Montjovet. Il mistero del castello fantasma

Sin dai tempi più lontani quell’altura rocciosa si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume circondato da estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! Da quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò; Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

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Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

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figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

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“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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Aosta romana. La pioggia d’autunno e la voce degli dei

Quei riccioli ribelli proprio non ne volevano sapere di stare a posto… ma lei oggi doveva risplendere in tutta la sua bellezza e anche l’acconciatura doveva essere perfetta. I lunghi e folti capelli color rame le incorniciavano il viso leggermente tondo, le guance rosate, e soprattutto illuminavano quei grandi occhi profondi il cui colore cambiava col tempo e con l’umore variando dal grigio-azzurro al verde salvia. Uno sguardo particolare, dolce e severo allo stesso tempo, spesso impenetrabile.

Giulia Maricca era una splendida giovane donna; aveva 25 anni, ma l’aspetto fresco si univa ad un’autorevolezza e ad una maestà decisamente fuori dal comune. Giulia Maricca non era una donna qualsiasi: era una flaminica, una sacerdotessa del culto imperiale.

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Gaia Giulia Maricca, questo il suo nome completo, discendeva da una delle più importanti famiglie notabili della colonia di Augusta Praetoria, strategica e ricca città ai piedi delle Alpi nord-occidentali. I suoi avi erano Salassi; erano dunque dei Celti che, però, seppero sfruttare l’arrivo di Roma e per questo acquisirono, oltre alla cittadinanza, potenza e ricchezza. Suo padre era un decurione e lei ora era una donna importante ed influente. Le lontane origini galliche si notavano nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, con quel suo incarnato diafano, quasi opalescente, rifulgeva ammantata nel lungo velo arancio e oro.

Quella era l’alba di un giorno importante. Era il 23 settembre; si celebrava l’anniversario di nascita dell’imperatore Ottaviano Augusto, venerato come un dio, soprattutto dopo che il suo successore, il nobile imperatore Tiberio, inaugurò l’Ara del Numen Augusti a Roma il 17 gennaio del 6 d.C., quindi ben 20 anni fa.

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23 settembre. Quel lontano giorno del 63 a.C. Ottaviano nacque per portare gloria e pace; per portare, dopo lunghi ed oscuri anni di guerre civili, una nuova età dell’oro.

Ogni anno l’anniversario di questa nobile nascita viene celebrato in tutte le città dell’Impero; non a caso tutti i santuari dedicati al culto della domus Augusta sono stati inaugurati (o reinaugurati qualora già esistenti) proprio su questa ricorrenza. In questo giorno a Roma avveniva qualcosa di molto importante nel Campo di Marte: l’ombra dello gnomone fatto giungere appositamente dall’Egitto si proiettava sull’immensa superficie del grande Solarium Augusti unendo idealmente l’ingresso dell’Ara Pacis al Mausoleo dell’imperatore. Un imperatore nato per portare la pace e morto come un dio.

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Augusta Praetoria, da lui fondata nel 25 a.C., possedeva un foro grandioso che, occupando ben 8 insulae (isolati) si apriva su un’area decisamente notevole per questa città alpina che, tuttavia, si estendeva su ben 42 ettari!. Non si trovava proprio nel centro geometrico del rettangolo urbano ma leggermente spostato a ridosso del Kardo Maximus che lo profilava lungo tutto il lungo lato occidentale fino alla Porta Principalis Sinistra a nord. A sud, invece, era delimitato dal Decumanus Maximus, mentre un kardo secondario lo definiva verso oriente.

Questa immensa area era dominata da nord da un’imponente terrazza sacra sulla quale svettava una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla sua paredra, la dea Roma, madre dell’impero.

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Ecco, Giulia Maricca era pronta. Per quest’importante occasione molti personaggi di spicco avrebbero assistito e preso parte alla grande celebrazione augustea nel foro cittadino.

In città era tutto un fermento. La grande piazza era come un formicaio di gente intenta ad allestire gli spazi per i rituali. Gli animali per i sacrifici venivano puliti e abbelliti con bende e fiori: tori, montoni, maiali… I tre accessi erano presidiati e sorvegliati dalle guardie pretoriane.

Il rito era condotto dal sommo Flamen Augustalis, il principale sacerdote del culto imperiale. La sua persona, inviolabile, era letteralmente ammantata di sacralità, tanto che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto col divino.

L’inizio si approssimava e tutti erano chiamati ad occupare il posto loro riservato. Il popolo si era radunato nella piazza bassa racchiusa tra le due fila di botteghe. Prima chiassoso e vociante,  il pubblico si era fatto sempre più silenzioso. Un’atmosfera di raccoglimento stava avvolgendo la platea forense. Tutto risplendeva illuminato dai tanti bracieri e dalle fiaccole. Dalla platea bassa Giulia Maricca raggiunse la zona più sacra del complesso. Un’imponente scalinata definiva il confine tra le due aree. Immediatamente alle spalle di questa, al centro tra i due templi, si apriva un prezioso Augusteum: un ambiente rettangolare sui cui lati correva una banchina che fungeva da base rialzata per le statue dei membri della casata imperiale.

Sui lati della terrazza correva un triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie potevano vantare… Una galleria che recingeva tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza della scalinata monumentale di raccordo con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico si rivelava fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare, in rigoroso ordine gerarchico, sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovavano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti le élites cittadine.

Ormai tutto era pronto. Il Flamen maggiore, ben riconoscibile grazie al particolare copricapo a punta, invoca la protezione del Genius Augusti alzando le braccia al cielo. I membri del collegio degli Augustali e i rappresentanti dei Fratres Arvales intonano antiche litanie muovendosi ritmicamente. Una musica avvolge tutto e tutti.

Giulia Maricca è assorta e concentrata. Lei deve rendere omaggio in particolare a Livia Augusta, nobile consorte del divino imperatore, anch’essa quindi assimilata ad una dea di pace e prosperità. Davanti agli altari ornati da ghirlande e bucrani, da fiori e frutta, gli animali dei suovitaurilia vengono immolati. Il loro sangue viene fatto scorrere con i simpula (mestoli) e raccolto in patere d’argento.

I due templi dominano la scena, splendidi nei giochi di luce dei marmi colorati che li decorano. Incorniciature e zoccolature in Rosso antico, in Giallo di Numidia, in Pavonazzetto… E’ il trionfo dell’imperatore. E’ il trionfo di Roma. E’ l’aurea aetas della pax augustea.

Lo sguardo corre verso le celle interne. I colonnati di marmo lucido sfavillano nella penombra. Giulia Maricca con le altre sacerdotesse brucia incenso e spezie. Le innumerevoli statue del foro sembrano dèi fattisi pietra per assistere al rito. Le fontane in marmo rosa e l’acqua del grande labrum (bacino) riflettono ed accentuano i giochi di luce.

