Sant’Orso di Aosta. Tra storia, leggenda e tradizione alla ricerca di un simbolo senza tempo.

Si è conclusa ieri la 1023ma Fiera di Sant’Orso. Un’occasione unica per vivere l’atmosfera di una città alpina, Aosta, il cui cuore batte da oltre 2000 anni. Un’occasione per immergersi nella magia della tradizione artigiana e della cultura locale addentrandosi nelle strade e nei vicoli vestiti di luci, attardandosi davanti alle ricche bancarelle debordanti di piccoli capolavori fatti rigorosamente a mano, oppure riscaldandosi e rifocillandosi con le tante squisitezze e le robuste specialità del posto.

ORSO. UOMO E ANIMALE. DIVAGAZIONI

Ma c’è dell’altro. Venire ad Aosta per festeggiare Sant’Orso non può non portarvi a visitare la preziosa Collegiata e il raffinato Priorato rinascimentale voluto dal nobile Giorgio di Challant.

Un luogo dalla sacralità quasi palpabile; ben percepibile già nel tiglio plurisecolare (venne piantato tra il 1530 ed il 1550) che si innalza sul sagrato, tra la chiesa di S. Orso e quella, oggi sconsacrata, di S. Lorenzo; un albero molto particolare che, benché squarciato da un fulmine nel 1951, ha continuato a vivere e fiorire diventando quasi un simbolo dell’energia vitale che pervade questo luogo così intimo e appartato.

Pensate che alcuni popoli nord-europei credevano che per richiamare a sé la forza e l’energia dell’orso bisognasse invocarlo vicino ad un grande albero. Perché parlo dell’orso? Beh, diciamo che sul nome di questo santo, personaggio avvolto nella leggenda e della cui vita storicamente ben poco si sa e quel poco nemmeno è certo, vi è parecchio da riflettere. Nel mio personale sentire questo è un nome che nasconde molto.

Orso è un personaggio che riassume in sé molteplici valenze (culturali e cultuali) le cui origini vanno ricercate in un passato profondo e remoto.

Siamo in un luogo le cui radici si perdono nella notte dei tempi. Un luogo dove sin dalla tarda epoca romana si cominciarono a seppellire i propri cari. E fu proprio intorno a importanti mausolei di famiglia che iniziarono a raggrupparsi le tombe successive fino alle prime due chiese paleocristiane risalenti al V secolo d.C. (San Lorenzo a ovest e Sant’Orso dall’altra parte della piazzetta). Oggi San Lorenzo è sconsacrata e viene utilizzata come prestigiosa sede espositiva; ma il suo sottosuolo racchiude un sito archeologico di notevole rilievo dove potrete vedere i resti della prima cappella, le tombe e le epigrafi funerarie dei primi vescovi aostani all’alba della cristianizzazione di queste montagne. Tra questi segnaliamo San Grato, morto alla fine del V secolo d.C., venerato patrono di Aosta e della diocesi valdostana.

ORSO SACRO

L’orso. Un animale da sempre in qualche modo collegato a quella fascia di mezzo tra la vita e la morte. Lui, che all’arrivo dell’inverno si rintana nel buio tiepido e profondo delle grotte, delle caverne, dove si addormenta in un sonno simile ad una morte apparente, ma che al bussare della primavera “torna alla vita”, alla luce. L’orso, un animale che riusciva quindi a rappresentare il magico e imperscrutabile collegamento tra la vita e la morte. Per l’orso nessun cambiamento è irreversibile; l’orso è in grado di attraversare il confine tra la vita e la morte, e quello tra umano e animale. Un animale-simbolo per questo motivo da molti popoli considerato sacro e perciò oggetto di culto e venerazione. Dai popoli nordici, celti, germanici. Ma anche dagli antichi Greci che associavano l’orso alla Luna, anch’essa in grado di mutare stato, di scomparire per poi riapparire, più bella e lucente di prima. E la Luna porta alla dea Artemide (Diana per i Latini) le cui adepte venivano chiamate “arktai”, le “orse”. Il santuario più noto legato a questo culto è quello di Artemide Brauronia, sulla costa orientale dell’Attica. Ma qui era l’aspetto femminile dell’orso a prevalere, l’orsa, nello specifico “mamma orsa”, protettrice delle gravidanze e del parto. E potremmo citare un altro caso di divinità “ursina”: la dea elvetica Artio (letteralmente “l’Orsa”). Una sua effigie in bronzo rinvenuta a Muri, nella regione di Berna (altro caso di città il cui nome si lega a quello dell’orso), ci mostra un’aristocratica figura femminile assisa in trono al cui cospetto campeggia un possente plantigrado affiancato, guarda caso, ad un albero. Un ultimo spunto: l’epiteto “artaius” (ursino?) si ritrova anche abbinato al dio Mercurio (molto amato e diffuso tra i Galli freschi di romanizzazione) in un’epigrafe ritrovata a Beaucroissant, in Isère (quindi in terra allobroga, non così distante dalla Valle d’Aosta!). Gli animali sacri a questa divinità? Lo stambecco e, più frequentemente, il gallo… non dico altro!

UN AFFETTO REMOTO

Non voglio divagare e prometto di trattare più approfonditamente questo argomento, ma pensate al classico orsacchiotto che tutti noi abbiamo stretto tra le braccia da piccoli… il “teddy bear”. Quell’orsetto di pezza o di peluche non è un semplice giocattolo…è molto di più! Vi siete mai chiesti quali sono le sue origini? L’oggetto, definito “transizionale” dagli psicanalisti (un po’ come la “coperta di Linus”), rappresenta una sicurezza, un appiglio, una protezione per il bambino nel suo passaggio dalla mamma al mondo “altro” (dopotutto, va riconosciuto, l’abbandonarsi al sonno per i piccoli non è mai immediato). Qualcosa che lo guida e lo accompagna dalla totale dipendenza dalla madre alla prima forma di “solitudine”. L’orso, l’animale più umano che esista. L’orso, animale considerato psicopompo, ovvero dotato del potere di accompagnare le anime nell’aldilà proprio in virtù del suo “andare in letargo”, assopito in una morte apparente per poi, a primavera, “risorgere”. Un sonno simile alla morte, appunto.

SPUNTI PER UNA VISITA

Ma torniamo in superficie e lasciamoci ammaliare dall’imponenza della splendida torre campanaria romanica (alta ben 46 metri!) alla cui base si può apprezzare un vero e proprio campionario lapideo locale: dai graniti ai calcari, dalle pietre verdi fino alle poderose lastre di marmo grigio-azzurro recuperate dalla città romana e qui reimpiegate. Attenzione però, perché la cuspide e i quattro pilastrini angolari sono del XV secolo. Si pensi inoltre che questo campanile, molto probabilmente in origine era una torre di guardia pertinente a una cinta difensiva che recingeva il complesso conventuale. E il campanile precedente allora dov’era? Se guardate attentamente il lato sinistro della facciata della chiesa lo riconoscerete nella sequenza verticale di bifore restituita da un accurato restauro: era un campanile d’accesso perché alla base si apriva, appunto, il portale.

E ora avviciniamoci alla facciata tardo-gotica, connotata da un’insolita svettante ghimberga in terracotta e da una triade di pinnacoli, anch’essi in terracotta. E’ questo un materiale che ci fa uscire dalla Valle d’Aosta verso la piana del Po, verso il vicino Piemonte e le corti lombarde.

Un materiale che ritroviamo in abbondanza nel vicino Priorato, voluto e commissionato dall’illuminato priore Giorgio di Challant alla fine del Quattrocento. Un edifico che ben rispecchia l’anima della Valle d’Aosta: un’impostazione architettonica mutuata dall’architettura civile francese, ma impreziosita da formelle e decorazioni in terracotta stampata e dipinta, importate dal limitrofo Piemonte. All’interno si cela un vero cameo: la cappella coi suoi pregevoli affreschi tardo-quattrocenteschi.

E infine, per completare la visita esterna, addentriamoci nei suggestivi porticati del chiostro romanico. Risalente alla prima metà del XII secolo, in un momento in cui la comunità abbracciò la Regola agostiniana, il chiostro si distingue per la presenza di una teoria di colonnine binate sormontate da un totale di quaranta capitelli istoriati, uno diverso dall’altro. Dall’Antico al Nuovo Testamento fino alle storie dell’infanzia di Gesù e alla leggendaria vita di Sant’Orso per giungere a simboliche raffigurazioni e agli animali fantastici dell’immaginario medievale, questo luogo riecheggia un misticismo antico e pervasivo.

E ora entriamo in chiesa. Subito lo sguardo viene colpito dai ricercati cromatismi dei marmi in stile Rococò e da una commovente Maddalena piangente ai piedi del crocifisso posto al di sopra di un’elegante transenna in marmo rosa che divide la zona presbiteriale dalla platea destinata ai fedeli.

IL QUADRATO MAGICO

Ma avviciniamoci all’altare. Sorprendente, inaspettato, semplicemente…magico. Sì, quello che si apre sotto i vostri piedi, protetto da una spessa lastra di vetro, è uno dei tanti e misteriosi quadrati magici distribuiti in altrettanti luoghi, cristiani e non, d’Europa. Si tratta di un mosaico datato al XII secolo e realizzato in tessere perlopiù bianche e nere con inserti color arancio chiaro. Ai quattro vertici del quadrato, altrettante figure: un drago, una pantera, un rapace con un’unica testa e due corpi (forse il mitico caradrio) nonché un tritone che regge un serpente. Si presume possano rappresentare i quattro elementi oppure una lettura sul tema della Redenzione dal peccato e della Resurrezione.

All’interno del quadrato sono inscritti sei cerchi. Il registro più esterno riporta questa frase: “Interius Domini domus hec ornata decenter querit eos qui semper ei psallant reverenter “, cioè: “Questa casa del Signore, opportunamente adornata, accoglie al suo interno coloro che sempre a Lui cantino reverenti”.

Una fascia successiva riporta un complesso intreccio di nodi che ben potrebbero rappresentare il legame tra Dio e l’uomo.

Quindi una scritta palindroma (che si può leggere in un senso e nell’altro) con parole speculari: ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR. Tanti gli studi, tante le letture, numerose le ipotesi e le interpretazioni. La traduzione letterale suona così: “Il seminatore Arepo tiene in opera le ruote”.

Il significato di base è che “Dio è signore del Creato” e tiene le “ruote”, ossia che il Signore è al centro dell’Universo volendo ravvisare nelle “ruote” nient’altro che le “orbite”.

Infine al centro troviamo un giovane uomo che lotta contro un grosso felino cavalcandolo. Si pensa rappresenti la lotta di Sansone (per i lunghi capelli) contro il leone. Traslando l’episodio: è Cristo che combatte contro il Male. Suggestivo pensare che in realtà l’uomo non stia uccidendo l’animale, ma lo stia obbligando a volgere lo sguardo verso l’alto, cioè verso Dio. Si tratta di un’iconografia molto antica rintracciabile, ad esempio, nelle numerose raffigurazioni di Mitra che sottomette e uccide il Toro. Comunque un culto solare. Comunque un culto salvifico. Suggestivo pensare che il centro della raffigurazione sia interpretabile proprio come un Sole attorno al quale ruotano le “rotas”, le orbite dell’universo. E quel Sole altro non è che Dio, eterna fonte di luminosa salvezza. Non a caso il nome stesso “Sansone” contiene al suo interno la radice ebraica –san indicante proprio il sole (e rintracciabile assai facilmente nella lingua inglese); quei capelli a grosse trecce allargati a ventaglio altro non sarebbero, dunque, che i raggi di questo Sole in forma d’uomo che cavalca il mostro delle Tenebre obbligandolo a guardarlo, quindi a volgere lo sguardo verso la redenzione ed il Bene supremo.

Meritano, poi, particolare attenzione gli stalli lignei posti sui due lati del coro realizzati verso il 1487. Si tratta di un lavoro di notevolissimo livello, sia per l’architettura complessiva nello stile gotico d’Oltralpe detto fiammeggiante, sia per il dettaglio degli intagli lignei; l’autore è un ignoto artista di cultura svizzero-renana (che doveva essere, in quegli anni, subentrato con la sua bottega in Aosta all’atelier di Jean Vion de Samoëns e di Jean de Chetro che, una ventina di anni prima, aveva realizzato gli stalli della Cattedrale). Figure di santi, profeti; figure grottesche, animali, teste e scene di vita quotidiana. Un vero viaggio nel tempo e nella fede.

LA CRIPTA. DALLE FENESTELLAE CONFESSIONIS AL RITUALE DEL MUSSET

Scendiamo ora nella cripta. Un luogo che in origine era grande il doppio ed era suddiviso in due ambienti giustapposti ma tra loro separati da un muro con tre aperture, tre finestrelle attraverso le quali “dialogare” coi  resti del Santo ivi sepolti o comunque per “parlare” con l’Aldilà. Una selva di colonne di epoca romana (tra cui un miliario) precedono la vista dell’altare con la statua di Sant’Orso, purtroppo priva del bastone. Sotto l’altare un angusto passaggio ricorda un’antica pratica cultuale: quella del cosiddetto musset. Il primo febbraio i fedeli strisciano faticosamente dentro questo cunicolo per chiedere a Sant’Orso una grazia, in particolare contro i dolori di schiena e, si dice, anche contro la sterilità. Poi naturalmente ognuno è libero di declinare le sue richieste come meglio ritiene. Pensiamoci: un angusto e buio passaggio. L’orso che si risveglia e a fatica, ancora un pò addormentato, esce dall’antro che aveva ospitato e protetto il suo sonno letargico. Oppure: questo cunicolo così stretto, non potrebbe ricordare l’uscita alla vita del bimbo che striscia fuori dall’utero materno?

Un ultimo passaggio ci porta dal sottosuolo al sottotetto dove si nasconde un meraviglioso ciclo di affreschi ottoniani (XI secolo) analogo a quello presente nel sottotetto della Cattedrale. Oggi non più visibili, erano invece ben evidenti nella primitiva navata centrale. Un complesso sistema di meandri prospettici, animali e storie tratte dall’Antico e Nuovo Testamento in un rincorrersi di verdi, bianco, nero e sfumature di ocra.

Sant’Orso. Dove si intrecciano storia, fede, arte, leggenda e mistero.

