Castello di Saint-Pierre. Il regno di Flora

“Lasciare la città per finire lassù, in mezzo alle montagne… da solo… beh, del resto non ho scelta!”. Così si lamentava il giovane barone, rampollo di una nobile ed importante famiglia, costretto dai parenti a trasferirsi nel piccolo villaggio di Saint-Pierre.

“Hai ereditato l’antico maniero di famiglia, Emanuele!”, tuonava l’arcigno zio, “tuo compito è prendertene cura! Quindi, fattene una ragione e prepara i bagagli! Tra una settimana al massimo il castello di Saint-Pierre sarà la tua dimora! E vediamo se, confinato lassù, tu non metta la testa a posto!”.

Emanuele non aveva scelta. Tutta la famiglia era contro di lui.. Purtroppo negli ultimi anni non si era certo guadagnato una buona fama: conduceva una bella vita sperperando denaro in ogni possibile modo, frequentava compagnie ritenute “pericolose e inopportune”… un continuo litigio con lo zio! Forse era davvero meglio andarsene… poche comodità, pochi soldi, ma almeno sarebbe stato in pace e avrebbe fatto ciò che voleva!

Rapidamente arrivò il giorno della partenza. La diligenza correva veloce sulle strade polverose. In poco tempo le campagne lasciarono il posto al dolce profilo delle colline che vennero presto sostituite dalle alte montagne della Valle d’Aosta.

L’aria aveva cambiato profumo: Emanuele era inebriato da quella fragranza mista di pino, erba, muschio e terra. Gli sembrava che il sangue corresse con più vigore alimentato dalle brezze fresche che rotolavano giù dai ghiacciai.

All’improvviso, dopo un’ultima curva, eccolo: l’antico maniero lasciatogli dal nonno!

Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)
Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)

Su un roccione svettava la vecchia torre maestra, già in stato di avanzato degrado, circondata dalle possenti mura medievali in buona parte sbrecciate. Gli edifici residenziali erano spogli (solo i mobili essenziali), bui e umidi. Emanuele sospirò:” Mio Dio… ci vorrebbero dei lavori, ma come li pago? Solo questo mi hanno lasciato e lo zio non mi da più un soldo… vedremo… per ora va ancora bene: per fortuna è estate! Chiederò nel villaggio se qualche manovale può venire a dare un’occhiata…così…giusto per non avere la neve in casa o spifferi gelati quest’inverno… “.

Tuttavia, nonostante lo sconforto iniziale, Emanuele avevo ben presto imparato ad amare quel luogo. Il paesino era carinissimo e gli abitanti avevano accolto con simpatia “quel giovane barone scapestrato e ribelle, amante della natura, fuggito dalla grande città!” (così dicevano di lui).

In una stanza col camino, dove ancora si vedevano resti di antichi affreschi e si potevano magicamente percepire gli echi delle leggendarie feste organizzate dai ricchissimi proprietari oltre 200 anni prima, Emanuele aveva creato il suo angolino prediletto.

Da subito aveva iniziato a perlustrare i dintorni: che meraviglia! Prati verdissimi, meleti, vigneti, orti e, in lontananza, boschi color smeraldo che, con le loro tonalità scure, esaltavano ancor di più il bagliore delle nevi perenni.

Quell’estate cominciata così male, si era rivelata una benedizione. Da solo, in totale libertà! Grazie al suo bel carattere, ai modi educati e, perché no, al gradevole aspetto, il giovane barone si era ben integrato e riceveva aiuto da tutti: cibo e biancheria pulita non gli mancavano!

Le quotidiane lunghissime passeggiate gli avevano fatto riscoprire e aumentare una passione che aveva da bambino: quella per la raccolta di erbe, foglie fiori. La natura così ricca e multiforme di quei luoghi avevano risvegliato in lui una profonda curiosità e in poco tempo si era creato una collezione botanica di tutto rispetto; “così, se mai un giorno dovessi tornare in città, un pò di questi luoghi verrà con me…”, pensava.

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Gli era poi venuta in mente un’idea: voleva trasformare l’alta corte del castello in un suo personale giardino segreto. Un pò “giardino dei semplici” con erbe aromatiche e medicamentose; un pò giardino all’inglese con piante ornamentali capaci di creare atmosfere incantate e suggestive. Quello sarebbe stato il suo giardino, chiuso al mondo eccetto che a lui!

Una sera, al tramonto, attardandosi sulla terrazza, notò per la prima volta un fiore straordinario attaccato al muro della torre. Si avvicinò: era una specie di orchidea. Un fiore grande dai colori cangianti, insoliti: i petali erano uno diverso dall’altro, quasi a formare un arcobaleno, lucidi e setosi.

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Decise di coglierlo per ripiantarlo ed eventualmente ricavarne semenza. Provò a strapparlo, ma il fiore incredibilmente si chiuse e si ritrasse.”No, devo aver sognato”, pensò, “è impossibile!”.

Ci riprovò: niente. Quel fiore si richiudeva su se stesso. Provò a reciderlo con delle forbici: niente!

Prese allora un martello e iniziò a distruggere il muro:”Verrà fuori, no!? Lo estirperò con tutte le radici!”. Risultato: il muro della torre si crepò terribilmente fino a sgretolarsi!

L’operazione aveva prodotto un’enorme voragine nel vecchio muro cadente mentre il fiore era rimasto ben incastrato nella sua pietra.

“No, ma… è impossibile!”. Emanuele non riusciva a crederci. “Che razza di pianta è mai questa?!”. Raccolse allora la pietra con la pianta dentro, deciso a portarla in casa per esporla così com’era, come fosse un oggetto esotico e meraviglioso.

La mise sul comodino accanto al letto e andò a dormire.

Ma non fu una notte come tutte le altre… Emanuele venne svegliato da un fruscio insistente, come se un insetto gli volasse sul viso. Quando aprì gli occhi rimase senza parole: dalla pietra la pianta era uscita a dismisura arrivando fino a lui e i fiori si erano moltiplicati e ingranditi fino a formare una coperta. Emanuele si alzò di scatto, ma qualcosa lo bloccava impedendogli di scendere dal letto.

Ad un tratto la coperta di fiori si mosse, si avvolse su se stessa e si trasformò in una giovane fanciulla alata.

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“Ma… ma chi… cosa…chi sei tu?” balbettò Emanuele confuso e spaventato. “Tranquillo, io sono Flora, la fata della Natura. Conosco la tua passione per il mio regno, ma oggi hai fatto qualcosa di grave: ti sei ostinato ad appropriarti di un fiore assai raro e prezioso, di me! Avevo provato a farti capire che non dovevi né potervi toccarmi, ma hai insistito fino a distruggere addirittura la tua casa! Hai commesso un errore. E ora, se non vi poni rimedio, la voragine nella torre si allargherà a tal punto che tutto il castello potrebbe crollare! Vuoi che accada?”.

“No, no… certo che no… ma..e ora? Come posso rimediare? Quel fiore era talmente bello che…”;

“talmente bello che avresti dovuto rispettarlo e lasciarlo dov’era”, concluse Flora.

E continuò:” Ad ogni modo, visto il tuo amore per il mio mondo, voglio aiutarti.”. Improvvisamente la stanza si riempì di strane creature, metà uomini e metà foglie, o metà uomini e metà fiore; c’erano anche uomini-stelo, uomini-ramo.. un vero e proprio esercito di esseri del piccolo regno al servizio della loro regina, la fata Flora.

Leafman (tratto dal film animato "Epic. Il mondo segreto")
Leafman (tratto dal film animato “Epic. Il mondo segreto”)

Emanuele era sbalordito! “Loro sono i miei fedeli servitori. Ti aiuteranno a ricostruire la torre maestra, a patto che tu segua i miei ordini! Voglio una torre alta ed elegante con quattro torrette, una per ogni angolo.

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Ogni torretta corrisponde ad una stagione e, a seconda della stagione, dovrai lasciarmi (con la mia pietra) nella torretta corrispondente. Nessun uomo però potrà entrarvi! Nemmeno tu! Mi dovrai lasciare all’ingresso, poi saranno i soldati-foglia a trasportarmi all’interno! Sii preciso, non farti trascinare dalla curiosità. Se un uomo dovesse entrare in una torretta, l’intero castello crollerà e per te sarebbe la rovina. Se invece ti atterrai ai patti per almeno 50 anni, il tuo castello diventerà la dimora del piccolo mondo alla portata di tutti e il tuo giardino segreto sarà dono per gli altri così che possano conoscere, scoprire, amare e proteggere il mondo di Flora”.

Emanuele non aveva altra scelta; nonostante un fondo di incredulità, obbedì alla fata Flora e, la mattina seguente, dopo una notte che gli parve lunga un’eternità, la torre non era più la stessa. Gli uomini-foglia e le donne-fiore avevano magicamente creato qualcosa di spettacolare: “ecco, ora posso dire di vivere nel castello delle fiabe”, esclamò il giovane barone.

“Non solo!”, lo corresse la fata, “puoi dire di essere un ospite speciale del regno di Flora”.

Il giardino segreto del barone divenne, col tempo, un tesoro di erbe, fiori ed essenze esotiche a disposizione di tutti. Nelle torrette nessuno mise mai piede e si narra che, ancora oggi, a seconda della stagione, il fiore-dimora della fata Flora vi fiorisca, ancorato alla sua pietra, di volta i volta con un colore ed un profumo diverso.

Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)
Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)

E’ il castello delle favole. E’ il castello di Flora. E’ il meraviglioso castello di Saint-Pierre!

 

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Lythia e il segreto della spirale di pietra

Un’altra mattina di sole stava per illuminare la piana. Le vette tutt’intorno si stavano tingendo di rosa e le nevi che dimoravano eterne su quelle cime risplendevano nell’aria cristallina del primo mattino. Il clima era ancora fresco in questo inizio di primavera e l’altezza dei monti impediva al sole di uscire dalla linea dell’orizzonte al mattino presto. Il cielo si accendeva guardando verso nord-est e la grande montagna che separava quella terra amata dagli dei da quella dei vicini Veragri e Seduni sfolgorava catturando i primi raggi donati dal dio Belenos.

La piccola Lythia amava molto quel momento iniziale della giornata. A differenza degli altri bimbi del villaggio, lei non faticava affatto ad alzarsi presto; non vedeva l’ora di uscire per dare il “buongiorno” agli animali, sgranchirsi le gambe dopo la notte, respirare a pieni polmoni l’aria frizzante dei suoi monti.

E, soprattutto, amava andare a scuola ad ascoltare le storie che la saggia e sapiente Licamara, anziana del villaggio, nonché sua nonna, raccontava quotidianamente ai piccoli della tribù.

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Licamara era la mamma di suo padre, il valoroso Catumaro, grande capo e coraggioso guerriero. Ma anche ardito esploratore di quelle grandi montagne, di cui sin da giovane percorreva ogni passo, ogni colle, ogni pertugio.

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Catumaro conosceva ogni angolo di quella terra di roccia, e con saggezza governava quello che da tutti era riconosciuto come territorio cardine per gli scambi commerciali tra le grandi vette dell’Ovest e del Nord, tra i Salassi della terra del sud, fino al grande fiume Bodinco, i Veragri e i Seduni delle terre del nord, oltre l’importante passo sacro al dio Penn, protettore delle vette inviolate, e gli Allobrogi delle terre dell’ovest, estese al di là del passo dove, si narrava, transitò l’eroe semidivino Ercole nel suo lungo viaggio verso i mitici Giardini del Tramonto; laggiù dove avrebbe trovato la finis terrae, i confini più occidentali del mondo, il regno dell’eterno tramonto al cospetto del mare sconfinato.

Lythia assomigliava molto al padre, sia nell’aspetto che nell’indole. Ma se per quanto riguardava l’aspetto senza dubbio Catumaro ne andava fiero ed era certo che quella vivace pargoletta sarebbe diventata una splendida fanciulla, facile da maritare con un importante principe, magari di qualche potente tribù del nord, ugualmente era molto preoccupato da quel carattere testardo, cocciuto e dalla spiccata voglia di indipendenza.

Lythia era una bimba dalla brillante intelligenza, molto intuitiva, capiva al volo il significato di discorsi anche difficili per la sua età, capiva le situazioni e, come la nonna, “sentiva”… In più era assai curiosa e non appena riusciva a sfuggire al controllo di qualche adulto, si inerpicava sù per i sentieri che dalla piana conducevano verso i villaggi e, da lì, verso le terre alte. In particolare era letteralmente affascinata dalle stelle e poteva passare ore a guardarle. Infatti occorreva prestare molta attenzione perché durante la notte, la bimba non ci pensava due volte a scappare di casa per andare ad osservare gli astri, sempre alla ricerca della Grande Orsa e di una strana stella a forma di “A” non troppo distante da uno strano corpo luminoso a forma di spirale.

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Catumaro si incupiva ogni volta che la piccola gli raccontava di queste sue passioni; non amava affatto che sua madre Licamara le riempisse la testa con queste antiche storie di popoli perduti osservatori delle stelle né che la istruisse nel sapere druidico. Troppo pericoloso. Catumaro cercava in ogni modo di troncare le passioni della figlia, ma così facendo, otteneva l’effetto contrario. La piccola Lythia pendeva letteralmente dalle labbra della nonna-maestra, nonna guaritrice dalla quale in molti si recavano per ottenere medicamenti e rimedi, nonna-veggente che sapeva leggere i segni della natura, del cielo, del fuoco.