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La processione ha inizio. Dalla terrazza il sacro corteo scende alcuni scalini e imbocca gli ingressi del criptoportico. Preghiere e nenie si susseguono incessantemente. Dalle finestrelle del criptoportico aperte sulla terrazza si intravedono le luci e le ombre della lunga fila. Il profumo di incenso è a dir poco inebriante e si mescola all’odore dolciastro del sangue animale. Si va come in stato di trance. Il divo Augusto viene invocato come novello Iuppiter, padrone dell’orbe terracqueo e della vastità celeste.

Il corteo prosegue. Percorso per intero il criptoportico, esce quindi nuovamente sulla scalinata centrale per risalire nel triportico superiore. Nessuno osa distrarsi. Nessuno osa staccare gli occhi e le orecchie dal rito sacro. Il divus presto si manifesterà.

Vengono resi onori agli sventurati nipoti dell’imperatore, Gaio e Lucio, i due principes iuventutis, ahimé troppo presto chiamati tra gli dèi superi. Ci si ferma solennemente dinnanzi alla statua di Livia abbigliata come la dea Demetra, portatrice di messi e fertilità. Giulia Maricca innalza il suo salmo ancestrale, si inchina e bacia il ritratto dell’augusta imperatrice.

Si torna quindi sulla terrazza. Il sommo Flamen si ferma esattamente al centro. I due templi alle spalle ed un enorme braciere davanti a sè. Gli altri si dispongono a corona intorno a lui. Siamo giunti al culmine. Giulia Maricca alza le braccia al cielo e chiude gli occhi, completamente posseduta da quella musica martellante e ritmica, da quel pregare profondo, senza sosta.

“Manifestati, oh divo Augusto! Invia un segno della tua sempiterna protezione. Manifestati divo Augusto, figlio del divo Cesare! Manifestati…”

All’improvviso un tuono fortissimo, come un’esplosione. Verso sud, verso le alte vette che disegnano l’orizzonte meridionale della città, un fulmine impressionante squarcia il cielo dell’equinozio d’autunno. La saetta di Giove illumina l’aria fattasi incredibilmente plumbea.

Libra cum Capricorno grida il Flamen alzando imperiosamente il suo bastone ricurvo. Sta vedendo i due segni astrali del divino Augusto per un attimo, un brevissimo attimo, straordinariamente insieme. Un prodigio, impossibile altrimenti. Augusto si è manifestato.

Poi la pioggia. Fitta, fredda, torrenziale. Le nuvole, livide, correvano veloci verso sud, spinte da un vento inarrestabile. Correvano oltre la pianura, oltre le montagne… correvano oltre i secoli portando con sé quel profumo d’incenso, di mirra e di rosa muschiata misto all’odore dolciastro del sangue. La pioggia lava e purifica. Ma non cancella.

Una pioggia d’autunno bagna Aosta e quel suo antico foro di cui solo il criptoportico oggi rimane, quasi nella sua interezza, a ricordarne la monumentalità. Il resto lo si conosce a brandelli. Il resto sta venendo fuori piano piano e presto troverà adeguata valorizzazione.

Gli archeologi e i geometri della ditta “Olimpia – Ricerche e Scavi” stanno lavorando alacremente. Ormai non c’è più tempo da perdere. Piazza Severino Caveri dovrà essere pronta per la prossima primavera. Una piazza nel cuore dell’antico foro romano. Una piazza che ne ha viste tante… ma che oggi, forse, sta per regalare l’emozione del passato.

La pioggia si fa sempre più battente. Gli archeologi devono interrompere temporaneamente il lavoro. Impossibile continuare nel fango. Impossibile leggere le quote. Eppure, incurante del meteo avverso, ancora qualcuno si attarda in cantiere. Una ragazza, un’archeologa, china su quel foglio di carta millimetrata: “Sempre questi dannati riccioli che non vogliono stare al loro posto! E ci si mette pure la pioggia”…

Marika! Marika, vieni, dai… sta piovendo! Non riusciamo a proseguire coi rilievi adesso… continueremo più tardi!”

Stella

Castello di Quart. Trono di pietra di un’antica stirpe perduta

 

Quasi assopito sul suo trono di pietra; severo ed austero su quell’apparentemente imprendibile gomito roccioso stretto contro l’impervio pendio, il Castello di Quart, domina dall’alto l’intero fondovalle della piana di Aosta.

Ad quartum lapidem”. A quattro miglia romane dall’antica Augusta Praetoria Salassorum, il paese di Quart affonda le sue origini più remote lungo l’eroica Strada romana delle Gallie che doveva transitare all’incirca all’altezza della chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio.

Ma è lassù, più in alto, che dobbiamo ricercare gli orizzonti medievali; è da lassù che ci sorveglia il Castello dei Signori di Quart, precedentemente noti come Signori De Porta Sancti Ursi, vera e propria icona di secoli lontani costellati da lotte di potere, ma anche da raffinate committenze.

ARRIVANDO AL CASTELLO

Ci si avvicina risalendo gradualmente la collina sulla scia delle indicazioni fino ad un piccolo parcheggio. Qui si lascia l’auto e ci si incammina in direzione di una fresca e fitta macchia di chiome verdeggianti, tra cui si innalza maestoso un faggio monumentale. Un grazioso e piacevole sentiero ci conduce al cospetto di questo imponente maniero, per nulla distante dal tracciato della Via Francigena. Dalla rampa d’accesso la vista spazia sui monti dell’envers, sugli scuri boschi e sù sù, anche se solo di scorcio, lungo quell’imponente Mont Emilius, dall’aspetto quasi himalayano; la vista corre poi sulla piana alluvionale solcata dalla Dora Baltea; verso ovest ben distinguiamo Aosta, col suo centro storico dominato dai campanili di Sant’Orso e della Cattedrale, dalle torri e dalle “cesaree mura” della colonia romana. Ma anche con la sua periferia connotata da un importante componente industriale e da una ancora ben presente vocazione agricolo-pastorale. Fino ad arrivare laggiù, a “sbattere” contro i bianchi torrioni del ghiacciaio dello Chateau Blanc. E noi siamo qui, ad un passo ormai dal rivellino che ci consentirà di entrare in questo affascinante “castello-borgo” dalle vicissitudini complesse e dalle sorti alterne.

I QUART. ASCESA E FINE DI UNA POTENTE FAMIGLIA

Una storia lunga e tormentata quella del Castello di Quart.

Un primo edificio, forse una torre cinta da mura, sarebbe stato qui costruito nell’XI secolo, quando i Signori di Quart erano ancora i potenti De Porta Sancti Ursi arroccati sulle torri laterali della monumentale Porta Praetoria, ovvero Porta di Sant’Orso. Quando questa nobile famiglia era ancora urbana e risiedeva su quello che era lo storico ingresso principale alla città, ne controllava caparbiamente i transiti esprimendo così un potere ed un carisma che senza troppi dubbi la distingueva da altre ricche schiatte cittadine del tempo.

Una sorta di “avamposto” fuori città utile a controllare le maggiori vie di traffico, le fiere e i mercati, nonché gli estesi feudi di questa famiglia che contava proprietà fino nell’alta Valpelline.

