduta

 

Quasi assopito sul suo trono di pietra; severo ed austero su quell’apparentemente imprendibile gomito roccioso stretto contro l’impervio pendio, il Castello di Quart, domina dall’alto l’intero fondovalle della piana di Aosta.

Ad quartum lapidem”. A quattro miglia romane dall’antica Augusta Praetoria Salassorum, il paese di Quart affonda le sue origini più remote lungo l’eroica Strada romana delle Gallie che doveva transitare all’incirca all’altezza della chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio.

Ma è lassù, più in alto, che dobbiamo ricercare gli orizzonti medievali; è da lassù che ci sorveglia il Castello dei Signori di Quart, precedentemente noti come Signori De Porta Sancti Ursi, vera e propria icona di secoli lontani costellati da lotte di potere, ma anche da raffinate committenze.

ARRIVANDO AL CASTELLO

Ci si avvicina risalendo gradualmente la collina sulla scia delle indicazioni fino ad un piccolo parcheggio. Qui si lascia l’auto e ci si incammina in direzione di una fresca e fitta macchia di chiome verdeggianti, tra cui si innalza maestoso un faggio monumentale. Un grazioso e piacevole sentiero ci conduce al cospetto di questo imponente maniero, per nulla distante dal tracciato della Via Francigena. Dalla rampa d’accesso la vista spazia sui monti dell’envers, sugli scuri boschi e sù sù, anche se solo di scorcio, lungo quell’imponente Mont Emilius, dall’aspetto quasi himalayano; la vista corre poi sulla piana alluvionale solcata dalla Dora Baltea; verso ovest ben distinguiamo Aosta, col suo centro storico dominato dai campanili di Sant’Orso e della Cattedrale, dalle torri e dalle “cesaree mura” della colonia romana. Ma anche con la sua periferia connotata da un importante componente industriale e da una ancora ben presente vocazione agricolo-pastorale. Fino ad arrivare laggiù, a “sbattere” contro i bianchi torrioni del ghiacciaio dello Chateau Blanc. E noi siamo qui, ad un passo ormai dal rivellino che ci consentirà di entrare in questo affascinante “castello-borgo” dalle vicissitudini complesse e dalle sorti alterne.

I QUART. ASCESA E FINE DI UNA POTENTE FAMIGLIA

Una storia lunga e tormentata quella del Castello di Quart.

Un primo edificio, forse una torre cinta da mura, sarebbe stato qui costruito nell’XI secolo, quando i Signori di Quart erano ancora i potenti De Porta Sancti Ursi arroccati sulle torri laterali della monumentale Porta Praetoria, ovvero Porta di Sant’Orso. Quando questa nobile famiglia era ancora urbana e risiedeva su quello che era lo storico ingresso principale alla città, ne controllava caparbiamente i transiti esprimendo così un potere ed un carisma che senza troppi dubbi la distingueva da altre ricche schiatte cittadine del tempo.

Una sorta di “avamposto” fuori città utile a controllare le maggiori vie di traffico, le fiere e i mercati, nonché gli estesi feudi di questa famiglia che contava proprietà fino nell’alta Valpelline.

Ma poi, con la fine del XII secolo, i Signori si trasferiranno definitivamente in questo strategico luogo che diventerà la loro principale residenza. Stavano per cominciare gli anni dello splendore.

Anni che videro la costruzione di un poderoso ed originale torrione dal profilo trapezoidale, vero perno simbolico dell’intero complesso, al cui interno, sotto un’anonima coltre di scialbo, si celavano affreschi preziosi dalle colte e raffinate iconografie che ora, finalmente,  sarà possibile vedere di nuovo. Cultura umanistica, ideali cavallereschi, epiche gesta del condottiero macedone più noto di tutti i tempi, Alessandro Magno, affiancato al biblico eroe Sansone seppur rivestiti degli abiti e delle leggende dell’Età di Mezzo.

E l’anno che scorre e si ripete, immutabile, coi suoi mesi e i suoi mestieri, richiamando il grande mosaico della Cattedrale di Aosta. E ancora gli elefanti, tozzi ed ingenui, tratti dai diffusi Bestiarii del tempo, forse cavalcati da altrettanto misteriosi Saraceni.  

Tante le storie e i frammenti di vita che potrà restituirci questo suggestivo castello (che, poi, definire “castello” è alquanto riduttivo… questo borgo in miniatura, piuttosto!) i cui Siri dominarono solo fino al 1378, lasciandolo nell’ impossibile eredità delle cinque figlie femmine di Enrico di Quart e Pentesilea di Saluzzo. Un 1378 annus horribilis che vide tornare alla ribalta i Savoia i quali sottrassero questa proprietà ai non amati Quart.

Ed ebbe così inizio un ininterrotto rimpallarsi di proprietà tra diverse famiglie dell’orbita sabauda: dai Laschis ai Balbis; dai Coardo fino ai Perrone di San Martino che lo acquisirono nel 1612.

Divenuto proprietà comunale a partire dal XIX secolo, venne infine rilevato dall’Amministrazione regionale nel 1951.

Ogni volta che lo vedo, cerco di ricordare quale veduta di paesaggio medievale o rinascimentale potesse richiamare (perché, ero sicura, era come una sorta di “déjà vu”).

