Arco d’Augusto di Aosta. Storia di una bellezza senza tempo!

Ed eccolo lì, sempre al centro dell’attenzione anche quando si “rifà il look”! L’Arco d’Augusto tutto “impacchettato” si sta preparando ad accogliere in forma smagliante le celebrazioni che, nel 2025, festeggeranno i 2050 anni di Augusta Praetoria!

L’Arco onorario dedicato all’imperatore che fondò Aosta è un monumento grandioso, un’icona della città, il miglior biglietto da visita per chi si accinge a varcarne le mura, oggi come 2050 anni fa! 

(Ringrazio per la foto la dott.ssa Alessandra Armirotti)visite-cantiere-arco-augusto

In questi giorni sono state organizzate delle visite straordinarie al cantiere di restauro che, come c’era da immaginarsi, hanno registrato subito il tutto esaurito! In attesa delle prossime visite primaverili, cerchiamo di scoprire insieme qualcosina in più …

UN ARCO DI BUON AUSPICIO!

Gennaio. Primo mese dell’anno. Mese del passaggio da una realtà, ormai vecchia e consunta, ad un’altra tutta da vivere. Giano, dio dal doppio volto che sa guardare il vecchio e contemporaneamente scrutare il nuovo. E infine l’arco, simbolo del transito, monumento emblematico di ogni passaggio importante degno di essere ricordato e trasmesso ai posteri.

Siamo ad #Aosta, città figlia dell’auctoritas (oggi mi diverto con le etimologie!!) del princeps Ottaviano Augusto (di cui in quest’ultimo mese abbiamo già discusso a lungo). Una città ideale. Una città urbanisticamente perfetta. Una città cui si accedeva da quattro solenni porte collocate ai quattro punti cardinali e anticipata da un monumento assolutamente imponente e “parlante”: l’Arco.

L’ARCO E I SUOI PERCHE’

Intanto, perché fu costruito proprio sul lato orientale e non altrove? Perché da questa direzione proveniva la #ViadelleGallie dalla penisola italica e, idealmente, da Roma. L’accesso principale in città avveniva da qui, da est; e non è un caso che sempre sul lato est delle mura sorga la spettacolare Porta Praetoria, ossia la principale delle quattro porte urbiche della colonia!

La storia degli archi nasce con i successi militari. All’epoca repubblicana di Roma gli archi venivano indicati, anche epigraficamente, come fornix (letteralmente “struttura voltata”). Alla fine della Repubblica gli si affianca il nome ianus (porta) per poi progressivamente lasciare il posto ad arcus. E’ la lingua che cambia al mutare della società, degli usi e delle idee. Quello augustano tornerà ad essere indicato come fornix nel XII secolo!

Diciamo che, rispetto a ianus, arcus porta con sé una concezione urbanistica di rappresentanza prima sconosciuta. Dicevamo, infatti, che la tipologia degli archi nasce in ambito trionfale militare: i comandanti vittoriosi insigniti dell’onore del trionfo, si guadagnavano il diritto di sfilare sotto simili passaggi “d’onore” fortemente influenzati dagli esemplari analoghi di ambiente ellenistico (l’Asia Minore attuale, per intenderci). Tuttavia poco resta e poco si sa con certezza degli archi fino a prima di Augusto. Con lui questi monumenti entrano a pieno titolo nei “corredi” architettonico-urbanistici delle città, sia come accessori delle mura cittadine, sia come elementi autonomi, tanto all’esterno del centro cittadino quanto, come spesso accade, in area forense.

Ma torniamo ad Aosta. Arrivando dunque da Corso Ivrea, superato il bel ponte in pietra romano sull’antico alveo del Buthier, ci troviamo di fronte la mole massiccia di questo grandioso arco onorario dedicato a colui che sconfisse i Salassi e fondò la colonia di Augusta Praetoria: Augusto, nipote adottivo di Giulio Cesare e “primo imperatore”. Un passaggio importante, quello (tanto ambito e combattuto) verso le Alpi e verso le Gallie!

UNA MASSICCIA ELEGANZA

Alto 17 metri (sebbene oggi privo dell’attico, cioè la parte sommitale dove in origine figurava l’iscrizione), presenta al centro un unico fornice a tutto sesto ampio 28 piedi romani (poco più di 8 metri). Le sue forme massicce e sobrie si inseriscono in un’epoca in cui le tradizioni stilistiche repubblicane stavano progressivamente lasciando il posto al classicismo di impronta augustea. Costruito interamente in grossi blocchi di puddinga locale, a guardarlo con più attenzione si possono notare dei dettagli capaci di conferirgli comunque eleganza, raffinatezza e, per certi versi, una sottile leggiadria.

L’Arco troneggia in mezzo al traffico cittadino in tutta la sua severa imponenza, ma i suoi enormi blocchi di pietra custodiscono alcune “chicche” meno evidenti, sconosciute ai più, che dopo l’intervento di restauro torneranno a essere visibili e apprezzabili.

Innanzitutto le semicolonne di ordine corinzio, con le loro ricce foglie di acanto, i viticci elicoidali, i petali e le volute sporgenti, sanno ingentilire (e vivacizzare) la severità dell’insieme. Le stesse modanature che profilano la cornice dell’arcata presentano decorazioni “a gocce” minute e graziose. All’interno del fornice, su entrambi i lati, piccoli pilastri sporgenti con capitelli sempre di tipo corinzio (sebbene più sobri) delimitano dei pannelli al cui interno potremmo immaginarci la presenza di scene a rilievo o ulteriori iscrizioni su tavole di marmo o di bronzo.

Al livello superiore poggia sulle semicolonne un essenziale fregio di ordine dorico scandito in triglifi con sottostante decorazione a gocce  e metope lisce. Quasi fosse un antico tempio classico, qui l’arco si veste di un’arcana sacralità.

E già queste due prime considerazioni ci portano a riflettere sulla miscellanea di stili presenti su questo insigne monumento. Respiri di Grecia, di quella grande cultura ellenica che così profondamente aveva imbevuto l’intero mare nostrum e che si riproponeva di volta in volta rivisitata e metabolizzata a seconda dei differenti filtri socio-culturali.

CLASSICO, ELLENISTICO, ROMANO

Sempre all’esterno i due prospetti presentano, ai lati del fornice, due nicchie oggi vuote, ma che in origine, dovevano ospitare statue. Si pensa a possibili trofei (mucchi di armi nemiche raffigurati o in pietra o in bronzo), oppure a statue di Augusto e Cesare, oppure ancora a gruppi statuari raffiguranti i Salassi sconfitti. Per quest’ultima ipotesi si pensi, ad esempio, ai gruppi ad altorilievo di Galli sconfitti presenti sull’arco di Saint-Rhémy-de-Provence, nel sud della Francia.

Ma continuiamo il nostro giro passeggiando idealmente intorno all’arco col naso all’insù. Osserviamo con attenzione la superficie aggettante del cornicione. Seppure in gran parte restaurato, sussistono ancora dei brani di grande poesia ed interesse. File parallele di piccole gocce circolari si alternano a losanghe allungate con rosetta centrale. In corrispondenza, poi, dell’angolo di nord-ovest, si può notare una ricercata decorazione a palmetta (o anthemion). Un chiaro tributo a quell’arte ellenistica che riuscì a valicare gli stretti confini della pòlis per diventare l’arte di una più vasta comunità socio-culturale, di una vera koiné capace di riconoscersi in un globale linguaggio mediterraneo ed orientale. Augusto voleva rifarsi a quel linguaggio e farlo proprio; con lui Roma sarebbe diventava il nuovo centro di una nuova koiné. L’architettura romana avrebbe dunque ripreso il meglio di quanto l’aveva preceduta, l’avrebbe fuso e ne avrebbe ricavato qualcosa di innovativo ma riconoscibile e in grado di parlare la lingua del potere.

Ci manca l’attico dicevamo. Ossia tutta la parte superiore che avrebbe ancor più enfatizzato la monumentalità complessiva e sulla quale trovava posto l’iscrizione dedicatoria ad Augusto. Alcune grandi lettere in bronzo dorato, alte circa 28 cm, furono ritrovate in occasione di alcuni sondaggi archeologici effettuati ai piedi dell’arco ad inizio Novecento e sono tuttora conservate al #MAR di Aosta. E non dimentichiamo che, molto probabilmente, anche sopra l’attico dovevano esserci statue; o una quadriga o delle Vittorie alate.

UN ARCO EMBLEMATICO

Ma la storia dell’arco è ancora molto lunga. Dalle scorribande barbariche in poi, l’arco sopravvisse a secoli di rovina e distruzioni. Le sue decorazioni, le sue statue, sparirono, razziate, fuse, depredate. Nel Medioevo divenne una sorta di residenza fortificata, ospitò una postazione di balestrieri per poi diventare simbolo della devozione popolare dove recarsi a pregare il Santo Volto per scongiurare le terribili e (ahimé) frequenti esondazioni dell’indomabile torrente Buthier. Il suo fornice venne quasi “esorcizzato”, o meglio, cristianizzato con l’inserimento a più riprese di immagini sacre e crocifissi lignei. L’attuale è una copia di quello lì posizionato nel 1449 dopo una delle tante alluvioni.

All’inizio del XVI secolo l’illuminato priore Giorgio di Challant decise di salvarlo dalla rovina e di farvi costruire addirittura una cappella; ma tale progetto non vide mai la luce. Pochi anni dopo Giorgio di Challant morì.

Con il Seicento le pessime condizioni in cui l’arco versava spinsero il Conseil des Commis (l’organo di governo”ristretto” nato nel 1536) a riflettere circa l’eventualità di costruire un tetto sopra le nude creste di muro dell’arco, vittime delle intemperie, della vegetazione e delle infiltrazioni. Ma si dovette attendere il 1716 per provi mano concretamente. In pochi mesi l’arco era stato restaurato e consolidato, sebbene in una maniera che oggi condanneremmo senz’altro!

Nel 1804 si pensò persino di erigere al di sopra dell’arco un trofeo dedicato al passaggio di Napoleone, cosa che fortunatamente non venne fatta!

Col tempo l’arco si trovò nuovamente in una deplorevole situazione di abbandono e trascuratezza. Negli anni ai suoi piedi erano andate accumulandosi macerie su macerie. Fu lo scrittore francese Stendhal (al secolo Marie-Henry Beyle) a lasciarne invece parole di vivo entusiasmo:

J’étais si heureux en contemplant ces beaux paysages et l’arc de triomphe d’Aoste, que je n’avais qu’un vœu à former, c’était que cette vie durât toujours“.

Nonostante i reboanti e lusinghieri versi del poeta Giosué Carducci nella sua ode “Piemonte” del 1890:

La vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto“.

fu solo nel 1912 che, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, allora sovraintendente alle Antichità di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, nonché esimio egittologo, l’arco fu finalmente sottoposto ad un intervento di pulitura, consolidamento e rifacimento del tetto i cui risultati sono apprezzabili tuttora. Al cantiere, durato appena 2 anni, giunse in visita persino la regina Margherita nel 1913.

Restauro_Arco_di_Augusto_1912

L’arco di Augusto. Il simbolo di Aosta, città dalla storia bimillenaria, ma non solo. Potremmo dire il simbolo di una regione, da sempre terra di transiti e passaggi, strategica cerniera alpina tra Nord Europa e Mediterraneo. Un volto che guarda alle terre d’Oltralpe ed un altro girato al mondo padano e italico. 

Stella

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Ricostruzione dell’arco di Francesco Corni

 

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Particolari della decorazione fronte ovest (S. Bertarione)

 

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Particolare dell’intradosso e dei pannelli interni del piedritto nord (foto S. Bertarione)

 

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Particolare delle semicolonne corinzie lato ovest (foto S. Bertarione)

 

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Particolari della decorazione nell’angolo NW (foto S. Bertarione)

Ottavia, una donna speciale

Era bella Ottavia, molto. Così somigliante a quel minuto fratellino di 6 anni più piccolo che sarebbe diventato il primo imperatore di Roma!

Gli stessi lineamenti delicati ed eleganti, una fragilità estetica quasi provvidenziale nel celare l’ambizione di lui e la forza d’animo di lei. Il raffronto tra i loro ritratti è tutt’oggi impressionante.

Una sorella maggiore, un punto di riferimento: solida e incrollabile, Ottavia attraverserà le prove della vita sempre accanto al fratello. Ad appena 15 anni, si trovò presto coinvolta negli intricati giochi di potere di Roma, sposando Gaio Claudio Marcello Minore, console nel 50 a.C., e membro della nobile gens patrizia dei Claudii. Un matrimonio che legò Ottavia a una delle famiglie più rispettate e in vista della città, ma che la collocò anche al centro delle tensioni politiche che avvolgevano la Tarda Repubblica. 

Moglie di Claudio Marcello, Ottavia attraversò indenne le guerre civili; la sua vita, di fatto, non era stata molto diversa da quella delle donne patrizie della sua epoca. Ma questa tranquillità era destinata a infrangersi molto presto: nel 40 a.C. l’amato marito muore, lasciandola con due figlie e un terzo in arrivo: Claudia Marcella Maggiore, Claudia Marcella Minore e Marco Claudio Marcello,

Destino volle che proprio quello stesso anno resta vedovo anche un altro personaggio “ingombrante”, il triumviro Marco Antonio!

All’epoca era già forte la tensione tra costui, che di Cesare, oltre a essere lontano parente per via materna, si riteneva l’erede politico, e Ottaviano, adottato per testamento dallo stesso Cesare. Ottaviano, quindi, decise di cercare un equilibrio con la tattica, vecchia quanto il mondo, dell’alleanza matrimoniale, facendo sposare Ottavia con Antonio, suo acerrimo rivale da sempre.

