Aosta romana. La pioggia d’autunno e la voce degli dei

Quei riccioli ribelli proprio non ne volevano sapere di stare a posto… ma lei oggi doveva risplendere in tutta la sua bellezza e anche l’acconciatura doveva essere perfetta. I lunghi e folti capelli color rame le incorniciavano il viso leggermente tondo, le guance rosate, e soprattutto illuminavano quei grandi occhi profondi il cui colore cambiava col tempo e con l’umore variando dal grigio-azzurro al verde salvia. Uno sguardo particolare, dolce e severo allo stesso tempo, spesso impenetrabile.

Giulia Maricca era una splendida giovane donna; aveva 25 anni, ma l’aspetto fresco si univa ad un’autorevolezza e ad una maestà decisamente fuori dal comune. Giulia Maricca non era una donna qualsiasi: era una flaminica, una sacerdotessa del culto imperiale.

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Gaia Giulia Maricca, questo il suo nome completo, discendeva da una delle più importanti famiglie notabili della colonia di Augusta Praetoria, strategica e ricca città ai piedi delle Alpi nord-occidentali. I suoi avi erano Salassi; erano dunque dei Celti che, però, seppero sfruttare l’arrivo di Roma e per questo acquisirono, oltre alla cittadinanza, potenza e ricchezza. Suo padre era un decurione e lei ora era una donna importante ed influente. Le lontane origini galliche si notavano nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, con quel suo incarnato diafano, quasi opalescente, rifulgeva ammantata nel lungo velo arancio e oro.

Quella era l’alba di un giorno importante. Era il 23 settembre; si celebrava l’anniversario di nascita dell’imperatore Ottaviano Augusto, venerato come un dio, soprattutto dopo che il suo successore, il nobile imperatore Tiberio, inaugurò l’Ara del Numen Augusti a Roma il 17 gennaio del 6 d.C., quindi ben 20 anni fa.

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23 settembre. Quel lontano giorno del 63 a.C. Ottaviano nacque per portare gloria e pace; per portare, dopo lunghi ed oscuri anni di guerre civili, una nuova età dell’oro.

Ogni anno l’anniversario di questa nobile nascita viene celebrato in tutte le città dell’Impero; non a caso tutti i santuari dedicati al culto della domus Augusta sono stati inaugurati (o reinaugurati qualora già esistenti) proprio su questa ricorrenza. In questo giorno a Roma avveniva qualcosa di molto importante nel Campo di Marte: l’ombra dello gnomone fatto giungere appositamente dall’Egitto si proiettava sull’immensa superficie del grande Solarium Augusti unendo idealmente l’ingresso dell’Ara Pacis al Mausoleo dell’imperatore. Un imperatore nato per portare la pace e morto come un dio.

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Augusta Praetoria, da lui fondata nel 25 a.C., possedeva un foro grandioso che, occupando ben 8 insulae (isolati) si apriva su un’area decisamente notevole per questa città alpina che, tuttavia, si estendeva su ben 42 ettari!. Non si trovava proprio nel centro geometrico del rettangolo urbano ma leggermente spostato a ridosso del Kardo Maximus che lo profilava lungo tutto il lungo lato occidentale fino alla Porta Principalis Sinistra a nord. A sud, invece, era delimitato dal Decumanus Maximus, mentre un kardo secondario lo definiva verso oriente.

Questa immensa area era dominata da nord da un’imponente terrazza sacra sulla quale svettava una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla sua paredra, la dea Roma, madre dell’impero.

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Ecco, Giulia Maricca era pronta. Per quest’importante occasione molti personaggi di spicco avrebbero assistito e preso parte alla grande celebrazione augustea nel foro cittadino.

In città era tutto un fermento. La grande piazza era come un formicaio di gente intenta ad allestire gli spazi per i rituali. Gli animali per i sacrifici venivano puliti e abbelliti con bende e fiori: tori, montoni, maiali… I tre accessi erano presidiati e sorvegliati dalle guardie pretoriane.

Il rito era condotto dal sommo Flamen Augustalis, il principale sacerdote del culto imperiale. La sua persona, inviolabile, era letteralmente ammantata di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto col divino.

L’inizio si approssimava e tutti erano chiamati ad occupare il posto loro riservato. Il popolo si era radunato nella piazza bassa racchiusa tra le due fila di botteghe. Prima chiassoso e vociante,  il pubblico si era fatto sempre più silenzioso. Un’atmosfera di raccoglimento stava avvolgendo la platea forense. Tutto risplendeva illuminato dai tanti bracieri e dalle fiaccole. Dalla platea bassa Giulia Maricca raggiunse la zona più sacra del complesso. Un’imponente scalinata definiva il confine tra le due aree. Immediatamente alle spalle di questa, al centro tra i due templi, si apriva un prezioso Augusteum: un ambiente rettangolare sui cui lati correva una banchina che fungeva da base rialzata per le statue dei membri della casata imperiale.

Sui lati della terrazza correva un triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie potevano vantare… Una galleria che recingeva tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza della scalinata monumentale di raccordo con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico si rivelava fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare, in rigoroso ordine gerarchico, sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovavano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti le élites cittadine.

Ormai tutto era pronto. Il Flamen maggiore, ben riconoscibile grazie al particolare copricapo a punta, invoca la protezione del Genius Augusti alzando le braccia al cielo. I membri del collegio degli Augustali e i rappresentanti dei Fratres Arvales intonano antiche litanie muovendosi ritmicamente. Una musica avvolge tutto e tutti.

Giulia Maricca è assorta e concentrata. Lei deve rendere omaggio in particolare a Livia Augusta, nobile consorte del divino imperatore, anch’essa quindi assimilata ad una dea di pace e prosperità. Davanti agli altari ornati da ghirlande e bucrani, da fiori e frutta, gli animali dei suovitaurilia vengono immolati. Il loro sangue viene fatto scorrere con i simpula (mestoli) e raccolto in patere d’argento.

I due templi dominano la scena, splendidi nei giochi di luce dei marmi colorati che li decorano. Incorniciature e zoccolature in Rosso antico, in Giallo di Numidia, in Pavonazzetto… E’ il trionfo dell’imperatore. E’ il trionfo di Roma. E’ l’aurea aetas della pax augustea.

Lo sguardo corre verso le celle interne. I colonnati di marmo lucido sfavillano nella penombra. Giulia Maricca con le altre sacerdotesse brucia incenso e spezie. Le innumerevoli statue del foro sembrano dèi fattisi pietra per assistere al rito. Le fontane in marmo rosa e l’acqua del grande labrum (bacino) riflettono ed accentuano i giochi di luce.

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La processione ha inizio. Dalla terrazza il sacro corteo scende alcuni scalini e imbocca gli ingressi del criptoportico. Preghiere e nenie si susseguono incessantemente. Dalle finestrelle del criptoportico aperte sulla terrazza si intravedono le luci e le ombre della lunga fila. Il profumo di incenso è a dir poco inebriante e si mescola all’odore dolciastro del sangue animale. Si va come in stato di trance. Il divo Augusto viene invocato come novello Iuppiter, padrone dell’orbe terracqueo e della vastità celeste.

Il corteo prosegue. Percorso per intero il criptoportico, esce quindi nuovamente sulla scalinata centrale per risalire nel triportico superiore. Nessuno osa distrarsi. Nessuno osa staccare gli occhi e le orecchie dal rito sacro. Il divus presto si manifesterà.

Vengono resi onori agli sventurati nipoti dell’imperatore, Gaio e Lucio, i due principes iuventutis, ahimé troppo presto chiamati tra gli dèi superi. Ci si ferma solennemente dinnanzi alla statua di Livia abbigliata come la dea Demetra, portatrice di messi e fertilità. Giulia Maricca innalza il suo salmo ancestrale, si inchina e bacia il ritratto dell’augusta imperatrice.