Ma poi, con la fine del XII secolo, i Signori si trasferiranno definitivamente in questo strategico luogo che diventerà la loro principale residenza. Stavano per cominciare gli anni dello splendore.

Anni che videro la costruzione di un poderoso ed originale torrione dal profilo trapezoidale, vero perno simbolico dell’intero complesso, al cui interno, sotto un’anonima coltre di scialbo, si celavano affreschi preziosi dalle colte e raffinate iconografie che ora, finalmente,  sarà possibile vedere di nuovo. Cultura umanistica, ideali cavallereschi, epiche gesta del condottiero macedone più noto di tutti i tempi, Alessandro Magno, affiancato al biblico eroe Sansone seppur rivestiti degli abiti e delle leggende dell’Età di Mezzo.

E l’anno che scorre e si ripete, immutabile, coi suoi mesi e i suoi mestieri, richiamando il grande mosaico della Cattedrale di Aosta. E ancora gli elefanti, tozzi ed ingenui, tratti dai diffusi Bestiarii del tempo, forse cavalcati da altrettanto misteriosi Saraceni.  

Tante le storie e i frammenti di vita che potrà restituirci questo suggestivo castello (che, poi, definire “castello” è alquanto riduttivo… questo borgo in miniatura, piuttosto!) i cui Siri dominarono solo fino al 1378, lasciandolo nell’ impossibile eredità delle cinque figlie femmine di Enrico di Quart e Pentesilea di Saluzzo. Un 1378 annus horribilis che vide tornare alla ribalta i Savoia i quali sottrassero questa proprietà ai non amati Quart.

Ed ebbe così inizio un ininterrotto rimpallarsi di proprietà tra diverse famiglie dell’orbita sabauda: dai Laschis ai Balbis; dai Coardo fino ai Perrone di San Martino che lo acquisirono nel 1612.

Divenuto proprietà comunale a partire dal XIX secolo, venne infine rilevato dall’Amministrazione regionale nel 1951.

Ogni volta che lo vedo, cerco di ricordare quale veduta di paesaggio medievale o rinascimentale potesse richiamare (perché, ero sicura, era come una sorta di “déjà vu”).

Infine un’illuminazione: ma certo, Andrea Mantegna! L’immediata verifica non ha lasciato spazio ad ulteriori dubbi. Quella natura rocciosa e spigolosa, dalle forme nette, ruvide, e dai colori scabri. Quei promontori di roccia attorno ai quali quasi si avvinghiano, si arrotolano, borghi e castelli. Cortine di alte mura, spesso merlate o agitate da torri ed altane, ricamate intorno a sporgenze di pietra.

Mi viene in mente l’ “Orazione nell’orto”; certo, in quest’opera è la città di Gerusalemme ad essere rappresentata, ma da lontano, il complesso castello-borgo di Quart riesce a ricordarla.  Quei volumi, quei paesaggi scabri e quelle particolari cromìe ben si adattano al severo ma sorprendente Castello di Quart.

Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

Archeo-UTMB. Archeologia, storia e leggende del versante nord del Monte Bianco

E anche l’UTMB, come numerose altre manifestazioni, sportive e non, ha dovuto arrendersi alla terribile emergenza sanitaria. Ma a modo mio voglio contribuire con un mini-UTMB storico-archeologico per dare un’occhiata oltre confine, oltre la mole di Sua Maestà il Monte Bianco. Iniziamo dal territorio francese… Un’insolita Chamonix e dintorni!

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Il nostro viaggio sulle orme di un lontano passato parte dal ponte Saint Martin di Sallanches – luogo rappresentato in tutte le sue possibili prospettive dalle stampe ottocentesche –, risale il corso del fiume Arve, lungo la riva destra, per raggiungere, dopo Passy, l’ampia pianura che un tempo, prima dei Romani, si narra, fosse occupata dalla mitica città di Dionisia (o Diouza).
Insediamento travolto in un tempo lontano dal cedimento degli argini del lago di Servoz e successivamente colmato da una frana nella località di Chedde, frana che ha dato origine alla stupenda cascata chiamata “Cascade du Coeur”, perché le sue acque precipitano disegnando un cuore.

INDIZI ARCHEOLOGICI, STAMPE, RACCONTI E UNA NATURA MOZZAFIATO
Da Chedde saliamo faticosamente a Chatelard, chiusa naturale di quell’antico lago glaciale che occupava la piana di Servoz. Prima sorpresa: ci imbattiamo in antiche fortificazioni innalzate dai Nantuati, popolazione locale, contro i Ceutroni, risalenti ad un periodo pre-romano.

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Servoz era e resta un sogno ad occhi aperti: alla nostra destra, improvvisamente, il Monte Bianco si innalza in tutta la sua bellezza sullo sfondo dei resti del castello di Saint Michel, mentre alla nostra sinistra si scorgono le Gorges du Diosaz, gli orridi più imponenti d’Europa. Il viandante che faticosamente era giunto fin quassù – stupende le descrizioni di viaggio di Alexandre Dumas e di Horace-Benedicte De Saussure – iniziava ora il tratto più pericoloso, che le carrozze non potevano affrontare: la Montà Pellissier. Di qui, attraverso una lunga salita nell’incanto di un bosco medievale, si attraversa Vaudagne raggiungendo la Testa Nera. Spira ancora qui intatto il fascino della leggenda che voleva che da una spaccatura della roccia il Diavolo allettasse e rapisse le vergini facendo loro apparire una stanza piena d’oro. Fascino di una leggenda che non è per nulla turbato dalla presenza in loco di un’epigrafe romana del I secolo d.C. identificante i confini tra le varie giurisdizioni.
La discesa a Les Houches, sempre immersa nel verde del bosco e illuminata dai riverberi del ghiacciaio, resta fuori dal tempo. Les Houches, nome derivante dal termine ‘olca’ con cui i Celti designavano il tratto di terreno coltivato intorno alla casa, è certamente il più antico degli insediamenti della valle, e testimonia la situazione di acquitrini e di residuati morenici che un tempo occupavano la piana di Chamonix.
Questo percorso divenne carrozzabile nel 1818, ma solo con la cessione alla Francia della Haute Savoie e per intervento personale di Napoleone III, assunse la dignità di vera strada (1867).
Per la cronaca i tempi di un viaggio in carrozza da Ginevra a Chamonix nel 1850 erano di ben 11 ore per una distanza di soli 90 km.
Abbiamo così raggiunto Chamonix, la cui origine probabile è del 1119 se consideriamo che a tale data risalgono le fondamenta della chiesa, un tempo abbazia benedettina. Ma solo al 1236 possiamo far risalire con certezza la denominazione attuale come risulta da un documento di cessione del territorio dal Conte di Faucigny all’Abbazia benedettina di Saint Michel de Cluses.
Quale sia il significato del nome Chamonix è abbastanza discusso, per quanto appaia la più credibile quello di ‘campo cintato’ o di ‘campo del mulino’.
Il territorio aveva nel Medioevo una proprio autonomia amministrativa e giuridica anche se i pieni poteri spettavano all’Abbazia di Sallanches.  Al 1770 risale la costruzione del primo albergo, quello di Madame Souterraud, ma già nel 1850 gli alberghi erano diventati nove e i frequentatori di Chamonix ammontavano a ben 5.000.

