Riprendiamo, quindi, il nostro viaggio alle origini attraverso il sito megalitico di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta. Ricordate la discesa lungo la rampa del tempo?
Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?
Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo, emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. E’ una tomba, la cosiddetta “Tomba 2”. Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrà progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un po’ distanti, è vero, ma è quasi simbolico dell’effettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.
Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto da una sorta di flusso comunicativo tra il “sotto” e il “sopra”, tra la terra e il cielo.
Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonorità prima soffuse che si fanno poi via via sempre più imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.
ANTICHISSIME ARATURE
E ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, così simboliche, così presenti… chissà con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono l’Emilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.
Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti ad un gesto antico: l’aratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto. Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai. La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.
Ma questa non è un’aratura qualsiasi. Qui l’agricoltura si fa rito, si fa preghiera.
La terra solcata viene invocata affinché sia nutrice di genti eroiche e di una solida stirpe di guerrieri. Quegli stessi solchi non restituiranno però dei semi, ma denti umani, perlopiù incisivi. Quella terra doveva dare il cibo a uomini forti e valorosi. In questo gesto, che a noi può apparire tanto insolito, riemerge il mito di quel gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida del prode Giasone, intraprese l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo.
Un viaggio che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro. Gli Argonauti, i marinai che fecero l’impresa. Giasone chiese il vello d’oro al re Eeta, il quale acconsentì a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo. Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati. Le antiche leggende parlano di draghi; qui si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.
Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!
10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudono oltre 6000 anni di storia dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi è gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore. Qui l’aratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di un’azione agricola apparentemente semplice come quella dell’arare.
Significa delimitare una porzione di terreno per farla in qualche modo “propria”. Significa incidere la Madre Terra affinché accolga quei semi da cui dovrà nascere una nuova realtà, in termini di raccolto così come in termini di insediamento. La portata sociale e religiosa di questo gesto è incredibile; si perde nella notte dei tempi e attraversa le epoche. Un gesto anticamente “nuovo”, NEOlitico, e per questo profondamente rivoluzionario; l’uomo da nomade cacciatore-raccoglitore si è stabilizzato e ha imparato a coltivare e ad addomesticare. Un cambiamento epocale! E quella terra era ed è SACRA. Terra da invocare, pregare, venerare… affinché sia benevola e non “matrigna”. Una terra che più MADRE non si potrebbe! E, perciò, sacra!
I “POZZI”. OFFERTE NEL SOTTOSUOLO
E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrare una serie di grandi fosse (o pozzi) che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profondità.
Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavità, ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano di un paesaggio agrario remoto e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili.
Probabilmente offerte alle divinità della terra: divinità ctonie e feconde. Quegli dei che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.
A ben pensarci è lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dell’Oltretomba.
Due dee che ben rappresentano il ciclo della natura: 6 mesi di sonno, di morte apparente (autunno ed inverno); 6 mesi di fioriture e raccolti (primavera ed estate). Ecco perché anche le forze divine nascoste nel sottosuolo andavano invocate e blandite affinché fossero benigne.
ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerà anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.
Saint-Martin-de-Corléans: un luogo davvero particolare, dove vita e morte dialogano e si rincorrono fin quasi a sovrapporsi. Seguiteci, il nostro viaggio non è ancora finito…
Metti una passeggiata ad Aosta. Ma non una passeggiata qualsiasi. Una di quelle che ti portano a scoprire la città, la sua anima, ma soprattutto la sua storia. Una storia che qui si fa plurimillenaria. Lasciatevi dunque alle spalle la rassicurante cortina muraria di epoca romana. Lasciate la monumentale Augusta Praetoria e avventuratevi verso ovest. Attraverserete zone forse ancora poco note della città; i quartieri delle caserme, quelli residenziali, quelli più popolari. Arriverete così a Saint-Martin-de-Corléans. Nucleo del quartiere la graziosa chiesetta romanica dedicata a San Martino. Al di là di un’apparenza forse poco accattivante, è questo un luogo davvero straordinario, dove leggenda, storia e credenze popolari si mescolano e si sovrappongono tra sacro e profano, a cavallo tra mondo pagano e mondo cristiano.
SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS. UN QUARTIERE DAL NOME INTERESSANTE
Il nome stesso di questo quartiere ci catapulta in questa dimensione strana e disorientante. Perché “de Corléans”? Cosa significa? In primo luogo parrebbe ormai comprovato che “Corléans” sia un prediale di matrice romana, intendendo con “prediale” un nome indicante un lotto di terreno, una proprietà fondiaria. L’origine sarebbe da ricercare in un antico Cordelianum, a sua volta derivante da un presunto Cordelius. Ma non è tutto. Ancestrali echi di lontane leggende riecheggiano in questo nome, collegato alla mitica Cordela, “capitale perduta” del popolo dei Salassi, popolo di cultura celtica residente nelle nostre montagne all’arrivo di Roma. A Cordela e al suo fondatore, ossia Cordelo, figlio di Statielo, seguace di Ercole.
Gorlach, the legend of Cordelia
Miti di viaggio, di lunghi spostamenti, di migrazioni di popoli provenienti dall’Asia Minore. In fin dei conti un po’ di verità c’è. E lo vedremo.Scriveva Silio Italico, politico e poeta romano del I sec. d.C.:“Ercole affrontò le vette inviolate: Fu il primo. Gli dei vedono stupitiCome fende nubi, fracassa alture,Doma possente rupi mai battute“.Vagava, il semidio, da Oriente a Occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti.
VIAGGIO ALLE ORIGINI
I miti si intrecciano in queste origini leggendarie di Aosta, alla cui base però si rileva come fosse comunque nota una presenza antica, misteriosa, difficilmente descrivibile altrimenti. Probabilmente si sapeva che in questa zona la Storia aveva lasciato testimonianze particolari, le cui origini e le cui motivazioni affondavano in un’epoca “perduta”, troppo lontana nei secoli e nei millenni perché si riuscisse a meglio contestualizzarla. Ma, col XX secolo, in un modo del tutto fortuito, sarebbero stati gli archeologi a svelare la reale identità di questo enigmatico luogo.
Ci troviamo, infatti, al cospetto dell’area megalitica, unico e prezioso scrigno di testimonianze archeologiche risalenti fino all’epoca Neolitica (V millennio a.C.). Un’area composta da un sito archeologico pluristratificato le cui testimonianze vanno dalla Preistoria al Medioevo passando, come nel miglior manuale di Storia, attraverso le Età del Rame, del Bronzo, del Ferro fino a tutta l’epoca romana, l’età tardoantica e altomedievale. Un Parco archeologico all’avanguardia che ha aperto definitivamente i battenti il 24 giugno 2016 e che, senza alcun dubbio, merita una visita!
Un’area estremamente suggestiva e densa di storia, dove cielo e terra, uomini e dei, dialogano sin dalla notte dei tempi. Un grande, straordinario, santuario preistoricodove funzioni cultuali e funerarie si sono avvicendate e trasformate nei secoli fino all’utilizzo dell’area a fini non solo sepolcrali ma anche agricoli in epoca romana, per poi approdare (nuovamente) al contatto col divino nell’Alto Medioevo attraverso l’emblematica figura di San Martino.
Un santo scelto a ragion veduta. Martino era un soldato, nato nel 316 d.C. nell’antica Pannonia (l’attuale Ungheria) e di cui proprio nel 2016 la Chiesa ha celebrato i 1700 anni dalla nascita. Prima al servizio dell’esercito di Roma, e poi al servizio di Dio. Un santo-soldato, poi divenuto monaco esorcista e infine vescovo, che vigila e presidia: ecco perché, nella stragrande maggioranza dei casi, lo si ritrova lungo le mura delle città, in corrispondenza di castelli strategici oppure in prossimità di importanti e frequentati assi viari. Inoltre ci troviamo in un luogo dove le tracce del paganesimo erano profondamente radicate e testimoniate da eloquenti indizi probabilmente ancora noti o comunque percepiti o percepibili in epoca tardoantica. Occorreva pertanto eradicare queste antiche credenze, i cui strascichi probabilmente si protraevano nel tempo e nella società “spaventata” dalle angosce della fine dell’Impero romano. Occorreva esorcizzare luoghi del genere richiamando la forza e l’attrattività di un santo così amato dal popolo quale era, appunto, San Martino di Tours, l’apostolo delle Gallie.
