Il segreto della Sfera

Il Castello di Ussel dominava la valle come un guardiano antico, scolpito nella roccia e temprato dai venti che scendevano dalle montagne. Di notte, le sue torri sembravano parlare con le stelle; di giorno, le mura assorbivano la luce come se custodissero un segreto troppo grande per essere rivelato.

Da secoli si narrava che nelle fondamenta del castello fosse nascosto un oggetto misterioso: la Sfera di Ussel, capace di trasformare il pensiero in realtà. Nessuno l’aveva mai vista, ma tutti temevano che cadesse nelle mani sbagliate.

Molti secoli dopo, un uomo dal passo deciso e dallo sguardo curioso salì il sentiero che portava al castello. Si chiamava Marcel Bich, barone e inventore, un uomo che vedeva possibilità dove gli altri vedevano limiti. Aveva sentito parlare della Sfera fin da bambino, ma non come leggenda: nella sua famiglia si tramandava la voce che uno dei suoi antenati l’avesse intravista, e che quell’incontro avesse cambiato per sempre il destino dei Bich.

Marcel non cercava potere. Cercava ispirazione.

Quando varcò la soglia del castello, l’aria si fece più densa, come se il tempo stesso trattenesse il respiro. Le pietre sembravano pulsare. E poi, nella sala centrale, apparve una figura avvolta in un mantello di luce.

«Benvenuto, barone Bich» disse la voce, che sembrava provenire da ogni direzione. «La tua mente è affilata come una lama, ma il tuo cuore è ancora più forte. Perché cerchi la Sfera?»

Marcel non esitò. «Per creare qualcosa che renda la vita più semplice e che trasformi il pensiero in segno. Una traccia che resti.»

La figura sorrise, o almeno così parve. «Allora sei degno.» La Sfera si materializzò davanti a lui: non più grande di un pugno, luminosa come una stella intrappolata nel vetro. Marcel la sfiorò, e in quell’istante vide immagini scorrere nella sua mente: linee perfette, inchiostro che scivolava senza sforzo, un piccolo strumento capace di rivoluzionare il mondo.

Una penna! Ma diversa dal solito.

Il giovane barone capì che avrebbe potuto creare qualunque cosa, senza limiti; ma comprese anche che la vera magia non era nella Sfera, bensì nell’idea che essa aveva acceso nella sua mente. Restituì l’oggetto alla figura luminosa. «Non voglio dipendere dalla magia. Voglio che la mia invenzione nasca dal lavoro, dall’ingegno, dall’imperfezione umana.»

La figura annuì, dissolvendosi come nebbia al sole. «Allora la tua creazione durerà più a lungo di qualunque incantesimo.» Marcel lasciò il castello con un taccuino pieno di schizzi e una nuova determinazione. Da quell’incontro nacque una penna che avrebbe portato il suo nome in tutto il mondo.

E il Castello di Ussel?

Rimase lì, silenzioso, come se nulla fosse accaduto. Ma nelle notti limpide, chi passava vicino al maniero giurava di vedere una piccola luce pulsare tra le pietre.

Marcel Bich, ormai lontano dal castello, non sapeva che il suo incontro con la magica Sfera aveva risvegliato forze che da secoli dormivano sotto la montagna…

Nelle settimane successive, infatti, tre figure giunsero nella valle, ciascuna attratta da un richiamo diverso. Liora, la Custode delle Pergamene, una giovane donna dai capelli color rame e dagli occhi attenti come quelli di un falco. Era l’ultima erede degli antichi archivisti di Saint-Vincent, custodi di manoscritti che parlavano della Sfera e dei suoi poteri. Liora aveva trovato un frammento di pergamena che citava un “risveglio imminente” legato a un uomo venuto da lontano. Sospettava che fosse Marcel.

Armand de Saint Clair, il Cacciatore di Reliquie, un uomo elegante dal sorriso affilato. Aveva sentito voci su un oggetto capace di trasformare il pensiero in realtà e non avrebbe permesso che cadesse nelle mani di un idealista. Armand conosceva il castello meglio di quanto volesse ammettere: suo nonno era scomparso tra quelle mura. Non cercava ispirazione, ma potere e ricchezza.

Liora fu la prima a scoprire che qualcosa nel castello era cambiato. Una notte, mentre studiava le mappe antiche, vide apparire un simbolo che non c’era mai stato: tre cerchi intrecciati, ognuno con un segno diverso. Il Monaco Senza Nome, comparso come un’ombra alle sue spalle, sussurrò: «Le Tre Porte si sono risvegliate. E con esse, ciò che custodiscono.»

E infine il Monaco Senza Nome, un uomo avvolto in un mantello grigio, il volto nascosto da un cappuccio. Parlava poco, ma portava con sé un bastone intarsiato con simboli identici a quelli incisi sulla Sfera. Si diceva che appartenesse a un ordine dimenticato, i Guardiani del Pensiero, coloro che avevano giurato di proteggere la Sfera a costo della vita.

Secondo la leggenda, all’interno del castello vi erano tre porte e altrettante camere segrete, accessibili solo a chi possedeva tre chiavi: la Chiave della Memoria, la Chiave della Volontà e la Chiave del Cuore. Si diceva che solo un individuo capace di bilanciare queste tre forze potesse controllare la Sfera senza esserne consumato.

Nel frattempo, Marcel Bich, ignaro del caos che aveva innescato, lavorava alla sua invenzione. Ma una notte, mentre tracciava linee su un foglio, l’inchiostro prese vita, formando un simbolo che aveva visto nel castello: i tre cerchi intrecciati.

Capì che doveva tornare.

Quando arrivò a Ussel, trovò la giovane Liora e il Monaco ad attenderlo. Armand, invece, li osservava da lontano, sulla difensiva. Nelle profondità del castello, i tre scoprirono che la Sfera non era solo un oggetto magico, ma un frammento di un meteorite caduto secoli prima sulle montagne. Erano stati gli antichi monaci a scoprire che la Sfera amplificava i pensieri umani, trasformandoli in energia creativa… o distruttiva.

Il Monaco Senza Nome rivelò: «La Sfera non sceglie il più forte, ma il più sincero. E ora che è stata risvegliata, attirerà chiunque abbia un desiderio troppo grande per essere contenuto.» Armand, nascosto nell’ombra, sorrise. Il suo desiderio era immenso.

Il castello iniziò a tremare. Le tre porte si stavano aprendo. E ciò che si nascondeva dietro di esse non era solo un potere, ma una prova.

Marcel, Liora e il Monaco avrebbero dovuto affrontarla insieme, mentre Armand preparava la sua mossa. La Sfera brillava, come se stesse scegliendo. Le tre porte si erano aperte con un rombo che fece tremare l’intera valle. Dalle fenditure tra le pietre filtrava una luce antica, pulsante, come un cuore che si risvegliava dopo secoli di silenzio.

Marcel, Liora e il Monaco Senza Nome avanzarono nella sala circolare. Al centro, sospesa a mezz’aria, la Sfera brillava come un sole in miniatura. Ma non erano soli. Armand de Saint Clair emerse dall’ombra con un sorriso tagliente: «Finalmente ci incontriamo, barone Bich. Devo ringraziarti: senza di te, la Sfera non si sarebbe mai risvegliata.»

Marcel lo fissò, senza paura. «Non appartiene a nessuno. È un dono, non un’arma.»

Armand rise. «Un dono? È la chiave per riscrivere il mondo. E io intendo usarla.»                          La Sfera reagì alle parole di Armand: la luce si fece più intensa, come se percepisse la brama dell’uomo. Il Monaco avanzò, puntando il bastone verso di lui: «La Sfera amplifica ciò che porti nel cuore. Se la tocchi con avidità, ti consumerà.»

Armand estrasse un piccolo pugnale d’argento, inciso con simboli antichi. «Io sono l’ultimo erede di una nobile dinastia di Cavalieri di Saint-Clair, Custodi del castello: questo mi dà diritto a reclamare ciò che, a suo tempo, ci venne negato.»

Liora sussurrò a Marcel: «Non vuole solo la Sfera. Vuole vendicare una storia che non conosce.» Marcel fece un passo avanti. «Armand, ascoltami. La Sfera non crea potere dal nulla. Trasforma il pensiero in realtà. Ma se il pensiero è corrotto…»

«Allora la realtà lo sarà altrettanto» concluse Armand, con un lampo negli occhi. E si lanciò verso la Sfera. Appena le sue dita sfiorarono la superficie luminosa, la sala fu investita da un vortice di energia. Le pareti si dissolsero, sostituite da un paesaggio fatto di linee, forme, idee. Era come trovarsi dentro una mente. La Sfera stava mostrando la verità.                                                

Marcel vide immagini che non aveva mai conosciuto: antichi monaci che studiavano il meteorite, artigiani che cercavano di incanalare il suo potere, generazioni di Guardiani che proteggevano l’oggetto da chi voleva usarlo per dominare e un Cavaliere travolto da una terribile piena del fiume: un cataclisma che segnò per sempre il paesaggio ai piedi di Ussel.

E poi vide se stesso: un bambino che smontava penne, orologi, giocattoli. Un giovane che cercava un modo per rendere la scrittura più fluida e più semplice. Un uomo che, toccando la Sfera, aveva ricevuto un’idea. Non un progetto completo. Non un incantesimo. Ma un’intuizione.

La Sfera non creava oggetti, ma connessioni: aveva collegato il desiderio di Marcel – rendere la creatività alla portata di tutti – con la soluzione più semplice e geniale: una piccola sfera di metallo che ruotava, distribuendo l’inchiostro in modo uniforme, senza macchie, senza errori. La penna a sfera non era magia: era ispirazione pura, amplificata dalla Sfera.

Armand, invece, vide solo ciò che desiderava: potere, controllo, dominio e sete di vendetta. La Sfera amplificò quei pensieri… e li rimandò contro di lui. Il pugnale d’argento si frantumò; le illusioni di grandezza si dissolsero. Armand cadde in ginocchio, esausto, come se la Sfera gli avesse mostrato il peso del suo stesso desiderio.

Il Monaco posò una mano sulla sua spalla. «La Sfera non punisce. Rivela. E tu non eri pronto a vedere te stesso.» Armand non rispose. Ma nei suoi occhi, per la prima volta, non c’era rabbia. Solo silenzio.

La Sfera tornò a brillare dolcemente, come una candela che si spegne lentamente. Marcel si avvicinò, e la voce della figura luminosa che aveva incontrato tempo prima risuonò nella sala: «Tu hai scelto la via più difficile: creare senza magia. Per questo la tua invenzione durerà più a lungo di qualunque incantesimo.»