L’epoca romana fa la sua comparsa anche nel territorio di Saint-Gervais-les-Bains con una particolarissima iscrizione di età vespasianea (74 d.C.) rinvenuta poco a valle del Col de La Forclaz. Questo il testo: EX AUCTORITAT(E)IMP(ERATORIS) CAES(ARIS) VESPASIAN(I)AUG(USTI) PONTIFICIS MAX(IMI)TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) V, CO(N)S(ULIS) VDESIG(NATI) VI P(ATRIS) P(ATRIAE)CN(AEUS) PINARIUS CORNEL(IUS)CLEMENS LEG(ATUS) EIUS PRO PR(AETORE)EXERCITUS GERMANICI SUPERIORIS INTER VIENNENSES ET CEUTRONAS TERMINAVIT.

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Un’epigrafe utile a sottolineare i confini tra il territorio dei Ceutroni e dei Viennensi Allobrogi, ossia gli abitanti dell’attuale zona di Vienne, poco distante da Lione. Due territori appartenenti in effetti a due distinte province: gli Allobrogi già in Gallia Narbonense e i Ceutroni nelle Alpes Graiae.

Il versante nord del Bianco. Oltre lo sci, oltre l’alpinismo, oltre lo shopping… c’è ancora tutto un mondo da scoprire…

Stella

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Gladiatori in convento. L’anfiteatro nascosto di Aosta

Per Ercole, che fatica! Il viaggio era stato eterno e davvero impegnativo. Miglia e miglia, dalle coste meridionali fino al Nord… e che Nord! Dalle ampie spiagge sabbiose dove Nettuno trovava diletto, siamo risaliti attraversando pianure assolate, colline boscose, valli sconosciute fino ad arrivare in questo estremo lembo di Cisalpina, a nord ovest della Regio XI.

Polvere, malattie, sudore, fame e tanta… tanta sete. Un viaggio degno dell’Ade. Ma del resto, per noi gladiatori la vita non è mai stata né sarà mai facile… né lunga, oltretutto!

Mi chiamo Marcus, ho 24 anni. Non ho più un passato… forse non l’ho mai avuto. Vivo giorno per giorno, non posso fare diversamente. Non so nemmeno con certezza da dove vengo; tante sono le storie che si rincorrono in merito alla mia nascita e ai miei genitori. Tutte simili, ma in fondo tutte diverse. I miei primi ricordi sono su un’isola meravigliosa baciata dal sole, dove regna un’eterna estate. I miei primi ricordi sono in Sicilia, in un villaggio abitato perlopiù da pescatori. Ero figlio di nessuno; ero figlio di tutti.

Tutti mi volevano bene, mi sfamavano e mi vestivano. Un vecchio magister in pensione si affezionò così tanto a me da insegnarmi le basi della lettura e della scrittura. E io in cambio gli tenevo compagnia rallegrando le sue ultime giornate.

Ma un giorno, quando avevo 16 anni, fui coinvolto in un brutto affare. Non avevo capito che quegli uomini mi avrebbero usato per portare a termine un delitto efferato. Fu così che mi ritrovai accusato di furto e omicidio, senza potermi difendere, senza nessun dominus che mi proteggesse. Ero l’anello più debole di un velenoso complotto. Per non venire condannato, accettai di diventare un gladiatore ed entrai nella schola armaturarum della città più vicina.

16 anni appena… imparando a combattere sono cresciuto, sono diventato un uomo!

Il compagno più anziano che ci allenava, era solito ripeterci: “il gladiatore decide le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, l’inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente“. Una filosofia che, per me, valse per la vita!

Sono molto alto, più della media, ma non particolarmente robusto. Muscoloso, questo sì, ma di struttura leggera. Però sono veloce, agile, capace di muovermi con balzi improvvisi come un gatto. Ecco perché sono diventato un Trace,uno di quei gladiatori armati alla leggera, con un grosso elmo ornato da un grifone.

Gladiatore

 

 

Pur essendo così giovane ho già combattuto parecchio e i miei compagni in questo viaggio sono anch’essi gladiatori. Su questo carro ci sono persone che la società ha rifiutato, ma che paradossalmente ama alla follia. C’è Assicius, tozzo e potente. C’è Germanicus, altissimo e biondo. C’è Furius, il cui nome non lascia spazio a dubbi sul suo impeto nell’arena. Assassini, ladri, vagabondi, schiavi allontanati dai padroni…

Questo carro ci sta portando in una colonia fondata da Ottaviano Augusto non molto tempo fa, Augusta Praetoria Salassorum. Siamo quasi arrivati… non vedo l’ora di scendere! Certo che, per essere fine luglio, fa un freddo incredibile! Da nord spira un vento gelido, soprattutto nel pomeriggio. Alzo lo sguardo e mi vedo circondato da queste vette così alte: com’è diverso dal luogo in cui sono cresciuto…Quanta gente per le strade! Soldati, mercanti, schiavi da ogni angolo del nostro grande Impero. Siamo ai piedi di monti invalicabili eppure sembra un porto di mare. Visi, lineamenti, colori, lingue, profumi così diversi tra loro. Tutti insieme in una città non certo grande, ma ricca e florida.

Da poco tempo il nostro imperatore Claudio ha ordinato di sistemare il ramo della gloriosa Via delle Gallie diretta a nord, nelle terre degli Elvezi e dei Germani. La città è tutta un fermento e noi siamo giunti qui per… combattere! Sì, dovremo esibirci in occasione dei ludi indetti per festeggiare il nuovo anfiteatro. E’ stato ultimato da poco, nell’angolo nord-orientale della città.

pianta romana

Che strano… dentro le mura!! Ma non hanno paura di rivolte?!! Mi han detto che è stata sacrificata un’insula, un isolato residenziale creato nel momento della fondazione ma mai utilizzato (o comunque non così utile evidentemente…) per creare questo luogo di spettacolo proprio accanto al teatro, anch’esso terminato da poco. E’ anche vero che qui è pieno di soldati, legionari, pretoriani… bisogna pensarci un po’ prima di fare gazzarra!

Farlo dentro le mura comunque ha il suo perché! La città è molto compatta, ordinata, geometrica… fa effetto quando la vedi da lontano, in mezzo a campi coltivati punteggiati da grandi villae rustiche e incorniciata da cime imprendibili!

Il divino Ottaviano Augusto, figlio del divo Giulio Cesare, nel 25 a.C. aveva imbastito una splendida colonia divenuta ancora più bella ed importante sotto i suoi successori della dinastia giulio-claudia.

Ma ormai è tardi. Ci serve riposare per.. andare incontro al nostro destino domani.