Si torna quindi sulla terrazza. Il sommo Flamen si ferma esattamente al centro. I due templi alle spalle ed un enorme braciere davanti a sè. Gli altri si dispongono a corona intorno a lui. Siamo giunti al culmine. Giulia Maricca alza le braccia al cielo e chiude gli occhi, completamente posseduta da quella musica martellante e ritmica, da quel pregare profondo, senza sosta.

“Manifestati, oh divo Augusto! Invia un segno della tua sempiterna protezione. Manifestati divo Augusto, figlio del divo Cesare! Manifestati…”

All’improvviso un tuono fortissimo, come un’esplosione. Verso sud, verso le alte vette che disegnano l’orizzonte meridionale della città, un fulmine impressionante squarcia il cielo dell’equinozio d’autunno. La saetta di Giove illumina l’aria fattasi incredibilmente plumbea.

Libra cum Capricorno grida il Flamen alzando imperiosamente il suo bastone ricurvo. Sta vedendo i due segni astrali del divino Augusto per un attimo, un brevissimo attimo, straordinariamente insieme. Un prodigio, impossibile altrimenti. Augusto si è manifestato.

Poi la pioggia. Fitta, fredda, torrenziale. Le nuvole, livide, correvano veloci verso sud, spinte da un vento inarrestabile. Correvano oltre la pianura, oltre le montagne… correvano oltre i secoli portando con sé quel profumo d’incenso, di mirra e di rosa muschiata misto all’odore dolciastro del sangue. La pioggia lava e purifica. Ma non cancella.

Una pioggia d’autunno bagna Aosta e quel suo antico foro di cui solo il criptoportico oggi rimane, quasi nella sua interezza, a ricordarne la monumentalità. Il resto lo si conosce a brandelli. Il resto sta venendo fuori piano piano e presto troverà adeguata valorizzazione.

Gli archeologi e i geometri della ditta “Olimpia – Ricerche e Scavi” stanno lavorando alacremente. Ormai non c’è più tempo da perdere. Piazza Severino Caveri dovrà essere pronta per la prossima primavera. Una piazza nel cuore dell’antico foro romano. Una piazza che ne ha viste tante… ma che oggi, forse, sta per regalare l’emozione del passato.

La pioggia si fa sempre più battente. Gli archeologi devono interrompere temporaneamente il lavoro. Impossibile continuare nel fango. Impossibile leggere le quote. Eppure, incurante del meteo avverso, ancora qualcuno si attarda in cantiere. Una ragazza, un’archeologa, china su quel foglio di carta millimetrata: “Sempre questi dannati riccioli che non vogliono stare al loro posto! E ci si mette pure la pioggia”…

Marika! Marika, vieni, dai… sta piovendo! Non riusciamo a proseguire coi rilievi adesso… continueremo più tardi!”

Stella

Immergersi nel MAR di Aosta … e scoprire oltre 5000 anni di storia!

Siete ad Aosta e vi propongono di andare al…MAR?! Tranquilli, non è uno scherzo: si tratta del Museo Archeologico Regionale, un vero scrigno di tesori e conoscenze inaugurato il 15 ottobre del 2004.

LA SEDE

Racchiuso nell’elegante sede della ex Caserma Challant, creata in epoca napoleonica dal precedente complesso monastico delle suore Visitandine, insediatesi qui nel XVII secolo, è questo un edificio che sorge in un luogo significativo: al di sotto dell’attuale piazza Roncas, infatti, si celano i resti della Porta Principalis Sinistra, cioè la porta di epoca romana che si apriva sul lato nord delle mura. Nel sottosuolo del Museo è inoltre possibile apprezzarne le vestigia, recentemente oggetto di un accurato intervento di valorizzazione e musealizzazione. Illuminati in arancione tutti i resti di epoca romana; in bianco le murature cronologicamente successive. E si scopre, già scendendo, il prospetto orientale della torre est di questa porta urbica; da lì, come in una sorta di suggestivo labirinto, ci si inoltra tra le mura illuminate; dalla penombra riemergono le testimonianze di antichi monumenti oggi non più visibili, come le fondazioni di un grande corpo confomato a cavea che doveva chiudere, in maniera davvero scenografica, il lato nord del complesso forense, innalzandosi alle spalle della terrazza sacra già circondata dalla porticus triplex impostata sul sottostante criptoportico.

ENTRIAMO…

Il luminoso corridoio di accesso vi farà cominciare la visita dalla sala dedicata al collezionismo: cosa ti fa venire voglia di iniziare una collezione? Qui avrete modo di vedere anche degli oggetti “insoliti”…che ci fanno delle tavolette sumere e delle formelle africane in Valle d’Aosta? Venite e lo scoprirete!

DALLA PREISTORIA…

Si prosegue con la Sala della Preistoria e Protostoria: resterete affascinati dalle magnifiche stele antropomorfe del III millennio a.C. provenienti dall’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans! Le stele sono delle enormi lastre di pietra sagomate a forma di figura umana: queste rievocano, in forma stilizzata, un corpo sormontato da una testa e la superficie presenta delle incisioni che riproducono elementi dell’abbigliamento e ornamenti. Antenati? Eroi? Divinità?

Conoscerete i Salassi, ovvero la popolazione celto-ligure che abitava queste montagne già secoli prima della conquista da parte dei Romani; li conoscerete attraverso oggetti come vasi, suppellettili e gioielli (splendide le armille in pietra ollare o in bronzo), ma anche grazie ad iscrizioni di epoca romana e a monete.

… ALL’EPOCA ROMANA E OLTRE

Proseguendo entrerete nella Sala del Plastico dove potrete immaginare di sorvolare sull’antica città romana di Augusta Praetoria Salassorum divertendovi ad individuare i monumenti che già conoscete o a scoprirne di ignoti. Il vostro percorso di scoperta sarà corredato inoltre da video, da ricostruzioni in scala 1:1 di botteghe artigiane o atelier di scultori e da particolari esperienze tattili grazie alle riproduzioni degli oggetti esposti.

La progressiva scoperta della città avverrà attraverso gli oggetti ritrovati nelle tombe in decenni di scavi e ricerche: dalle urne alle lucerne, dai gioielli alle pedine da gioco fino alle decorazioni in osso di uno straordinario letto funebre.

La Sala delle Epigrafi vi farà conoscere qualcuno degli antichi abitanti della città romana e, dai loro nomi, talvolta esotici o “barbari”, potrete capire come l’antica Augusta Praetoria fosse un vivace centro multietnico!

La suggestiva Sala dei Culti vi condurrà al cospetto delle divinità maggiormente testimoniate su queste vette: domina Giove, mirabilmente rappresentato da uno splendido busto in argento ritrovato al colle del Piccolo San Bernardo. Nella stessa sala, sin da lontano, noterete il magnifico balteo in bronzo (“balteo”= pettorale da parata per cavallo, in tal caso appartenente ad una statua equestre) decorato da una concitata scena di battaglia tra Romani e Barbari ad altissimo rilievo con parti a tutto tondo, databile tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio di quello successivo.

E poi la vita quotidiana, domestica. Com’erano le case a quel tempo? Com’erano arredate? Cosa si mangiava? E le terme? A tutte queste curiosità il MAR saprà darvi una risposta.

Il giro si conclude con un assaggio dell’Aosta paleocristiana e altomedievale, in una sala dominata da un meraviglioso ambone marmoreo decorato da animali araldicamente affrontati, risalente all’VIII secolo d.C. e ritrovato durante scavi condotti in Cattedrale. Interessanti i due speroni e la spada rinvenuti nella tomba di un cavaliere sepolto nella chiesa dei SS. Pietro e Orso nel XIV sec. d.C.; infine, tra i corredi funerari notiamo alcuni graziosi monili femminili, tra cui spiccano due finissime fibbie burgunde.