La Sfera si dissolse in una pioggia di scintille, che si posarono sulle mani di Marcel. Quando la luce svanì, tra le sue dita rimase un piccolo oggetto: una minuscola sfera metallica, perfetta, lucente. La prima sfera della prima penna a sfera.

Liora sorrise. «È come se la Sfera ti avesse restituito ciò che le hai dato.» Marcel annuì. «Non è un potere. È un promemoria. Le idee non appartengono alla magia. Appartengono a chi ha il coraggio di seguirle

Trascorsero molti anni; il castello cadde nell’oblio. Poi venne recuperato, restaurato, e tornò ad accogliere gruppi di visitatori. Oggi le scolaresche salgono il sentiero ridendo, i turisti scattano foto, ammaliati dal paesaggio, e le guide raccontano storie che sembrano quasi troppo belle per essere vere. Ma non tutti vengono (solo) per ascoltare.

Elisa Ronc, giovane archeologa e ricercatrice dell’Università di Torino, era arrivata quel mattino con un permesso speciale. Non cercava leggende: cercava conferme. Da mesi studiava documenti dimenticati negli archivi di Saint-Vincent, tra cui una pergamena firmata da una certa Liora, datata in modo impossibile. La pergamena parlava di una “quarta porta” e di una stanza del castello di Ussel che nessuno aveva mai trovato.

Elisa non credeva alla magia. Credeva ai dettagli. E quel giorno, mentre esplorava una delle sale laterali, notò qualcosa che nessuno aveva mai visto: una pietra leggermente sporgente, con tre cerchi intrecciati incisi sopra, quasi illeggibili perché consunti dal tempo. Gli stessi simboli della pergamena!

Elisa premette la pietra: un rumore sordo risuonò nelle mura, come un respiro trattenuto per secoli. Una sezione della parete scivolò lentamente di lato, rivelando un passaggio stretto, buio, che scendeva verso il cuore del castello. Il suo battito accelerò. Accese la torcia del cellulare.                  Il corridoio era ricoperto di incisioni: linee, cerchi, forme che sembravano quasi… disegnate.

Si fece coraggio e avanzò: alla fine del cunicolo trovò una piccola stanza circolare con una nicchia ricavata nella parete di fondo dove, su un piedistallo di pietra, c’era un oggetto che non avrebbe mai immaginato. Una sfera metallica, perfetta, lucente. Non più grande di una biglia. Non era certo un reperto medievale! Era identica alla sfera di una penna a sfera moderna. Elisa si avvicinò, incredula. «Impossibile…»

Quando la sfiorò, la stanza si illuminò di un bagliore improvviso. Le incisioni sulle pareti iniziarono a muoversi, come linee tracciate da una mano invisibile. Una voce, calma e antica, risuonò nella sala: «Le idee non muoiono. Aspettano.» Elisa fece un passo indietro, il cuore in gola. La luce si spense. La stanza tornò silenziosa. La sfera era scomparsa.

Sul piedistallo, al suo posto, c’era un oggetto nuovo: una penna. Una penna che non aveva mai visto prima. La penna misteriosa tremava leggermente tra le dita di Elisa, come se contenesse un’energia trattenuta a fatica. La stanza era tornata silenziosa, ma l’eco della voce antica sembrava ancora vibrare nell’aria.

Elisa inspirò profondamente. Non era il tipo da lasciarsi suggestionare. Eppure… qualcosa non tornava. Mentre osservava la penna, notò un piccolo rotolo di pergamena incastrato in una fessura della nicchia. Lo estrasse con delicatezza: era incredibilmente fragile, ma l’inchiostro era ancora leggibile. C’era un nome: un nome che la fece gelare.

A Marcel, perché ciò che hai iniziato non si perda.” Firmato: Liora.

Elisa sussurrò: «Marcel… Bich?» Era impossibile. Eppure, la grafia era identica a quella dei documenti che aveva studiato negli archivi della chiesa di Saint-Vincent.

Sotto la dedica, c’era un simbolo: un albero genealogico stilizzato. E un ramo, l’ultimo, portava un nome che Elisa conosceva fin troppo bene: Ronc.

Il cuore le martellava nel petto. La sua famiglia non aveva mai parlato di antenati illustri. Suo nonno era un falegname, sua nonna una maestra e nessuno aveva mai accennato a un legame con i Bich. Eppure, la pergamena raccontava un’altra storia.

Secondo il documento, Marcel aveva avuto una figlia segreta, nata dopo gli eventi del castello. Una bambina che aveva ereditato non la magia della Sfera, ma qualcosa di più sottile: una sensibilità particolare verso le idee, un’intuizione creativa fuori dal comune.

Quella bambina era stata affidata a una famiglia di fiducia. Il cognome era cambiato nel tempo. Ma la linea di sangue era rimasta. Elisa si lasciò cadere su una pietra, incredula. «Sono… una discendente di Marcel Bich… non ci posso credere!»

La penna nella sua mano brillò per un istante, come se avesse riconosciuto la verità. All’improvviso, le incisioni sulle pareti si illuminarono di nuovo: linee e cerchi si intrecciarono, formando un disegno che Elisa non aveva mai visto: una mappa. Una mappa del castello.

Ma non del castello com’era oggi. Del castello com’era prima! C’erano stanze che non esistevano più. Corridoi murati. E al centro, un simbolo nuovo: il quarto cerchio.

La voce tornò, più chiara di prima: «Il sangue delle idee ritorna sempre al suo inizio.»

Elisa strinse la penna. Non era un semplice oggetto. Era una chiave. Una chiave che solo lei poteva usare. La mappa proiettata sulle pareti mostrò un punto preciso: una sezione del castello che oggi era considerata inaccessibile. Ma secondo la mappa… non lo era affatto!

Elisa si alzò, il cuore pieno di un misto di paura ed eccitazione. La penna pulsava nella sua mano, come se volesse guidarla. Fece un passo verso l’uscita della stanza. Poi un altro. E proprio mentre varcava la soglia, la luce si spense di colpo. La penna smise di brillare e un rumore profondo, come di pietre che scorrono, risuonò dietro di lei. La porta segreta si era chiusa, ma si accorse di non essere sola.

Una figura si stagliava nel buio del corridoio; una voce, bassa e incredula, sussurrò: «Non pensavo che qualcuno della tua famiglia sarebbe tornato!».

Il corridoio era immerso in un buio denso, quasi liquido. Elisa trattenne il respiro, stringendo la penna misteriosa come se potesse proteggerla. La figura davanti a lei fece un passo avanti. La torcia illuminò un volto segnato dal tempo, ma non consumato. Occhi scuri, profondi, intelligenti. Un uomo vestito con abiti fuori dal tempo: giacca di lana pesante, camicia bianca, un taglio elegante ma antiquato.

Elisa sussurrò: «Chi… chi sei?» L’uomo la guardò come si guarda un ricordo che prende vita. «Mi chiamo Marcel… Marcel Bich.»                                                                           

Elisa non riusciva a smettere di tremare: «Non è possibile. Marcel Bich è morto più di cinquant’anni fa.» L’uomo sorrise con una tristezza gentile. «Lo so. Eppure sono qui.»

Marcel avanzò lentamente, come se temesse di spaventarla. «La Sfera non è mai stata solo un oggetto. È un ponte: un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Quando l’ho toccata, anni fa, ho ricevuto un dono… e un prezzo.»

Elisa deglutì. «Un prezzo?» «Una parte di me è rimasta legata al castello. Non un fantasma, non un ricordo. Qualcosa di… sospeso. Una versione di me che non ha mai lasciato Ussel

Elisa sentì un brivido correre lungo la schiena. «E perché ora? Perché mostrarti proprio a me?» Marcel la fissò con una dolcezza che non si aspettava. «Perché sei sangue del mio sangue. E perché la Sfera ti ha scelto.»

Elisa si avvicinò, incredula. «Io quindi… sono una tua discendente.» «Lo so.» Marcel sorrise. «Hai i miei occhi quando cerchi una risposta.»

La penna nella mano di Elisa iniziò a vibrare, come se reagisse alla presenza dell’uomo. Marcel la guardò con attenzione. «Quella non è una penna qualunque. È un frammento della Sfera, trasformato in ciò che conosci meglio. Uno strumento per creare. Ma anche una chiave.»

«Una chiave per cosa?»

Marcel indicò il fondo del corridoio, dove le pietre sembravano tremare leggermente. «Per aprire ciò che io non sono mai riuscito ad aprire. Le idee passano da una generazione all’altra. Tu sei qui perché ciò che ho iniziato non è finito. E perché la Sfera ha ancora qualcosa da dire.»

Elisa sollevò la penna. La punta emise un bagliore tenue, come una stella che si risveglia. Marcel fece un passo indietro. La sua figura iniziò a tremolare, come un’immagine riflessa nell’acqua. «Non posso seguirti oltre» disse con voce sempre più distante. «Il ponte non regge più.»

«Aspetta!» gridò Elisa, tendendo una mano. Marcel la guardò un’ultima volta. «Ricorda: la magia non è nella Sfera. È in chi la usa.» Poi svanì. Non con un lampo, non con un rumore. Semplicemente… non c’era più.

Elisa rimase sola nel corridoio, la penna che brillava nella sua mano e la parete della nicchia che iniziava lentamente ad aprirsi. Un soffio d’aria uscì dalla fessura. Freddo. Antico. E qualcosa, dall’altra parte, si mosse.

La parete si aprì lentamente, rivelando una stanza che sembrava fuori dal tempo. Non c’erano torce, né finestre, eppure una luce soffusa illuminava ogni cosa come un’alba eterna. Elisa avanzò con cautela. La penna nella sua mano brillava di un bagliore tenue, quasi affettuoso. Al centro della stanza c’era un altare di pietra. Sopra, un oggetto che non si aspettava. Non una sfera. Non un libro. Non un manufatto antico. Ma una penna a sfera, identica a quelle moderne, eppure… diversa. Più elegante. Più semplice. Più perfetta, quasi fosse forgiata nell’acciaio. Accanto, inciso nella pietra, un messaggio in una grafia che Elisa riconobbe immediatamente.

“La Sfera non crea. La Sfera ricorda. E ciò che ricorda, lo affida a chi può portarlo avanti!”. Elisa sentì un brivido. Era la grafia di Marcel. Ma non era un messaggio del passato. Era nuovo. Inciso da poco.

La voce che aveva sentito nelle altre stanze tornò, più chiara che mai. «La Sfera non sceglie i più forti. Sceglie i continuatori.» Elisa comprese.

La Sfera non era un potere da usare: era una memoria vivente, capace di conservare le idee più pure e di restituirle quando il mondo era pronto a riceverle.