Stella

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San Lorenzo di Aosta. Antiche storie all’ombra del grande tiglio

Correva l’anno del Signore 451 d.C.; ero ancora un giovane presbitero a quel tempo, cresciuto e nutrito spiritualmente nel cenobio del santo vescovo Eusebio, in quella città di pianura circondata dalle acque chiamata Vercelli. Mio compagno di studi e di formazione, sebbene più grande, il sapiente Eustasio. Ed era proprio lui vescovo di Aosta quando, bloccato da motivi di salute, mi incaricò di rappresentarlo nella grande Milano, nostra sede metropolitana, in occasione dell’importante concilio provinciale.

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Veduta attuale di Vercelli

Un incarico di prestigio col quale Eustasio mi manifestò tutta la sua stima ed il suo apprezzamento. Un onore che, tuttavia, non mancò di farmi venire i tremori per l’ansia di dover, ancora così inesperto, prendere parte ad un incontro di siffatto rilievo.

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Ricostruzione di Mediolanum nel IV secolo d.C. (da Romano Impero)

Il mio nome, Grato, suona l’accento ellenico; ebbene sì, la mia famiglia paterna affonda le sue origini nella terra di Omero. Nonostante sia giovane ho molto viaggiato e ancora bambino giunsi nella sconfinata e ubertosa pianura del grande fiume Po, immenso nastro d’argento che scaturisce dalle alte vette alpine per arrivare a tuffarsi nel mare Adriatico.

Ero da poco entrato in convento quando, una notte, una di quelle dal sonno tormentato scosso da sogni ricorrenti, apparentemente illogici e non privi di angoscia, ebbi una strana visione.

Davanti a me si apriva una valle verdeggiante, solcata al centro da un ampio fiume le cui acque riflettevano un azzurro argenteo e si attorcigliavano in mille gorghi tra le rocce. Intorno a me un panorama insolito: montagne, montagne altissime ammantate di candida neve. Non lontano dal fiume, una città. Una città che doveva essere stata molto importante in passato vista l’entità dei grandi edifici che, seppure in rovina, ancora si ergevano al di sopra di un mare di povere casupole e di orti. In sogno mi sentii chiamare. La gente di quella valle mi aspettava, ma io non sapevo dove si trovavano né come raggiungerli.

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Ricostruzione veduta da est di Aosta in epoca imperiale romana (da Cadran Solaire, 2012)

Questo strano sogno si ripresentò anche negli anni successivi; rimasi esterrefatto quando mi resi conto che questo sogno capitava sempre nella stessa notte, quella tra 6 e 7 settembre.

Finché, già ventenne, venni convocato dal saggio Eustasio. Doveva darmi uno notizia importante: lo avrei seguito ad Aosta.

Giunto in questa città a me sconosciuta, capii: era questa la destinazione cui ero stato assegnato dal volere divino. Quella vallata, quel fiume, quelle vette. La Vallis Augustana mi stava aspettando da tempo e finalmente vi ero giunto.

Lavorare e studiare sotto la guida di Eustasio, anch’egli di origine greca come me, era fonte continua di accrescimento intellettuale e spirituale, ma anche di arricchimento umano vista la sua immensa generosità, il suo buon cuore, la sua costante attenzione verso i più deboli e sventurati.

Spesso con lui ci si recava fuori dalle nobili e vetuste mura della città per visitare le contrade più lontane e sperdute portando la Parola di Dio, conforto e ascolto.

La gente delle campagne viveva poveramente, questo sì, ma devo dire con grande serenità e dignità. Mi piaceva molto fermarmi con loro, accettare l’invito ad entrare nelle loro umili abitazioni, condividere un tozzo di profumato pane di segale spalmato di buon burro o accompagnato da un pezzo di saporito formaggio. A volte mi veniva offerto persino un piatto di zuppa di cavolo, porri e cipolle davvero deliziosa.

Notavo che il saggio Eustasio si incupiva quando si accorgeva che molti contadini ancora mescolavano la vera fede con antiche credenze, magari recandosi a pregare in prossimità di enormi roccioni, di grotte, di anfratti piuttosto che nelle chiese e nelle cappelle. Così come spesso invocavano antiche divinità pagane se, per disgrazia, una tempesta o un’alluvione arrivavano a distruggere il raccolto. Eustasio li ammoniva severamente, ma io mi rendevo conto che più utilizzava toni veementi e meno veniva ascoltato, anzi, otteneva spesso l’effetto contrario.

Pensai così di adottare i metodi degli antichi Romani, provando ad insegnare loro che divinità apparentemente diverse potevano fondersi e convivere. Insegnai loro ad invocare il buon Dio; insegnai loro l’importanza di rivolgersi al cielo, nome stesso che racchiude in sé le radici di tante parole poi passate a designare dei e Dio. Un pomeriggio d’estate, mentre mi trovavo con loro in un piccolissimo villaggio affacciato sulla piana di Aosta, il cielo si coprì all’improvviso di fosche e minacciose nubi scure. In poco tempo tutto si rabbuiò e vidi la paura negli occhi dei contadini. Istintivamente iniziarono ad invocare antichi dei pagani della tempesta e del tuono. Io, con tutta la voce che avevo, intonai un canto al Signore. La pioggia iniziò a cadere, prima fine e poi sempre più forte. I contadini mi fissavano, temendo il peggio, ma nessuno osava andarsene perché mi vedevano lì, immobile, in mezzo al prato. Continuavo a pregare cantando, addirittura ringraziando Dio per il dono della pioggia. Finché, così velocemente come era arrivata, la tempesta quasi per miracolo si allontanò verso sud, riempiendo l’aria di brontolii e di tuoni, ma risparmiando quelle terre.

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Da quel giorno si sparse rapida la voce, di villaggio in villaggio, che io ero capace di bloccare la tempesta e di sedare il temporale. Mi imitarono. Iniziarono a pregare Dio.

Da quel momento ogni volta che mi recavo nelle campagne, venivo accolto come fossi il papa, tra giubilo e festa; ogni volta la gente mi chiedeva di fermarmi a pregare con e per loro. Eustasio capì e ne fu felice.

E fu così che, dopo la morte del venerabile Eustasio, ne divenni il sostituto sulla cattedra aostana.

Tra le mie diverse attività e impegni, vi era un progetto cui ero particolarmente affezionato: la basilica intitolata a San Lorenzo, morto martire per la fede appena due secoli prima. I lavori iniziarono già con Eustasio che, però, non riuscì a vedere l’opera completata. La piccola chiesa sorgeva fuori le mura, in una zona di necropoli utilizzata sin dalla tarda epoca romana, anzi, alcuni raccontavano che anche le antiche popolazioni dei monti vi seppellissero i loro morti.

Alcune tombe di tarda età romana erano più grandi e importanti delle altre, veri e propri mausolei di personaggi di rilievo o di famiglie nobili. Si diceva fossero tombe di martiri e, di conseguenza, il potersi far seppellire vicino a loro era considerato un efficace vademecum verso la Salvezza eterna.

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Ricostruzione delle due chiese funerarie di S. Lorenzo e S. Orso nel V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Sorgeva quindi la basilica di San Lorenzo extra muros sul lato orientale della città, vicinissima ad un’altra chiesa intitolata a San Pietro (e successivamente, ma io non potevo ancora saperlo, intitolata anche a Sant’Orso). Erano quasi allineate. Una coppia emblematica di chiese funerarie, dedicate al culto dei morti o, meglio, della Vita eterna. Contemporaneamente, sul lato ovest, sempre fuori le mura, stava nascendo una piccola basilica analoga, in un’area oltre la Porta Decumana di romana memoria.

Data al 400 d.C. la costituzione della santa diocesi di Aosta contestuale alla costruzione del primo complesso episcopale della Cattedrale, chiesa madre della città con cura d’anime. Fu poi con la sistemazione delle antiche aree funerarie fuori le mura che si pervenne alla costruzione delle basiliche funerarie tra cui, appunto, anche San Lorenzo.

Consolidati i lavori in città, ci si rivolse alle campagne procedendo alla realizzazione delle prime chiese con cura d’anime, ovvero dotate di fonti battesimali, a Villeneuve, a Morgex e a Saint-Vincent, tutte dislocate lungo l’importante arteria della Strada romana ad Gallias, la stessa che utilizzò, non molto tempo fa, il nobile vescovo Martino di Tours nella sua strenua ed indefessa missione di evangelizzazione dei pagi.

Ben presto San Lorenzo e San Pietro (cui in seguito si aggiungerà Sant’Orso) divennero un unico complesso funerario denominato Concilia Dominorum Sanctorum Martyrum.

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Planimetria a croce latina del V secolo d.C. (da Cadran Solaire, 2009)

San Lorenzo presentava una forma a croce latina, sulla scorta di quanto fortemente voluto dal grande padre Ambrogio di Milano per affermare la vittoria del simbolo della Croce nella sua lotta contro l’eresia ariana. E non era un caso che i legami con la diocesi milanese fossero molto forti e sentiti anche perché Aosta, così come Vercelli, faceva riferimento alla sede metropolita di Mediolanum. Stringente in effetti la ricercata somiglianza di San Lorenzo con l’impianto della Basilica Apostolorum di Milano (che voi oggi chiamate San Nazaro in Brolo).

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Ricostruzione dell’interno del V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Grandi edifici romani ormai in disuso e in stato di abbandono vennero utilizzati come cave a cielo aperto per la costruzione di questa come di altre chiese in città; i grandi e bei blocchi romani, già tagliati e sagomati, erano perfetti per essere reimpiegati. Ma l’azione del reimpiego dell’antico, non dimentichiamolo, non aveva solo finalità pratiche, bensì una forte valenza ideologica perché stava a significare che la nuova Aosta cristiana poggiava le sue radici sull’Aosta romana di cui si faceva chiaro e innegabile vanto.

Ricordo ancora l’atmosfera di estrema sacralità che si respirava, che si sentiva sulla pelle, quando si entrava in San Lorenzo, appena illuminata dalle lampade a olio appese al soffitto, dalla tenue luce filtrante dalle lastre di alabastro delle finestre; i marmi romani rifulgevano di nuova vita e nuovo significato in questo nuovo luogo di culto cristiano.

Vorrei raccontarvi un altro episodio assai particolare che ha poi segnato fortemente il ricordo che la gente ha mantenuto di me.

Un giorno, durante una delle mie numerose visite nel contado, mentre tenevo un’omelia venni bruscamente interrotto da urla strazianti. Una donna disperata corse verso di me, verso il resto delle persone assiepate nella piazza del villaggio urlando e piangendo: suo figlio Giovanni, un piccolo di appena 3 anni, era tragicamente scivolato dentro un pozzo lasciato inavvertitamente aperto ed incustodito. Ci precipitammo sul posto; io per primo mi sporsi oltre il bordo chiamando il bambino: piangeva e si lamentava, ma era ancora vivo. Per fortuna quel pozzo era semivuoto, sebbene assai profondo.

Non esitai e mi offrii volontario ad aiutare altri uomini. Con delle corde ci attrezzammo e a mò di scala riuscimmo a calarci e a portare in salvo il piccolo. Ritornai tenendo avvolto il bimbo tremante nelle mie vesti; sporgeva solo la testa con quei grandi occhi neri colmi di paura.

La madre lo prese e lo strinse a sè ringraziandomi in tutti i modi che conosceva. Tornai ad Aosta scortato dall’intera popolazione di quel villaggio e la mia fama presso le genti della valle aumentò considerevolmente. Non potevo immaginare che, nei secoli che seguirono, questo episodio venne a tal punto trasformato ed ingigantito nei racconti da diventare leggenda. La leggenda che vorrebbe fossi stato io a ritrovare la testa di San Giovanni Battista in fondo ad un pozzo di Gerusalemme… e infatti vengo spesso raffigurato così, con la testa del Battista in mano, semiavvolta dal mio mantello.

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Si avvicinavano ormai gli anni finali di questo V secolo dalla nascita di Cristo. Giunse anche la fine dell’estate; da tempo non stavo bene, ero molto affaticato e sempre meno riuscivo a recarmi fuori città. La gente veniva a cercarmi, pur di ascoltare le mie omelie.

La notte tra il 6 ed il 7 settembre rifeci quel sogno (erano anni che non mi si ripresentava più): la grande vallata solcata dal fiume. In sogno ero tranquillo stavolta: conoscevo quel luogo ormai a me così caro. Conoscevo quelle case, quei monti, quelle persone …

Vidi Aosta dall’alto, vidi la zona delle due chiese funerarie di San Lorenzo e San Pietro, ma era diversa da quella che conoscevo. Le chiese erano cambiate: San Pietro veniva indicata dalla gente della città con un altro nome, col nome di un santo a me ignoto: Sant’Orso. Su uno spiazzo compreso tra le due chiese si ergeva una pianta monumentale: un  tiglio dal tronco squarciato ma dalla folta chioma. Vidi un edifico a me sconosciuto, vero trionfo di abilità artistica nel lavorare la terracotta. Vidi che San Lorenzo aveva mutato il suo ingresso spostandolo sul lato orientale dove io ricordavo la curva dell’abside, e sottolineandolo con un portico.

La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)
La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)

Mi svegliai, disorientato; il cuore batteva all’impazzata. Cercai un sorso d’acqua, presi in mano il mio breviario tentando di ritrovare la pace. La vista era come annebbiata ed un senso di torpore presto si impadronì di me.

Il sonno giunse nuovamente e con esso, altri sogni, oppure visioni… non saprei. Mi vidi all’interno di San Lorenzo, ma improvvisamente il pavimento che conoscevo scompariva, diventava come invisibile. Sotto i miei piedi delle tombe, tante, innumerevoli tombe aperte nelle quali si vedevano i resti umani dei Cristiani qui lasciati nel sonno eterno, alcuni coi loro monili, collane, fibbie. Cristiani qui sepolti nel corso di secoli.

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Alcune tombe a ridosso della zona presbiteriale (foto E. Romanzi)

Vidi degli uomini chini con pale e picconi che scavavano quelle tombe, che compilavano taccuini; li chiamavo per fermarli, ma non mi sentivano! Ad un certo punto mi voltai e vidi … il mio nome: Gratus Episcopus. Era riportato su un’epigrafe, un’epigrafe funeraria: “hic requiescit in pace...” Quella era la lastra della mia morte.

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Epigrafe del vescovo Grato in San Lorenzo (foto: E. Romanzi)

Mi ritrovarono il giorno seguente, 7 settembre, sconvolto da tremori, sudori freddi, febbri altissime, in preda al delirio. Rivedevo la Grecia natia, Vercelli, il maestro Eusebio e il saggio Eustasio. Rivedevo la bellissima vallata solcata dal fiume argenteo, la Dora Baltea. Rivedevo gli occhi del piccolo Giovanni. Rivedevo lo stupore sui volti dei contadini risparmiati dalla tempesta.