E non finisce qui. Gli appassionati di monete non potranno perdersi la Collezione Numismatica Pautasso, ricca di ben 720 monete tra le quali spiccano quelle celtiche e preromane.

E si finisce con l’ultima “new entry”: la sala della Collezione Carugo, con reperti della civiltà etrusca, dell’Antico Egitto e della Mesopotamia. Un piccolo “cameo” per gli amanti del Vicino Oriente allestito come fosse uno studiolo, in base al concept della “casa-museo”.

Anche il MAR di Aosta si affaccia sul Mediterraneo!

Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi. Se ne volete un primo assaggio, cominciate con la visita virtuale!

Stella

Castello di Quart. Trono di pietra di un’antica stirpe perduta

 

Quasi assopito sul suo trono di pietra; severo ed austero su quell’apparentemente imprendibile gomito roccioso stretto contro l’impervio pendio, il Castello di Quart, domina dall’alto l’intero fondovalle della piana di Aosta.

Ad quartum lapidem”. A quattro miglia romane dall’antica Augusta Praetoria Salassorum, il paese di Quart affonda le sue origini più remote lungo l’eroica Strada romana delle Gallie che doveva transitare all’incirca all’altezza della chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio.

Ma è lassù, più in alto, che dobbiamo ricercare gli orizzonti medievali; è da lassù che ci sorveglia il Castello dei Signori di Quart, precedentemente noti come Signori De Porta Sancti Ursi, vera e propria icona di secoli lontani costellati da lotte di potere, ma anche da raffinate committenze.

ARRIVANDO AL CASTELLO

Ci si avvicina risalendo gradualmente la collina sulla scia delle indicazioni fino ad un piccolo parcheggio. Qui si lascia l’auto e ci si incammina in direzione di una fresca e fitta macchia di chiome verdeggianti, tra cui si innalza maestoso un faggio monumentale. Un grazioso e piacevole sentiero ci conduce al cospetto di questo imponente maniero, per nulla distante dal tracciato della Via Francigena. Dalla rampa d’accesso la vista spazia sui monti dell’envers, sugli scuri boschi e sù sù, anche se solo di scorcio, lungo quell’imponente Mont Emilius, dall’aspetto quasi himalayano; la vista corre poi sulla piana alluvionale solcata dalla Dora Baltea; verso ovest ben distinguiamo Aosta, col suo centro storico dominato dai campanili di Sant’Orso e della Cattedrale, dalle torri e dalle “cesaree mura” della colonia romana. Ma anche con la sua periferia connotata da un importante componente industriale e da una ancora ben presente vocazione agricolo-pastorale. Fino ad arrivare laggiù, a “sbattere” contro i bianchi torrioni del ghiacciaio dello Chateau Blanc. E noi siamo qui, ad un passo ormai dal rivellino che ci consentirà di entrare in questo affascinante “castello-borgo” dalle vicissitudini complesse e dalle sorti alterne.

I QUART. ASCESA E FINE DI UNA POTENTE FAMIGLIA

Una storia lunga e tormentata quella del Castello di Quart.

Un primo edificio, forse una torre cinta da mura, sarebbe stato qui costruito nell’XI secolo, quando i Signori di Quart erano ancora i potenti De Porta Sancti Ursi arroccati sulle torri laterali della monumentale Porta Praetoria, ovvero Porta di Sant’Orso. Quando questa nobile famiglia era ancora urbana e risiedeva su quello che era lo storico ingresso principale alla città, ne controllava caparbiamente i transiti esprimendo così un potere ed un carisma che senza troppi dubbi la distingueva da altre ricche schiatte cittadine del tempo.

Una sorta di “avamposto” fuori città utile a controllare le maggiori vie di traffico, le fiere e i mercati, nonché gli estesi feudi di questa famiglia che contava proprietà fino nell’alta Valpelline.

Ma poi, con la fine del XII secolo, i Signori si trasferiranno definitivamente in questo strategico luogo che diventerà la loro principale residenza. Stavano per cominciare gli anni dello splendore.

Anni che videro la costruzione di un poderoso ed originale torrione dal profilo trapezoidale, vero perno simbolico dell’intero complesso, al cui interno, sotto un’anonima coltre di scialbo, si celavano affreschi preziosi dalle colte e raffinate iconografie che ora, finalmente,  sarà possibile vedere di nuovo. Cultura umanistica, ideali cavallereschi, epiche gesta del condottiero macedone più noto di tutti i tempi, Alessandro Magno, affiancato al biblico eroe Sansone seppur rivestiti degli abiti e delle leggende dell’Età di Mezzo.

E l’anno che scorre e si ripete, immutabile, coi suoi mesi e i suoi mestieri, richiamando il grande mosaico della Cattedrale di Aosta. E ancora gli elefanti, tozzi ed ingenui, tratti dai diffusi Bestiarii del tempo, forse cavalcati da altrettanto misteriosi Saraceni.  

Tante le storie e i frammenti di vita che potrà restituirci questo suggestivo castello (che, poi, definire “castello” è alquanto riduttivo… questo borgo in miniatura, piuttosto!) i cui Siri dominarono solo fino al 1378, lasciandolo nell’ impossibile eredità delle cinque figlie femmine di Enrico di Quart e Pentesilea di Saluzzo. Un 1378 annus horribilis che vide tornare alla ribalta i Savoia i quali sottrassero questa proprietà ai non amati Quart.

Ed ebbe così inizio un ininterrotto rimpallarsi di proprietà tra diverse famiglie dell’orbita sabauda: dai Laschis ai Balbis; dai Coardo fino ai Perrone di San Martino che lo acquisirono nel 1612.

Divenuto proprietà comunale a partire dal XIX secolo, venne infine rilevato dall’Amministrazione regionale nel 1951.

Ogni volta che lo vedo, cerco di ricordare quale veduta di paesaggio medievale o rinascimentale potesse richiamare (perché, ero sicura, era come una sorta di “déjà vu”).

Infine un’illuminazione: ma certo, Andrea Mantegna! L’immediata verifica non ha lasciato spazio ad ulteriori dubbi. Quella natura rocciosa e spigolosa, dalle forme nette, ruvide, e dai colori scabri. Quei promontori di roccia attorno ai quali quasi si avvinghiano, si arrotolano, borghi e castelli. Cortine di alte mura, spesso merlate o agitate da torri ed altane, ricamate intorno a sporgenze di pietra.

Mi viene in mente l’ “Orazione nell’orto”; certo, in quest’opera è la città di Gerusalemme ad essere rappresentata, ma da lontano, il complesso castello-borgo di Quart riesce a ricordarla.  Quei volumi, quei paesaggi scabri e quelle particolari cromìe ben si adattano al severo ma sorprendente Castello di Quart.

Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

E anche l’UTMB, come numerose altre manifestazioni, sportive e non, ha dovuto arrendersi alla terribile emergenza sanitaria. Ma a modo mio voglio contribuire con un mini-UTMB storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA MOZZAFIATO
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

Stella

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Gladiatori in convento. L’anfiteatro nascosto di Aosta

Per Ercole, che fatica! Il viaggio era stato eterno e davvero impegnativo. Miglia e miglia, dalle coste meridionali fino al Nord… e che Nord! Dalle ampie spiagge sabbiose dove Nettuno trovava diletto, siamo risaliti attraversando pianure assolate, colline boscose, valli sconosciute fino ad arrivare in questo estremo lembo di Cisalpina, a nord ovest della Regio XI.

Polvere, malattie, sudore, fame e tanta… tanta sete. Un viaggio degno dell’Ade. Ma del resto, per noi gladiatori la vita non è mai stata né sarà mai facile… né lunga, oltretutto!