L’AREA MEGALITICA
Ma non indugiamo oltre ed entriamo, varcando la soglia di questo complesso esteriormente così moderno e avveniristico che, con gli anni, diventerà un importante centro non solo museale, ma di studio e ricerca dedicato alla Preistoria alpina, un settore ancora poco conosciuto e dalle frontiere ancora in buona parte inesplorate.
L’avvicinamento al sito avviene scendendo lungo una rampa dove gli intrecci delle travi in acciaio con le strategiche aperture vetrate consentono di vivere l’azione stessa dello scendere. In una scenografia che sa quasi di archeologia industriale, si vede chiaramente che si sta “bucando” il terreno circostante e si sta andando in un luogo sotterraneo; la cappella si fa più alta e più lontana. L’Aosta dell’oggi sta lasciando il posto all’Aosta “perduta”, a quell’area senza nome avvolta dal torpore dei millenni, l’area “dalle grandi pietre”, l’area megalitica.
Sembra quasi di essere su un’astronave, in viaggio al di là del tempo e dello spazio alla ricerca di mondi solo apparentemente perduti. E non a caso era il 1969 quando questo sito venne scoperto. Giugno 1969. Un mese prima che l’uomo mettesse piede per la prima volta sulla Luna. E, davvero, percorrere questa rampa del tempo per raggiungere un luogo così insolito ed inaspettato, può per molti aspetti essere paragonato al mettere piede su un altro pianeta!
E in effetti, la stessa impressione si può avere sin dall’esterno. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.
La rampa continua la sua discesa, le luci progressivamente si affievoliscono e ci si ritrova a 6 metri sotto terra. I colori scuri aiutano la percezione di un sottosuolo al confine con una dimensione “altra”. Bisogna prepararsi ad un salto cronologico importante.
All’ improvviso ci si ritrova in uno spazio immenso. Ci si sente piccoli piccoli in questa sorta di lunare vastità. Ci si potrebbe anche chiedere dove si è e, soprattutto, cosa si debba guardare. Le luci cambiano e sfumano; dal buio quasi totale ad un chiarore freddo, fino ad una luminosità dorata e diffusa, per poi passare ad una calda tonalità aranciata che, virando sul violetto e poi sul blu, riporta di nuovo la notte.
E’ il susseguirsi dei giorni e delle notti, delle albe e dei tramonti, delle lune e delle costellazioni che nei millenni hanno visto la nascita, lo sviluppo, gli utilizzi e i cambiamenti di quest’area straordinaria. Un’area in origine pensata e costruita a contatto diretto col paesaggio e col cielo, ma che oggi, inserita com’è nel tessuto urbano e dotata di un deposito archeologico tanto corposo quanto fragile e vulnerabile, ha necessitato una copertura. Non ci sono solo “pietre”, c’è molto di più! E’ il più grande sito megalitico coperto d’Europa!
Come ogni anno l’appuntamento con la #MFW, la #MilanoFashionWeek, è fonte di ispirazioni, suggestioni e riflessioni che, partendo dalle ultime tendenze in fatto di moda e costume, mi porta ad andare indietro nel tempo ritrovando accenni di stile, tagli o accessori in testimonianze del passato. Ebbene sì, anche del passato più remoto.
Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società, una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.
Come mai, vi chiederete, parlare di fashion trend all’Area Megalitica?
Beh, intanto comincerei con l’elencare, sinteticamente, almeno #10buonimotivi per visitare questo sito inatteso e sorprendente:
Un sito archeologico grandioso che racchiude oltre 6000 anni di storia.
Coi suoi attuali 10.000 mq (che diventeranno 18.000 a fine lavori), è l’area megalitica coperta più vasta d’Europa.
Megaliti in città! Un sito megalitico urbano nel quartiere ovest di Aosta. E non è cosa tanto frequente…
Un viaggio nel tempo alla scoperta di una lontana e affascinante Preistoria alpina.
Emozionarsi davanti ad un paesaggio arcano ed inatteso illuminato dal millenario susseguirsi di albe e tramonti.
Sorprendersi davanti ad arature tracciate più di 6000 anni fa.
Meravigliarsi per gli emblematici allineamenti creati per far dialogare terra e cielo.
Scoprire le prime grandi statue della Preistoria: rivestite di motivi decorativi ma tuttora avvolte da un enigmatico “mistero”.
Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente “fuori dal coro”.
Come nel 2019, ma rivisitate nei dettagli e nelle palette cromatiche (ora più piene e accese), le giacche over-size, i blazer dal taglio geometrico e schiettamente maschile ma che ben si adattano anche a noi fanciulle come indumento trasversale e versatile; ok col look elegante e raffinato, ma anche coi jeans, le gonne, addirittura la tuta! Anche i trench devono essere maxi e, se possibile, con spalline importanti.
Bene, ne avevo già parlato nel mio post di allora: le stele dall’enigmatico profilo umanoide sono perfette ed emanano un ipnotico glamour senza tempo con quelle “spalle larghe” e con quel taglio comune ad individui di entrambi i sessi. Già, perché le stele dell’area megalitica aostana, non presentano elementi utili a connotarle immediatamente se riferibili a uomini o donne: tutto si gioca sulla presenza (o assenza) di determinati capi, accessori, motivi decorativi.
Ecco, le decorazioni! Queste stele (che mia figlia – 4 anni – chiama “pietre vestite”!) presentano fitti, minuti e raffinati schemi decorativi che richiamano tessuti lavorati, applicazioni in metallo (in particolare rame) o in osso o addirittura in valva di conchiglia (quelle grandi conchiglie oceaniche che i potenti dell’Età del Rame amavano esibire come oggetti suntuari legati a commerci importanti con terre lontane. E da conchiglia, aperla e madreperla…il passo è breve!
Reticoli di rombi, forse originariamente a colori alterni e a contrasto, ricoprono queste statue preistoriche, iconiche e aniconiche allo stesso tempo, mute (senza volto), ma allo stesso tempo dense di linguaggi.
Proprio queste magnifiche stele eneolitiche sono le protagoniste di un primo ciclo di 15 brevi racconti che, con un linguaggio semplice e con un intreccio favolistico, vogliono narrare ad un pubblico ampio per età e formazione, quello che doveva essere l’arco alpino nord-occidentale 5000 anni fa! Il popolo dei #GrandePietra vuole così dare voce e forma a quegli antichi abitanti che, in questo luogo della piana circondata da alte montagne, avevano il loro santuario più importante, una sorta di Olimpo Preistorico in cui, secondo precisi allineamenti celesti e terrestri, si celebrava il sacro dialogo tra uomini e dei.
Ma torniamo ai vestiti. “Pietre vestite”, appunto! Parliamo poi di epoche in cui, senza overdose di immagini, pochi ma sapienti dettagli potevano comunicare tutto: il rango, il ruolo, il potere!
Fondamentali gli accessori: collane e cinture su tutti! Un trionfo di pelli lavorate, illuminate da ciondoli in rame e in pietra levigata, arricchite da dettagli in osso e, come già detto, conchiglia. Ogni forma, un preciso significato. Beh, ecco il gran ritorno delle cinture-gioiello! … ancora meglio se con forme che riecheggiano ammoniti, antiche spirali, conchiglie… un eterno “femminino” inno di vita e continua rigenerazione!
Guardate la rielaborazione a colori della stele 3 sud:
Lo stile optical la fa da padrone. In una predominano i rombi; nell’altra il damier, il disegno a scacchiera. In una abbiamo un importante collier e un capo di abbigliamento assai simile ad un corpetto; nella seconda, oltre all’importante collare multifilo, una ampia casacca a scacchi. Nella seconda, poi, la marcata presenza di armi (un’ascia, un arco e ben due pugnali nel loro fodero decorato da frange – anche queste di moda – dichiarano l’identità maschile di questo probabile capo guerriero.
Losanghe e rombi che, curiosamente, non abbandonano questa regione e ritornano nel Medioevo ricoprendo le pareti di stanze, porticati e cortili di alcuni tra i più noti castelli valdostani!
E guardate come, a 13 anni, avevo immaginato la giovane, bella e ribelle contessa Caterina di Challant! Tanto famosa e celebrata quanto per nulla noto il suo aspetto…
E tornando ai personaggi di “C’era una volta GrandePietra2, eccone alcuni disegnati con mia figlia:
Lontani echi egizi e addirittura precolombiani si ritrovano in queste arcane sculture giunte dal passato, gelosamente custodite nel ventre della terra e fortuitamente venute alla luce nell’anno in cui l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna! 1969, odissea nello spazio e nel tempo!