E la nonna, da parte sua, aveva capito fin dai primi vagiti che Lythia era una predestinata; a lei un giorno avrebbe potuto rivelare il grande segreto di pietra. Un segreto che racchiudeva la storia del suo popolo e che anche a lei era stato tramandato da sua nonna secondo una linea matriarcale che si perdeva nella notte dei tempi.

Anche quel giorno Lythia, dopo aver bevuto avidamente la sua ciotola di latte, si precipitò in classe. Nonna Licamara stava appendendo dei grandi disegni alle pareti per aiutare i piccoli a seguirla nei suoi discorsi.

Lythia riconobbe subito il simbolo della grande spirale. “Nonna! La spirale del cielo! Purtroppo sono settimane che non riesco ad uscire la notte… mio padre blocca la porta dall’esterno e ha addirittura messo un suo servitore a fare la guardia intorno a casa…”. La nonna sapeva dell’avversione del figlio per quel genere di conoscenza. Sapeva che secondo Catumaro solo gli uomini potevano dedicarsi alla scienza druidica e che mai avrebbe voluto istruire la figlia in tal senso. “Non preoccuparti Lythia”, la tranquillizzò, “tanto siamo solo a metà aprile; la vedrai ancora meglio mano a mano che ci avviciniamo all’estate”.

“E questa? Ricordi cos’è?”. “Certo!”, esultò Lythia, “è la grande A. E’ l’aratro del cielo!”.

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“Bravissima”, rispose la nonna, “è la costellazione che i popoli del mare chiamano Andromeda, col nome di un’importante principessa. Ma io preferisco continuare a vedervi un aratro. L’aratro che solca la terra, la rompe e la prepara ad accogliere il seme. Sai, piccola mia, vi fu un tempo in cui i nostri antenati, in certi precisi momenti dell’anno, aravano il terreno per motivi diversi da quelli agricoli che conosciamo noi. I buoi con le corna più belle, i più possenti ed imponenti, simbolo di forza e vigore, venivano aggiogati e condotti avanti e indietro trascinando un vomere sacro. Era come una sorta di preghiera affinché gli dei della terra fossero compiacenti. Ma non solo per avere un florido ed abbondante raccolto, anche per proteggere la comunità, il popolo. Quella terra doveva dare il cibo, doveva nutrire forti e valorose stirpi di guerrieri e di donne capaci di generare molti figli per dare continuità al popolo”.

Lythia ascoltava rapita. “E quindi facevano la fatica di arare un campo intero… solo per pregare, nonna?!”. “Come SOLO?!”, sbottò Licamara; “è assai importante che gli dei siano benevoli, piccola, altrimenti il popolo è destinato alla rovina!”. “Vedi anche ora? Non ti accorgi che nonostante le apparenze, la nostra comunità si sta sfaldando? Altri clan potenti nutrono invidia verso tuo padre e tramano nell’ombra. Ultimamente molte, troppe, donne vengono da me piangendo perché non riescono a generare figli e questo crea attriti in seno alla famiglia e al clan. Sempre più spesso vengono a chiedermi rimedi per le mucche che producono poco latte e iniziano a non sopravvivere al parto, oppure generano vitelli deformi o già morti! Dobbiamo stare attenti, Lythia! Gli dei ci stanno avvertendo. Qualcosa va cambiato… ma tuo padre non mi ascolta. Tuo padre rifiuta la saggezza del primitivo femminile…ahimé…e il grande druido continua a rassicurarlo, ma solo per fare i suoi interessi!”.

“Ma, nonna, sei sicura? A me sembra che qui nel grande villaggio di Carnobriga si viva bene. Io sono felice!…”. “Sei ancora piccola, Lythia; e va bene così. Arriverà il tempo per capire e per reagire. Arriverà il tempo per dare, anche tu, il tuo contributo alla comunità. Ma adesso stanno arrivando i tuoi compagni: è ora di fare lezione. Vai a sederti, sù!”.

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Passavano i giorni, i mesi, le stagioni. La piccola Lythia cresceva a vista d’occhio, in altezza e in intelletto. Ma anche in intuito. Lei, come da sempre sosteneva la vecchia e saggia nonna Licamara, aveva la capacità di “sentire”. Aveva iniziato ad accorgersi di un fatto strano: quando passava vicino a certe rocce, sentiva come un brivido che le percorreva la schiena, come un sussurro lontano, una voce imperscrutabile, indecifrabile, che la chiamava e le chiedeva di fermarsi. Allora Lythia si fermava e quasi istintivamente toccava una roccia, ma non una roccia a caso, di solito erano rocce grandi e lisce che fuoriuscivano dal terreno. Non appena la sua mano sfiorava la superficie, Lythia era percorsa da tremori e aveva come delle visioni. Ma la sua ancora giovane età le impediva di capirle, di descriverle. Provava a raccontare alla nonna ciò che, a tratti, vedeva; la nonna capiva e cercava di darle supporto e consiglio. Guai a farne parola col padre, tuttavia!

Lythia aveva compiuto ormai 15 anni. Il grande villaggio di Carnobriga era scosso da frequenti tumulti interni. I clan erano in subbuglio. Spesso si svolgevano grandi riunioni coi capi delle tribù delle terre alte, quelle che vivevano nei villaggi fortificati, costruiti come fossero un’unica fortezza rocciosa a ridosso delle morene o nelle gole più nascoste. Si diceva che dalla pianura il pericolo fosse ormai vicino. Un popolo venuto da molto lontano stava premendo per impossessarsi delle terre alte, per controllare quei valichi che erano stati loro sin dai tempi più remoti. Bisognava intervenire, ma come? I clan erano sempre in lite e Catumaro non riusciva più ad imporsi sugli altri come una volta. Anche perché il popolo non era unito per fronteggiare al meglio questo oscuro “nemico”; infatti c’era chi ventilava possibilità di guadagno dalla collaborazione con queste genti straniere.

Nonna Licamara sospirava. Se lo aspettava. Sapeva che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Il popolo stava vacillando e di Carnobriga forse si sarebbe persa memoria…

“Nonna, ma mi spieghi come mai mio padre si ostina a non darti ascolto? E perché, anche adesso che la Grande Dea mi ha reso donna, tenta di impedirmi di trascorrere tempo con te?”.

“Vedi Lythia, tuo padre ha un rapporto problematico con se stesso, col suo passato… Sai, ora che hai 15 anni posso parlartene. In realtà lui non è mio figlio naturale. Lui fu messo al mondo da una donna importante: era una sacerdotessa del nord. Purtroppo si innamorò e questo non avrebbe dovuto succedere. In più, come se non bastasse, si innamorò di un giovane, bellissimo guerriero straniero. Suo padre, una volta saputo della sua gravidanza che non si poteva più nascondere, non solo la cacciò di casa ma fece uccidere il suo amato. Io la accolsi nel mio villaggio. Pur se ancora giovane, ero già una nota guaritrice e mio padre era il capo villaggio, un uomo di cuore e di fine intelligenza che portava grande rispetto verso le mie qualità. La aiutai a partorire; ma lei, ahimé, non sopravvisse a quel parto difficile. Perse molto, troppo sangue. Provai in ogni modo, ma non riuscii a salvarla. Solo, con l’ultimo respiro che le restava in corpo, appena prima di morire, mi raccomandò quel frugolino urlante dai folti capelli neri e mi mise in mano un amuleto cui lei teneva moltissimo”.

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Licamara infilò una mano nelle vesti, all’altezza del seno, e ne estrasse un monile in bronzo lavorato a spirale; anzi, una doppia spirale! Era un oggetto molto bello, di colore verde scuro con riflessi blu, lucidissimo. Emanava un fascino ipnotico.

Lythia non aveva perso nemmeno una parola; era sgomenta, ma finalmente dava una risposta a molti atteggiamenti di suo padre. “L’ho cresciuto come fosse figlio mio. E mio padre da subito lo ha presentato al popolo come fosse suo nipote naturale. Quando raggiunse l’età adulta gli tatuammo la doppia spirale sul petto, affinché gli dei di sua madre vegliassero su di lui, ma senza dirgli la verità. Purtroppo la venne a sapere l’anno seguente, e nel peggiore dei modi, da un compagno d’armi, principe di un clan rivale, che gliela rivelò per invidia e per dispetto dandogli dell’illegittimo, per non ripetere altre offese ben peggiori che sporcavano persino il ricordo di sua madre”.

“ Da quel momento il suo atteggiamento verso di me cambiò radicalmente. Era come se non mi accettasse più. Sicuramente vede in te la sua vera madre e, in tutta sincerità, le somigli moltissimo. I lunghi capelli scuri, i grandi occhi verdi, la mandibola volitiva. Lui ti teme, Lythia. E teme per la tua vita.”

Lythia era scossa ed emozionata. Avrebbe voluto correre da suo padre ed abbracciarlo, rincuorarlo… ma ultimamente anche il rapporto tra di loro si stava logorando per i troppi litigi, le incomprensioni, le cose non dette o mal dette.

“Ma, nonna, io però non ho mai visto la doppia spirale tatuata… Lui sul petto ha dei simboli vegetali che non mi ha mai voluto spiegare…”. “No, Lythia. Sotto quei simboli c’è la doppia spirale. Lui se l’è fatta cancellare apposta, per non vedersela addosso. Il fatto è che quella doppia spirale lui ce l’ha dentro, nell’anima; è la voce dei suoi antenati. E non può continuare a rinnegarla e a tenerla sepolta. Presto riemergerà.”

Lythia tornò a casa con la mente in preda a mille pensieri. Chi era la sua vera nonna? Quali doni le aveva passato? Cosa cercavano di dirle quelle strane pietre lisce che ogni tanto vedeva sbucare dal suolo?

Doveva capire. Sentiva che se avesse capito, avrebbe potuto aiutare non solo suo padre, ma tutta la sua gente.

Trascorsero altri due anni. Anni di studio, di formazione continua con nonna Licamara. Il padre, talmente spossato dalle lotte intestine tra clan, non aveva nemmeno più tempo né forza di star dietro a sua figlia. Sua madre, donna timida e riservata, si era chiusa in un silenzio preoccupante che la stava avvelenando dentro. Il popolo era scontento, agitato, ribelle e allergico a qualsiasi regola.

Il sapere dei padri si stava perdendo, qualcuno addirittura lo rinnegava e lo travisava; alcuni persino lo mettevano in ridicolo. E infatti la natura aveva cominciato a ribellarsi. Il grande fiume Druantia si gonfiava ad ogni autunno; diventava incontrollabile con terribili e rovinose esondazioni. L’altro grande fiume della piana, quello che scendeva da nord, il Bauthegion, causava danni nefasti ogni estate. Coltivare era diventato quasi impossibile. I pascoli si erano impoveriti per le temperature sempre più rigide, le frequenti grandinate, le gelate improvvise. Gli animali erano in sofferenza, persino le pecore e le capre, solitamente così robuste.

Intanto nonna Licamara era sempre più debole; gli anni sulle sue spalle erano davvero tanti. Finché una notte fece chiamare Lythia.

“Vieni piccola mia, avvicinati. Non mi resta più molto tempo e devo assolutamente parlarti. E’ giunto il tempo, il tuo”. Lythia si avvicinò il più possibile; la voce della nonna era talmente flebile che a stento la udiva. “ Vedi, Lythia, tu sin dalla nascita sei destinata ad essere la custode di un grande sapere. Ad essere la custode dell’identità e del passato di un grande popolo. Il popolo che, giunto al seguito del semidio Ercole in un tempo remoto e perduto, decise di fermarsi qui, ai piedi delle grandi montagne. Queste montagne accolsero quelle genti e divennero la loro casa. Quelle genti giunte dalle lontane terre d’Oriente, dal regno dell’eterna Aurora, conoscevano l’arte di osservare il cielo, le stelle, il moto degli astri e le fasi della Luna. Sapevano come coltivare la terra e renderla fertile. Conoscevano l’uso dell’aratro, strumento fondamentale che diede la forma alla costellazione della grande A che tu conosci sin da bambina”.

Ogni tanto la nonna veniva scossa da forti e dolorosi crampi; spesso le mancava il fiato ed era ricoperta di sudori freddi. Lythia era molto preoccupata. La abbracciava. Le passava un panno fresco sulla fronte cercando di darle sollievo.

“ Quel popolo, Lythia, scelse questa pianura nei pressi del fiume Druantia. Una pianura che venne arata, ma non per seminare, per pregare, come ti avevo già spiegato. Al centro di questa pianura si elevava un collina, il nucleo del nostro villaggio: Carnobriga, che in lingua gallica significa “altura delle corna”, un villaggio posto sotto la protezione del dio Cernunnos, signore delle forze naturali e del vigore guerriero.

Dopo il tempo delle grandi arature propiziatorie, venne il tempo delle grandi fosse. La terra era fondamentale, era dea, era madre, era nutrice. La terra esigeva preghiere e devozione e gli uomini sapevano come accontentarla.

Venne poi il tempo in cui il cielo si unì alla terra, anche nelle preghiere. Ed ecco che i nostri antenati eressero pali verso le stelle, assecondandone gli allineamenti ed i segni affinché le divinità celesti fossero benigne. Tuttavia l’attenzione data al cielo iniziava a sminuire quella destinata alla Terra. La Grande Madre si stava offendendo. La linea matriarcale cominciò a contare sempre meno. I villaggi erano dominati dagli uomini, purtroppo non tutti saggi e avveduti. Purtroppo il potere acceca e gli antichi equilibri sacri si sfrangiano.

