Romani contro barbari. La concitata battaglia del balteo di Aosta

“Balteo”. Una parola senza dubbio insolita. O almeno, noi Valdostani la giriamo al femminile e la associamo spontaneamente alla Dora, la nostra Dora Baltea, figlia a sua volta dell’antichissimo ghiacciaio Balteo. Sì, ma cosa significa questo aggettivo? L’origine è latina: la parola balteus significa “cinturone, bretella”.

QUANDO DICI “BALTEO”… AD AOSTA

In effetti a ben guardare il solco lasciato da quell’immenso ghiacciaio quaternario e oggi occupato dall’alveo della Dora Baltea, vediamo una linea dall’andamento più o meno orizzontale che, dal massiccio del Monte Bianco, dove disegna una sorta di aggancio di bretella con le due “Dore sorelle” di Ferret e di Veny, attraversa da ovest a est (per essere precisi da nord-ovest a sud-est) tutta la nostra regione, proprio come se fosse una sorta di cintura, appunto. Ecco perché si chiama così! #sapevatelo!

E il bellissimo balteo bronzeo conservato al MAR di Aosta altro non è che un cinturone, anzi, visto che in questo caso specifico si tratta di un finimento per cavallo, un pettorale. Ma non un pettorale qualsiasi; un pettorale da parata, in bronzo, interamente rivestito da personaggini ad altorilievo e a parziale tuttotondo. Addirittura potrebbe non essere stato destinato ad un cavallo vero, bensì ad una statua equestre!

BATTAGLIA BRONZEA

E’ sicuramente uno dei pezzi più belli del Museo archeologico aostano. Un pezzo che ancora oggi ci regala tutto il pathos di una battaglia cruenta, di uno scontro senza esclusione di colpi tra Romani, molti a cavallo, e barbari.

I barbari sono assai riconoscibili e ben caratterizzati: barba lunga, chioma fluente (pensiamo alla famosa Gallia Comata, appunto… tribù di nerboruti Celti capelloni dalle lunghe barbe: un look decisamente lontano dal composto civis Romanus sbarbato e dal taglio inappuntabile!), pantaloni (le brachae!), il sagum (corto mantello in lana grezza o in pelliccia) o alternativamente una semplice corta tunica stretta in vita da un laccio, e l’immancabile torquis al collo.

I Romani occupano praticamente l’intero registro superiore della raffigurazione: netta ed inequivocabile superiorità. I soldati a terra indossano anche un elmo, utile a farli apparire più alti e temibili.

Il comandante svetta al centro della scena troneggiando letteralmente sul suo destriero lanciato al galoppo. Senza alcuno scrupolo travolge i miseri barbari, ormai destinati alla disfatta. Questo generale cavalca senza elmo, a viso scoperto, dichiarando col suo particolare taglio di capelli e la frangia corta e geometrica, l’appartenenza all’età di Traiano (inizi II secolo d.C.). Anzi, diciamo che persino i tratti somatici lo avvicinano all’imperatore Ulpio, mitico domatore dei terribili Daci! La grande guerra dacica che portò alla resa e alla caduta della capitale Sarmizegetusa e alla sconfitta del re Decebalo il quale, tuttavia, non venne ucciso ma nominato re-vassallo al servizio di Roma. Strategia e giochi di potere. Interessi economici per l’oro dacico e per il controllo dei traffici commerciali nella zona.

Ma non divaghiamo. Quel generale tanto somigliante a Traiano galoppa fiero e sprezzante col braccio destro alzato, a voler incitare i soldati, a voler dimostrare una volta di più tutto il suo potere e la sua autorità. Quel gesto è una forma di adlocutio, di richiamo e di incoraggiamento; ormai la battaglia, ai suoi occhi, era vinta!

Egli indossa una corazza stretta in vita da una cintura in stoffa legata in maniera particolare: è un nodo di tipo macedone che chiaramente vuole richiamare una moda, quella di Alessandro Magno, sempiterno esempio di grande ed impavido conquistatore. Sulla spalla sinistra volteggia nel vento il corto paludamentum da guerra.

