Château Vallaise di Arnad. La Dama della Fenice

Aveva appena 17 anni, Giovanna. Era bella, molto. Era piena di sogni e progetti, maturati crescendo tra Ivrea, Torino e, soprattutto, Nizza dove suo padre, ricchissimo mercante, influente Tesoriere di corte e potente Magistrato del mare, occupava posizioni di notevole importanza. E lei aveva Nizza nel cuore; aveva quel mare dentro gli occhi (di un azzurro brillante e mutevole) e dentro l’anima.

Lungomare nei pressi di Nizza
Lungomare nei pressi di Nizza

Le dolci colline canavesane che avevano segnato la sua infanzia erano state presto soppiantate dalla sua profonda passione per il mare; un mare che si rifletteva anche in quel carattere volubile, a volte capriccioso, in quel suo essere imprevedibile e dotata di un fascino magnetico.

Guardava fuori dal finestrino della carrozza, Giovanna: il mare era ormai lontano e davanti ai suoi occhi si innalzavano montagne incombenti, rivestite di boschi. Un paesaggio bellissimo, per carità, ma lei, lì, non ci voleva proprio stare!

Arnad-paesaggio
Arnad-paesaggio

Aveva fatto una breve sosta nella sua amata Ivrea, dai parenti; aveva preso le ultime cose, alcuni oggetti cui era legata, abiti sontuosi fatti cucire su misura con stoffe preziose, gioielli… Ma tutto questo non le dava gioia. Giovanna si chiedeva a cosa le sarebbero serviti, lassù, in quella borgata a lei sconosciuta. Giovanna guardava fuori dalla carrozza e ad un tratto si accorse che stava piangendo. Stava andando ad Arnad, dove avrebbe raggiunto un uomo assai più grande di lei, esponente di un’antica stirpe, che però lei non conosceva. Quest’uomo si chiamava Charles-François-Félix de Vallaise-Romagnano. Di quest’uomo, a lei, non importava nulla… Eppure, per volontà di suo padre e di suo fratello, lo stava raggiungendo per diventarne la moglie! E purtroppo sapeva che non aveva possibilità di scelta: avrebbe dovuto obbedire! Ma… c’erano tanti “ma” che si agitavano in lei come le onde in tempesta!

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Era da poco arrivata in Valle d’Aosta la piccola Giovanna. Aveva 10 anni e fino a quel momento aveva vissuto in Liguria, in un grazioso paese sul mare. Per ragioni di lavoro i suoi genitori avevano dovuto trasferirsi e a lei quelle montagne proprio non piacevano. Non riusciva ad ambientarsi, Giovanna: le mancavano i vasti orizzonti, le distese azzurre, le voci dei gabbiani…

Anche coi suoi coetanei non riusciva a legare… nel paese dove abitava, Arnad, c’era un gruppetto di ragazzini con cui ogni tanto si trovava a giocare. Un giorno, però, volendo metterla alla prova, alcuni di loro la portarono al “castello”.

Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata
Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata

Era un grande edificio abbandonato, semi diroccato e in gran parte avvolto da erbe infestanti, rovi e ortiche. Nel giardino, ormai in preda all’incuria, ancora spuntavano qua e là alcuni cespugli di rose e di ortensie azzurre.

“Vediamo se hai il coraggio di entrare! Devi riuscire ad attraversarlo tutto, entri dalla parte della grotta stregata ed esci dal rudere tra le vigne! Sai, dicono che sia infestato di fantasmi!

La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino
La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino

E che ci sia pure una terribile strega capace di trasformarsi in mille donne diverse, una più bella dell’altra, ma cattivissime… e che possa attirare tutti nella sua stanza segreta prendendo le forme di un grande e meraviglioso uccello bianco: si fa seguire e… ZAN!! Sei spacciato! Ti trasforma in un dipinto e rimani lì appiccicato al muro, per sempre! Si narra che diverse donne di cui era gelosa abbiano fatto quella fine…”.

