Ayla e il Drac: il respiro dell’inverno

Il vento scendeva dal Monte Bianco come un respiro antico, sollevando vortici di neve che danzavano tra i larici. L’inverno aveva avvolto la Valle d’Aosta in un silenzio quasi sacro, rotto solo dal crepitio del ghiaccio che si spaccava lungo i pendii. Nella piccola valle di Veny, l’inverno non era solo una stagione: era un guardiano silenzioso, un’entità che osservava ogni passo.

Ayla, giovane apprendista dei Guardiani delle Alpi, avanzava con il mantello stretto attorno alle spalle. Da giorni seguiva una traccia che solo lei riusciva a vedere: una scia di luce azzurra che serpeggiava sulla neve, lasciata da qualcosa che non apparteneva al mondo degli uomini.

La traccia la condusse fino al Lago del Miage, completamente ghiacciato. Sotto la superficie, Ayla percepì un movimento lento, come un’ombra che nuotava tra le crepe del ghiaccio. Un Drac, spirito d’acqua delle leggende valdostane, emerse con occhi liquidi e antichi. Non era ostile: sembrava inquieto, come se qualcosa avesse turbato il suo dominio.

«Il fuoco si è risvegliato» mormorò la creatura, con una voce che sembrava provenire da profondità glaciali. «E con esso, ciò che dormiva sotto le montagne.»

Le leggende dicevano che sotto quell’antico ghiacciaio dormisse la Fiamma di pietra, un frammento di fuoco primordiale capace di sciogliere anche il gelo eterno. Ma qualcuno — o qualcosa — lo aveva risvegliato.

Dalla neve presero forma piccole figure bianche, con piedi enormi e barbe ghiacciate: erano folletti, spiriti benevoli della montagna, che osservavano Ayla con curiosità. Uno di loro si avvicinò saltellando. «Guardiana, il gelo non è più nostro alleato. Qualcosa lo sta corrompendo.»

Ayla si avvicinò con fatica al vecchio ingresso di una grotta sul fronte dell’enorme ghiacciaio che si gettava nel lago, avanzando nella spessa coltre di neve, mentre la bufera le sferzava il volto.

Entrò. Il silenzio era così profondo da sembrare vivo. Poi, improvvisamente, un bagliore: una creatura emerse dall’oscurità: un lupo interamente fatto di ghiaccio, con occhi che bruciavano come stelle fredde. Non ringhiava. Non avanzava. La osservava.

Ayla sollevò il bastone magico regalatole dalla nonna, la saggia Mayra: un bastone del suo popolo, ricoperto da antiche rune il cui significato si perdeva nella notte dei tempi. «Non sono tua nemica» sussurrò. «Voglio solo riportare equilibrio.»

Il lupo inclinò la testa, e la scia luminosa che aveva seguito si intensificò. La condusse in una sala naturale, dove la Fiamma di pietra fluttuava sospesa sopra un altare di cristallo. Un’ombra scura, simile a fumo congelato, cercava di avvolgerla.

Ayla capì. Il lupo non era un guardiano del ghiaccio, ma del fuoco. E l’ombra era ciò che restava di un temibile Dzaleun, spirito del vento ghiacciato, deciso a spegnere ogni calore nel mondo.

Con un gesto deciso, piantò il bastone nel terreno. Le rune che componevano l’antico incantesimo si accesero, irradiando una luce calda che si diffuse nella caverna. Il lupo ululò: un suono cristallino che riecheggiò nel ventre del ghiacciaio e frantumò l’ombra dello Dzaleun in mille schegge di vetro scuro. I folletti, accorsi silenziosamente, si disposero in cerchio. Il Drac, richiamato dal potere della Fiamma, apparve in un turbine d’acqua gelata. Tutte le creature della valle si erano unite.

La Fiamma di pietra si quietò. L’inverno, fuori, sembrò respirare più dolcemente.

Ayla uscì dalla grotta mentre il sole tramontava dietro le cime innevate. Il lupo la seguì fino all’ingresso, poi si dissolse in una pioggia di cristalli.

Lei sorrise: la Valle era salva, almeno per quell’inverno.