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Sono Grato, vescovo di Aosta. Riposo qui, nella mia amata chiesa di San Lorenzo, sotto l’ombra di questo grande tiglio, cullato dall’allegro vociare dei bimbi che giocano felici nel giardino sopra di me. Le mie spoglie mortali non sono qui, non più; ma il mio spirito e il mio nome qui rimarranno per sempre, o almeno finché ci sarà anche solo uno tra di voi che avrà desiderio e cuore di venire a farmi visita.

Stella

Castello di Saint-Pierre. Il regno di Flora

“Lasciare la città per finire lassù, in mezzo alle montagne… da solo… beh, del resto non ho scelta!”. Così si lamentava il giovane barone, rampollo di una nobile ed importante famiglia, costretto dai parenti a trasferirsi nel piccolo villaggio di Saint-Pierre.

“Hai ereditato l’antico maniero di famiglia, Emanuele!”, tuonava l’arcigno zio, “tuo compito è prendertene cura! Quindi, fattene una ragione e prepara i bagagli! Tra una settimana al massimo il castello di Saint-Pierre sarà la tua dimora! E vediamo se, confinato lassù, tu non metta la testa a posto!”.

Emanuele non aveva scelta. Tutta la famiglia era contro di lui.. Purtroppo negli ultimi anni non si era certo guadagnato una buona fama: conduceva una bella vita sperperando denaro in ogni possibile modo, frequentava compagnie ritenute “pericolose e inopportune”… un continuo litigio con lo zio! Forse era davvero meglio andarsene… poche comodità, pochi soldi, ma almeno sarebbe stato in pace e avrebbe fatto ciò che voleva!

Rapidamente arrivò il giorno della partenza. La diligenza correva veloce sulle strade polverose. In poco tempo le campagne lasciarono il posto al dolce profilo delle colline che vennero presto sostituite dalle alte montagne della Valle d’Aosta.

L’aria aveva cambiato profumo: Emanuele era inebriato da quella fragranza mista di pino, erba, muschio e terra. Gli sembrava che il sangue corresse con più vigore alimentato dalle brezze fresche che rotolavano giù dai ghiacciai.

All’improvviso, dopo un’ultima curva, eccolo: l’antico maniero lasciatogli dal nonno!

Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)
Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)

Su un roccione svettava la vecchia torre maestra, già in stato di avanzato degrado, circondata dalle possenti mura medievali in buona parte sbrecciate. Gli edifici residenziali erano spogli (solo i mobili essenziali), bui e umidi. Emanuele sospirò:” Mio Dio… ci vorrebbero dei lavori, ma come li pago? Solo questo mi hanno lasciato e lo zio non mi da più un soldo… vedremo… per ora va ancora bene: per fortuna è estate! Chiederò nel villaggio se qualche manovale può venire a dare un’occhiata…così…giusto per non avere la neve in casa o spifferi gelati quest’inverno… “.

Tuttavia, nonostante lo sconforto iniziale, Emanuele avevo ben presto imparato ad amare quel luogo. Il paesino era carinissimo e gli abitanti avevano accolto con simpatia “quel giovane barone scapestrato e ribelle, amante della natura, fuggito dalla grande città!” (così dicevano di lui).

In una stanza col camino, dove ancora si vedevano resti di antichi affreschi e si potevano magicamente percepire gli echi delle leggendarie feste organizzate dai ricchissimi proprietari oltre 200 anni prima, Emanuele aveva creato il suo angolino prediletto.

Da subito aveva iniziato a perlustrare i dintorni: che meraviglia! Prati verdissimi, meleti, vigneti, orti e, in lontananza, boschi color smeraldo che, con le loro tonalità scure, esaltavano ancor di più il bagliore delle nevi perenni.

Quell’estate cominciata così male, si era rivelata una benedizione. Da solo, in totale libertà! Grazie al suo bel carattere, ai modi educati e, perché no, al gradevole aspetto, il giovane barone si era ben integrato e riceveva aiuto da tutti: cibo e biancheria pulita non gli mancavano!

Le quotidiane lunghissime passeggiate gli avevano fatto riscoprire e aumentare una passione che aveva da bambino: quella per la raccolta di erbe, foglie fiori. La natura così ricca e multiforme di quei luoghi avevano risvegliato in lui una profonda curiosità e in poco tempo si era creato una collezione botanica di tutto rispetto; “così, se mai un giorno dovessi tornare in città, un pò di questi luoghi verrà con me…”, pensava.

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Gli era poi venuta in mente un’idea: voleva trasformare l’alta corte del castello in un suo personale giardino segreto. Un pò “giardino dei semplici” con erbe aromatiche e medicamentose; un pò giardino all’inglese con piante ornamentali capaci di creare atmosfere incantate e suggestive. Quello sarebbe stato il suo giardino, chiuso al mondo eccetto che a lui!

Una sera, al tramonto, attardandosi sulla terrazza, notò per la prima volta un fiore straordinario attaccato al muro della torre. Si avvicinò: era una specie di orchidea. Un fiore grande dai colori cangianti, insoliti: i petali erano uno diverso dall’altro, quasi a formare un arcobaleno, lucidi e setosi.

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Decise di coglierlo per ripiantarlo ed eventualmente ricavarne semenza. Provò a strapparlo, ma il fiore incredibilmente si chiuse e si ritrasse.”No, devo aver sognato”, pensò, “è impossibile!”.

Ci riprovò: niente. Quel fiore si richiudeva su se stesso. Provò a reciderlo con delle forbici: niente!

Prese allora un martello e iniziò a distruggere il muro:”Verrà fuori, no!? Lo estirperò con tutte le radici!”. Risultato: il muro della torre si crepò terribilmente fino a sgretolarsi!

L’operazione aveva prodotto un’enorme voragine nel vecchio muro cadente mentre il fiore era rimasto ben incastrato nella sua pietra.

“No, ma… è impossibile!”. Emanuele non riusciva a crederci. “Che razza di pianta è mai questa?!”. Raccolse allora la pietra con la pianta dentro, deciso a portarla in casa per esporla così com’era, come fosse un oggetto esotico e meraviglioso.

La mise sul comodino accanto al letto e andò a dormire.

Ma non fu una notte come tutte le altre… Emanuele venne svegliato da un fruscio insistente, come se un insetto gli volasse sul viso. Quando aprì gli occhi rimase senza parole: dalla pietra la pianta era uscita a dismisura arrivando fino a lui e i fiori si erano moltiplicati e ingranditi fino a formare una coperta. Emanuele si alzò di scatto, ma qualcosa lo bloccava impedendogli di scendere dal letto.

Ad un tratto la coperta di fiori si mosse, si avvolse su se stessa e si trasformò in una giovane fanciulla alata.

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“Ma… ma chi… cosa…chi sei tu?” balbettò Emanuele confuso e spaventato. “Tranquillo, io sono Flora, la fata della Natura. Conosco la tua passione per il mio regno, ma oggi hai fatto qualcosa di grave: ti sei ostinato ad appropriarti di un fiore assai raro e prezioso, di me! Avevo provato a farti capire che non dovevi né potervi toccarmi, ma hai insistito fino a distruggere addirittura la tua casa! Hai commesso un errore. E ora, se non vi poni rimedio, la voragine nella torre si allargherà a tal punto che tutto il castello potrebbe crollare! Vuoi che accada?”.

“No, no… certo che no… ma..e ora? Come posso rimediare? Quel fiore era talmente bello che…”;

“talmente bello che avresti dovuto rispettarlo e lasciarlo dov’era”, concluse Flora.

E continuò:” Ad ogni modo, visto il tuo amore per il mio mondo, voglio aiutarti.”. Improvvisamente la stanza si riempì di strane creature, metà uomini e metà foglie, o metà uomini e metà fiore; c’erano anche uomini-stelo, uomini-ramo.. un vero e proprio esercito di esseri del piccolo regno al servizio della loro regina, la fata Flora.

Leafman (tratto dal film animato "Epic. Il mondo segreto")
Leafman (tratto dal film animato “Epic. Il mondo segreto”)

Emanuele era sbalordito! “Loro sono i miei fedeli servitori. Ti aiuteranno a ricostruire la torre maestra, a patto che tu segua i miei ordini! Voglio una torre alta ed elegante con quattro torrette, una per ogni angolo.

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Ogni torretta corrisponde ad una stagione e, a seconda della stagione, dovrai lasciarmi (con la mia pietra) nella torretta corrispondente. Nessun uomo però potrà entrarvi! Nemmeno tu! Mi dovrai lasciare all’ingresso, poi saranno i soldati-foglia a trasportarmi all’interno! Sii preciso, non farti trascinare dalla curiosità. Se un uomo dovesse entrare in una torretta, l’intero castello crollerà e per te sarebbe la rovina. Se invece ti atterrai ai patti per almeno 50 anni, il tuo castello diventerà la dimora del piccolo mondo alla portata di tutti e il tuo giardino segreto sarà dono per gli altri così che possano conoscere, scoprire, amare e proteggere il mondo di Flora”.

Emanuele non aveva altra scelta; nonostante un fondo di incredulità, obbedì alla fata Flora e, la mattina seguente, dopo una notte che gli parve lunga un’eternità, la torre non era più la stessa. Gli uomini-foglia e le donne-fiore avevano magicamente creato qualcosa di spettacolare: “ecco, ora posso dire di vivere nel castello delle fiabe”, esclamò il giovane barone.

“Non solo!”, lo corresse la fata, “puoi dire di essere un ospite speciale del regno di Flora”.

Il giardino segreto del barone divenne, col tempo, un tesoro di erbe, fiori ed essenze esotiche a disposizione di tutti. Nelle torrette nessuno mise mai piede e si narra che, ancora oggi, a seconda della stagione, il fiore-dimora della fata Flora vi fiorisca, ancorato alla sua pietra, di volta i volta con un colore ed un profumo diverso.

Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)
Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)

E’ il castello delle favole. E’ il castello di Flora. E’ il meraviglioso castello di Saint-Pierre!

 

Stella

Animali fantastici, ambigue visioni e funghi “intrufolati”. L’altro grande mosaico della Cattedrale di Aosta

“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.

Lo so che l’avete letta canticchiando. Chi di noi non se la ricorda?? Bene, quando ci si affaccia sul mosaico superiore del coro della Cattedrale di Aosta (risalente al XIII secolo), una sequenza animalesca analoga è quella che può venire in mente. L’elefante c’è e, attenzione, qui c’è pure uno dei due liocorni, ossia un unicorno (sono la stessa cosa). Ma niente oranghi, serpenti o topi. No! Quello che ci si presenta davanti agli occhi è un ricco ed articolato campionario di bestie più o meno mitologiche, più o meno fantastiche (e più o meno terrificanti) partorite dalla fervida mente dell’uomo medievale. Questi “campionari”, avevano un nome ben preciso: bestiarii (con due -i alla fine perché l’ho scritto plurale latino).

DIMMI CHE BESTIA SCEGLI E TI DIRO’ CHI SEI...

Modello dei bestiari (potremmo dire il Bestiario dei Bestiari) è un trattato redatto in Egitto forse nel II secolo d.C. in lingua greca, e denominato Physiologos, dove si prendevano in considerazione circa cinquanta animali e si associavano a citazioni scritturali: si fondava in tal modo una tipologia cristiana dell’animale, scopo della quale era l’associazione di un’immagine zoologica e di un’idea cristologica. Per capirci: ad ogni animale veniva associata simbolicamente una qualità, un carattere, una peculiarità interpretabile in chiave cristiana. Traduzioni del Physiologos si ebbero in siriano, armeno, etiopico e naturalmente – fin dal IV secolo d.C. – in latino.

Chi si stupisce per l’esotismo della fauna simbolica medievale deve tener conto di due cose: anzitutto che gli uomini e le idee (e le immagini con entrambi) viaggiavano a quel tempo molto più che non si ritenga oggi; in secondo luogo, che fonte principale per tale fauna simbolica è appunto il Physiologos, che traeva i suoi animali essenzialmente da due libri della Bibbia, Deuteronomio e Levitico. Tuttavia la lettura allegorica degli animali andò complicandosi mediante l’uso di altre chiavi interpretative, fornite ad esempio da certe somiglianze esteriori dei vari animali, da rapporti numerici o cromatici, da elementi di tipo etimologico o pseudoetimologico (cioè relativi all’origine della parola; se due parole si assomigliavano, doveva esserci un motivo!). Isidoro di Siviglia ad esempio, trattando degli animali nel libro XII delle Etymologiae, si serviva di Plinio e del Physiologus, ma anche di Varrone, di Virgilio, di Ovidio, e fondava o accoglieva leggende (o altre ne scartava) sulla base di accostamenti che la scienza del tempo definiva etimologici, e che noi definiremmo piuttosto omofonici o pseudomofonici: ad esempio, il “castoro” si chiamerebbe così perché si “castra” (!!), eccetera…

DA ORIENTE AD OCCIDENTE. TUTTA LA ZOOLOGIA IMMAGINARIA DEL MEDIOEVO

Nel corso del Duecento, si diffuse una grande quantità di Bestiari redatti nei vari idiomi volgari. La Bibbia, Fedro, le leggende e le immagini orientali penetrate in Europa dalle culture delle steppe o attraverso i testi narranti le vicende della spedizione di Alessandro in India (e, più tardi, attraverso i racconti dei viaggiatori), le figure allegoriche desunte dai passi scritturali d’argomento profetico, i segni che comparivano o che comunque venivano segnalati nei cieli, le visioni individuali e collettive, i simboli astrologici; la “zoologia immaginaria” del medioevo non è affatto una congerie disordinata di fantasie, anche se molte ed eterogenee sono le fonti alle quali essa attinse.

Siamo dinanzi ad un linguaggio, che ha la sua grammatica, la sua sintassi, il suo svolgimento etimologico: una vera e propria avventura semantica ed iconografica. Decodificarlo è possibile: e non si rischierà così di dissacrarlo e “disincantarlo”, anzi è necessario conservare tutta la sacralità ( e anche per certi versi la magia) di queste immagini; ma soltanto un modo per comprenderlo e, per questo, apprezzarlo ancora di più.

