Courmayeur. Insospettabili (ma non così tanto) presenze romane ai piedi del Bianco

Ciao! Oggi elargirò alcune “pillole” della lunga storia del mio paese d’origine: Courmayeur. Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come la piccola frazione di La Saxe.

La Saxe, un grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

ROCCE ROMANE

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella dedicata ai Santi Leonardo, Michele e Anna, si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane. Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. Quindi “insospettabili”, forse, ma non poi così tanto dato che la Strada romana delle Gallie da Pré-Saint-Didier girava sù verso l’attuale La Thuile (l’antica Ariolica) diretta al valico dell’Alpis Graia (il colle del Piccolo San Bernardo), quindi non transitava lontano. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

ANTICHI LABIRINTI SOMMERSI

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che si inoltra in un bosco di latifoglie; oltrepassato il torrente Tsapy si raggiunge la vicina frazione del Villair superiore e, da qui, si può attaccare la salita verso la selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Stella

Fuori e dentro. Sopra e sotto. Luce ed ombra. E’ il Criptoportico di Aosta!

CITTÀ ROMANA IN FILIGRANA

La città romana traspare in maniera abbastanza nitida: è facile riconoscere l’incrocio tra Decumano e Cardo Massimi, le antiche vie principali di questa strategica colonia augustea ai piedi delle Alpi occidentali, estremo baluardo dell’impero prima di sconfinare nelle terre galliche ed elvetiche. Queste vie urbane principali, in origine ampie fino a 12 metri, nei secoli si sono ristrette, progressivamente occupate da case, chiese e palazzi; in certi punti la strada non sarà più larga di 4 metri … Da est a ovest: Via Saint Anselme, Via Porta Praetoria, fino a sbucare nella raffinata, ampia e luminosa Piazza Emile Chanoux, vero salotto della città, dominato dal grandioso Hotel de Ville, il Municipio, eretto in puro stile neoclassico all’inizio del XIX secolo. E pensare che prima, in questa stessa piazza sorgeva un complesso monastico, con chiostro, giardini ed una delle più grandi chiese gotiche del nord-ovest alpino: intitolata a San Francesco era la sacra dimora funeraria della potente famiglia locale degli Challant. Oggi, alle spalle del municipio, c’è una scuola che ricorda questa passata presenza portando il nome del Santo di Assisi.

AD FORUM

Da qui si procede alla volta della Cattedrale che si innalza sulla stessa piazza che, oltre 20 secoli fa, ospitava il Foro di Augusta Praetoria. In particolare qui sorgeva la terrazza sacra coi due templi gemelli, probabilmente dedicati alla dea Roma e ad Augusto divinizzato. L’unico edificio concretamente visibile è quello attualmente occupato dal Patronato ACLI e da alcuni alloggi; ebbene, provate a “svestirlo”..togliete l’intonaco, le finestre, le risarciture di muratura recente, il tetto..andate fino nell’anima e ritroverete uno splendido tempio esastilo di ordine corinzio con scalinata frontale, eretto al di sopra di un podio insieme ad un tempio a lui uguale. Oggi non esistono più, al di là della porzione del basamento di quello orientale. Ma come possiamo immaginarceli? Basta pensare a templi di epoca augustea come la famosa Maison Carrée di Nîmes o al tempio di Augusto e Livia (la moglie) a Vienne, non lontano da Lione.

Pochi scalini consentono di scendere al livello di un grazioso giardino con rovine al cui centro sorge un rigoglioso tiglio: si dice sia stato piantato qui nel primo ventennio del Novecento da un archeologo (in realtà un egittologo): tale Ernesto Schiaparelli. Fu lui ad intuire la reale identità del raro e prezioso monumento che si cela sotto queste aiuole curate e ricche di colori. Sì, perché da una breccia aperta in una delle gallerie seminterrate si entra in un mondo molto particolare, quasi ovattato. Si entra nel magnifico Criptoportico forense di Aosta. Un sistema di 3 gallerie disposte a “U” rovesciata che, in origine, doveva contenere e sostenere il terreno su cui si impostava la terrazza sacra del foro.

IL CRIPTOPORTICO: EMOZIONI… IPOGEE!

Se venite ad Aosta, non potete perdervelo! Non capita così spesso di visitarne uno… oltretutto così ben conservato e valorizzato! Dicevo: si scende ancora qualche scalino e si raggiunge la galleria orientale. Qualche secondo per abituarsi alla penombra e per apprezzare la mite e fresca temperatura dell’interno, un sollievo dal caldo dei pomeriggi estivi! Davanti agli occhi si para una sobria ma elegante sequenza di arcate; la luce e le ombre si mescolano in un gioco di chiaroscuri ingentiliti da luci dorate.