Ma c’era un problema: Ottavia era incinta del defunto marito e, per legge, non poteva risposarsi prima di un certo periodo. E’ qui che il futuro Augusto, fine stratega, mostrò per l’ennesima volta di essere davvero erede di Giulio Cesare: fece approvare in Senato una delega speciale per permettere a sua sorella e a Marco Antonio di sposarsi. Così fu. 

Questo secondo matrimonio, nato dalle ceneri della guerra e della politica, sembrava destinato a unire due mondi. Ottavia divenne il cuore pulsante di una famiglia allargata, allevando non solo i figli avuti da Marcello ma anche quelli di Antonio, inclusi i due nati dalla loro unione, Antonia Maggiore e Antonia Minore. Ottavia, dunque, per volere del fratello e per il bene della famiglia, sposa Antonio. Peccato, però, che il novello sposo avesse già conosciuto l’affascinante Cleopatra,

con cui aveva già concepito due gemelli, Alessandro Elio e Cleopatra Selene, e per la quale aveva abbandonato la prima moglie, Fulvia. Quanto doveva essere diverso da lei, quel marito dall’aspetto erculeo e dai modi rozzi, avido e feroce.

Nonostante questo, e non sarà certo stato facile, Ottavia sa nascondere la delusione e l’amarezza prodigandosi nel risanare i rapporti tra l’adorato fratello e il nuovo marito, tanto che fu proprio grazie a lei che i due riuscirono a riappacificarsi nel 38 a.C., dopo la ribellione di Sesto Pompeo che mandò all’aria la progettata campagna di Antonio contro i Parti d’Oriente.

Ottavia ha altre due figlie da Marco Antonio, che si aggiungono ai tre avuti dal primo marito, Claudio Marcello, e a quelli che Antonio ha avuto da Fulvia. Tutto sembra comunque funzionare, almeno finché Antonio non si reca in Oriente. Da lì le cose precipitano, perché il richiamo di Cleopatra è troppo forte e gli dà anche l’occasione di emanciparsi dall’alleanza con Ottaviano e provocare un cambio di equilibri. La potente regina d’Egitto offre tentazioni cui Antonio non sa resistere, e così lascia Ottavia a Roma, simbolo di fedeltà e di dignità. ll legame tra i due si spezzò definitivamente nel 32 a.C., con l’invio della lettera di divorzio da parte di Antonio. Ma la guerra, intanto, è già iniziata. Furono anni dolorosi, eppure Ottavia offrì comunque una luce nel lacerante panorama della guerra civile. Dopo la sconfitta e il suicidio di Antonio e Cleopatra, Ottavia si fece carico anche dell’educazione dei loro tre figli.

È ormai nato quel che conosciamo come impero e di nuovo è Ottavia a fare la differenza per Ottaviano Augusto: il princeps adotta e nomina suo erede il nipote Marcello, figlio della sorella e del primo marito. È un ragazzo bello e di talento, come tutti quelli della gens Iulia, e così anche dannato, anzi, condannato da un fato avverso e nefasto. Muore, giovanissimo, in circostanze ambigue, che lasciano il sospetto di un avvelenamento a opera di qualcuno a cui quell’adozione dava fastidio. Si sussurra che quel qualcuno sia proprio Livia, la moglie di Augusto, decisa a vedere sul trono il proprio figlio di primo letto, Tiberio.

Fatto sta che solo in questo frangente, con la tragica e prematura morte di un figlio amatissimo, Ottavia cede. Quando sente i versi dedicati a Marcello dal poeta Virgilio, “Heu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas, tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis…, sviene, crolla soggiogata da un dolore troppo grande. La perdita l’aveva sprofondata in un dolore così atroce, che non si tolse mai la veste del lutto, come scrive Virgilio, e a nessuno concesse mai di confortarla. Colei che fino ad allora era stata un faro nella travagliata situazione famigliare e politica, inizio a incupirsi e a spegnersi poco a poco.

Prima donna romana a essere raffigurata su una moneta in occasione delle sue nozze con Marco Antonio, a lei fu dedicato anche un elegante portico, tuttora esistente a Roma, a due passi dal Ghetto. Il portico di Ottavia, vicino oltretutto al Teatro che Augusto fece erigere in ricordo dell’amato nipote Marcello, figlio della sorella, è ancora oggi un luogo amato da chi nel quartiere vive e si muove: un intreccio di vie testimoni di un intreccio di vite. Un monumento particolare, dal vago sapore ellenistico, per una donna molto speciale. La sorella maggiore del princeps. La sorella maggiore di Augusto.

La sua morte nell’11 a.C. segnò la fine di un’era. Ottavia, la donna che aveva navigato attraverso le tempeste della politica romana con grazia e forza, fu onorata con il massimo dei tributi, il suo feretro trasportato alla tomba nel Mausoleo di Augusto. 

Era bella, Ottavia. Anzi, si diceva fosse persino più bella di Cleopatra! Forte, solida e leale. Purtroppo erano altri tempi e venne strumentalizzata anche da quel fratello cui lei teneva così tanto. Ma era normale, le donne venivano educate apposta. Eppure, nonostante tutto, seppe dimostrare un’intelligenza e un coraggio esemplari.

Pensiamoci, quando passeggiamo al Portico d’Ottavia, quando ammiriamo il Teatro di Marcello, quando scorgiamo in lontananza il tempio di Apollo Sosiano, quando restiamo ammutoliti davanti all’imponente e ammaliante bellezza di Roma.

Augusto fu il primo imperatore, certo, ma Ottavia minore fu, forse, la vera donna forte (e sinceramente leale) al suo fianco.

In marcia con i legionari verso Augst-Augusta Raurica, una sorprendente “Aosta” romana in Svizzera.

Oggi si parte per la Svizzera; 3 ore e 3/4 di viaggio da Aosta in direzione Basilea per raggiungere la riva sud del Reno, su cui si affaccia la graziosa cittadina di Augst, l’antica Augusta Raurica.

ItinerarioViaMichelin

A poca distanza dal centro attuale sorgono i resti dell’insediamento romano: un vero museo a cielo aperto, immerso nel verde e percorribile a piedi lasciando l’auto in comodi parcheggi nei pressi del museo.

CircuitoTuristico

In pratica il sito coincide con la colonia romana e, accanto alle vestigia originali di diversi edifici e la facilità di lettura dell’impianto antico, vi sono anche domus realizzate ex novo al fine di ricostruire le abitazioni dell’epoca, arredate, affrescate e assolutamente fruibili: un vero divertimento per grandi e bambini desiderosi di vivere e “toccare con mano” le atmosfere e gli ambienti di 2000 anni fa. Stesso discorso per alcune botteghe, per il forno o per il mulino: tutto è utilizzabile e in scala 1:1. Ci si può entrare e si possono usare gli oggetti messi lì a disposizione (riproduzioni fedeli di oggetti d’uso antichi). Un bel modo per rendere l’esperienza culturale un divertimento alla portata di tutti; per rendere il passato un pò più… presente!

Diorami

Lungo le strade dei bei diorami aiutano a immedesimarsi nella quotidianità e nella gente che quelle stesse vie percorreva al tempo dei Romani. E non è escluso ci si possa imbattere in togati o in matrone, così come in servi intenti a fare la spesa o in soldati a riposo… sembrano uscire dai diorami, prendere vita all’improvviso nei pressi di una fontana e sbucare da dietro un angolo. Augusta Raurica vive!

CoppiaOK

L’evento che esalta al massimo questa vivace “romanità elvetica” è però il Römer Fest, che di norma si tiene nell’ultimo week-end di agosto. Rievocazioni, sfilate militari legionarie, combattimenti gladiatorii, rappresentazioni teatrali, danze, musiche… e ancora: cucina romana, mercatini, ateliers per famiglie e chi più ne ha, più ne metta! La storia e la cultura classica all’insegna del divertimento e dell’intrattenimento. Una ricetta sempre valida ed apprezzata.

MA ORA UN PO’ DI STORIA

La colonia di Augusta Raurica venne fondata da Lucio Munazio Planco, proconsole della Gallia Comata, nel 44-43 a.C. (quindi ancora in età cesariana) con l’intenzione di insediarvi dei veterani e di acquisire uno strategico luogo “cerniera” sul Reno a difesa dalle incursioni germaniche. Tuttavia, in assenza di fonti archeologiche riferibili a questa prima fase di impianto, ad oggi i resti della colonia sono attribuibili unicamente alla fase augustea, quando viene rifondata da Ottaviano Augusto col nome di Colonia Pia Apollinaris Augusta Emerita Raurica. Si presume che, a fronte della notizia della fondazione, i tempi e la situazione fossero in realtà talmente travagliati, che la deduzione vera e propria si compì solo successivamente, con la sopraggiunta pax augustea.

Sicuramente possiamo affermare che una forte spinta culturale verso la progressiva crescita monumentale della città sia da ricercarsi nell’inaugurazione della strada del Gran S. Bernardo, avvenuta probabilmente nel 47 d.C. sotto l’imperatore Claudio. E’ infatti questa la strada che, diretta al Reno, costituisce il Kardo Maximus di Augst, mentre il Decumanus era dato dall’arteria stradale che, dalla Gallia, raggiungeva il Danubio e, da qui, le province pannoniche.

AugustaRaurica

Augusta Raurica era quindi un centro di transito obbligato, al centro dei traffici commerciali e degli spostamenti di truppe tra Italia, Gallia Belgica, Gallia Narbonense e Germania Superior.

L’abitato si distende lungo il pendio della bella collina di Schonbül verso il Reno. Il foro venne realizzato proprio sullo spiazzo che occupa la sommità di questa altura, a nord-est dell’abitato. Non si trova quindi al centro esatto dell’incrocio tra Cardo e Decumano, ma leggermente spostato verso nord al fine di sfruttare al meglio le caratteristiche del paesaggio valorizzando i luoghi più rappresentativi della città.

Alle pendici occidentali trovano posto il teatro (la cui cavea guarda ad ovest) e un santuario di origine celtica poi trasformato dai Romani in un tempio esastilo (cioè con 6 colonne sulla fronte), alzato su podio monumentale e circondato da un temenos (ossia un recinto sacro) aperto verso l’antistante teatro. Come si nota una testimonianza della religiosità autoctona, non cancellata ma ripresa e valorizzata.

Un imponente complesso che pone in relazione un luogo di culto segnato da una lunga tradizione indigena ed un luogo di spettacolo, cui si aggiunge una sorta di foro secondario a sud del tempio: 3 edifici collegati da un viale fiancheggiato da botteghe.

Teatro e tempio "indigeno" romanizzato (da www.augustaraurica.ch)
Teatro e tempio “indigeno” romanizzato (da http://www.augustaraurica.ch)

Passiamo al foro. Si presenta qui nell’ormai famigliare schema tripartito (come ad Aosta). Una zona sacra ad ovest, costituita da un tempio (situato nel punto più elevato) circondato da un portico a “U” aperto su una piazza centrale con file laterali di botteghe. A differenza di Aosta, però, sull’altro lato rispetto al tempio, trova posto una grandiosa basilica al cui centro, verso l’esterno, si apre una curia a pianta semicircolare di cui ancora oggi restano vestigia considerevoli. Ad Aosta la basilica non è stata ancora individuata con assoluta certezza, ma si suppone (a ragion veduta, sulla base di diverse occasioni di scavo nelle cantine e ritrovamenti puntiformi nella zona) si trovi sul lato ovest del foro. Quindi non sotto l’attuale Via De Tillier, bensì sotto Via Croce di Città. Una basilica aperta sul Cardo Massimo.

Per lungo tempo si è creduto che anche il tempio del foro di Augst fosse circondato da un sistema di criptoportici, ma questa ipotesi venne poi smentita nel 1995; si tratta di fondazioni piene e rialzate.

Il complesso forense di Augusta Raurica (da college.ecj23.org)
Il complesso forense di Augusta Raurica (da college.ecj23.org)

Merita, infine, un accenno il Museo di sito. Sono qui esposti molti oggetti (naturalmente una selezione del milione e mezzo di reperti ritrovati in situ!), assolutamente notevoli e corredati da un apparato informativo moderno e ricco. Voglio evidenziare in particolare lo straordinario tesoro di argenteria, uno dei più corposi ed importanti dell’epoca tardoantica.

Silver Treasure - Roman Museum - Augusta Raurica - August 2013
Silver Treasure – Roman Museum – Augusta Raurica

In tutto 270 oggetti tra piatti, vassoi, ciotole, posate, monete e altro ancora per un totale di ben 58 kg di argento puro! Un tesoro il cui valore, per l’epoca, si dice corrispondesse alla paga di 230 legionari! Sicuramente appartenuto a personaggi di rango elevatissimo e assai vicini all’imperatore, con forte probabilità alte cariche militari, verso la metà del IV sec. d.C. (epoca di gravi turbamenti dovuti a continue lotte intestine e alle pressioni dei popoli germanici) venne interrato a scopo precauzionale. Uno dei piatti riporta (un caso quasi unico!) il nome dell’artefice, Paisylypos di Tessalonica. Il tesoro, esposto assi bene, da solo vale la visita del museo.

Da Aosta ad Augst. Dalle frontiere alpine alle strategiche rive del Reno lungo le vie dei commerci e delle legioni.

Stella

Neve di primavera: l’Alpis Graia tra Valle d’Aosta e Savoia.

Il lungo inverno è giunto al termine… o quasi! Ai primi di maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto metri di neve.