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CHIMERE, UNICORNI, IPPOCAMPI

Concentriamoci ora sul nostro mosaico. Partiamo dal centro, dove, come in una sorta di gioco ottico, notiamo un concatenarsi di cerchi e quadrati. Il quadrato: la Terra, l’ordine. Il cerchio: il Cosmo, certo, ma anche i cicli eterni di vita-morte-rinascita. Queste forme sono poi connotate dal rincorrersi di due colori abbinati: bianco e nero ( o meglio, vista la pietra a disposizione, grigio scuro). Già in questo possiamo intravedere una chiave di lettura: gli opposti, i rimandi. Bene e male; sacro e profano; propizio ed avverso; fas et nefas. Noi uomini siamo così chiamati a scegliere; siamo messi davanti ai bivi della vita, alle scelte, spesso difficili e non prive di inganni ed insidie, di fuorvianti apparenze. 

IL PESCE

Restando sempre nel cerchio centrale, vediamo quali animali lo popolano. Iniziamo da quello forse più famigliare: il pesce. Noto e consolidato simbolo di Cristo, della fede cristiana. Un segno utilizzato nelle catacombe per indicare, in codice, il nome di Cristo. In greco, infatti, “pesce” si dice ιχθύς (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese). Se interpretiamo questa parola come un acronimo, il risultato è: Gesù (Iesoùs), Cristo (Kristòs), di Dio (Theoù), figlio (uiòs), Salvatore (sotèr). Eccom perché per i primi Cristiani disegnare  un pesce equivaleva ad una dichiarazione di fede! Inoltre, si sa, il pesce vive nell’acqua, e l’acqua è simbolo del battesimo cristiano.

IL CAVALLUCCIO MARINO (IPPOCAMPO)

Restando nell’acqua, di fronte al pesce troviamo un ippocampo. Antichi naturalisti, tra cui Galeno e Plinio, assicuravano che le ceneri di ippocampo avessero straordinarie virtù terapeutiche. Ancora oggi il corpo fossilizzato di un ippocampo viene visto come un potente talismano. In tutto il mondo classico l’ippocampo (un vero e proprio cavallo del mare) era visto come una sorta di genio protettore e guaritore, capace anche di accompagnare le anime nell’AldiLà. E’ pertanto interpretabile come un animale che simboleggia la guida che accompagna il fedele alla Resurrezione attraverso il procelloso mare della vita terrena, una guida “metà di terra e metà di acqua” in grado di consentirgli di avvicinarsi a Dio.

L’UCCELLO

Non a caso, tra l’ippocampo e il pesce, sulla sinistra, campeggia un uccello. Il suo volo mette in comunicazione cielo e terra e, quindi, anche in questo caso simboleggia il viaggio dell’anima immortale. Ma attenzione! Il volatile qui rappresentato (e che godette di ampia fortuna tra epoca Tardoantica e Medioevo) è probabilmente una pernice. Questo animale può avere sia valenze positive (la fedeltà dell’anima a Dio) che negative( legate alle sue abitudini lussuriose..si credeva…). Quindi, tra il fedele e la Salvezza, la strada è sempre irta di insidie e di illusioni. Non a caso…

IL DRAGO

… di fronte alla presunta pernice campeggia un drago dal volto dichiaratamente satanico. Il drago è il Male, che col suo soffio venefico contamina le acque intorbidendole. Un mostro che con le sue spire stritola le sue vittime senza lasciare loro scampo. Rappresenta l’agguato del Maligno, da cui bisogna guardarsi. Sapendo appunto scegliere tra Bene e Male. Condivido con voi una mia personalissima impressione. Questo drago dall’aspetto caprino e dalla coda di pesce, a mio avviso ricorda assai da vicino il famoso Capricorno augusteo, così tanto diffuso in tutto l’impero romano. Potremmo pensare che quel simbolo del potere, naturalmente pagano, sia poi stato ripreso ed interpretato in chiave cristiana come simbolo del male? Secondo me ci può stare!

L’UNICORNO

Procediamo adesso con le quattro fiere situate agli angoli della cornice più esterna. In corrispondenza (per nulla aleatoria) col pesce, troviamo l’unicorno. Simbolo di purezza, di castità e di onestà, si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, infatti, la Cattedrale di Aosta è dedicata proprio a Maria. Vi è un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trovo incarnazione in una Vergine: è la Santa Concezione. In più notiamo sopra la schiena dell’animale un fiore stilizzato, interpretabile come un giglio, simbolo di purezza. Nonostante le tante fantasie e leggende su questa creatura, l’unicorno appare spesso nellsimbologia antica e medievale poiché considerato come realmente esistente. “Now I will believe that there are Unicorns, That inn Arabia there is one tree, the phoenix trone….”: così, nel III atto de La Tempesta, William Shakespeare associa gli unicorni e la fenice nel novero delle cose incredibili per l’uomo. Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di veleno. Ma come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtà, commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo.

L’ORSO

E alle spalle dell’ippocampo c’è l’orso, ossia l’uomo. Si diceva che l’ippocampo deve accompagnare l’uomo verso Cristo, giusto? E infatti a quest’ultimo viene non a caso abbinato. Sin dalla notte dei tempi l’orso è avvicinato all’uomo: per il suo aspetto quando si alza in posizione eretta, per il suo amore verso i suoi cuccioli e per (si credeva) il modo di “fare l’amore” (!!). E l’uomo, come l’orso, può rivelarsi tanto buono quanto malvagio. Coraggio, forza guerriera, ma anche una furia incontrollabile che per gli alchimisti lo aveva reso simbolo della nigredo (uno stadio di “morte necessaria”, di un “tutto nero” prima della redenzione). Non dimentichiamo infatti il suo lungo letargo invernale: una specie di “morte apparente” che prelude alla “rinascita”, alla primavera, ad un nuovo inizio. E chi se non noi Valdostani, innamorati di Sant’Orso, possiamo capire tutto questo?

LA IENA

Dicevamo della natura ambigua della pernice. Ebbene, dietro di lei si può individuare un altro animale dall’indole altrettanto doppia: la iena. All’epoca si riteneva fosse addirittura una animale ermafrodita e lussurioso! Doppia natura contaminata dal Male… Inoltre nel folclore cristiano medievale si pensava che la iena potesse addirittura imitare la voce umana, spesso ingannando uomini e cani che, se rispondevano al richiamo, venivano divorati. In qualche modo rappresenta la forza dell’illusione, dei falsi idoli, da cui occorre stare alla larga.

IL GRIFONE

Animale fantastico dal becco e dalle ali d’aquila, ma dal possente corpo leonino, il grifone, raffigurato sin da epoche assai remote in tutto il Mediterraneo e nel Vicino Oriente (da dove proviene), è un altro animale dalla natura ibrida, contemporaneamente legato al cielo e alla terra. Nel mosaico può guardare in faccia, in una posa quasi araldica, proprio l’unicorno. Questo perché in lui predomina una natura benigna, è un simbolo solare: l’aquila di Dio vola fino al Sole e lei sola può fissarlo ad occhi aperti (ce ne parla anche Dante, no?!). Il corpo di leone rimanda ad un nobile felino simbolo di Dio e della Fede, ma anche di Satana. Come mai? Se da un lato Gesù viene definito “leone della tribù di Giuda” e si riteneva che i cuccioli di leone addirittura nascessero morti per ricevere il soffio vitale dalla bocca del padre, dall’altro si invocava l’Arcangelo Michele affinché liberasse le anime dei morti dalla bocca del leone… Ancora un’ambiguità, una natura cangiante eternamente e fatalmente sospesa tra il Bene ed il Male. Allo stesso tempo si trova in posizione opposta all’orso, legato alla Luna e ben ancorato sulla terra, se non addirittura sotto-terra!

FIUMI E…

Proprio sotto di noi il grande riquadro del Tigri, fiume mesopotamico e legato al Paradiso terrestre. Acqua da cui la Vita ha avuto inizio. Per omofonia, vicino a lui vediamo la raffigurazione di una testa di felino che digrigna i denti e mostra la lingua: una tigre! Quanto al significato reale di questo nome in lingua iranica, invece,  è “freccia”, dovuto alla rapidità delle sue acque. Come sempre i fiumi vengono raffigurati come dei giovani semisdraiati o seduti in parte nell’acqua, spesso nell’atto di versarla da una brocca che simboleggia la sorgente. Esattamente sul lato opposto ecco l’Eufrate.  Nell’angolo in alto a destra del fiume si nota una testa di toro; potrebbe rimandare al fatto che questo fiume in realtà nasce da due rami, quindi da due “corna”, oppure al nome della catena montuosa, il Tauro. Oppure ancora simboleggia la forza dirompente ed il potere fecondante delle sue acque. E’ un pò come se tutto quanto viene narrato (seppure per simboli) al centro del mosaico, abbia luogo nella Terra in mezzo ai fiumi, la Mesopotamia. Una Mesopotamia che da una parte è considerata quale “culla della civiltà”, ma dall’altra rimanda alla città di Babilonia, ovvero al peccato e all’esilio. In questo il valore del messaggio è universale. Si parla dell’Uomo, della Creazione, del Peccato e della Redenzione. Tigri ed Eufrate, entrambi fiumi dell’Eden in virtù della loro copiosità.

LA CHIMERA

Sopra il Tigri troneggia una Chimera. Creatura fantastica e quanto mai ibrida: corpo di leone sormontato da una testa di capra ma con coda di serpente. Un discorso sulla chimera potrebbe cominciare proprio dalle parole di una canzone, molto celebre, degli Anni Trenta: «Illusione, dolce chimera sei tu…».  L’illusione, certo, è una chimera: ma un’espressione del genere ha senso solo nella misura in cui si è certi che la chimera sia a sua volta un’illusione. Ancora oggi usiamo il termine “chimera” per indicare qualcosa di assolutamente impossibile. forse la prima menzione della chimera risale al VI libro dell’ Iliade, e l’iconografia “classica” registra parecchie incertezze nel darne la forma; talora leone con la testa di capra, tal altra al contrario capra con la testa di leone; la coda è comunque sempre serpentina, e il nome chimaira rimanda, evidentemente, alla capra. Le chimere (così come le sirene) erano oggetto abituale della condanna dei mistici medievali: esse appartenevano a quel tipo di difformitates raffigurate sui portali e sui capitelli dei chiostri romanici con le quali se la prendevano i cistercensi: a che cosa servono queste stranezze, questi mostri, se non a turbare il monaco, a eccitarlo, ad allontanarlo dalla meditazione e dalla preghiera? In un orizzonte medievale in cui la chimera va progressivamente perdendo il suo appeal iconografico, pensate che una delle poche e rare immagini medievali della Chimera è proprio questa di Aosta! 

Insomma, la tradizione medievale sembra non aver capito né ben metabolizzato il valore della Chimera, non avendo trovato per lei una valida interpretatio cristiana. E’ piuttosto la mitologia greca a darci indizi interessanti. Una lunga progenie di mostri ed esseri ibridi attraversa il Mito. E si nota un emblematico ricorrere del numero 3. Le tre Gorgoni, le tre Graie e le tre Esperidi; e che dire del terribile cane infernale Cerbero dalle tre teste?! Senza dimenticare l’enigmatica Triplice Dea, Signora della Luna, delle acque e di tutti gli stati mutevoli dell’essere. Che si possa interpretare la Chimera come l’antitesi della Trinità? E in tal caso, sarebbe davvero un’illusione..dalle conseguenze radicalmente nefaste

L’ELEFANTE

Dall’altra parte abbiamo un elefante. Nel folclore cristiano medievale si credeva che l’elefante non potesse piegare le ginocchia, e per tale motivo doveva appoggiarsi a un albero per dormire. Se l’albero si spezzava, l’elefante cadeva e non poteva più rialzarsi. E’ quindi simbolo del cattivo cristiano, vittima del suo stesso orgoglio, di quella che gli antichi Greci avrebbero chiamato υβρις (leggi ubris, sempre con la “u” francese), ossia “tracotanza”. Un cristiano solo di facciata che, in realtà, cercando appoggio nell’albero, si rifugia in simboli pagani. Ecco, dunque, il rischio di altre illusioni. Simpatico osservare come, non potendoli vedere dal vivo, questi animali venissero raffigurati più che altro in base ai cartoni di bottega desunti dai bestiarii enciclopedici e spesso modificati, per non dire “personalizzati”: qui il nostro pachiderma ha un corpo esile e delle zampe troppo lunghe, oltretutto con zoccoli bovini!

E I FUNGHI?

Tutta questa complessa scena è a sua volta racchiusa da un’elegante cornice fitomorfa composta da trifogli e … funghi! Il tutto alternato a cerchi concentrici. Questi ultimi rimandano ai cicli celesti, all’ordine universale regolato e garantito da Dio. I trifogli sono la Trinità, quella vera… si pensi a San Patrizio!

E infine eccoli, i funghi! Si tratta di un elemento decisamente insolito, una ricercatezza! Il fungo vive nell’umido, quindi ha bisogno di acqua (di Vita), ma a ben vedere nasce dalla decomposizione organica. E’ una forma di vita che si genera dalla morte. Quindi questi funghi altro non sono che un simbolo di immortalità.

Un monito divino (attenti alle illusioni), un messaggio di eternità e di speranza. Tutto questo sotto i vostri occhi, sotto i vostri piedi, ma al cospetto di Dio! Il potere delle immagini.

 

Stella

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Il drago, la quercia e il melograno.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore, ormai abbondantemente superata la metà della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.

Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. Là invece, dall’altra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! Così come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…

Mais où sont les neiges d’antan ?

Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadisinserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.

Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontà e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’è la mia giovinezza? Il signore si scoprì scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui così familiare e così tanto caro.

Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lì che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E così, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentì davvero sua fu una sola: Aosta. A questa città legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. Già, la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltà, di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.

Mais où sont les neiges d’antan ?

La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…

Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro così denso di sacralità, mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di là delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà. Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.

La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…

Per scrivere le sue volontà, Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.

Princes, n’enquerez de sepmaine
Ou elles sont, ne de cest an,
Qu’a ce reffrain ne vous remaine:
Mais ou sont les neiges d’antan ?”

E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità.

Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città. Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.

Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu così che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.

“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…

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Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto (o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.

Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.

Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.

Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale.

Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.

L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però … purtroppo, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

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Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa città.

Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lì, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, l’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.

Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.

Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.

E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontà. Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava così suo vicario.

Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.

Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale così inusuale per Aosta: il cotto!

Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto così spesso, così ben lavorato, così ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porosità, quell’odore di terra umida, così particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identità di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.

La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre così simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltà, così come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.

Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.

Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranità unita all’immortalità, anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.

L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.

Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.

La sua storia era tutta lì. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalità erano lì, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sì, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.

Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.

E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.

Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.

Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato è ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprà mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.