Infine un’illuminazione: ma certo, Andrea Mantegna! L’immediata verifica non ha lasciato spazio ad ulteriori dubbi. Quella natura rocciosa e spigolosa, dalle forme nette, ruvide, e dai colori scabri. Quei promontori di roccia attorno ai quali quasi si avvinghiano, si arrotolano, borghi e castelli. Cortine di alte mura, spesso merlate o agitate da torri ed altane, ricamate intorno a sporgenze di pietra.

Mi viene in mente l’ “Orazione nell’orto”; certo, in quest’opera è la città di Gerusalemme ad essere rappresentata, ma da lontano, il complesso castello-borgo di Quart riesce a ricordarla.  Quei volumi, quei paesaggi scabri e quelle particolari cromìe ben si adattano al severo ma sorprendente Castello di Quart.

Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

Archeo-UTMB. Passaggio in quota tra le vette degli Elvezi

Si sa, l’UTMB tocca anche il vicino Vallese svizzero. Da Champex-Lac raggiunge il grazioso villaggio di La Fouly per salire al Col du Grand Ferret e, da lì, scendere nella “nostra” Val Ferret valdostana, in territorio di Courmayeur.

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La Val Ferret lato italiano vista da nord-est

Ma quant’è bella la Val Ferret, ragazzi? Meglio ancora se in bassa stagione, coi colori accesi dell’autunno, quando si sentono di più i profumi del bosco e dell’erba… Ma è splendida sempre. Comunque non divaghiamo e restiamo “sul pezzo”. La Val Ferret lato italiano ci accoglie nel suo ampio abbraccio: il solco della Dora, cangiante tra l’azzurro e l’argento, i prati punteggiati di rocce, cespugli e fiori, gli ultimi boschi di larice e poi, sù sù, verso gli alti dossi erbosi e le cime innevate. Nel XII secolo veniva indicata come “Vallis ferracea“, cosa che potrebbe indurre a ritenere vi fosse ricchezza mineraria o presunte miniere di ferro. Ma non è così! Come in “Monferrato”, non è il ferro a dare origine al nome, bensì l’aggettivo “farratus” o “farraceus“, ovvero “ricco in foraggio”. In effetti bisogna riconoscere come l’abbondanza d’acqua e i terreni calcarei della vallata favoriscano la crescita di erbe utili al pascolo fino a quote assai elevate. E lo stesso dicasi per la vicina omonima vallata svizzera.

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Salendo al Col du Grand Ferret lato svizzero

E’ altresì probabile che, come accade per il “fratello” Col de la Seigne nell’alta Val Veny, anche dal Col Ferret vi siano sempre stati transiti e scambi, sicuramente in una zona meno monitorata (e meno tassata) che non il colle del Gran S. Bernardo.

La storica ed eroica strada romana delle Gallie non passava da qui, ma dal Summus Poeninus (il “Grande”, appunto) e univa Aosta (Augusta Praetoria) con l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Ad ogni modo, una località toccata dall’UTMB, Champex-Lac, dista veramente poco da Martigny, quindi perché non dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese? Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato)dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romane valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare al suo interno (dei protettori della casa). Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio. In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny e di cui vi racconterò in un prossimo post (un viaggio fantastico!).

Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, l’anno scorso, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

Un vero “archeo-trail” attraverso i secoli che, se vissuto a ritmo lento, può regalare emozioni “millenarie”.

Stella

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

E anche l’UTMB, come numerose altre manifestazioni, sportive e non, ha dovuto arrendersi alla terribile emergenza sanitaria. Ma a modo mio voglio contribuire con un mini-UTMB storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA MOZZAFIATO
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

Stella

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Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella città alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana città di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane età. Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacità strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua eredità e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarà il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinché protegga i nostri affari e commerci!”.

E così fu fatto. Ma già quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocità erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sì? Bene, vorrà dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era già un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

Finché la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprì gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

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La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

Finché non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

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“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perché ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo è il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunché! L’acqua è pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

Finché un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi è permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimé… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sé e sé; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non è tutta opera sua! Chissà chi avrà pagato, chi avrà convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscurità finché si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepì quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? Perché mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinità sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…Perché mi segui? Non mi è forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio è mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sì che è buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernì Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrà rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentì. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finché entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserà mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerà il mio acquedotto e sarà posto sotto la tua protezione. Nessuno oserà mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; silevò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metà giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissà che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

 

Stella

 

 

 

 

Castello di Montmayeur. Un oscuro signore per il goth-tale di Halloween

In vista di #Halloween, “festa” che personalmente non amo e non “pratico” ma che comunque, vuoi o non vuoi, stimola la mia già “delirante” (!!) immaginazione, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Non un “archeo-racconto” cui vi ho abituati (quello comunque arriverà…ho già in testa lo storyboard!), ma un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

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La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata posta in cima ad uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

Montmayeur-panorama

OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

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E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

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“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

Tor des géants. Correre tra montagne di storia. Da Pont-Saint-Martin a Courmayeur

Ed eccoci giunti nel fondovalle, lì dove la piana della Dora si allunga dolcemente nel Canavese; lì dove i fitti filari dei vigneti eroici si sfrangiano tra le colline dell’Erbaluce fino a perdersi nell’orizzonte lineare disegnato dalla morena di Ivrea, tenace testimonianza dell’ultima glaciazione.