In quel 1969 Passato e futuro si toccarono all’insegna di un presente ricco di obiettivi, conoscenze, tecnologia e traguardi da raggiungere.
Allo stesso modo, ad Aosta, l’Area Megalitica emerge, dirompente, in un quartiere residenziale ad appena 2 km dal centro storico occupando lo spazio con volumi futuristici e avveniristici. Forme scabre, geometriche e nette; materiali che assorbono e riflettono la luce, quasi a voler catturare quel Sole e quel cielo così importanti, in origine, per disegnare questo sito, contemporaneamente muto ed eloquente.
Allo stesso modo, tra le tendenze dell’ultima #MFW abbiamo visto sfilare motivi geometrici e optical,
Valentino
ma anche pellicce di ogni tipo e colore (rigorosamente eco!)
; gioielli vistosi dal sapore etnico e tribale
accanto a look “spaziali” degni di #StarWars, come quelli ideati da Salvatore Ferragamo per guerrieri e amazzoni del cyber spazio mas all’insegna del #FuturePositive.
Incredibilmente aliene e ancestrali le #Creatures del brand danese Han Kjøbenhavn che ritorna a Milano per la seconda prova nella fashion week dedicata al menswear.
MF fashion
Beh…ogni commento è superfluo!
Le stele antropomorfe. Scoperte: opere d’arte preistorica. Coperte: opere d’arte contemporanea!
Un’eterna Bellezza sospesa tra Preistoria, Contemporaneità e Futuro perché la storia e le grandi civiltà plasmano linguaggi che non passano mai di moda! E’ l’#ARCHAEOLOGICALCODE!
Allora, alzi la mano chi, negli ultimi 4 anni almeno, non ha avuto modo di incrociare da qualche parte o sotto qualunque forma, un UNICORNO! E vogliamo non parlarne proprio oggi, 9 aprile? Oggi: UNICORN DAY!
Allora, io sono classe 1975! Negli anni ’80 anch’io caddi vittima della “Mio Mini Pony-Mania” (ne avevo circa una dozzina…). Una moda che si indica come la base del grande, globale revival fanta-equino sfociata nell’ “UnicornoMania“.
Dai più abituali pupazzi di peluche all’abbigliamento.
Dalla cartoleria ai bijoux, passando da scarpe, accessori, tazze, piatti, biancheria varia, complementi d’arredo… fino ad una casa vera e propria completamente dedicata al mitico animale! E’ la Unicorn House in centro a Milano, inaugurata per la Design Week 2019!
Unicorn House-Milano
Calamite, gadgets di ogni forma, materiale e dimensione… per continuare con giochi impensabili ispirati alla bava di questa creatura; il così tanto amato SLIME (!!!), chiaramente brillantinoso, glitterato, iridescente e profumato!
Una “Unicorn-Mania” incontenibile, esplosa anche nel look con acconciature e tinte per capelli (e barbe) di sicuro effetto!
unicorn-myonebeautifulthing
Il make-up? Da vera Lady Unicorn on the rainbow! Un trionfo di toni pastello, iridescenze, sapienti sfumature, glitter e decorazioni “a tema”.
Mia figlia “grande” ha 4 anni e mezzo: nutre un’autentica passione, peraltro condivisa con molte amichette, per questi favolosi equini dal magico corno! Le lenzuola, il cuscino, un paio di vestitini, il lucidalabbra, il sapone, le mollette per capelli e, immancabile, il vestito da principessa Unicorno tutto tulle, colori pastello, stelline luccicose e paillettes!
E del cibo? Vogliamo parlare del tanto trendy (ma, a parer mio, stucchevolissimo) “unicorn FOOD”?!
Unicorn cake (nerdy nummies)
Torte arcobaleno con orecchie e corno a vite in pasta di zucchero multicolore. Dolcetti, biscotti, cioccolatini, fino ai macarons unicornizzati!
Unicorn-Macarons (Rosanna Pansino)
E degli (improbabili…) “unicorn-toast” che diciamo? Fette di pancarré spalmate con varie creme di “formaggio” dai colori pastello cosparsi di stelline e paillettes … edibili?
Unicorn food toasted bread with colorfur cream cheese
Sandwich, cocktails, gelati, cereali, snack! Fino all’incredibile “Unicorn Frappuccino”: una miscela di latte e sciroppi super colorati che cambiano colore alla bevanda a seconda di come la mescoli… mamma mia… gli UNICORN-PARTY vanno per la maggiore (sebbene, per ora, limitati alla famiglia… s’intende!)
Unicorn Frappuccino-Junk banter
Mah, sarà anche di grande tendenza, ma personalmente resto scettica… Chissà se era proprio questo il genere di “gusto” cui pensava la raffinata “Dame à la Licorne” raffigurata nel ciclo di arazzi millefiori esposti al Musée du Moyen Age di Parigi…
Dame à la licorne-Gout (LePoint)
Scoperti nel 1841 da Prosper Merimée nel castello di Boussac, le tappezzerie fine Quattrocento della “Dame à la Licorne” suscitano ancora oggi viva ammirazione.
Sei arazzi: ognuno rappresenta allegoricamente un senso attraverso le figure di una giovane nobile ed elegante fanciulla, della sua ancella, di un leone e di un unicorno. Ogni scena si situa in un giardino bucolico ricco di erbe e fiori che ci ammaliano e ci trasportano nell’universo immaginario delle classi aristocratiche della fine del XV secolo. !
Gli elaborati sfondi millefleur formano modelli ipnotici generando un’aura trascendentale che attira chi guarda nel loro complesso universo interno.
“The Lady and the Unicorn“: un capolavoro divenuto icona indiscussa di un immaginario, di un vero e proprio sistema di simboli e valori facenti capo al raffinato amor cortese e alle sue articolate poetiche.
Ma il senso del “meraviglioso” e del favolistico viene trasmesso in particolare da una figura su tutte: l’unicorno!
Animale fantastico, onirico, stupefacente. Un elegante e leggiadro equino con folta chioma e lunghissima coda, identificabile da un corno a vite in mezzo alla fronte e, cosa venuta dopo, da spruzzate iridescenti di stelline e arcobaleni ad ogni colpo di zoccolo!
E forse è da questo raffinato “incunabolo” che deriva tutto il successivo mondo incantato in cui agli unicorni si associano gli arcobaleni e persino le fate! Eteree ed evanescenti fanciulle di eccezionale bellezza avvolte di sogno e magia. Come gli unicorni! Eh sì, perché il corno sulla loro fronte, l’Alicorno, si diceva fosse magico e capace di guarire immediatamente dalle malattie e di purificare l’acqua. Anche per tale motivo si credeva che solo una fanciulla vergine e pura potesse cavalcare questo animale.
Sì, decisamente meno raffinato e più bovino che equino ma, si sa, se eventualmente incontrato dall’uomo potrebbe averne segnato potentemente l’immaginario!
Per inciso, tornando a mia figlia, nella sua Wunderkammern si annoverano anche 2 narvali e uno strano tricheco cornuto… mah! Mirabilia da edicola!
narvalo, unicorno del mare (nationalgeographic.it)
Sta di fatto che pensando alla fortuna iconografica degli unicorni, la mente immediatamente si sofferma ai tanti mosaici medievali dove questo meraviglioso, immaginario animale veniva raffigurato come simbolo di purezza e castità. Divenuto, dal XIII secolo, attributo della Vergine, arriva a simboleggiare addirittura il Cristo.
VALLE D’AOSTA-Mosaici Cattedrale Aosta (foto Enrico Romanzi)
Vi riporto, qui sopra, il mosaico duecentesco presente all’interno della Cattedrale di Aosta. Notate, appunto, l’unicorno in alto a sinistra e, sotto di lui, in corrispondenza, il pesce, ιχθύς (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese), ovvero acronimo di “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”).
Quindi dicevamo: simbolo di purezza, di castità e di onestà, si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, ad un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e Vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trova incarnazione in una Vergine: è la Santa Concezione. Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di veleno. Ma come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtà, commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo, appunto…!
