Perdersi in Labirinti di Memorie prima di uscir a riveder le stelle…

Da sempre, dalla più arcaica notte dei tempi, l’uomo cerca le sue origini, il suo passato. Da sempre, da che mondo è mondo, l’essere umano è mosso dalla viscerale curiosità di scoprire da dove arriva, da chi fu generato e preceduto in questa come in altre terre.

Visitare la mostra permanente sapientemente allestita nel sottosuolo del MAR – Museo Archeologico Regionale di Aosta, porta a sperimentare il significato di una simile ricerca, a riflettere sul senso della ricerca dell’antico, sul senso più profondo del fare archeologia e, per quanto mi riguarda, dell’essere archeologa o perlomeno di continuare a sentirmi e a ritenermi tale nonostante il mio esprimere questa professione da alcuni anni non si esplichi più nei cantieri ma sulla tastiera di un pc.

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“Labirinti di Memorie”. Questo il titolo della mostra. E navigare in questo profondo #MAR è stato per me, oltre che labirintico, decisamente suggestivo ed affascinante.

Conoscevo già il sito archeologico nascosto nel sottosuolo del museo. Un sito assai complesso e di ardua lettura, fatto dal sovrapporsi di mura su mura, di epoche su epoche che si accavallano, si intrecciano, si obliterano e si sostituiscono. Il nuovo allestimento ha fatto chiarezza su questi avviluppi murari illuminando le murature delle diverse epoche con altrettanti diversi colori. Tutto ciò che appartiene all’epoca romana, ad esempio, è in colore giallo arancio. Le murature successive, invece, avvolte da luce bianca.

Si scende. E già sulle scale l’atmosfera cambia; ci si sente piano piano trasportati in un’altra dimensione. La luce del giorno muta e si affievolisce; ci si ritrova faccia a faccia con la torre orientale della monumentale seppur sepolta Porta Principalis Sinistra.

Giunti su quell’uscio che costituisce quasi il confine tra il “mondo di sopra” e il “mondo di sotto”, sulla sinistra una lucerna, antico ed iconico simbolo di una luce che guida tra le ombre. Si parte alla ricerca del passato. Si parte alla ricerca dell’uomo. Solo alla fine di questo tortuoso, labirintico (appunto) percorso, capirò di essere partita alla ricerca di me stessa.

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Si viene accolti quindi da un video che, muto, racconta per immagini alcuni momenti di ricerca archeologica valdostana. Volti di archeologi e di operai. Pietre, cantieri, scavi, rilievi. Riflessioni, discussioni, ipotesi che si sono rincorse per anni spesso sfidandosi a duello sulle pagine di bollettini e notiziari. In una di quelle foto, felice, mi sono rivista anch’io…

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Si prosegue con l’esposizione di alcune epigrafi funerarie prima custodite nei magazzini. Una di queste trovata reimpiegata come soglia di una porta moderna. Addirittura un’ara in bronzo proveniente dal territorio di Eporedia (Ivrea) rinvenuta rifunzionalizzata come fontana.. pezzi davvero notevoli!

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La progressiva scoperta di queste sezioni espositive viene corredata da brani scelti di opere letterarie e filosofiche; alcune parlano dell’essere archeologo, del fare archeologia. Altre della strenua ricerca dell’Uomo. Altre, semplicemente ma radicalmente, dell’ESSERE UOMINI, di cosa si pensa di se stessi, di cosa si vorrebbe pensassero gli altri e di come si desidererebbe che un domani gli altri ricordassero (o trovassero) di noi. Una mostra che, oltre che in compagnia di un archeologo e di un antropologo, secondo me andrebbe visitata insieme ad un filosofo! Un Virgilio capace di farci da guida sapiente in una ricerca che passa attraverso le ombre, unica strada possibile, prima di giungere alla luce della Verità.

1975. 1978. 1984… “Caspita! In quegli anni io c’ero già. Bambina, certo, ma c’ero!”. In quegli stessi anni, che ricordo benissimo e che ho vissuto, archeologi lavoravano scavando la mia città e rinvenendone frammenti di vita passata. Già, dà una strana sensazione riflettere sul fatto che si fa archeologia … sempre! E’ un “discorso sul passato” che può iniziare in qualsiasi momento e porsi riferimenti temporali sempre diversi. Anche se dico “ieri”, o “l’estate scorsa”, o “10 anni fa” è passato. Non remoto, prossimo, ma senza dubbio passato. Eppure io l’ho vissuto, me lo ricordo. Qui lo ritrovo e lo interpreto alla luce di oggetti molto più antichi, di volti di archeologi oggi non più giovani studenti, oppure oggi non più tra noi ma che tanto della loro fatica e dei loro studi ci hanno lasciato.