Un continuo saliscendi tra colli e valli, un continuo sbalzo di quota che mette a dura prova fisico, nervi e anima! Ma tu non puoi, non vuoi mollare! Ora hai lasciato alle spalle l’Alta Via n. 2 e la montagna stessa ti chiama; senti la sua voce possente rimbombare nelle gambe, nella testa, nel cuore! E quindi, vai! Hai toccato il punto più basso di questo giro e ora aneli a riguadagnare quota… e ai tuoi piedi, novello Mercurio, spuntano ali tenaci!

Pont-Saint-Martin. Una località che deve il suo nome innanzitutto al magnifico ponte romano del I secolo a.C. e alla leggenda di San Martino di Tours che, proprio per costruire questo ponte, avrebbe sconfitto il diavolo. Il sentiero risale il corso del torrente del Lys accompagnando alla scoperta delle terre della potente famiglia Vallaise.

Perloz, un grappolo di case arditamente agganciate al pendio roccioso, dominato da nobili caseforti sotto la protezione del santuario di Notre-Dame-de-La-Garde. Un borgo medievale che lega inoltre il suo nome alla lotta partigiana, grazie al ricco museo della Resistenza intitolato all’ardimentosa Brigata Lys.

Il ponte di Moretta (E. Romanzi)
Il ponte di Moretta (E. Romanzi)

Attenzione, però, questa è terra di leggende… Dovrete passare sul ponte di Moretta: li intorno è pieno di oscuri cunicoli… ebbene, pare siano stati scavati da un terribile drago che vi si nascondeva. Un drago che terrorizzava gli uomini e divorava il bestiame! Solo un uomo ebbe l’ardire di affrontarlo, un certo Vignal! Lo uccise, sì, ma uno schizzo del velenosissimo sangue della belva fu letale anche per lui!

Terra di magie, si diceva. Certo, come quella del non distante villaggio di Chemp, un gioiello d’arte a cielo aperto dove si nascondono strane presenze e spiriti montani: se il vento è buono potreste anche udirne la voce…

https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE
https://www.youtube.com/watch?v=tKWMXxUH9iE

Oltrepassando il Lys si continua su una balconata a mezzacosta che conduce a Lillianes, accolti dal suggestivo ponte in pietra costruito nel 1733, l’unico a quattro arcate in Valle d’Aosta. Un primo “assaggio” della valle di Gressoney; in questo tratto il circuito ripercorre parte dell’Altavia n. 1, di cui fa parte un tratto del Walser Waeg, suggestivo sentiero che segue le orme della cultura Walser.

E mentre sali verso il Rifugio Coda, attento che potresti cadere nel sottile incantesimo del magico Plan des Sorcières dove un misterioso masso reca, sotto forma di coppelle, la costellazione delle Pleiadi così come doveva apparire, sembra, intorno al 5.000 a.C.

Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)
Il masso coppellato del Plan des Sorcières di Lillianes (M.G.Schiapparelli-flickr)

E poi ecco il Mont Mars, un nome che, al di là dei terreni zuppi d’acqua, evoca presenze divine e latitudini planetarie. E i Giganti attraversano distese “lunari”, brulle e dolci, di verde e d’argento, ingioiellate di laghi, come il Vargno, e ricamate di tenaci rododendri.

Raggiungi la zona del colle della Barma, valico di arcaica e radicata religiosità che da remoto culto delle rocce portatrici di salute e fertilità, si trasforma in luogo di devozione mariana… quassù, a due passi dal cielo, in una terra di confine brulicante di massi e pietraie, già risplende il nero volto della Madonna d’Oropa.

E dico di più: il tratto che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle è un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi che conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.

E allora non trailers in lotta col tempo, ma lunghe file di pellegrini d’altura, oranti e col capo velato di bianco…

Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)
Processione di Oropa al Col della Barma (foto: Rifugio Barma)

Ed ecco che dal Colle della Vecchia, tra Valle d’Aosta e Biellese, si entra ufficialmente nella terra dei Walser, nella preziosa terra dove trovò dimora, tra XII e XIII secolo, il coraggioso popolo giunto da nord che ancora oggi le dà nome e lingua. Già, i Walser, l’ardimentosa gente di origine germanica che, lasciata la sua terra natìa, attraverso dure e spesso inesplorate vie alpine, si creò nuove patrie in un’ampia zona che va dalla Savoia francese al Vorarlberg austriaco, quasi sempre ad altitudini superiori ai 1000 metri.

Emblematico il simbolo di questa comunità radicatasi in Valle d’Aosta. Al centro appare un cuore con dieci stelle, ognuna delle quali rappresenta un paese di questa minoranza etnico-linguistica presente in Italia. Il cuore, che esprime il forte legame con la terra di origine, è sovrastato da una “croce ad angolo”, originariamente una runa, ossia un carattere dell’alfabeto nordico poi ripreso dai Romani per simboleggiare il dio Mercurio, protettore dei mercanti: allusione, questa, al mestiere principale esercitato in passato dai Walser. Infine il bianco e il rosso: i colori della bandiera del Canton Vallese.

Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)
Il simbolo dei Walser (ecomuseo walser- Gressoney-La-Trinité)

Vedete quindi come davvero gli dei accompagnino questi eroi “dai piedi alati” nel loro lungo e arduo giro che, se ci pensiamo, porta anch’esso un nome divino: il dio nordico Thor, figlio del dio del cielo, Odino, signore degli dei, e della dea della terra. Thor, dio del fulmine e della forza: rapido, preciso, potente. Il suo animale identificativo? Il caprone…oppure lo stambecco! Vedete? La forza, la rapidità, la montagna….

Thor sul suo carro (VitAntica)
Thor sul suo carro (VitAntica)

(Piccolo inciso: in questo momento sto ascoltando la musica epica ed emozionale del grande Vangelis… e vi assicuro che, non potendolo fare con le gambe, sto correndo veloce con la testa, la fantasia e le dita sulla tastiera!)

Ma continuiamo insieme a volare e guardare dall’alto questo straordinario paesaggio. Vediamo i graziosi villaggi walser, usciti dalle fiabe: Niel, Ober Loo… fino alla splendida Gressoney-Saint-Jean, fulgida tra boschi e prati, col suo castello della Regina Margherita che sembra fatto di ghiaccio e cristallo (potrebbe davvero aver ispirato gli sceneggiatori di Frozen!)

Fiabe, leggende, dei e regine… la nostra cavalcata di onirico sudore s’invola alla volta di un altro villaggio incantato: Alpenzu! E da lì proseguiamo per sconfinare in un’altra magnifica valle di mitici e ardimentosi mercanti: la Val d’Ayas!

Antagnod
Antagnod

E la mitologia continua ad accompagnarci: Castore e Polluce, i divini gemelli, noti anche come Dioscuri (letteralmente) “figli di Zeus” e di Leda (anche se forse concepiti da padri diversi… ma si sa i miti sono miti anche per questo!); entrambi valenti atleti (vedete? Ennesima conferma!). Talmente uniti che, quando Castore muore, Polluce, seppure dotato di natura immortale, decide anch’egli di morire implorando il padre  Zeus di ucciderlo. Ma i due staranno sempre insieme: 6 mesi negli Inferi, 6 mesi sull’Olimpo e… tra le vette della Val d’Ayas, in eterno, nel gruppo del Rosa, insieme allo sfavillante Breithorn!

Come la vicina valle di Gressoney, anche questa condivide un’impronta culturale walser ed una vocazione commerciale. Secondo recenti studi, infatti, da qui passava la via che tra 1200 e metà del 1600, arrivando al Colle del Teodulo (nella Valtournenche), metteva in contatto i centri della pianura Padana con le città del centro Europa, in particolare con le ricchissime Fiandre.
Questa via di comunicazione, alternativa a quella del Gran San Bernardo, sarebbe stata intensamente utilizzata durante il periodo di ritiro dei ghiacciai, e sarebbe poi stata abbandonata, addirittura fino a far perdere notizia della sua esistenza, a seguito dei rivolgimenti storici e climatici del 1600: Controriforma, peste, inizio della “piccola era glaciale” che rese impraticabile il Colle del Teodulo.

E si raggiunge l’antico abitato di Saint Jacques des Allemands, la cui chiesa risalirebbe addirittura al XIII secolo e dove, sparsi ovunque tra strade, piazzette e abitazioni, si notano i caratteristici “coni” di pietra ollare, scarti inequivocabili della lavorazione di una materia prima di cui questa valle è ricca, ampiamente utilizzata sin dall’età tardoantica e altomedievale per la produzione di pentole, bicchieri, macine e stufe. Una pietra fredda ma sorprendentemente malleabile, più verde più grigia, più pura o con granati, ma dallo straordinario effetto visivo e resa artistica.

Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)
Coni di pietra ollare, scarti di tornitura (Rivista Environnement)

Ma procediamo! La Valtournenche ci aspetta! Superato il Grand Tournalin col suo rifugio storico costruito nel 1876 e dedicato a Georges Carrel, ci si avvicina alla vallata dominata dal “più nobile scoglio d’Europa”, il Cervino, come lo definì il poeta John Ruskin. Una terra che immediatamente richiama gli ardori del primo alpinismo, imprese avventurose e uomini divenuti icone. Da Edward Whymper a Jean-Antoine Carrel. Senza dimenticare l’imponente figura dell’abate Aimé Gorret, originario di Cheneil, ultimo di 7 fratelli, apparentemente gracile nel fisico ma poi esploso per forza, tenacia, ingegno e acume tanto da essere definito “l’orso della montagna”.

Chissà se Ruskin immaginava che nella sua splendida e iconica descrizione vi fosse del vero… Già, perché centinaia di milioni di anni fa le Alpi erano .. un immenso oceano! E le nostre cime giacevano sott’acqua in un mare preistorico pullulante vi vita! Poi, col muoversi delle grandi placche continentali, le montagne iniziarono a risvegliarsi ed è affascinante immaginare il Cervino spuntare da una distesa di antiche onde e ampie lagune come una straordinaria isola appuntita…

E chi penserebbe che le piste di Cime Bianche racchiudano nel loro nome oltre al candore delle nevi, un più antico richiamo ai candidi limi di remote paludi?