Quindi, fin’ora, possiamo concludere che l’unicorno, anche chiamato “alicorno” o “liocorno” …
“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.
so che vi è venuta in mente e la state canticchiando… ebbene, questo animale, esistito o meno, si presenta assolutamente legato al mondo femminile! Un animale la cui eleganza, raffinatezza e delicata cromia attirano immediatamente la fantasia e il gusto delle giovani fanciulle!
E numerosi sono gli esempi nell’arte in cui troviamo il fiabesco equino avvinghiato, abbracciato o coccolato da una ragazza!
Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci
Attenzione, tuttavia! L’unicorno è, sì, simbolo di purezza e castità, cosa che ne fece un emblema indiscusso dell’amor cortese, ma lui, l’animale, parrebbe tutt’altro che casto! Anzi, sarebbe mosso da istinti carnali anche violenti che, però, verrebbero ammansiti solo dal tocco di una giovane candida e innocente…
Raffaello, Dama col Liocorno (1505-1506), Galleria Borghese, Roma
Secondo Leonardo Da Vinci, infatti, esisteva un solo modo per catturare un unicorno, ovvero sfruttando il suo istinto sessuale. Gli si metteva davanti una giovane vergine, al che lui per il desiderio impellente dimenticava di attaccare e posava la testa sul suo grembo, e solo così poteva essere catturato. Il significato del corno è chiaro.
Ecco, siamo così arrivati al risvolto piccante dell’unicorno: l’evidente simbologia sessuale data dall’essere “cavallo” con in più un lungo e potente corno!
Ed ecco che il mondo fatato e zuccheroso dai delicati colori pastello, inizia a venarsi di tinte più “dark”! Ecco che l’unicorno di veste di un’identità nascosta, mimetizzata e per certi versi “pericolosa”. Diventa ancor più intrigante per questa sua natura ambigua: un aspetto esteriore candido, fragile e innocuo che nasconde, però, una creatura mossa da forti pulsioni carnali…
Un’ambiguità assunta, tra le altre cose, a novella icona gay!
E per concludere fa sorridere come, ultimamente, inizino ad emergere divertenti tentativi di smitizzazione degli Unicorni, quasi che tutto questo candore, questa purezza e questa “superiorità” li abbiano resi antipatici. E’ il caso del film animato “Onward-Oltre la magia” (Disney-Pixar 2020).
Ebbene, in questa periferia di New Mushroomton, gli unicorni non sono affatto creature poetiche e celestiali, ma animali randagi, sporchi e aggressivi, che hanno imparato a cercare gli avanzi dai bidoni della spazzatura.
Perché un simile cambiamento? Perché in questo mondo le fate non hanno più bisogno di volare, le Mantigore non combattono e diventano dei food-manager e gli unicorni, beh, tirano fuori il peggio! “Oltre la magia”, appunto; molto al di là della fantastica “terra di mezzo”. Qui la magia è stata soppiantata dalla più onnipresente tecnologia e chi non riesce a stare al passo, resta tagliato fuori e relegato ai margini. Una cruda visione esasperata della realtà? Un monito? Ossia che senza quel necessario pizzico di sana magia ci si abbrutisce e ci si inaridisce? Forse questi unicorni malconci vogliono dirci questo: lasciateci sognare, lasciateci fantasticare e, anche usando la tecnologia, non diventatene schiavi ma pensate che persino nei più sofisticati meccanismi tecnologici può insinuarsi un elemento di “magia”, comunque la si voglia intendere.
Solo con la fantasia, vera e autentica, possiamo continuare ad essere UNICORNI!
“E tu? Qual è il tuo mondo?” Può suonare strana come domanda, vero? Eppure era questo il modo curioso che Irene usava, sin dalla scuola dell’infanzia, per chiedere a qualcuno… beh, quale fosse il suo mondo! Cioè dove abitava, cosa faceva, come viveva insomma!
E spesso si domandava quale fosse il mondo del proprietario della grande casa nel parco…
“Non devi avvicinarti a quella casa! E’ pericoloso! Dicono sia abitata da un vecchio spaventoso, zoppo e gobbo! E’ sempre da solo e non ama ricevere visite! Men che meno da bambini ficcanaso! Stanne alla larga!”.
Glielo ripetevano ogni giorno, ma più ne sentiva parlare, e più la curiosità di entrare in quel vastissimo parco nascosto da un labirinto di alberi e cespugli, la tentava moltissimo. Era come se qualcuno la chiamasse… Mettici anche quella sua innata insofferenza alle regole e alle imposizioni; mettici quell’indole ribelle e controcorrente…mettici pure tutto, ma lei sarebbe riuscita a entrare là dentro!
Irene era fatta così! Anche se aveva solo 7 anni, possedeva già un caratterino notevole! Testarda e cocciuta, certo, ma anche molto intelligente e soprattutto irrimediabilmente curiosa! Proprio per questo motivo quella misteriosa villa seminascosta dagli alberi costituiva per lei un irresistibile richiamo.
Un immenso parco circondava da ogni lato quella strana dimora apparentemente disabitata. Una nebbia fitta avvolgeva costantemente le piante e i cespugli: quel luogo sembrava impenetrabile. Tutti ne stavano alla larga!
Ma Irene era diversa! E così, un giorno, decise che sarebbe riuscita ad entrare in quell’immenso giardino, anzi, che sarebbe riuscita persino ad entrare in quello strano “castello”.
“Voglio vedere questo sig. Gamba di cui tutti hanno paura! Insomma, sarà pure vecchio, brutto, gobbo e zoppo ma…dai! E’ pur sempre un uomo! Cosa potrebbe mai farmi? Al limite posso scappare: sono sicuramente molto più agile e veloce di lui!”, pensò la bambina.
Sembrava impossibile trovare l’ingresso di quella vastissima proprietà, ma dopo alcuni tentativi, Irene si accorse di un cancello mai notato prima. L’edera lo avvolgeva quasi del tutto, ma era stranamente aperto! Rimediò qualche graffio, si strappò la giacca, ma riuscì ad entrare! Non poteva crederci: finalmente era in quel parco! Emozionata ed eccitata, iniziò ad esplorare, quasi in punta di piedi, quel giardino incredibile così a lungo sognato. E presto si rese conto che, ad ogni passo, la nebbia si alzava lasciandole vedere, poco a poco, il paesaggio intorno a lei.
Era ancora più grande di quanto si immaginasse. Alberi altissimi, siepi folte e delle specie più diverse incastonavano viali e sentieri che si infilavano nelle nuvole e nel verde in un orizzonte confuso e oltremodo invitante.
Irene iniziò a correre ridendo, a braccia aperte: le sembrava di essere “Alice nel paese delle meraviglie”, si sentiva libera e felice in quell’immenso spazio tutto per lei, finché non sentì uno strano rumore alle sue spalle. Dei passi. Ma passi strani, diversi… Coraggiosa si voltò, pronta a tutto. Ma non vide nessuno.
Con grande meraviglia, però, vide che il sentiero alle sue spalle era coperto di neve! “Ma com’è possibile? Ci sono appena passata!”, osservò incredula. Era proprio così: davanti a lei la nebbia svelava una sgargiante primavera; dall’altra parte tutto era avvolto in un candido e silenzioso inverno.
Irene guardò con più attenzione il sentiero innevato: “Orme! Qualcuno è passato di qua! Era proprio dietro di me! Ma… che razza di impronte sono? Sono…diverse…Sembrano un piede e…una zampa? No! Forse è un bastone?… Ma certo! E’ lui! E’ Gamba! Mi stava seguendo!”
Prendo in prestito la piccola e coraggiosa Lucy Pevensie delle “Cronache di Narnia” cui il personaggio di Irene si ispira
Irene seguì l’istinto e d’impulso decise di seguire quelle tracce sulla neve. Il sentiero prese leggermente a salire in mezzo ad una galleria di alberi dalle fronde cariche di soffice e gelato candore. Raggiunse quindi una scalinata che la portò in cima alla collina.
Eccola, lì davanti a lei si ergeva possente quella grande casa scura. Per un attimo ebbe paura. “E se fosse meglio tornare indietro?”, pensò. Si voltò, ma la nebbia era di nuovo calata fitta e non si vedeva nulla. Ad un tratto il lampione accanto a lei si accese. Come una specie di lanterna, emetteva una rassicurante luce calda in tutto quel freddo candore. Istintivamente Irene vi si appoggiò: con un lento scricchiolìo il grande portone d’ingresso si aprì.