Mi chiamo Marcus, ho 24 anni. Non ho più un passato… forse non l’ho mai avuto. Vivo giorno per giorno, non posso fare diversamente. Non so nemmeno con certezza da dove vengo; tante sono le storie che si rincorrono in merito alla mia nascita e ai miei genitori. Tutte simili, ma in fondo tutte diverse. I miei primi ricordi sono su un’isola meravigliosa baciata dal sole, dove regna un’eterna estate. I miei primi ricordi sono in Sicilia, in un villaggio abitato perlopiù da pescatori. Ero figlio di nessuno; ero figlio di tutti.

Tutti mi volevano bene, mi sfamavano e mi vestivano. Un vecchio magister in pensione si affezionò così tanto a me da insegnarmi le basi della lettura e della scrittura. E io in cambio gli tenevo compagnia rallegrando le sue ultime giornate.

Ma un giorno, quando avevo 16 anni, fui coinvolto in un brutto affare. Non avevo capito che quegli uomini mi avrebbero usato per portare a termine un delitto efferato. Fu così che mi ritrovai accusato di furto e omicidio, senza potermi difendere, senza nessun dominus che mi proteggesse. Ero l’anello più debole di un velenoso complotto. Per non venire condannato, accettai di diventare un gladiatore ed entrai nella schola armaturarum della città più vicina.

16 anni appena… imparando a combattere sono cresciuto, sono diventato un uomo!

Il compagno più anziano che ci allenava, era solito ripeterci: “il gladiatore decide le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, l’inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente“. Una filosofia che, per me, valse per la vita!

Sono molto alto, più della media, ma non particolarmente robusto. Muscoloso, questo sì, ma di struttura leggera. Però sono veloce, agile, capace di muovermi con balzi improvvisi come un gatto. Ecco perché sono diventato un Trace,uno di quei gladiatori armati alla leggera, con un grosso elmo ornato da un grifone.

Gladiatore

 

 

Pur essendo così giovane ho già combattuto parecchio e i miei compagni in questo viaggio sono anch’essi gladiatori. Su questo carro ci sono persone che la società ha rifiutato, ma che paradossalmente ama alla follia. C’è Assicius, tozzo e potente. C’è Germanicus, altissimo e biondo. C’è Furius, il cui nome non lascia spazio a dubbi sul suo impeto nell’arena. Assassini, ladri, vagabondi, schiavi allontanati dai padroni…

Questo carro ci sta portando in una colonia fondata da Ottaviano Augusto non molto tempo fa, Augusta Praetoria Salassorum. Siamo quasi arrivati… non vedo l’ora di scendere! Certo che, per essere fine luglio, fa un freddo incredibile! Da nord spira un vento gelido, soprattutto nel pomeriggio. Alzo lo sguardo e mi vedo circondato da queste vette così alte: com’è diverso dal luogo in cui sono cresciuto…Quanta gente per le strade! Soldati, mercanti, schiavi da ogni angolo del nostro grande Impero. Siamo ai piedi di monti invalicabili eppure sembra un porto di mare. Visi, lineamenti, colori, lingue, profumi così diversi tra loro. Tutti insieme in una città non certo grande, ma ricca e florida.

Da poco tempo il nostro imperatore Claudio ha ordinato di sistemare il ramo della gloriosa Via delle Gallie diretta a nord, nelle terre degli Elvezi e dei Germani. La città è tutta un fermento e noi siamo giunti qui per… combattere! Sì, dovremo esibirci in occasione dei ludi indetti per festeggiare il nuovo anfiteatro. E’ stato ultimato da poco, nell’angolo nord-orientale della città.

pianta romana

Che strano… dentro le mura!! Ma non hanno paura di rivolte?!! Mi han detto che è stata sacrificata un’insula, un isolato residenziale creato nel momento della fondazione ma mai utilizzato (o comunque non così utile evidentemente…) per creare questo luogo di spettacolo proprio accanto al teatro, anch’esso terminato da poco. E’ anche vero che qui è pieno di soldati, legionari, pretoriani… bisogna pensarci un po’ prima di fare gazzarra!

Farlo dentro le mura comunque ha il suo perché! La città è molto compatta, ordinata, geometrica… fa effetto quando la vedi da lontano, in mezzo a campi coltivati punteggiati da grandi villae rustiche e incorniciata da cime imprendibili!

Il divino Ottaviano Augusto, figlio del divo Giulio Cesare, nel 25 a.C. aveva imbastito una splendida colonia divenuta ancora più bella ed importante sotto i suoi successori della dinastia giulio-claudia.

Ma ormai è tardi. Ci serve riposare per.. andare incontro al nostro destino domani.

Dopo una notte abbastanza tormentata in cui la stanchezza del viaggio è giunta troppo tardi a sostituire l’agitazione e le chiacchiere tra compagni, ecco sorgere una mattina luminosa. Un cielo blu di un’intensità incredibile fa risaltare ancora di più il bianco frastagliato delle vette intorno a noi. Subito gli allenamenti, duri come sempre, fino all’ora di pranzo. E speriamo che non sia l’ultimo. Che Giove Olimpo e gli dei superi mi assistano anche questa volta. Ho visto altri gruppi di gladiatori… alcuni fanno davvero paura! Ci sono persino delle Amazzoni; rare, ma molto cattive… combattono solo tra donne, però! Non ho visto belve; mi han detto che qui, almeno per ora, non si tengono né naumachie né venationes (cacce).

Usciamo dalla schola per distrarci un attimo e magari mangiare qualcosa. Le ragazze mi guardano; so di essere bello! Ho lasciato ammiratrici un pò ovunque, tanto che mi hanno soprannominato “suspirium puellarum” (sospiro delle ragazze). Ci han detto che in un quartiere artigianale a sud del Decumanus Maximus c’è un thermopolium carino e ben fornito. Noi mangiamo poco prima di un combattimento; di solito una focaccia di farro e orzo ben impregnata di olio per avere energia pronta da spendere!

Un passaggio ai templi del foro: grandiosi! Tutto qui parla di Cesare Ottaviano Augusto…

Ed eccomi qua. Mi sto preparando. Il nuovo anfiteatro non è molto grande ma poderoso; tutto costruito in enormi blocchi di marmo grigio-azzurro (mi dicono un marmo locale le cui cave sono state appaltate ad una famiglia assai ricca e in vista). Gli ambienti per noi gladiatori non sono molto grandi, anzi… direi angusti e abbastanza umidi! Ci saranno almeno 5000 spettatori là fuori… ogni volta è come fosse la prima. Le urla, il rumore che si fa sempre più forte, i tifosi che ti chiamano e gli altri che ti maledicono. Le donne che aspirano ad una notte con te…. Il cuore batte, tutto il tuo corpo è un unico fremito; i muscoli, ben lucidati, sono pronti a guizzare e la mente deve solo pensare alla gloria e non al dolore. La paura deve servire a combattere con veemenza ancora maggiore.

Mi chiamano. Tocca a me: Marcus, il veloce Trace.

Esco alla luce e ne resto abbagliato. Piano piano metto a fuoco: le arcate, le gradinate ellittiche che mi corrono tutto intorno; gli spalti ricolmi di gente… Chiamano il mio avversario: è un omone enorme, una montagna di muscoli, di carnagione molto scura. Il volto completamente coperto dall’elmo del Myrmillo, decorato da mitiche figure marine. Urla, mi si fa incontro minaccioso. Si chiama Rufus, dicono arrivi dalla Mauretania. Tutti e due dovremo cercare di sopravvivere e di guadagnarci fama e ammirazione.