Il 30 maggio, sempre se le condizioni meteo lo consentiranno, i mezzi italiani e francesi taglieranno nuovamente quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi, ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino allo scorcio finale dell’epoca neolitica, periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.

Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dai Romani nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo. 

E non è un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’odierna città di Szombathely (l’antica Savaria) in Ungheria, dove Martino nacque nel 316 d.C., e la francese Tours, dove riposano le sue spoglie.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria “terra di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. E’ la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, è uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro e alle tracce del più remoto passato.

Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.

E’ la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente all’Età del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.

Il cromlech è costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2  o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Il cromlech com'è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.
Il cromlech com’è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.

Nelle vicinanze venne inoltre scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda età romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona è stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichità.

Qui, soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.
Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far perdere loro la strada; questa colonna in origine doveva far parte del fanum gallo-romano, mentre ora è di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis Graia che, non a caso, proprio da lui prende il nome:

“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)

É quel limes, ossia quella linea di confine voluta dalle legioni romane, oggi invisibile ma sempre percepibile, che qui, a 2.188 metri di quota, sin dai primi transiti umani ha reso sacro il luogo del passaggio attraverso le montagne.

Pro itu et reditu …

Stella

Storie di un ponte (acquedotto) tra Valle d’Aosta, Piemonte e … Veneto!

Oggi il nostro viaggio comincia da qui, dalla Valle d’Aosta, per poi proseguire in Piemonte alla scoperta dell’antica città di #Industria, non lontano da Chivasso, nel cosiddetto “oltrePo chivassese”.

Partiremo dal noto ponte-acquedotto romano di #PontdAel, nell’omonimo villaggio lungo la strada che sale a #Cogne, per ritrovare un legame. Sì, per ritrovare le tracce di un’importante famiglia, quella degli AVILLI.

Credo che la stragrande maggioranza dei miei amici, valdostani e non, conosca Pont d’Ael alla perfezione. Da quell’estate del 2014 in cui si celebrava il Bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto in cui lo straordinario Pont d’Ael aveva guadagnato le luci della ribalta con frequentatissime e seguitissime visite guidate, oggi questo incredibile capolavoro dell’ingegneria idraulica romana è una vera “star” nella “top ten” delle destinazioni culturali regionali.

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Il ponte.acquedotto romano di Pont d’Ael (Valle d’Aosta). Foto: E. Romanzi

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea: CAIUS AVILLIUS CAIMUS.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua (lo specus); un altro sottostante, in galleria, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles.

Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante superando il turbolento torrente Grand Eyvia.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo. Un contesto naturalistico speciale, popolato da una varietà floristica notevole (ben 11 specie di rare orchidee!) e, per questo, “abitato” da oltre 96 specie diverse di farfalle. Non a caso, questa, oltre ad essere un’area archeologica, è anche una Riserva naturale protetta!

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Quel vetro vuole richiamare l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata ” a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

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Pont d’Ael. Il camminamento coperto col glassfloor (Foto: E. Romanzi)

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

CAIUS AVILLIUS CAIMUS e il suo fiuto per gli affari!

Ma dedichiamoci al nostro Avillio (ah, forse vi sarete accorti della significativa assonanza tra Avillius Caimus e il nome della località di fondovalle: AymAVILLES… no?!). Bene, cerchiamo di conoscerlo più da vicino e, con lui, partiamo alla volta di Industria, importante area archeologica nelle vicinanze dell’attuale paesino di Monteu da Po.

Sulla facciata nord del Pont d’Ael campeggia un’iscrizione (CIL, V, 6899): «IMP CÆSARE AUGUSTO XIII COS DESIG C AVILLIUS C F CAIMUS PATAVINUS PRIVATUM», che consente di datare con esattezza il monumento all’anno 3 a.C. e di attribuirlo all’azione imprenditoriale del padovano Caius Avillius Caimus, esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime, soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli.

Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale (valli di Lanzo e dell’Orco), ma soprattutto nell’antica città di Industria, dove inoltre risultano essere membri del Collegio dei Pastophori, potenti ed influenti sacerdoti del culto di Iside insieme ad appartenenti alla gens Lollia, altra famiglia di spicco della città sebbene anch’essi di origine veneta, veronese per l’esattezza.

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L’epigrafe (restaurata) sul lato nord del Pont d’Ael. Foto: E. Romanzi

Sin dal II secolo a.C., alcuni Avilli risultano operativi a Delo, isola egea frequentatissima dai massimi mercatores del tempo in quanto snodo strategico dei commerci e, soprattutto, in quanto attivissimo mercato di schiavi. In particolare ricordiamo come un certo Δέκμος Αυίλιος Μαάρκο[ς] Ρωμαĩος (Decimus Avillius Marcus, Romanus – ossia di origine romana), mercante di schiavi dedito al culto isiaco, è onorato all’interno di un presunto decreto di Melanofori, ossia un gruppo di penitenti devoti ad Iside che, completamente abbigliati di nero, celebravano le esequie funerarie in onore di Osiride.

Non dobbiamo meravigliarci di questo genere di culto egizio alle nostre latitudini. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Roma e la sua trasformazione in “provincia”, i culti locali iniziarono a dilagare nella penisola italica e a risalirla.

Iside, in particolare, la “dea dai molteplici nomi”, madre di Horus, il Sole, era venerata come protettrice dei parti, come guaritrice, come dea celeste, ma anche come una sorta di Demetra, divinità feconda della natura e delle messi. Una specie di “Madre Natura” universale; ecco, sì, una vera “dea madre” alla quale si poteva chiedere benessere e salute. Il culto inizialmente appannaggio delle classi aristocratiche, ben presto dilagò anche negli strati più umili della società proprio in virtù di questo potente messaggio di speranza.

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Iside. Da http://www.archeoroma.beniculturali.it

Iniziarono ad essere costruiti santuari a lei dedicati un pò dappertutto, dalla Campania (grazie ai porti di Neapolis e Puteoli) fino a Roma, che in poco tempo divenne un vero centro di riferimento del culto isiaco. Nel nord Italia ricordiamo qui i più importanti di Trieste, Aquileia, Verona e, appunto, nel nord-ovest, quello di Industria.

Si tratta di una sorta di città-emporio sorta a breve distanza dal punto in cui la Dora Baltea confluisce nel Po. Un porto fluviale, dunque, dove avveniva la selezione e lo smistamento delle materie prime provenienti dalla vallate alpine circostanti: pietre e metalli su tutti. La città pianificata, urbanisticamente sviluppatasi solo in età augustea (fine I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) con un impianto regolarmente scandito, era però stata già probabilmente fondata, almeno sul piano giuridico, alla fine del II secolo a.C. nel corso delle campagne militari romane nel Monferrato, nei pressi dell’insediamento celto-ligure di Bodincomagus = “mercato sul Po” (Bodinkos per i Liguri).

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Non è un caso che proprio qui importanti e ricchissime famiglie imprenditoriali (giunte dal nord-est sulla scia della progressiva romanizzazione di un nord-ovest ancora tutto da esplorare e soprattutto da sfruttare) fecero convergere i loro interessi politico-commerciali e le loro ambizioni elettorali unendo le indubbie capacità commerciali con rilevanti cariche sacerdotali; da qui a “sponsorizzare” la costruzione di un magnifico santuario a Iside e Serapide il passo fu breve.

È a partire dall’età augustea che Industria si avvia a diventare un importante centro mercantile e cultuale (con la costruzione del tempio e la sua prima fase). Mancano ad oggi studi e ricerche che identifichino nella città tracce evidenti di edifici pubblici quali mura, porte, edifici da spettacolo o terme. Attorno all’area del santuario, tuttavia, sono state individuate tre insulae abitative e, a Nord Est, l’area del foro cittadino, che però non è stato ancora oggetto di scavo archeologico.

L’elemento architettonico connotante l’area sacra e che più di altri salta immediatamente all’occhio è il grande emiciclo originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un’esedra monumentale fiancheggiata da due tempietti, e dall’altro fronteggia l’alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale.

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Da non dimenticare gli straordinari reperti bronzei ritrovati ad Industria, veri capolavori della lavorazione dei metalli, tra cui la famosa “Danzatrice”, il “toro sacro di Iside”, i numerosi sistri, lo splendido balteo con scena di battaglia (assai simile peraltro a quello esposto al MAR di Aosta) e la testa di sacerdote isiaco, tutti visibili al Museo Archeologico di Torino.

Approfittiamo di questo articolo per segnalarvi la splendida mostra in corso ai Musei Reali di Torino

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La danzatrice

il cui seducente titolo, La Scandalosa e la Magnifica, promette di offrire un viaggio appassionante in questa vasta terra di campi e d’acqua, dove l’area archeologica risalta come un gioiello esotico e particolare.

Segnalo inoltre, poco a nord dell’area santuariale antica, i resti di una chiesetta in cotto; oggi può essere scambiato come una normale cappella campestre (sebbene dalla forma originale), ma in passato era una pieve assai importante: San Giovanni Battista “de Dustria” (o “de Lustria”).

Non è difficile ritrovare in questa denominazione una chiara testimonianza dell’antico nome del luogo, sebbene in forma abbreviata. Parrocchia in epoca romanica, dopo la visita pastorale del 1584 perse tale funzione a favore della “nuova” chiesa intitolata a San Grato. Una targa apposta dal Ministero dei Beni Culturali ricorda la passata importanza di questo luogo culto posto “lungo un’antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani” e già esistente, parrebbe, sin dall’epoca del primo vescovo del Piemonte, Sant’Eusebio da Vercelli (IV secolo d.C.). E chissà se l’antica sacralità della dea Iside non arrivò a trasformarsi, opportunamente “cristianizzata”, nella misteriosa ma veneratissima “Madonna Nera” del non lontano (e sempre eusebiano) santuario piemontese di Oropa… e non solo! Ma qui si aprirebbe un altro capitolo tutto da approfondire…

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Il paese attuale di Monteu da Po (TO)

Col Medioevo, però, gli splendori di Industria ormai erano tramontati. Il centro abitato si era trasferito su un colle (forse in seguito alle tremende esondazioni del Po, in qualche modo se vogliamo favorite dal progressivo diminuire di manutenzione dopo l’età tardoantica). Nacque così Monteu da Po (e il nome ora si spiega). La piccola pieve di San Giovanni perse di importanza e vide drasticamente ridursi il suo potere accentratore, il ruolo di riferimento per la fede degli abitanti della zona. che, di fatto, si erano spostati. Venne soppiantata e definitivamente abbandonata. Ma oggi, coi suoi resti, vuole ancora raccontarci qualcosa. Vuole ricordarci di una fede antica, pagana, isiaca, ancora prima che cristiana. Vuole ricordarci di un potente santuario e di un’illustre città ora scomparsa sotto i limi e le coltivazioni.

Industria, un ricco ed operoso emporio sul Po protetto da Iside, nato dall’iniziativa di sagaci e lungimiranti imprenditori. Tra questi, gli Avilli: venuti da est, seppero individuare e mettere a frutto le risorse alpine.

Stella

L’Aosta che ti manca. Emozioni dietro l’angolo

Quante passeggiate facevo col bimbe ancora piccole in giro per la città … Mattina e pomeriggio si usciva alla scoperta di nuovi angoli della nostra città.  Spazi di luce, di verde, di tranquillità. Luoghi dove, pur essendo in centro città, poter vivere la sensazione di trovarsi in aperta campagna o quasi. E non è facile… neppure ad Aosta, città tormentata da innumerevoli cantieri… insomma, bene che vi sia tanto lavoro, ma passeggiare in tranquillità senza dover per forza andare chissà dove non è cosa semplice!

Alla fine avevamo individuato un nostro percorso preferenziale, luoghi dove torniamo e ritorniamo ancora oggi perché ci fanno stare bene. E così abbiamo deciso di condividere con i nostri amici del blog queste nostre passeggiate… magari possono fornire spunti per una visita della città diversa dal solito…

Cominciamo dall’Arco d’Augusto, zona in questo periodo più movimentata della Stazione Centrale di Milano per via delle tantissime gite scolastiche che animano il nostro capoluogo. Ci infiliamo subito nella viuzza che porta alla scuola dell’infanzia e, da lì, imbocchiamo il vicolo dell’Antica Vetreria.

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Svoltiamo l’angolo, pochi passi sul marciapiede di Viale Chabod cercando di focalizzarci sul corso del Buthier ignorando le auto; subito inforchiamo la strada sulla sinistra: Via Guido Rey si insinua, invitante, tra porzioni superstiti di prati, giardini cinti da alte siepi, casette dai colori vivaci e, sempre come sottofondo, il rasserenante rumore dell’acqua, la voce dei rus di campagna. E come quinta scenografica a nord, lui, il maestoso Grand Combin dall’elvetico accento.

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Sulla destra l’ampia distesa verde fa da “green carpet” all’inconfondibile campanile di Sant’Orso. Lo sguardo corre e si perde cercando non si sa bene cosa lungo le pareti nord della “materna” Becca di Nona e del superbo Emilius, dal profilo secco, quasi himalayano. Una sorta di coppia di coniugi.

18664218_757649131074886_4222925085821607962_nLui più alto, secco, severo seppur, in fondo, buono di animo. Lei, più piccina (ma non troppo)… dipende da come li guardi (e spesso è così anche nelle coppie “umane”!), dai fianchi larghi e dal seno prosperoso. Emilius e Becca, quasi fossero gli antenati, i rocciosi genitori di questa piana verdeggiante solcata dal nastro della Baltea Dora.