In effetti corre una certa aria di famiglia tra i due, anzi tra i tre perché del Bambino il priore ha gli stessi vivi occhi chiari che, insieme a quei capelli castani rafforzano, per così dire, il muto ma intenso dialogo che sembra persino andare oltre la preghiera e la devozione.

Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerà il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.

Oniriche città murate e turrite si ergono a dominio di una spoglia e lunare campagna; uno stagno “grande quanto il mare” ospita il drago, temibile bestia pestifera affamata di giovani vite umane; la principessa, figlia del sovrano del luogo e vittima designata: esile, diafana ed elegante, cerca persino di fermare l’impeto di Giorgio affinché non muoia insieme a lei, divorato dal mostro. Ma San Giorgio, protetto a sua volta dalla Croce, incede coraggioso ed uccide la bestia. La Fede cristiana che uccide il Male, il demonio.

Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.

Il nobile priore volle così omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.

Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale così come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.

Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…

La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non è tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, così diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilità, a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.

Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinità della natura o come un’insolita ed emblematica “Eva” primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.

Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinità ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.

“Chissà” – pensava il nobile Giorgio – “chissà se mai qualcuno si accorgerà che l’unica donna mora in questo oratorio è la Madonna… mia madre…”.

Assorto in preghiera Giorgio vedeva quel volto sempre più splendente, sempre più vicino, vivo, palpitante… finché credette di avere un’allucinazione: la Madonna si accese di un fremito di vita. Il divin Bambino prese a muoversi su quelle ginocchia materne, a sorridere… sì, ne era certo.. entrambi gli stavano sorridendo. La Madonna tese una mano verso di lui; “Giorgio”, quel nome sembrò quasi un sospiro, un alito di vento, una carezza dell’anima… “Giorgio, sei un grande uomo e saprai cambiare il mondo. Il tuo nome verrà ricordato nei secoli a venire. Io ti sono accanto”.

La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.

Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.

Quando la luce sparì, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena! Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era così insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… Sì, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…

Tutto riprese a girare, sempre più vorticosamente, finché…

Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui così cari; quei luoghi per lui così emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralità antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna. 

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“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sì, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtà cugini di secondo grado, ma era più semplice così).

I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

Già, Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtà per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato così: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di Verrès, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietà vescovile, aveva capito le potenzialità di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di Verrès.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di Miroir pour les enfants de Challant. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la solidità del casato unita alla fecondità e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto già sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e là dissimulati, dei draghetti (che piacevano così tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalità di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiosità dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” così talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e città con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attività, stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di Verrès e dalla Città di Gerusalemme, sull’altro.

Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…

Sala bassa (L. Acerbi)

non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sè il colto priore, “ma c’è dell’altro! Chissà se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sì! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.

Ma fu quella giovanile e istintiva intemperanza che, ahimé, diede inizio alla decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra verità e calunnia, tra realtà e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

Già, quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.

Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santità si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanità intera.

E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività. E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maître Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, così luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano così vaghi, lontani…

Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscì nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. Chissà se quelle sue volontà avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. Chissà se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui così caro, il priore aprì gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finché non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lì e, quando sarete lì, riponetelo, in un luogo sicuro. Chi verrà, saprà. Ma solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà. Qui ho scritto le mie volontà; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscì persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove né come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato la dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

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Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi così come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. Aprì lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lì depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

Le ultime volontà del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui così caro.

Lì sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferì mai parola in proposito né fu mai messo nulla per iscritto.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento…

La dama in blu.

Immobile. Silenziosa. Se ne stava lì, in piedi, davanti a quel feretro avvolto da fiori gialli troppo vistosi per lei. Uno squarcio di colore in quella giornata fredda e piovosa in cui a suo marito, l’unico uomo che aveva conosciuto, veniva tributato l’ultimo saluto. Un graffio colorato che la infastidiva, che non riusciva nemmeno a guardare.

Se ne stava lì Giuseppina, impietrita da un sentimento strano e confuso che le impediva di muoversi e parlare. Fissava la pioggia che cadeva battente su quelle persone vestite di nero, apparentemente tutte uguali; persone che sembrava si aspettassero qualcosa da lei. Un qualcosa che però non arrivava né sarebbe mai arrivato. Non era abituata a lasciar trasparire ciò che provava. Teneva tutto ben chiuso dentro il suo cuore. Doveva difendersi, e aveva imparato a farlo.

Quello stesso matrimonio era stata una forma di difesa, una speranza di vivere meglio e, soprattutto, di far vivere più tranquillamente la sua famiglia. Quell’uomo, più anziano di lei, provvedeva a sua madre e faceva studiare i suoi fratelli. E questo le bastava.

Forse non era mai stata davvero innamorata di quel marito che, sì, le voleva bene, ma non sapeva renderla veramente felice.

In realtà neppure lei sapeva cosa avrebbe potuto renderla felice. Forse non conosceva neppure il reale e profondo significato di quella parola, di quello stato d’animo.

Era ancora giovane Giuseppina. Aveva solo 25 anni, anche se forse ne dimostrava qualcuno di troppo. Un volto da bambina, tondo, con grandi occhi scuri, ma velato da un misto di fermezza e malinconia. Un incarnato diafano esaltato da un’abbondante chioma corvina, riccia e ribelle, che lei si sforzava di stringere e comprimere sotto la cuffia. Ecco, forse quella chioma rappresentava la sua vera indole, il suo carattere, quella sua natura più intima e passionale, che lei tenacemente nascondeva sotto un aspetto austero e distaccato.

Non era mai stata davvero bella, Giuseppina. Eppure, a detta di molti, emanava uno strano fascino misterioso, forse dovuto ai suoi silenzi e a quel modo di guardare che pareva rovistare l’animo mettendo a nudo le persone.

Zsigmond Vajda (1860-1931), La Dame en bleu dans un tourbillon de poussière

Giuseppina, appena venticiquenne, e già vedova.

Non aveva avuto una vita facile. Primogenita di cinque figli, da subito aveva dovuto darsi da fare per accudire i più piccoli e la madre, spesso costretta a letto da una salute cagionevole. Quanto al padre, beh… un bel giorno non era più tornato. C’era chi diceva fosse morto, durante uno dei suoi frequenti viaggi alla ricerca di un lavoro oltre le montagne. Ma in molti sostenevano che si fosse rifatto una vita lontano da lì, da quel paesello sonnacchioso dove tutti si conoscevano, nel bene e nel male.

E così Giuseppina aveva dovuto fare da capo famiglia, badando a tutti e lavorando come poteva. Una situazione non certo semplice che, però, non le aveva impedito di studiare. Sapeva leggere, scrivere e fare di conto. Inoltre era molto dotata nel ricamo, nel disegno e nel canto. Aveva imparato dalle suore, quand’era piccola.

Aveva le mani d’oro Giuseppina. E una voce melodiosa. Cantava sempre, ogni volta che poteva! L’importante era che fosse da sola. Non voleva che qualcuno la sentisse; era come se cantando si lasciasse andare, scoprendo il suo animo, le sue emozioni e le sue fragilità. E di fragilità lei non ne poteva avere. Non poteva permettersele.

Ed eccola lì, Giuseppina, a salutare non solo un uomo, ma un capitolo intero della sua ancor breve vita. In cuor suo già sapeva che non avrebbe fatto la vedova. Certo, avrebbe rispettato il lutto e il ricordo. Ma lei voleva vivere. Voleva trovarsi un’occupazione, magari ritagliarsi un minimo di spazio tutto per lei… chissà … E poi era curiosa, avida di sapere. Avrebbe tanto voluto viaggiare. Ma erano solo sogni … sebbene, in cuor suo, sperava non fosse così!

Quella pioggia le stava lavando via molte paure instillandole, contemporaneamente, il coraggio di guardare avanti, il coraggio di mettere finalmente al centro se stessa, ritrovandosi e volendosi un po’ di bene.

Il primo anno di vedovanza trascorse via più veloce del previsto. Ciò che non sopportava era l’essere sempre sotto gli occhi di tutti, quasi che la gente non aspettasse altro che coglierla in fallo per dare un po’ di sapore a quella pigra quotidianità scandita dal lavoro nei campi e dal rintocco delle campane.

Quel giorno, allo scadere del primo anno dalla morte del marito, si recò sulla sua tomba e, nel sistemare un mazzo di fiori, promise a se stessa che, da quel momento, non avrebbe più indossato gli abiti neri. Li voleva blu. In tutte le sfumature possibili. Giuseppina adorava questa gamma di colori: le dava pace e la aiutava a sognare e pensare. La aiutava a rinascere.

Andò a messa quella domenica. Il suo abito blu fece voltare tutti. Sguardi severi, sorpresi, esterrefatti. Di certo quel giorno le vecchie donne del paese avrebbero avuto di che parlare. Ma non le importava. Lei sapeva di non dover rendere conto a nessuno.

Alla fine della celebrazione, il sacerdote la chiamò in sacrestia. Lui aveva capito perfettamente la ragione di quel blu. Giuseppina aveva solo 26 anni e, di fatto, era come se non avesse mai vissuto una vita sua, ma solo quella degli altri.

“Senti figliola”, le disse il sacerdote, “ho saputo che al castello cercano una brava governante. La signora Maria Teresa di Challant necessita di una dama personale che si prenda cura di lei e la aiuti nel sovraintendere alla gestione della casa. Tu te la sentiresti? Io ti conosco sin da piccola e so bene con quale dedizione e discrezione tu ti sia sempre prodigata per la tua famiglia. Pensaci. Se vorrai, sarò io stesso ad accompagnarti e a presentare le tue referenze”.

Sul momento Giuseppina non seppe cosa dire, se non un flebile “grazie”. Tornò a casa lentamente, assaporando la carezza delicata del sole primaverile e il forte profumo della terra che si riscalda dopo lo sciogliersi della neve.

Ecco, forse anche lei era come quella terra. La neve si era sciolta e lei aveva voglia di rinascere. Quella proposta non poteva essere un caso. Di fatto, nulla accadeva per caso. Non esisteva il “caso” gratuito.

Auguste Toulmouche, La lettre (1879)

Tornò indietro quasi di corsa e, cosa insolita per il suo abituale comportamento, quasi irruppe in sacrestia per dire che avrebbe accettato.

“Bene Giuseppina, domani andremo al castello!”, esclamò il sacerdote con evidente soddisfazione.

Dalla finestra della sua casa, Giuseppina vedeva la possente sagoma turrita di quel palazzo che l’aveva sempre affascinata, ma in cui non aveva mai avuto l’occasione di entrare. Quel momento era finalmente giunto. In paese tutti nutrivano profondo rispetto e a tratti un reverenziale timore nei confronti di Madame de Challant. Algida e austera, di rado sorrideva in pubblico. Si recava in chiesa ogni domenica; sedeva nel banco di famiglia, sempre molto elegante ma mai sfarzosa. Una donna alta, composta, dalla forte mascella quadrata e lo sguardo fiero. Una nobildonna di antica famiglia pienamente consapevole dell’importanza che i suoi natali le conferivano. Lei era una Challant! L’ultima.

In molte, tra le giovani che aspiravano al ruolo di sua governante personale, erano state costrette ad andarsene. Madame era molto esigente, attenta, severa. Occorreva impegnarsi molto per accontentarla e raramente dava soddisfazione per il buon operato. Il minimo errore, la minima dimenticanza, potevano risultare fatali.

Ed eccola, Giuseppina, mentre saliva l’ordinata strada lastricata che conduceva all’ingresso. Il parco era davvero grande e molto ben curato con una fontana circolare al centro. Una doppia scalinata permetteva di raggiungere il portone principale: “che meraviglia”, pensò emozionata. Un’ampia loggia decorata da sculture e stucchi incorniciava quel portone che aveva sempre solo intravisto da lontano, immaginando il mondo al suo interno, così diverso dal suo… Poco prima di entrare, una stranezza attirò la sua attenzione: l’orologio in facciata, che lei aveva sempre creduto reale, in realtà era dipinto: un inganno per l’occhio. Segnava le undici e dieci. Per quell’orologio sarebbero sempre state le undici e dieci. Forse anche un inganno del tempo? Chissà… ma non ebbe modo di soffermarvisi oltre.

E adesso, invece, Giuseppina era lì in quel grande salone, ad attendere Madame accompagnata dal gentile prelato, l’unica persona cui la nobildonna mostrasse un minimo di confidenza.

“Padre Antoine, che onore la vostra gradita visita”. La voce forte e impostata di Madame de Challant riempì il salone. Giuseppina sentiva l’agitazione crescere ogni secondo di più; si sentiva piccola al cospetto di quella potente signora che la guardava severa dall’alto in basso. Ma, come sempre, si sforzava di non lasciar trapelare nulla. Composta si inginocchiò nella maniera più elegante possibile e, con le mani in grembo, accennando un rapido inchino, espresse un saluto con un filo di voce. Ma non tenne gli occhi bassi. Anzi, fissava con una sorta di educata fierezza quella donna importante.

Dal film Jane Eyre di Franco Zeffirelli (1996)

Uno sguardo che certo non sfuggì a Madame de Challant. “Bene padre Antoine. Quindi è costei che avete scelto. Può restare per il momento. Mi renderò conto subito delle sue effettive capacità e qualità”. Non degnò Giuseppina nemmeno di una parola di benvenuto; era come se non ci fosse. Incaricò una cameriera di accompagnarla nella sua stanza e mostrarle le zone della casa in cui le sarebbe stato permesso di accedere. Salutò cordialmente padre Antoine e se ne andò.

La stanza al penultimo piano era piccola ed essenziale, ma pulita e decorosa. Giuseppina guardò fuori dalla finestra e si sentì pervasa da un insolito senso di leggerezza nel lasciar correre lo sguardo su quelle dolci colline e sulle cime innevate. “Farò del mio meglio! Madame de Challant presto non potrà più fare a meno di me!”, promise a se stessa.

I giorni presero a correre ad una velocità inaspettata. Giuseppina aveva presto imparato a fronteggiare gli altalenanti stati d’animo di Madame, le sue improvvise e molteplici richieste, gli ordini perentori e quella sua particolare fredda superiorità che le attirava l’antipatia di tutti ad eccezione dei suoi pari e di quelli che ambivano a doni, concessioni e privilegi.