Iniziamo a combattere. Lui possente e violento. Devo stare in guardia, muovermi con rapidità… più del solito! Salto, mi sposto, schivo, cerco di pugnalarlo nei pochi punti del suo corpo non protetti dall’armatura… Giove, aiutami!

La gente urla sempre più forte, ci incalzano… Ad un certo punto si alza il vento; lo stesso vento gelido, a raffiche, che ci aveva accolto il giorno prima. Si alza la sabbia dell’arena; piccoli turbini si formano intorno a noi. Le raffiche si fanno sempre più forti; fatico a tenere gli occhi aperti. Anche Rufus è in difficoltà, ma non possiamo mollare, anzi… Il cielo terso e limpido del mattino, quasi improvvisamente si fa scuro; grossi nuvoloni arrivano da nord. Col vento arriva la pioggia e si odono tuoni in lontananza. Ma noi non possiamo smettere. La gente dagli spalti chiede sangue!

Di quel sangue sento già il sapore in bocca; sento la sabbia sotto i denti; sento freddo… sarà il vento… sento freddo, molto freddo… eppure, sono completamente sudato, eppure… sento freddo, e sangue, e poi improvvisamente il silenzio. Com’è buio adesso il cielo. E come mai la folla si è zittita?

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“Marco!! Marco!! Ma quante volte ti devo chiamare?!! Dai, che dobbiamo andare a visitare il Museo adesso!”. Apro gli occhi, caspita… mi ero distratto solo un attimo e non ho sentito una parola di quello che ci ha spiegato la guida. Bella questa città. E’ la prima volta che vengo ad Aosta e non credevo ci fossero così tanti monumenti di epoca romana.

La guida, dopo averci illustrato il bellissimo teatro, ci ha portati qui, in questo grazioso e defilato convento dedicato a Santa Caterina ma occupato dalle Suore di San Giuseppe dal 1831 quando giunsero da Lione. Un convento molto antico, risalente al XII secolo, nato sui resti dell’anfiteatro romano di Augusta Praetoria Salassorum. Un luogo fuori dal tempo dove le grida delle gesta gladiatorie si perdono, ovattate, in un grande giardino incantato. Qui, dove un tempo si innalzavano le gradinate, oggi si alzano le verdi chiome dei meli. Tra gli alberi, qua e là, spuntano dal terreno brandelli di passato: resti di corridoi, di volte, di gallerie… mimetizzati tra pollai e vecchi presepi. Qui oggi regnano la pace e il silenzio; qui, nell’angolo nord-orientale di Aosta, ai piedi della Torre dei Balivi, dove secoli e secoli fa i gladiatori erano chiamati nell’arena. Le suore ti accolgono sorridenti e ti accompagnano in questo loro mondo nascosto, in questo scrigno di storia e storie ormai perdute. Quando arrivi sul limitare del meleto interno, capisci: il terreno scende gradualmente verso il centro; da una parete alla tua sinistra sbuca una possente muratura in grandi blocchi di marmo grigio-perla scurito dal tempo. Quella muratura cela alle sue spalle la porzione meglio conservata dell’intero edificio che però verrà svelata solo alla fine del giro. Una vera e propria oasi da cui godere di un panorama insolito verso la facciata del teatro romano che si innalza a sud, sorvegliati dall’enigmatica e severa Torre dei Balivi.

Le arcate superstiti all'interno del convento (Foto di Enrico Romanzi)
Le arcate superstiti all’interno del convento (Foto di Enrico Romanzi)

Si gira lungo l’antica ellisse, sfiorando la parte più antica del convento, costruita esattamente sopra il settore occidentale dell’anfiteatro di cui richiama con evidenza la forma. Si accede quindi ad un cortile ed è come entrare in un’antica stampa ottocentesca dove moderno ed antico si mescolano e si completano. 8 arcate ben conservate e ben leggibili sono ancora lì, a far bella mostra di sé e a raccontare, col loro millenario silenzio, le tante storie dimenticate (o quasi) di passati combattimenti. Raccontano di giovani gladiatori, di sangue, di grida, di sabbia e di vento…

Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale

dopo aver viaggiato dentro il sonno.

L’inconscio ci comunica coi sogni

frammenti di verità sepolte:

quando fui donna o prete di campagna

un mercenario o un padre di famiglia.

(da Café de la Paix, Franco Battiato)

“Marco!! Ma allora, ti dai una mossa?!!”

 

Stella

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

pietradiLuna

In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

cristallo

Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

Frozen 2 -megaliti

possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Castellaccio di Pont-Saint-Martin. La maledizione della principessa

Il regno dei SanMartino occupava un territorio importante e strategico. Lì tutte le strade si incontravano: quelle dalla piana, quelle delle colline, degli alti valichi e del fondovalle centrale. E questo fu la base della loro straordinaria potenza e immensa ricchezza.

Purtroppo, però, dopo antenati attenti e lungimiranti amministratori, tutto passò (e non senza colpi bassi) al dissennato Guglielmo che, mai sazio di denari, iniziò a vessare i viaggiatori e gli abitanti con ogni sorta di tassa. Non contento, se ne aveva voglia, si divertiva a razziare villaggi, fattorie e a rapire giovani fanciulle che poi teneva rinchiuse nella torre a nord del suo maniero riducendole alla fame.

Una di queste, però, tanto affascinante quanto intelligente, riuscì a diventare qualcosa di più di un semplice capriccio. Si chiamava Perla ed era originaria di un villaggio poco a monte del castello. Sembrava davvero che Guglielmo si fosse finalmente innamorato e Perla, nel frattempo in dolce attesa, si aspettava che lui le chiedesse di sposarlo.             Ma purtroppo così non fu e, nata una bimba, Guglielmo la cacciò malamente obbligandola a vivere rinchiusa in una torre isolata che sorgeva proprio sul versante opposto della valle: la scura torre di Pratomozzo. Un luogo impervio che doveva il suo stesso nome al fatto di essere circondato da dirupi e burroni; lo stretto pianoro su cui sorgeva la torre era accessibile unicamente attraverso un ripido sentiero ritagliato nella roccia.

La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)
La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)

Lysia. Questo il nome che Guglielmo diede alla sua unica figlia che, negli anni, crebbe in bellezza ed intelligenza… ma anche, ahimè, in perfidia e avidità. Lunghi capelli rossi e ammalianti occhi verdi, come la povera madre; indole “nera” e insaziabile ambizione, come il padre.

Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)
Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)

Un padre che effettivamente la adorava e la viziava; anzi, provava una sorta di venerazione per quell’unica figlia. La sola ad essere stata riconosciuta. La sola che, nei progetti di Guglielmo, avrebbe dovuto governare il regno dei SanMartino dopo di lui, nei modi da lui stabiliti.

A Lysia era stato detto che la madre l’aveva abbandonata, cosa che a lei rendeva il padre ancora più importante e degno di rispetto. Invece Perla aveva trascorso gli anni che le restavano chiusa nella torre di Pratomozzo, nella più completa solitudine, pensando a quella bimba che le era stata strappata. Una notte, giunta ormai sul punto di morire, guardando le stelle dell’Orsa Maggiore, espresse un estremo desiderio:

“Guglielmo, maledetto sia tu e tutta la tua stirpe. Quella figlia che per te ora è vanto, per tutti e per se stessa diventerà tormento…”

Passarono gli anni. Guglielmo, afflitto nel corpo dai mali dell’età, ma soprattutto nello spirito per un’insidiosa forma di pazzia, morì suscitando il tripudio di molti, ma…

Ma il gaudio divenne ben presto paura quando a tutti fu chiaro di che pasta era fatta Lysia, vera erede del padre in tutto e per tutto! Chi osava disobbedirle, anche per futili motivi, poteva rischiare di non vedere l’alba del giorno seguente. Molti nobili, anche d’Oltralpe, si erano fatti avanti chiedendola in sposa o proponendo i loro rampolli, ma tutto era stato vano. Lei voleva regnare da sola e ambiva ad ampliare il regno paterno non esitando a muovere guerra ai vicini. E lei stessa, armata, scendeva in battaglia alla testa dei soldati brandendo lo spadone paterno, senza alcuna pietà.