“Ma, quando? Quando successe tutto ciò? E dove si trova questo luogo? Dove sono queste fosse, questi pali….”. Lythia era divorata dalla curiosità; voleva sapere, sentiva che doveva sapere.

La nonna appoggiò debolmente una mano sul braccio della nipote. “Presto lo saprai, cara. Dovrai cercare, ma senza allontanarti”. Lythia la guardava interrogativa. Licamara prese quindi la mano sinistra di Lythia, la mano del cuore, e la guidò tra le vesti, madide di sudore, fino a toccare la pelle avvizzita del petto. Aperte le vesti, mostrò a Lythia un tatuaggio: la doppia spirale. Anche nonna Licamara l’aveva, proprio sul petto.

“E’ un legame, cara. E’ un simbolo capace di unire terra e cielo. Capace di dare la vita, anche oltre la morte. E’ il flusso eterno, Lythia. E’ il moto delle stelle e dei corpi celesti. Questo simbolo è il segreto della forza del nostro popolo che, nonostante il volgere dei secoli e degli avvenimenti, saprà trasformarsi e sopravvivere. Ma che ora ha bisogno di ritrovare se stesso.”

L’anziana mise infine nelle mani di Lythia l’antico amuleto regalatole dalla madre di Catumaro. “Cercala! Cerca la doppia spirale incisa nella grande pietra, Lythia. Puoi farcela!”. “Ma come? Nonna, nonna!! Ti prego, dimmi come devo fare… dove, devo cercare?…Nonna…”. Ma ormai la vecchia Licamara, era salpata verso il regno delle Ombre senza fine.

Per alcuni giorni Lythia rimase preda del dolore per questa atroce perdita. Sua nonna non c’era più; era stata da sempre la sua guida, il suo sostegno, il suo punto di riferimento…come avrebbe fatto senza i suoi consigli e i suoi preziosi insegnamenti?

Alla fine, colma di lacrime fino a scoppiare, corse dal padre per sfogare su di lui tutta la sua rabbia da troppo tempo repressa. “Tu! Tu hai lentamente portato la nonna alla morte! Tu, perfido uomo, col tuo atteggiamento ostile, con la tua cattiveria… maledetto! Come hai potuto non esserle vicino nemmeno alla fine?! Tutto preso dai tuoi giochetti politici, dagli equilibri tra i clan, circondato come sei di traditori e adulatori…. Senza neppure accorgertene!”.

Lythia si scagliò sul padre, tempestandolo di pugni e di lacrime… finché il padre, prima immobile, all’improvviso la strinse a sé con forza. Lythia si accorse che stava piangendo. Suo padre, il prode Catumaro, che piangeva? “Padre….”, sussurrò. “Oh Lythia, figlia mia adorata. Saggia figlia mia. Non ti ho mai meritato. Più crescevi e più vedevo in te mia madre; nemmeno riuscivo a guardarti negli occhi. Mi facevi paura. Mi incutevi rispetto. E questo mi dava fastidio, spesso tu stessa mi sei sembrata una minaccia della mia autorità, della mia supremazia. E invece avevi ragione, l’hai sempre avuta. E Licamara aveva visto giusto, come sempre del resto. Aiutami, Lythia! Sento che sto per soccombere…”

“Padre, ma perché non avete mai voluto parlarmi prima? Perché avete sempre cercato di seppellire i vostri ricordi facendovi solo del male? Facendo del male anche a mia madre, vostra sposa, e a vostra madre, anzi, alle vostre due madri!”. Lythia mostrò l’amuleto al padre. “Ecco, questo è il segreto della nostra forza! Dobbiamo trovare questo simbolo inciso nella pietra da qualche parte qui intorno a Carnobriga! Se non lo facciamo, la nostra gente scomparirà divorata dagli eventi e dai secoli finché se ne perderà persino la memoria, la condanna peggiore che ci possa essere!”.

Catumaro sgranò gli occhi… quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva visto quel simbolo? E come aveva potuto farsi nascondere il tatuaggio? Forse proprio da quell’insano gesto era iniziata la sua rovina… chissà se c’era ancora modo di arrestare questa caduta e dare nuova forza alla sua famiglia, al suo clan, al popolo intero!

“Sono nelle tue mani, Lythia. Agisci come meglio ritieni. Agisci ascoltandoti, tu che ne sei capace”.

Dopo un ultimo abbraccio che però valeva come tutti quelli che mai si erano dati negli ultimi 5 anni, Lythia uscì. Era notte fonda. Si incamminò, alla luce di una sottile falce di luna, verso un luogo a lei caro da cui si dominava l’intero fondovalle. Una volta arrivata, si appoggiò l’amuleto sul petto e, con gli occhi al cielo, intonò antiche nenie insegnatele dalla nonna.

All’improvviso le parve che il cielo stellato iniziasse a girare, sempre più veloce, formando un’enorme spirale di stelle e polveri brillanti. Sopraffatta da quella luce fortissima (che solo lei vedeva) chiuse gli occhi; ebbe una visione. La spirale si sdoppiò e al centro ne uscì una grande A che si rivelò per quello che era in realtà: un aratro.

L’aratro iniziò a solcare la volta celeste che, al suo passaggio si apriva. Dai solchi tra le stelle emersero delle grandi pietre. Talmente grandi come non ne aveva mai viste. Pietre con occhi e naso, ma mute, senza bocca. Pietre ricoperte di simboli, di monili, di armi. Ed eccone una che colpì la sua attenzione: indossava un amuleto. La doppia spirale. Inizialmente le sembrò che fosse un gioiello, poi vide che emanava luce ma che in realtà era incisa nella pietra.

Aprì subito gli occhi, spossata. Tutt’intorno a lei, il silenzio della notte. Guardò nuovamente il cielo e stavolta seppe leggere segni che prima non avrebbe mai capito. Seguì una sorta di sentiero disegnato nel cielo che la guidò nuovamente a valle. Gli astri indicavano un punto in cui lei sentiva che doveva fermarsi.

Si accorse di essere appena ad ovest di Carnobriga, ai margini del villaggio, lì dove già da secoli ormai era loro usanza seppellire i morti. Ma lei ne aveva paura. Era la zona dei grandi tumuli di pietra, delle tombe giganti e delle grandi pietre. Ma era la terra destinata ai morti, e lei non avrebbe mai osato addentrarvisi. Una necropoli che i suoi concittadini stavano oltretutto lentamente abbandonando perché ormai satura; qualcuno addirittura diceva fosse maledetta da qualche sortilegio. Fu il grande druido a mettere in giro questa voce. In realtà voleva venissero dimenticati i sacerdoti che lo avevano preceduto; voleva infangarne la memoria inducendo il popolo a trovare un altro posto per i defunti.

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La luce delle stelle pareva illuminare un punto in particolare. Lythia si avvicinò, si chinò a terra appoggiando le mani su uno spigolo di pietra lucida e liscia, di forma tondeggiante. Udì un sospiro, un sussurro che usciva dalle viscere del terreno. Venne travolta da una sorta di sonno.

Ecco, un’altra visione! Vide che sotto di lei, nelle viscere della terra, giaceva una grande pietra al cui centro, come fosse sul petto, brillava il simbolo della doppia spirale. Gli antenati delle grandi tombe erano offesi per essere stati dimenticati. Gli spiriti erano inquieti. Capì.

Si precipitò da suo padre e gli spiegò l’accaduto. Questa volta Catumaro le credette e la assecondò. Allontanò malamente il druido adulatore e bugiardo e obbedì alla figlia.

Coi saggi, gli anziani e i nobili guerrieri del villaggio, si recarono in processione, la notte stessa, alla luce delle torce, fino all’antica necropoli. Lì dove i loro antenati avevano eretto tombe giganti sul terreno delle grandi pietre senza volto e senza nome.

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Grandi pietre non riconosciute che vennero abbattute ed utilizzate come materiale da costruzione. Gli spiriti delle grandi pietre erano offesi. E così pure le anime dei defunti delle grandi tombe. La trascuratezza e l’indifferenza degli uomini, dei loro stessi eredi, ne aveva suscitato le ire. Questo aveva portato al ribellarsi della natura e alle lotte tra gli uomini, tra fratelli dello stesso sangue, incapaci di stare saldi ed uniti.

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Solo restituendo valore alla memoria degli antichi, gli spiriti si sarebbero placati. Lythia individuò un punto particolare sul terreno. Chiese che venisse scavata una fossa; vi gettò semi e frutti (secondo antiche usanze spiegatele dalla nonna), recitò antiche preghiere di una lingua perduta e dimenticata dai più, vi gettò persino un tizzone infuocato che presto si spense. Alla fine vi seppellì la doppia spirale di metallo verde: l’amuleto di nonna Licamara era tornato da dove era venuto. Gli spiriti, così, ritrovarono pace. Il popolo riprese a frequentare quell’area e a seppellirvi i suoi cari. Un’usanza che sarebbe diventata abitudine. Altri popoli, nei secoli che seguirono, continuarono ad utilizzare questa zona sacra per dare degna sepoltura ai loro defunti. La terra torno fertile, la natura amica e madre. I lavori agricoli ripresero come da tempo non era possibile. I clan ritrovarono l’armonia.

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Non poteva sapere la giovane Lythia che dopo altre decine di secoli, dopo il volgere di centinaia di stagioni, di albe e di tramonti, di giornate di sole e di cieli stellati, la voce di quell’amuleto si sarebbe fatta di nuovo sentire, ma questa volta non dai sacerdoti o dai druidi, ma dai ricercatori del tempo.

A distanza di quasi 1.500 anni da quando visse Lythia, la terra delle grandi pietre è tornata alla luce. Solo un tassello ancora manca: nessuno ha mai più ritrovato l’amuleto a doppia spirale. Forse, chissà, giace ancora sepolto lì, da qualche parte tra le grandi tombe e le immense stele a forma d’uomo.

Chissà se mai qualcuno riuscirà a ritrovarlo.

Oppure, chissà, forse è più giusto che nessuno lo ritrovi mai.

 

Stella

 

Animali fantastici, ambigue visioni e funghi “intrufolati”. L’altro grande mosaico della Cattedrale di Aosta

“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.

Lo so che l’avete letta canticchiando. Chi di noi non se la ricorda?? Bene, quando ci si affaccia sul mosaico superiore del coro della Cattedrale di Aosta (risalente al XIII secolo), una sequenza animalesca analoga è quella che può venire in mente. L’elefante c’è e, attenzione, qui c’è pure uno dei due liocorni, ossia un unicorno (sono la stessa cosa). Ma niente oranghi, serpenti o topi. No! Quello che ci si presenta davanti agli occhi è un ricco ed articolato campionario di bestie più o meno mitologiche, più o meno fantastiche (e più o meno terrificanti) partorite dalla fervida mente dell’uomo medievale. Questi “campionari”, avevano un nome ben preciso: bestiarii (con due -i alla fine perché l’ho scritto plurale latino).

DIMMI CHE BESTIA SCEGLI E TI DIRO’ CHI SEI...

Modello dei bestiari (potremmo dire il Bestiario dei Bestiari) è un trattato redatto in Egitto forse nel II secolo d.C. in lingua greca, e denominato Physiologos, dove si prendevano in considerazione circa cinquanta animali e si associavano a citazioni scritturali: si fondava in tal modo una tipologia cristiana dell’animale, scopo della quale era l’associazione di un’immagine zoologica e di un’idea cristologica. Per capirci: ad ogni animale veniva associata simbolicamente una qualità, un carattere, una peculiarità interpretabile in chiave cristiana. Traduzioni del Physiologos si ebbero in siriano, armeno, etiopico e naturalmente – fin dal IV secolo d.C. – in latino.

Chi si stupisce per l’esotismo della fauna simbolica medievale deve tener conto di due cose: anzitutto che gli uomini e le idee (e le immagini con entrambi) viaggiavano a quel tempo molto più che non si ritenga oggi; in secondo luogo, che fonte principale per tale fauna simbolica è appunto il Physiologos, che traeva i suoi animali essenzialmente da due libri della Bibbia, Deuteronomio e Levitico. Tuttavia la lettura allegorica degli animali andò complicandosi mediante l’uso di altre chiavi interpretative, fornite ad esempio da certe somiglianze esteriori dei vari animali, da rapporti numerici o cromatici, da elementi di tipo etimologico o pseudoetimologico (cioè relativi all’origine della parola; se due parole si assomigliavano, doveva esserci un motivo!). Isidoro di Siviglia ad esempio, trattando degli animali nel libro XII delle Etymologiae, si serviva di Plinio e del Physiologus, ma anche di Varrone, di Virgilio, di Ovidio, e fondava o accoglieva leggende (o altre ne scartava) sulla base di accostamenti che la scienza del tempo definiva etimologici, e che noi definiremmo piuttosto omofonici o pseudomofonici: ad esempio, il “castoro” si chiamerebbe così perché si “castra” (!!), eccetera…

DA ORIENTE AD OCCIDENTE. TUTTA LA ZOOLOGIA IMMAGINARIA DEL MEDIOEVO

Nel corso del Duecento, si diffuse una grande quantità di Bestiari redatti nei vari idiomi volgari. La Bibbia, Fedro, le leggende e le immagini orientali penetrate in Europa dalle culture delle steppe o attraverso i testi narranti le vicende della spedizione di Alessandro in India (e, più tardi, attraverso i racconti dei viaggiatori), le figure allegoriche desunte dai passi scritturali d’argomento profetico, i segni che comparivano o che comunque venivano segnalati nei cieli, le visioni individuali e collettive, i simboli astrologici; la “zoologia immaginaria” del medioevo non è affatto una congerie disordinata di fantasie, anche se molte ed eterogenee sono le fonti alle quali essa attinse.