Vivendo a stretto contatto con lei, si rese conto, col passare dei mesi, di quanto in realtà fosse sola, di quanto le mancassero gli affetti, in particolare quello del suo unico figlio, Vittorio, quasi sempre lontano per la vita militare o per altri suoi interessi. Di fatto Madame era stata costretta a rivestirsi di una spessa corazza per difendersi da quanti le offrivano un falso e interessato appoggio o un’infida amicizia. Per questo metteva tutti alla prova e, sempre per questo, faceva in modo che fossero ben poche le persone a lei vicine. Poche e sempre le stesse.

Tuttavia, dopo quasi un intero anno dalla sua assunzione, pur avendoci provato in molti modi, non era ancora riuscita a mandare via Giuseppina.

“Quella ragazza è decisamente insolita!”, pensava spesso Madame de Challant. “E’ precisa, puntuale, affidabile. Non riesco mai a coglierla in fallo. E dire che all’inizio ero molto titubante… una popolana, oltretutto già sposata e vedova! Invece devo ammettere che è molto garbata, educata e discreta. Non come certe pettegole che mi sono arrivate in casa tempo fa! Buone solo a curiosare e frugare nelle mie cose… Questa Giuseppina è diversa. Sa esprimersi correttamente e senza mai risultare fuori luogo. Non parla molto, anzi… ma ha un modo di guardarmi che dichiara una forte e determinata personalità”.

E così, passati altri mesi, Madame de Challant aveva iniziato ad affezionarsi a quella fanciulla solitaria e pensosa della quale aveva anche avuto modo di scoprire la profonda passione per la lettura e una particolare abilità nel ricamo tanto che non solo le affidò alcuni nuovi abiti da ricevimento che necessitavano di essere rifiniti e impreziositi con pizzi francesi, ma cercava con evidente piacere la sua compagnia nel conversare.

Questa manifestazione di fiducia aveva suscitato curiosità e, purtroppo, anche molte invidie. Più di una volta, infatti, Giuseppina aveva trovato la sua camera a soqquadro o i suoi abiti macchiati e lacerati.

Eppure, nonostante questo, mai si era lamentata né era andata a riferire l’accaduto se non a padre Antoine, con cui spesso si confidava per avere conforto senza arrecare disturbo a Madame e creare scompiglio a palazzo. Sapeva, infatti, quanto la signora odiasse i pettegolezzi e le chiacchiere inopportune.

E fu sempre padre Antoine, un giorno, a riferire il tutto a Madame de Challant che chiedeva maggiori informazioni su questa misteriosa ragazza che aveva acceso il suo interesse.

Da quel momento l’atteggiamento della signora iniziò a cambiare; la sua gentilezza, i toni cortesi e l’evidente predilezione per Giuseppina non furono più un segreto.

“Cara Giuseppina”, esordì Madame quella mattina, “oggi sono profondamente felice! Finalmente, dopo tanto tempo, la prossima settimana mio figlio Vittorio finalmente tornerà a casa e vi resterà per qualche mese. Dovrai aiutarmi a far sì che tutto sia perfetto: dal suo appartamento fino al pranzo! Nessuna sbavatura, mi raccomando!”.

Una luminosa mattina di metà maggio accolse il conte Vittorio. L’intera servitù era schierata all’ingresso. I giardini erano perfetti, meravigliosi: un trionfo di alberi fioriti e aiuole ricolme di rose, le Blanchefleur: una varietà di preziosa rosa antica, bianca screziata di rosa, dai petali carnosi e dal profumo dolce ma persistente. Passeggiare in giardino in quel periodo era come immergersi in un sogno avvolti da una fragranza straordinaria.

Madame indossava il suo abito più bello e, nonostante la non più giovane età, lei stessa splendeva come una delle sue amate rose. E, per la prima volta, Giuseppina, sempre al suo fianco, la vide sorridere ed emozionarsi.

Madame non aveva approvato l’abito scelto dalla ragazza; “Ma insomma, è troppo scuro! Siamo in primavera ed è un giorno di festa! Perché non indossate quello color zafferano? Siete davvero testarda, ma un giorno riuscirò a farvelo indossare!”. Giuseppina, ancora una volta, aveva preferito il suo abito blu. Un blu oltremare lucido e intenso. Un taglio quasi monastico, senza orpelli: ma lei era a suo agio così.

Era molto curiosa di conoscere il conte Vittorio. Su di lui giravano molte voci. Chi diceva che non corresse buon sangue con la madre e che, per questo, preferisse stare lontano per lunghi periodi. Chi giudicava strano il fatto che non avesse mai avuto una fidanzata e che, a quanto pare, non volesse nemmeno sposarsi; cosa che, avendo egli superato i quarant’anni, suscitava dubbi e sospetti più o meno malevoli. Chi ancora affermava che, in realtà, fosse tutta colpa della madre che pretendeva di essere lei a stabilire quando e se sarebbe convolato a nozze e, soprattutto, a decidere con chi. E nessuna sarebbe mai andata bene perché, a detta dei più, nutriva un tale smisurato amore per il figlio che mai gli avrebbe permesso di amare un’altra donna.

Distratta da tutti questi pensieri non si accorse che il conte era già arrivato alla scalinata d’ingresso. Scese dal suo cavallo e si avvicinò alla madre.

Era un uomo molto alto e magro, quasi segaligno. Un volto scarno dai tratti affilati; un naso forse troppo lungo e dei baffi biondi che ombreggiavano due labbra sottili, quasi trasparenti.

Ma ciò che più la colpì furono gli occhi. Due perle allungate di uno strano colore grigio-azzurro, una tinta che tanto le ricordava il marmo cangiante di quelle montagne.

Rimase ammaliata dall’incontrare quello sguardo sfuggente e al tempo stesso penetrante quando lui la guardò per salutarla. Credette di essere arrossita; credette di perdere l’equilibrio. Ma come sempre, nulla di tutto questo trasparì all’esterno.

Il conte, di vent’anni anni più grande di lei, era un uomo schivo e solitario. Amava ritirarsi a leggere, amava l’arte e la musica; soprattutto amava andare a cavallo. Nutriva una sorta di venerazione per questi splendidi animali, in particolare per Horus, il suo prediletto, un magnifico stallone di razza normanna color del grano.

Un nome insolito riferito al dio egizio del sole, figlio di Iside e Osiride, che, si venne poi a sapere, fu scelto dal conte spinto dalla sua passione verso l’antico Egitto, allora in gran voga a Torino.

“Horus è un esemplare meraviglioso”, si vantava spesso con Gaston, lo stalliere del castello, “è elegante, robusto e armonioso allo stesso tempo. Mi raccomando, abbiatene la massima cura!”.

Un pomeriggio, di ritorno da una delle sue lunghe cavalcate, il conte e Giuseppina si trovarono per la prima volta l’uno di fronte all’altra. “Sto cercando mia madre, voi sapete dove si trova?”, le chiese frettoloso. “E’ uscita a fare una passeggiata in carrozza, signore. Ma dovrebbe tornare tra poco”, rispose Giuseppina vagamente intimidita.

Dal film Jane Eyre di Kary Fukunaga (2011)

“Capisco… voi dunque siete la sua nuova dama di compagnia? Come vi chiamate?”. “Oh no, sono solo una governante… mi chiamo Giuseppina” rispose lei in maniera cortese ma apparentemente seccata e frettolosa.

“Giuseppina come?”, insistette Vittorio. “Allegroni. Giuseppina Allegroni”, gli fece eco la giovane fissandolo negli occhi e rendendosi conto in quell’istante di non aver detto Giuseppina Giovane e si sentì in colpa. Quindi si corresse: “Vedova Giovane. Mio marito è morto due anni fa”. Ma ora vi prego di scusarmi, ho molto da fare prima del ritorno di Madame” e, abbozzando il suo abituale veloce inchino, se ne andò.

“Allegroni …”, pensò il conte tra sé e sé, “quindi una popolana! Insolito che mia madre le conceda così grande credito e fiducia. Decisamente una ragazza misteriosa … e già vedova oltretutto!” E si promise che avrebbe cercato di saperne di più.

Dopo cena, seduto davanti al camino con la madre, il conte chiese informazioni su questa nuova giovane governante. La madre lo trafisse con obliquo cipiglio: “E’ una vedova! E’ già stata sposata ed è una semplice ragazza del popolo. Me l’ha raccomandata padre Antoine: è seria, discreta e affidabile. Cerca di non mostrare interesse nei suoi confronti, mi sono spiegata? Non voglio scandali né pettegolezzi, sia chiaro! Ricordati chi sei e da dove vieni Vittorio! Tu meriti ben altro. Anzi, la prossima settimana ho organizzato un grande ricevimento e tra gli invitati credo ci possa essere un’ottima candidata al ruolo di consorte”.

“Madre, per la miseria!”, inveì Vittorio scattando in piedi, “eppure lo sapete che detesto le feste! Fate pure, io non verrò! E non mi interessa la vostra ospite!”.

Non fece in tempo a finire la frase che anche la madre si alzò di scatto dalla poltrona e con aria oltremodo adirata tuonò: “Tu ci sarai! E’ un ordine!” e scomparve nell’ombra della scala.

Credevano di essere soli, invece qualcuno, nell’ombra, aveva assistito alla scena: Giuseppina, in cuor suo e in maniera del tutto irrazionale, gioì per la reazione del conte. Non ve ne era alcun motivo, ma si sentì stranamente euforica e felice sapendo che nessuna fosse ancora padrona del suo cuore.

Giunse così il giorno della festa. Il castello risplendeva di cristalli e broccati. Il salone sembrava uscito da una fiaba e persino il menu della cena era stato studiato nei minimi dettagli. Anche il parco si presentava nella sua veste migliore; nei loggiati erano stati posizionati grandi vasi di terracotta con piante di limone, assai di moda nelle residenze aristocratiche.

Tutta la nobiltà locale era stata invitata, così come molti esponenti dell’aristocrazia torinese e savoiarda. Madame era tesa e nervosa: Vittorio non arrivava. Era oltremodo offensivo non essere presenti ad accogliere invitati così prestigiosi! Aveva ordinato di andare a cercarlo, ma nessuno lo trovava.

Giuseppina chiese il permesso di unirsi alle ricerche. Si recò nelle stalle e, come immaginava, Horus non c’era! Il conte era uscito a cavallo. Attese facendo la spola tra le scuderie e il cancello, ma il conte non arrivò.

Una volta rientrata notò immediatamente l’agitazione di Madame che si impegnava, nonostante tutto, a gestire il ricevimento conversando con gli ospiti e accampando scuse circa l’assenza del figlio.

Non ci fu nulla da fare; il conte non rientrò e il ricevimento si concluse con le più sentite e sofferte scuse di Madame de Challant che si vide costretta a inventare, in seguito, che il figlio era caduto da cavallo in un bosco lontano dal palazzo e che fu soccorso solo il giorno successivo da boscaioli capitati lì per caso.

La primavera finì. L’estate trascorse lenta e pigra finché i colori dell’autunno non cominciarono ad accendere il paesaggio. Giuseppina amava molto quel periodo dell’anno; lo considerava un inno, o piuttosto, un grido di vita che la natura lanciava con la forza e la potenza di quella bellezza infuocata. Una bellezza che non sarebbe durata a lungo ma che, proprio perché breve e fragile, doveva imporsi potente e prepotente negli occhi e nell’anima.

In quei mesi, col suo impegno, la sua precisione e la sua affidabilità, era riuscita a ritagliarsi definitivamente uno spazio prezioso nel cuore di Madame che, piano piano, aveva addirittura iniziato a confidarsi con lei.

Fu così che venne a sapere dei suoi tormenti, delle sue ansie e della forte preoccupazione per quell’unico adoratissimo figlio così solo e sfuggente. Vittorio sin da bambino aveva manifestato un carattere chiuso e ombroso cui si accompagnava una viscerale ammirazione per il padre. Un padre autorevole e carismatico che, a sua volta, lo adorava pur non riuscendo, per indole ed educazione, ad esprimere al figlio il suo affetto. Che c’era, di fatto, ma che non si notava né si sentiva. E presto la carriera militare rappresentò la migliore delle motivazioni per andarsene e stare lontano lunghi periodi. Amava molto viaggiare, Vittorio; era letteralmente divorato dalla curiosità e dal desiderio di scoprire paesi, usi, costumi… di conoscere altre realtà e altri orizzonti.

Madame lo capiva, ma condivideva questa sua passione fino a un certo punto. Avrebbe voluto che restasse più tempo a palazzo, per occuparsi in prima persona degli affari di famiglia e, non ne faceva mistero, per sposarsi e garantire un futuro alla casata, di fatto già pesantemente indebolita e sfrangiata. Più volte gli aveva proposto ottimi partiti, ma invano.

E Vittorio, per reazione, cercava di allontanare la prospettiva di un matrimonio preferendo inseguire il suo ideale di libertà. Un divario apparentemente insanabile che stava allontanando madre e figlio ogni giorno di più.

Le folte chiome degli alberi davanti all’ingresso si erano ormai tinte di porpora e oro. L’autunno inoltrato stava regalando il meglio di sé avvolgendo in un giallo luminoso i filari dei vigneti che incorniciavano il castello. Anche nelle giornate nuvolose in cui le nebbie restano impigliate tra i rami dei pini, tutto intorno al castello il paesaggio emanava una vibrante e poetica bellezza.

“Giuseppina!”. La giovane, immersa nella lettura, sobbalzò e si voltò. Il conte Vittorio era tornato! “Giuseppina, vi ho riconosciuta da lontano. L’unico accento blu nel giallo autunnale!”. Giuseppina rimase talmente sorpresa che ci mise un po’ a trovare una risposta. “Conte Vittorio, che sorpresa! Il vostro ritorno non era stato annunciato… Madame vostra madre sarà raggiante!”.

“Già…” rispose il conte guardando lontano. “Bene, allora credo sia tempo di rientrare, giusto?” abbozzando un sorriso tirato. La reazione del conte non fu quella ci si sarebbe aspettati, ma Giuseppina non se ne stupì.

Come previsto, Madame esultò dalla gioia. Sembrava si fosse persino dimenticata della voluta scomparsa del figlio in occasione della festa di primavera. Tra loro sembrava che tutto andasse bene: Madame de Challant e Vittorio si concedevano lunghe passeggiate tra Aymavilles, Saint-Pierre e Sarre. Accettavano volentieri inviti presso la nobiltà locale e, di tanto in tanto, anche a castello venivano organizzati sfavillanti ricevimenti in cui il conte amava mostrare agli ospiti le prestigiose opere d’arte e gli innumerevoli oggetti rari e insoliti portati dai suoi viaggi in giro per l’Europa.