E, avvicinandoci di diversi millenni, la Valtournenche ha restituito tracce dei suoi primi abitanti. Verso la fine del terzo millennio a.C., infatti, il clima era di tre o quattro gradi più caldo dell’attuale, per cui le aree coltivabili si spostavano di circa quattrocento metri più alto, così come si verificava per i boschi e i pascoli d’alta quota. Ciò favoriva la sopravvivenza delle primitive popolazioni fino alla quota di 2400 metri; queste genti, attraverso il colle del Teodulo (nei cui pressi venne ritrovata una significativa ascia in pietra verde levigata), sin dall’Età del Rame intrattenevano rapporti commerciali con il vicino Vallese.

Sulla Valtournenche preistorica e protostorica si potrebbe scrivere per giorni… questa certo non è la sede ma attraversando rapidamente la valle possiamo citare le incisioni rupestri di Antey, quelle in loc. Barmasse di Valtournenche, per non parlare poi del fascino inusuale del grande villaggio salasso sul Mont Tantané in comune di La Magdeleine!

Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)
Campagna di scavo 2009 nel villaggio salasso sul Tantané (S. Bertarione)

E dal rifugio Barmasse ci produciamo in un allungo fino al Cunéy dove, a 2.656 metri di quota, sorge il santuario mariano più alto d’Europa. Prima della sua costruzione il luogo era frequentato per la presenza di una sorgente benedetta: gli abitanti di Saint-Barthélemy e di Nus vi si recavano per pregare nei periodi di grave siccità. Una leggenda narra che alcuni pastori, trovata nei pascoli di Cunéy una statua della Madonna, la portarono a Lignan per riporla nella chiesa, ma la statua tornò miracolosamente a Cunéy manifestando così il suo volere: lassù doveva essere costruito un luogo di culto.

Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)
Rifugio e santuario di Cunéy (www.rifugiocuney.it)

Testimonianza di una religiosità che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi più aspri e difficili per invocare protezione contro l’imprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la fecondità dei campi.

E non dimentichiamo che siamo nella vallata che accoglie anche i resti di un altro incredibile villaggio salasso con abitazioni ricavate in una sella morenica analogo all’insediamento del Tantané: quello del Col Pierrey!

L'abitato salasso del Col Pierrey (Nus)
L’abitato salasso del Col Pierrey (Nus)

Questi scaltri e inafferrabili Salassi che tanto han fatto dannare le armate romane usando, per anni, come unica vera arma quella che meglio conoscevano e padroneggiavano: la montagna! Con la sua natura forte e aspra, fatta di pericoli anche non immediatamente visibili, di trappole, di frane e slavine improvvise, di forre e burroni spaventosi…

Questi Salassi figli delle rocce, capaci di costruire villaggi sfruttando selle, gole, ripiani o alture difficili da vedere e da raggiungere ma dalle quali loro, invece, potevano controllare tutto e anticipare attacchi!

L'altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)
L’altura., oggi ricoperta di boschi, dove sorge il castelliere protostorico di Lignan (S. Bertarione)

Uno di questi è senza dubbio il castelliere di Lignan, nato alla fine dell’Età del Bronzo e sviluppatosi nell’ Età del Ferro (1200-800 a.C. ca.). Un abitato di forma ellittica, ben protetto da mura a controllo di vie di transito in quota, un tempo ben più attive e frequentate di oggi utili, agli scambi e alle comunicazioni tra vallate confinanti sia da est a ovest che in senso nord-sud. Da vedere! Oltretutto nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale! Lassù, vicino alle stelle….

E sotto stelle più brillanti e vicine che mai eccoci raggiungere Oyace, luogo dal fascino autentico ed essenziale: una natura rigogliosa dominata dal severo profilo della Tornalla, una torre del XII secolo di forma ottagonale, caratteristica che la rende unica in Valle d’Aosta!

La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)
La Tornalla di Oyace (S. Bertarione)

La leggenda la vuole costruita da un non meglio precisato gruppo di Saraceni (presenza comunque assai diffusa nelle tradizioni popolari delle Alpi nord-occidentali!) per poi divenire proprietà di altrettanto poco noti Signori di Oyace i quali, macchiatisi di iniqui comportamenti, vennero estromessi dai Savoia fino al sopraggiungere, sul finire del Duecento, dei Signori di Quart che estesero la loro giurisdizione in tutta la Valpelline.

Siamo in una vallata strategica e molto importante sin dalle epoche più remote; una vallata che lega il suo nome alla divinità alpina Pen, il dio delle vette, cui era dedicata anche la rupe sacra al colle del Gran San Bernardo. Una vallata permeabile, una vera cerniera tra popoli del nord e del sud della catena alpina.

Raggiungiamo Ollomont, già conosciuto al tempo degli antichi Salassi che comunicavano con le genti del Vallese per lo scambio di metalli e bestiame attraverso la Fenêtre Durand che si apre in fondo alla valle a 2803 m, fra il Mont Gelé e il Mont Avril. Sembra che proprio attraverso la Fenêtre Durand, Calvino, riformatore protestante, si sia rifugiato in Svizzera dopo le storiche giornate del 1536, quando i valdostani presero la decisione di rimanere fedeli alla religione cattolica e cacciarono i protestanti. Una targa ricorda poi l’espatrio clandestino in Svizzera, nel settembre del 1943, di Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica, costretto alla fuga dalla polizia nazifascista. Colpito dalla tranquillità e dalla bellezza dei luoghi, il Presidente scelse la Conca di By come meta delle proprie vacanze.