Siamo dinanzi ad un linguaggio, che ha la sua grammatica, la sua sintassi, il suo svolgimento etimologico: una vera e propria avventura semantica ed iconografica. Decodificarlo è possibile: e non si rischierà così di dissacrarlo e “disincantarlo”, anzi è necessario conservare tutta la sacralità ( e anche per certi versi la magia) di queste immagini; ma soltanto un modo per comprenderlo e, per questo, apprezzarlo ancora di più.

MosaicoAnimaliAosta

 

CHIMERE, UNICORNI, IPPOCAMPI

Concentriamoci ora sul nostro mosaico. Partiamo dal centro, dove, come in una sorta di gioco ottico, notiamo un concatenarsi di cerchi e quadrati. Il quadrato: la Terra, l’ordine. Il cerchio: il Cosmo, certo, ma anche i cicli eterni di vita-morte-rinascita. Queste forme sono poi connotate dal rincorrersi di due colori abbinati: bianco e nero ( o meglio, vista la pietra a disposizione, grigio scuro). Già in questo possiamo intravedere una chiave di lettura: gli opposti, i rimandi. Bene e male; sacro e profano; propizio ed avverso; fas et nefas. Noi uomini siamo così chiamati a scegliere; siamo messi davanti ai bivi della vita, alle scelte, spesso difficili e non prive di inganni ed insidie, di fuorvianti apparenze. 

IL PESCE

Restando sempre nel cerchio centrale, vediamo quali animali lo popolano. Iniziamo da quello forse più famigliare: il pesce. Noto e consolidato simbolo di Cristo, della fede cristiana. Un segno utilizzato nelle catacombe per indicare, in codice, il nome di Cristo. In greco, infatti, “pesce” si dice ιχθύς (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese). Se interpretiamo questa parola come un acronimo, il risultato è: Gesù (Iesoùs), Cristo (Kristòs), di Dio (Theoù), figlio (uiòs), Salvatore (sotèr). Eccom perché per i primi Cristiani disegnare  un pesce equivaleva ad una dichiarazione di fede! Inoltre, si sa, il pesce vive nell’acqua, e l’acqua è simbolo del battesimo cristiano.

IL CAVALLUCCIO MARINO (IPPOCAMPO)

Restando nell’acqua, di fronte al pesce troviamo un ippocampo. Antichi naturalisti, tra cui Galeno e Plinio, assicuravano che le ceneri di ippocampo avessero straordinarie virtù terapeutiche. Ancora oggi il corpo fossilizzato di un ippocampo viene visto come un potente talismano. In tutto il mondo classico l’ippocampo (un vero e proprio cavallo del mare) era visto come una sorta di genio protettore e guaritore, capace anche di accompagnare le anime nell’AldiLà. E’ pertanto interpretabile come un animale che simboleggia la guida che accompagna il fedele alla Resurrezione attraverso il procelloso mare della vita terrena, una guida “metà di terra e metà di acqua” in grado di consentirgli di avvicinarsi a Dio.

L’UCCELLO

Non a caso, tra l’ippocampo e il pesce, sulla sinistra, campeggia un uccello. Il suo volo mette in comunicazione cielo e terra e, quindi, anche in questo caso simboleggia il viaggio dell’anima immortale. Ma attenzione! Il volatile qui rappresentato (e che godette di ampia fortuna tra epoca Tardoantica e Medioevo) è probabilmente una pernice. Questo animale può avere sia valenze positive (la fedeltà dell’anima a Dio) che negative( legate alle sue abitudini lussuriose..si credeva…). Quindi, tra il fedele e la Salvezza, la strada è sempre irta di insidie e di illusioni. Non a caso…

IL DRAGO

… di fronte alla presunta pernice campeggia un drago dal volto dichiaratamente satanico. Il drago è il Male, che col suo soffio venefico contamina le acque intorbidendole. Un mostro che con le sue spire stritola le sue vittime senza lasciare loro scampo. Rappresenta l’agguato del Maligno, da cui bisogna guardarsi. Sapendo appunto scegliere tra Bene e Male. Condivido con voi una mia personalissima impressione. Questo drago dall’aspetto caprino e dalla coda di pesce, a mio avviso ricorda assai da vicino il famoso Capricorno augusteo, così tanto diffuso in tutto l’impero romano. Potremmo pensare che quel simbolo del potere, naturalmente pagano, sia poi stato ripreso ed interpretato in chiave cristiana come simbolo del male? Secondo me ci può stare!

L’UNICORNO

Procediamo adesso con le quattro fiere situate agli angoli della cornice più esterna. In corrispondenza (per nulla aleatoria) col pesce, troviamo l’unicorno. Simbolo di purezza, di castità e di onestà, si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, infatti, la Cattedrale di Aosta è dedicata proprio a Maria. Vi è un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trovo incarnazione in una Vergine: è la Santa Concezione. In più notiamo sopra la schiena dell’animale un fiore stilizzato, interpretabile come un giglio, simbolo di purezza. Nonostante le tante fantasie e leggende su questa creatura, l’unicorno appare spesso nellsimbologia antica e medievale poiché considerato come realmente esistente. “Now I will believe that there are Unicorns, That inn Arabia there is one tree, the phoenix trone….”: così, nel III atto de La Tempesta, William Shakespeare associa gli unicorni e la fenice nel novero delle cose incredibili per l’uomo. Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di veleno. Ma come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtà, commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo.

L’ORSO

E alle spalle dell’ippocampo c’è l’orso, ossia l’uomo. Si diceva che l’ippocampo deve accompagnare l’uomo verso Cristo, giusto? E infatti a quest’ultimo viene non a caso abbinato. Sin dalla notte dei tempi l’orso è avvicinato all’uomo: per il suo aspetto quando si alza in posizione eretta, per il suo amore verso i suoi cuccioli e per (si credeva) il modo di “fare l’amore” (!!). E l’uomo, come l’orso, può rivelarsi tanto buono quanto malvagio. Coraggio, forza guerriera, ma anche una furia incontrollabile che per gli alchimisti lo aveva reso simbolo della nigredo (uno stadio di “morte necessaria”, di un “tutto nero” prima della redenzione). Non dimentichiamo infatti il suo lungo letargo invernale: una specie di “morte apparente” che prelude alla “rinascita”, alla primavera, ad un nuovo inizio. E chi se non noi Valdostani, innamorati di Sant’Orso, possiamo capire tutto questo?

LA IENA

Dicevamo della natura ambigua della pernice. Ebbene, dietro di lei si può individuare un altro animale dall’indole altrettanto doppia: la iena. All’epoca si riteneva fosse addirittura una animale ermafrodita e lussurioso! Doppia natura contaminata dal Male… Inoltre nel folclore cristiano medievale si pensava che la iena potesse addirittura imitare la voce umana, spesso ingannando uomini e cani che, se rispondevano al richiamo, venivano divorati. In qualche modo rappresenta la forza dell’illusione, dei falsi idoli, da cui occorre stare alla larga.

IL GRIFONE

Animale fantastico dal becco e dalle ali d’aquila, ma dal possente corpo leonino, il grifone, raffigurato sin da epoche assai remote in tutto il Mediterraneo e nel Vicino Oriente (da dove proviene), è un altro animale dalla natura ibrida, contemporaneamente legato al cielo e alla terra. Nel mosaico può guardare in faccia, in una posa quasi araldica, proprio l’unicorno. Questo perché in lui predomina una natura benigna, è un simbolo solare: l’aquila di Dio vola fino al Sole e lei sola può fissarlo ad occhi aperti (ce ne parla anche Dante, no?!). Il corpo di leone rimanda ad un nobile felino simbolo di Dio e della Fede, ma anche di Satana. Come mai? Se da un lato Gesù viene definito “leone della tribù di Giuda” e si riteneva che i cuccioli di leone addirittura nascessero morti per ricevere il soffio vitale dalla bocca del padre, dall’altro si invocava l’Arcangelo Michele affinché liberasse le anime dei morti dalla bocca del leone… Ancora un’ambiguità, una natura cangiante eternamente e fatalmente sospesa tra il Bene ed il Male. Allo stesso tempo si trova in posizione opposta all’orso, legato alla Luna e ben ancorato sulla terra, se non addirittura sotto-terra!

FIUMI E…

Proprio sotto di noi il grande riquadro del Tigri, fiume mesopotamico e legato al Paradiso terrestre. Acqua da cui la Vita ha avuto inizio. Per omofonia, vicino a lui vediamo la raffigurazione di una testa di felino che digrigna i denti e mostra la lingua: una tigre! Quanto al significato reale di questo nome in lingua iranica, invece,  è “freccia”, dovuto alla rapidità delle sue acque. Come sempre i fiumi vengono raffigurati come dei giovani semisdraiati o seduti in parte nell’acqua, spesso nell’atto di versarla da una brocca che simboleggia la sorgente. Esattamente sul lato opposto ecco l’Eufrate.  Nell’angolo in alto a destra del fiume si nota una testa di toro; potrebbe rimandare al fatto che questo fiume in realtà nasce da due rami, quindi da due “corna”, oppure al nome della catena montuosa, il Tauro. Oppure ancora simboleggia la forza dirompente ed il potere fecondante delle sue acque. E’ un pò come se tutto quanto viene narrato (seppure per simboli) al centro del mosaico, abbia luogo nella Terra in mezzo ai fiumi, la Mesopotamia. Una Mesopotamia che da una parte è considerata quale “culla della civiltà”, ma dall’altra rimanda alla città di Babilonia, ovvero al peccato e all’esilio. In questo il valore del messaggio è universale. Si parla dell’Uomo, della Creazione, del Peccato e della Redenzione. Tigri ed Eufrate, entrambi fiumi dell’Eden in virtù della loro copiosità.

LA CHIMERA

Sopra il Tigri troneggia una Chimera. Creatura fantastica e quanto mai ibrida: corpo di leone sormontato da una testa di capra ma con coda di serpente. Un discorso sulla chimera potrebbe cominciare proprio dalle parole di una canzone, molto celebre, degli Anni Trenta: «Illusione, dolce chimera sei tu…».  L’illusione, certo, è una chimera: ma un’espressione del genere ha senso solo nella misura in cui si è certi che la chimera sia a sua volta un’illusione. Ancora oggi usiamo il termine “chimera” per indicare qualcosa di assolutamente impossibile. forse la prima menzione della chimera risale al VI libro dell’ Iliade, e l’iconografia “classica” registra parecchie incertezze nel darne la forma; talora leone con la testa di capra, tal altra al contrario capra con la testa di leone; la coda è comunque sempre serpentina, e il nome chimaira rimanda, evidentemente, alla capra. Le chimere (così come le sirene) erano oggetto abituale della condanna dei mistici medievali: esse appartenevano a quel tipo di difformitates raffigurate sui portali e sui capitelli dei chiostri romanici con le quali se la prendevano i cistercensi: a che cosa servono queste stranezze, questi mostri, se non a turbare il monaco, a eccitarlo, ad allontanarlo dalla meditazione e dalla preghiera? In un orizzonte medievale in cui la chimera va progressivamente perdendo il suo appeal iconografico, pensate che una delle poche e rare immagini medievali della Chimera è proprio questa di Aosta! 

Insomma, la tradizione medievale sembra non aver capito né ben metabolizzato il valore della Chimera, non avendo trovato per lei una valida interpretatio cristiana. E’ piuttosto la mitologia greca a darci indizi interessanti. Una lunga progenie di mostri ed esseri ibridi attraversa il Mito. E si nota un emblematico ricorrere del numero 3. Le tre Gorgoni, le tre Graie e le tre Esperidi; e che dire del terribile cane infernale Cerbero dalle tre teste?! Senza dimenticare l’enigmatica Triplice Dea, Signora della Luna, delle acque e di tutti gli stati mutevoli dell’essere. Che si possa interpretare la Chimera come l’antitesi della Trinità? E in tal caso, sarebbe davvero un’illusione..dalle conseguenze radicalmente nefaste

L’ELEFANTE

Dall’altra parte abbiamo un elefante. Nel folclore cristiano medievale si credeva che l’elefante non potesse piegare le ginocchia, e per tale motivo doveva appoggiarsi a un albero per dormire. Se l’albero si spezzava, l’elefante cadeva e non poteva più rialzarsi. E’ quindi simbolo del cattivo cristiano, vittima del suo stesso orgoglio, di quella che gli antichi Greci avrebbero chiamato υβρις (leggi ubris, sempre con la “u” francese), ossia “tracotanza”. Un cristiano solo di facciata che, in realtà, cercando appoggio nell’albero, si rifugia in simboli pagani. Ecco, dunque, il rischio di altre illusioni. Simpatico osservare come, non potendoli vedere dal vivo, questi animali venissero raffigurati più che altro in base ai cartoni di bottega desunti dai bestiarii enciclopedici e spesso modificati, per non dire “personalizzati”: qui il nostro pachiderma ha un corpo esile e delle zampe troppo lunghe, oltretutto con zoccoli bovini!

