Il destino di Ophelia. Fragilità apparente.

Potreste restare stupiti dall’argomento di questo articolo, ma è da mesi che lo sto maturando; da quando è uscito il brano The fate of Ophelia di Taylor Swift. Un brano che mi è entrato subito in testa il cui video comincia proprio rievocando il famoso quadro di Millais: la diafana principessa Ophelia mentre si lascia annegare avvolta in un candido abito da sposa ricoperto di fiori. Un matrimonio mancato, un amore rinnegato, una speranza di felicità drasticamente tradita. Ma è tutto qui?

E così mi è sorto il desiderio di riprendere questo meraviglioso personaggio il cui carattere e il cui destino (appunto) diviso tra fragilità e forza, ha davvero segnato un’epoca e il suo intrinseco messaggio, di fatto, si rivela ancora attuale.

Tra le pieghe più fragili e luminose del teatro shakespeariano, #Ophelia continua a brillare come un enigma. Non è soltanto la giovane innamorata di Amleto, né la vittima silenziosa di una corte che divora i suoi figli: è un personaggio che vive nel confine sottile tra innocenza e consapevolezza, tra obbedienza e desiderio, tra realtà e follia.

La sua immagine – sospesa tra innocenza, dolore e follia – ha attraversato i secoli trasformandosi in un simbolo universale di fragilità poetica.

Ophelia è la figura che Shakespeare lascia parlare attraverso i vuoti, gli sguardi, i fiori. Ogni suo gesto è un simbolo, ogni parola un presagio. La sua dolcezza non è debolezza: è resistenza poetica in un mondo che non le concede spazio. E quando la sua mente si incrina, non è un cedimento, ma un grido che nessuno vuole ascoltare.

La sua follia è un linguaggio alternativo, un codice segreto che smaschera l’ipocrisia della corte danese. I fiori che distribuisce non sono ornamenti, ma accuse. Le sue canzoni non sono deliri, ma verità che solo chi è ai margini può permettersi di dire.

E poi c’è l’acqua. L’acqua che la accoglie, la avvolge, la trasforma in icona. Ophelia non scompare: si tramuta in immagine eterna, sospesa tra vita e morte, tra arte e mito. Da Millais ai poeti romantici, da psicoanalisti a registi e cantanti contemporanei (vedi appunto il successo planetario di Taylor Swift!), tutti hanno cercato di interpretarla, di salvarla, di reinventarla.

Ecco, è appunto il celebre dipinto di John Everett Millais, realizzato tra il 1851 e il 1852, oggi conservato alla Tate Britain di Londra, uno dei capolavori assoluti del movimento preraffaellita.

Millais raffigura Ophelia nel momento della morte, galleggiante nel ruscello con le braccia aperte e circondata da una natura minuziosamente descritta. La scena, resa con un realismo quasi botanico, unisce simbolismo e poesia visiva: ogni fiore ha un significato, ogni dettaglio contribuisce a raccontare la sua storia.

Il dipinto è diventato così iconico che ha influenzato non solo pittori, ma anche poeti e artisti di epoche successive. La stessa Treccani ricorda come elementi quali il fiume, il giglio e la veste bianca fossero già centrali nell’iconografia ottocentesca di Ophelia, affascinando generazioni di artisti romantici. Piccolo cameo “gossip”: chi fu la musa o la modella su cui si basò la realizzazione di questo quadro straordinario?

Si tratta di Elisabeth Siddal, detta anche Lizzy o Lizzie: una ragazza dalla bellezza spiazzante e controversa, dalla carnagione molto chiara, i lineamenti scarni, i capelli rossi come di volpe e un’altezza non comune all’epoca. Poetessa e anch’essa pittrice, Lizzie aveva sposato un altro noto artista preraffaellita: Dante Gabriel Rossetti, amico di Millais. Si narra che la giovane Lizzie fu costretta a posare per ore seminuda in una vasca da bagno e, alla fine, si ammalò pure! Ma la sua Ophelia è decisamente entrata nell’immaginario universale.

Nell’Ottocento, la figura di Ophelia diventa un emblema della sensibilità romantica: la donna vittima di passioni troppo grandi, la purezza distrutta da un mondo crudele, la follia come linguaggio alternativo e rivelatore.

Poeti come Arthur Rimbaud le dedicano versi memorabili, contribuendo a fissare nell’immaginario collettivo la sua immagine eterea e tragica

Ma forse Ophelia non vuole essere salvata: vuole essere compresa.

Rileggere Ophelia oggi significa interrogarsi sul silenzio delle donne, sulla fragilità come forma di forza, sulla poesia che nasce dal dolore. È un invito a guardare oltre la superficie, a scoprire la potenza nascosta nei personaggi che la storia ha relegato ai margini.

La forza dell’immagine di Ofelia sta nella sua ambiguità: è vittima e ribelle, innocente e consapevole, reale e simbolica. L’acqua che la avvolge è al tempo stesso luogo di morte e di metamorfosi. Ed è proprio su questa metamorfosi che si incardina il senso del brano di Taylor Swift: salvarsi da un tragico destino e rinascere più forte di prima.

Ophelia non è un’ombra. È un riflesso. E come ogni riflesso, ci costringe a guardarci dentro.

Stella