Marcel non aveva creato la penna a sfera grazie alla magia. La Sfera gli aveva mostrato un’idea che già esisteva, un’intuizione che aspettava solo la mente giusta per essere compresa. E ora, la Sfera aveva scelto Elisa.

Non per inventare qualcosa di nuovo. Ma per proteggere ciò che era stato creato. Per custodire il legame tra passato e futuro. Per assicurarsi che le idee non si perdessero mai più.

«Non devo creare. Devo ricordare e fare in modo che nessuno dimentichi!»

La stanza tremò leggermente, come se il castello approvasse. Poi la porta alle sue spalle si richiuse, lasciandola sola con la sua nuova missione.

Il cerchio era chiuso. Ma la storia delle idee, quella, non si sarebbe mai fermata.

Stella

Il destino di Ophelia. Fragilità apparente.

Potreste restare stupiti dall’argomento di questo articolo, ma è da mesi che lo sto maturando; da quando è uscito il brano The fate of Ophelia di Taylor Swift. Un brano che mi è entrato subito in testa il cui video comincia proprio rievocando il famoso quadro di Millais: la diafana principessa Ophelia mentre si lascia annegare avvolta in un candido abito da sposa ricoperto di fiori. Un matrimonio mancato, un amore rinnegato, una speranza di felicità drasticamente tradita. Ma è tutto qui?

E così mi è sorto il desiderio di riprendere questo meraviglioso personaggio il cui carattere e il cui destino (appunto) diviso tra fragilità e forza, ha davvero segnato un’epoca e il suo intrinseco messaggio, di fatto, si rivela ancora attuale.

Tra le pieghe più fragili e luminose del teatro shakespeariano, #Ophelia continua a brillare come un enigma. Non è soltanto la giovane innamorata di Amleto, né la vittima silenziosa di una corte che divora i suoi figli: è un personaggio che vive nel confine sottile tra innocenza e consapevolezza, tra obbedienza e desiderio, tra realtà e follia.

La sua immagine – sospesa tra innocenza, dolore e follia – ha attraversato i secoli trasformandosi in un simbolo universale di fragilità poetica.

Ophelia è la figura che Shakespeare lascia parlare attraverso i vuoti, gli sguardi, i fiori. Ogni suo gesto è un simbolo, ogni parola un presagio. La sua dolcezza non è debolezza: è resistenza poetica in un mondo che non le concede spazio. E quando la sua mente si incrina, non è un cedimento, ma un grido che nessuno vuole ascoltare.

La sua follia è un linguaggio alternativo, un codice segreto che smaschera l’ipocrisia della corte danese. I fiori che distribuisce non sono ornamenti, ma accuse. Le sue canzoni non sono deliri, ma verità che solo chi è ai margini può permettersi di dire.

E poi c’è l’acqua. L’acqua che la accoglie, la avvolge, la trasforma in icona. Ophelia non scompare: si tramuta in immagine eterna, sospesa tra vita e morte, tra arte e mito. Da Millais ai poeti romantici, da psicoanalisti a registi e cantanti contemporanei (vedi appunto il successo planetario di Taylor Swift!), tutti hanno cercato di interpretarla, di salvarla, di reinventarla.

Ecco, è appunto il celebre dipinto di John Everett Millais, realizzato tra il 1851 e il 1852, oggi conservato alla Tate Britain di Londra, uno dei capolavori assoluti del movimento preraffaellita.

Millais raffigura Ophelia nel momento della morte, galleggiante nel ruscello con le braccia aperte e circondata da una natura minuziosamente descritta. La scena, resa con un realismo quasi botanico, unisce simbolismo e poesia visiva: ogni fiore ha un significato, ogni dettaglio contribuisce a raccontare la sua storia.

Il dipinto è diventato così iconico che ha influenzato non solo pittori, ma anche poeti e artisti di epoche successive. La stessa Treccani ricorda come elementi quali il fiume, il giglio e la veste bianca fossero già centrali nell’iconografia ottocentesca di Ophelia, affascinando generazioni di artisti romantici. Piccolo cameo “gossip”: chi fu la musa o la modella su cui si basò la realizzazione di questo quadro straordinario?

Si tratta di Elisabeth Siddal, detta anche Lizzy o Lizzie: una ragazza dalla bellezza spiazzante e controversa, dalla carnagione molto chiara, i lineamenti scarni, i capelli rossi come di volpe e un’altezza non comune all’epoca. Poetessa e anch’essa pittrice, Lizzie aveva sposato un altro noto artista preraffaellita: Dante Gabriel Rossetti, amico di Millais. Si narra che la giovane Lizzie fu costretta a posare per ore seminuda in una vasca da bagno e, alla fine, si ammalò pure! Ma la sua Ophelia è decisamente entrata nell’immaginario universale.

Nell’Ottocento, la figura di Ophelia diventa un emblema della sensibilità romantica: la donna vittima di passioni troppo grandi, la purezza distrutta da un mondo crudele, la follia come linguaggio alternativo e rivelatore.

Poeti come Arthur Rimbaud le dedicano versi memorabili, contribuendo a fissare nell’immaginario collettivo la sua immagine eterea e tragica

Ma forse Ophelia non vuole essere salvata: vuole essere compresa.

Rileggere Ophelia oggi significa interrogarsi sul silenzio delle donne, sulla fragilità come forma di forza, sulla poesia che nasce dal dolore. È un invito a guardare oltre la superficie, a scoprire la potenza nascosta nei personaggi che la storia ha relegato ai margini.

La forza dell’immagine di Ofelia sta nella sua ambiguità: è vittima e ribelle, innocente e consapevole, reale e simbolica. L’acqua che la avvolge è al tempo stesso luogo di morte e di metamorfosi. Ed è proprio su questa metamorfosi che si incardina il senso del brano di Taylor Swift: salvarsi da un tragico destino e rinascere più forte di prima.

Ophelia non è un’ombra. È un riflesso. E come ogni riflesso, ci costringe a guardarci dentro.

Stella

Ayla e il Drac: il respiro dell’inverno

Il vento scendeva dal Monte Bianco come un respiro antico, sollevando vortici di neve che danzavano tra i larici. L’inverno aveva avvolto la Valle d’Aosta in un silenzio quasi sacro, rotto solo dal crepitio del ghiaccio che si spaccava lungo i pendii. Nella piccola valle di Veny, l’inverno non era solo una stagione: era un guardiano silenzioso, un’entità che osservava ogni passo.

Ayla, giovane apprendista dei Guardiani delle Alpi, avanzava con il mantello stretto attorno alle spalle. Da giorni seguiva una traccia che solo lei riusciva a vedere: una scia di luce azzurra che serpeggiava sulla neve, lasciata da qualcosa che non apparteneva al mondo degli uomini.

La traccia la condusse fino al Lago del Miage, completamente ghiacciato. Sotto la superficie, Ayla percepì un movimento lento, come un’ombra che nuotava tra le crepe del ghiaccio. Un Drac, spirito d’acqua delle leggende valdostane, emerse con occhi liquidi e antichi. Non era ostile: sembrava inquieto, come se qualcosa avesse turbato il suo dominio.

«Il fuoco si è risvegliato» mormorò la creatura, con una voce che sembrava provenire da profondità glaciali. «E con esso, ciò che dormiva sotto le montagne.»

Le leggende dicevano che sotto quell’antico ghiacciaio dormisse la Fiamma di pietra, un frammento di fuoco primordiale capace di sciogliere anche il gelo eterno. Ma qualcuno — o qualcosa — lo aveva risvegliato.

Dalla neve presero forma piccole figure bianche, con piedi enormi e barbe ghiacciate: erano folletti, spiriti benevoli della montagna, che osservavano Ayla con curiosità. Uno di loro si avvicinò saltellando. «Guardiana, il gelo non è più nostro alleato. Qualcosa lo sta corrompendo.»

Ayla si avvicinò con fatica al vecchio ingresso di una grotta sul fronte dell’enorme ghiacciaio che si gettava nel lago, avanzando nella spessa coltre di neve, mentre la bufera le sferzava il volto.

Entrò. Il silenzio era così profondo da sembrare vivo. Poi, improvvisamente, un bagliore: una creatura emerse dall’oscurità: un lupo interamente fatto di ghiaccio, con occhi che bruciavano come stelle fredde. Non ringhiava. Non avanzava. La osservava.

Ayla sollevò il bastone magico regalatole dalla nonna, la saggia Mayra: un bastone del suo popolo, ricoperto da antiche rune il cui significato si perdeva nella notte dei tempi. «Non sono tua nemica» sussurrò. «Voglio solo riportare equilibrio.»

Il lupo inclinò la testa, e la scia luminosa che aveva seguito si intensificò. La condusse in una sala naturale, dove la Fiamma di pietra fluttuava sospesa sopra un altare di cristallo. Un’ombra scura, simile a fumo congelato, cercava di avvolgerla.

Ayla capì. Il lupo non era un guardiano del ghiaccio, ma del fuoco. E l’ombra era ciò che restava di un temibile Dzaleun, spirito del vento ghiacciato, deciso a spegnere ogni calore nel mondo.

Con un gesto deciso, piantò il bastone nel terreno. Le rune che componevano l’antico incantesimo si accesero, irradiando una luce calda che si diffuse nella caverna. Il lupo ululò: un suono cristallino che riecheggiò nel ventre del ghiacciaio e frantumò l’ombra dello Dzaleun in mille schegge di vetro scuro. I folletti, accorsi silenziosamente, si disposero in cerchio. Il Drac, richiamato dal potere della Fiamma, apparve in un turbine d’acqua gelata. Tutte le creature della valle si erano unite.

La Fiamma di pietra si quietò. L’inverno, fuori, sembrò respirare più dolcemente.

Ayla uscì dalla grotta mentre il sole tramontava dietro le cime innevate. Il lupo la seguì fino all’ingresso, poi si dissolse in una pioggia di cristalli.

Lei sorrise: la Valle era salva, almeno per quell’inverno.

Natale, tempo di fiabe, magia e … castelli!

Il Natale non è soltanto una festa: è un incanto che si rinnova ogni anno, un momento sospeso in cui la realtà sembra tingersi di meraviglia. Le strade si illuminano di luci dorate, il caldo profumo di biscotti riempie le case, e i cuori si aprono alla speranza.

È il tempo delle fiabe, quando i bambini attendono con occhi sognanti l’arrivo di Babbo Natale e gli adulti riscoprono la gioia di credere ancora nei piccoli miracoli. Ogni gesto diventa simbolo: un dono sotto l’albero, una candela accesa, una storia raccontata davanti al camino.

Il Natale ci invita a fermarci e ad ascoltare: le voci della tradizione, i ricordi che tornano, le promesse di un futuro più luminoso. È un tempo che ci ricorda che la vera magia non sta nei regali, ma nella capacità di condividere amore, calore e gentilezza.