E I FUNGHI?

Tutta questa complessa scena è a sua volta racchiusa da un’elegante cornice fitomorfa composta da trifogli e … funghi! Il tutto alternato a cerchi concentrici. Questi ultimi rimandano ai cicli celesti, all’ordine universale regolato e garantito da Dio. I trifogli sono la Trinità, quella vera… si pensi a San Patrizio!

E infine eccoli, i funghi! Si tratta di un elemento decisamente insolito, una ricercatezza! Il fungo vive nell’umido, quindi ha bisogno di acqua (di Vita), ma a ben vedere nasce dalla decomposizione organica. E’ una forma di vita che si genera dalla morte. Quindi questi funghi altro non sono che un simbolo di immortalità.

Un monito divino (attenti alle illusioni), un messaggio di eternità e di speranza. Tutto questo sotto i vostri occhi, sotto i vostri piedi, ma al cospetto di Dio! Il potere delle immagini.

 

Stella

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C’era una volta Courmayeur. Il sogno del castello perduto

Bianca aveva 17 anni e abitava a Courmayeur da sempre. Frequentava il liceo linguistico del paese e l’anno prossimo avrebbe avuto la maturità. Amava molto studiare: conoscere tante lingue diverse le apriva la testa ma anche il mondo! Viaggiare … un grande sogno da sempre! Ma ugualmente aveva una forte passione per l’arte, la storia… conoscere il passato la incuriosiva e la affascinava; forse l’aveva ereditata dalla nonna archeologa, chissà! Ed era stata proprio la nonna a raccontarle innumerevoli storie e leggende non solo sul suo paese, ma su tutta la Valle d’Aosta. Ben presto aveva iniziato a incuriosirsi sui tanti castelli, torri, caseforti che punteggiavano quelle montagne. Finché un giorno, ancora bambina, le chiese; “Ma, nonna, e qui a Courmayeur? Non c’era un castello?”. “Certo che c’era, Bianca! Solo che purtroppo oggi non esiste più… si trovava nei pressi della chiesa, sai? La sua mole incombeva sull’attuale piazzetta del Brenta e sovrastava una via Roma, un tempo chiamata via Margherita di Savoia, assai più stretta di quella che percorriamo adesso!

Il condominio Brenta, così chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secolo”, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia così intensa! E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, popolato da streghe e fate, da giganti e demoni, insomma da tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.

Gli anni erano passati. La sua amata e divertente nonnina era partita per le nuvole (come diceva lei…) lasciandole tutti i suoi racconti e quella voglia di scoperta e di mistero!

Aveva 17 anni e, come già faceva da un paio d’anni, l’estate cercava sempre qualche lavoretto per “arrotondare”. E a Courmayeur il lavoro non mancava! Era fine luglio, per l’esattezza il 27 (festa patronale di San Pantaleone). Quell’anno, però, avrebbe perso la “veillà” perché di sera doveva fare la baby-sitter.

Una coppia di turisti l’aveva contattata per badare al piccolo di 5 anni dalle 19 alle 24. Perfetto! Nessun problema! E a pensarci bene, se non fosse stata troppo stanca, sarebbe anche riuscita a raggiungere le sue amiche! Bianca amava i bambini e conosceva un sacco di giochi da fare insieme! Questa famiglia abitava al condominio Brenta. Caspita! Ne sentiva parlare fin da quando era piccola ma non ci era mai entrata! Non sapeva perché, ma si sentiva insolitamente agitata. Appena entrata, quel vano ampio e semi buio avvolto nel silenzio le mise un pò di inquietudine. Non volle prendere l’ascensore e, salendo le scale fino al 4° piano, le venne spontaneo guardarsi attentamente intorno, quasi alla ricerca di un qualche indizio del castello scomparso (“magari qualche pietra, qualche stipite…”- pensava – memore dei racconti della nonna). Ma niente!

Improvvisamente un botto alle sue spalle. Bianca si voltò di scatto. Sembrava che qualcuno avesse chiuso bruscamente una porta, ma… non vide nulla né sentì nessuno. Era quasi arrivata. Una raffica di vento gelido la fece rabbrividire. Eppure, da dove poteva essere entrata? Non vedeva finestre aperte e, oltretutto, era un luglio decisamente caldo… Era assorta nei suoi pensieri quando la porta davanti a lei si aprì: “Bianca, è lei? Posso darti del tu?”. Bianca sobbalzò; “Sì, sì… mi scusi… io non… certo! Sono in anticipo!”. “Perfetto! Hai fatto bene! Il piccolo Giovanni non vedeva l’ora che arrivassi. Entra pure che ti mostro la casa…”.Giovanni era un bel bimbo paffutello coi capelli rossi e un paio di grandi occhi blu! Fu un vero piacere stare con lui e Bianca riuscì presto ad incantarlo con i racconti della nonna.

Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non è possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.”Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papà che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’è?! Per favore!! Resterà il nostro segreto!”.

Curiosa com’era, Bianca acconsentì e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’è una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, è tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscì ad aprirla.

Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”. Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscurità con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentì l’aria fresca della sera.

Uscì su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sì, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte.

Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava… “Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva.

“Giovanni…?”.”Sì, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’è! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! Là avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo così mi quieterò!”.

Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo!E’ l’unico angolo che non è stato distrutto…per fortuna!” E fu così che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora.

Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare. Giovanni la precedeva con una torcia.

Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprì e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini. “Ma, è lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete è rimasto, ma è invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.”Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta.

Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva! “Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.

Bianca non riuscì nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era già più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.

“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”. A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti. “Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora è la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.

Roux (non avrebbe potuto chiamarsi in altro modo, del resto) era dilagante! Parlava come un fiume in piena e si capiva subito di che pasta era fatto: un leader dal carisma travolgente! Bianca passò per le stesse sale viste prima con Giovanni, ma erano diverse! Diversi i soffitti: non più travi in legno, ma volte a unghia e ad ombrello. Un maggior numero di camini, ma più piccoli. E, al piano nobile, persino una piccola galleria ingentilita da decori dipinti e stucchi. Scesero nell’elegante corte proprio nel momento in cui una splendida carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, entrava dal grande cancello.”Bene”, esordì Roux Favre, “ecco il futuro proprietario del mio palazzo: il barone Pierre-Léonard Roncas! Anche lui di origini vallesane… eh, buon sangue!! Un uomo che si è fatto da solo, sai? I suoi nonni erano semplici macellai! Poi suo padre ha avuto la fortuna, la possibilità e l’intelligenza di studiare e diventare un medico affermato, molto noto in Aosta. E lui, beh… in Valle non esiste un uomo più ricco e potente! Ti dico solo che è il Primo ministro e Consigliere di Sua Eccellenza il Duca di Savoia… e non occorre dilungarsi oltre, mia cara!”

Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio così importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprì. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori. Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito! “Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto è “Omnia cum lumine”. Lei conosce il latino, vero?”

Bianca era nervosa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “Sì, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, ..vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! Sì, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica! Ma, prego, mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguì e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore.

Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca:” Sì, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”. Bianca trovò un minimo di coraggio:” Barone, sa, proprio 3 anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: è stupendo, raffinato…non credevo…”.

“Esatto!”, irruppe il barone, ” sobrio all’esterno, ricco e trionfale all’interno! E, mi dica, cosa l’ha colpita di più?”. “Beh, gli affreschi a grottesche! Mi hanno sorpresa! Non se ne vedono molti qui in Valle, anzi… inoltre soggetti mitologici,vedute di paesi esotici, marine… davvero inaspettato! E sono rimasta incantata dalle raffigurazioni astrologiche del loggiato superiore. Subito credevo fossero sbagliate perché i segni zodiacali non rispettano l’ordine canonico, ma poi mia nonna mi ha illustrato una sua ipotesi interessante e suggestiva…”

“Ah, sì?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtà indicato un quadro astrale ben preciso…

“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla è a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito…Avrei voluto conoscerla!”

Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentì chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?” Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano.

Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.”Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas è stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.”Ordine? Ma quindi adesso è … un convento?”, chiese Bianca disorientata.

“Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben 2 secoli orsono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalità ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”.

“Ah, non…sapevo, ecco…io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirà meglio, potrà scendere nel refettorio per la cena, se vorrà”.

E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas. A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio.

Tuttavia, già nelle scale qualcosa non era più come prima: si sentiva un allegro vociare, della musica e un profumo di buon cibo. I corridoi erano tutti illuminati con mobilio ricercato in stile “rétro” (secondo lei, naturalmente…), dei graziosi salottini dalle tinte pastello e dalle forme panciute che, nel salire, non c’erano affatto! Alle finestre splendidi tendaggi damascati color cipria e un numero imprecisato di comò con altrettante lampade deliziose a forma di fiore o in vetro multicolore. Il vocìo era sempre più forte. Giunta sulla porta della sala da pranzo rimase senza parole.

Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldrini. Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?” Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”

Bianca si sentì immediatamente a suo agio e confessò il suo imbarazzo nel non avere abiti adeguati. “Non si preoccupi. Posso provvedere io, se mi consente… La affido a Jeanne: ha delle mani d’oro e saprà trovare la soluzione più adatta!”. Jeanne era una cameriera “factotum” dell’hotel, nonché bravissima sarta! Avrà avuto circa 30-35 anni, bassina, paffutella e con una massa di ricci color rame che scappavano ribelli fuori dalla cuffia. Le stette subito simpatica!

“Una signorina bella come lei starà benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un alto e gonfio chignon decorato con nastri e piume.

“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!” cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.”Forza! Cosa fai lì tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sì – pensò – in un posto così verrei volentieri in vacanza. Certo, non è un hotel 5 stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.

Un bel ragazzo sui vent’anni, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossì e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze in inglese. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica.

Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union già da 2 settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.

John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternità. Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).

“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter ri-scoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso!

La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante.

“E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo è un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.

A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo è il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno. Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.”1958?! Ma come?”.

Bianca corse alla finestra: infatti il cortile era nuovamente cambiato: l’ingresso era sottolineato da una colorata tenda parasole; sulla piazzetta tavolini, dondoli, sedie a sdraio con grandi vasi di gerani ovunque. Aveva bisogno d’aria e aprì. A ulteriore conferma del periodo, Bianca vide 3 auto parcheggiate nei pressi di un “Auto-Garage”: una Lancia Flaminia, una Giulietta Spider e una Ferrari 250 Gt (le conosceva bene perché le auto d’epoca erano la passione di suo nonno!).

Nel cortile udì parlottare due camerieri:” Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina… eh, ho già sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.”No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.

“Bianca…Bianca…”. La ragazza aprì gli occhi a fatica. “Sì?… chi è adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiam fatto più tardi del previsto… e’ quasi l’1 di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!

“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…avrebbe voluto dirgli tante cpse!

Finalmente uscì in piazzetta dove la veillà era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa, voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “Non… non è possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…” Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”

“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa…dai!”.”E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”

Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’è un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”

Bianca la seguì controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando.

Mise a fuoco quel ragazzo dai capelli rossi e dagli occhi blu…non era possibile, era proprio lui, il “suo” John! Bianca gli porse la mano inebetita, incapace di dire una sola parola. Ma ci pensò lui, in uno stentato italiano: “Piacere Bianca, non so perché ma mi sembra di conoscerti già…forse ti ho incontrata nei miei sogni?”

I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la verità e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…

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Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella città alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana città di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane età. Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacità strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua eredità e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarà il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinché protegga i nostri affari e commerci!”.

E così fu fatto. Ma già quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocità erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sì? Bene, vorrà dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era già un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

Finché la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprì gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

farfalla blu

La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

Finché non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

ninfa-acqua

“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perché ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo è il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunché! L’acqua è pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

Finché un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi è permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimé… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sé e sé; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non è tutta opera sua! Chissà chi avrà pagato, chi avrà convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscurità finché si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepì quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? Perché mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinità sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…Perché mi segui? Non mi è forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio è mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sì che è buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernì Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrà rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentì. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finché entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserà mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerà il mio acquedotto e sarà posto sotto la tua protezione. Nessuno oserà mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; si levò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metà giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissà che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

Stella

Il fantastico mondo del “Gamba”

“E tu? Qual è il tuo mondo?” Può suonare strana come domanda, vero? Eppure era questo il modo curioso che Irene usava, sin dalla scuola dell’infanzia, per chiedere a qualcuno… beh, quale fosse il suo mondo! Cioè dove abitava, cosa faceva, come viveva insomma!

E spesso si domandava quale fosse il mondo del proprietario della grande casa nel parco…

“Non devi avvicinarti a quella casa! E’ pericoloso! Dicono sia abitata da un vecchio spaventoso, zoppo e gobbo! E’ sempre da solo e non ama ricevere visite! Men che meno da bambini ficcanaso! Stanne alla larga!”.

Glielo ripetevano ogni giorno, ma più ne sentiva parlare, e più la curiosità di entrare in quel vastissimo parco nascosto da un labirinto di alberi e cespugli, la tentava moltissimo. Era come se qualcuno la chiamasse… Mettici anche quella sua innata insofferenza alle regole e alle imposizioni; mettici quell’indole ribelle e controcorrente…mettici pure tutto, ma lei sarebbe riuscita a entrare là dentro!