Ecco, questa mostra mi ha spiegato concretamente il senso dell’ “imperfetto” del greco antico: “un’azione passata i cui effetti perdurano nel presente”.

Reperti interessanti mai visti prima; reperti che da oltre 40 anni giacevano nei magazzini, in attesa di essere ripresi in mano, amati, studiati… Che emozione davanti a quell’antefissa in terracotta decorata con un’elegante palmetta centrale ed una coppia di graziosi delfini… proviene dall’area del Foro, da uno dei due templi gemelli.

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Per non parlare di un frammento di parete affrescata recante un gentile profilo di donna su fondo azzurro…

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E poi ti volti e vedi una miriade di ritagli di giornale. Il crollo del muro di Berlino. la morte di Lady D. L’uccisione di Falcone e Borsellino e molto altro ancora. Fatti più o meno recenti che ben ricordo. Ebbene, quei reperti sono emersi dalle viscere di Aosta in quegli anni. Ci raccontano sia di un passato arcaico ormai “perduto” (forse) e di un passato ben più fresco e a tutti noto. Ci parlano della nostra Storia più lontana e di quella a noi più vicina. E, nel frattempo, sanno farci volare con la fantasia, in bilico tra immaginazione e realtà, tra poesia e filosofia, tra sacralità e quotidianità.

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Una quotidianità fatta di mille cose; le cose più disparate che ai nostri occhi quasi perdono di senso. Le usiamo ma non le osserviamo più con attenzione. E, allora, cosa succederebbe se in un futuro lontano, tra 500, 1000 o più anni un’archeologa si imbattesse nei nostri oggetti? Nella nostra “banale” quotidianità? Occhiali, ferri da stiro, cavatappi, scarpe, borse, bicchieri, lattine, penne, TV… fino a rinvenire addirittura un water rotto o un bidet! Cosa penserebbe? Come potrebbe interpretarli se tra noi e questo suo tempo futuro una sorta di apocalisse avesse distrutto tutto? Se non esistessero fonti, né fotografie, né video… niente!

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E qui io mi sono sentita come dentro una specie di acquario dal cui interno, totalmente insonorizzato (come spesso accade nei sogni) vedevo questa archeologa, di nome Doratha, catalogare e studiare reperti per lei sconosciuti e invece per me così quotidiani.

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Avrei avuto voglia di spiegarglieli, di raccontarle come li usiamo, cosa ne facciamo… ma niente, Doratha non mi sentiva. La vedevo, china sullo scavo, nella polvere di una perduta Piazza Roncas, cercare di leggere le nostre tracce e scrivere, nella sua lingua strana, una sorta di Esperanto, i suoi pensieri e le sue considerazioni.

Arrivi alla fine di questa mostra e ti senti sfinito… sfinito da un ricordare che si sovrappone all’imparare e al meditare. Sfinito dal tuo essere uomo. E, per quanto mi riguarda, commossa ed emozionata dal mio essere anche archeologa.

E’ stato come vistare una grotta, una caverna. Quell’adrenalina che si mescola al fiato corto, all’emozione della scoperta, ma anche ad una sottile ed imprecisabile forma di paura.. come se per qualche oscuro motivo non si riuscisse più ad uscire. Eppure, sebbene in un labirinto a tratti claustrofobico, avvolti da queste luci e da queste memorie, dall’animo e dagli spiriti, dalle voce, di questi nostri antichi concittadini, allo stesso tempo ti senti euforico e ti assale la voglia di saperne di più, sempre di più…

Labirinti di mura, di reperti, di luci, di veli di Maya e di ombre della caverna. E tra Diogene e Platone. Tra Ovidio ed Omero. Per approdare al “Trono di Spade”, capire quanto sia importante il nostro posto nel mondo, nel tempo e nello spazio, pur nella sua normalissima e banale quotidianità. Perché ognuno di noi, per l’archeologo, non solo fa la storia, ma è storia.

E chiudo dicendo che, chi mi conosce davvero bene può capire come io mi sia sentita e mi senta nello scrivere queste parole. Chi mi conosce davvero nel profondo sa quanto io ami l’archeologia pur non facendola più in cantiere ma raccontandola agli altri, a modo mio naturalmente!

Solo un appunto. Una frase di Agatha Christie riportata nel percorso di visita recita che gli archeologi sono incapaci di guardare il cielo e le stelle. Beh, non direi proprio… e Aosta romana ne è un esempio!

Stella

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