Il Natale ci invita a fermarci e ad ascoltare: le voci della tradizione, i ricordi che tornano, le promesse di un futuro più luminoso. È un tempo che ci ricorda che la vera magia non sta nei regali, ma nella capacità di condividere amore, calore e gentilezza.

Come nelle fiabe, tutto sembra possibile: la neve che cade silenziosa diventa un tappeto di sogni, le stelle brillano come segreti da custodire, e ogni sorriso è una porta che si apre verso un mondo migliore.

E un libro di fiabe è uno dei regali più magici che si possano consigliare a Natale: un dono che porta con sé storie senza tempo, atmosfere incantate e la possibilità di condividere momenti di lettura in famiglia. Significa donare un mondo di sogni e avventure che non finiscono mai, oppure, come nel caso di questo libro, che possono essere ritrovati nella realtà!

Castelli da fiaba in Valle d’Aosta ta realtà e fantasia“, scritto da Stella Bertarione, può essere un ottimo modo per donare la Valle d’Aosta e i suoi castelli densi di storia e suggestioni. Ogni storia racchiude un castello (che esiste davvero!) e ogni racconto porta con sé un pezzo di territorio ammantato di magia. Montagne, boschi, villaggi, leggende, tradizioni … tutto si mescola per narrare una terra incantata dove sognare a occhi aperti.

Uscito a luglio 2024, questo volume si può acquistare solo nelle librerie e cartolibrerie della Valle d’Aosta; non si trova online, ma chi è interessato può contattare direttamente l’autrice attraverso questo blog.

Il Natale è, in fondo, la fiaba più bella che possiamo vivere insieme.

Stella

Goth-tale di Halloween. L’oscuro signore di Montmayeur

Ed eccoci ad #Halloween, una “festa” che personalmente non amavo e non “praticavo” fino a quando non sono diventata mamma! Così, oggi 31 ottobre, tra zucche, fantasmi, ragnatele e pipistrelli, con 2 streghette eccitatissime che si preparano a fare #trickortreat, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Dai fiabeschi scenari dei Castelli da fiaba protagonisti del mio libro estivo, al più cupo profilo di un maniero diroccato a guardia della Valgrisenche.

Sarà un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

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La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata mimetizzata nel bosco,  in cima a uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

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OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

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E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

Ad alta felicità

“Ehi! Ma ti sei addormentata?! Guarda che la sbarra si è alzata!”. La voce squillante di Chiara la destò dal torpore. “Oh sì certo… mannaggia!”. Ludy fece per partire ma una strana sensazione di agitazione fece spegnere la macchina; naturalmente gli impietosi clacson alle sue spalle non tardarono a farsi sentire.

“E che diamine! Un po’ di pazienza, no?” sbottò Ludy agitando la mano dal finestrino. “Tutti assi del volante, vero?!” rincarò la dose spazientita.

Seduta accanto a lei Chiara esplose in una risata divertita: “Dai Ludy, è normale. A me succede quasi a ogni semaforo… Cosa vuoi, ormai la gente non ha più pazienza, vanno sempre tutti di fretta. La vita, soprattutto qui in città, è così. Anzi, forse non è il momento adatto ma… sai che siamo in ritardo, vero?”.

“Ritardo, ritardo… non ne posso più, sai? Cioè, mi sembra quasi un controsenso che si vada a yoga per imparare a rilassarsi, a ritrovare se stessi, mentre poi ogni giorno sembra che facciamo di tutto per agitarci e innervosirci! Ad esempio: adesso siamo in ritardo per lo yoga, ma ci arriverò con un diavolo per capello e, quando uscirò, mi imbottiglierò nel traffico del centro per tornare a casa e quei pochi benefici svaniranno all’istante. Bel modo per buttare via tempo e soldi. E poi lo sai che non mi è mai piaciuto guidare…!”.

“Ok, ok… cosa c’è oggi Ludy? Qualcosa ti preoccupa?” si informò Chiara, sua amica dai tempi delle medie. 

“Tutto e niente. Sì, insomma, sono mesi che non mi riconosco più, che sono stanca di questa routine e che…  non so, vorrei cambiare aria per un po’!”.

“È per questo che ti sei incantata prima davanti al passaggio a livello? E dove vorresti andare?”. Come sempre Chiara aveva colpito nel segno.

Ludy fissava la strada davanti a sé: le luci delle auto e delle insegne si riflettevano sull’asfalto bagnato in quel grigio pomeriggio di fine settembre. Non sopportava più quei piatti orizzonti cittadini fatti di semafori e condomini; non si sentiva più adatta a quel tipo di vita. Avrebbe voluto partire, sì, ma non sapeva con esattezza né quando, né come, né con quale destinazione.

“Non lo so in realtà. Non è tanto importante la destinazione quanto il viaggio stesso. Ne sento il bisogno. Ho voglia di scoprire nuove realtà, di vivere nuove situazioni e conoscere nuove persone. Ci penso spesso ma vorrei essere dappertutto”, sorrise divertita. “Vorrei esplorare l’Italia dalle Alpi all’Etna, magari camminando lungo la Via Francigena fino a Roma e poi, da lì, prendere l’antica Via Appia e arrivare fino a Brindisi… vorrei sondare la magica terra degli Etruschi, dalla Toscana all’Umbria fino alle sponde del Tevere, lì dove incontrarono e si scontrarono coi Latini, alle origini di Roma! Oppure vorrei percorrere l’intero Stivale stando lungo costa, da Ventimiglia accarezzerei il Tirreno fino giù allo stretto di Messina per poi risalire in Calabria, in Basilicata, e poi tutta la Puglia dal Salento al Tavoliere sulle orme del grande Federico II e proseguire lungo l’Adriatico: l’Abruzzo, le Marche, l’Emilia-Romagna, il Veneto, fino al Friuli Venezia Giulia. Ce ne sono di posti, cara mia… viviamo in un Paese meraviglioso, un museo a cielo aperto che non finisce mai di stupirti!”.

“Tutto a piedi?!”, l’interruppe Chiara, “dovresti avere anni a disposizione! Qualcosa di più realistico?”. “Oh Chiara! Ma è realistico… sai che sarei capace di farlo, se non fosse per la paura di lanciarmi, i dubbi, l’occasione che manca e… beh, le finanze!”.

“Senti”, incalzò Chiara, “perché non te lo dai come obiettivo? Un lavoro ce l’hai e puoi mettere da parte i soldi per farlo un pezzo alla volta quando sei in ferie. Anzi, perché non ti iscrivi in qualche gruppo o associazione culturale che organizza questo genere di attività?”.

“Sì, certo… come sempre hai ragione. Ci penserò, dai! Dovessi dirti la verità fino in fondo il mio sogno sarebbe quello di fare la travelblogger!! Sì, vorrei unire la passione per l’archeologia a quella per i viaggi e raccontare i miei viaggi alla scoperta del mondo antico. Ecco: In viaggio con Ludy sulle tracce del passato! Eh, che ne pensi?”.

“Sarebbe bellissimo Ludy! Tutto sta a trovare il coraggio e cominciare a partire!”.

“Già… trovare il coraggio…” sospirò Ludy guardando l’ennesimo treno sfrecciare in lontananza.

Quanto le piacevano i treni: l’avevano sempre affascinata fin da piccola! Ricordava perfettamente quanto fosse eccitante cercare il binario, salire sulle carrozze, trovare il posto rigorosamente vicino al finestrino e osservare lo scorrere del paesaggio mentre con la coda dell’occhio potevi spiare gli altri passeggeri origliandone i discorsi. Una sensazione di benessere che le era sempre rimasta.

Anche da studentessa adorava i lunghi viaggi che da casa la portavano nella città in cui aveva scelto di frequentare l’università: quelle 8 ore di viaggio erano un toccasana. Inoltre accadeva sempre una strana magia: durante il tragitto le sembrava di cambiare, nel senso che la Ludy della partenza non era la stessa Ludy dell’arrivo, quasi che si mimetizzasse col progressivo mutare del paesaggio, dei luoghi e dell’accento delle persone.

Aveva nostalgia della vita universitaria, dei soggiorni all’estero, delle campagne di scavo… sì perché lei era un’archeologa! Quello aveva sempre voluto fare, sin da bambina. Anche in questo caso, era stato un viaggio ad aver scatenato questa passione. Inaspettatamente si era trovata in un posto dove tutto le sembrava noto e famigliare, anche se era la prima volta che ci metteva piede. E quei resti imponenti, quelle pietre millenarie… tutto le parlava e la chiamava a sé: una specie di vocazione cui non voleva sottrarsi! E infatti non lo aveva fatto, anzi! Studiare archeologia era ogni volta come un viaggio meraviglioso, nello spazio e nel tempo.

Ludovica Mastrangeli, per gli amici Ludy. Un curriculum di tutto rispetto: sempre la prima della classe. Una vita di sincera passione per lo studio, per l’arte e per i viaggi naturalmente! La madre l’aveva più volte redarguita: “Ludovica, tu hai tante capacità: studia qualcosa che ti dia un lavoro sicuro e ben retribuito. Lascia perdere i sogni che non danno da mangiare. Sai quanti sacrifici facciamo tuo padre e io per farti studiare. Pensaci!”.

E lei si era sempre comportata da figlia modello, ma all’archeologia no, non era disposta a rinunciare. Così, nonostante le perplessità materne, ma con la discreta complicità del padre, suo alleato da sempre, aveva scelto quel percorso. I risultati non tardarono ad arrivare e lei si fece subito notare tra compagni e docenti.

Giunse la laurea, seguita da una specializzazione. Sempre lavorando per mantenersi, naturalmente. Fino a che si trovò da sola; i suoi genitori erano volati in cielo e lei, figlia unica, doveva badare a se stessa. Per un paio d’anni era riuscita a sbarcare il lunario lavorando a progetto, oppure nelle cooperative di scavi archeologici, ma era dura e la paga bassa.

“Niente, non ci sto dentro Chiara. Devo per forza cercare qualcos’altro…” disse un giorno alla fidata Chiara davanti a un cappuccino. “Ho provato anche ad arrotondare con le ripetizioni di greco e latino ma faccio fatica a incastrarle col lavoro in cantiere. Certo, dico ai ragazzi di venire nel week-end ma… non ho più una vita mia, Chiara! Sono stanca… e mi sento sola!”. Così le confidò un pomeriggio, lasciando finalmente che la sua corazza si sgretolasse e riuscendo a buttar fuori tutta la delusione che aveva dentro.

“Forza Ludy! Sei una ragazza sveglia! Lascia perdere le albe gelide con le ginocchia nel fango, dai! Ti aiuto io: domani vengo da te, mi prepari quelle tue super lasagne e ci mettiamo insieme a cercare le offerte di lavoro!”.