Anche i suoi fedelissimi avevano paura di lei; e Lysia stessa non si fidava di nessuno.

Una notte d’inverno, qualcuno bussò al castello. Lysia era sveglia e, chiamata dalla guardia, scese all’ingresso. Davanti a lei stava una donnina anziana, piccola e malferma, avvolta in uno spesso mantello di lana. “Mia potente Signora, per favore, potete concedermi ospitalità per questa notte gelida?”, chiese la donna tremante.

Lysia inarcò il sopracciglio e stava per farla cacciare quando disse: “Vediamo se avervi come ospite mi conviene… chi siete?”. “Sono un’erborista, Signora. Se mi accogliete, posso mettere a vostra disposizione il mio sapere…”.

L’anziana scostò il pesante cappuccio che le copriva il volto e fissò Lysia con uno sguardo penetrante e ipnotico. “E’ sicuramente una strega” – pensò Lysia – “potrebbe farmi comodo…”.                                                                                                                                       “Venite, entrate pure… accomodatevi accanto al fuoco e raccontatemi di voi…”.

Ma la saggia anziana aveva subito percepito l’animo torbido e le reali intenzioni della principessa e  disse: ” Mia Signora, la fama vi precede ma non vi dipinge fedelmente… La gente di ogni contrada, anche lontana da qui, parla di voi con reverenza e timore, ma non con ammirazione… La vostra grande bellezza è nota quanto, tuttavia, la vostra ferocia, ma… ora che ho il privilegio di vedervi di persona, beh… il vostro aspetto supera ogni immaginazione, così come la vostra straordinaria ricchezza. Tuttavia non sembrate una cattiva persona…”.

A queste ultime parole Lysia si infuriò! “Io sono la principessa Lysia di SanMartino! Tutti devono obbedirmi e rispettarmi! Io decido della vita e della morte! Io devo essere rispettata e temuta perché valgo più di 100 uomini!”.

“Ma mia Signora, voi potreste manifestare il vostro valore in modo diverso… non con la guerra e l’odio… magari..”. “Taci vecchia!”, la interruppe Lysia, “Ascoltami! Tu conosci i segreti delle erbe, giusto?! Ebbene, esigo che tu mi prepari una pozione che mi renda la più forte, temuta, invincibile! Capito?! Altrimenti…”.

“Altrimenti?”, ribatté calma la donna, “mi farai rinchiudere nella torre di Pratomozzo come la tua sventurata madre?”.

Lysia sgranò gli occhi: “Cosa? Come ti permetti? Che vane parole osi pronunciare, vecchia! Mia madre mi ha abbandonata alla nascita!”.

“Se ti fa comodo crederlo… ma forse avrai modo di verificare tu stessa…”.

“Smettila, e datti da fare con quanto ti ho richiesto! Prima dell’alba dovrà essere pronto!”.

L’anziana saggia erborista si mise all’opera, sorvegliata da due guardie. Ai primi chiarori fece chiamare la principessa: “Ecco Signora, ciò che saprà rendervi la più forte, temuta e invincibile…”.

“Ottimo! Guardie, portate subito questa donna alla torre di Pratomozzo! Pare sia un luogo a lei gradito…” e rise maligna. Mentre veniva trascinata via la vecchia gridò:

“Se entro la prima luna piena di maggio nessuno ti avrà riconosciuta, nessuno mai più potrà farlo e in eterno la tua memoria sarà perduta!”.

“Vecchia pazza!”, pensò Lysia che avidamente bevve la pozione maledicendone il sapore terribile. Subito fu colta da un sonno insostenibile e si ritirò nella sua stanza.

Quando si svegliò le sembrava di avere un macigno addosso e la vista appannata. Faceva fatica a muoversi; era goffa e impacciata. “Ma che diavolo mi ha dato quella strega? Imbrogliona! Lo sapevo… ah, ho fatto bene a farla rinchiudere lassù!”.

Poi si alzò, molto lentamente ma… un urlo agghiacciante riempì il castello. Lysia vide la sua immagine riflessa nello specchio e…era un orso!

Un enorme orso fulvo, dal pelo rosso come i suoi capelli! Di lei restavano solo gli occhi: verdi, assolutamente inusuali per un orso. Non poteva parlare ma solo rugliare, come la belva che era diventata!

Uscì correndo dalla stanza cercando aiuto ma tutti, alla sua vista, scappavano terrorizzati. Le guardie, almeno i più coraggiosi, tentavano addirittura di ucciderla! La sua forza era immensa: con una sola zampata faceva volare in aria due uomini contemporaneamente. Con un morso poteva tranquillamente staccare di netto una gamba.

Dopo aver percorso tutto il maniero nella vana ricerca di un riparo, distruggendo tutto ciò che incontrava, lasciando vittime e feriti dietro di sè, riuscì ad uscire nascondendosi tra i boschi.

Immediatamente si sparse la voce che Lysia era scomparsa. Si diceva che un orso terribile fosse entrato nel castello e l’avesse divorata seminando il panico e mettendo in fuga tutta la sua corte e l’esercito.

Presto ci si rese conto che davvero l’erede dei SanMartino era svanita nel nulla! Alcuni intrepidi osarono entrare nel maniero deserto razziando tutto ciò che potevano e, per vendetta, distruggendo il resto. Gruppi di mendicanti e vagabondi vi si insediarono bivaccando, mangiando e bevendo fino all’esaurimento di ogni scorta disponibile. E prima di andarsene, per puro e gratuito divertimento, appiccarono il fuoco dove capitava. In poco tempo l’austero palazzo di una potente famiglia, non esisteva più, ridotto ad un cumulo di macerie e rovine, rapidamente divorate dai rovi e dalle ortiche.

Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)
Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)

Lysia vagava, muovendosi preferibilmente di notte, sempre all’erta, pronta a fuggire ad ogni minimo rumore. E raggiunse così l’altro versante, più boscoso e disabitato, pensando che proprio la torre di Pratomozzo, luogo avvolto da cupe leggende, dove mai nessuno osava andare, avrebbe potuto darle un valido riparo.

Giunse ai piedi del tetro torrione con le ultime luci del tramonto; il portone era stranamente divelto e, cauta, entrò.

“Eccoti! Ti stavo aspettando!”. Lysia sobbalzò! Emise suoni gutturali e ficcando gli occhi nell’ombra, vide una figura prendere forma pian piano… l’erborista! “Sapevo che la tua sconsiderata brama di potere ti avrebbe ridotta così! Ora sta a te, mia superba principessa! Intanto, tieni… un ricordo di Perla, la tua povera madre sventurata, rinchiusa qui da tuo padre…e morta pensando a te!”

Era un bracciale di magnifica fattura in oro massiccio con perle e rubini. All’interno un’incisione: lo stemma dei SanMartino e la scritta “A Perla da Guglielmo”. Rimase sconcertata! Un gioiello di sua madre! … allora, le voci erano vere! … E pianse finalmente tutte le lacrime mai versate in tutta la sua vita.

Avrebbe voluto poter parlare per chiedere all’erborista mille altre cose,anche solo per sapere come porre rimedio a tutti i suoi errori, ma la donna era scomparsa: al suo posto una splendida civetta dai grandi occhi magnetici aprì le ali e spiccò il volo.