PREZIOSO EX-VOTO A MITRA

Questo oggetto venne ritrovato in occasione di una campagna di scavi condotta in Aosta alla fine degli anni ’50, in corrispondenza del mitreo dell’insula 59, ubicata a ridosso di quella che era la Porta Principalis Dextera, ossia la porta sud di Augusta Praetoria, dove oggi sorge la Tour de Bramafam. Si trattava probabilmente di un dono, si presume un ex-voto offerto da un comandante di alto rango (vista la notevole raffinatezza del pezzo sarà sicuramente costato qualcosa!) al dio Mitra, notoriamente un culto assai diffuso e con grande seguito nell’ambiente militare. Per capirci, in epoca imperiale romana era questo un quartiere artigianal-popolare ad alto tasso di urbanizzazione. “Condomini”, case popolari, botteghe, officine, magazzini e depositi. Possiamo immaginarci un “via-vai” costante di gente e mercanzie, un traffico continuo da quella Porta meridionale aperta sulla Dora e sulla campagna. Sebbene già abitata sin dall’età augustea, questa zona vide il suo massimo sviluppo demografico ed edilizio nel II secolo d.C.; un quartiere vivace e colorato, abitato da soldati, artigiani e mercanti provenienti dalla più diverse e lontane aree dell’impero. Ce lo dicono le epigrafi funerarie, ce lo dicono alcune decorazioni di monili e camei: nord-africani, siriani, greci… un mondo!

E proprio qui, a pochi passi dal Kardo Maximus, dissimulato tra botteghe e cortili, c’era un mitreo. Questi templi dedicati a Mitra erano solitamente sotterranei e vi si accedeva grazie a delle scale e passando attraverso un vestibolo. L’aula cultuale era di forma rettangolare, stretta e allungata; sui lati lunghi correvano due banchine dove sedersi e sul fondo si trovava l’altare. Quello di Aosta venne scavato, appunto, negli anni Cinquanta ma poi reinterrato. A Martigny, invece, il locale mitreo è ancora visibile nel sottosuolo di un condominio. Scoperto nel 1993 alla periferia sud-occidentale della città romana, si data al II sec d.C. e ha restituito diverse statuine in bronzo raffiguranti una classica scena di tauroctonia mitraica.

IL CAVALIERE TRACE

Ma dietro quel generale a cavallo c’è di più. Il suo modello iconografico, infatti, deriva da quello del cosiddetto “Cavaliere Trace”, sdoganato sempre da Alessandro Magno e da lui utilizzato sul suo noto Sarcofago (conservato al Museo archeologico di Istanbul). Si trattava in buona sostanza di una divinità epicorica della zona danubiana, inizialmente protettore dei beni e della famiglia, poi via via sempre più assorbito nella sfera bellica; talvolta associata ad Ares/Marte oppure a Hermes e ad Apollo. In molte città tracie a lui erano dedicati i santuari principali, ma venne anche celebrato come Genio funerario quasi “psicopompo” (cioé accompagnatore dell’anima nell’Al di Là). Un culto molto particolare che però lasciò forte la sua impronta iconografica in tutto il mondo mediterraneo.