E così fecero. “Ma Chiara… cercano solo impiegate, segretarie e ragioniere! Non è il mio mestiere… e poi mi annoierei a morte!”. “Dai Ludy, non abbatterti! Magari poi ti piace, ti convince… non partire prevenuta! In più parli correntemente tre lingue e non è da tutti!”.

Iniziò così il valzer dei colloqui: a molti Ludy piaceva, ma era lei a non essere convinta. Prendeva tempo con la scusa di riflettere, ma la realtà era che non ne voleva sapere. Le finanze iniziavano a scarseggiare e così decise che si sarebbe presentata per un posto di addetta alla reception in un hotel del centro dove la sua padronanza linguistica, il buon livello culturale e i bei modi erano perfetti per stare a contatto col pubblico.

Tutto pareva andare per il meglio: l’ambiente era piacevole e raffinato, le colleghe simpatiche e il direttore molto gentile. Oltretutto interessato al suo percorso di studi tanto che le chiese di aiutarlo a comporre delle proposte di scoperta della città e dei dintorni. La sua conoscenza delle lingue, poi, si rivelò imprescindibile.

Trascorsero sei mesi e Ludy si sentiva a suo agio. Era benvoluta e stimata. Però invidiava quei clienti che arrivavano da lontano; avrebbe voluto essere come loro: libera e in viaggio! Nel tragitto che quotidianamente faceva da casa all’hotel, passava davanti alla stazione e immancabilmente affioravano i ricordi. Quella stazione l’aveva vista bambina, ragazza, studentessa… Quei binari avevano accompagnato le sue scoperte, i suoi studi; perfino i primi amori erano nati lì!

Ogni volta rallentava davanti alla stazione, come se una forza misteriosa la chiamasse attirandola a sé. Se avesse seguito l’istinto, sarebbe senz’altro partita ma non era da lei. La sindrome della figlia modello e della studentessa inappuntabile le impedivano di compiere simili colpi di testa. Non poteva certo lasciare il lavoro così, su due piedi! Non poteva certo deludere il direttore o i colleghi… no, no! Sarebbe arrivata un’occasione, prima o poi. Prima o poi, forse, si sarebbe sentita di nuovo felice.

Felice come in quella campagna di scavo in Sicilia, o come quella in Tunisia; felice come durante il soggiorno di studi in Grecia, o come per la sua prima pubblicazione scientifica.

“Beh, adesso basta col passato!”, si disse, “Basta nostalgie: si guarda avanti! Io sono Ludovica Mastrangeli e devo sempre dare il meglio di me!”.

“Mi scusi, sto cercando piazza Leoni… mi può aiutare per favore?”. Ludy si girò di scatto; per l’ennesima volta si era imbambolata perdendosi nei suoi pensieri e chissà quante volte il semaforo era diventato verde, giallo e rosso! Meno male che non era al volante!

“Oh, sì certo… piazza Leoni dice? Sì, allora: 200 metri dritto poi gira a destra e… ma anch’io sto andando lì, se vuole venga con me!”. “Oh grazie, molto gentile. Mi chiamo Antoine, arrivo da Lione.  “Ma che meraviglia!”, lo interruppe subito Ludy come se si fosse improvvisamente svegliata, “quindi sei francese? Io adoro la Francia! La conosco molto bene”, cinguettò in un fluente francese che non usava da tempo. “Complimenti! Vorrei parlare io l’italiano così!”, si complimentò Antoine.

E tra una chiacchiera e l’altra, Ludy e Antoine raggiunsero piazza Leoni. “Eccoci…”, disse Ludy con malcelato disappunto per non volersi separare da questo ragazzo così interessante. “Certo, è proprio questo il mio hotel” le fece eco Antoine indicandole l’albergo. Ludy restò senza parole: Antoine soggiornava proprio nel posto in cui lei lavorava! “No, non posso crederci! Sai che io lavoro qui? Sono alla reception! Sì, insomma, per qualsiasi cosa, ecco… mi trovi qui!” spiegò Ludy tra l’emozione e l’imbarazzo del dover reprimere l’agitazione. Si sentiva quasi sciocca, una bambina davanti al regalo che aspettava da tanto.

“Mais c’est fantastique! Allora potrai farmi da guida per scoprire la tua meravigliosa città!”.

Antoine avrebbe dovuto fermarsi solo un week-end, ma da tre i giorni divennero sette, e poi addirittura dieci! Per fortuna era bassa stagione e non c’erano problemi con le camere.

Quella che era nata come un’istintiva simpatia reciproca, sembrava trasformarsi in qualcosa di più. Ogni occasione era perfetta per raccontarsi e confidarsi. Antoine aveva un paio d’anni in meno di Ludy; era laureato in storia dell’arte, lavorava in una galleria di Lione, ma aveva voluto intraprendere questo tour culturale dell’Italia sulle orme di Goethe e nel ricordo di sua nonna Amélie. “Adoravo mia nonna: lei aveva origini siciliane, sai? L’anno scorso è mancata e mi ha lasciato un’inaspettata eredità. Così, visto che la galleria ha temporaneamente chiuso, ho deciso di regalarmi questa avventura. Ed è bellissimo!”.

“Caspita, e dove sei stato finora?” gli chiese curiosa.

“Guarda, mosso dalla voglia di Sud ho fatto una prima tratta in treno da Lione ad Avignone; poi ho esplorato quelle splendide regioni spostandomi con gli autobus, in bicicletta o a piedi. Ho una passione per quei posti! Poi mi sono spostato su Nîmes e giù nella selvaggia Camargue. Infine ho raggiunto il confine a Ventimiglia: da lì sono salito alla volta della Valle delle Meraviglie lungo la storica Via del Sale. Guarda, il borgo di Saorge, una scoperta! Poi la Valle delle Meraviglie e…

“Oh sì, la conosco sai? Ho fatto dei trekking meravigliosi in quelle vallate dall’atmosfera lunare… le incisioni sono incredibili!” lo interruppe Ludy.

“Già… una vera magia! E poi dal colle di Tenda sono sceso in Italia ed eccomi qui!”.

I punti in comune tra i due erano infiniti e il fatto che Antoine dovesse partire lasciava Ludy in un profondo sconforto. Non gli aveva confessato nulla dei sentimenti che provava: temeva troppo una reazione contraria. Piuttosto avrebbe vissuto nel sogno di un sentimento bruciante ma impossibile. Sentiva, però, che difficilmente avrebbe incontrato un altro come lui.

E fu così che giunse il giorno della partenza. Antoine, visibilmente giù di morale, rifiutò la colazione e si diresse alla reception per saldare il conto. Ludy condivideva il suo stato d’animo e le colleghe avevano perfettamente capito la ragione.

“Bene, Ludovica, il mio viaggio mi chiama! Sono stato benissimo qui, grazie a te…” le sussurrò Antoine fissandola negli occhi. Era chiaro che entrambi avrebbero voluto abbracciarsi, baciarsi e scappare via insieme. Ma non fu così.

“Fai buon viaggio, Antoine. Ci sentiamo, ok? Scrivimi e, se puoi, ogni tanto mandami qualche foto, se ti va…” disse Ludy con un filo di voce.

“Oui, certainement…”. Antoine prese il suo bagaglio e uscì. La porta automatica dell’albergo si chiuse impietosa alle sue spalle. Ludy lo fissò fino a che scomparve dietro l’angolo del porticato.

Se ne stava lì, in silenzio, fingendo di controllare le prenotazioni. Ma il suo viso tradiva la tempesta che aveva dentro. Le mani tremavano leggermente e le lenti appannate degli occhiali erano il segno di un pianto difficile da contenere. Ludy guardava freneticamente l’orologio, minuto dopo minuto. Sapeva che il treno di Antoine sarebbe partito alle 10,55.

10,32; 10,38 … All’improvviso si alzò. “Scusatemi! E chiedete scusa anche al direttore!”. Prese la borsa e si lanciò fuori dalla porta correndo a perdifiato verso la stazione.

“No no, non partire, ti prego, non partire!” pensava ad alta voce divorata dall’ansia. Il cuore le batteva fino a scoppiare. Finalmente giunse in stazione: binario 2. “No! Anche il sottopassaggio!”. Ludy si lanciò giù per le scale.

10,52 “Eccomi, eccomi…dove sei?”. Ludy si guardava intorno cercando ovunque un indizio del suo Antoine.

10,53 “Oddio, ma dove sei?”. La voce metallica avvisò che il Frecciarossa stava per partire.

Ludy cominciò a correre lungo il binario gridando: “Antoine, Antoine! Dove sei?”. Ma niente.

10,55: il fischio inesorabile segnava la partenza del treno. “L’ho perso, è partito!

Arrabbiata con se stessa e dandosi dell’idiota, Ludy fissava il binario ormai vuoto. “E adesso? Cosa faccio? Non posso tornare in albergo, che figura! Cosa dico? Meglio tornare a casa, devo stare da sola e calmarmi”, si disse sconfortata.

Camminava lentamente, sospesa in una specie di bolla, come se non ci fosse nulla intorno a lei; i volti sfocati, i rumori lontani e ovattati, finché un trillo la destò. Ci mise un attimo a rendersi conto che si trattava di un messaggio. Prese il cellulare quasi controvoglia, ma… “Oh mio Dio! Non posso crederci!”.

Ludy, non ce l’ho fatta. Non potevo partire. Sono sceso alla prima fermata. Resto qui alla stazione: raggiungimi, ti prego. Vieni con me!”.

Seduta sul primo treno disponibile, Ludy guardava fuori dal finestrino: lo scorrere del paesaggio si potava via la vecchia Ludovica per lasciare spazio a una nuova Ludì (con l’accento sulla i, alla francese). Scrisse un messaggio: “Chiara, finalmente sono partita! Mi aspetta uno splendido viaggio ad alta felicità!”.

Stella Bertarione

Neve di primavera: l’Alpis Graia tra Valle d’Aosta e Savoia.

Il lungo inverno è giunto al termine… o quasi! Ai primi di maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto metri di neve.

Il 30 maggio, sempre se le condizioni meteo lo consentiranno, i mezzi italiani e francesi taglieranno nuovamente quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi, ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino allo scorcio finale dell’epoca neolitica, periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.

Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dai Romani nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo. 

E non è un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’odierna città di Szombathely (l’antica Savaria) in Ungheria, dove Martino nacque nel 316 d.C., e la francese Tours, dove riposano le sue spoglie.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria “terra di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. E’ la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, è uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro e alle tracce del più remoto passato.

Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.

E’ la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente all’Età del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.