Col fiato sospeso, la bimba si diresse, quasi in punta di piedi, verso la porta semiaperta. Tutto era avvolto da quel particolare silenzio ovattato che solo la neve sa creare. Si voltò ancora. Il lampione non c’era più! Guardò all’interno. “Ehi…c’è nessuno’ Sig. Gamba… è permesso?”.
E, una volta varcata la soglia, il portone si richiuse immediatamente.
Non ebbe nemmeno il tempo di capire se mettersi a urlare o a piangere, che l’androne fu invaso dalla luce di decine di lampade e una dolce melodia iniziò a diffondersi quasi invitando e “spingendo” la bimba a salire la prima rampa di scale.
“Ma..è una vera casa! Ed è anche molto bella!”, si disse Irene, inspiegabilmente a suo agio in quel luogo sconosciuto ma famigliare allo stesso tempo.
Si trovò quindi in un corridoio azzurro su cui si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Poi, una di queste si aprì. Irene entrò e si trovò in un salone enorme dal soffitto altissimo, con le pareti di un rosso acceso. Al centro una statua nera, lucida e colossale: un uomo gigante dallo sguardo fisso e i piedi smisurati. “Chissà chi è…?”, pensò. “Ti chiedi chi sono?”: la profonda voce del colosso riempì la stanza e Irene non potè trattenere un grido. “Io sono il guardiano di questo palazzo! A te è stato concesso di entrare, dopo molti, molti anni! Solo tu, piccola Irene, potrai rompere l’incantesimo che avvolge questa casa, un tempo felice, e far sì che il sole torni a scaldarla, l’arte a colorarla e il sorriso sul volto del suo signore…”.
“Io?!”, esclamò Irene, “ma come…”. Non terminò la frase che la stanza iniziò a riempirsi di strani sassi, rocce dalle forme più diverse e dai colori cangianti. Le pietre aumentavano velocemente e il colosso, sebbene immobile, sembrava in lotta contro di loro per non farsi soffocare. Cercando una possibile via d’uscita, Irene notò la porta-finestra che dava sul loggiato. Vi si precipitò e la aprì. I grandi vasi di tulipani sistemati sulla loggia immediatamente si pietrificarono.
L’opera “vegetale” di Marina Torchio per l'”Assalto al castello” Gambas
Fu così, però, che le creature di roccia smisero di invadere il salone e le sembrò che il nero gigante le sorridesse.
L’installazione di Massimo Sacchetti per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
Una luce irruppe, quindi, dalla stanza accanto: strane pareti doppie, con entrambe le superfici dipinte. Figure di donne, di bimbi, di madri… Le pareti iniziarono a muoversi e, da distanziate, cominciarono ad avvicinarsi le une alle altre. La stanza iniziò a rimpicciolirsi. A Irene di nuovo mancò l’aria. Il suo sguardo istintivamente cadde sull’unico dipinto a colori e lo toccò; sempre istintivamente chiamò “Mamma!” e le pareti si bloccarono! Osservò con maggiore attenzione: sempre le stesse figure. Madri e bimbi piccoli raffigurati ovunque, quasi ossessivamente. Il quadro colorato prese vita e la donna le parlò: “Brava Irene… tranquilla! Ora vai pure a giocare!”.
L’installazione di Pasqualino Fracasso per “Assalto al castello” Gamba
Irene non credeva ai propri occhi, nè alle proprie orecchie. Come sapeva il suo nome? E come mai quella voce le suonava famigliare?
Ma calò il buio e subito un’altra sala si illuminò.
Una stanza dalle pareti gialle con bellissimi quadri di paesaggi e montagne. A terra, invece, una distesa di grandi rocce lisce e piatte, mentre, appesi al soffitto, i fiori, chiusi in teche di vetro, sembravano le tristi farfalle di una crudele collezione. La bambina vide che quelle strane rocce iniziavano a muoversi… “Oh no! Anche qui!, esclamò! La superficie rocciosa iniziò a salire sui muri, tentando di coprire i quadri. Le venne spontaneo cercare di fermarla con le mani e la coltre di roccia si frantumò lasciando apparire, qua e là, un bellissimo e variopinto prato fiorito. Fiori che sembravano fatti di pietra. Petali di roccia.
L’installazione di Patrick Passuello per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
Le farfalle si liberarono all’improvviso e in un turbinìo di colori, le pareti si aprirono lasciando il posto ad un’altra incredibile stanza. Questa volta Irene si trovò in un salotto. Era molto caldo e accogliente, pieno di libri. Incuriosita si avvicinò, fece per prenderne uno ma… era finto! L’intero salotto era un’illusione! Stando al centro della stanza sembrava reale, ma quando ci si avvicinava agli oggetti, si rivelava la finzione. Una sorta di gioco, di doppia realtà. La casa vera e quella immaginaria insieme come in un grande gioco di scatole cinesi.
L’installazione di Barbara Tutino per l'”Assalto al castello” Gamba
Superato questo senso di straniamento insolitamente piacevole (“Mi sentivo come dentro un quadro!”, si disse Irene), ecco che la porta successiva dava su una scala che non scendeva, ma saliva soltanto. “Beh, non ho scelta!, pensò la bambina. Si ritrovò quindi immersa in un ambiente spazioso ma molto buio. Fece per voltarsi, ma anche la scala da cui era appena salita era avvolta nel buio. “Ho capito sig. Gamba! Nella sua casa non si sa mai cosa può accadere! E va bene, ci sto!”, esclamò Irene ad alta voce.
Nell’oscurità, in fondo alla stanza, ecco quindi apparire un lontano bagliore azzurro. La bimba non si mosse, ma ebbe l’impressione che quella luce si stesse avvicinando da sola. Ad un certo punto si fermò. “Benvenuta, piccola avventuriera. Dunque sei tu colei che riporterà la gioia tra queste mura… avvicinati, forza”. Una melodiosa voce femminile riempì la stanza. Quasi un canto, come se provenisse dalle profondità del mare. Anzi, ascoltando con attenzione, Irene ebbe la netta percezione del rumore delle onde. Si avvicinò e il punto luminoso “esplose”: un’intera parete si aprì e, illuminato da una sfolgorante luna piena, davanti a lei, Irene aveva proprio… il mare! Quasi lo avrebbe potuto toccare… ne sentiva l’odore, la salsedine. E da quelle onde emerse lei, una creatura metà pesce e metà uccello e… anche metà donna! Proprio così: tre nature convivevano in quell’essere insolito e ipnotico. “Chi sei tu?”, chiese Irene, stranamente per nulla spaventata, “una fata? O forse una specie di sirena?”, incalzò.
Amabie interpretata da Paola Corti nell’installazione di Giuliana Cuneaz per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
“Io sono Amabie. Sono tutto e nulla di ciò che tu dici. Io posso vivere negli abissi marini come in quelli celesti. Io volo sott’acqua e oltre le nuvole. Io porto salute e serenità. E, se vuoi, posso anche farti giocare con la luna!”, le propose ammiccante. A Irene venne spontaneo allungare le braccia e tendere le mani verso quella magica sfera lucente che Amabie le stava offrendo. Non ci poteva credere! Stava davvero toccando la luna! “Brava piccola”, le disse, “d’ora in poi, per molti anni, finalmente dopo difficoltà e sofferenza, le lune saranno amiche e benevoli. I raccolti saranno abbondanti e la gioia tornerà a riempire le case. Le ricchezze, prima perdute, ora possono essere recuperate e messe da parte! Prosegui il tuo cammino in questa dimora che, in sé, racchiude i simboli del mondo!“.
La luce scomparve. Amabie anche. Ma a Irene rimase la luna in mano! La luna che, come una magica lanterna, la guidò alla stanza accanto. Tutto buio; la bambina sbatté la testa contro degli strani oggetti che pendevano dal soffitto.
Un forte profumo di erba, fieno ed essenze aromatiche riempiva l’aria. “Mi sembra di essere in campagna da mia nonna!”, pensò la bambina incuriosita. Alzò la “sua” luna e… “Oohh…”: una vera e propria pioggia di delicate scatoline trasparenti ricadeva dall’alto. Scatoline apparentemente molto fragili, ma che in realtà, al tatto, non sembravano di vetro.