Sulla destra, a un certo punto si apre un cancello e, come un giardino segreto, ecco l’antico Cimitero del Borgo di Sant’Orso, amorevolmente curato dai Volontari locali.

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Uno scrigno di storia, di ricordi, di famiglie, di volti ormai lontani ma di anime ancora presenti che, se presti attenzione, sentirai quasi sussurrare tra i cipressi.

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Proseguiamo lungo via Guido Rey e, in fondo, ecco comparire la sagoma imponente e squadrata della Torre dei Balivi… ogni volta mi percorre un brivido, un’emozione che nonostante tutto non riesce ad affievolirsi. Quella torre ha nascosto un grande segreto per secoli; un segreto poi finalmente svelato in quella pallida giornata di febbraio; un segreto faticosamente interpretato e altrettanto faticosamente veicolato. Un segreto che, purtroppo, al momento giace nuovamente sepolto, ignorato. Ma la forza di questo luogo è immensa; a me è sempre parso che quella torre, al di là della sua pluristratificata identità storica, sia come una grande antenna di comunicazione tra passato e presente, tra cielo e terra, tra divino ed umano… e questo gli antichi àuguri lo sapevano benissimo!

E pensare a quando passavo di qui ai tempi delle superiori: “i Balivi” erano le prigioni di Aosta! Le mura nere, sporche… quelle finestrelle tristi, come orbite vuote, nere e con plurime sbarre, quasi fossero fitte ciglia di ferro! A volte vedevi penzolare calzini, mutande, magliette stese dai carcerati ad asciugare… mentre oggi, invece, eccola lì la Torre dei Balivi: risplende illuminata dal sole in tutto il suo dorato splendore e, con lei, evade in musica l’intero Conservatorio regionale. Pentagrammi ed armonia han preso il posto dell’angoscia e della desolazione.

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Piccola deviazione: giardinetti di Sant’Orso. Al mattino ancora meglio, meno confusione! Sorvegliati dall’immancabile campanile e dall’elegante torre ottagonale del Priorato ci balocchiamo un pò tra i vari giochini, sostiamo sotto gli alberi, ascoltiamo gli uccellini e i sussurri del vento… Poi, via, si riprende la passeggiata!

Torniamo su via Guido Rey, fiancheggiamo il corpo nord del Conservatorio nato sulle mura di cinta di epoca romana. Passiamo tra queste ultime e il convento di Santa Caterina. Fin da lontano si vede il piccolo campanile romanico della chiesetta delle Suore… una presenza famigliare! Che posto, questo…

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Qui, tra la Torre dei Balivi e il Convento nacque Augusta Praetoria. Da qui si cominciò a trainare l’aratro del solco primigenio e qui, guardando verso sud, oltre le mura romane, oltre le mura del convento… sapere che lì, sotto quei meli, riposano i resti dell’Anfiteatro… sì, stiamo “accarezzando” l’antico quartiere romano dedicato agli spettacoli e, da lontano, la facciata del Teatro è lì a ricordarcelo.

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Arriviamo davanti all’ingresso del Convento, sobrio ma prezioso grazie all’elegante affresco tardo quattrocentesco che ne ingentilisce l’ingresso. Ombra, frescura, curiosare di fiori dalle aiuole e dai giardini. La scuola dell’infanzia “Mons. Jourdain” occupa un’altra antica torre romana, “gemella” della Tour du Pailleron (quella vicina alla stazione), chiamata nel Medioevo Tour Perthuis: vi era qui infatti una breccia, un varco, un “pertugio”, appunto, praticato nelle poderosa mura di romana memoria.

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Attraversiamo la strada e imbocchiamo via San Giocondo. Quanto ci piace questa stradella… si fiancheggiano le proprietà vescovili dominate dal grande Seminario Maggiore e dal tozzo campanile di Saint Jacqueme. Guardate con attenzione questo muro di cinta: dopo pochi metri dall’imbocco della via, sulla vostra sinistra, noterete uno stemma: si tratta di una copia, naturalmente, che però vuole richiamare lo stemma originale della Curia vescovile.

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Un tempo lontano questo era un segno importante: chi oltrepassava questo confine entrava automaticamente sotto la protezione del Vescovo.

E’ come un passaggio metaforico, quello tra l’Aosta delle orini, romana e pagana, e l’Aosta cristiana e medievale. L’Aosta del primissimo fonte battesimale di IV secolo d.C., quello le cui tracce permangono all’interno del Criptoportico, quello dove ancora il battesimo veniva impartito per immersione e soltanto nei giorni santi del Triduo pasquale… l’Aosta della prima domus ecclesiae sulle cui mura verrà innalzata la prima cattedrale, quella del secondo fonte battesimale di V secolo d.C.; l’Aosta paleocristiana. Una Aosta davvero poco conosciuta e che invece meriterebbe maggiore attenzione. Una Aosta da ritrovare, oltre che nella grande chiesa madre, anche nella chiesa (oggi sconsacrata) di San Lorenzo, quella proprio di fronte a Sant’Orso, le cui sotterranee vestigia archeologiche raccontano di come la fede cristiana si fece largo tra queste montagne, progressivamente sostituendosi, e non senza fatica, ai culti pagani preromani (forse ancora in parte incarnati dal mito di Sant’Orso) e da quelli più ufficiali e patinati del potente Impero di Roma.

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Oltre quelle mura una sorta di piccolo Vaticano fa capolino con alberi di fico di arcaica biblica memoria, di cachi, di mele, pere… vociare di bimbi, intenti a giocare nel campetto dell’oratorio; vociare dall’orto “Din Don” e dai giardini della Cattedrale.

E musica, ancora musica. Spesso le note di un pianoforte o il ritmo delle percussioni ci accolgono in quest’angolo di Aosta dove ha trovato posto la Scuola di Formazione musicale. Al mattino la luce tenue si attorciglia intorno alle alte torri campanarie di Santa Maria Assunta. Al pomeriggio il solleone infiamma la strada creando atmosfere macchiaiole da quadro di Fattori. La sera i toni purpurei del tramonto infiammano le creste dello Chateau Blanc e riverberano il loro fiammeggiare su queste case basse, dalle delicate tinte pastello, strette le une alle altre, soggiogate dalla maestà della grande Cattedrale.

Ad un certo punto svoltiamo a destra e guadagniamo Viale della Pace con le sue infilate di alberi, le siepi, le aiuole. E sempre un allegro vociare di bimbi. E ancora la voce dell’acqua: la Mère des Rives appare e scompare. Torna e se ne va.

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La Mère des Rives, il canale che disegna il confine nord dell’antica città romana e medievale, dopo essersi separata dal Ru de Saint Ours in corrispondenza della Torre dei Balivi, continua il suo viaggio verso ovest, verso la Tour Neuve, antica roccaforte dei De Villa de Turre Nova, vassalli degli Challant, i potenti Visconti di Aosta. Da qui scenderà verso sud, lambendo la zona delle caserme, lì dove un tempo sorgevano mulini ed impianti artigianali; lì, dove ancora prima, trovavano l’eterno riposo gli abitanti di Aosta romana e tardoantica… fino a perdersi verso sud gettandosi nell’azzurro corso della Dora.

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E svoltiamo ancora verso sinistra, alla volta di via Martinet, un tempo Rue du Grand Saint Bernard. Una via un pò defilata, un pò dimenticata… ma che ha tanto da dire, da raccontare.

Qui usciva, dopo aver superato la monumentale Porta Principalis Sinistra (i cui resti si possono vedere nei sotterranei del vicino Museo Archeologico di piazza Roncas) l’antico Kardo Maximus diretto a nord, pronto ad attaccare la ripida rampa che segnava l’inizio del viaggio verso il Summus Poeninus.

Da qui partiva la storica corsa “Aosta-Gran San Bernardo”, vero e proprio momento di aggregazione sociale, fenomeno di costume, evento amato e seguito dagli abitanti di Aosta e non solo, dagli appassionati di auto e corse, ma non solo. Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio così, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita, fra il 1920 e il 1957, ad una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale; una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario del Campionato europeo della Montagna.

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’eredità di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito, corrono e rimbombano i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

E non vogliono dimenticare i commercianti di Via Martinet e piazza Roncas che si impegnano in ogni modo per vivacizzare questa strada così densa di storia e per convincere aostani e turisti che il centro storico non finisce in Croce di Città ma prosegue in piazza Roncas e ancora oltre, in questa via ombreggiata, protetta da Santo Stefano.

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Già, perché per trovare la linea di partenza bisogna arrivare alla fine di via Martinet, superare l’incrocio con Corso XXVI febbraio e proseguire in Viale Ginevra. Lì, proprio lì, dove fino alla metà del Novecento, sorgeva l’altro cimitero storico di Aosta, anch’esso cinto da mura e annunciato dalla perduta cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran, si accalcava la folla degli appassionati e dei curiosi.

Chi avrebbe mai potuto immaginare all’epoca che, sotto quel cimitero moderno, ce ne fosse un altro ben più remoto che affondava le sue radici addirittura nella lontana Età del Ferro e che custodiva, al di sotto di una pesante cupola di pietre, le spoglie mortali di un antico principe viaggiatore proveniente da un misterioso nord.

Sono davvero tante le storie e le leggende da raccontare… e le mie bimbe sanno quanto amo chiacchierare! Quel volto che ci osserva da una delle ultime case di Via Martinet è come un silenzioso genius loci. Lo spirito di una Aosta in filigrana, da leggere tra le pieghe del tempo.

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Stella

Lythia e il segreto della spirale di pietra

Un’altra mattina di sole stava per illuminare la piana. Le vette tutt’intorno si stavano tingendo di rosa e le nevi che dimoravano eterne su quelle cime risplendevano nell’aria cristallina del primo mattino. Il clima era ancora fresco in questo inizio di primavera e l’altezza dei monti impediva al sole di uscire dalla linea dell’orizzonte al mattino presto. Il cielo si accendeva guardando verso nord-est e la grande montagna che separava quella terra amata dagli dei da quella dei vicini Veragri e Seduni sfolgorava catturando i primi raggi donati dal dio Belenos.

La piccola Lythia amava molto quel momento iniziale della giornata. A differenza degli altri bimbi del villaggio, lei non faticava affatto ad alzarsi presto; non vedeva l’ora di uscire per dare il “buongiorno” agli animali, sgranchirsi le gambe dopo la notte, respirare a pieni polmoni l’aria frizzante dei suoi monti.

E, soprattutto, amava andare a scuola ad ascoltare le storie che la saggia e sapiente Licamara, anziana del villaggio, nonché sua nonna, raccontava quotidianamente ai piccoli della tribù.

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Licamara era la mamma di suo padre, il valoroso Catumaro, grande capo e coraggioso guerriero. Ma anche ardito esploratore di quelle grandi montagne, di cui sin da giovane percorreva ogni passo, ogni colle, ogni pertugio.

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Catumaro conosceva ogni angolo di quella terra di roccia, e con saggezza governava quello che da tutti era riconosciuto come territorio cardine per gli scambi commerciali tra le grandi vette dell’Ovest e del Nord, tra i Salassi della terra del sud, fino al grande fiume Bodinco, i Veragri e i Seduni delle terre del nord, oltre l’importante passo sacro al dio Penn, protettore delle vette inviolate, e gli Allobrogi delle terre dell’ovest, estese al di là del passo dove, si narrava, transitò l’eroe semidivino Ercole nel suo lungo viaggio verso i mitici Giardini del Tramonto; laggiù dove avrebbe trovato la finis terrae, i confini più occidentali del mondo, il regno dell’eterno tramonto al cospetto del mare sconfinato.

Lythia assomigliava molto al padre, sia nell’aspetto che nell’indole. Ma se per quanto riguardava l’aspetto senza dubbio Catumaro ne andava fiero ed era certo che quella vivace pargoletta sarebbe diventata una splendida fanciulla, facile da maritare con un importante principe, magari di qualche potente tribù del nord, ugualmente era molto preoccupato da quel carattere testardo, cocciuto e dalla spiccata voglia di indipendenza.

Lythia era una bimba dalla brillante intelligenza, molto intuitiva, capiva al volo il significato di discorsi anche difficili per la sua età, capiva le situazioni e, come la nonna, “sentiva”… In più era assai curiosa e non appena riusciva a sfuggire al controllo di qualche adulto, si inerpicava sù per i sentieri che dalla piana conducevano verso i villaggi e, da lì, verso le terre alte. In particolare era letteralmente affascinata dalle stelle e poteva passare ore a guardarle. Infatti occorreva prestare molta attenzione perché durante la notte, la bimba non ci pensava due volte a scappare di casa per andare ad osservare gli astri, sempre alla ricerca della Grande Orsa e di una strana stella a forma di “A” non troppo distante da uno strano corpo luminoso a forma di spirale.

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Catumaro si incupiva ogni volta che la piccola gli raccontava di queste sue passioni; non amava affatto che sua madre Licamara le riempisse la testa con queste antiche storie di popoli perduti osservatori delle stelle né che la istruisse nel sapere druidico. Troppo pericoloso. Catumaro cercava in ogni modo di troncare le passioni della figlia, ma così facendo, otteneva l’effetto contrario. La piccola Lythia pendeva letteralmente dalle labbra della nonna-maestra, nonna guaritrice dalla quale in molti si recavano per ottenere medicamenti e rimedi, nonna-veggente che sapeva leggere i segni della natura, del cielo, del fuoco.

E la nonna, da parte sua, aveva capito fin dai primi vagiti che Lythia era una predestinata; a lei un giorno avrebbe potuto rivelare il grande segreto di pietra. Un segreto che racchiudeva la storia del suo popolo e che anche a lei era stato tramandato da sua nonna secondo una linea matriarcale che si perdeva nella notte dei tempi.