Il cromlech è costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2  o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Il cromlech com'è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.
Il cromlech com’è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.

Nelle vicinanze venne inoltre scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda età romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona è stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichità.

Qui, soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.
Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far perdere loro la strada; questa colonna in origine doveva far parte del fanum gallo-romano, mentre ora è di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis Graia che, non a caso, proprio da lui prende il nome:

“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)

É quel limes, ossia quella linea di confine voluta dalle legioni romane, oggi invisibile ma sempre percepibile, che qui, a 2.188 metri di quota, sin dai primi transiti umani ha reso sacro il luogo del passaggio attraverso le montagne.

Pro itu et reditu …

Stella

Storie di un ponte (acquedotto) tra Valle d’Aosta, Piemonte e … Veneto!

Oggi il nostro viaggio comincia da qui, dalla Valle d’Aosta, per poi proseguire in Piemonte alla scoperta dell’antica città di #Industria, non lontano da Chivasso, nel cosiddetto “oltrePo chivassese”.

Partiremo dal noto ponte-acquedotto romano di #PontdAel, nell’omonimo villaggio lungo la strada che sale a #Cogne, per ritrovare un legame. Sì, per ritrovare le tracce di un’importante famiglia, quella degli AVILLI.

Credo che la stragrande maggioranza dei miei amici, valdostani e non, conosca Pont d’Ael alla perfezione. Da quell’estate del 2014 in cui si celebrava il Bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto in cui lo straordinario Pont d’Ael aveva guadagnato le luci della ribalta con frequentatissime e seguitissime visite guidate, oggi questo incredibile capolavoro dell’ingegneria idraulica romana è una vera “star” nella “top ten” delle destinazioni culturali regionali.

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Il ponte.acquedotto romano di Pont d’Ael (Valle d’Aosta). Foto: E. Romanzi

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea: CAIUS AVILLIUS CAIMUS.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua (lo specus); un altro sottostante, in galleria, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles.

Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante superando il turbolento torrente Grand Eyvia.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo. Un contesto naturalistico speciale, popolato da una varietà floristica notevole (ben 11 specie di rare orchidee!) e, per questo, “abitato” da oltre 96 specie diverse di farfalle. Non a caso, questa, oltre ad essere un’area archeologica, è anche una Riserva naturale protetta!

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Quel vetro vuole richiamare l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata ” a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

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Pont d’Ael. Il camminamento coperto col glassfloor (Foto: E. Romanzi)

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

CAIUS AVILLIUS CAIMUS e il suo fiuto per gli affari!

Ma dedichiamoci al nostro Avillio (ah, forse vi sarete accorti della significativa assonanza tra Avillius Caimus e il nome della località di fondovalle: AymAVILLES… no?!). Bene, cerchiamo di conoscerlo più da vicino e, con lui, partiamo alla volta di Industria, importante area archeologica nelle vicinanze dell’attuale paesino di Monteu da Po.

Sulla facciata nord del Pont d’Ael campeggia un’iscrizione (CIL, V, 6899): «IMP CÆSARE AUGUSTO XIII COS DESIG C AVILLIUS C F CAIMUS PATAVINUS PRIVATUM», che consente di datare con esattezza il monumento all’anno 3 a.C. e di attribuirlo all’azione imprenditoriale del padovano Caius Avillius Caimus, esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime, soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli.

Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale (valli di Lanzo e dell’Orco), ma soprattutto nell’antica città di Industria, dove inoltre risultano essere membri del Collegio dei Pastophori, potenti ed influenti sacerdoti del culto di Iside insieme ad appartenenti alla gens Lollia, altra famiglia di spicco della città sebbene anch’essi di origine veneta, veronese per l’esattezza.

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L’epigrafe (restaurata) sul lato nord del Pont d’Ael. Foto: E. Romanzi

Sin dal II secolo a.C., alcuni Avilli risultano operativi a Delo, isola egea frequentatissima dai massimi mercatores del tempo in quanto snodo strategico dei commerci e, soprattutto, in quanto attivissimo mercato di schiavi. In particolare ricordiamo come un certo Δέκμος Αυίλιος Μαάρκο[ς] Ρωμαĩος (Decimus Avillius Marcus, Romanus – ossia di origine romana), mercante di schiavi dedito al culto isiaco, è onorato all’interno di un presunto decreto di Melanofori, ossia un gruppo di penitenti devoti ad Iside che, completamente abbigliati di nero, celebravano le esequie funerarie in onore di Osiride.

Non dobbiamo meravigliarci di questo genere di culto egizio alle nostre latitudini. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Roma e la sua trasformazione in “provincia”, i culti locali iniziarono a dilagare nella penisola italica e a risalirla.

Iside, in particolare, la “dea dai molteplici nomi”, madre di Horus, il Sole, era venerata come protettrice dei parti, come guaritrice, come dea celeste, ma anche come una sorta di Demetra, divinità feconda della natura e delle messi. Una specie di “Madre Natura” universale; ecco, sì, una vera “dea madre” alla quale si poteva chiedere benessere e salute. Il culto inizialmente appannaggio delle classi aristocratiche, ben presto dilagò anche negli strati più umili della società proprio in virtù di questo potente messaggio di speranza.

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Iside. Da http://www.archeoroma.beniculturali.it

Iniziarono ad essere costruiti santuari a lei dedicati un pò dappertutto, dalla Campania (grazie ai porti di Neapolis e Puteoli) fino a Roma, che in poco tempo divenne un vero centro di riferimento del culto isiaco. Nel nord Italia ricordiamo qui i più importanti di Trieste, Aquileia, Verona e, appunto, nel nord-ovest, quello di Industria.

Si tratta di una sorta di città-emporio sorta a breve distanza dal punto in cui la Dora Baltea confluisce nel Po. Un porto fluviale, dunque, dove avveniva la selezione e lo smistamento delle materie prime provenienti dalla vallate alpine circostanti: pietre e metalli su tutti. La città pianificata, urbanisticamente sviluppatasi solo in età augustea (fine I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) con un impianto regolarmente scandito, era però stata già probabilmente fondata, almeno sul piano giuridico, alla fine del II secolo a.C. nel corso delle campagne militari romane nel Monferrato, nei pressi dell’insediamento celto-ligure di Bodincomagus = “mercato sul Po” (Bodinkos per i Liguri).

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Non è un caso che proprio qui importanti e ricchissime famiglie imprenditoriali (giunte dal nord-est sulla scia della progressiva romanizzazione di un nord-ovest ancora tutto da esplorare e soprattutto da sfruttare) fecero convergere i loro interessi politico-commerciali e le loro ambizioni elettorali unendo le indubbie capacità commerciali con rilevanti cariche sacerdotali; da qui a “sponsorizzare” la costruzione di un magnifico santuario a Iside e Serapide il passo fu breve.

È a partire dall’età augustea che Industria si avvia a diventare un importante centro mercantile e cultuale (con la costruzione del tempio e la sua prima fase). Mancano ad oggi studi e ricerche che identifichino nella città tracce evidenti di edifici pubblici quali mura, porte, edifici da spettacolo o terme. Attorno all’area del santuario, tuttavia, sono state individuate tre insulae abitative e, a Nord Est, l’area del foro cittadino, che però non è stato ancora oggetto di scavo archeologico.

L’elemento architettonico connotante l’area sacra e che più di altri salta immediatamente all’occhio è il grande emiciclo originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un’esedra monumentale fiancheggiata da due tempietti, e dall’altro fronteggia l’alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale.

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Da non dimenticare gli straordinari reperti bronzei ritrovati ad Industria, veri capolavori della lavorazione dei metalli, tra cui la famosa “Danzatrice”, il “toro sacro di Iside”, i numerosi sistri, lo splendido balteo con scena di battaglia (assai simile peraltro a quello esposto al MAR di Aosta) e la testa di sacerdote isiaco, tutti visibili al Museo Archeologico di Torino.

Approfittiamo di questo articolo per segnalarvi la splendida mostra in corso ai Musei Reali di Torino

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La danzatrice

il cui seducente titolo, La Scandalosa e la Magnifica, promette di offrire un viaggio appassionante in questa vasta terra di campi e d’acqua, dove l’area archeologica risalta come un gioiello esotico e particolare.

Segnalo inoltre, poco a nord dell’area santuariale antica, i resti di una chiesetta in cotto; oggi può essere scambiato come una normale cappella campestre (sebbene dalla forma originale), ma in passato era una pieve assai importante: San Giovanni Battista “de Dustria” (o “de Lustria”).

Non è difficile ritrovare in questa denominazione una chiara testimonianza dell’antico nome del luogo, sebbene in forma abbreviata. Parrocchia in epoca romanica, dopo la visita pastorale del 1584 perse tale funzione a favore della “nuova” chiesa intitolata a San Grato. Una targa apposta dal Ministero dei Beni Culturali ricorda la passata importanza di questo luogo culto posto “lungo un’antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani” e già esistente, parrebbe, sin dall’epoca del primo vescovo del Piemonte, Sant’Eusebio da Vercelli (IV secolo d.C.). E chissà se l’antica sacralità della dea Iside non arrivò a trasformarsi, opportunamente “cristianizzata”, nella misteriosa ma veneratissima “Madonna Nera” del non lontano (e sempre eusebiano) santuario piemontese di Oropa… e non solo! Ma qui si aprirebbe un altro capitolo tutto da approfondire…

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Il paese attuale di Monteu da Po (TO)

Col Medioevo, però, gli splendori di Industria ormai erano tramontati. Il centro abitato si era trasferito su un colle (forse in seguito alle tremende esondazioni del Po, in qualche modo se vogliamo favorite dal progressivo diminuire di manutenzione dopo l’età tardoantica). Nacque così Monteu da Po (e il nome ora si spiega). La piccola pieve di San Giovanni perse di importanza e vide drasticamente ridursi il suo potere accentratore, il ruolo di riferimento per la fede degli abitanti della zona. che, di fatto, si erano spostati. Venne soppiantata e definitivamente abbandonata. Ma oggi, coi suoi resti, vuole ancora raccontarci qualcosa. Vuole ricordarci di una fede antica, pagana, isiaca, ancora prima che cristiana. Vuole ricordarci di un potente santuario e di un’illustre città ora scomparsa sotto i limi e le coltivazioni.

Industria, un ricco ed operoso emporio sul Po protetto da Iside, nato dall’iniziativa di sagaci e lungimiranti imprenditori. Tra questi, gli Avilli: venuti da est, seppero individuare e mettere a frutto le risorse alpine.

Stella

“Là dove c’era l’erba…” A spasso per Aosta fino all’Area megalitica

“Là dove c’era l’erba ora c’è… una città-aaa”; credo che questo refrain vi sia noto… chi non ha mai cantato o anche solo ascoltato questo famosissimo brano del grande Adriano Celentano?