Giovanna si vide costretta ad entrare; doveva dimostrare di essere coraggiosa! E lei, che era testarda e caparbia, non si tirò indietro! Si graffiò, si sbucciò un ginocchio, ma voleva superare quell’intrico di vegetazione e trovare la porta di ingresso. Ad un certo punto sentì un fruscio improvviso che la fece spaventare… poi le sembrò di intravedere un movimento in mezzo alle foglie. “Un uccellino vuole accompagnarmi!”, pensò, e continuò ad avanzare. L’imponente facciata di quello che un tempo era un palazzo sfarzoso ed elegante comparve tra gli alberi.

Chateau Vallaise prima dei restauri esterni
Chateau Vallaise prima dei restauri esterni

Udì nuovamente un fruscio e, per un attimo, tentennò: “E se fosse una biscia? Un ragno gigante, o un topo o… uno scorpione??!!”, pensò coi sudori freddi. Intravide, invece, delle  lunghe piume bianche a terra e si rassicurò. Sentiva in lontananza le voci del gruppetto: chi la incitava, chi la scherniva… solo una bimba la pregava di tornare indietro!

All’improvviso, dietro una fitta e scura cortina di edera, Giovanna sentì un alito di aria fredda accompagnata da un odore di muffa, funghi, erba…”Ecco, ci siamo! Ho trovato l’ingresso!”. Si fece coraggio e, dopo un lungo respiro, entrò.

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La carrozza si fermò. Giovanna, elegantissima nel suo frusciante abito celeste che metteva ancor più in risalto il colore dei suoi occhi, i capelli biondi raccolti sulla nuca in un morbido chignon, scese dando la mano al padre e si guardò intorno. Quella antica dimora di famiglia attaccata alla collina le parve subito troppo scura, triste e buia.

Portrait d'une jeune femme (parismuseescollections.fr)
Portrait d’une jeune femme (parismuseescollections.fr)

Ad un tratto si fece avanti lui, Charles – che lei chiamerà sempre Carlo -: alto, moro, di corporatura abbastanza robusta. Era evidentemente più maturo di lei, e questo la spaventava moltissimo, ma per qualche minuto incontrò il suo sguardo: due occhi verdi, buoni,  ma ritrosi e velati di timida tristezza, accompagnati da un sorriso che, sebbene appena accennato, comunicava una profonda gentilezza.

Portrait d'un gentilhomme inconnu-XVII siècle
Portrait d’un gentilhomme inconnu-XVII siècle

“Benvenuta madamigella Gabuti”, le disse Carlo inchinandosi e sfiorandole la mano con le labbra, “la sua presenza illumina la mia umile dimora”.

Imbarazzata e a disagio, Giovanna ritrasse la mano forse troppo bruscamente e non rispose al saluto, ma abbassò lo sguardo, infastidita. Senza troppi complimenti il padre le strinse il braccio con forza e le fece capire quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Carlo, anch’egli visibilmente a disagio, per l’intero pomeriggio non le rivolse più neppure una parola.

Una volta sistematasi nella sua camera, Giovanna pianse amare lacrime: “In che posto sono finita? Perché proprio io? Io non voglio stare qua e men che meno voglio sposare quel tipo insipido e… vecchio! Vecchio come questa dimora ammuffita, fredda, umida, lugubre!”. E la notte trascorse tra mille tormenti in attesa dell’indomani, quando sarebbe diventata, per forza, la baronessa di Vallaise-Romagnano.

Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad
Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad

Una cerimonia lunghissima, esagerata e pomposa che la piccola chiesa del paese a stento riusciva a contenere. L’intera borgata e villaggi limitrofi accorsi a vedere la giovane e ricca Giovanna, la sposa giunta da lontano che avrebbe risollevato le sorti della nobile ma sventurata casata dei Vallaise. Ospiti illustri appartenenti all’aristocrazia valdostana e piemontese: tutti a spettegolare, giudicare, commentare. Volti falsi, sorrisi bugiardi.

E Carlo? Sempre dimesso e silenzioso; elegantissimo, persino oggettivamente di bell’aspetto, pulito e curato… ma… quel suo sguardo triste e perso… no, Giovanna proprio non riusciva a sopportarne la vicinanza!