Nel regno, intanto, regnava il disordine più totale! Vari nobili confinanti pretendevano di impadronirsi di un regno rimasto vacante. E molti cacciatori avevano avviato una capillare caccia all’orso sperando che, se avessero ucciso la belva colpevole, avrebbero potuto guadagnarci parecchio! I più coraggiosi si spingevano fino a Pratomozzo e l’orsa Lysia ne aveva già eliminati diversi. Le leggende sul gigantesco orso rosso divoratore di uomini che aveva preso dimora nella torre del diavolo ormai non si contavano più!

Passarono mesi, anni… Fino a che, in un pomeriggio di maggio, si avvicinò alla torre un giovane. Lysia lo spiava dalla sua tana tra le rocce. Il ragazzo era sicuramente un nobile: lo stemma sulla corazza parlava chiaro. Si muoveva guardingo, armato di arco e frecce.

“Eccone un altro”, pensò Lysia, “ma quando la finiranno? Aspetterò il favore delle tenebre e anche questo sarà mio!”.

Scese la notte. Una sottile falce di luna rischiarava debolmente il cielo di ponente. Il volto di Diana aveva ricominciato a crescere: quella era l’ultima possibilità di riscatto. Ormai Lysia aveva capito che le parole dell’anziana erborista erano vere e presto la profezia si sarebbe avverata. Ma forse, non le importava nemmeno più. Quante bugie le erano state dette! E di quanta ipocrisia lei stessa aveva vissuto… forse, a quel punto era meglio morire…

Lysia, con passo felpato, ormai esperta conoscitrice dei luoghi, capace di muoversi al buio, si avvicinò al giovane assalendolo alle spalle, quasi fosse stata un’ombra balzata fuori improvvisamente dal buio.

Il ragazzo si voltò, cercò di difendersi. Gli occhi di entrambi si incontrarono per un attimo e Lysia, con una zampata, lo ferì. Sotto di lei il giovane sanguinante respirava affannosamente; “Non uccidermi, ti prego! Me ne andrò, dirò a tutti che ho trovato le tue ossa, che sei morto… nessuno ti darà più la caccia ma, per favore, se mi capisci, non uccidermi!”.

Quelle parole prive di malvagità, colpirono Lysia a tal punto che decise di lasciarlo stare. Si accucciò mansueta al suo fianco scaldandolo col suo corpo e difendendolo dalle insidie della notte.

Al mattino il giovane si svegliò. Non riusciva ad alzarsi per la ferita al fianco. Subito vide l’orso accanto a lui che lo fissava pacifico. Co la zampa gli avvicinò dei frutti di bosco, quasi invitandolo a mangiare.

Il giovane non poteva credere ai suoi occhi! “Tu, tu mi capisci dunque? Grazie per avermi risparmiatola la vita… io.. o Dio ma sto parlando ad un orso, è assurdo!”.

Lysia rugliò sorniona. Il giovane si presentò. “Beh, non so chi tu sia… io mi chiamo Valesio. La mia famiglia domina le terre al confine tra gli alti monti e le colline arrivando sù oltre le cime innevate a nord. Siamo confinanti coi SanMartino… o meglio, col loro regno che, ormai, beh, non esiste più, insomma… l’ultima principessa, “Lysia la Terribile” è scomparsa nel nulla e ora in molti cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti. La guerra infuria, anche tra parenti! E molti dicono che la colpa sia del demonio fattosi orso; un orribile orso rosso… che.. forse, sei tu?”

Lysia non perse una parola. Si alzò ed entrò nella torre facendo capire a Valesio di seguirla. Una volta dentro gli indicò col muso una pietra smossa nel muro, sotto la finestra. Valesio capì e si chinò; tolse la pietra e trovò il braccialetto. Lysia lo fissò e fu in quell’istante che Valesio si accorse che quello strano orso aveva gli occhi verdi! Occhi che parevano… umani! E quell’orso stava piangendo, lì, davanti a lui!

“Chi sei tu? Di certo non un orso normale… Quale oscuro incantesimo ti ha trasformato?”. Lysia allora col muso sospinse Valesio fuori dalla torre e si fece seguire fino ad un luogo elevato da cui si vedeva bene il castello paterno. Giunti sul posto cercò di indicarglielo con la zampa, guaendo e guardandolo.

Valesio resto inizialmente perplesso, poi: “Cosa c’è? Vuoi andare al castello abbandonato? E’ molto pericoloso, sai? non so se è una buona idea… se ti vedono… ti uccidono all’istante!”.

Ma Lysia insisteva continuando a indicare il maniero. Trascorsero alcuni giorni, poi, quando ormai Valesio si era rimesso in forze, di notte Lysia andò a svegliarlo; e lui capì. Si misero in cammino con estrema prudenza, sfruttando le ombre e l’oscurità così come la luce di una luna ormai quasi piena. Giunti nel fondovalle tutto divenne più difficile; la salita al castello poteva rivelarsi fatale: cacciatori e delinquenti si nascondevano ovunque.

Lysia guidò Valesio lungo un sentiero più impervio e nascosto, poco noto. Pareva filare tutto liscio quando, all’improvviso, Lysia gridò e si inarcò dal dolore: una freccia l’aveva colpita alla spalla! Valesio si voltò di scatto: “Che succede? Chi è?!”. Una coppia di cacciatori balzò su di loro da una rupe intenzionati ad ucciderli entrambi.

Una lotta feroce in cui Valesio e Lysia riuscirono, sì, a mettere in fuga i due malintenzionati ma che vide il ragazzo ferito a morte con una coltellata al petto.

Lysia restava al suo fianco e gli leccava la ferita guaendo. Lo guardava e si ritrovò a piangere, pregando, in cuor suo, che quel ragazzo buono e generoso si salvasse.

Ad un certo punto la luna uscì dalle chiome degli alberi e li illuminò. Una splendida civetta volò su di loro e si appoggiò sulle mura di cinta del castello. E accadde qualcosa. Valesio aprì gli occhi e rimase senza parole. Lì, accanto a lui, una meravigliosa fanciulla avvolta da un ammasso scomposto di capelli rossi lo abbracciava piangendo. Al polso, il bracciale della torre. “Madamigella… voi..,”.                 A quelle parole Lysia alzò il viso e vide le sue mani, i suoi capelli… l’incantesimo era stato spezzato!

“Valesio! Valesio… la vostra ferita… non c’è più! Io… io… siete l’unico a darmi fiducia…”

“Ma chi siete?”, chiese il ragazzo. “Sono Lysia! Lysia di SanMartino! Lysia la Terribile… ahimé! Ma non sarà più così! D’ora in avanti tutto cambierà! E spero di avervi al mio fianco!”.

Valesio non chiese altro e l’abbracciò. Le sorti del regno erano state risollevate; Lysia, la principessa-orsa, aveva capito la lezione. E il suo matrimonio col nobile Valesio suggellò un’alleanza fortunata che portò finalmente pace e benessere.

 

Stella

 

 

 

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

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Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella

 

 

Castello della Manta. Quelle 9 strane “principesse” e una bimba curiosa

24 marzo 2013. Giornate FAI di primavera. Un diluvio infradiciava non solo la Valle d’Aosta, ma l’intero nord-ovest. Ma, nonostante le nefaste condizioni meteo, si decide di rispettare comunque il programma: visita al Castello della Manta, splendida dimora medievale ricca di arte e di storia in quel di Saluzzo, sulle colline della “Granda”.

La pioggia ci è stata fedele compagna per l’intera giornata, ma l‘incanto del luogo, la raffinatezza variopinta degli affreschi, l’incanto di nobili atmosfere senza tempo e, non secondario, un pranzo eccezionale in un agriturismo immerso nel verde davanti ad un camino scoppiettante, beh… hanno reso quella gita semplicemente fantastica e indimenticabile!

Son passati 7 anni da allora. Siamo diventati genitori e non appena possibile rifaremo questo bel viaggetto “fuori porta” con Costanza e Ottavia.