Presentato a Sanremo nel 1966, subito non riscosse grande successo, anzi, una canzone che si faceva portavoce di una problematica socio-ambientale all’epoca pareva “stonata” tra le note più famigliari tipicamente festivaliere di fiori, amori e cuori sospirosi.

E invece, il pubblico la premiò! E ancora oggi risulta quanto mai attuale, non è vero?

Ebbene, accompagnati dall’inconfondibile voce nasale del “ragazzo della via Gluck”, oggi vorrei portarvi con me in passeggiata lungo via Saint-Martin-de-Corléans, un’arteria decisamente trafficata che ai più risulta sgradita e sgradevole; insomma, mi potreste dire, ci sono così tante belle passeggiate da fare sia in città che fuori, e tu proprio qui ci vuoi portare?!

Allora, un piccolo passo indietro.

Non nego che anch’io non abbia mai visto questa strada in maniera tanto “amichevole”: marciapiedi stretti o “a macchia di leopardo”, palazzoni, rumore, auto che sfrecciano di continuo, lavori di varia natura, pochi negozi “accattivanti”… sì, ecco, non certo un luogo adatto al quieto passeggiare… Eppure…

Sarà che da quando sono uscita dall’ospedale, dopo il terribile ictus del 2018, ho percorso per oltre 2 anni questa via 2 volte a settimana per andare alla “Ex Maternità” a fare la mia buona riabilitazione.

Sarà che spesso ad accompagnarmi c’era mio suocero, l’arch. Alessandro Acerbi, classe ’41 (che ci ha lasciato nell’agosto del 2020 e che ricordo con immenso affetto), che ogni volta mi raccontava storie e aneddoti di un’Aosta che non c’è più, o che forse aspetta solo di essere ritrovata, conosciuta e raccontata.

Sarà che tutti i suoi racconti mi hanno incuriosito al punto da andare a cercare i due volumi dell’arch. Giuseppe Nebbia dedicati all’Aosta moderna e contemporanea per approfondire alcuni aspetti e verificare certi dettagli.

E infine, sarà che vorrei tanto che questa strada così ricca di testimonianze riuscisse a rivivere e a essere percorsa a piedi per accompagnare aostani e non fino a quel luogo speciale, anch’esso in buona misura incompreso e criticato sebbene ricco di storia e di opportunità; quel luogo senza tempo, oltre il tempo, in cui lo scorrere dei millenni ha cristallizzato le pieghe più intime del vivere umanol’Area Megalitica di Saint-Martin-de-Corléans.

Perciò, via, si parte! Cominciamo dall’incrocio tra via Martinet, viale Ginevra e, sulla sinistra, via SMdC (d’ora in poi la abbrevio così che mi viene più rapido… inoltre tenete conto che ormai o scrivo solo con la sinistra quindi, abbiate pazienza..). Proprio qui sorge, incombente e monumentale, Palazzo Stella, progettato dallo studio del famoso architetto milanese Giò Ponti, cui si deve anche il palazzo del Cral Cogne, nei primi anni ’50.

Esattamente di fronte l’Ospedale “Umberto Parini”, voluto dall’Ordine Mauriziano in sostituzione del precedente edificio situato in piazza Deffeyes, dove ora si eleva Palazzo regionale. Il complesso nacque su campi prima occupati, a ovest, dalla cascina Bibian, e a est dalle propaggini settentrionali dell’area cimiteriale di Santo Stefano, utilizzata fino all’attivazione del nuovo cimitero monumentale realizzato alla periferia occidentale del capoluogo, progettato dall’arch. Egisippo Devoti e inaugurato il 6 novembre 1930.

Un’area di sepoltura quella lungo viale Ginevra, un tempo evidenziata dall’oratorio goticheggiante di Saint-Jean-de-Rumeyran ( situato all’incirca dove oggi c’è la pensilina dei bus) e che, alla luce delle più recenti indagini archeologiche, affonda le sue radici assai prima del “secolo breve” o delle epoche medievali. La nota e discussa sepoltura sotto tumulo di pietre del cosiddetto “guerriero celtico” si data infatti alla Prima Età del Ferro, ma altri ritrovamenti rimanderebbero persino alla precedente Età del Rame. Tuttavia non è questa la sede per addentrarci in cantiere, anche perché saranno gli archeologi che vi lavorano a darne notizia quando lo riterranno opportuno. Lasciamo perciò momentaneamente da parte il risuonare dei carnyx celtici e torniamo tra presente e recente passato.

L’ospedale, dicevamo. Progettato nel ’39, venne inaugurato nel ’41 e terminato nel ’42. Un impianto netto, sobrio e geometrico, di puro stile razionalista, sebbene la forma quasi a spirale possa conferirgli un movimento ulteriore, per alcuni baroccheggiante, per altri quasi futurista. Orientato secondo l’asse eliotermico garantiva il massimo soleggiamento, ulteriormente amplificato dai grandi terrazzi e ben arieggiato grazie alle notevoli altezze interne. Pare che in origine vi fosse la volontà di creare non solo un semplice ospedale, ma un centro specializzato nella cura della tubercolosi.

Procediamo fino all’angolo con via Monte Solarolo dove, sul lato sud, sorge il poderoso ed elegante Palazzo Lucchini, uno dei primi condomini della città, eretto nel 1948.

Continuiamo fino alla rotonda davanti alla banca BNL; sul lato opposto della strada,al civico 72, notiamo un raffinato villino anteriore agli anni ’30 dall’entrata sottolineata da una coppia di leoni ed impreziosita da un triplice livello di portico frontale.

Ecco, d’ora in poi immaginiamo di essere nei primi anni del XX secolo arrivando al massimo agli anni ’50 quando l’originaria strada sterrata che attraversava campi, orti e giardini, venne poi trasformata in un asse stradale di moderna concezione adatto al nuovo traffico veicolare e funzionale al progressivo ed inesorabile sviluppo urbano di un’Aosta operaia e militare.

Militare, appunto. Una città ritenuta strategico baluardo al di qua delle Alpi sin da epoca romana, tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento vide ancor più enfatizzata questa sua marziale identità con la costruzione, a più riprese, delle caserme e dei quartieri annessi.

Cominciamo per correttezza e completezza dalle caserme Beltricco e Testafochi, oggi rimodellate per essere trasformate in villaggio universitario, affacciate su Piazza della Repubblica (amichevolmente nota come “Piazza della Lupa”), un tempo Piazza d’Armi del Plot, su cui svetta la Casa Littoria, terminata nel 1938.

Il nucleo primigenio è l’edificio intitolato ad Aldo Beltricco, costruito al centro dell’area militare in questione tra il 1886 ed il 1887, giocato sul contrasto, sia materico che cromatico, delle modanature in mattoni e delle larghe specchiature in intonaco.

Il complesso della Testafochi prevedeva , oltre all’edificio principale aperto sulla piazza tuttora esistente, anche due corpi laterali ( le palazzine Zerboglio e Urli) distrutte per lasciare il posto ad altrettanti edifici di gusto contemporaneo che ospiteranno le future aule ed alloggi universitari.

Tornando su via SMdC, ai civici 85-87, troviamo le caserme “Cesare Battisti”, il cui corpo principale si data al 1939. Altra emblematica testimonianza dell’anima militare di Aosta, l’Aosta che diede appunto il nome al valoroso battaglione alpino, unica Medaglia d’Oro nella Grande Guerra: ” Ca cousta l’on ca cousta, Viva l’Aousta !(Monte Solarolo, 25-27 ottobre 1918).

Sul lato opposto della via, al civico 86, si erge un’elegante palazzina a 3 piani con balconcini sfalsati e tetto a padiglione anteriore agli anni ’30.

Proseguendo, al civico 132, occhieggia tra gli alberi, isolata in un giardino come una gemma preziosa, Villa Brezzi. Progettata dalla Società Ansaldo nel 1919 e in seguito realizzata negli anni 1922-24 in concomitanza della realizzazione del Quartiere Operaio denominato poi “Cogne”, era destinata ai massimi dirigenti della Cogne Acciai Speciali. Un fabbricato allo stesso tempo elegante ed austero, mosso da avancorpi, logge e bay-window, ancora dotata di una portineria collocata all’ingresso. Venne soprannominata dagli Aostani “Villa Brezzi” dal cognome dell’allora direttore degli stabilimenti Cogne, l’ing. Brezzi. Oggi è la sede della sezione valdostana dell’ANA.

Superiamo quindi la zona delle caserme fino a raggiungere la rotonda di via Monte Grivola. Qui sorge un’altra graziosa abitazione di inizio Novecento: Villa Silva. Restaurata recentemente conserva la poesia e la leggiadria del suo aspetto originario, ulteriormente rievocato dai cantonali in bugnato a contrasto con la tonalità pastello dell’intonaco e la nitida geometria delle specchiature; bella e particolare l’apertura semicircolare della lunetta superiore.

Continuando a passeggiare arriviamo nella zona “Gagliardi” dove si trovano la “Casa Gagliardi”, palazzina d’abitazione al civico 236, a 4 piani, sempre con balconcini sfalsati con belle balaustre in ferro battuto e notevole tetto a padiglione. Poco oltre l’edificio noto come “ex clinica Gagliardi”, costruita sempre negli anni ’30 e attiva come struttura sanitaria generica sin dai primi anni ’40. Rimase in funzione, anche come succursale della Maternità (che verrà realizzata a breve distanza nei primi anni ’50) fino all’inizio degli anni ’80 quando poi chiuderà.

Giungiamo quindi all’incrocio con Viale Conte Crotti, intitolata al conte Edoardo Giovanni Crotti di Costigliole, nato in quel di Saluzzo (CN) il 21 ottobre 1799. Appartenente ad una tra le più antiche famiglie nobili della zona, secondogenito del conte Alessandro intendente generale di Nizza (dal 1819) e di Marianna de La Chavanne, savoiarda. Un viale chi si nomina spesso, ricco di attività commerciali e con negozianti ed imprenditori dal vivace spirito di iniziativa. Sicuramente una zona che meriterebbe maggiore attenzione e che potrebbe trarre giovamento,così come l’intero quartiere di SMdC, dalla presenza dell’Area Megalitica coperta più vasta d’Europa!

Inoltre forse non tutti sanno che si viale Conte Crotti prospetta un condominio progettato dall’arch. Carlo Mollino, realizzato tra 1951-53, che riprende, seppure in senso orizzontale anziché verticale, le peculiarità della “Casa del Sole” a Breuil-Cervinia.