PRETORIANI TRACI

I soldati di effettiva origine tracia (nord della Macedonia, all’incirca attuale Bulgaria) erano effettivamente tra i più ricercati per temerarietà, coraggio, possanza fisica. Sin dall’epoca di Augusto i Traci vennero scelti per comporre la guarda pretoriana, il corpo privato dell’imperatore. Ma fu soprattutto tra l’età adrianea e la metà del III sec. d.C. che i militari traci raggiunsero punte di presenza davvero stupefacenti. E fu dopo il regno di Traiano che il limes danubiano fu oggetto di un ancor più fitto monitoraggio con ben 12 legioni di stanza. Al termine delle guerre contro i Daci del 101-106 ed a seguito dell’annessione della nuova provincia di Dacia, l’intero assetto danubiano mutò ed una provincia così importante come quella pannonica fu divisa in due nuove: quelle della Pannonia Superior e Inferior. Con lo scoppio della guerre marcomanniche nel 166-167, i progetti mutarono per un quindicennio, poiché Marco Aurelio era intenzionato ad annettere i territori a nord della Pannonia, inglobandone i relativi popoli: dai Marcomanni, a Quadi e Naristi. In seguito alle prime grandi invasioni barbariche del III secolo fu istituito a Sirmio, un comando militare generale dell’intera area danubiana, mentre si provvedette a sbarrare la strada a possibili e future invasioni barbariche, fortificando il corridoio che dalla Pannonia e dalla Dalmazia immette in Italia attraverso le Alpi Giulie. Si trattava del cosiddetto Claustra Alpium Iuliarum.

Tutto questo per dire cosa? Che forse il comandante che offrì questo prezioso oggetto, poteva essere di origini balcaniche… difficile garantirlo, ma lo si può tranquillamente ipotizzare.

Quanto al balteo in sè, chiaramente non è un unicum! Ve ne sono altri molto simili sebbene meno ben conservati a Brescia e a Torino; statuette bronzee pertinenti a baltei di questo tipo sono inoltre state recuperate ad Industria (attuale Monteu da Po), a Luni e ad Este: tutte relative a scene di battaglia tra Barbari e Romani e impostate su un medesimo schema iconografico seppur con minime varianti, soprattutto nell’abbigliamento dei personaggi.

Il balteo. Un oggetto dal nome insolito, ma dall’indubbio fascino. Una storia in bronzo che ci racconta di guerre, di scontri, di soldati di varia estrazione geografica, ma anche di antichi culti balcanici…

Non vi resta che andare a vederlo ( o a ri-vederlo) dal vivo, al MAR di Aosta.

Stella

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2 pensieri riguardo “Romani contro barbari. La concitata battaglia del balteo di Aosta

  1. Buon giorno! Lei è un po’ troppo confuso, Decebalo non divenne m a i Re-vassallo, ma si suicidò, tagliandosi la gola. Questo gesto è carico di un fortissimo simbolismo cioè, quello di lasciare la battaglia aperta! Si sa che per i Romani, la decapitazione di un re nemico, rappresentava la vittoria definitiva (e Decebalo non l’ avrebbe mai concessa). Vedi i frammenti dei Fasti Ostienses, ritrovati in Ostia Antica e datati 2 settembre 106! Traiano delego Claudius a tagliare la testa di Decebalo, per poter portarla a Roma e buttarla sulle scale Gemonie, al Campidoglio (gli ha tagliato la testa, dopo che Decebalo era già morto, avendosi tagliato, come si è detto, la gola).
    Poi, a proposito del Balteo, i latini si sono appropriati di tutto e di più, che dire!? Il Balteo è originato dalla antichissima famiglia dei Balti, celebre casata Gotica, e la sua memoria risale ad Ercole/Eracle ed a Ilea , Regina dei Geti (favola greca : Ercole e Echidna); egli le regalo il Balteo, con fibbia in oro. Insomma, l’origine della parola è gotica.

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    1. Gent.ma Ana Maria, la ringrazio per il suo commento. Tuttavia in una prima fase della lunga guerra dacica Decebalo accettò le condizioni imposte da Traiano e diventò re-vassallo. In una seconda fase, invece, piuttosto che cadere prigioniero si tolse la vita. Questo accadde, per essere precisi, in località Ranistroum (odierna Piatra Craivii).
      Quanto alla parola latina balteus io nel mio post mi attengo all’uso del termine in latino. Non ho tentato altre interpretazioni etimologiche; so di una probabile derivazione etrusca ma non aveva mai sentito parlare di un’origine gotica che approfondirò.

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