Dopo una notte abbastanza tormentata in cui la stanchezza del viaggio è giunta troppo tardi a sostituire l’agitazione e le chiacchiere tra compagni, ecco sorgere una mattina luminosa. Un cielo blu di un’intensità incredibile fa risaltare ancora di più il bianco frastagliato delle vette intorno a noi. Subito gli allenamenti, duri come sempre, fino all’ora di pranzo. E speriamo che non sia l’ultimo. Che Giove Olimpo e gli dei superi mi assistano anche questa volta. Ho visto altri gruppi di gladiatori… alcuni fanno davvero paura! Ci sono persino delle Amazzoni; rare, ma molto cattive… combattono solo tra donne, però! Non ho visto belve; mi han detto che qui, almeno per ora, non si tengono né naumachie né venationes (cacce).

Usciamo dalla schola per distrarci un attimo e magari mangiare qualcosa. Le ragazze mi guardano; so di essere bello! Ho lasciato ammiratrici un pò ovunque, tanto che mi hanno soprannominato “suspirium puellarum” (sospiro delle ragazze). Ci han detto che in un quartiere artigianale a sud del Decumanus Maximus c’è un thermopolium carino e ben fornito. Noi mangiamo poco prima di un combattimento; di solito una focaccia di farro e orzo ben impregnata di olio per avere energia pronta da spendere!

Un passaggio ai templi del foro: grandiosi! Tutto qui parla di Cesare Ottaviano Augusto…

Ed eccomi qua. Mi sto preparando. Il nuovo anfiteatro non è molto grande ma poderoso; tutto costruito in enormi blocchi di marmo grigio-azzurro (mi dicono un marmo locale le cui cave sono state appaltate ad una famiglia assai ricca e in vista). Gli ambienti per noi gladiatori non sono molto grandi, anzi… direi angusti e abbastanza umidi! Ci saranno almeno 5000 spettatori là fuori… ogni volta è come fosse la prima. Le urla, il rumore che si fa sempre più forte, i tifosi che ti chiamano e gli altri che ti maledicono. Le donne che aspirano ad una notte con te…. Il cuore batte, tutto il tuo corpo è un unico fremito; i muscoli, ben lucidati, sono pronti a guizzare e la mente deve solo pensare alla gloria e non al dolore. La paura deve servire a combattere con veemenza ancora maggiore.

Mi chiamano. Tocca a me: Marcus, il veloce Trace.

Esco alla luce e ne resto abbagliato. Piano piano metto a fuoco: le arcate, le gradinate ellittiche che mi corrono tutto intorno; gli spalti ricolmi di gente… Chiamano il mio avversario: è un omone enorme, una montagna di muscoli, di carnagione molto scura. Il volto completamente coperto dall’elmo del Myrmillo, decorato da mitiche figure marine. Urla, mi si fa incontro minaccioso. Si chiama Rufus, dicono arrivi dalla Mauretania. Tutti e due dovremo cercare di sopravvivere e di guadagnarci fama e ammirazione.

Iniziamo a combattere. Lui possente e violento. Devo stare in guardia, muovermi con rapidità… più del solito! Salto, mi sposto, schivo, cerco di pugnalarlo nei pochi punti del suo corpo non protetti dall’armatura… Giove, aiutami!

La gente urla sempre più forte, ci incalzano… Ad un certo punto si alza il vento; lo stesso vento gelido, a raffiche, che ci aveva accolto il giorno prima. Si alza la sabbia dell’arena; piccoli turbini si formano intorno a noi. Le raffiche si fanno sempre più forti; fatico a tenere gli occhi aperti. Anche Rufus è in difficoltà, ma non possiamo mollare, anzi… Il cielo terso e limpido del mattino, quasi improvvisamente si fa scuro; grossi nuvoloni arrivano da nord. Col vento arriva la pioggia e si odono tuoni in lontananza. Ma noi non possiamo smettere. La gente dagli spalti chiede sangue!

Di quel sangue sento già il sapore in bocca; sento la sabbia sotto i denti; sento freddo… sarà il vento… sento freddo, molto freddo… eppure, sono completamente sudato, eppure… sento freddo, e sangue, e poi improvvisamente il silenzio. Com’è buio adesso il cielo. E come mai la folla si è zittita?

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“Marco!! Marco!! Ma quante volte ti devo chiamare?!! Dai, che dobbiamo andare a visitare il Museo adesso!”. Apro gli occhi, caspita… mi ero distratto solo un attimo e non ho sentito una parola di quello che ci ha spiegato la guida. Bella questa città. E’ la prima volta che vengo ad Aosta e non credevo ci fossero così tanti monumenti di epoca romana.

La guida, dopo averci illustrato il bellissimo teatro, ci ha portati qui, in questo grazioso e defilato convento dedicato a Santa Caterina ma occupato dalle Suore di San Giuseppe dal 1831 quando giunsero da Lione. Un convento molto antico, risalente al XII secolo, nato sui resti dell’anfiteatro romano di Augusta Praetoria Salassorum. Un luogo fuori dal tempo dove le grida delle gesta gladiatorie si perdono, ovattate, in un grande giardino incantato. Qui, dove un tempo si innalzavano le gradinate, oggi si alzano le verdi chiome dei meli. Tra gli alberi, qua e là, spuntano dal terreno brandelli di passato: resti di corridoi, di volte, di gallerie… mimetizzati tra pollai e vecchi presepi. Qui oggi regnano la pace e il silenzio; qui, nell’angolo nord-orientale di Aosta, ai piedi della Torre dei Balivi, dove secoli e secoli fa i gladiatori erano chiamati nell’arena. Le suore ti accolgono sorridenti e ti accompagnano in questo loro mondo nascosto, in questo scrigno di storia e storie ormai perdute. Quando arrivi sul limitare del meleto interno, capisci: il terreno scende gradualmente verso il centro; da una parete alla tua sinistra sbuca una possente muratura in grandi blocchi di marmo grigio-perla scurito dal tempo. Quella muratura cela alle sue spalle la porzione meglio conservata dell’intero edificio che però verrà svelata solo alla fine del giro. Una vera e propria oasi da cui godere di un panorama insolito verso la facciata del teatro romano che si innalza a sud, sorvegliati dall’enigmatica e severa Torre dei Balivi.

Le arcate superstiti all'interno del convento (Foto di Enrico Romanzi)
Le arcate superstiti all’interno del convento (Foto di Enrico Romanzi)

Si gira lungo l’antica ellisse, sfiorando la parte più antica del convento, costruita esattamente sopra il settore occidentale dell’anfiteatro di cui richiama con evidenza la forma. Si accede quindi ad un cortile ed è come entrare in un’antica stampa ottocentesca dove moderno ed antico si mescolano e si completano. 8 arcate ben conservate e ben leggibili sono ancora lì, a far bella mostra di sé e a raccontare, col loro millenario silenzio, le tante storie dimenticate (o quasi) di passati combattimenti. Raccontano di giovani gladiatori, di sangue, di grida, di sabbia e di vento…

Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale

dopo aver viaggiato dentro il sonno.