Anche quel giorno Lythia, dopo aver bevuto avidamente la sua ciotola di latte, si precipitò in classe. Nonna Licamara stava appendendo dei grandi disegni alle pareti per aiutare i piccoli a seguirla nei suoi discorsi.

Lythia riconobbe subito il simbolo della grande spirale. “Nonna! La spirale del cielo! Purtroppo sono settimane che non riesco ad uscire la notte… mio padre blocca la porta dall’esterno e ha addirittura messo un suo servitore a fare la guardia intorno a casa…”. La nonna sapeva dell’avversione del figlio per quel genere di conoscenza. Sapeva che secondo Catumaro solo gli uomini potevano dedicarsi alla scienza druidica e che mai avrebbe voluto istruire la figlia in tal senso. “Non preoccuparti Lythia”, la tranquillizzò, “tanto siamo solo a metà aprile; la vedrai ancora meglio mano a mano che ci avviciniamo all’estate”.

“E questa? Ricordi cos’è?”. “Certo!”, esultò Lythia, “è la grande A. E’ l’aratro del cielo!”.

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“Bravissima”, rispose la nonna, “è la costellazione che i popoli del mare chiamano Andromeda, col nome di un’importante principessa. Ma io preferisco continuare a vedervi un aratro. L’aratro che solca la terra, la rompe e la prepara ad accogliere il seme. Sai, piccola mia, vi fu un tempo in cui i nostri antenati, in certi precisi momenti dell’anno, aravano il terreno per motivi diversi da quelli agricoli che conosciamo noi. I buoi con le corna più belle, i più possenti ed imponenti, simbolo di forza e vigore, venivano aggiogati e condotti avanti e indietro trascinando un vomere sacro. Era come una sorta di preghiera affinché gli dei della terra fossero compiacenti. Ma non solo per avere un florido ed abbondante raccolto, anche per proteggere la comunità, il popolo. Quella terra doveva dare il cibo, doveva nutrire forti e valorose stirpi di guerrieri e di donne capaci di generare molti figli per dare continuità al popolo”.

Lythia ascoltava rapita. “E quindi facevano la fatica di arare un campo intero… solo per pregare, nonna?!”. “Come SOLO?!”, sbottò Licamara; “è assai importante che gli dei siano benevoli, piccola, altrimenti il popolo è destinato alla rovina!”. “Vedi anche ora? Non ti accorgi che nonostante le apparenze, la nostra comunità si sta sfaldando? Altri clan potenti nutrono invidia verso tuo padre e tramano nell’ombra. Ultimamente molte, troppe, donne vengono da me piangendo perché non riescono a generare figli e questo crea attriti in seno alla famiglia e al clan. Sempre più spesso vengono a chiedermi rimedi per le mucche che producono poco latte e iniziano a non sopravvivere al parto, oppure generano vitelli deformi o già morti! Dobbiamo stare attenti, Lythia! Gli dei ci stanno avvertendo. Qualcosa va cambiato… ma tuo padre non mi ascolta. Tuo padre rifiuta la saggezza del primitivo femminile…ahimé…e il grande druido continua a rassicurarlo, ma solo per fare i suoi interessi!”.

“Ma, nonna, sei sicura? A me sembra che qui nel grande villaggio di Carnobriga si viva bene. Io sono felice!…”. “Sei ancora piccola, Lythia; e va bene così. Arriverà il tempo per capire e per reagire. Arriverà il tempo per dare, anche tu, il tuo contributo alla comunità. Ma adesso stanno arrivando i tuoi compagni: è ora di fare lezione. Vai a sederti, sù!”.

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Passavano i giorni, i mesi, le stagioni. La piccola Lythia cresceva a vista d’occhio, in altezza e in intelletto. Ma anche in intuito. Lei, come da sempre sosteneva la vecchia e saggia nonna Licamara, aveva la capacità di “sentire”. Aveva iniziato ad accorgersi di un fatto strano: quando passava vicino a certe rocce, sentiva come un brivido che le percorreva la schiena, come un sussurro lontano, una voce imperscrutabile, indecifrabile, che la chiamava e le chiedeva di fermarsi. Allora Lythia si fermava e quasi istintivamente toccava una roccia, ma non una roccia a caso, di solito erano rocce grandi e lisce che fuoriuscivano dal terreno. Non appena la sua mano sfiorava la superficie, Lythia era percorsa da tremori e aveva come delle visioni. Ma la sua ancora giovane età le impediva di capirle, di descriverle. Provava a raccontare alla nonna ciò che, a tratti, vedeva; la nonna capiva e cercava di darle supporto e consiglio. Guai a farne parola col padre, tuttavia!

Lythia aveva compiuto ormai 15 anni. Il grande villaggio di Carnobriga era scosso da frequenti tumulti interni. I clan erano in subbuglio. Spesso si svolgevano grandi riunioni coi capi delle tribù delle terre alte, quelle che vivevano nei villaggi fortificati, costruiti come fossero un’unica fortezza rocciosa a ridosso delle morene o nelle gole più nascoste. Si diceva che dalla pianura il pericolo fosse ormai vicino. Un popolo venuto da molto lontano stava premendo per impossessarsi delle terre alte, per controllare quei valichi che erano stati loro sin dai tempi più remoti. Bisognava intervenire, ma come? I clan erano sempre in lite e Catumaro non riusciva più ad imporsi sugli altri come una volta. Anche perché il popolo non era unito per fronteggiare al meglio questo oscuro “nemico”; infatti c’era chi ventilava possibilità di guadagno dalla collaborazione con queste genti straniere.

Nonna Licamara sospirava. Se lo aspettava. Sapeva che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Il popolo stava vacillando e di Carnobriga forse si sarebbe persa memoria…

“Nonna, ma mi spieghi come mai mio padre si ostina a non darti ascolto? E perché, anche adesso che la Grande Dea mi ha reso donna, tenta di impedirmi di trascorrere tempo con te?”.

“Vedi Lythia, tuo padre ha un rapporto problematico con se stesso, col suo passato… Sai, ora che hai 15 anni posso parlartene. In realtà lui non è mio figlio naturale. Lui fu messo al mondo da una donna importante: era una sacerdotessa del nord. Purtroppo si innamorò e questo non avrebbe dovuto succedere. In più, come se non bastasse, si innamorò di un giovane, bellissimo guerriero straniero. Suo padre, una volta saputo della sua gravidanza che non si poteva più nascondere, non solo la cacciò di casa ma fece uccidere il suo amato. Io la accolsi nel mio villaggio. Pur se ancora giovane, ero già una nota guaritrice e mio padre era il capo villaggio, un uomo di cuore e di fine intelligenza che portava grande rispetto verso le mie qualità. La aiutai a partorire; ma lei, ahimé, non sopravvisse a quel parto difficile. Perse molto, troppo sangue. Provai in ogni modo, ma non riuscii a salvarla. Solo, con l’ultimo respiro che le restava in corpo, appena prima di morire, mi raccomandò quel frugolino urlante dai folti capelli neri e mi mise in mano un amuleto cui lei teneva moltissimo”.

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Licamara infilò una mano nelle vesti, all’altezza del seno, e ne estrasse un monile in bronzo lavorato a spirale; anzi, una doppia spirale! Era un oggetto molto bello, di colore verde scuro con riflessi blu, lucidissimo. Emanava un fascino ipnotico.

Lythia non aveva perso nemmeno una parola; era sgomenta, ma finalmente dava una risposta a molti atteggiamenti di suo padre. “L’ho cresciuto come fosse figlio mio. E mio padre da subito lo ha presentato al popolo come fosse suo nipote naturale. Quando raggiunse l’età adulta gli tatuammo la doppia spirale sul petto, affinché gli dei di sua madre vegliassero su di lui, ma senza dirgli la verità. Purtroppo la venne a sapere l’anno seguente, e nel peggiore dei modi, da un compagno d’armi, principe di un clan rivale, che gliela rivelò per invidia e per dispetto dandogli dell’illegittimo, per non ripetere altre offese ben peggiori che sporcavano persino il ricordo di sua madre”.

“ Da quel momento il suo atteggiamento verso di me cambiò radicalmente. Era come se non mi accettasse più. Sicuramente vede in te la sua vera madre e, in tutta sincerità, le somigli moltissimo. I lunghi capelli scuri, i grandi occhi verdi, la mandibola volitiva. Lui ti teme, Lythia. E teme per la tua vita.”

Lythia era scossa ed emozionata. Avrebbe voluto correre da suo padre ed abbracciarlo, rincuorarlo… ma ultimamente anche il rapporto tra di loro si stava logorando per i troppi litigi, le incomprensioni, le cose non dette o mal dette.

“Ma, nonna, io però non ho mai visto la doppia spirale tatuata… Lui sul petto ha dei simboli vegetali che non mi ha mai voluto spiegare…”. “No, Lythia. Sotto quei simboli c’è la doppia spirale. Lui se l’è fatta cancellare apposta, per non vedersela addosso. Il fatto è che quella doppia spirale lui ce l’ha dentro, nell’anima; è la voce dei suoi antenati. E non può continuare a rinnegarla e a tenerla sepolta. Presto riemergerà.”

Lythia tornò a casa con la mente in preda a mille pensieri. Chi era la sua vera nonna? Quali doni le aveva passato? Cosa cercavano di dirle quelle strane pietre lisce che ogni tanto vedeva sbucare dal suolo?

Doveva capire. Sentiva che se avesse capito, avrebbe potuto aiutare non solo suo padre, ma tutta la sua gente.

Trascorsero altri due anni. Anni di studio, di formazione continua con nonna Licamara. Il padre, talmente spossato dalle lotte intestine tra clan, non aveva nemmeno più tempo né forza di star dietro a sua figlia. Sua madre, donna timida e riservata, si era chiusa in un silenzio preoccupante che la stava avvelenando dentro. Il popolo era scontento, agitato, ribelle e allergico a qualsiasi regola.

Il sapere dei padri si stava perdendo, qualcuno addirittura lo rinnegava e lo travisava; alcuni persino lo mettevano in ridicolo. E infatti la natura aveva cominciato a ribellarsi. Il grande fiume Druantia si gonfiava ad ogni autunno; diventava incontrollabile con terribili e rovinose esondazioni. L’altro grande fiume della piana, quello che scendeva da nord, il Bauthegion, causava danni nefasti ogni estate. Coltivare era diventato quasi impossibile. I pascoli si erano impoveriti per le temperature sempre più rigide, le frequenti grandinate, le gelate improvvise. Gli animali erano in sofferenza, persino le pecore e le capre, solitamente così robuste.

Intanto nonna Licamara era sempre più debole; gli anni sulle sue spalle erano davvero tanti. Finché una notte fece chiamare Lythia.

“Vieni piccola mia, avvicinati. Non mi resta più molto tempo e devo assolutamente parlarti. E’ giunto il tempo, il tuo”. Lythia si avvicinò il più possibile; la voce della nonna era talmente flebile che a stento la udiva. “ Vedi, Lythia, tu sin dalla nascita sei destinata ad essere la custode di un grande sapere. Ad essere la custode dell’identità e del passato di un grande popolo. Il popolo che, giunto al seguito del semidio Ercole in un tempo remoto e perduto, decise di fermarsi qui, ai piedi delle grandi montagne. Queste montagne accolsero quelle genti e divennero la loro casa. Quelle genti giunte dalle lontane terre d’Oriente, dal regno dell’eterna Aurora, conoscevano l’arte di osservare il cielo, le stelle, il moto degli astri e le fasi della Luna. Sapevano come coltivare la terra e renderla fertile. Conoscevano l’uso dell’aratro, strumento fondamentale che diede la forma alla costellazione della grande A che tu conosci sin da bambina”.

Ogni tanto la nonna veniva scossa da forti e dolorosi crampi; spesso le mancava il fiato ed era ricoperta di sudori freddi. Lythia era molto preoccupata. La abbracciava. Le passava un panno fresco sulla fronte cercando di darle sollievo.

“ Quel popolo, Lythia, scelse questa pianura nei pressi del fiume Druantia. Una pianura che venne arata, ma non per seminare, per pregare, come ti avevo già spiegato. Al centro di questa pianura si elevava un collina, il nucleo del nostro villaggio: Carnobriga, che in lingua gallica significa “altura delle corna”, un villaggio posto sotto la protezione del dio Cernunnos, signore delle forze naturali e del vigore guerriero.

Dopo il tempo delle grandi arature propiziatorie, venne il tempo delle grandi fosse. La terra era fondamentale, era dea, era madre, era nutrice. La terra esigeva preghiere e devozione e gli uomini sapevano come accontentarla.

Venne poi il tempo in cui il cielo si unì alla terra, anche nelle preghiere. Ed ecco che i nostri antenati eressero pali verso le stelle, assecondandone gli allineamenti ed i segni affinché le divinità celesti fossero benigne. Tuttavia l’attenzione data al cielo iniziava a sminuire quella destinata alla Terra. La Grande Madre si stava offendendo. La linea matriarcale cominciò a contare sempre meno. I villaggi erano dominati dagli uomini, purtroppo non tutti saggi e avveduti. Purtroppo il potere acceca e gli antichi equilibri sacri si sfrangiano.

“Ma, quando? Quando successe tutto ciò? E dove si trova questo luogo? Dove sono queste fosse, questi pali….”. Lythia era divorata dalla curiosità; voleva sapere, sentiva che doveva sapere.