Ma prima proviamo a conoscere più da vicino questo conte Crotti, la cui bella cappella funeraria di famiglia si erge al centro dell’antico Cimitero di Sant’Orso distinguendosi per il suo ricercato stile goticheggiante di fine Ottocento.

Avviato alla carriera militare ed entrato assai giovane nel Liceo imperiale di Genova, ne uscì sottotenente, effettivo dal 21 giugno 1815. Luogotenente dal 1819, capitano dal 1825, direttore dei cadetti all’Accademia militare di Torino, abbandonerà la carriera militare nel 1839 con il grado di maggiore. Il 28 luglio 1838 re Carlo Alberto gli aveva conferito motu proprio il titolo di conte, trasmissibile ai discendenti maschi. Acquistò dal cognato conte Passerin d’Entrèves una tenuta sul promontorio di Beauregard presso Aosta, stabilendovisi nel 1850: vi esplicherà notevoli opere caritative e s’impegnerà nella locale amministrazione rendendosi portavoce di un ambiente fortemente tradizionalista e clericale. In Aosta fondò una Société de bon secours per abolire la mendicità ed il vagabondaggio: annessa alla collegiata della città, l’opera cadrà in seguito alla soppressione di quella per le leggi ecclesiastiche piemontesi del 1854. Venne inoltre nominato direttore dell’Ospizio di Carità e ne ottenne il patrocinio di Vittorio Emanuele che nel 1857 lo insignì di medaglia d’oro (“Al conte Edoardo Crotti di Costigliole, saggio e zelante amministratore d’Istituti di beneficenza”). Affiancò quindi il vescovo Mons. A. Jourdain nell’istituzione dell’asilo Principe Amedeo ( ancora visibile il busto del conte Crotti sulla facciata della scuola dell’infanzia in via Anfiteatro, 1). A più riprese fu membro del Consiglio comunale di Aosta e nel 1857 fu eletto come deputato di Quart al Parlamento Subalpino.

S’impegnò a fondo per rappresentare alla Camera la situazione valdostana perorando la costruzione della ferrovia Ivrea-Aosta o, in alternativa, il miglioramento della strada nazionale attraverso la vallata: ne faceva dipendere la rivitalizzazione di quella economia, in specie dell’industria mineraria e dei traffici con Francia e Svizzera: ottenne il voto favorevole della Camera il 30 luglio 1870, al termine di un lungo dibattito e malgrado l’opposizione dei ministri dei Lavori pubblici e delle Finanze.

Morì adAosta il 25 settembre 1870.

Ecco dunque comparire sulla nostra destra il grande fabbricato oggi denominato “Ex Maternità”, dove i primi vagiti si son fatti sentire fino alla metà degli anni ’80, quando poi tale destinazione passò al Beauregard, nato invece originariamente come istituto geriatrico. Le forme sobrie, le grandi finestre a luci multiple e gli avancorpi dall’andamento semicircolare rimandano agli anni ’50, periodo cui risale anche il Dispensario Antitubercolare di via G. Rey.

Superate le scuole medie “E. Martinet” ecco apparire il monumentale complesso dell’ Area Megalitica, giocato su forme che vogliono staccarsi dall’ambiente circostante proprio per sottolineare la presenza di qualcosa di diverso e di molto speciale. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.

Un complesso diverso, è vero, ingombrante, è vero, strano e poco famigliare (almeno per noi e per le nostre famigliari latitudini socio-geografiche), ma decisamente particolare, comunque capace di colpire e destare stupore e curiosità. un complesso che racchiude il cuore neolitico e non solo di Aosta, della Valle, finanche delle Alpi nord-occidentali: difficile, forse oscuro, “misterioso”, ma per questo assolutamente stimolante.

Tuttavia non così elevato ed invadente da oscurare la bellezza, tanto essenziale e semplice quanto emozionante, della vicina cappella romanica intitolata a San Martino, ricca di storia e pregna di significati, tra fede, leggende e folklore.

Dagli enigmatici reperti dell’Area Megalitica fino alla chiesetta di Saint Martin per poi approdare all’altra inattesa verticalità tronco-piramidale della cosiddetta “Pagoda”, la nuova chiesa parrocchiale del quartiere, per un vero e proprio viaggio nella storia e nella spiritualità a cavallo tra cielo e terra, tra mondo dei vivi e Aldilà sulle tracce del passaggio del “soldato di Cristo”, dell’ “Apostolo delle Gallie”, San Martino appunto.

Un santo che attraversò più volte l’Europa del IV secolo d.C. e il cui Cammino, la Via Sancti Martini, lungo ben 2500 km, unisce l’attuale Ungheria (terra natale di Martino) alla Francia, a Tours, dove fu vescovo e dove riposano le sue spoglie. Un Cammino dal 2005 dichiarato, come la Via Francigena, Itinerario Culturale d’Europa, e che attraversa anche la Valle d’Aosta raggiungendo la Francia dal colle del Piccolo S. Bernardo. E ad Aosta passa esattamente da qui, dal quartiere di Saint-Martin-de-Corléans!

Ebbene, che altro dire se non che “Là dove c’era l’erba, ora c’è…” una zona di Aosta tutta da scoprire, passo dopo passo, con sguardo attento, curioso, privo di pregiudizi ma desideroso di capire.

Via Saint-Martin-de-Corléans, una nostra “via Gluck” dove fortunatamente non è rimasto solo cemento muto e sterile, ma, anche al di là di forme architettoniche poco comprensibili a prima vista, un importante e pluristratificato capitolo della nostra storia, cittadine e regionale.

Non ho messo foto (ringrazio di cuore gli amici Luciano David e Sandra Moschella per la bella immagine di copertina!) perché, nonostante le abbia fatte, mi piacerebbe che chi legge questo mio post, provasse ad andare di persona, attraversasse la città davvero a piedi, con calma, per trovare ciò di cui parlo e, magari, inviarmi foto e darmi informazioni aggiuntive o suggerirmi altri spunti interessanti!

Era aperta campagna.

In epoca preistorica immaginatevi innanzitutto il fiume, la nostra Dora Baltea, più grande, vasta, com ampie zone paludose; e poi terreni in pendenza e piccole “motte” di origine glaciale da cui dominare il paesaggio. Un tempo in cui questo luogo venne scelto come area prima sacra e poi anche funeraria. Un luogo speciale dunque, non credete?

In epoca romana solcata dall’arteria nord-occidentale diretta al passo dell’Alpis Graia con aree cimiteriali, ville rustiche, fattorie, campi coltivati. Poi l’epoca medievale, un primo piccolo agglomerato di casupole, la cappella lungo la strada.

E poi l’inarrestabile scorrere dei secoli, la progressiva crescita della città, il moltiplicarsi delle sue funzioni e l’inspessirsi del suo tessuto socio-culturale.

Era aperta campagna. Immaginatevi tra fine Ottocento e anni Trenta la bellezza di questi villini di famiglia, non distanti dalla città ma circondati da giardini, orti e campi. Villini isolati splendenti nelle loro eleganti architetture, segno di un raffinato vivere campestre.

E poi quella stretta strada sterrata si allarga e diventa sempre più trafficata: carri, carrozze, diligenze, auto…sempre di più!

E’ “la città che sale”, che cresce, che si muove, che si nutre di se stessa. Ma nulla è scomparso per sempre… cercatelo “là dove c’era l’erba!”.

Stella

Eclissi. La “corona” del Sole nero

eclissiGennaio 2019: super Luna rossa
Luglio 2019: eclissi di Luna
Dicembre 2019: eclissi di Sole

8 aprile 2024: eclissi totale di Sole!
Eclissi: la “corona” di un sole nero.

Molte civiltà del mondo antico avrebbero previsto che qualcosa di oscuro stava per capitare…
Per millenni le eclissi sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rappresentavano un rovesciamento del quotidiano e del senso comune.
Nonostante le verifiche della scienza e le repliche, senza particolari eventi da “fine del mondo”, che si sono succedute nei millenni, questo spettacolare fenomeno continua ad alimentare fantasie, miti e leggende, per non parlare delle suggestioni  artistiche o canore. La “Luna rossa”, o la “Luna di sangue”, in inglese Blood Moon, sembra essere ancora avvolta da un’aura di mistero e le eclissi sono state spesso state associate a effetti nefasti sulla vita delle persone.

Per i Persiani l’eclissi rappresentava una punizione divina nei confronti degli uomini. Essi pensavano che tutte le volte che qualcuno commetteva o stava per commettere gesta malvagie (tradimenti, infanticidi…) gli dei chiudessero in una specie di tubo la Luna o il Sole, lasciando gli umani nel buio più completo, soli in compagnia di incubi e rimorsi.
Nell’antica Roma, si credeva che durante le eclissi fosse un mostro a divorare la luna, con lo scopo di attirarla verso la Terra. Per questo, nonostante non ce ne sia traccia nei testi letterari, per tutta la durata dell’evento si organizzavano riti per scacciare il demone; riti che continuavano anche dopo il ritorno della luce, perché si aveva paura degli effetti nefasti del passaggio del mostro.

Tuttavia, nonostante queste affascinanti (e terribili) storie, le cause delle eclissi lunari furono studiate già nel II a. C.: a Roma, il console Gaio Sulpicio Gallo aveva chiarito che le cause di questo fenomeno erano naturali e tutt’altro che magiche. Anche in Grecia gli studiosi avevano iniziato a interessarsi alle eclissi sin dal V secolo a.C.

Ma le superstizioni sono dure a morire.
Così i miti che collegano la luna rossa o le eclissi a eventi catastrofici o apocalittici, come un terremoto imminente o addirittura la fine del mondo, si ritrovano in alcune profezie di Nostradamus. In epoca medievale ci si rinchiudeva in casa per restare al riparo da spiriti o creature notturne. O si evitavano battaglie. Secondo alcune tradizioni agli uomini era anche vietato guardarla: si diceva che si potesse rimanerne incantati e diventare preda di creature mostruose.
Giovanni Keplero, nel suo Somnium uscito nel 1634, aveva raccontato di demoni in viaggio verso la Terra per rapire gli essere umani, proprio durante le eclissi.
Sappiamo per fortuna che, al di là di miti e leggende, le eclissi rientrano in un calendario cosmico regolare e prevedibile.
Oggi si conosce il cosiddetto “ciclo di Saros”, un periodo di circa 6.585,3 giorni (18 anni 11 giorni 8 ore) cui si lega la periodicità delle eclissi, in realtà già individuato dagli astronomi Babilonesi.
Ma, immaginando per un attimo di non vivere nell’oggi ma nell’ieri o addirittura nell’altro ieri, la suggestione è davvero forte!

Un Sole nero lungo 4 minuti e 28 secondi in cui tutto sembrerà fermarsi, avvolto nella fredda luce lattiginosa di un attimo di eternità sospesa.