L’inconscio ci comunica coi sogni

frammenti di verità sepolte:

quando fui donna o prete di campagna

un mercenario o un padre di famiglia.

(da Café de la Paix, Franco Battiato)

“Marco!! Ma allora, ti dai una mossa?!!”

 

Stella

Castellaccio di Pont-Saint-Martin. La maledizione della principessa

Il regno dei SanMartino occupava un territorio importante e strategico. Lì tutte le strade si incontravano: quelle dalla piana, quelle delle colline, degli alti valichi e del fondovalle centrale. E questo fu la base della loro straordinaria potenza e immensa ricchezza.

Purtroppo, però, dopo antenati attenti e lungimiranti amministratori, tutto passò (e non senza colpi bassi) al dissennato Guglielmo che, mai sazio di denari, iniziò a vessare i viaggiatori e gli abitanti con ogni sorta di tassa. Non contento, se ne aveva voglia, si divertiva a razziare villaggi, fattorie e a rapire giovani fanciulle che poi teneva rinchiuse nella torre a nord del suo maniero riducendole alla fame.

Una di queste, però, tanto affascinante quanto intelligente, riuscì a diventare qualcosa di più di un semplice capriccio. Si chiamava Perla ed era originaria di un villaggio poco a monte del castello. Sembrava davvero che Guglielmo si fosse finalmente innamorato e Perla, nel frattempo in dolce attesa, si aspettava che lui le chiedesse di sposarlo.             Ma purtroppo così non fu e, nata una bimba, Guglielmo la cacciò malamente obbligandola a vivere rinchiusa in una torre isolata che sorgeva proprio sul versante opposto della valle: la scura torre di Pratomozzo. Un luogo impervio che doveva il suo stesso nome al fatto di essere circondato da dirupi e burroni; lo stretto pianoro su cui sorgeva la torre era accessibile unicamente attraverso un ripido sentiero ritagliato nella roccia.

La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)
La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)

Lysia. Questo il nome che Guglielmo diede alla sua unica figlia che, negli anni, crebbe in bellezza ed intelligenza… ma anche, ahimè, in perfidia e avidità. Lunghi capelli rossi e ammalianti occhi verdi, come la povera madre; indole “nera” e insaziabile ambizione, come il padre.

Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)
Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)

Un padre che effettivamente la adorava e la viziava; anzi, provava una sorta di venerazione per quell’unica figlia. La sola ad essere stata riconosciuta. La sola che, nei progetti di Guglielmo, avrebbe dovuto governare il regno dei SanMartino dopo di lui, nei modi da lui stabiliti.

A Lysia era stato detto che la madre l’aveva abbandonata, cosa che a lei rendeva il padre ancora più importante e degno di rispetto. Invece Perla aveva trascorso gli anni che le restavano chiusa nella torre di Pratomozzo, nella più completa solitudine, pensando a quella bimba che le era stata strappata. Una notte, giunta ormai sul punto di morire, guardando le stelle dell’Orsa Maggiore, espresse un estremo desiderio:

“Guglielmo, maledetto sia tu e tutta la tua stirpe. Quella figlia che per te ora è vanto, per tutti e per se stessa diventerà tormento…”

Passarono gli anni. Guglielmo, afflitto nel corpo dai mali dell’età, ma soprattutto nello spirito per un’insidiosa forma di pazzia, morì suscitando il tripudio di molti, ma…

Ma il gaudio divenne ben presto paura quando a tutti fu chiaro di che pasta era fatta Lysia, vera erede del padre in tutto e per tutto! Chi osava disobbedirle, anche per futili motivi, poteva rischiare di non vedere l’alba del giorno seguente. Molti nobili, anche d’Oltralpe, si erano fatti avanti chiedendola in sposa o proponendo i loro rampolli, ma tutto era stato vano. Lei voleva regnare da sola e ambiva ad ampliare il regno paterno non esitando a muovere guerra ai vicini. E lei stessa, armata, scendeva in battaglia alla testa dei soldati brandendo lo spadone paterno, senza alcuna pietà.

Anche i suoi fedelissimi avevano paura di lei; e Lysia stessa non si fidava di nessuno.

Una notte d’inverno, qualcuno bussò al castello. Lysia era sveglia e, chiamata dalla guardia, scese all’ingresso. Davanti a lei stava una donnina anziana, piccola e malferma, avvolta in uno spesso mantello di lana. “Mia potente Signora, per favore, potete concedermi ospitalità per questa notte gelida?”, chiese la donna tremante.

Lysia inarcò il sopracciglio e stava per farla cacciare quando disse: “Vediamo se avervi come ospite mi conviene… chi siete?”. “Sono un’erborista, Signora. Se mi accogliete, posso mettere a vostra disposizione il mio sapere…”.

L’anziana scostò il pesante cappuccio che le copriva il volto e fissò Lysia con uno sguardo penetrante e ipnotico. “E’ sicuramente una strega” – pensò Lysia – “potrebbe farmi comodo…”.                                                                                                                                       “Venite, entrate pure… accomodatevi accanto al fuoco e raccontatemi di voi…”.

Ma la saggia anziana aveva subito percepito l’animo torbido e le reali intenzioni della principessa e  disse: ” Mia Signora, la fama vi precede ma non vi dipinge fedelmente… La gente di ogni contrada, anche lontana da qui, parla di voi con reverenza e timore, ma non con ammirazione… La vostra grande bellezza è nota quanto, tuttavia, la vostra ferocia, ma… ora che ho il privilegio di vedervi di persona, beh… il vostro aspetto supera ogni immaginazione, così come la vostra straordinaria ricchezza. Tuttavia non sembrate una cattiva persona…”.

A queste ultime parole Lysia si infuriò! “Io sono la principessa Lysia di SanMartino! Tutti devono obbedirmi e rispettarmi! Io decido della vita e della morte! Io devo essere rispettata e temuta perché valgo più di 100 uomini!”.

“Ma mia Signora, voi potreste manifestare il vostro valore in modo diverso… non con la guerra e l’odio… magari..”. “Taci vecchia!”, la interruppe Lysia, “Ascoltami! Tu conosci i segreti delle erbe, giusto?! Ebbene, esigo che tu mi prepari una pozione che mi renda la più forte, temuta, invincibile! Capito?! Altrimenti…”.

“Altrimenti?”, ribatté calma la donna, “mi farai rinchiudere nella torre di Pratomozzo come la tua sventurata madre?”.

Lysia sgranò gli occhi: “Cosa? Come ti permetti? Che vane parole osi pronunciare, vecchia! Mia madre mi ha abbandonata alla nascita!”.

“Se ti fa comodo crederlo… ma forse avrai modo di verificare tu stessa…”.

“Smettila, e datti da fare con quanto ti ho richiesto! Prima dell’alba dovrà essere pronto!”.

L’anziana saggia erborista si mise all’opera, sorvegliata da due guardie. Ai primi chiarori fece chiamare la principessa: “Ecco Signora, ciò che saprà rendervi la più forte, temuta e invincibile…”.