La nonna appoggiò debolmente una mano sul braccio della nipote. “Presto lo saprai, cara. Dovrai cercare, ma senza allontanarti”. Lythia la guardava interrogativa. Licamara prese quindi la mano sinistra di Lythia, la mano del cuore, e la guidò tra le vesti, madide di sudore, fino a toccare la pelle avvizzita del petto. Aperte le vesti, mostrò a Lythia un tatuaggio: la doppia spirale. Anche nonna Licamara l’aveva, proprio sul petto.

“E’ un legame, cara. E’ un simbolo capace di unire terra e cielo. Capace di dare la vita, anche oltre la morte. E’ il flusso eterno, Lythia. E’ il moto delle stelle e dei corpi celesti. Questo simbolo è il segreto della forza del nostro popolo che, nonostante il volgere dei secoli e degli avvenimenti, saprà trasformarsi e sopravvivere. Ma che ora ha bisogno di ritrovare se stesso.”

L’anziana mise infine nelle mani di Lythia l’antico amuleto regalatole dalla madre di Catumaro. “Cercala! Cerca la doppia spirale incisa nella grande pietra, Lythia. Puoi farcela!”. “Ma come? Nonna, nonna!! Ti prego, dimmi come devo fare… dove, devo cercare?…Nonna…”. Ma ormai la vecchia Licamara, era salpata verso il regno delle Ombre senza fine.

Per alcuni giorni Lythia rimase preda del dolore per questa atroce perdita. Sua nonna non c’era più; era stata da sempre la sua guida, il suo sostegno, il suo punto di riferimento…come avrebbe fatto senza i suoi consigli e i suoi preziosi insegnamenti?

Alla fine, colma di lacrime fino a scoppiare, corse dal padre per sfogare su di lui tutta la sua rabbia da troppo tempo repressa. “Tu! Tu hai lentamente portato la nonna alla morte! Tu, perfido uomo, col tuo atteggiamento ostile, con la tua cattiveria… maledetto! Come hai potuto non esserle vicino nemmeno alla fine?! Tutto preso dai tuoi giochetti politici, dagli equilibri tra i clan, circondato come sei di traditori e adulatori…. Senza neppure accorgertene!”.

Lythia si scagliò sul padre, tempestandolo di pugni e di lacrime… finché il padre, prima immobile, all’improvviso la strinse a sé con forza. Lythia si accorse che stava piangendo. Suo padre, il prode Catumaro, che piangeva? “Padre….”, sussurrò. “Oh Lythia, figlia mia adorata. Saggia figlia mia. Non ti ho mai meritato. Più crescevi e più vedevo in te mia madre; nemmeno riuscivo a guardarti negli occhi. Mi facevi paura. Mi incutevi rispetto. E questo mi dava fastidio, spesso tu stessa mi sei sembrata una minaccia della mia autorità, della mia supremazia. E invece avevi ragione, l’hai sempre avuta. E Licamara aveva visto giusto, come sempre del resto. Aiutami, Lythia! Sento che sto per soccombere…”

“Padre, ma perché non avete mai voluto parlarmi prima? Perché avete sempre cercato di seppellire i vostri ricordi facendovi solo del male? Facendo del male anche a mia madre, vostra sposa, e a vostra madre, anzi, alle vostre due madri!”. Lythia mostrò l’amuleto al padre. “Ecco, questo è il segreto della nostra forza! Dobbiamo trovare questo simbolo inciso nella pietra da qualche parte qui intorno a Carnobriga! Se non lo facciamo, la nostra gente scomparirà divorata dagli eventi e dai secoli finché se ne perderà persino la memoria, la condanna peggiore che ci possa essere!”.

Catumaro sgranò gli occhi… quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva visto quel simbolo? E come aveva potuto farsi nascondere il tatuaggio? Forse proprio da quell’insano gesto era iniziata la sua rovina… chissà se c’era ancora modo di arrestare questa caduta e dare nuova forza alla sua famiglia, al suo clan, al popolo intero!

“Sono nelle tue mani, Lythia. Agisci come meglio ritieni. Agisci ascoltandoti, tu che ne sei capace”.

Dopo un ultimo abbraccio che però valeva come tutti quelli che mai si erano dati negli ultimi 5 anni, Lythia uscì. Era notte fonda. Si incamminò, alla luce di una sottile falce di luna, verso un luogo a lei caro da cui si dominava l’intero fondovalle. Una volta arrivata, si appoggiò l’amuleto sul petto e, con gli occhi al cielo, intonò antiche nenie insegnatele dalla nonna.

All’improvviso le parve che il cielo stellato iniziasse a girare, sempre più veloce, formando un’enorme spirale di stelle e polveri brillanti. Sopraffatta da quella luce fortissima (che solo lei vedeva) chiuse gli occhi; ebbe una visione. La spirale si sdoppiò e al centro ne uscì una grande A che si rivelò per quello che era in realtà: un aratro.

L’aratro iniziò a solcare la volta celeste che, al suo passaggio si apriva. Dai solchi tra le stelle emersero delle grandi pietre. Talmente grandi come non ne aveva mai viste. Pietre con occhi e naso, ma mute, senza bocca. Pietre ricoperte di simboli, di monili, di armi. Ed eccone una che colpì la sua attenzione: indossava un amuleto. La doppia spirale. Inizialmente le sembrò che fosse un gioiello, poi vide che emanava luce ma che in realtà era incisa nella pietra.

Aprì subito gli occhi, spossata. Tutt’intorno a lei, il silenzio della notte. Guardò nuovamente il cielo e stavolta seppe leggere segni che prima non avrebbe mai capito. Seguì una sorta di sentiero disegnato nel cielo che la guidò nuovamente a valle. Gli astri indicavano un punto in cui lei sentiva che doveva fermarsi.

Si accorse di essere appena ad ovest di Carnobriga, ai margini del villaggio, lì dove già da secoli ormai era loro usanza seppellire i morti. Ma lei ne aveva paura. Era la zona dei grandi tumuli di pietra, delle tombe giganti e delle grandi pietre. Ma era la terra destinata ai morti, e lei non avrebbe mai osato addentrarvisi. Una necropoli che i suoi concittadini stavano oltretutto lentamente abbandonando perché ormai satura; qualcuno addirittura diceva fosse maledetta da qualche sortilegio. Fu il grande druido a mettere in giro questa voce. In realtà voleva venissero dimenticati i sacerdoti che lo avevano preceduto; voleva infangarne la memoria inducendo il popolo a trovare un altro posto per i defunti.

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La luce delle stelle pareva illuminare un punto in particolare. Lythia si avvicinò, si chinò a terra appoggiando le mani su uno spigolo di pietra lucida e liscia, di forma tondeggiante. Udì un sospiro, un sussurro che usciva dalle viscere del terreno. Venne travolta da una sorta di sonno.

Ecco, un’altra visione! Vide che sotto di lei, nelle viscere della terra, giaceva una grande pietra al cui centro, come fosse sul petto, brillava il simbolo della doppia spirale. Gli antenati delle grandi tombe erano offesi per essere stati dimenticati. Gli spiriti erano inquieti. Capì.

Si precipitò da suo padre e gli spiegò l’accaduto. Questa volta Catumaro le credette e la assecondò. Allontanò malamente il druido adulatore e bugiardo e obbedì alla figlia.

Coi saggi, gli anziani e i nobili guerrieri del villaggio, si recarono in processione, la notte stessa, alla luce delle torce, fino all’antica necropoli. Lì dove i loro antenati avevano eretto tombe giganti sul terreno delle grandi pietre senza volto e senza nome.

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Grandi pietre non riconosciute che vennero abbattute ed utilizzate come materiale da costruzione. Gli spiriti delle grandi pietre erano offesi. E così pure le anime dei defunti delle grandi tombe. La trascuratezza e l’indifferenza degli uomini, dei loro stessi eredi, ne aveva suscitato le ire. Questo aveva portato al ribellarsi della natura e alle lotte tra gli uomini, tra fratelli dello stesso sangue, incapaci di stare saldi ed uniti.

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Solo restituendo valore alla memoria degli antichi, gli spiriti si sarebbero placati. Lythia individuò un punto particolare sul terreno. Chiese che venisse scavata una fossa; vi gettò semi e frutti (secondo antiche usanze spiegatele dalla nonna), recitò antiche preghiere di una lingua perduta e dimenticata dai più, vi gettò persino un tizzone infuocato che presto si spense. Alla fine vi seppellì la doppia spirale di metallo verde: l’amuleto di nonna Licamara era tornato da dove era venuto. Gli spiriti, così, ritrovarono pace. Il popolo riprese a frequentare quell’area e a seppellirvi i suoi cari. Un’usanza che sarebbe diventata abitudine. Altri popoli, nei secoli che seguirono, continuarono ad utilizzare questa zona sacra per dare degna sepoltura ai loro defunti. La terra torno fertile, la natura amica e madre. I lavori agricoli ripresero come da tempo non era possibile. I clan ritrovarono l’armonia.

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Non poteva sapere la giovane Lythia che dopo altre decine di secoli, dopo il volgere di centinaia di stagioni, di albe e di tramonti, di giornate di sole e di cieli stellati, la voce di quell’amuleto si sarebbe fatta di nuovo sentire, ma questa volta non dai sacerdoti o dai druidi, ma dai ricercatori del tempo.

A distanza di quasi 1.500 anni da quando visse Lythia, la terra delle grandi pietre è tornata alla luce. Solo un tassello ancora manca: nessuno ha mai più ritrovato l’amuleto a doppia spirale. Forse, chissà, giace ancora sepolto lì, da qualche parte tra le grandi tombe e le immense stele a forma d’uomo.

Chissà se mai qualcuno riuscirà a ritrovarlo.

Oppure, chissà, forse è più giusto che nessuno lo ritrovi mai.

 

Stella

 

Ma le #sirene esistono?

Da archeologa, nonché da appassionata di iconografia antica, mi diletto a seguire le mode e le tendenze perché dietro ad ogni moda e ad ogni nuova tendenza, si nasconde un bisogno, un messaggio, un desiderio, un riflesso della nostra società. La moda è comunicazione e attinge da sempre al mondo dell’arte a ogni latitudine cronologica, geografica e antropologica. Quindi non è semplicemente una materia leggera da rotocalco rosa, ma si fonda su elementi, a volte complessi e ricercati, da leggere e interpretare.

Da tempo mi dedico all’analisi del fenomeno #mermaid & #merman, ovvero sirene e tritoni: un dilagante ritorno delle creature marine e di tutta la cangiante gamma cromatica che si portano appresso. Blu elettrici o metallizzati, declinati in mille abbaglianti sfumature che virano dal petrolio all’ottanio, dal verde acqua allo smeraldo fino agli indaco e ai lilla… La cangianza della madreperla, delle conchiglie, delle squame. L’incanto ipnotico del profondo blu! La suadente magia dei fruscii e delle onde che fasciano ed avvolgono.

Tra cinema e tv le sirene sono assolute protagoniste. La Sirenetta di Andersen è un successo planetario che, negli anni, è stata declinata in mille modi diversi. Basti pensare all’ultima produzione cinematografica, in uscita in questi giorni: The Little Mermaid di Robert Mashall con Halle Bailey, ultimo remake della Sirenetta Disney dell’ormai lontano 1989!

Per non parlare delle più recenti serie su Netflix come il cartone animato H2O-Avventure da sirene o MerPeople: sirene per lavoro, nuova docu-serie che racconta una storia affascinante, nella quale magia e realtà si mescolano, incanalandosi in alcune figure dalla grande fascinazione e appeal: le sirene professioniste.

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Anche le mie bambine, soprattutto la più piccola, adorano le sirene e, oltre ad aver riempito casa di innumerevoli simulacri di queste affascinanti creature, non passa giorno che non mi chiedano “Mamma, ma esistono le sirene?”.

Beh, sapete? Onestamente non so cosa rispondere ma il mio “pensiero magico” mi spingerebbe a dire Sì!

Parli di “sirene” e subito la mente vola a queste fanciulle bellissime ed inafferrabili, dal corpo ibrido ma perfetto, armonioso ed elegante pur nella sua apparente “difformità” (ma forse proprio in questo risiede buona parte del suo fascino…), o per essere specifici: ittio-morfità! La mente vola ai sogni fatti in riva al mare guardando il luccichio delle onde e i riflessi azzurri dell’acqua; chissà quante volte avremmo voluto, o creduto, o sperato di vederne una!

Parli di “sirene” e come puoi non pensare alla famosissima favola di Hans Christian Andersen la cui eroina ancora oggi siede pensosa davanti al porto di Copenaghen?

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Però, pensiamoci, al di là degli “happy end” di disneyana memoria (Ariel insegna), questa sirena, pur di ottenere un paio di gambe e correre dal suo principe, rinuncia ad una peculiarità fondamentale: la sua voce! Quando, invece, è proprio la voce, melodiosa e disumanamente incantevole, che fa delle sirene essere ammaliatori, tentatori, pericolosi! No, la coda di pesce non c’entra nulla! Anche perché, se risaliamo alle origini, le prime sirene della letteratura sono quelle che insidiano Ulisse nel XII canto dell’Odissea (traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte, 1822):

"Ulisse e le sirene"-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)
“Ulisse e le sirene”-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)

Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascinan chiunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra                                 55
Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
Nè la sposa fedel, nè i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene, sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,                            60
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi,
E di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de’ tuoi così l’orecchio tura,                                      65
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all’albero i compagni

Leghino, e i piedi stringanti, e le mani:
Perchè il diletto di sentir la voce                                      70
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi, o comandassi a’ tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino, ed i lacci.