L’opera di Chicco Margaroli per “Assalto al castello” Gamba
“Che strane! Ma…cosa sono?!”, si chiese Irene. Osservandole più attentamente si accorse che racchiudevano qualcosa al loro interno. Dopo essersi assicurata di non essere vista, afferrò quella più vicina a lei e tirò; la misteriosa scatolina si staccò e si aprì tra le sue mani! Al suo interno c’era del fieno: era straordinariamente profumato! Su ogni scatolina notò che era scritta una parola. Una sola. In ognuna era racchiuso un valore, uno dei tanti sensi della vita. A ognuno scoprire il proprio. Irene illuminò il soffitto e le scatoline trasparenti cominciarono a brillare come se fosse una pioggia di stelle. Nell’apparente silenzio che avvolgeva quel luogo, le parole sulle scatoline risuonavano emanando, col fieno, tutto il profumo dei loro numerosi significati. Davvero in quella pazzesca dimora, quasi simile ad un castello, erano racchiusi tutti i simboli del mondo!
A Irene venne spontaneo respirare, allargare le braccia e mettersi a roteare. Si sentiva felice!
Un’improvvisa brezza la sfiorò e la indusse a cambiare stanza. Seguendo quello strano vento arrivato da chissà dove, Irene si ritrovò in un incredibile salone blu. Le pareti si accesero e presero a muoversi creando disegni, forme e profili quasi stordenti. La bambina continuava a girare su se stessa in mezzo a quelle sorprendenti pareti in movimento. Si muovevano come fasci luminosi. Le sembrava di essere tra le onde, oppure no… forse tra le nuvole…oppure, no… forse stava scivolando in una galleria di ghiaccio!
L’installazione di Andrea Carlotto per l’Assalto al castello” Gamba
“Ecco, vedi? Di nuovo sono io che posso vedere in questi segni tutto ciò che voglio! E comunque mi parlano e vogliono dirmi qualcosa”, riflettè Irene in cuor suo. “Chissà però come faccio adesso a uscire da qui…non vedo porte…”, si disse un po’ preoccupata.
“Beh? Cosa fai lì impalata? Non sali?”. Una possente ma gentile voce maschile irruppe nella stanza. Irene si guardò attorno per capire da dove provenisse, ma invano. Poi dal soffitto scese una scala che conduceva al piano di sopra. “Ma…chi é?”, chiese. “Come chi sono?! Sei entrata in casa mia, e mi chiedi chi sono’!”.
“Sig. Gamba!! E’ davvero lei? Mi aspetti!”, gridò Irene. Ma non ottenne più risposta.
Era una scala decisamente insolita: tutta di vetro e acciaio. Lieve e massiccia allo stesso tempo. Mentre saliva, aveva la netta sensazione che la scala ondeggiasse…o era forse quello che le stava intorno a muoversi? Finalmente raggiunse un corridoio in legno. Ai lati due pareti che, a prima vista, sembravano rivestite di quadri dai colori accesi e vivaci. Ma, avvicinandosi, Irene si accorse che quei quadri…erano vivi! Come se stesse guardando attraverso un vetro, restò stupita nel vedere animarsi una sorta di circo: scimmie e scimmiette, una piccolina su una capra nera, un’altra più grande con un vezzoso ombrellino orientale a fiori e un’altra ancora in piedi…
Un’opera di Marco Bettio per la mostra “Assalto al castello”
Tutte a bocca spalancata coi denti bene in mostra. C’era silenzio, ma quegli animali stavano urlando: forte il bisogno di comunicare, ma anche di avvertire e recepire la risposta, forse soprattutto emotiva, di chi forse le stava guardando. A Irene non sfuggì poi, a metà del corridoio, una sorta di doppio ritratto che divideva quello spazio esattamente in due. Da una pare uno scimpanzé con l’espressione pensierosa ma serena, quasi compiaciuta. E, come contraltare, un bellissimo viso di donna, dai capelli neri raccolti e grandi occhi grigio-verdi. “Sembra quell’attrice che piace tanto a mia nonna… come si chiama? Quella che aveva interpretato Cleopatra… Liz, Liz… sì ecco! Sembra proprio lei, Liz Taylor!” esultò la bambina.
Dal circo al cinema! Irene guardò con grande curiosità gli altri quadri, opere che colpivano immediatamente l’attenzione per i loro colori forti e sgargianti. Per non parlare delle figure femminili: bellissime, sinuose, affascinanti. Tuttavia, sotto quell’abbagliante bellezza sembravano nascondere altro, una sorta di tristezza, un senso di attesa e sospensione.
Fino al dipinto di una fanciulla distesa in un avvolgente tappeto di fiori rossi e rosa. “Sembra davvero Alice nel paese delle meraviglie” E’ vestita allo stesso modo!” esclamò Irene.
Una delle opere di Sarah Ledda per l’Assalto al castello
Irene osservava rapita quella figura abbandonata nel sonno, o forse in un sogno… A metà tra Alice o Dorothy, la protagonista del Mago di Oz. Il mondo delle fiabe. Il mondo delle meraviglie. Il mondo irreale per alcuni, ma non per tutti…fortunatamente! La fantasia: questa è una delle parole più importanti per Irene. La fantasia può darti la chiave per aprire mille porte, mille stanze, case, mondi!
“Forza, sali! Vieni sù nell’altana!”. Di nuovo quella voce. “Sig. Gamba! Arrivo subito! Lei mi aspetti, però! Non scompaia!”.
Irene percorse tutto d’un fiato gli ultimi scalini e si ritrovò al centro della torre del palazzo. Era più grande di quanto pensasse. Non vi era nulla. Dalle ampie finestre si poteva volare sul fondovalle, sopra i prati, sopra le case, sopra i boschi, fin sopra le nuvole sfiorando le vette dei monti.
Il bellissimo panorama dall’altana del Gamba guardando verso est
Si guardò attorno; “Sig. Gamba…dov’è?…” (“Ecco…è sparito di nuovo! Ma come fa?!”), pensò sconcertata. Poi un movimento. Come una piccola ombra scura davanti agli occhi. Pensò si trattasse di un insetto… Di nuovo! Irene osservò con attenzione. “Ma… sono scritte!”. Sul vetro comparivano e scomparivano delle parole: sembravano messe a caso, ma alla componevano delle frasi. Potevano sembrare sconclusionate, ma, anche questa volta, il senso lo dava chi leggeva. “Come nelle poesie!“, esclamò Irene; “sembrano scritte in modo strano, ma non è così! E ognuno ci legge, in fin dei conti, quello che sente nel suo cuore!”.
“E come nelle fiabe…vero Irene?”. Il sig. Gamba era lì! Irene si voltò: lui era davvero lì! Di spalle, in piedi affacciato alla finestra dietro di lei. Una sagoma scura ma che non incuteva alcun timore. In realtà non era zoppo, ma si appoggiava ad un bastone.
“Ti aspettavo, sai? Da quando te ne sei andata, molto tempo fa…poco più che in fasce, così, fragile, incapace di lottare contro quel terribile male e noi, tua madre Angélique ed io, incapaci di aiutarti. Io, cheavevo volutonquesta grande casa e questo immenso parco solo per voi…in poco tempo mi sono ritrovato solo. Sì, tua madre, la mia adorata Angélique, non seppe sopravvivere senza di te. Il suo cuore non era forte abbastanza. E io mi sono ritrovato solo. E mi sono chiuso sempre di più. Il mio spirito triste vagava tormentato tra le sale di questa dimora, senza un senso, senza pace. Una casadivenuta simbolo della mia vita, del mio mondo sognato e brutalmente perduto.
Ma adesso sei qui, mia piccola Irene! E posso trovare la mia dimensione, lasciare queste mura e raggiungere le mie donne. Tu, con lo stesso nome e gli stessi occhi della mia piccola, sei stata capace di superare paure e pregiudizi. La mia casa ti ha accolto e tu le hai ridato luce e colore. Adesso questo è tornato il mio fantastico mondo!
D’ora in poi sarà sempre aperta, a tutti, ma soprattutto agli spiriti liberi e all’arte, che soggiace ad ogni cosa rivestendola di senso e valore.
Grazie, Irene!”.
E svanì.
Da quel momento la grande casa nel parco non venne mai più richiusa e risplende accogliendo le persone in un avvolgente vortice di forme e colori, oltre le apparenze, oltre le consuetudini, cavalcando l’insolito, la fantasia e la creatività.
Quello che era lo scuro “castello” del “Gamba”, oggi è tornato a vivere e a regalare emozioni.