Solo pochi passi, accompagnati da una ricca ed esaustiva pannellistica, per raggiungere un angolo e…mai ci si aspetterebbe un simile spettacolo! La lunga teoria di archi ribassati costruiti in possenti conci di calcare sembra quasi perdersi all’infinito. La galleria settentrionale, la più lunga, lascia esterrefatti; quasi in punta di piedi ci si avvia alla scoperta di questo luogo insolito e misterioso. Alti soffitti voltati a botte, intonaco color avorio alle pareti, finestrelle strombate aperte sull’area interna (oggi il giardino) per la luce e l’aria.

Per lungo tempo e da molti studiosi è stato creduto un granaio militare, un magazzino…ma non è possibile! In epoca romana i magazzini erano fatti diversamente (basti pensare agli “horrea” di Narbonne) e poi..insomma, siamo nel luogo più sacro della città antica, lì dove veniva celebrato il culto imperiale…

Ed è un’aria avvolta di sacralità quella che si respira qui dentro; e viene quasi spontaneo immaginarsi le solenni processioni dei flamines augustales (sacerdoti del culto di Augusto) magari accompagnati dai cittadini più illustri, alla luce delle fiaccole: una marcia che è praticamente una preghiera, scandita dal ripetersi di frasi ed inni dal sapore arcano.

Giunti nella galleria occidentale la visita si interrompe contro un muro oltre il quale permane la proprietà privata. Si torna sui propri passi, ma la magia non muta.

Il Criptoportico: un portico nascosto, un portico segreto. Impossibile lasciare Aosta senza averlo visto.

Stella

Tra boschi, rocce ed acque: Pont d’Ael… l’archeologia che non t’aspetti!

Poco visibile e defilato, il grazioso villaggio di Pondel, nonostante la sobria apparenza, è invece una tappa importante per ogni viaggiatore appassionato di storia e archeologia che desideri scoprire il patrimonio valdostano. E lo è ancora di più in quest’estate 2014, cioé nell’anno in cui ricorre il bimillenario della morte dell’imperatore Augusto.

È qui, infatti, che sorge il Pont d’Aël, un impressionante ponte-acquedotto risalente all’anno 3 a.C., frutto dell’ingegno e dell’operosità del padovano Caius Avillius Caimus.

Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio situato all’ingresso del villaggio, si percorrono poche decine di metri passando nella stretta viuzza che si insinua tra le case; sulla sinistra si noterà la cappella e, un poco oltre, sulla destra, la vecchia scuola del villaggio da poco ristrutturata: una casetta rosata, su due piani, con gli infissi azzurri. Gerani color rosso brillante, giardini e abbaiare di cani vi accompagneranno fino ad una strettoia fiancheggiata da una rimessa e da un rudere quasi completamente crollato. Ma voi, andate avanti!

Quasi all’improvviso, increduli, davanti ai vostri occhi si aprirà uno scenario assolutamente inatteso. Il villaggio finisce e la sponda rocciosa si getta, ripida, nel torrente Grand Eyvia che, impetuoso e gonfio, scende veloce dalla valle di Cogne.

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di fitte edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, ma che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua; un altro sottostante, coperto, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita a lettere cubitali l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles. Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo.

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Un glassfloor davvero originale ed inatteso!Quel vetro sostituisce l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata “a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

La passerella conduce quindi all’interno di un piccolo edificio che, da rudere dismesso, è ora un piccolo ed accogliente centro visitatori dove poter reperire le informazioni essenziali. Il suo allestimento, certo, non è ancora completo, ma i lavori fatti sono stati ingenti.

Una visita incredibile…un’archeologia romana alpina che davvero non ti aspetteresti mai!Oltretutto in un sito che possiede anche un’altra particolarità: il Pont d’Ael è pure un’Area naturale protetta abitata da oltre 96 specie diverse di splendide farfalle. Senza dimenticare che, da qui, passano numerosi sentieri…perciò, le passeggiate, con tutta la famiglia, sono assicurate!

Possiamo quindi dire che il Pont d’Aël, con la sua inaspettata grandiosità, il suo incredibile stato di conservazione, e una straordinaria cornice paesaggistica che senza dubbio ne aumenta fascino e valore, ha tutte le carte in regola per ricominciare a raccontare la sua storia bimillenaria anche ai più esigenti visitatori del XXI secolo.

Stella