Anche in questo selvaggio angolo di montagne, ascoltando attentamente il rumore del vento misto allo scrosciare delle acque, potremmo udire una voce sottile, a tratti un mormorio, un canto “silenzioso” che si imbriglia tra i rami degli alberi e danza tra le rocce rimbalzando sui fiori…è la voce della Fata di Ollomont, da poco riportata “a casa” dall’artista Giuliana Cunéaz.

Lungo il Ru  du Mont, narra le leggenda, in un tempo lontano viveva una fata che poteva assumere l’aspetto di un serpente bianco. Questa fata benevola era la guardiana del Ru che, grazie a lei, continuava a scorrere e funzionare. Purtroppo un giorno un nuovo custode geloso si fece avanti e uccise il candido rettile che aveva il suo rifugio nei pressi di una galleria scavata nella roccia.

Fu fatale! La morte della Fata portò sventure e disgrazie e il Ru franò miseramente… Oggi ul bianco spartito ricollocata da Giuliana Cunéaz, insieme ad altri sparsi un pò sull’intero territorio regionale, tra cui ricordiamo la morena di Gressan, Ozein e il Miage di Courmayeur, si pone l’obiettivo di far rivivere le Fate e far ripercepire il loro melodioso silenzio.

Ma lasciamo ora la valle di Ollomont e, oltrepassato il Rifugio Champillon, entriamo nella valle del “Grande”, nel territorio di Saint-Rhémy-en-Bosse, storica borgata di strada nata e sviluppatasi lungo l’antica Via romana delle Gallie.

Una zona a dir poco strategica e per tale ragione abitata sin da quando i ghiacci si sciolsero lasciando pascoli, boschi e tanta acqua. Si ha notizia di necropoli tardo-neolitiche messe in luce nei pressi della chiesa a metà Ottocento.Ma il tracciato diretto al sacro valico del dio Pen, prima di venire romanizzato e dedicato al Sommo Giove, era un sentiero ripido e pericoloso infestato da briganti, Con l’insediarsi del controllo romano, quel sentiero si allargò fino a diventare strada militare e commerciale con l’imperatore Claudio, colui che trasformò l’insediamento veragro di Octodurus nella colonia di Forum Claudii Vallensium, l’attuale Martigny.

Valle di storie e passaggi;dai romani alla Via Francigena, qui, esattamente e metà strada tra Roma e Canterbury.

Mappa_Via_Francigena

Per non parlare, poi, del famoso passaggio di Napoleone Bonaparte, da poco divenuto Primo Console della Repubblica Francese, quando, nel maggio dl 1800, alla testa della Grande Armata (di cui faceva parte anche un certo Stendhal) superò arditamente i gioghi e i dirupi del Sommo Pennino influenzando, a sua insaputa, la vivace e colorata tradizione carnevalesca locale con le maschere delle Landzette. Le cronache dell’epoca evidenziano che il villaggio di Saint-Rhémy, insieme a quelli della valle del Gran San Bernardo, dovette sostenere ingenti spese per ospitare l’intero esercito napoleonico al suo passaggio.

Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)
Napoleone valica il San Bernardo (J.L. David)

E lasciandoci quindi alle spalle una vallata dove avremmo voluto fermarci solleticati dall’invitante profumino del Jambon de Bosses DOP, un prosciutto crudo dolce e aromatico stagionato alla frizzante aria del “Grande”, eccellenza della charcuterie regionale,  allunghiamo il passo ormai “in riserva” per muscoli e polmoni, addentrandoci nel selvaggio vallone di Merdeux che, con quello vicino di Thoules è oggi regno incontrastato della wilderness!

Thoules… consentitemi un altro piccolo inciso perché la mia “mente malata da archeologa” mi porta lì, a Thule…  Un nome tramandato dalla storia, dalla leggenda e dalla fantasia popolare, un luogo che, da sempre, identificava una terra lontana. Tule: terra sperduta e dimenticata nei ghiacci del nord (Dante, ad esempio, la colloca nell’attuale Islanda); per altri l’estremo lembo di terra occidentale oltre le colonne d’Ercole.

Cosa sia veramente Thule forse siamo destinati a non scoprirlo mai: sicuramente è una Terra che ha suscitato l’interesse dei popoli antichi, creando un mito che si è trasformato in leggenda fino ad arrivare ai giorni d’oggi. E queste vallate nude, scabre, popolate da stambecchi, me la evocano istintivamente…

Basta sognare e “perder tempo”! C’è ancora un arduo tratto da percorrere! Una tappa (indispensabile) alla base-vita del provvidenziale Rifugio Frassati prima di tirare letteralmente il collo per raggiungere lui, il mitico col Malatrà! Un nome decisamente significativo: presumibilmente un derivato dal latino tardo “mala strata” poi divenuto “malastrà”, cioè un “passaggio cattivo”, molto difficile!

Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà - Courmayeur.
Tor des Géants 2010 (© Stefano Torrione). Col Malatrà – Courmayeur.