Il castello Gamba nell’ultima edizione di Plaisirs de Culture 2020
Le Fate. Creature del sogno e della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di alte montagne, di nevi perenni e poderosi ghiacciai, dove Madre Natura si fa severa, implacabile ed esigente, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli, sicuramente volubili.
Creature oniriche, impalpabili, che vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili. Luoghi dove le fate si nascondono sottraendosi alla vista, chiuse in un silenzio incantato che, però, se lo si sa ascoltare, a volte può lasciar sentire la melodiosa voce delle fate. Una voce simile ad un canto le cui note solo il vento sa suonare.
Il territorio del Monte Bianco vede la presenza di almeno due fate protagoniste di racconti locali, entrambe individuate in Val Veny: quella nascosta nei ghiacci della Brenva, in un luogo a monte di Plan Ponquet; ed una, forse più famosa, e forse non da sola, che ha stabilito la sua dimora nel lago del Miage.
La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)
Le leggende narrano che vi fu un tempo in cui, dove ora si stendono le propaggini ghiacciate della Brenva e si apre il lago del Miage, vi fosse una conca verdeggiante ricca di fiori ed erbe profumate dove le splendide fate della grande montagna amavano riunirsi e danzare.
Un giorno, però, la loro voce incantevole e la loro straordinaria bellezza attirarono l’attenzione dei demoni annidati tra le rocce aguzze di quello che veniva chiamato, non a caso, il Mont Maudit (ossia il Monte Maledetto, primo nome della “spaventosa” montagna che diventerà Monte Bianco).
I demoni iniziarono ad insidiare le fate con profferte d’amore sempre più insistenti e sgradevoli.
Le fate fuggirono inorridite e trovarono rifugio nel ventre della montagna, protette da un cerchio di magia invalicabile.
I demoni, accecati dall’ira, scossero le alte vette facendo franare massi enormi e facendo raggelare la dolce vallata in un inverno senza fine. Solo il lago del Miage resistette all’avanzata del ghiaccio e, alcuni dicono, che laggiù, sul fondo da qualche parte, le fate vivano ancora.
“Oh sorgete, soffiate impetuosi,
venti d’autunno, su la negra vetta;
nembi, o nembi, affollatevi, crollate
l’annose querce; tu torrente, muggi
per la montagna, e tu passeggia, o Luna,
per torbid’aere, e fuor tra nube e nube
mostra pallido raggio…”
I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale dell’alta Val Veny di Courmayeur che viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Per non parlare dell’inverno: lungo, gelido, cristallino, che riveste la valle di una spessa e candida coltre ghiacciata, accompagnandola per mesi in un sonno ovattato ed impenetrabile. Quelle vette imponenti ed appuntite, scintillanti al sole e alla neve, sembrano davvero il regno della misteriosa regina dei ghiacci, ma anche la dimora di fate inafferrabili ed invisibili.
Pareti rocciose incombenti e tormentate, lavorate da antichi movimenti glaciali, sagomate dal vento che vi si annida e vi si rotola, accarezzate dalle piogge e levigate dalle gelate invernali. Ma c’è dell’altro.
Qui domina il silenzio, ma è un silenzio strano, che ti assale, ti avvolge, ti fa quasi il solletico, ti fa venire i brividi. Qui, tra le pieghe ghiacciate della grande Brenva, così come nelle mute acque argentate del Lago del Miage, dimorano le fate di queste montagne, signore di un regno inaccessibile e misterioso che va contemplato fermandovisi ai margini.
In pochi le sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista valdostana Giuliana Cunéaz, una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste credenze popolari, riportandole nei loro luoghi: 24 in tutta la Valle d’Aosta.
Nel progetto chiamato, appunto, “Il silenzio delle Fate” (1990), ha voluto evocare queste diafane presenze attraverso un particolare percorso circolare toccando località in cui si narra che una fata sia apparsa. In ognuno di questi luoghi Giuliana Cunéaz aveva installato un leggio in ferro su cui poggiava uno spartito in marmo bianco. Su ogni spartito era riportato uno stralcio di un brano musicale composto appositamente dal musicista torinese Armando Prioglio. A causa dell’uomo e della natura, oggi molti leggi non sono più al loro posto. Riunendo i 24 brani si otteneva un’unica melodia che, mescolandosi al vento, al fruscio dell’acqua e amplificata dalla grandiosità degli scenari naturali, evocava un antico canto, melodioso e silenzioso allo stesso tempo; evoca “il silenzio delle fate”.
La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le consuete occupazioni contadine. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.
Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.
E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e i pettegolezzi erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo“.
Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un busto tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un “grillo” fatto e finito!
E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!
Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!
Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.
Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.
Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.
Spiriti? Sirene? Fate? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.
Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.
Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!
Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.
“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.
Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.
Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.
Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.
Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.
Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.
Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!
Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!
Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…
Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…
Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.
“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.
Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.
Quindi il gigante aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.
Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!
Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.
Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!
Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.
“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.
Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!
“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.
“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.
Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e …
… oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.
I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.
Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.
E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.
E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.
Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.
Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?
Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…
Sin dai tempi più lontani quell’altura rocciosa si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume circondato da estese paludi e acquitrini.
Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.
Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.
E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…
Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.
Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.
Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.
Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.
Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.
“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.
“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.
Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.
“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.
E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.
Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! Da quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)
E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!
Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò; Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.
La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.
Passarono anni, decenni, secoli.
L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.
Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.
“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.
“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.
Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!
Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.
Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.
“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.
Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.
“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.
Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.
Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.
“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.
“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.
“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.
“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.
Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.
Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.
Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.
Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.
La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…
al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.
In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.
Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)
“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!
La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”
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“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.
“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.
In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.
Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!
Stella
Questo racconto, un pò più lungo e articolato, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.
Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.
E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!
Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.
Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…
Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.
Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.
Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.
“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.
Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.
Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.
Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…
La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.
Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.
La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.
La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.
I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.
Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…
Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.
Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.
Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.
Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.
Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…
La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.
Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.
“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.
“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.
Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!
“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.
Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.
“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.
Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.
“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.
“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.
“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.
“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.
Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.
Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.
Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.
“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.
L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.
Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.
E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”
Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!
Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.
Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!
Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.
Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!
Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.
Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.
Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.
Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.
“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.
Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.
Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.
E il magico talismano?
Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.
Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénise, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!
Stella
Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.
Quei riccioli ribelli proprio non ne volevano sapere di stare a posto… ma lei oggi doveva risplendere in tutta la sua bellezza e anche l’acconciatura doveva essere perfetta. I lunghi e folti capelli color rame le incorniciavano il viso leggermente tondo, le guance rosate, e soprattutto illuminavano quei grandi occhi profondi il cui colore cambiava col tempo e con l’umore variando dal grigio-azzurro al verde salvia. Uno sguardo particolare, dolce e severo allo stesso tempo, spesso impenetrabile.
Giulia Maricca era una splendida giovane donna; aveva 25 anni, ma l’aspetto fresco si univa ad un’autorevolezza e ad una maestà decisamente fuori dal comune. Giulia Maricca non era una donna qualsiasi: era una flaminica, una sacerdotessa del culto imperiale.
Gaia Giulia Maricca, questo il suo nome completo, discendeva da una delle più importanti famiglie notabili della colonia di Augusta Praetoria, strategica e ricca città ai piedi delle Alpi nord-occidentali. I suoi avi erano Salassi; erano dunque dei Celti che, però, seppero sfruttare l’arrivo di Roma e per questo acquisirono, oltre alla cittadinanza, potenza e ricchezza. Suo padre era un decurione e lei ora era una donna importante ed influente. Le lontane origini galliche si notavano nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, con quel suo incarnato diafano, quasi opalescente, rifulgeva ammantata nel lungo velo arancio e oro.
Quella era l’alba di un giorno importante. Era il 23 settembre; si celebrava l’anniversario di nascita dell’imperatore Ottaviano Augusto, venerato come un dio, soprattutto dopo che il suo successore, il nobile imperatore Tiberio, inaugurò l’Ara del Numen Augusti a Roma il 17 gennaio del 6 d.C., quindi ben 20 anni fa.
23 settembre. Quel lontano giorno del 63 a.C. Ottaviano nacque per portare gloria e pace; per portare, dopo lunghi ed oscuri anni di guerre civili, una nuova età dell’oro.