Irene era fatta così! Anche se aveva solo 7 anni, possedeva già un caratterino notevole! Testarda e cocciuta, certo, ma anche molto intelligente e soprattutto irrimediabilmente curiosa! Proprio per questo motivo quella misteriosa villa seminascosta dagli alberi costituiva per lei un irresistibile richiamo.

Un immenso parco circondava da ogni lato quella strana dimora apparentemente disabitata. Una nebbia fitta avvolgeva costantemente le piante e i cespugli: quel luogo sembrava impenetrabile. Tutti ne stavano alla larga!

Ma Irene era diversa! E così, un giorno, decise che sarebbe riuscita ad entrare in quell’immenso giardino, anzi, che sarebbe riuscita persino ad entrare in quello strano “castello”.

“Voglio vedere questo sig. Gamba di cui tutti hanno paura! Insomma, sarà pure vecchio, brutto, gobbo e zoppo ma…dai! E’ pur sempre un uomo! Cosa potrebbe mai farmi? Al limite posso scappare: sono sicuramente molto più agile e veloce di lui!”, pensò la bambina.

Sembrava impossibile trovare l’ingresso di quella vastissima proprietà, ma dopo alcuni tentativi, Irene si accorse di un cancello mai notato prima. L’edera lo avvolgeva quasi del tutto, ma era stranamente aperto! Rimediò qualche graffio, si strappò la giacca, ma riuscì ad entrare! Non poteva crederci: finalmente era in quel parco! Emozionata ed eccitata, iniziò ad esplorare, quasi in punta di piedi, quel giardino incredibile così a lungo sognato. E presto si rese conto che, ad ogni passo, la nebbia si alzava lasciandole vedere, poco a poco, il paesaggio intorno a lei.

Era ancora più grande di quanto si immaginasse. Alberi altissimi, siepi folte e delle specie più diverse incastonavano viali e sentieri che si infilavano nelle nuvole e nel verde in un orizzonte confuso e oltremodo invitante.

Irene iniziò a correre ridendo, a braccia aperte: le sembrava di essere “Alice nel paese delle meraviglie”, si sentiva libera e felice in quell’immenso spazio tutto per lei, finché non sentì uno strano rumore alle sue spalle. Dei passi. Ma passi strani, diversi… Coraggiosa si voltò, pronta a tutto. Ma non vide nessuno.

Con grande meraviglia, però, vide che il sentiero alle sue spalle era coperto di neve! “Ma com’è possibile? Ci sono appena passata!”, osservò incredula. Era proprio così: davanti a lei la nebbia svelava una sgargiante primavera; dall’altra parte tutto era avvolto in un candido e silenzioso inverno.

Irene guardò con più attenzione il sentiero innevato: “Orme! Qualcuno è passato di qua! Era proprio dietro di me! Ma… che razza di impronte sono? Sono…diverse…Sembrano un piede e…una zampa? No! Forse è un bastone?… Ma certo! E’ lui! E’ Gamba! Mi stava seguendo!”

Prendo in prestito la piccola e coraggiosa Lucy Pevensie delle “Cronache di Narnia” cui il personaggio di Irene si ispira

Irene seguì l’istinto e d’impulso decise di seguire quelle tracce sulla neve. Il sentiero prese leggermente a salire in mezzo ad una galleria di alberi dalle fronde cariche di soffice e gelato candore. Raggiunse quindi una scalinata che la portò in cima alla collina.

Eccola, lì davanti a lei si ergeva possente quella grande casa scura. Per un attimo ebbe paura. “E se fosse meglio tornare indietro?”, pensò. Si voltò, ma la nebbia era di nuovo calata fitta e non si vedeva nulla. Ad un tratto il lampione accanto a lei si accese. Come una specie di lanterna, emetteva una rassicurante luce calda in tutto quel freddo candore. Istintivamente Irene vi si appoggiò: con un lento scricchiolìo il grande portone d’ingresso si aprì.

Col fiato sospeso, la bimba si diresse, quasi in punta di piedi, verso la porta semiaperta. Tutto era avvolto da quel particolare silenzio ovattato che solo la neve sa creare. Si voltò ancora. Il lampione non c’era più! Guardò all’interno. “Ehi…c’è nessuno’ Sig. Gamba… è permesso?”.

E, una volta varcata la soglia, il portone si richiuse immediatamente.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire se mettersi a urlare o a piangere, che l’androne fu invaso dalla luce di decine di lampade e una dolce melodia iniziò a diffondersi quasi invitando e “spingendo” la bimba a salire la prima rampa di scale.

“Ma..è una vera casa! Ed è anche molto bella!”, si disse Irene, inspiegabilmente a suo agio in quel luogo sconosciuto ma famigliare allo stesso tempo.

Si trovò quindi in un corridoio azzurro su cui si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Poi, una di queste si aprì. Irene entrò e si trovò in un salone enorme dal soffitto altissimo, con le pareti di un rosso acceso. Al centro una statua nera, lucida e colossale: un uomo gigante dallo sguardo fisso e i piedi smisurati. “Chissà chi è…?”, pensò. “Ti chiedi chi sono?”: la profonda voce del colosso riempì la stanza e Irene non potè trattenere un grido. “Io sono il guardiano di questo palazzo! A te è stato concesso di entrare, dopo molti, molti anni! Solo tu, piccola Irene, potrai rompere l’incantesimo che avvolge questa casa, un tempo felice, e far sì che il sole torni a scaldarla, l’arte a colorarla e il sorriso sul volto del suo signore…”.

“Io?!”, esclamò Irene, “ma come…”. Non terminò la frase che la stanza iniziò a riempirsi di strani sassi, rocce dalle forme più diverse e dai colori cangianti. Le pietre aumentavano velocemente e il colosso, sebbene immobile, sembrava in lotta contro di loro per non farsi soffocare. Cercando una possibile via d’uscita, Irene notò la porta-finestra che dava sul loggiato. Vi si precipitò e la aprì. I grandi vasi di tulipani sistemati sulla loggia immediatamente si pietrificarono.

L’opera “vegetale” di Marina Torchio per l'”Assalto al castello” Gambas

Fu così, però, che le creature di roccia smisero di invadere il salone e le sembrò che il nero gigante le sorridesse.

L’installazione di Massimo Sacchetti per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Una luce irruppe, quindi, dalla stanza accanto: strane pareti doppie, con entrambe le superfici dipinte. Figure di donne, di bimbi, di madri… Le pareti iniziarono a muoversi e, da distanziate, cominciarono ad avvicinarsi le une alle altre. La stanza iniziò a rimpicciolirsi. A Irene di nuovo mancò l’aria. Il suo sguardo istintivamente cadde sull’unico dipinto a colori e lo toccò; sempre istintivamente chiamò “Mamma!” e le pareti si bloccarono! Osservò con maggiore attenzione: sempre le stesse figure. Madri e bimbi piccoli raffigurati ovunque, quasi ossessivamente. Il quadro colorato prese vita e la donna le parlò: “Brava Irene… tranquilla! Ora vai pure a giocare!”.

L’installazione di Pasqualino Fracasso per “Assalto al castello” Gamba

Irene non credeva ai propri occhi, nè alle proprie orecchie. Come sapeva il suo nome? E come mai quella voce le suonava famigliare?

Ma calò il buio e subito un’altra sala si illuminò.

Una stanza dalle pareti gialle con bellissimi quadri di paesaggi e montagne. A terra, invece, una distesa di grandi rocce lisce e piatte, mentre, appesi al soffitto, i fiori, chiusi in teche di vetro, sembravano le tristi farfalle di una crudele collezione. La bambina vide che quelle strane rocce iniziavano a muoversi… “Oh no! Anche qui!, esclamò! La superficie rocciosa iniziò a salire sui muri, tentando di coprire i quadri. Le venne spontaneo cercare di fermarla con le mani e la coltre di roccia si frantumò lasciando apparire, qua e là, un bellissimo e variopinto prato fiorito. Fiori che sembravano fatti di pietra. Petali di roccia.

L’installazione di Patrick Passuello per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Le farfalle si liberarono all’improvviso e in un turbinìo di colori, le pareti si aprirono lasciando il posto ad un’altra incredibile stanza. Questa volta Irene si trovò in un salotto. Era molto caldo e accogliente, pieno di libri. Incuriosita si avvicinò, fece per prenderne uno ma… era finto! L’intero salotto era un’illusione! Stando al centro della stanza sembrava reale, ma quando ci si avvicinava agli oggetti, si rivelava la finzione. Una sorta di gioco, di doppia realtà. La casa vera e quella immaginaria insieme come in un grande gioco di scatole cinesi.

L’installazione di Barbara Tutino per l'”Assalto al castello” Gamba

Superato questo senso di straniamento insolitamente piacevole (“Mi sentivo come dentro un quadro!”, si disse Irene), ecco che la porta successiva dava su una scala che non scendeva, ma saliva soltanto. “Beh, non ho scelta!, pensò la bambina. Si ritrovò quindi immersa in un ambiente spazioso ma molto buio. Fece per voltarsi, ma anche la scala da cui era appena salita era avvolta nel buio. “Ho capito sig. Gamba! Nella sua casa non si sa mai cosa può accadere! E va bene, ci sto!”, esclamò Irene ad alta voce.

Nell’oscurità, in fondo alla stanza, ecco quindi apparire un lontano bagliore azzurro. La bimba non si mosse, ma ebbe l’impressione che quella luce si stesse avvicinando da sola. Ad un certo punto si fermò. “Benvenuta, piccola avventuriera. Dunque sei tu colei che riporterà la gioia tra queste mura… avvicinati, forza”. Una melodiosa voce femminile riempì la stanza. Quasi un canto, come se provenisse dalle profondità del mare. Anzi, ascoltando con attenzione, Irene ebbe la netta percezione del rumore delle onde. Si avvicinò e il punto luminoso “esplose”: un’intera parete si aprì e, illuminato da una sfolgorante luna piena, davanti a lei, Irene aveva proprio… il mare! Quasi lo avrebbe potuto toccare… ne sentiva l’odore, la salsedine. E da quelle onde emerse lei, una creatura metà pesce e metà uccello e… anche metà donna! Proprio così: tre nature convivevano in quell’essere insolito e ipnotico. “Chi sei tu?”, chiese Irene, stranamente per nulla spaventata, “una fata? O forse una specie di sirena?”, incalzò.

Amabie interpretata da Paola Corti nell’installazione di Giuliana Cuneaz per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

“Io sono Amabie. Sono tutto e nulla di ciò che tu dici. Io posso vivere negli abissi marini come in quelli celesti. Io volo sott’acqua e oltre le nuvole. Io porto salute e serenità. E, se vuoi, posso anche farti giocare con la luna!”, le propose ammiccante. A Irene venne spontaneo allungare le braccia e tendere le mani verso quella magica sfera lucente che Amabie le stava offrendo. Non ci poteva credere! Stava davvero toccando la luna! “Brava piccola”, le disse, “d’ora in poi, per molti anni, finalmente dopo difficoltà e sofferenza, le lune saranno amiche e benevoli. I raccolti saranno abbondanti e la gioia tornerà a riempire le case. Le ricchezze, prima perdute, ora possono essere recuperate e messe da parte! Prosegui il tuo cammino in questa dimora che, in sé, racchiude i simboli del mondo!“.

La luce scomparve. Amabie anche. Ma a Irene rimase la luna in mano! La luna che, come una magica lanterna, la guidò alla stanza accanto. Tutto buio; la bambina sbatté la testa contro degli strani oggetti che pendevano dal soffitto.

Un forte profumo di erba, fieno ed essenze aromatiche riempiva l’aria. “Mi sembra di essere in campagna da mia nonna!”, pensò la bambina incuriosita. Alzò la “sua” luna e… “Oohh…”: una vera e propria pioggia di delicate scatoline trasparenti ricadeva dall’alto. Scatoline apparentemente molto fragili, ma che in realtà, al tatto, non sembravano di vetro.

L’opera di Chicco Margaroli per “Assalto al castello” Gamba

“Che strane! Ma…cosa sono?!”, si chiese Irene. Osservandole più attentamente si accorse che racchiudevano qualcosa al loro interno. Dopo essersi assicurata di non essere vista, afferrò quella più vicina a lei e tirò; la misteriosa scatolina si staccò e si aprì tra le sue mani! Al suo interno c’era del fieno: era straordinariamente profumato! Su ogni scatolina notò che era scritta una parola. Una sola. In ognuna era racchiuso un valore, uno dei tanti sensi della vita. A ognuno scoprire il proprio. Irene illuminò il soffitto e le scatoline trasparenti cominciarono a brillare come se fosse una pioggia di stelle. Nell’apparente silenzio che avvolgeva quel luogo, le parole sulle scatoline risuonavano emanando, col fieno, tutto il profumo dei loro numerosi significati. Davvero in quella pazzesca dimora, quasi simile ad un castello, erano racchiusi tutti i simboli del mondo!

A Irene venne spontaneo respirare, allargare le braccia e mettersi a roteare. Si sentiva felice!

Un’improvvisa brezza la sfiorò e la indusse a cambiare stanza. Seguendo quello strano vento arrivato da chissà dove, Irene si ritrovò in un incredibile salone blu. Le pareti si accesero e presero a muoversi creando disegni, forme e profili quasi stordenti. La bambina continuava a girare su se stessa in mezzo a quelle sorprendenti pareti in movimento. Si muovevano come fasci luminosi. Le sembrava di essere tra le onde, oppure no… forse tra le nuvole…oppure, no… forse stava scivolando in una galleria di ghiaccio!