Dunque, oggi non è mia intenzione dilungarmi sulla storia di questo affascinante maniero nato nel Duecento e il cui austero profilo si staglia nel panorama del Monviso e delle Alpi Cozie. Non approfondirò la vexata quaestio dei nove Prodi e delle nove Eroine dipinti sulle pareti della Sala baronale affrontando le tematiche legate alla corretta identificazione, ai confronti, alle influenze letterarie ed iconografiche, ai raffinati rimandi al mondo classico e biblico così come ai repertori delle chansons de geste.

Nè mi soffermerò sulle numerose interpretazioni del motto “leit“.

E neppure affronterò i pur intriganti misteri del mappamondo raffigurato al secondo piano su cui, parrebbe, siano rappresentati, oltre all’Europa, tutta la costa dell’America e quella dell’Antartide nonostante si tratti con molta probabilità di un affresco risalente al periodo tra il 1418 e il 1430 come tutti gli altri affreschi del castello!

Ma una cosa è certa: questo castello, con le sue decorazioni e la sua storia, è immerso nell’immaginario cortese del tempo popolato di eroi greci e romani, mostri, cavalieri della tavola rotonda, draghi e principesse da salvare.

Già, le”principesse”: eccoci al punto!

Costanza, mia figlia di 3 anni e mezzo, ha una profonda passione per le principesse! Quelle dei film Disney, poi…  le conosce tutte nei minimi dettagli! Abbiamo una baby-videoteca fornitissima e, in questa “PasQuarantena” vediamo e rivediamo le favole più belle, avventurose, romantiche e persino “paurose” (vedi le varie perfide matrigne e streghe!)

Ecco che, sistemando alcune foto, mi capitano tra le mani le nove “principesse” della Manta. Costanza le intercetta ed esclama:”Wooow! Ma sono le principesse!! Che belle! Posso vedere? Dove sono?'”.

“Sono dipinte in un bellissimo castello, sai? E’ il castello della Manta!”. “… della MATTA?!”. Che ridere… beh, chissà, forse qualche “matta” ci sarà anche stata, però non approfondiamo ed entriamo nel vivo di queste misteriose fanciulle.

Chiaramente non mi metto a parlarle di una non ben conosciuta Deipile, piuttosto che dell’amazzone Melanippe o della leggendaria regina Teuca (o Teuta) o ancora “torbida” Semiramide”… ma lascio che sia lei a vedere ciò che vuole in queste figure di antiche damigelle dal forte caratterino…non certo “damsel in distress”, anzi!! Meglio non farle arrabbiare tipette come queste…

Vedendola molto interessata, le chiedo: “Chi sono, Costy? Le riconosci?”. E tutta sorridente, inizia a presentarmele una per una:

comincia da quella forse più appariscente che la colpisce per prima, la bionda capellona Semiramide con tanto di corona imperiale (a lungo tempo confusa con Etiope, alla sua destra, per un’ambiguità di lettura del cartiglio sottostante); “Questa è Rapunzel!!”

I suoi occhi curiosi si spostano sulla rossa chioma riccia e sul manto blu dell’amazzone Sinope: “Ecco, questa è Merida! Vedi i capelli? E secondo me ha in mano un grande arco!”

Perfetto. La lascio continuare. Si sofferma sulla prima vicino al Prode Goffredo di Buglione. Una damigella dall’aria timida con un’inquietante mazzetta in mano che si ritiene sia l’argiva Deipile (o Delpile o Deipila), moglie del Tideo dei “7 a Tebe”.

“Questa è Biancaneve!”, “Biancaneve?!”, le chiedo, “e perché?”. “Non vedi che ha quello che i nani usano in miniera?” Resto ammutolita dal suo spirito di osservazione… “Già, ha una mazzetta…”. E lei: “Sì, quella dei nani! Quindi è Biancaneve!”.

Sempre più coinvolta da questo inatteso e principesco “indovina chi?”, Costanza sposta il suo ditino su un’elegante figura ritratta di profilo, vestita di foglie e fiori che dovrebbe corrispondere a Etiope, rara regina delle Amazzoni o a Menalippe, sua compagna d’armi (quella confusa con la biondona Semiramide…).

Costanza ci pensa un pò e: “Ma sì! Questa è la regina delle foglie che c’è nel cartone Epic! (al secolo per chi non lo sapesse risponde al nome di Tara). E in effetti…

Non distante ecco la seria figura di una principessa con la spada. Beh, chi poteva essere? Non certo l’Amazzone Ippolita, come ti dicono, ma Anna! La battagliera sorella di Elsa in Frozen II è in effetti una sorta di guardia del corpo della regina dei ghiacci e usa abilmente la spada, normale o di ghiaccio poco importa…

La carrellata prosegue. Entusiasta Costanza indica una fanciulla dall’aria temeraria con elmo sul braccio. “Beh,questa è Mulan!!”. Come contraddirla per dirle che invece trattasi di Lampeto, altra regina delle mitiche donne guerriere? Impossibile! E poi, meglio Mulan senza dubbio!

La vedo più dubbiosa sulla principessa successiva con un vistoso copricapo rosso, tipo turbante che, recita il cartiglio, dovrebbe essere l’impavida Tamiri (o Tomiri), regina dei bellicosi Sciti. Questa volta la vedo un pò in difficoltà, infatti mi chiede maggiori informazioni su questa Tamiri. Le dico allora che era una potente regina d’Oriente e, ecco che si illumina! Oriente, cioè Aladdin, cioè Jasmine! La figlia del sultano. Però “quando è vestita di rosso!”. Eccola qui!

La sfilata di primedonne si conclude con lei, Teuca (o Teuta), ardimentosa e spavalda regina degli Illiri, temibili pirati dell’Adriatico.

“Cos’ha in mano, mamma?”. “Una palma d’oro, Costy!”. Alcuni secondi e…. “Vaiana! Perché Vaiana abita in un posto pieno di palme, va in barca senza paura, arriva fino a Tefiti e diventerà il capo del suo villaggio!”. Io ammutolisco. Strepitosa. Scegliamo l’immagine di Vaiana e mi indica quella col copricapo da cerimonia: ” Ecco, qui hanno lo stesso cappello!”.

E infine la nona. Pare sia Pentesilea, la più famosa tra le numerose regine delle Amazzoni. Però, purtroppo, l’affresco è mutilo: la metà superiore è stata danneggiata da un cedimento dell’ intonaco.

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“Mamma, ma questa è rotta!!” esclama delusa Costanza. Provo lo stesso a raccontarle chi era Pentesilea, anche aiutandomi con un volume di mitologia per bambini che ne racconta la sfortunata vicenda amorosa con Achille.

Poi guarda con attenzione l’oggetto che Pentesilea tiene nella mano sinistra: è una cintura d’oro con delle pigne, sempre dorate. Noi sappiamo che la pigna, sin dall’antichità, ha sempre simboleggiato la fertilità,la sensualità, così come il ciclo vitale e la prosperità. Sappiamo anche della forte e, ahimè, assai pericolosa sensualità con cui Afrodite aveva “punito” l’audace Pentesilea facendola diventare talmente bella da essere desiderata da ogni uomo che la vedesse. E sappiamo anche di Achille e del suo estremo gesto…

Comunque, le pigne dove sono? Sui pini! E i pini? Nel bosco! E allora, ecco la soluzione! La principessa “rotta” è proprio lei, Aurora, “la bella addormentata nel bosco” che, per l’appunto, si risveglierà grazie al vero amore. Forse quello che anche la sventurata Pentesilea, in fondo, avrebbe desiderato!

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E per una bimba di 3 anni e mezzo, le Eroine della Manta non hanno più segreti!

Stella (e Costanza)