“Ottimo! Guardie, portate subito questa donna alla torre di Pratomozzo! Pare sia un luogo a lei gradito…” e rise maligna. Mentre veniva trascinata via la vecchia gridò:

“Se entro la prima luna piena di maggio nessuno ti avrà riconosciuta, nessuno mai più potrà farlo e in eterno la tua memoria sarà perduta!”.

“Vecchia pazza!”, pensò Lysia che avidamente bevve la pozione maledicendone il sapore terribile. Subito fu colta da un sonno insostenibile e si ritirò nella sua stanza.

Quando si svegliò le sembrava di avere un macigno addosso e la vista appannata. Faceva fatica a muoversi; era goffa e impacciata. “Ma che diavolo mi ha dato quella strega? Imbrogliona! Lo sapevo… ah, ho fatto bene a farla rinchiudere lassù!”.

Poi si alzò, molto lentamente ma… un urlo agghiacciante riempì il castello. Lysia vide la sua immagine riflessa nello specchio e…era un orso!

Un enorme orso fulvo, dal pelo rosso come i suoi capelli! Di lei restavano solo gli occhi: verdi, assolutamente inusuali per un orso. Non poteva parlare ma solo rugliare, come la belva che era diventata!

Uscì correndo dalla stanza cercando aiuto ma tutti, alla sua vista, scappavano terrorizzati. Le guardie, almeno i più coraggiosi, tentavano addirittura di ucciderla! La sua forza era immensa: con una sola zampata faceva volare in aria due uomini contemporaneamente. Con un morso poteva tranquillamente staccare di netto una gamba.

Dopo aver percorso tutto il maniero nella vana ricerca di un riparo, distruggendo tutto ciò che incontrava, lasciando vittime e feriti dietro di sè, riuscì ad uscire nascondendosi tra i boschi.

Immediatamente si sparse la voce che Lysia era scomparsa. Si diceva che un orso terribile fosse entrato nel castello e l’avesse divorata seminando il panico e mettendo in fuga tutta la sua corte e l’esercito.

Presto ci si rese conto che davvero l’erede dei SanMartino era svanita nel nulla! Alcuni intrepidi osarono entrare nel maniero deserto razziando tutto ciò che potevano e, per vendetta, distruggendo il resto. Gruppi di mendicanti e vagabondi vi si insediarono bivaccando, mangiando e bevendo fino all’esaurimento di ogni scorta disponibile. E prima di andarsene, per puro e gratuito divertimento, appiccarono il fuoco dove capitava. In poco tempo l’austero palazzo di una potente famiglia, non esisteva più, ridotto ad un cumulo di macerie e rovine, rapidamente divorate dai rovi e dalle ortiche.

Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)
Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)

Lysia vagava, muovendosi preferibilmente di notte, sempre all’erta, pronta a fuggire ad ogni minimo rumore. E raggiunse così l’altro versante, più boscoso e disabitato, pensando che proprio la torre di Pratomozzo, luogo avvolto da cupe leggende, dove mai nessuno osava andare, avrebbe potuto darle un valido riparo.

Giunse ai piedi del tetro torrione con le ultime luci del tramonto; il portone era stranamente divelto e, cauta, entrò.

“Eccoti! Ti stavo aspettando!”. Lysia sobbalzò! Emise suoni gutturali e ficcando gli occhi nell’ombra, vide una figura prendere forma pian piano… l’erborista! “Sapevo che la tua sconsiderata brama di potere ti avrebbe ridotta così! Ora sta a te, mia superba principessa! Intanto, tieni… un ricordo di Perla, la tua povera madre sventurata, rinchiusa qui da tuo padre…e morta pensando a te!”

Era un bracciale di magnifica fattura in oro massiccio con perle e rubini. All’interno un’incisione: lo stemma dei SanMartino e la scritta “A Perla da Guglielmo”. Rimase sconcertata! Un gioiello di sua madre! … allora, le voci erano vere! … E pianse finalmente tutte le lacrime mai versate in tutta la sua vita.

Avrebbe voluto poter parlare per chiedere all’erborista mille altre cose,anche solo per sapere come porre rimedio a tutti i suoi errori, ma la donna era scomparsa: al suo posto una splendida civetta dai grandi occhi magnetici aprì le ali e spiccò il volo.

Nel regno, intanto, regnava il disordine più totale! Vari nobili confinanti pretendevano di impadronirsi di un regno rimasto vacante. E molti cacciatori avevano avviato una capillare caccia all’orso sperando che, se avessero ucciso la belva colpevole, avrebbero potuto guadagnarci parecchio! I più coraggiosi si spingevano fino a Pratomozzo e l’orsa Lysia ne aveva già eliminati diversi. Le leggende sul gigantesco orso rosso divoratore di uomini che aveva preso dimora nella torre del diavolo ormai non si contavano più!

Passarono mesi, anni… Fino a che, in un pomeriggio di maggio, si avvicinò alla torre un giovane. Lysia lo spiava dalla sua tana tra le rocce. Il ragazzo era sicuramente un nobile: lo stemma sulla corazza parlava chiaro. Si muoveva guardingo, armato di arco e frecce.

“Eccone un altro”, pensò Lysia, “ma quando la finiranno? Aspetterò il favore delle tenebre e anche questo sarà mio!”.

Scese la notte. Una sottile falce di luna rischiarava debolmente il cielo di ponente. Il volto di Diana aveva ricominciato a crescere: quella era l’ultima possibilità di riscatto. Ormai Lysia aveva capito che le parole dell’anziana erborista erano vere e presto la profezia si sarebbe avverata. Ma forse, non le importava nemmeno più. Quante bugie le erano state dette! E di quanta ipocrisia lei stessa aveva vissuto… forse, a quel punto era meglio morire…

Lysia, con passo felpato, ormai esperta conoscitrice dei luoghi, capace di muoversi al buio, si avvicinò al giovane assalendolo alle spalle, quasi fosse stata un’ombra balzata fuori improvvisamente dal buio.

Il ragazzo si voltò, cercò di difendersi. Gli occhi di entrambi si incontrarono per un attimo e Lysia, con una zampata, lo ferì. Sotto di lei il giovane sanguinante respirava affannosamente; “Non uccidermi, ti prego! Me ne andrò, dirò a tutti che ho trovato le tue ossa, che sei morto… nessuno ti darà più la caccia ma, per favore, se mi capisci, non uccidermi!”.

Quelle parole prive di malvagità, colpirono Lysia a tal punto che decise di lasciarlo stare. Si accucciò mansueta al suo fianco scaldandolo col suo corpo e difendendolo dalle insidie della notte.

Al mattino il giovane si svegliò. Non riusciva ad alzarsi per la ferita al fianco. Subito vide l’orso accanto a lui che lo fissava pacifico. Co la zampa gli avvicinò dei frutti di bosco, quasi invitandolo a mangiare.