Lei, radiosa e più bella che mai! Svettava in altezza; risplendeva nel suo meraviglioso abito in seta e damasco: stoffe preziose cucite da sarte incaricate apposta da Madama Reale in persona, gioielli mozzafiato, che nessuno lassù, in quello sperduto villaggio, si era mai neppure sognato! Accanto a lei il padre e il fratello: duri, severi, inflessibili. Nei loro volti di pietra tutta la durezza dell’obbligo cui era chiamata e da cui non poteva esserci scampo. Sarebbe diventata nobile, ma a che prezzo?

Un prezzo altissimo, non fosse altro per la dote immensa che recava con sé e che avrebbe consentito al miserabile Carlo di sollevare la schiena e la testa – sempre se ne fosse stato capace – pensava amaramente Giovanna.

Dopo festeggiamenti e convenevoli che le parvero eccessivi, insopportabili ed interminabili, facendo ritorno all’oscura casaforte, Giovanna venne assalita da forte nausea e giramenti di testa. Si ritirò immediatamente nella sua stanza dove, accusando un persistente malore, rimase chiusa per giorni e giorni.

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Seguendo il misterioso volatile dalle ali bianche, Giovanna era quindi riuscita ad entrare nel maniero. Avvolte nella penombra stanze neppure troppo ampie ma completamente ricoperte di dipinti, purtroppo consunti dal tempo, molto rovinati e lacunosi. Le lunghe finestre rotte, sommerse di polvere e oscurate da spesse ragnatele. Giovanna fu lì lì per tornare indietro, ma la viva curiosità ebbe la meglio e si impose di andare avanti.

Pavone bianco
Pavone bianco

Si guardava intorno meravigliata: quel palazzo era davvero strano: da un lato sembrava ci avessero vissuto fino al giorno prima, e dall’altro, invece, mostrava tutti i segni di un secolare abbandono.

La luce che qua e là riusciva a penetrare illuminava volti di donna dipinti sulle pareti…e notò che si assomigliavano tutti! “Sembra sempre la stessa modella!”, pensò.

Ad un tratto Giovanna si fermò. Davanti a lei un lungo corridoio e il grande uccello bianco e oro comparve da una porta socchiusa sul fondo. Le volò vicino: pareva invitarla a seguirlo ancora! La bambina stavolta non ebbe tentennamenti. La porta immetteva in una stanzetta quadrata sempre ricoperta di dipinti, anche sul soffitto. Da lì si proseguiva in un altro breve corridoio con una grande cancellata di legno dipinto, una cosa che lei non aveva mai visto!

L'alcova della baronessa
L’alcova della baronessa

L’uccello si posò al di là della cancellata e aprì le sue ali; inaspettatamente ne uscì una luce dorata che illuminò la stanza. Era una camera da letto: c’era tutto! Un grande letto a baldacchino, un mobile con la specchiera, bauli e persino una specie di piccolo pianoforte! Solo che… come si faceva ad entrare? Giovanna si accorse infatti che il pavimento aveva tutte le assi sollevate e proprio al centro era sfondato! Allora l’uccello bianco le volò vicino, le si posò su una spalla e come per incanto si accese una luce a terra che le indicava la giusta via da percorrere e la luce terminava in corrispondenza di un grande baule accanto al letto.

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Chiusa nella sua camera ormai da oltre dieci giorni, Giovanna si rifiutava di incontrare chiunque, ad eccezione della sua fidata dama di compagnia che le portava acqua, cibo e notizie. Aveva udito i rimproveri di suo padre, le minacce apocalittiche del fratello, le suppliche della madre… Solo Carlo non aveva mai neppure tentato di bussare a quella porta… niente… Aveva anche pensato di fuggire ma sapeva di essere sorvegliata giorno e notte.