Alcuni facoltosi esponenti dell’aristocrazia iniziarono a proporre le proprie figlie come possibili spose di quest’uomo certo schivo, ma ricco, intelligente e brillante.

Tuttavia, non appena Madame riprese il discorso del matrimonio con maggiore insistenza, Vittorio partì nuovamente, nel cuore di una piovosa notte di fine novembre.

Questa volta Giuseppina si accorse di quanto questa assenza pesasse sul suo cuore. Il conte le mancava. Con quel suo carattere apparentemente ombroso e solitario, ma in realtà attento e sensibile, lo avvertiva assai simile a come era lei e sapeva che avrebbe potuto stare bene con lui. Ma era anche perfettamente consapevole di quanto fosse un sogno: non le sarebbe mai stato permesso!

Passò l’inverno. Le nevi lasciarono nuovamente posto al verde smeraldo dei prati e, piano piano, i primi boccioli di rosa iniziarono a impreziosire quel giardino da lei tanto amato. Le piaceva ritagliarsi piccoli spazi per sé, accomodarsi sulla sua panchina preferita da cui poteva abbracciare con lo sguardo quel paesaggio di disarmante bellezza cullata dalla voce della grande fontana.

O per leggere, o per ricamare, Giuseppina in quel posto, circondata dalle rose, si sentiva davvero a casa. I sogni, beh, quelli restavano nelle più recondite profondità dell’animo ma si sforzava di tenerli costretti e domati come faceva coi suoi ricci neri e ribelli che nessuno aveva mai visto.

Certo sperava che un giorno, da quel cancello entrasse lui, che tornasse a cavallo di Horus per fermarsi, finalmente, e non partire più. Ma nello stesso tempo temeva che avrebbe potuto tornare con una moglie, e questo le avrebbe definitivamente spezzato il cuore. Così come un altro suo grande timore, era ricevere la fatale notizia che il conte fosse morto.

Un pomeriggio, verso il tramonto, terminate le faccende per Madame, nella quale ormai aveva trovato una sorta di seconda madre, Giuseppina si recò al suo amato angolo di parco dove, però, trovò qualcosa di inaspettato: sulla panchina una rosa bianca con un nastro blu. Nient’altro. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Prese il fiore, ne apprezzò il famigliare profumo, e lo chiuse nel suo libro.

Il giorno successivo, alla stessa ora, trovò un’altra rosa dello stesso colore con un nastro blu.

E anche questa volta: nessuno.

Ogni giorno, alla stessa ora e nello stesso posto, Giuseppina trovava una rosa bianca con un nastro blu ad attenderla. Ma chi mai poteva essere?

Non fece parola con nessuno di questi fatti. In camera, nel cassetto della toilette, ormai le rose non si contavano più.

Finché, in una sera d’estate, arrivata alla sua panchina, Giuseppina non trovò alcun fiore. Rimase delusa; ormai si era innamorata di quell’abitudine. Si sedette e rimase lì. Niente.

Rientrò per le abituali faccende, per la cena e la buonanotte alla cara Madame, sempre più anziana. Salì in camera, provò a mettersi a letto ma era impossibile prendere sonno. Si girava agitata pensando a quella rosa mai arrivata. Finché, assalita da una rabbia mista a tristezza e frustrazione, prese tutte le rose accumulate gelosamente nel cassetto e, in piena notte, corse fuori. Respirò a pieni polmoni. Andò alla panchina e, finalmente erompendo in un pianto liberatorio, buttò nel vento tutte le rose ricevute accanendovisi e lacerandole.

“Perché? Perché? Perché non mi è permesso neppure sognare? Perché non mi è concessa neppure la consolazione di un amore invisibile?!, ripeteva tra le lacrime.

“Giuseppina, avete dei capelli bellissimi”. All’improvviso una voce alle sue spalle. Quella voce! La giovane si voltò di scatto e istintivamente si portò le mani nei capelli: era uscita senza cuffia! E lui era lì, davanti a lei!

Non riusciva a dire una sola parola. “Voi… conte…”, sospirò tremante, sconvolta da un vortice di emozioni, speranze e paure. “Voi… Vittorio, siete qui!”.

E finalmente, senza pensare, senza riflettere, senza contenersi, Giuseppina si strinse a quell’uomo con tutta la forza e l’impeto di una donna innamorata.

Lui ricambiò col medesimo trasporto e le sussurrò: “Avete dei capelli bellissimi… lasciateli liberi. Siete la mia rosa, una dolcissima rosa in blu! Vi prometto che non andrò più via!”.

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era la Valle d’Aosta, quello spicchio di Transpadana che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”. (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

Sì, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro così famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una città-baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sì, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressoché irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilità anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? I vari clan disseminati nelle impenetrabili vallate di quella terra, si sarebbero messi d’accordo? Si sarebbe trovato un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

E lì. nel cuore di quella cintura di monti, sarebbe nata una nuova città. Nonostante tutto!

Stella

Donne in vetta. Le regine della montagna

Abbiamo festeggiato, ieri, il Ferragosto che in Valle d’Aosta coincide con la Festa delle Guide alpine, di quegli uomini e quelle donne per cui l’ascesa è ragione di vita, mestiere, passione. Guide poste sotto la protezione della Vergine Assunta al cielo. Salire, superare rocce, strapiombi e crepacci. Superare le forre e le creste bucando le nuvole. Arrivare lassù, in vetta, dove la terra e il cielo si toccano. Dove l’umano e il divino si sfiorano.

Valle celebra e omaggia le sue valorose guide alpine, capaci, appunto, di ascendere, di salire verso le vette accompagnando e proteggendo i loro clienti. Guide alpine che oggi iniziano a contare anche su presenze femminili.

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#Donne coraggiose ed ardite; #donne curiose e avventurose. Donne che, coi loro abiti ingombranti, i corsetti e i cappelli a tesa larga, han saputo compiere viaggi lunghi ed estenuanti, scalare montagne, superare valichi e colli, in barba ai benpensanti, agli stereotipi e … agli uomini!

Le donne, per secoli, sono state solo le mogli degli alpinisti, quelle che dovevano stare a casa ad aspettare. Per troppo tempo i monti e le donne sono stati contrapposti in virtù di stereotipi e pregiudizi per cui, il gentil sesso, mai e poi mai avrebbe potuto avvicinarsi alle alte quote, per ovvi motivi fisici e mentali. Addirittura, nel XVIII secolo, alcuni medici ritenevano che se una donna avesse provato a salire una montagna, lo sforzo sarebbe stato talmente grande che le avrebbe provocato sterilità. Figuriamoci.

Eppure donne e montagna in un certo senso si somigliano: entrambe esigono una conquista, entrambe sono tanto belle e desiderate quanto spesso inaccessibili. Donne e montagna in realtà sanno dialogare, instaurando una relazione fatta di forza e di rispetto in cui, oltre ai muscoli, serve soprattutto la testa.

Quattro passi nella storia

L’alpinismo al femminile ha iniziato a profilarsi sin dal XVI secolo, quando le prime timide compagini di nobili e avventurose signore si legavano in cordata per affrontare i severi pendii innevati coi loro pesanti gonnelloni.

Marie Paradis

Tuttavia è stato grazie ad una certa Marie Paradischamoniarde DOC, che per la prima volta la cima di una montagna (e che montagna, dato che si trattava niente meno che di Sua Maestà il Monte Bianco!) venne associata ad un’alpinista, o meglio, ad un’ascensionista donna. Era il 14 luglio del 1808, Marie aveva 30 anni e gestiva una locanda in quel di Chamonix. Le finanze languivano. Così lei, per necessità economiche e per desiderio di gloria, decise di azzardare un’impresa fino ad allora impensabile per una donna: scalare il Monte Bianco. Vi riuscì, seppure in seguito i pettegolezzi e le maldicenze si sprecarono. In ogni caso, da quella volta, lei divenne Marie du Mont Blanc.

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Henriette d’Angeville

E cosa vogliamo dire dell’ardimentosa Henriette d’Angeville che, il 4 settembre 1838, col suo nutrito seguito di guide e servitori, col suo particolare abbigliamento e i suoi tanto discussi pantaloni imbottiti stretti in vita e alle caviglie (fu uno scandalo: una nobildonna in braghe!) riuscì, con una vera e propria spedizione, a salire in vetta al Bianco? Henriette annotò la sua impresa nel famoso Carnet Vert, preziosa testimonianza della sua ineccepibile e “tutta femminile” organizzazione. Leggendo questo suo dettagliato resoconto, davvero basta poco per lasciarsi conquistare dalla tenacia di questa viaggiatrice solitaria che, senza remore, andò dritta sull’obiettivo.

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Jane Freshfield

Nata il 5 luglio 1814, al secolo Jane Quinton Crawford convolò a nozze all’età di 25 anni col ricchissimo Henry Ray Freshfield, procuratore legale alla Bank of England nonché rampollo di un’illustre dinastia di avvocati londinesi (peraltro ancora oggi attivi nel campo con uno stuolo di associati). Nel 1845 vide la luce il loro unico figlio, Douglas William Freshfield, che, oltre a seguire le orme paterne laureandosi in legge a Oxford, coltivò la passione per i viaggi e l’avventura, ma soprattutto per la montagna trasmessagli dalla mamma. A soli 16 anni, il giovane Douglas conquistò la sua prima cima: il Monte Nero, in Valmalenco.

Jane infatti rivestì un ruolo significativo nella storia del movimento alpinistico femminile grazie alla sua prolungata e attiva frequentazione delle Alpi dal 1854 al 1862 in seguito a cui scrisse due libri:  “Alpine Byways Or Light Leaves Gathered in 1859 and 1860“, Longman Green Longman&Roberts, (London 1861) e, l’anno successivo presso lo stesso editore, “A summer tour in the Grisons and Italian Valleys of the Bernina”.

Lady Freshfield ci descrive i luoghi, la gente, le usanze, senza tralasciare, con genuino piglio anglosassone, ciò che non incontrava il suo gusto o che la lasciava perplessa. I suoi racconti sono corredati dai disegni dell’amica e compagna di viaggio Charlotte Gosselin: non fotografie ma vere e proprie istantanee piene di arte e di emozione.

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Eliza Robinson Cole

“Sono certa che ogni signora, benedetta da una discreta salute ed attiva e che abbia il senso del pittoresco e del sublime, possa effettuare il tour del Monte Rosa con grande piacere e pochi inconvenienti e che tutte quelle che lo faranno porteranno con sé un bagaglio di deliziosi ricordi a consolazione dei giorni futuri. Due o tre ore nelle sale mal ventilate di un’affollata galleria d’arte saranno senz’altro più stancanti di una camminata di otto ore nella pura e rinvigorente aria di montagna. Allo stesso tempo voglio comunque mettere in guardia le signore dall’intraprendere, senza un adeguato allenamento un viaggio lungo e difficile… Lo sforzo del cavalcare e del camminare per diverse ore dovrebbe essere sperimentato con un po’ di anticipo, iniziando dapprima con facili escursioni giornaliere”.

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Così scriveva Eliza Robinson Cole, dopo aver raccontato in più di 400 pagine le sue esperienze di donna alpinista, alla fine del suo libro “A lady’s tour round the Monte Rosa” edito a Londra nel 1859. In epoca Vittoriana, dal 1837 al 1910, le donne inglesi hanno lasciato le loro testimonianze di viaggio in più di 1400 testi dimostrando un senso di avventura e di adattamento paragonabile a quello dei loro compagni.

Pubblicato a Londra per la prima volta nel 1859 il “Viaggio di una signora intorno al Monte Rosa” racconta in maniera dettagliata i viaggi effettuati intorno al Monte Rosa e nelle valli italiane di Anzasca, Mastalone, Camasco, Sesia, Lys, Challant, Aosta e Cogne in una serie di escursioni negli anni 1850-56-58. A metà Ottocento, in Italia più che in altri Paesi, l’esperienza della Cole era senza dubbio fuori dal comune; per una donna non era usuale viaggiare a piedi o a dorso di mulo per superare passi alpini o avventurarsi in valli pressoché selvaggi salendo erti sentieri. Spesso la Cole racconta di aver dovuto scendere dalla cavalcatura per superare sentieri troppo impervi e pericolosi e di aver proseguito il viaggio a piedi al pari degli uomini suoi compagni di viaggio che, peraltro, sono nominati solo raramente ed in modo molto rapido nel diario. Del marito, citato solo con l’iniziale H., non sappiano pressoché nulla se non la sua appartenenza al prestigioso Alpin Club.

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Lady Cole, inoltre, descrive con precisione gli indumenti e le calzature più adatte suggerendo alle donne anche i possibili accorgimenti per rendere più sicuro ed agevole il cammino in montagna. Curioso l’espediente dei piccoli anelli fissati sul vestito nei quali passare un cordino per sollevare l’abito all’altezza desiderata velocemente e con un solo gesto. 

Lucy Walker

Altra donna eccezionale fu Lucy Walker, sorella del celebre Horace, conquistatore delle Grandes Jorasses nel 1868. Lei acquisì fama per essere stata la prima donna a scalare il Cervino nel 1871, raggiungendo la vetta lungo la cresta Hörnli. Ma questa fu solo una, seppure forse la più nota, delle 98 scalate che Lucy compì nelll’arco della sua vita. Ecco, con Lucy abbiamo realmente un primo, fulgido esempio di vera alpinista donna, un’alpinista “con l’apostrofo”, come dice Erri De Luca.

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Margherita di Savoia

Donna forse non bellissima ma sicuramente carismatica, colta e affascinante, Margherita fu sempre una regina molto amata dal popolo e dagli intellettuali. Amava moltissimo la montagna e rese consuetudinari i suoi lunghi soggiorni estivi a Gressoney-Saint-Jean, in Valle d’Aosta, dove ancora oggi si può visitare il suo fiabesco castello, realizzato tra il 1899 ed il 1904.

Margherita amava questi monti dove la natura selvaggia le consentiva di essere se stessa lontana dal protocollo e dalle aspettative di corte; dove la lingua germanica la faceva sentire a casa, dato che la madre era Elisabetta di Sassonia. Quand’era qui, nonostante il suo castello fosse davvero la pietrificazione dei suoi sogni, lei trascorreva molto tempo in mezzo alla gente e soprattutto adorava le passeggiate e le ascensioni in montagna.

Donna robusta, alta e in ottima forma fisica raggiunse, pur abbigliata di tutto punto, con gonnellone, corpetto e cappello, i 4554 metri della Capanna a lei intitolata (la Capanna Regina Margherita), sulla Punta Gnifetti, il rifugio più alto d’Europa!

Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney
Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di Gressoney

La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota
La regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota

Maria José di Savoia

Senza dubbio forte e determinante fu la figura del padre, re Alberto I, sovrano del Belgio e appassionato alpinista, ad instillare in Maria José l’amore per la montagna.

L’ultima sovrana d’Italia, la bionda “regina di maggio” nutriva una profonda passione per la natura severa ed autentica delle montagne, in particolare quelle valdostane. Una regione, la Valle d’Aosta, dove ebbe modo di recarsi assai spesso, a cominciare da quel gennaio 1930 che la vide ospite a Courmayeur col neo-sposo Umberto II in luna di miele sugli sci. Giovani, bellissimi ed elegantissimi. Raffinatezza e sobrietà anche sulle piste.

La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele - 1930 (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo)
La coppia reale sugli sci a Courmayeur per la luna di miele – 1930 (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Una piccola terra di roccia e boschi dove Maria José si rifugiava per le vacanze estive coi principini: base al Castello Reale di Sarre e, da lì, via per gite ed escursioni, anche in campeggio, come quella volta in alta Val d’Ayas!

Ma non dimentichiamo che la regina dagli occhi di ghiaccio fu anche una validissima alpinista che riuscì a salire in vetta al Monte Bianco e al Cervino conquistandosi la stima delle guide alpine, l’amore della popolazione locale e la ribalta della cronaca.

La sua eleganza misurata e per nulla vistosa viene sempre sottolineata dalla stampa. Assolutamente #allamoda nell’estate del 1937 quando si perde ad osservare col cannocchiale il paesaggio delle Cime Bianche: una camicetta bianca ed un paio di pantaloni molto ampi leggermente scampanati, parrebbe in “Principe di Galles”, tagliati sotto il polpaccio e trattenuti in vita da una fusciacca.

Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro "Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d'Aosta", di M. Fresia Paparazzo
Maria Josè alle Cime Bianche (dal libro “Umberto e Maria José di Savoia. Escursioni e soggiorni in Valle d’Aosta”, di M. Fresia Paparazzo)

Un’ultima curiosità: Maria José fu la prima ad utilizzare scarponi tecnici con suola in Vibram abbandonando quelli con suola chiodata!

Gli anni ’50 e il boom della vacanza in montagna

“Oh, la belle chose qu’une belle femme sur le sommet d’une montagne!” (M.Morin, Les femmes alpinistes, 1956).

Veniamo quindi ai favolosi anni ’50, quelli della rinascita, del boom economico, dell’occhiolino alle mode made in USA, dell’utilitaria, della Vespa, delle vacanze…

Ecco, appunto, le vacanze degli Italiani. Non solo mare, certo, ma anche montagna!

E come far passare in maniera davvero POP l’idea che la montagna è bella, distensiva, salutare e adatta a tutti? Ovvio! Creando manifesti pubblicitari in cui protagoniste sono loro, le #donne! Bellezze da copertina; forme pronunciate, labbra rosso fuoco, capelli ondulati e sguardi da gatta! Sorrisi abbaglianti illuminano le affiches turistiche dell’epoca; artisti come Gino Boccasile firmano pubblicità entrate nel mito!

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Bellezze sulla neve, in funivia, in mezzo ai prati… Bellezze sui monti insomma!

E ancora oggi cerchiamo queste immagini “vintage”, simbolo di felicità e benessere, di vacanze spensierate e splendidi paesaggi!

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Stella

C’era una volta Courmayeur. Il sogno del castello perduto

Bianca aveva 17 anni e abitava a Courmayeur da sempre. Frequentava il liceo linguistico del paese e l’anno prossimo avrebbe avuto la maturità. Amava molto studiare: conoscere tante lingue diverse le apriva la testa ma anche il mondo! Viaggiare … un grande sogno da sempre! Ma ugualmente aveva una forte passione per l’arte, la storia… conoscere il passato la incuriosiva e la affascinava; forse l’aveva ereditata dalla nonna archeologa, chissà! Ed era stata proprio la nonna a raccontarle innumerevoli storie e leggende non solo sul suo paese, ma su tutta la Valle d’Aosta. Ben presto aveva iniziato a incuriosirsi sui tanti castelli, torri, caseforti che punteggiavano quelle montagne. Finché un giorno, ancora bambina, le chiese; “Ma, nonna, e qui a Courmayeur? Non c’era un castello?”. “Certo che c’era, Bianca! Solo che purtroppo oggi non esiste più… si trovava nei pressi della chiesa, sai? La sua mole incombeva sull’attuale piazzetta del Brenta e sovrastava una via Roma, un tempo chiamata via Margherita di Savoia, assai più stretta di quella che percorriamo adesso!

Il condominio Brenta, così chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secolo”, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia così intensa! E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, popolato da streghe e fate, da giganti e demoni, insomma da tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.

Gli anni erano passati. La sua amata e divertente nonnina era partita per le nuvole (come diceva lei…) lasciandole tutti i suoi racconti e quella voglia di scoperta e di mistero!

Aveva 17 anni e, come già faceva da un paio d’anni, l’estate cercava sempre qualche lavoretto per “arrotondare”. E a Courmayeur il lavoro non mancava! Era fine luglio, per l’esattezza il 27 (festa patronale di San Pantaleone). Quell’anno, però, avrebbe perso la “veillà” perché di sera doveva fare la baby-sitter.

Una coppia di turisti l’aveva contattata per badare al piccolo di 5 anni dalle 19 alle 24. Perfetto! Nessun problema! E a pensarci bene, se non fosse stata troppo stanca, sarebbe anche riuscita a raggiungere le sue amiche! Bianca amava i bambini e conosceva un sacco di giochi da fare insieme! Questa famiglia abitava al condominio Brenta. Caspita! Ne sentiva parlare fin da quando era piccola ma non ci era mai entrata! Non sapeva perché, ma si sentiva insolitamente agitata. Appena entrata, quel vano ampio e semi buio avvolto nel silenzio le mise un pò di inquietudine. Non volle prendere l’ascensore e, salendo le scale fino al 4° piano, le venne spontaneo guardarsi attentamente intorno, quasi alla ricerca di un qualche indizio del castello scomparso (“magari qualche pietra, qualche stipite…”- pensava – memore dei racconti della nonna). Ma niente!

Improvvisamente un botto alle sue spalle. Bianca si voltò di scatto. Sembrava che qualcuno avesse chiuso bruscamente una porta, ma… non vide nulla né sentì nessuno. Era quasi arrivata. Una raffica di vento gelido la fece rabbrividire. Eppure, da dove poteva essere entrata? Non vedeva finestre aperte e, oltretutto, era un luglio decisamente caldo… Era assorta nei suoi pensieri quando la porta davanti a lei si aprì: “Bianca, è lei? Posso darti del tu?”. Bianca sobbalzò; “Sì, sì… mi scusi… io non… certo! Sono in anticipo!”. “Perfetto! Hai fatto bene! Il piccolo Giovanni non vedeva l’ora che arrivassi. Entra pure che ti mostro la casa…”.Giovanni era un bel bimbo paffutello coi capelli rossi e un paio di grandi occhi blu! Fu un vero piacere stare con lui e Bianca riuscì presto ad incantarlo con i racconti della nonna.

Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non è possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.”Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papà che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’è?! Per favore!! Resterà il nostro segreto!”.

Curiosa com’era, Bianca acconsentì e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’è una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, è tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscì ad aprirla.

Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”. Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscurità con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentì l’aria fresca della sera.

Uscì su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sì, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte.

Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava… “Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva.

“Giovanni…?”.”Sì, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’è! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! Là avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo così mi quieterò!”.

Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo!E’ l’unico angolo che non è stato distrutto…per fortuna!” E fu così che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora.

Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare. Giovanni la precedeva con una torcia.

Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprì e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini. “Ma, è lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete è rimasto, ma è invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.”Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta.

Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva! “Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.

Bianca non riuscì nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era già più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.

“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”. A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti. “Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora è la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.

Roux (non avrebbe potuto chiamarsi in altro modo, del resto) era dilagante! Parlava come un fiume in piena e si capiva subito di che pasta era fatto: un leader dal carisma travolgente! Bianca passò per le stesse sale viste prima con Giovanni, ma erano diverse! Diversi i soffitti: non più travi in legno, ma volte a unghia e ad ombrello. Un maggior numero di camini, ma più piccoli. E, al piano nobile, persino una piccola galleria ingentilita da decori dipinti e stucchi. Scesero nell’elegante corte proprio nel momento in cui una splendida carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, entrava dal grande cancello.”Bene”, esordì Roux Favre, “ecco il futuro proprietario del mio palazzo: il barone Pierre-Léonard Roncas! Anche lui di origini vallesane… eh, buon sangue!! Un uomo che si è fatto da solo, sai? I suoi nonni erano semplici macellai! Poi suo padre ha avuto la fortuna, la possibilità e l’intelligenza di studiare e diventare un medico affermato, molto noto in Aosta. E lui, beh… in Valle non esiste un uomo più ricco e potente! Ti dico solo che è il Primo ministro e Consigliere di Sua Eccellenza il Duca di Savoia… e non occorre dilungarsi oltre, mia cara!”

Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio così importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprì. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori. Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito! “Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto è “Omnia cum lumine”. Lei conosce il latino, vero?”

Bianca era nervosa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “Sì, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, ..vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! Sì, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica! Ma, prego, mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguì e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore.

Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca:” Sì, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”. Bianca trovò un minimo di coraggio:” Barone, sa, proprio 3 anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: è stupendo, raffinato…non credevo…”.

“Esatto!”, irruppe il barone, ” sobrio all’esterno, ricco e trionfale all’interno! E, mi dica, cosa l’ha colpita di più?”. “Beh, gli affreschi a grottesche! Mi hanno sorpresa! Non se ne vedono molti qui in Valle, anzi… inoltre soggetti mitologici,vedute di paesi esotici, marine… davvero inaspettato! E sono rimasta incantata dalle raffigurazioni astrologiche del loggiato superiore. Subito credevo fossero sbagliate perché i segni zodiacali non rispettano l’ordine canonico, ma poi mia nonna mi ha illustrato una sua ipotesi interessante e suggestiva…”

“Ah, sì?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtà indicato un quadro astrale ben preciso…

“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla è a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito…Avrei voluto conoscerla!”

Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentì chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?” Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano.

Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.”Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas è stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.”Ordine? Ma quindi adesso è … un convento?”, chiese Bianca disorientata.

“Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben 2 secoli orsono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalità ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”.

“Ah, non…sapevo, ecco…io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirà meglio, potrà scendere nel refettorio per la cena, se vorrà”.

E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas. A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio.

Tuttavia, già nelle scale qualcosa non era più come prima: si sentiva un allegro vociare, della musica e un profumo di buon cibo. I corridoi erano tutti illuminati con mobilio ricercato in stile “rétro” (secondo lei, naturalmente…), dei graziosi salottini dalle tinte pastello e dalle forme panciute che, nel salire, non c’erano affatto! Alle finestre splendidi tendaggi damascati color cipria e un numero imprecisato di comò con altrettante lampade deliziose a forma di fiore o in vetro multicolore. Il vocìo era sempre più forte. Giunta sulla porta della sala da pranzo rimase senza parole.

Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldrini. Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?” Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”

Bianca si sentì immediatamente a suo agio e confessò il suo imbarazzo nel non avere abiti adeguati. “Non si preoccupi. Posso provvedere io, se mi consente… La affido a Jeanne: ha delle mani d’oro e saprà trovare la soluzione più adatta!”. Jeanne era una cameriera “factotum” dell’hotel, nonché bravissima sarta! Avrà avuto circa 30-35 anni, bassina, paffutella e con una massa di ricci color rame che scappavano ribelli fuori dalla cuffia. Le stette subito simpatica!

“Una signorina bella come lei starà benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un alto e gonfio chignon decorato con nastri e piume.

“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!” cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.”Forza! Cosa fai lì tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sì – pensò – in un posto così verrei volentieri in vacanza. Certo, non è un hotel 5 stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.

Un bel ragazzo sui vent’anni, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossì e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze in inglese. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica.

Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union già da 2 settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.

John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternità. Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).

“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter ri-scoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso!

La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante.

“E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo è un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.

A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo è il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno. Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.”1958?! Ma come?”.

Bianca corse alla finestra: infatti il cortile era nuovamente cambiato: l’ingresso era sottolineato da una colorata tenda parasole; sulla piazzetta tavolini, dondoli, sedie a sdraio con grandi vasi di gerani ovunque. Aveva bisogno d’aria e aprì. A ulteriore conferma del periodo, Bianca vide 3 auto parcheggiate nei pressi di un “Auto-Garage”: una Lancia Flaminia, una Giulietta Spider e una Ferrari 250 Gt (le conosceva bene perché le auto d’epoca erano la passione di suo nonno!).

Nel cortile udì parlottare due camerieri:” Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina… eh, ho già sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.”No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.

“Bianca…Bianca…”. La ragazza aprì gli occhi a fatica. “Sì?… chi è adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiam fatto più tardi del previsto… e’ quasi l’1 di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!

“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…avrebbe voluto dirgli tante cpse!

Finalmente uscì in piazzetta dove la veillà era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa, voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “Non… non è possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…” Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”

“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa…dai!”.”E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”

Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’è un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”

Bianca la seguì controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando.

Mise a fuoco quel ragazzo dai capelli rossi e dagli occhi blu…non era possibile, era proprio lui, il “suo” John! Bianca gli porse la mano inebetita, incapace di dire una sola parola. Ma ci pensò lui, in uno stentato italiano: “Piacere Bianca, non so perché ma mi sembra di conoscerti già…forse ti ho incontrata nei miei sogni?”

I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la verità e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…

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Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella città alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana città di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane età. Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacità strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua eredità e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarà il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinché protegga i nostri affari e commerci!”.

E così fu fatto. Ma già quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocità erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sì? Bene, vorrà dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era già un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

Finché la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprì gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

farfalla blu

La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

Finché non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

ninfa-acqua

“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perché ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo è il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunché! L’acqua è pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

Finché un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi è permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimé… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sé e sé; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non è tutta opera sua! Chissà chi avrà pagato, chi avrà convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscurità finché si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepì quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? Perché mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinità sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…Perché mi segui? Non mi è forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio è mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sì che è buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernì Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrà rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentì. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finché entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserà mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerà il mio acquedotto e sarà posto sotto la tua protezione. Nessuno oserà mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; si levò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metà giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissà che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

Stella