Penso sia un sogno di chi partecipa al Tor arrivare quassù, in questa impervia breccia tra le rocce a 2925 mt, dove l’ultimo tratto è stato attrezzato con scalini ed una corda, per scattare quella foto… la foto emblematica che dice che sei quasi arrivato! Da qui la discesa alle Alpi di Giuè e Malatrà superiore, quindi al Rifugio Bonatti (2025 m) e da questo al fondo valle in località la Remisa (1695 m) ti porterà fino a Courmayeur sulla passerella degli eroi! Da quassù dove riesci a sentirti un gigante tra i Giganti, dover ti senti più vicino alle cime degli dei, apri le braccia, respiri forte e davanti ai tuoi occhi si apre uno spettacolo mozzafiato: tutt’intorno la catena del Gigante più gigante di tutti, il Monte Bianco.

L’orizzonte si apre, si allarga e si allunga fino alla Val Veny dove si ergono le sagome inconfondibili delle Pyramides Calcaires! Sulla destra si stagliano la mole possente della Brenva e il profilo acuminato dell’Aiguille Noire du Peuterey.

La Val Ferret serpeggia scendendo di quota rivestita di un manto verdeggiante. E laggiù, tu lo sai, laggiù l’ultimo riso d’Italia, Courmayeur, da dove eri partito, ti aspetta!

Ci sei! Ben tornato, ero dei Giganti!

Stella

Tor des Géants. Correre tra montagne di storia! Da Courmayeur a Pont-Saint-Martin.

Ci sono tanti modi di partecipare al Tor des Géants. L’Endurance-Trail più duro al mondo avrebbe festeggiato quest’anno la sua undicesima edizione…, caspita! Una gara molto più di una gara… è il TOR!
C’è chi corre per arrivare tra i primi e chi corre in montagna perché ama questa disciplina; chi corre per filosofia, per auto-analisi, per sfidare se stesso. C’è chi partecipa al Tor provenendo dall’altra parte del mondo perché vuole esserci, punto e basta! Ma c’è anche chi, nonostante i ritmi da super-eroe, vuole prendersi i suoi tempi per godersi dei momenti speciali. Momenti unici e irripetibili tra le montagne della Valle d’Aosta!

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. A volte può esserti ostile, spezzarti le gambe e troncarti il fiato… Oppure ospitale dandoti il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo che scivola dolcemente nell’autunno.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo.

A cominciare da subito, da Courmayeur! Che emozione, ogni volta, la partenza…Uno spettacolo vedere questo fiume colorato e brulicante di atleti che attendono frementi un count-down da brivido ai piedi del “Gigante dei Géants” sfolgorante di bianco e di roccia!

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Tor_Geants_18_Day1_Courmayeur_start_ph-Stefano-Jeantet_LD-23

Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come nelle viscere segrete della chiesa di S. Pantaleone, dove le testimonianze archeologiche più antiche risalgono verosimilmente al III secolo d.C.!

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O come la piccola frazione di La Saxeun grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella del villaggio si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane.

Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

LaSaxe--veduta_1930
LaSaxe–veduta_1930

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che accompagna fino nella selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, ma in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Ma il Tor prosegue veloce; restano sommersi sotto i piedi degli atleti questi millenari segreti. Tutt’intorno il trionfo delle vette e dei ghiacciai. Il fiato si mozza e allora, forza, alza la schiena, alza le gambe, apri le spalle e respira più che puoi!

Da Courmayeur si piega sull’Alta Via numero 2. Tra colli e passaggi incredibili; tra scenari dalla bellezza a dir poco eccezionale e pendenze da brivido!

E si arriva nella zona di La Thuile, l’antica Ariolica, la “terra di mezzo” dell’eroe greco, il Graio semidio cui vennero qui dedicati altari leggendari. Il Piccolo San Bernardo, il colle di Giove dall’impenetrabile volto d’argento.

Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)
Il busto in argento di Giove Graio rinvenuto al Piccolo S. Bernardo (regione.vda)

E da qui a Valgrisenche, altra strategica terra di scambi e passaggi. Quello scabro Col du Mont dal quale nei secoli son passati soldati, mercanti, artisti e partigiani. Valgrisenche, così selvaggia ed autentica, eppure insospettabile scrigno di fulgide cappelle barocche, piccoli camei di arte alpina. Lo splendore del sacro in una natura abbagliante dove persino il cielo si fa palpabile.

Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)
Valgrisenche capoluogo (comune.valgrisenche.ao.it)

E si corre, si continua tra le rocce alla volta di Rhêmes-Notre-Dame dove, in una Natura dominante, già nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso, a ben guardare si noterà una moltitudine di mulini, forni e chiesette spesso incastonati in villaggi da favola.

Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)
Rhemes-Notre-Dame (valdirhemes.net)

Ma non ci si può fermare! Col de l’Entrelor, Eaux Rousses, Col Loson attraversando, quasi a volo d’uccello, la selvaggia Valsavarenche. Profondi canaloni, boschi di larici, abeti rossi e pini cembri; tappeti di rododendri di incomparabile bellezza; anfiteatri rocciosi e alpeggi… null’altro se non i fischi delle marmotte, il grido dell’aquila e il silenzioso volteggiare dei gipeti.

Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)
Valsavarenche-la cappellina di Levionaz Dessous (M.G. Schiapparelli)

E si raggiunge Cogne. Una meravigliosa perla che dei lunghi periodi di isolamento e dei frequenti contatti col Piemonte ha fatto ricchezza e peculiarità. Cogne è frutto di una magia: la magia dei lunghi inverni, la magia della neve che blocca ma preserva, bianca e severa custode delle genti e delle loro tradizioni.

Narra la leggenda che i primi abitanti di Cogne provenissero dalla Val Soana, nel vicino Piemonte. Una vallata il cui nome deriverebbe dal latino “soprana”: una valle alta, terra di pastori e transumanze, dunque, ma anche terra di miniere nonché di continui andirivieni e sovrapporsi di popoli. Quanti i legami con Cogne!

Un legame che si riallaccia nella misteriosa figura di San Besso, uno dei martiri della mitica legione tebea e che si intreccia nella figura di Sant’Orso (cui è intitolata la parrocchiale). E’ tradizione infatti che Orso, arcidiacono di Ploceano, il malvagio vescovo di Aosta, sfuggendo alla persecuzione degli Ariani, predicasse nella Valle Soana contro le eresie; ed in Campiglia (non a caso la località dove, si dice, venne martirizzato Besso) si trova un sito tuttora chiamato platea S. Ursi ( la piazzetta di fronte alla chiesa parrocchiale)… vedete voi…

Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant'Orso
Cogne-la facciata della chiesa parrocchiale di Sant’Orso

Per non parlare, poi, della meraviglia archeologica situata ad una manciata di km da Cogne scendendo verso Aymavilles: il ponte-acquedotto del Pont d’Ael, risalente all’anno 3 a.C.! Un vero capolavoro di ingegneria idraulica romana voluto da un privato, peraltro ben inserito nella cerchia dell’imperatore Ottaviano Augusto: il padovano Caius Avillius Caimus. Costui investì “pecunia sua” per realizzare questa infrastruttura utile a convogliare le acque del Grand Eyvia da Chevril (dov’è stata riconosciuta l’opera di presa) fino alle cave di bel marmo grigio venato di Aymavilles, un materiale ampiamente utilizzato nella monumentalizzazione della colonia di Augusta Praetoria!

Ebbene, Caio Avillio Caimo era un  esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime,
soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli. Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale, in particolare nelle valli di Lanzo e dell’Orco (e la Soana è proprio lì!). Altro interessante indizio storico dello stretto legame tra questi due versanti, non vi pare?

Il respiro del grande prato di Sant’Orso; la dolcezza della Valnontey; il fascino delle cascate di Lillaz; i complicati giochi dei tomboli e l’enigmatica figura del dottor César-Emmanuel Grappein, il più celebre cognein di tutti i tempi, vissuto a cavallo tra XVIII e XIX secolo.

Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)
Veduta di Cogne verso la Valnontey (ThinkNatureinCogne)

Senza dimenticare naturalmente la lunga storia mineraria che per secoli ha segnato profondamente non solo il territorio, ma lo stesso tessuto sociale e la vita degli abitanti di Cogne.

Cogne-miniere (ecobnb)
Cogne-miniere (ecobnb)

E dal villaggio di Lillaz si attacca la grande traversata che, dal Rifugio Sogno, condurrà al Misérin, al Dondena e infine a Champorcher.

Terre alte, dall’aspetto poeticamente severo e dolce allo stesso tempo. Altipiani incastonati tra vette ricamate da lunghe lingue nevose e impreziositi da laghi trasparenti, spesso effimeri. Terre magiche dove da sempre l’uomo avverte il respiro divino. E non è un caso se attraversando gli spazi e i silenzi di questi luoghi, si incontri da vicino Lei, la Madonna, protettrice di chi sale (Assunta), protettrice di chi cammina e di chi si avvicina così tanto al cielo…

Il santuario mariano del Misèrin, a 2.583 metri di quota sulle rive dell’omonimo specchio d’acqua, ad esempio, è davvero un luogo speciale avvolto da un’atmosfera che attrae e rapisce. Un luogo magnetico dove, fatalmente, troviamo ancora traccia della leggendaria legione tebea i cui componenti (da San Besso a Sant’Ilario, da San Vittore a San Maurizio) hanno profondamente segnato la storia religiosa delle nostre vallate.

La leggenda vuole, infatti, che un militare romano cristiano di questa legione, sfuggito ad un massacro, si fosse rifugiato nell’alta valle di Champorcher portando con sè una statua della Madonna. Nel XVI Secolo, la statua fu rinvenuta sulle rive del lago da alcuni pastori e si decise che fosse quello un segno divino affinché venisse costruito un luogo di culto.

Santuario al lago Misérin
Santuario al lago Misérin

C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)
Pontboset-(foto-Enrico-Romanzi)

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)
Hone-la parrocchiale di San Giorgio durante gli scavi archeologici (G. Sartorio)

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Bard-borgo e Forte (Artemagazine)
Bard-borgo e Forte (Artemagazine)

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie
Donnas, il tratto più emozionante della strada romana delle Gallie

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Donnas-la chiesetta di Sant'Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)
Donnas-la chiesetta di Sant’Orso fa capolino sulla strada romana (M.G.Schiapparelli)

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

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Pont-Saint-Martin, ponte romano del I secolo a.C. (tordesgeants.it)