Il giovane non poteva credere ai suoi occhi! “Tu, tu mi capisci dunque? Grazie per avermi risparmiatola la vita… io.. o Dio ma sto parlando ad un orso, è assurdo!”.

Lysia rugliò sorniona. Il giovane si presentò. “Beh, non so chi tu sia… io mi chiamo Valesio. La mia famiglia domina le terre al confine tra gli alti monti e le colline arrivando sù oltre le cime innevate a nord. Siamo confinanti coi SanMartino… o meglio, col loro regno che, ormai, beh, non esiste più, insomma… l’ultima principessa, “Lysia la Terribile” è scomparsa nel nulla e ora in molti cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti. La guerra infuria, anche tra parenti! E molti dicono che la colpa sia del demonio fattosi orso; un orribile orso rosso… che.. forse, sei tu?”

Lysia non perse una parola. Si alzò ed entrò nella torre facendo capire a Valesio di seguirla. Una volta dentro gli indicò col muso una pietra smossa nel muro, sotto la finestra. Valesio capì e si chinò; tolse la pietra e trovò il braccialetto. Lysia lo fissò e fu in quell’istante che Valesio si accorse che quello strano orso aveva gli occhi verdi! Occhi che parevano… umani! E quell’orso stava piangendo, lì, davanti a lui!

“Chi sei tu? Di certo non un orso normale… Quale oscuro incantesimo ti ha trasformato?”. Lysia allora col muso sospinse Valesio fuori dalla torre e si fece seguire fino ad un luogo elevato da cui si vedeva bene il castello paterno. Giunti sul posto cercò di indicarglielo con la zampa, guaendo e guardandolo.

Valesio resto inizialmente perplesso, poi: “Cosa c’è? Vuoi andare al castello abbandonato? E’ molto pericoloso, sai? non so se è una buona idea… se ti vedono… ti uccidono all’istante!”.

Ma Lysia insisteva continuando a indicare il maniero. Trascorsero alcuni giorni, poi, quando ormai Valesio si era rimesso in forze, di notte Lysia andò a svegliarlo; e lui capì. Si misero in cammino con estrema prudenza, sfruttando le ombre e l’oscurità così come la luce di una luna ormai quasi piena. Giunti nel fondovalle tutto divenne più difficile; la salita al castello poteva rivelarsi fatale: cacciatori e delinquenti si nascondevano ovunque.

Lysia guidò Valesio lungo un sentiero più impervio e nascosto, poco noto. Pareva filare tutto liscio quando, all’improvviso, Lysia gridò e si inarcò dal dolore: una freccia l’aveva colpita alla spalla! Valesio si voltò di scatto: “Che succede? Chi è?!”. Una coppia di cacciatori balzò su di loro da una rupe intenzionati ad ucciderli entrambi.

Una lotta feroce in cui Valesio e Lysia riuscirono, sì, a mettere in fuga i due malintenzionati ma che vide il ragazzo ferito a morte con una coltellata al petto.

Lysia restava al suo fianco e gli leccava la ferita guaendo. Lo guardava e si ritrovò a piangere, pregando, in cuor suo, che quel ragazzo buono e generoso si salvasse.

Ad un certo punto la luna uscì dalle chiome degli alberi e li illuminò. Una splendida civetta volò su di loro e si appoggiò sulle mura di cinta del castello. E accadde qualcosa. Valesio aprì gli occhi e rimase senza parole. Lì, accanto a lui, una meravigliosa fanciulla avvolta da un ammasso scomposto di capelli rossi lo abbracciava piangendo. Al polso, il bracciale della torre. “Madamigella… voi..,”.                 A quelle parole Lysia alzò il viso e vide le sue mani, i suoi capelli… l’incantesimo era stato spezzato!

“Valesio! Valesio… la vostra ferita… non c’è più! Io… io… siete l’unico a darmi fiducia…”

“Ma chi siete?”, chiese il ragazzo. “Sono Lysia! Lysia di SanMartino! Lysia la Terribile… ahimé! Ma non sarà più così! D’ora in avanti tutto cambierà! E spero di avervi al mio fianco!”.

Valesio non chiese altro e l’abbracciò. Le sorti del regno erano state risollevate; Lysia, la principessa-orsa, aveva capito la lezione. E il suo matrimonio col nobile Valesio suggellò un’alleanza fortunata che portò finalmente pace e benessere.

 

Stella

 

 

 

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

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Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella

 

 

La finestra di Bonifacio. Quel prode signore “baciato dal mare”…

Voglio raccontarvi una storia. Siamo a casa da oltre 1 mese ormai e, dalle finestre, vedo i resti dell’antica Torre d’Avise, corrispondente alla torre sud-occidentale dell’originale cinta romana. Abito in una posizione decisamente fortificata in effetti… dentro le mura con, verso nord, la Torre detta “del Lebbroso” (che, di questi tempi, è l’emblema stesso della reclusione); verso est la mole possente del castello di Bramafam e, infine, a sud-ovest, ciò che il tempo ha risparmiato (assai poco, purtroppo), della torre d’Avise.

Ecco, oggi protagonista del racconto sarà lui, il nobile Bonifacio d’Avise. Prode, battagliero, deciso. Storie di viaggi e battaglie. Ma anche, come un gioco di scatole cinesi, storie di contatti, scambi e committenze tra le Alpi e il Mare, dalla Valle d’Aosta alle tumultuose coste della Puglia passando dalla raffinata corte napoletana.

Una storia densa e coinvolgente che, lo vedrete, si adatta assai bene anche con la ricorrenza di oggi, Venerdì Santo. Ma non basta ancora: una vicenda che, ad un ulteriore livello, rende un particolare omaggio al Santo patrono d’Italia. Quindi, pronti?

Cominciamo dalla sua terra…

Una delle contrade più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati altipiani. Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco stretto in una morsa di pietra. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

PierreTaillée

Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere strategicamente controllato; infatti qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della Via delle Gallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte.

Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno.

E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo perfetto per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla transalpina Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

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E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia  il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, Gignod, Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur, Planaval: una linea fortificata che risaliva l’aspra Valgrisenche con torri e punti di avvistamento distribuiti lungo l’asse di penetrazione di questa vallata irta di pericoli.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio.

Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

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Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla sua remota terra alpina.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

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Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa… si insinua tra i volumi, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

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Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica che quell’iniziativa portava con sé.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca. E infatti San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dall’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler inserire la scena in un paesaggio valdostano o comunque più famigliare. Incorniciata in una composizione dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria: un dolore immane sebbene non privo di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod?

Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

E subito il pensiero corre ad uno straordinario luogo sacro oggi perduto: San Francesco di Aosta, una splendida chiesa cancellata dal tempo e, ahimè, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora permane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

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Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

Mi riaffaccio alla finestra. Tra quelle mura diroccate incorniciate dal tenue viola delle serenelle e dall’ultimo giallo fulgore delle forsizie, un nobile spirito gioisce per essere stato ricordato.

La finestra di Bonifacio d’Avise.

Stella