L’installazione di Andrea Carlotto per l’Assalto al castello” Gamba

“Ecco, vedi? Di nuovo sono io che posso vedere in questi segni tutto ciò che voglio! E comunque mi parlano e vogliono dirmi qualcosa”, riflettè Irene in cuor suo. “Chissà però come faccio adesso a uscire da qui…non vedo porte…”, si disse un po’ preoccupata.

“Beh? Cosa fai lì impalata? Non sali?”. Una possente ma gentile voce maschile irruppe nella stanza. Irene si guardò attorno per capire da dove provenisse, ma invano. Poi dal soffitto scese una scala che conduceva al piano di sopra. “Ma…chi é?”, chiese. “Come chi sono?! Sei entrata in casa mia, e mi chiedi chi sono’!”.

“Sig. Gamba!! E’ davvero lei? Mi aspetti!”, gridò Irene. Ma non ottenne più risposta.

Era una scala decisamente insolita: tutta di vetro e acciaio. Lieve e massiccia allo stesso tempo. Mentre saliva, aveva la netta sensazione che la scala ondeggiasse…o era forse quello che le stava intorno a muoversi? Finalmente raggiunse un corridoio in legno. Ai lati due pareti che, a prima vista, sembravano rivestite di quadri dai colori accesi e vivaci. Ma, avvicinandosi, Irene si accorse che quei quadri…erano vivi! Come se stesse guardando attraverso un vetro, restò stupita nel vedere animarsi una sorta di circo: scimmie e scimmiette, una piccolina su una capra nera, un’altra più grande con un vezzoso ombrellino orientale a fiori e un’altra ancora in piedi…

Un’opera di Marco Bettio per la mostra “Assalto al castello”

Tutte a bocca spalancata coi denti bene in mostra. C’era silenzio, ma quegli animali stavano urlando: forte il bisogno di comunicare, ma anche di avvertire e recepire la risposta, forse soprattutto emotiva, di chi forse le stava guardando. A Irene non sfuggì poi, a metà del corridoio, una sorta di doppio ritratto che divideva quello spazio esattamente in due. Da una pare uno scimpanzé con l’espressione pensierosa ma serena, quasi compiaciuta. E, come contraltare, un bellissimo viso di donna, dai capelli neri raccolti e grandi occhi grigio-verdi. “Sembra quell’attrice che piace tanto a mia nonna… come si chiama? Quella che aveva interpretato Cleopatra… Liz, Liz… sì ecco! Sembra proprio lei, Liz Taylor!” esultò la bambina.

Dal circo al cinema! Irene guardò con grande curiosità gli altri quadri, opere che colpivano immediatamente l’attenzione per i loro colori forti e sgargianti. Per non parlare delle figure femminili: bellissime, sinuose, affascinanti. Tuttavia, sotto quell’abbagliante bellezza sembravano nascondere altro, una sorta di tristezza, un senso di attesa e sospensione.

Fino al dipinto di una fanciulla distesa in un avvolgente tappeto di fiori rossi e rosa. “Sembra davvero Alice nel paese delle meraviglie” E’ vestita allo stesso modo!” esclamò Irene.

Una delle opere di Sarah Ledda per l’Assalto al castello

Irene osservava rapita quella figura abbandonata nel sonno, o forse in un sogno… A metà tra Alice o Dorothy, la protagonista del Mago di Oz. Il mondo delle fiabe. Il mondo delle meraviglie. Il mondo irreale per alcuni, ma non per tutti…fortunatamente! La fantasia: questa è una delle parole più importanti per Irene. La fantasia può darti la chiave per aprire mille porte, mille stanze, case, mondi!

“Forza, sali! Vieni sù nell’altana!”. Di nuovo quella voce. “Sig. Gamba! Arrivo subito! Lei mi aspetti, però! Non scompaia!”.

Irene percorse tutto d’un fiato gli ultimi scalini e si ritrovò al centro della torre del palazzo. Era più grande di quanto pensasse. Non vi era nulla. Dalle ampie finestre si poteva volare sul fondovalle, sopra i prati, sopra le case, sopra i boschi, fin sopra le nuvole sfiorando le vette dei monti.

Il bellissimo panorama dall’altana del Gamba guardando verso est

Si guardò attorno; “Sig. Gamba…dov’è?…” (“Ecco…è sparito di nuovo! Ma come fa?!”), pensò sconcertata. Poi un movimento. Come una piccola ombra scura davanti agli occhi. Pensò si trattasse di un insetto… Di nuovo! Irene osservò con attenzione. “Ma… sono scritte!”. Sul vetro comparivano e scomparivano delle parole: sembravano messe a caso, ma alla componevano delle frasi. Potevano sembrare sconclusionate, ma, anche questa volta, il senso lo dava chi leggeva. “Come nelle poesie!“, esclamò Irene; “sembrano scritte in modo strano, ma non è così! E ognuno ci legge, in fin dei conti, quello che sente nel suo cuore!”.

“E come nelle fiabe…vero Irene?”. Il sig. Gamba era lì! Irene si voltò: lui era davvero lì! Di spalle, in piedi affacciato alla finestra dietro di lei. Una sagoma scura ma che non incuteva alcun timore. In realtà non era zoppo, ma si appoggiava ad un bastone.

“Ti aspettavo, sai? Da quando te ne sei andata, molto tempo fa…poco più che in fasce, così, fragile, incapace di lottare contro quel terribile male e noi, tua madre Angélique ed io, incapaci di aiutarti. Io, cheavevo volutonquesta grande casa e questo immenso parco solo per voi…in poco tempo mi sono ritrovato solo. Sì, tua madre, la mia adorata Angélique, non seppe sopravvivere senza di te. Il suo cuore non era forte abbastanza. E io mi sono ritrovato solo. E mi sono chiuso sempre di più. Il mio spirito triste vagava tormentato tra le sale di questa dimora, senza un senso, senza pace. Una casadivenuta simbolo della mia vita, del mio mondo sognato e brutalmente perduto.

Ma adesso sei qui, mia piccola Irene! E posso trovare la mia dimensione, lasciare queste mura e raggiungere le mie donne. Tu, con lo stesso nome e gli stessi occhi della mia piccola, sei stata capace di superare paure e pregiudizi. La mia casa ti ha accolto e tu le hai ridato luce e colore. Adesso questo è tornato il mio fantastico mondo!

D’ora in poi sarà sempre aperta, a tutti, ma soprattutto agli spiriti liberi e all’arte, che soggiace ad ogni cosa rivestendola di senso e valore.

Grazie, Irene!”.

E svanì.

Da quel momento la grande casa nel parco non venne mai più richiusa e risplende accogliendo le persone in un avvolgente vortice di forme e colori, oltre le apparenze, oltre le consuetudini, cavalcando l’insolito, la fantasia e la creatività.

Quello che era lo scuro “castello” del “Gamba”, oggi è tornato a vivere e a regalare emozioni.

Il castello Gamba nell’ultima edizione di Plaisirs de Culture 2020

Tra le sale del MAR. Quell’insolito incontro #aportechiuse

19.00: fine turno. Chiusura. Ma stavolta non solo del museo, ma di tutti… Tutti i musei, i siti, i castelli, le mostre… Tutto! Quella maledetta pandemia aveva colpito ancora dopo un’illusoria ed effimera tregua estiva. Leo era custode del MAR, il Museo Archeologico Regionale di Aosta. Da diversi anni lavorava nei Beni culturali; aveva prestato servizio in numerosi siti, ma il Museo Archeologico esercitava su di lui un fascino tutto particolare.

Innanzitutto da sempre amava i musei: “le dimore senza tempo delle Muse”, come li definiva lui. Ma l’Archeologico aveva un “quid” in più: tutti quegli oggetti… avevano attraversato i secoli, erano stati in chissà quante e quali mani, avevano visto chissà quante cose… tutti quegli oggetti avevano una storia da raccontare. Forse anche più di una. In quelle vetrine c’era vita, tante vite! Ogni monile, ogni lucerna, ogni ciotola o bottiglia, erano uomini del passato che, però, grazie al lavoro degli archeologi, riuscivano a far parlare di sé ancora oggi, dopo secoli e secoli. Ecco, questo lo entusiasmava e lo stimolava. Quel museo era diventato per Leo come una seconda casa e con infinito piacere accoglieva i visitatori, le scolaresche o semplici curiosi.

Ma quella “fine turno” lo rattristava tremendamente. Lo preoccupava e lo incupiva.

Ok, aveva spento tutto, controllato ogni cosa, inserito gli allarmi; ultimo giro di chiave e… “Ma come? C’è una luce accesa?!”, si stupì, “eppure sono passato dappertutto… che strano!”.

Rientrò; rifece scrupolosamente il giro. La luce nella prima saletta era accesa. “Mah, davvero strano…!”, rimarcò. Spense. Fece per uscire quando gli venne l’istinto di girarsi: un’altra luce era accesa!

“Ma che diamine succede stasera?!”, sbottò.

Rientrò e vide che stavolta era la grande sala del plastico ad essere illuminata. “Questo me lo devono proprio spiegare! Non era mai capitato! Forse c’è qualche contatto… boh!”.

Rifece il giro e, per scrupolo, scese anche nel sottosuolo: “Non si sa mai che sia rimasto acceso qualcosa anche lì!”. Ripercorse con la pila l’intera sezione sotterranea. Tutto a posto. Chiuse la porta, fece i primi scalini, ma la porta del sottosuolo si riaprì! Leo iniziò ad avere qualche insolito “brivido”.

Con cautela e circospezione scese quei pochi scalini e richiuse la porta. Questa volta salì all’indietro per controllare che non si riaprisse. Sembrava finalmente tutto a posto. “Stai a vedere che le leggende sulla povera monaca Visitandina murata viva qui a fine Seicento non so dove… erano vere! Meglio andarsene per stasera, vah!”.

Aveva quasi raggiunto l’uscita quando udì dei passi. Si fermò immediatamente pensando di avere le allucinazioni, di essersi troppo suggestionato. Immobile, aspettò qualche secondo… Ecco! Di nuovo i passi! “Ma chi diavolo… Chi è’?!”, urlò, “Insomma, basta con gli scherzi, eh?! Forza! C’è qualcuno?”.

Nel frattempo la saletta delle epoche preromane si era illuminata. “Adesso però basta!”, esclamò Leo tra il nervoso e un inizio di timore. Si precipitò sul posto. La luce non si spense. Si avvicinò istintivamente alla vetrina con le armille celtiche. “Ma che diavolo…”. Si stropicciò gli occhi un paio di volte. Quella a doppio filo di bronzo dorato con le perle in pasta vitrea… scintillava! Improvvisamente fu tutto buio.

Solo quel bracciale brillava! Lo guardò incredulo e ipnotizzato: le decorazioni “a occhioni” si muovevano… giravano, come due vortici! E le perle sfavillavano! Poi, altrettanto improvvisamente, lo sfavillìo si spostò. Leo seguì quel baluginìo: stavolta, a brillare nel buio pesto, era la scritta incisa sull’epigrafe detta “dei Salassi incolae”.

L’intera scritta era illuminata. Leo si avvicinò, fece per toccare l’oggetto quando la parola “Salassi” si fece ancora più luminosa; udì nuovamente quel rumore di passi accanto a lui. Si voltò di scatto e… fu di nuovo tutto buio. Rumore di passi. Si girò e la luce, stavolta, lo attirava verso il grande plastico della città di Augusta Praetoria.

©RAVA-PGabriele 2013_sala plastico

Quel grande plastico in scala 1:200 era da sempre una delle attrazioni preferite dei visitatori di tutte le età. La sorpresa di trovarsi la città romana, dalla fondazione fino al II secolo d.C., letteralmente a portata di mano: poterla toccare, poter aprire gli edifici vedendo cosa ne resta e come dovevano essere… beh, un gioco di conoscenza e approfondimento capace, pur nella sua semplicità, di coinvolgere e divertire tutti.

Leo si avvicinò. L’iniziale sgomento stava piano piano lasciando il posto alla pura curiosità, quasi come si fosse ritrovato catapultato in un videogioco.

Si accorse che il modellino del Criptoportico era smontato; allungò una mano per rimetterlo a posto quando alle sue spalle: “Buonasera! Mi scusi per il trambusto…non volevo spaventarla. Sono nuovo…sa…!”.

Leo sobbalzò. Chi era quel giovane? “Chi è … chi sei? Come sei entrato?!”. Un giovane sui 25 anni al massimo, non eccessivamente alto, capelli corti con una frangetta scomposta, tipica aria da “bravo ragazzo” gli rispose con tranquillità e tono pacato: “Sì, ha ragione. Ho iniziato uno stage da pochi mesi… non ci eravamo mai incontrati prima. Sa, io sono archeologo… sto finendo la Specializzazione. Ho iniziato un tirocinio qui e ne sono davvero felice. Stavo esaminando alcuni oggetti esposti nel sottosuolo e ho perso la cognizione del tempo. Quando ho capito che stava chiudendo, mi sono spaventato e… ho fatto pasticci!”.

Leo era perplesso; non sapeva che dire. Possibile che nessuno lo avesse avvisato? Eppure lui era sempre lì! Strano che non lo avesse mai incrociato, anche se… quel volto gli risultava incomprensibilmente famigliare.