Venne quindi a sapere che presto avrebbero cominciato i lavori per trasformare quella vecchia casa soffocante in un palazzo. Le dissero che Carlo non voleva badare a spese – “certo, coi suoi soldi faceva quel che voleva! – pensò Giovanna! In breve giunsero ad Arnad squadre di architetti, scalpellini, stuccatori… si diceva ottime maestranze chiamate dalla Valsesia, terra di artisti!

Quindi, per consentire l’avvio del cantiere, bisognava temporaneamente trasferirsi. E lei insistette per tornare dalla madre a Ivrea dove sperava di trovare un po’ di serenità e comprensione. Carlo rimase ad Arnad per seguire i lavori e gli affari di famiglia. Neppure quando Giovanna partì lui si fece vedere… anche se in realtà la stava guardando da una finestra, piangendo in silenzio… “Vedrai mia sposa” – disse tra sé e sé – “riuscirò a darti la dimora che meriti e, col tempo, a renderti felice!”.

Ma anche lontana da Carlo, Giovanna non trovava pace! Padre, fratello e stavolta persino sua madre la rimproveravano e redarguivano ogni santo giorno! E lei deperiva e piangeva. Una cameriera notò la cosa e un giorno si permise di rivolgerle la parola: “Madamigella Giovanna, perdonate se oso parlarvi, ma se avrete il buon cuore di darmi ascolto, so che potrei aiutarvi”.

Giovanna stava per sbottare e cacciarla, ma poi rimase ipnotizzata dallo sguardo di quella donna, già in là con gli anni: due occhi nerissimi e affilati, con lunghe ciglia scure tradivano origini lontane e una strana voglia a mezzaluna accanto al labbro superiore la rendeva assolutamente magnetica.

“So il tormento che da tempo vi agita, Madamigella… io vedo e sento cose ignote ad altri.. se vorrete, potrò aiutarvi… Sognate la libertà, vero?”. Giovanna vide un inatteso spiraglio di luce: “Potete dunque aiutarmi a fuggire?!”.

“Sì… diciamo di sì… questa notte sarà scura, senza luna; Quando udirete tre rintocchi uscite sul balcone e… aspettatemi!”.

Ormai disperata, Giovanna decise che non avrebbe lasciato nulla di intentato e volle affidarsi a quella strana donna. Un po’ ne aveva paura, ma tanto, non aveva niente da perdere!

Tre rintocchi. Notte fonda e buia. Sul balcone si respirava un’aria fresca e profumata di campagna. Ma come avrebbe fatto la donna a raggiungerla lì? Improvvisamente: “Eccomi Madamigella!”. Giovanna sobbalzò col cuore in gola: “Ma, da dove… come..?”. Non fece in tempo a finire la frase che la donna la abbracciò fortissimo sussurrando oscure parole. Quando la lasciò… Giovanna non c’era più!

Al suo posto, sul balcone, un grande, splendido uccello bianco screziato d’oro simile ad un pavone con una coda infinita stava aprendo le sue ali per volare via, come desiderava!

Cercarono Giovanna per mesi, anni… Nessuno poteva immaginare cosa fosse accaduto. Lei volò sul mare, volò sui colli e sui monti. Certo, era libera, ma ad un prezzo troppo alto! Aveva ceduto alla magia e quell’incantesimo sembrava impossibile da spezzare… Aveva l’eternità, la libertà… ma non era più lei!

Volò ad Arnad e vide che il palazzo era stato terminato. Era bellissimo! Bianco e luminoso risplendeva tra i vigneti e i boschi. All’interno era… un sogno! Un susseguirsi sontuoso di affreschi e stucchi dipinti, mobili raffinati, tessuti preziosi…

Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata
Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata

Carlo si era chiuso in un silenzio colmo di dolore… aspettava ogni giorno che Giovanna tornasse, o perlomeno di averne notizie. Aveva però notato lo splendido volatile dalla lunga coda che dal termine dei lavori stazionava nei pressi del palazzo; “Che meraviglia” – pensava – “Sembra un uccello del paradiso, anzi, uno splendido candido pavone!”.