Ogni anno l’anniversario di questa nobile nascita viene celebrato in tutte le città dell’Impero; non a caso tutti i santuari dedicati al culto della domus Augusta sono stati inaugurati (o reinaugurati qualora già esistenti) proprio su questa ricorrenza. In questo giorno a Roma avveniva qualcosa di molto importante nel Campo di Marte: l’ombra dello gnomone fatto giungere appositamente dall’Egitto si proiettava sull’immensa superficie del grande Solarium Augustiunendo idealmente l’ingresso dell’Ara Pacis al Mausoleo dell’imperatore. Un imperatore nato per portare la pace e morto come un dio.
Augusta Praetoria, da lui fondata nel 25 a.C., possedeva un foro grandioso che, occupando ben 8 insulae (isolati) si apriva su un’area decisamente notevole per questa città alpina che, tuttavia, si estendeva su ben 42 ettari!. Non si trovava proprio nel centro geometrico del rettangolo urbano ma leggermente spostato a ridosso del Kardo Maximus che lo profilava lungo tutto il lungo lato occidentale fino alla Porta Principalis Sinistra a nord. A sud, invece, era delimitato dal Decumanus Maximus, mentre un kardo secondario lo definiva verso oriente.
Questa immensa area era dominata da nord da un’imponente terrazza sacra sulla quale svettava una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla sua paredra, la dea Roma, madre dell’impero.
Ecco, Giulia Maricca era pronta. Per quest’importante occasione molti personaggi di spicco avrebbero assistito e preso parte alla grande celebrazione augustea nel foro cittadino.
In città era tutto un fermento. La grande piazza era come un formicaio di gente intenta ad allestire gli spazi per i rituali. Gli animali per i sacrifici venivano puliti e abbelliti con bende e fiori: tori, montoni, maiali… I tre accessi erano presidiati e sorvegliati dalle guardie pretoriane.
Il rito era condotto dal sommo Flamen Augustalis, il principale sacerdote del culto imperiale. La sua persona, inviolabile, era letteralmente ammantata di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto col divino.
L’inizio si approssimava e tutti erano chiamati ad occupare il posto loro riservato. Il popolo si era radunato nella piazza bassa racchiusa tra le due fila di botteghe. Prima chiassoso e vociante, il pubblico si era fatto sempre più silenzioso. Un’atmosfera di raccoglimento stava avvolgendo la platea forense. Tutto risplendeva illuminato dai tanti bracieri e dalle fiaccole. Dalla platea bassa Giulia Maricca raggiunse la zona più sacra del complesso. Un’imponente scalinata definiva il confine tra le due aree. Immediatamente alle spalle di questa, al centro tra i due templi, si apriva un prezioso Augusteum: un ambiente rettangolare sui cui lati correva una banchina che fungeva da base rialzata per le statue dei membri della casata imperiale.
Sui lati della terrazza correva un triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie potevano vantare… Una galleria che recingeva tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza della scalinata monumentale di raccordo con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.
Il criptoportico si rivelava fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare, in rigoroso ordine gerarchico, sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovavano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti le élites cittadine.
Ormai tutto era pronto. Il Flamen maggiore, ben riconoscibile grazie al particolare copricapo a punta, invoca la protezione del Genius Augusti alzando le braccia al cielo. I membri del collegio degli Augustali e i rappresentanti dei Fratres Arvales intonano antiche litanie muovendosi ritmicamente. Una musica avvolge tutto e tutti.
Giulia Maricca è assorta e concentrata. Lei deve rendere omaggio in particolare a Livia Augusta, nobile consorte del divino imperatore, anch’essa quindi assimilata ad una dea di pace e prosperità. Davanti agli altari ornati da ghirlande e bucrani, da fiori e frutta, gli animali dei suovitaurilia vengono immolati. Il loro sangue viene fatto scorrere con i simpula (mestoli) e raccolto in patere d’argento.
I due templi dominano la scena, splendidi nei giochi di luce dei marmi colorati che li decorano. Incorniciature e zoccolature in Rosso antico, in Giallo di Numidia, in Pavonazzetto… E’ il trionfo dell’imperatore. E’ il trionfo di Roma. E’ l’aurea aetas della pax augustea.
Lo sguardo corre verso le celle interne. I colonnati di marmo lucido sfavillano nella penombra. Giulia Maricca con le altre sacerdotesse brucia incenso e spezie. Le innumerevoli statue del foro sembrano dèi fattisi pietra per assistere al rito. Le fontane in marmo rosa e l’acqua del grande labrum (bacino) riflettono ed accentuano i giochi di luce.
La processione ha inizio. Dalla terrazza il sacro corteo scende alcuni scalini e imbocca gli ingressi del criptoportico. Preghiere e nenie si susseguono incessantemente. Dalle finestrelle del criptoportico aperte sulla terrazza si intravedono le luci e le ombre della lunga fila. Il profumo di incenso è a dir poco inebriante e si mescola all’odore dolciastro del sangue animale. Si va come in stato di trance. Il divo Augusto viene invocato come novello Iuppiter, padrone dell’orbe terracqueo e della vastità celeste.
Il corteo prosegue. Percorso per intero il criptoportico, esce quindi nuovamente sulla scalinata centrale per risalire nel triportico superiore. Nessuno osa distrarsi. Nessuno osa staccare gli occhi e le orecchie dal rito sacro. Il divus presto si manifesterà.
Vengono resi onori agli sventurati nipoti dell’imperatore, Gaio e Lucio, i due principes iuventutis, ahimé troppo presto chiamati tra gli dèi superi. Ci si ferma solennemente dinnanzi alla statua di Livia abbigliata come la dea Demetra, portatrice di messi e fertilità. Giulia Maricca innalza il suo salmo ancestrale, si inchina e bacia il ritratto dell’augusta imperatrice.
Si torna quindi sulla terrazza. Il sommo Flamen si ferma esattamente al centro. I due templi alle spalle ed un enorme braciere davanti a sè. Gli altri si dispongono a corona intorno a lui. Siamo giunti al culmine. Giulia Maricca alza le braccia al cielo e chiude gli occhi, completamente posseduta da quella musica martellante e ritmica, da quel pregare profondo, senza sosta.
“Manifestati, oh divo Augusto! Invia un segno della tua sempiterna protezione. Manifestati divo Augusto, figlio del divo Cesare! Manifestati…”
All’improvviso un tuono fortissimo, come un’esplosione. Verso sud, verso le alte vette che disegnano l’orizzonte meridionale della città, un fulmine impressionante squarcia il cielo dell’equinozio d’autunno. La saetta di Giove illumina l’aria fattasi incredibilmente plumbea.
“Libra cum Capricorno“ grida il Flamenalzando imperiosamente il suo bastone ricurvo. Sta vedendo i due segni astrali del divino Augusto per un attimo, un brevissimo attimo, straordinariamente insieme. Un prodigio, impossibile altrimenti. Augusto si è manifestato.
Poi la pioggia. Fitta, fredda, torrenziale. Le nuvole, livide, correvano veloci verso sud, spinte da un vento inarrestabile. Correvano oltre la pianura, oltre le montagne… correvano oltre i secoli portando con sé quel profumo d’incenso, di mirra e di rosa muschiata misto all’odore dolciastro del sangue. La pioggia lava e purifica. Ma non cancella.
Una pioggia d’autunno bagna Aosta e quel suo antico foro di cui solo il criptoportico oggi rimane, quasi nella sua interezza, a ricordarne la monumentalità. Il resto lo si conosce a brandelli. Il resto sta venendo fuori piano piano e presto troverà adeguata valorizzazione.
Gli archeologi e i geometri della ditta “Olimpia – Ricerche e Scavi” stanno lavorando alacremente. Ormai non c’è più tempo da perdere. Piazza Severino Caveri dovrà essere pronta per la prossima primavera. Una piazza nel cuore dell’antico foro romano. Una piazza che ne ha viste tante… ma che oggi, forse, sta per regalare l’emozione del passato.
La pioggia si fa sempre più battente. Gli archeologi devono interrompere temporaneamente il lavoro. Impossibile continuare nel fango. Impossibile leggere le quote. Eppure, incurante del meteo avverso, ancora qualcuno si attarda in cantiere. Una ragazza, un’archeologa, china su quel foglio di carta millimetrata: “Sempre questi dannati riccioli che non vogliono stare al loro posto! E ci si mette pure la pioggia”…
“Marika! Marika, vieni, dai… sta piovendo! Non riusciamo a proseguire coi rilievi adesso… continueremo più tardi!”