“E’ splendido il Criptoportico, vero?”, disse il giovane. “Un vanto per le colonie possedere un simile edificio nel foro… Gli accessi monumentali collegavano la terrazza sacra con la parte bassa, la piazza giuridico-commerciale. Augusta Praetoria… una colonia alpina incredibile: grande, ricca, vivace! Soldati, mercanti, notabili; un vero “porto” tra le montagne. Affascinante!”

Leo si rese immediatamente conto della profonda passione con cui quel giovane parlava e si ritrovò ad ascoltarlo con grande trasporto. “Sei di Aosta?”, gli chiese. Il ragazzo fissava un punto lontano… “diciamo che è come se lo fossi…”.

“E vogliamo forse parlare del quartiere degli spettacoli? Venne realizzato in un secondo momento quando la città aveva un ruolo e un’identità già consolidati. Le vie di transito erano state potenziate. Gente che andava e veniva… dotarsi di un teatro e di un anfiteatro era fondamentale… forse non tanto per effettive esigenze quanto per necessità di immagine. Occorreva trasmettere al primo sguardo potenza e ricchezza!”.

Leo era ammutolito. Quel giovane gli spiegava la città antica come se davvero vi avesse vissuto… Improvvisamente scomparve. Leo credette fosse passato nella sala accanto, ma…non c’era più!

E non gli aveva neppure chiesto come si chiamava!

Entrò quindi nella sala delle necropoli. Di nuovo scese l’oscurità. Leo si immobilizzò. Ancora quel rumore di passi; poi le scritte di antiche epigrafi funerarie iniziarono a illuminarsi una dopo l’altra. Una voce iniziò a declamarle in latino: era quel ragazzo! “Ehi, ma dove sei?!” chiese Leo disorientato. “Seguimi!, gli rispose, “ apprezziamo insieme quanta vita c’era anche nell’estremo saluto. Le tombe non erano solo tombe: erano occasioni per celebrare la vita ravvivando il ricordo delle persone. Ai monumenti funerari ci si avvicinava col desiderio di conoscere la persona defunta, sapendo che anche in questo modo poteva raccontare un pezzo di città e di comunità; non solo per piangere… e i corredi? Sono strepitosi! Frammenti di vita: una quotidianità che continuava oltre la morte!”.

Leo si guardava intorno stranito come se passasse per la prima volta in quelle sale. Forse fu un’allucinazione… un sogno… ma il letto funebre rivestito di raffinate sculturine in avorio era… intatto! Fu un attimo ma gli parve davvero di vederlo come doveva essere. Provò a tornare indietro per verificare ma una fitta oscurità glielo impedì. Il ragazzo continuava a precederlo senza, però, rendersi raggiungibile.

Giunto nella sala dei culti ebbe un sobbalzo. Davanti a lui si ergeva un’imponente statua di Giove Graio: molto più grande del busto che ben conosceva! Quegli occhi enormi lo fissavano e Leo si sentì letteralmente ipnotizzato da quel sacro volto divino. All’improvviso una folgore, un fulmine squarciò l’atmosfera sospesa di quell’inatteso incontro per riportarlo alla realtà, davanti a quell’oggetto in argento così carico di arcana ieraticità proveniente dal colle dell’Alpis Graia, il Piccolo San Bernardo.

“Eccomi!”. Quell’inafferrabile ragazzo gli avrebbe fatto venire un infarto, prima o poi! “Davanti a questo oggetto potrei sostare delle ore, sei d’accordo?”, disse indicandogli lo splendido balteo bronzeo decorato, altro “pezzo forte” del MAR.

“E’ incredibile la raffinatezza e l’eleganza di questo pettorale, vero? Un pettorale in bronzo da parata destinato al cavallo di un personaggio decisamente importante! Sai, Leo, io sono quasi certo che non fosse nemmeno pensato per un cavallo in carne e ossa, quanto piuttosto per una statua equestre. Magari non era un “semplice” ex-voto… ma qualcosa di più!

Un pezzo che ancora oggi ci regala tutto il pathos di una battaglia cruenta, di uno scontro senza esclusione di colpi tra Romani, molti a cavallo, e barbari. I Romani occupano praticamente l’intero registro superiore della raffigurazione: netta ed inequivocabile superiorità. I soldati a terra indossano anche un elmo, utile a farli apparire più alti e temibili.

I barbari sono assai riconoscibili e ben caratterizzati: barba lunga, chioma fluente – pensiamo alla famosa Gallia Comata, appunto… tribù di nerboruti Celti capelloni dalle lunghe barbe: un look decisamente lontano dal composto civis Romanus sbarbato e dal taglio inappuntabile!-, pantaloni, le brachae, il sagum, cioè un corto mantello in lana grezza o in pelliccia, o alternativamente una semplice corta tunica stretta in vita da un laccio, e l’immancabile torquis al collo.

E poi lui, l’imperator! Il comandante svetta al centro della scena troneggiando letteralmente sul suo destriero lanciato al galoppo. Senza alcuno scrupolo travolge i nemici, ormai destinati alla disfatta. Questo generale cavalca senza elmo, a viso scoperto, dichiarando col suo particolare taglio di capelli e la frangia corta e geometrica, l’appartenenza all’età di Traiano (inizi II secolo d.C.). Anzi, diciamo che persino i tratti somatici lo avvicinano all’imperatore Ulpio, mitico domatore dei terribili Daci!”.

“Certo che questo ragazzo è molto preparato! E come spiega le cose! Sembra un film!”, pensò Leo compiaciuto. Voleva chiedergli il nome, ma… “ecco! Sparito di nuovo!”.

Leo passò velocemente nella sala dell’edilizia pubblica… velocemente ma non abbastanza per non rendersi conto che mancava qualcosa! Con la coda dell’occhio aveva notato uno spazio insolitamente vuoto, ma era come se non avesse avuto né tempo né modo di fermarsi. Beh, sarebbe tornato indietro dopo. Intanto sentiva i passi e la voce del giovane in lontananza: “ Ah…i thermopolia! Come gli attuali take away, ma… molto più autentici e ruspanti! Focacce di farro intrise di olio profumato e cosparse di salsa di olive o, per i palati più robusti, di garum… ne esistevano molte qualità, sai? Secondo me la migliore era quella a base di acciughe! E poi uova sode, zuppe di legumi, formaggi, olive nere e verdi! Veri e propri piccoli ristorantini di strada pieni di gustose leccornie. Come lo street food! Ecco, vedi? Quante anfore circolavano! Tante forme, altrettanti contenuti e provenienze! Quante informazioni ci può dare una semplice anfora: chi l’ha prodotta, chi l’ha riempita, che viaggio ha fatto, cosa ha contenuto…

Ah, l’uomo moderno crede di aver inventato chissà cosa, invece… i Romani già sapevano vivere alla grande con tutti i confort! Basti pensare alle terme, al riscaldamento a parete e a pavimento, all’eleganza degli spazi verdi, alla cura delle città… mica come oggi!”.

“Anche ad Aosta ce n’è uno…” sottolineò Leo, orgoglioso di dirgli di esserne a conoscenza. “Certo!”, gli fece eco il giovane, “ben più di uno, caro mio! Solo uno è stato trovato, ma… fidati che una città come Augusta Praetoria ne aveva diversi! Sai, i Romani avevano l’abitudine del fast food, del pranzo veloce fuori casa, quindi puoi solo immaginarti quanto fossero utili i thermopolia! Tra Cardo e Decumano, tra foro e terme, nei quartieri o nei pressi delle principali porte della città, queste piccole trattorie di strada pullulavano e riempivano l’aria di succulenti profumini!”.

Leo non fece fatica a immaginare quell’Aosta antica: viva, dinamica, piena di gente proveniente da ogni parte dell’impero… e un po’ si rattristò pensando al presente e alle sue tragiche contingenze.

Il ragazzo intuì il suo pensiero. “So a cosa stai pensando…”, sospirò, “ma l’umanità ne ha passate tante… ce la faremo anche questa volta. Col rispetto delle regole, di noi stessi e degli altri, con empatia e solidarietà! Sin da tempi remoti l’uomo combatte contro l’incognita di malattie che lo trovano fragile e impreparato. C’è stato un tempo in cui si moriva per un semplice raffreddore. Le epidemie divenute pandemie sono innumerevoli: si poteva morire di morbillo o di rosolia. Il colera, la peste, la malaria… e il vaiolo? Se ci pensi questa è di fatto l’unica malattia realmente sconfitta con un vaccino!

Le altre circolano ancora, evolvendosi, trasformandosi, in diverse parti del mondo. Per fortuna va detto che anche la scienza compie passi da gigante! Non bisogna dar la colpa a nessuno… io credo non ci siano untori. Credo che anche queste ondate epidemiche rientrino nei cicli di vita, morte e rinnovamento, più o meno simbolici, di ogni forma vivente.

Pensa all’influenza Spagnola che tra 1918 e 1920 ha mietuto qualcosa come 70 milioni di vittime andando ad aggredire un’umanità già violentata e prostrata dal Primo Conflitto mondiale! Eppure ci siamo rialzati, no? La malattia, la guerra, le catastrofi naturali, la solitudine… la morte: tutti gli incubi peggiori dell’essere umano. Se non si razionalizza, si rischia di impazzire ed esserne travolti. Una pandemia inafferrabile e misteriosa, saltata fuori dal nulla, difficile da isolare, può davvero far saltare tutti i nostri schemi, i nostri riferimenti, le nostre abitudini. E noi da una parte abbiamo paura: paura di contagiarci e di contagiare. Ma dall’altra ci ribelliamo attaccandoci ad ogni frammento di “normalità” nella paura di perderlo. Vero? Può essere la passeggiata come il caffè al bar… sembrano banalità, ma non lo sono. Sono necessari momenti di quotidianità cui tenacemente ci si aggrappa!

Davanti a certi flagelli apocalittici si può facilmente soccombere; i mezzi di comunicazione spesso non aiutano, anzi… ci vuole sempre lucidità! Ma fosse facile… Sai, Leo, nei millenni le diverse forme di vita sono andate incontro a decine e decine forme di estinzione cui, però, si sono accompagnate anche forme di trasformazione e rigenerazione. Resilienza e adattamento! Ne usciremo malconci, ma a mio avviso migliori. Se si è abbastanza saldi e forti, nell’animo prima ancora che nel corpo. Sì’, perché una mente rigorosa e lucida, può agire in maniera straordinaria anche sull’equilibrio fisico di una persona. Il mondo può andare sottosopra. Le conquiste dell’uomo possono apparire assurdamente vane ed effimere. Ma il rischio di cadere vittime della natura insidiosa di morbi sconosciuti, può essere puntellato dalla saggezza di riprendere possesso di sé, dei propri spazi e del proprio tempo”.

Leo si sentì rincuorato. Quel ragazzo possedeva un carisma eccezionale.

Pochi secondi e… era già scomparso di nuovo! “Ehi, ma dove sei finito ancora?”, lo chiamò Leo, “non mi hai neppure detto come ti chiami! Magari potremmo scambiarci il numero di telefono… potremmo restare in contatto!”.

Calò di nuovo il buio nel museo. Solo una luce attirava Leo verso la sala 9. “Ecco! Proprio dove avevo notato una mancanza!”, si ricordò il custode. Giunto nel passaggio delle stampe antiche si immobilizzò, esterrefatto!

Il giovane era lì, davanti a lui: indossava una toga romana dal bianco abbagliante. Gli rivolse un sorriso e gli disse: “E’ stato un vero piacere parlare con te! Tenete sempre vivo il passato perché è solo avendo ben presente il passato che si può guardare al futuro. Volevi sapere il mio nome? Beh… non serve che te lo dica…in realtà mi conosci molto bene.”.

Il ragazzo si mise di profilo e la sua immagine luminosa si impresse sul fondo rosso della teca vuota. Leo, abbagliato, chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, il nobile profilo del ritratto bronzeo del giovane Ottaviano Augusto era tornato al suo posto! Tutto era tornato come sempre.

Rifece il giro completo del Museo. Spense e riaccese tutte le luci. Non accadde più nulla di strano.

Questa volta Leo chiuse davvero. Era frastornato! Ma il messaggio di quell’incredibile visione era chiaro: si stava vivendo una svolta epocale di dimensioni mondiali. Si stava attraversando un periodo di incertezze, paure e sofferenze dal quale si sarebbe usciti cambiati e più forti di prima, verso una nuova era!

Stella

Castello Sarriod de La Tour. Le sirene gemelle, il magico forziere e un Grillo troppo curioso

La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le consuete occupazioni contadine. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.

Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.

E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e i pettegolezzi erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo“.

Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un busto tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un “grillo” fatto e finito!

E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!

Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!

Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.

Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.

Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.

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Spiriti? Sirene? Fate? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.

Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.

Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!

Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.

“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.

Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.

Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.

Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.

Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.

Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.

Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!

Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!

Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…

Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…

Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.

“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.

Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.

Quindi il gigante aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.

Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!

Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.

Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!

Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.

“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.

Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!

“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.

“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.

Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e …

… oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.

I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.

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Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.

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E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.

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E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.

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Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.

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Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?

Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…

Stella

Montjovet. Il mistero del castello fantasma

Sin dai tempi più lontani quell’altura rocciosa si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume circondato da estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! Da quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò; Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

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Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

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figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

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“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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