Col tempo si era affezionato moltissimo a quell’animale, lo cercava e gli parlava. Gli aveva raccontato di sé, del suo profondo amore per Giovanna, che mai nessun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto, che tutti i dipinti del castello volevano celebrarla, non solo ricordandola nei volti, ma anche omaggiarne le virtù… Lui era sicuro che, prima o poi, la sua Giovanna sarebbe tornata e per lei sarebbe cambiato!

Purtroppo Carlo morì senza rivedere la sua sposa, ma con la costante muta compagnia di quel meraviglioso uccello bianco…

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La piccola Giovanna raggiunse il baule indicatole dall’uccello luminoso e capì che avrebbe dovuto aprirlo. Il coperchio era sommerso di polvere e pesantissimo, ma ci riuscì! Quando fu aperto, vide che all’interno vi era un abito ripiegato: era molto rovinato ma era da principessa. Lunghissimo, sontuoso, in origine doveva essere bianco e oro… un momento: bianco e oro! Giovanna guardò l’uccello e vide che svolazzava turbinosamente intorno all’abito. Aprendolo completamente la bambina si accorse che si trattava di un abito da sposa! Dalle pieghe infine cadde qualcosa che fece un rumore metallico: era un anello d’oro!

Fede nuziale XVII secolo
Fede nuziale XVII secolo

L’uccello sembrava come impazzito e cercava di infilare l’anello nelle zampe senza tuttavia riuscirci.

Giovanna, allora, prese l’anello e glielo infilò alla zampa sinistra: “ecco… sei contento?”.

In quell’esatto istante la stanza rifulse di luce. L’uccello divenne luminosissimo fino a diventare di fuoco: una favolosa fenice! Giovanna urlò e si protesse dietro il baule chiudendo gli occhi…

“Lo sai che ti chiami come me, piccola? E mi assomigli molto! Non avere paura, apri gli occhi!”. Una dolce voce di donna rassicurò Giovanna che non poteva credere a ciò che vedeva: davanti a lei non c’era più l’uccello bianco ma una giovane bellissima, coi capelli biondi raccolti in un morbido chignon e due immensi occhi celesti. Alla mano sinistra una fede d’oro luccicante.

“Sono Giovanna Gabuti, moglie di Carlo, o meglio, del barone Charles-François-Félix de Vallaise Romagnano, padrone di questo palazzo e di molteplici feudi tra la bassa Valle d’Aosta e il Canavese. Io non ho saputo vedere, né capire… ma ora, dopo secoli, finalmente sei arrivata tu a rompere l’incantesimo. Venni trasformata in un’immortale Fenice, ma ora sono risorta. Finalmente posso raggiungere il mio sposo e dirgli che ho imparato anch’io ad amarlo! Grazie piccola Giovanna venuta dal mare…”.

E pronunciate queste parole la dama Fenice la accompagnò verso l’uscita attraverso stanze meravigliose; con lei Giovanna vide il castello come doveva di fatto essere quando venne realizzato. E stanza dopo stanza il suo stupore aumentava!

Chateau-Vallaise-Galleria "des Femmes fortes"
Chateau-Vallaise-Galleria “des Femmes fortes”

Giunte nel giardino Madama Giovanna le accarezzò il volto e le disse: “Guarda, io e il mio sposo ci affacceremo per sempre dalle due finestre lassù e ti aspetteremo con piacere ogni volta che vorrai!”.

Giovanna alzò lo sguardo e vide che da una finestra si staccò l’ombra di un uomo: alto e robusto, molto elegante, capelli lunghi neri secondo la moda del suo tempo. Due occhi verdi buoni e timidi. Giovanna e Carlo, finalmente, si abbracciarono.

Chateau Vallaise oggi, agosto 2019
Chateau Vallaise oggi, agosto 2019

All’epoca non poteva sapere, la piccola Giovanna, che quel palazzo cadente e abbandonato sarebbe stato restaurato. Dopo anni, quando venne riaperto al pubblico, lei già adulta vi entrò piena di emozione: non poteva dire che, in realtà, lo aveva già visto insieme alla baronessa di Vallaise, la Dama della Fenice.

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Stella

 

 

Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

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Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!