[…]

Scoltate adunque, acciocchè tristo, o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.                             205
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato, e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole, ch’io l’oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all’albero legate
Con fune sì, ch’io dar non possa un crollo;                      210
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi, ed i lacci.
     Mentre ciò loro io discopria, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo                  215
Delle Sirene all’isola pervenne.

[…]

De’ compagni incerai senza dimora                                  230
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all’albero legaro
Con fune, i piè stringendomi, e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co’ remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.                           235
Già, vogando di forza, eravam, quanto
Corre un grido dell’uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de’ remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:                                240

[…]

Così cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,                                      255
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.                       260
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sè la cera dall’orecchie tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.                                  265

Ecco. Dunque? Si parla di code, di esseri metà donna e metà pesce? No! Omero solo su una qualità insiste: la voce! Un canto che ti afferra e non ti lascia più portandoti alla morte! Basti solo pensare all’etimologia stessa della parola “sirena” derivante da una radice fenicia “-sir” legata al verbo “cantare”. Quindi assolutamente non “mute come pesci”, che per le Sirene sarebbe paradossalmente la peggiore condanna! Eppure… eppure non sappiamo nulla di questo misterioso canto (se non che, oggi come oggi, solo la “sirena” della polizia o dell’ambulanza è rispettosa dell’etimologia!”.

Per sfuggire alla loro voce seducente, nel racconto omerico Ulisse tura le orecchie dei compagni con della cera e si fa poi legare all’albero maestro per poter ascoltare il loro canto, senza però restare imbrogliato nelle loro trame insidiose. Non ci sono barriere al desiderio di conoscenza di Ulisse (assurto a simbolo dell’uomo moderno che per brama di conoscenza sfida con arroganza ogni limite, anche divino), non c’è paura e non c’è un orizzonte. La nave giunge all’isola delle Sirene: il vento cessa e le onde sono addormentate da un dio. Le Sirene lo chiamano e gli rievocano le gloriose gesta compiute a Troia. Ulisse desidera sentire la loro bellissima voce, il loro canto. Un canto che però resta ignoto, un enigma che giunge intatto fino a noi. Non sappiamo che cosa cantassero le Sirene, Omero non lo dice e la domanda non ha smesso di esercitare il suo fascino, diventando il vero potere di seduzione di queste mostruose fanciulle suadenti.

Una risposta però non c’è. Non ce l’ha neanche Orfeo, il musicista divino che vinse il canto delle Sirene con la musica della sua lira. E così neanche Enea, che navigando sulla scia del viaggio di Ulisse sentì solo il rumore delle onde infrangersi sulle rocce. Dopo il passaggio di Ulisse, infatti, le Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e furono trasformate in scogli. Secondo Cicerone il canto altro non era che una promessa di conoscenza, un pò come quella del serpente tentatore ad Eva.

Ma lasciando per ora da parte la questione del canto che, come abbiamo notato, non è comunque priva di ambiguità, torniamo sull’argomento, anch’esso ambiguo, dell’aspetto delle sirene. Com’erano dunque le sirene di Omero? Come le immaginavano nel mondo antico? Come donne ibride, certo, ma simili ad uccelli, a rapaci nello specifico. Il tragediografo Euripide (V sec. a.C.) le definisce «vergini piumate», mentre Apollonio Rodio (libro IV delle “Argonautiche”) narra che «apparivano in parte simili a fanciulle e in parte ad uccelli» . E non a caso l’immagine delle sirene appostate sul prato e sugli scogli con accanto resti umani e ossa sparse richiama senz’altro quella degli avvoltoi, non vi pare?

Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)
Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)

Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra
Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra

E dopotutto, se la loro arma, seppure di morte, era il canto, è più facile aspettarselo da volatili che non da pesci… Ma come si è passati dalle donne-uccello alle donne-pesce? Come mai dal volare nelle immensità celesti, le sirene son passate alle profondità marine? A cosa si deve la trasformazione di penne in pinne?

L’unico mito greco che si avvicini all’idea della donna-pesce è quello di Tritone figlio di Poseidone che aveva la parte inferiore del corpo a forma di pesce, in particolare veniva rappresentato con due code e descritto con un forte appetito sessuale di cui la doppia coda sarebbe un simbolo esplicito.

Parte del fregio dell'altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).
Parte del fregio dell’altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).

Le prime raffigurazioni di donne pesce, anche con doppia coda come spesso accade in epoca romanica, risalgono appunto al Medioevo e molti studiosi hanno ipotizzato una fusione dei miti greci con leggende di origine nordica portate dai popoli che invasero l’impero romano: il mito delle Ondine.

Il termine ondina, o undina, derivante dal latino unda, indica degli spiriti acquatici somiglianti a fate, ninfe o sirene, a seconda delle tradizioni di riferimento.

Le ondine vivono spesso in prossimità di fiumi, sorgenti, stagni, cascate, laghi, sono creature senza anima ma possono ottenerla sposandosi con un mortale.

"Ondine", di Jacques Laurent Agasse (1843)
“Ondine”, di Jacques Laurent Agasse (1843)

Queste creature leggendarie risultano elencate fra gli elementari dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso, il quale ipotizzava che questi spiriti acquatici dimorassero solitamente in laghi, foreste e cascate, le cui voci meravigliose venivano solitamente udite sovrapposte allo scrosciare dell’acqua.

In base alla tradizione che le vede protagoniste, la natura delle ondine cambia da benigna in maligna, innocua, amichevole o vendicativa. Esse vengono rappresentate come splendide creature, con vaporosi e lunghissimi capelli, ornati di fiori e conchiglie, che vestono le spalle e il seno; abitavano le insenature di fiumi, scogli, grotte, argini informi, laghi, sorgenti, stagni e cascate; amavano la danza, il canto e adoravano intrattenersi filando e tessendo vicine all’acqua, elemento al quale sono indissolubilmente legate, e per questo erano governate dai moti della Luna.

Nel folklore germanico, le ondine, creature enigmatiche e misteriose, sono rappresentate come donne attraenti con la coda di pesce.

Il passaggio dal cielo al mare non è quindi così casuale. Dietro la scelta di un animale piuttosto che un altro c’è una precisa scelta simbolica; gli uccelli partecipano della natura del cielo e in qualche modo della natura divina. 

Il mare rappresenta il pericolo e le sue creature possono avere la natura di esseri dispensatori di disgrazia o di salvezza, ma oltre a ciò rimanda all’abisso primordiale e i suoi abitanti conservano un che di primitivo e selvaggio. Tritone è descritto con un forte appetito sessuale e così la sirena medievale, simbolo di lussuria, diventa una creatura marina. Contestualmente si sviluppano altre figure di donne volanti in cielo, non dotate di ali (attributo esclusivamente angelico): le streghe! Una versione degradata e demoniaca delle primitive sirene-uccello ammaliatrici e dispensatrici di morte.

sognare-una-stregaQuel che permane, in ogni narrazione, tempo e cultura, è il concetto che le Sirene richiamano e che giunge sino a noi: quello dell’ambiguità, della doppiezza – che è anche nella loro coda – parte integrante del loro fascino misterioso da Dark Ladies; quasi due facce della stessa medaglia: benevole, dolci, seducenti, quanto malevole, ingannatrici, addirittura crudeli, sicuramente sfuggenti!

E tornando dunque a questa moda della Sirena, ecco, sarei portata a ravvisarvi l’emblema dell’ambiguità, tanto al femminile quanto al maschile.

La Sirena è evidentemente un archetipo muliebre primordiale; in ogni letteratura, soprattutto europea, è incarnazione di femmina che strega e seduce con la propria grazia e il dolce canto (le descrive anche il sommo Dante: Purgatorio, XIX, 19-21).

Come ibrido, ricorda quanto la natura possa essere manipolata, manipolabile e infinitamente imprevedibile, così come possono essere infinite le sue sfaccettature: in quest’ottica, il suo significato recondito si apre ad accogliere riferimenti di genere.

Insomma, ciò che deve innanzitutto colpire di una sirena è la sua travolgente bellezza ed una sensualità irresistibile, giusto? Si pensi a famose “donne-sirena” del cinema tipo Rita Hayworth fasciata in un lucido abito a sirena di seta nera nel film “Gilda” del 1946…

1946: Rita Hayworth (1918 - 1987) plays the sexy title role in the wartime film noir 'Gilda', directed by Charles Vidor. (Photo by Robert Coburn Sr.)

Come non pensare alle splendide Marilyn Monroe e Jane Russell, rese ancor più seducenti dagli abiti a sirena rosso fuoco con spacco vertiginoso nel film “Gli uomini preferiscono le bionde?”

Marilyn Monroe con Jane Russell: "Gli uomini preferiscono le bionde" (1953)
Marilyn Monroe con Jane Russell: “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953)

Si pensi alla splendida e biondissima Daryl Hannah in “Splash. Una sirena a Manhattan” del 1984.

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Restando ai favolosi anni ?80 si nota il ritorno dei capelli colorati con tinte fluo (vi ricordate il complesso musicale di Kiss me Licia?). Bene, in questa tendenza rientra la cosiddetta “moda del tritone”: gli uomini si tingono capelli e barbe in tonalità brillanti di blu, verde e viola per apparire come misteriose creature degli abissi oppure per…lanciare così il loro “canto ammaliatore”?!

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E in anni più recenti: Sirene, del 1990, di Richard Benjamin, con Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, basato sull’omonimo romanzo del 1986 di Patty Dann.

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Un film, questo, in cui l’immagine acquatica della sirena viene utilizzata quasi fosse il simbolo del passaggio dall’adolescenza all’età adulta affrontando il tema della femminilità in essere e manifesta in modo spiritoso.

E non a caso le sirene sono molto amate dal settore dei giocattoli e dei cartoni animati. Dall’impareggiabile dolce Ariel …

543… alla più disincantata e maliziosa sirena Marina della serie “Zig &  Sharko”, bramata dagli “appetiti” dell’insaziabile iena Zig e amata dal romantico e nerboruto squalo Sharko, il cui idolo è il bagnino David Hasseloff di Baywatch!

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Per non dilungarsi poi sulla pressoché infinita serie di sirene giocattolo: dalle più classiche Barbie sirena alle geniette Shimmer&Shine solo per citarne un paio…

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Quindi, volendo tirare le fila di questo spero divertente discorso: il ritorno in grande stile dell’immagine della sirena (e del tritone a traino), potrebbe forse comunicare la presenza di una sessualità a volte ibrida oppure di una spiccata sensualità, oppure ancora della ricerca di una femminilità sopra le righe, tanto seducente ed irresistibile quanto, per contro, inafferrabile e sfuggente’ Una donna, certo; una donna bellissima, ma che dall’ombelico in giù donna non è, quindi, di conseguenza, paradossalmente va a perdere proprio il fulcro del suo essere donna, se vogliamo la parte essenziale e sessualmente rassicurante. I Tritoni, invece, dal canto loro, esibendo queste peculiarità, forse vogliono sottolineare ciò che la doppia coda esprimeva in origine pur non rinunciando alla voglia di essere cercati e inseguiti perché anch’essi creature sfuggenti.

Figure leggendarie multiformi e poliedriche che ben aderiscono alle più diverse ed effimere sensazioni umane: un incontro lì dove la vanitas del momento si fonde con l’eternità del mito.

Occhio solo a non fare la fine della Sirena di Magritte… lì sì, sarebbe un problema!

"La Sirena rovesciata". Magritte (1937)
“La Sirena rovesciata”. Magritte (1937)

Castello di Saint-Pierre. Il regno di Flora

“Lasciare la città per finire lassù, in mezzo alle montagne… da solo… beh, del resto non ho scelta!”. Così si lamentava il giovane barone, rampollo di una nobile ed importante famiglia, costretto dai parenti a trasferirsi nel piccolo villaggio di Saint-Pierre.

“Hai ereditato l’antico maniero di famiglia, Emanuele!”, tuonava l’arcigno zio, “tuo compito è prendertene cura! Quindi, fattene una ragione e prepara i bagagli! Tra una settimana al massimo il castello di Saint-Pierre sarà la tua dimora! E vediamo se, confinato lassù, tu non metta la testa a posto!”.

Emanuele non aveva scelta. Tutta la famiglia era contro di lui.. Purtroppo negli ultimi anni non si era certo guadagnato una buona fama: conduceva una bella vita sperperando denaro in ogni possibile modo, frequentava compagnie ritenute “pericolose e inopportune”… un continuo litigio con lo zio! Forse era davvero meglio andarsene… poche comodità, pochi soldi, ma almeno sarebbe stato in pace e avrebbe fatto ciò che voleva!

Rapidamente arrivò il giorno della partenza. La diligenza correva veloce sulle strade polverose. In poco tempo le campagne lasciarono il posto al dolce profilo delle colline che vennero presto sostituite dalle alte montagne della Valle d’Aosta.

L’aria aveva cambiato profumo: Emanuele era inebriato da quella fragranza mista di pino, erba, muschio e terra. Gli sembrava che il sangue corresse con più vigore alimentato dalle brezze fresche che rotolavano giù dai ghiacciai.

All’improvviso, dopo un’ultima curva, eccolo: l’antico maniero lasciatogli dal nonno!

Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)
Veduta del castello di Saint-Pierre prima degli interventi in stile neogotico (stampa di E. Aubert, 1860)

Su un roccione svettava la vecchia torre maestra, già in stato di avanzato degrado, circondata dalle possenti mura medievali in buona parte sbrecciate. Gli edifici residenziali erano spogli (solo i mobili essenziali), bui e umidi. Emanuele sospirò:” Mio Dio… ci vorrebbero dei lavori, ma come li pago? Solo questo mi hanno lasciato e lo zio non mi da più un soldo… vedremo… per ora va ancora bene: per fortuna è estate! Chiederò nel villaggio se qualche manovale può venire a dare un’occhiata…così…giusto per non avere la neve in casa o spifferi gelati quest’inverno… “.

Tuttavia, nonostante lo sconforto iniziale, Emanuele avevo ben presto imparato ad amare quel luogo. Il paesino era carinissimo e gli abitanti avevano accolto con simpatia “quel giovane barone scapestrato e ribelle, amante della natura, fuggito dalla grande città!” (così dicevano di lui).

In una stanza col camino, dove ancora si vedevano resti di antichi affreschi e si potevano magicamente percepire gli echi delle leggendarie feste organizzate dai ricchissimi proprietari oltre 200 anni prima, Emanuele aveva creato il suo angolino prediletto.

Da subito aveva iniziato a perlustrare i dintorni: che meraviglia! Prati verdissimi, meleti, vigneti, orti e, in lontananza, boschi color smeraldo che, con le loro tonalità scure, esaltavano ancor di più il bagliore delle nevi perenni.

Quell’estate cominciata così male, si era rivelata una benedizione. Da solo, in totale libertà! Grazie al suo bel carattere, ai modi educati e, perché no, al gradevole aspetto, il giovane barone si era ben integrato e riceveva aiuto da tutti: cibo e biancheria pulita non gli mancavano!

Le quotidiane lunghissime passeggiate gli avevano fatto riscoprire e aumentare una passione che aveva da bambino: quella per la raccolta di erbe, foglie fiori. La natura così ricca e multiforme di quei luoghi avevano risvegliato in lui una profonda curiosità e in poco tempo si era creato una collezione botanica di tutto rispetto; “così, se mai un giorno dovessi tornare in città, un pò di questi luoghi verrà con me…”, pensava.

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Gli era poi venuta in mente un’idea: voleva trasformare l’alta corte del castello in un suo personale giardino segreto. Un pò “giardino dei semplici” con erbe aromatiche e medicamentose; un pò giardino all’inglese con piante ornamentali capaci di creare atmosfere incantate e suggestive. Quello sarebbe stato il suo giardino, chiuso al mondo eccetto che a lui!

Una sera, al tramonto, attardandosi sulla terrazza, notò per la prima volta un fiore straordinario attaccato al muro della torre. Si avvicinò: era una specie di orchidea. Un fiore grande dai colori cangianti, insoliti: i petali erano uno diverso dall’altro, quasi a formare un arcobaleno, lucidi e setosi.

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Decise di coglierlo per ripiantarlo ed eventualmente ricavarne semenza. Provò a strapparlo, ma il fiore incredibilmente si chiuse e si ritrasse.”No, devo aver sognato”, pensò, “è impossibile!”.

Ci riprovò: niente. Quel fiore si richiudeva su se stesso. Provò a reciderlo con delle forbici: niente!

Prese allora un martello e iniziò a distruggere il muro:”Verrà fuori, no!? Lo estirperò con tutte le radici!”. Risultato: il muro della torre si crepò terribilmente fino a sgretolarsi!

L’operazione aveva prodotto un’enorme voragine nel vecchio muro cadente mentre il fiore era rimasto ben incastrato nella sua pietra.

“No, ma… è impossibile!”. Emanuele non riusciva a crederci. “Che razza di pianta è mai questa?!”. Raccolse allora la pietra con la pianta dentro, deciso a portarla in casa per esporla così com’era, come fosse un oggetto esotico e meraviglioso.

La mise sul comodino accanto al letto e andò a dormire.

Ma non fu una notte come tutte le altre… Emanuele venne svegliato da un fruscio insistente, come se un insetto gli volasse sul viso. Quando aprì gli occhi rimase senza parole: dalla pietra la pianta era uscita a dismisura arrivando fino a lui e i fiori si erano moltiplicati e ingranditi fino a formare una coperta. Emanuele si alzò di scatto, ma qualcosa lo bloccava impedendogli di scendere dal letto.

Ad un tratto la coperta di fiori si mosse, si avvolse su se stessa e si trasformò in una giovane fanciulla alata.

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“Ma… ma chi… cosa…chi sei tu?” balbettò Emanuele confuso e spaventato. “Tranquillo, io sono Flora, la fata della Natura. Conosco la tua passione per il mio regno, ma oggi hai fatto qualcosa di grave: ti sei ostinato ad appropriarti di un fiore assai raro e prezioso, di me! Avevo provato a farti capire che non dovevi né potervi toccarmi, ma hai insistito fino a distruggere addirittura la tua casa! Hai commesso un errore. E ora, se non vi poni rimedio, la voragine nella torre si allargherà a tal punto che tutto il castello potrebbe crollare! Vuoi che accada?”.

“No, no… certo che no… ma..e ora? Come posso rimediare? Quel fiore era talmente bello che…”;

“talmente bello che avresti dovuto rispettarlo e lasciarlo dov’era”, concluse Flora.

E continuò:” Ad ogni modo, visto il tuo amore per il mio mondo, voglio aiutarti.”. Improvvisamente la stanza si riempì di strane creature, metà uomini e metà foglie, o metà uomini e metà fiore; c’erano anche uomini-stelo, uomini-ramo.. un vero e proprio esercito di esseri del piccolo regno al servizio della loro regina, la fata Flora.

Leafman (tratto dal film animato "Epic. Il mondo segreto")
Leafman (tratto dal film animato “Epic. Il mondo segreto”)

Emanuele era sbalordito! “Loro sono i miei fedeli servitori. Ti aiuteranno a ricostruire la torre maestra, a patto che tu segua i miei ordini! Voglio una torre alta ed elegante con quattro torrette, una per ogni angolo.

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Ogni torretta corrisponde ad una stagione e, a seconda della stagione, dovrai lasciarmi (con la mia pietra) nella torretta corrispondente. Nessun uomo però potrà entrarvi! Nemmeno tu! Mi dovrai lasciare all’ingresso, poi saranno i soldati-foglia a trasportarmi all’interno! Sii preciso, non farti trascinare dalla curiosità. Se un uomo dovesse entrare in una torretta, l’intero castello crollerà e per te sarebbe la rovina. Se invece ti atterrai ai patti per almeno 50 anni, il tuo castello diventerà la dimora del piccolo mondo alla portata di tutti e il tuo giardino segreto sarà dono per gli altri così che possano conoscere, scoprire, amare e proteggere il mondo di Flora”.

Emanuele non aveva altra scelta; nonostante un fondo di incredulità, obbedì alla fata Flora e, la mattina seguente, dopo una notte che gli parve lunga un’eternità, la torre non era più la stessa. Gli uomini-foglia e le donne-fiore avevano magicamente creato qualcosa di spettacolare: “ecco, ora posso dire di vivere nel castello delle fiabe”, esclamò il giovane barone.

“Non solo!”, lo corresse la fata, “puoi dire di essere un ospite speciale del regno di Flora”.

Il giardino segreto del barone divenne, col tempo, un tesoro di erbe, fiori ed essenze esotiche a disposizione di tutti. Nelle torrette nessuno mise mai piede e si narra che, ancora oggi, a seconda della stagione, il fiore-dimora della fata Flora vi fiorisca, ancorato alla sua pietra, di volta i volta con un colore ed un profumo diverso.

Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)
Castello-Saint-Pierre (Foto: Enrico Romanzi)

E’ il castello delle favole. E’ il castello di Flora. E’ il meraviglioso castello di Saint-Pierre!

 

Stella

Archeologia e pittura contemporanea. Quando si dice “mano santa”

Tutto comincia da una mostra. Ma non di archeologia, di pittura…contemporanea! Quest’estate il Castello Gamba di Châtillon, il Museo di Arte moderna e contemporanea della Valle d’Aosta, ha ospitato una mostra molto interessante dedicata a Mario Schifano, uno dei più grandi, vulcanici e prolifici interpreti dell’arte contemporanea in Italia nella seconda metà del Novecento.

L’aspetto, però, che più di altri ha attratto il mio interesse, è stata la serie di quadri realizzata in occasione di un suo soggiorno in Valle d’Aosta tra febbraio e marzo 1988. In questo non lungo ma intenso periodo, il pittore romano trovò una sede di profonda ispirazione in un’ala dell’antico convento benedettino di Saint-Bénin ad Aosta. Queste opere, raccolte nella serie denominata Calore locale (sì, calore con la a!), vennero quindi esposte al pubblico nell’aprile dello stesso anno in una mostra dal titolo che più “schifaniano” non si potrebbe: Verde fisico. Una mostra curata, oltretutto, da una figura che ha profondamente connotato il panorama artistico ed espositivo della Valle tra gli anni ’80 e ’90: il critico d’arte Janus, al secolo Roberto Gianoglio.

La caratteristica comune di questa serie è una grande penisola italiana dipinta in un materico e denso verde smeraldo, il verde FISICO appunto, “fisico” dal greco fùsis, natura. Un inno alla natura e alla bellezza del territorio e dei paesaggi italiani. In questa serie di Italie, l’attenzione è sempre puntata su quell’angolino in alto a sinistra che corrisponde alla Valle d’Aosta, ogni volta raffigurata da oggetti simbolo che Schifano scelse tra i reperti archeologici locali.

Racconta, infatti, Janus nella premessa del catalogo di Verde fisico, che Schifano gli chiese, come prima imprescindibile fonte per conoscere la regione, un catalogo di archeologia. E Janus non ebbe alcuna esitazione a dargli una copia dell’opera all’epoca più recente e che ancora oggi resta una base di indiscussa utilità: Archeologia in Valle d’Aosta. Dal Neolitico alla caduta dell’impero romano, 3500 a.C. – V sec. d.C. (uscito nel luglio 1985).

Si racconta che Schifano non solo divorò queste pagine, ma che addirittura strappò quelle per lui più significative per attaccarle alla tela e “viverle” in maniera più intensa.

Del resto il rapporto che univa questo infaticabile e poliedrico artista al mondo dell’archeologia aveva radici lontane. Lui stesso era figlio di un archeologo e, proprio per il lavoro paterno, vide la luce a Homs, in Libia, località nei pressi dell’antica e gloriosa Leptis Magna, la “Roma d’Africa”.

Era il 20 settembre del 1934: una data e un luogo che volle immortalare nella tela Io sono nato qui. Un titolo semplice, un ricordo intimistico, ma anche l’affermazione forte, quasi perentoria, di un profondo attaccamento a una terra natale particolare ed esotica.

Mario Schifano, Io sono nato qui-20.09.1934 (1985) (immagine tratta dal catalogo Etruschifano)
Mario Schifano, Io sono nato qui-20.09.1934 (1985) (immagine tratta dal catalogo Etruschifano)

Ma lasciamo le dorate sabbie libiche per tornare sulle Alpi valdostane. Ebbene, della serie Calore locale, le cui singole opere meriterebbero un post dedicato, oggi vorrei soffermarmi sulla numero VIII, un acrilico su tela di 160 x 130 cm.

Mario Schifano, Calore locale VIII, 1988 (immagine tratta dal catalogo Verde fisico)
Mario Schifano, Calore locale VIII, 1988 (immagine tratta dal catalogo Verde fisico)

Purtroppo non ho un’immagine a colori, e mi rendo conto che parlando di un maestro del colore come Schifano sia un grave difetto. Immaginatevi però un’Italia tutta verde, le linee in bianco, le coste abbozzate in blu elettrico e poi, lassù, dove c’è la Valle d’Aosta, due oggetti.

Partendo da quello a destra, che ricorda una casetta, posso dirvi che si tratta di una lamina votiva in argento proveniente dal colle del Piccolo San Bernardo, l’antica Alpis Graia, raffigurante al centro Ercole con la clava. Una sorta di ex-voto dedicato a quel Graio nume protettore del passo alpino. Un oggetto oggi apprezzabile al MAR – Museo Archeologico Regionale di Aosta.

Accanto a questa lamina, la sagoma di una mano benedicente ci porta all’altro iconico passo che attraversa le montagne valdostane: quello del Gran San Bernardo, l’antica Alpis Poenina (o Summus Poeninus).

Una mano il cui gesto ci appare famigliare: un numero tre riconducibile al tipico gesto della benedizione impartita dagli ecclesiastici: la benedictio latina. Ma che cos’è questa mano santa?

E’ la mano di un dio; la mano di Sabazio.

Mano votiva del dio Sabazio (o Giove Sabazio), bronzo, III sec. d.C. (gentile concessione Musée de l’Hospice du Grand Saint Bernard)

Ma chi è Sabazio?

Questo nome dal suono apparentemente famigliare che saremmo tentati di collegare alla parola “sabato” (ma non è così!), appartiene a una “misteriosa” divinità traco-frigia egata ai cicli della vegetazione e della fertilità il cui culto ha iniziato a diffondersi al seguito degli eserciti a partire dal II secolo d.C.

Nelle colonie giudaiche dell’Asia Minore, il culto del “Signore Sabazio” (Kύριος Σαβάζιος) fu assimilato a quello del “Signore degli eserciti” israeliano (Kύριος Σαβαώϑ), assumendo un più alto valore religioso: a Sabazio fu attribuita infatti la funzione di divinità “santa”, purificatrice delle anime degli adepti, i quali ottenevano attraverso i riti di iniziazione la liberazione da una sorta di peccato originale.

Il principale attributo  di Sabazio era la mano benedicente, che alcuni chiamano “mano pantea” (cioé “tutta divina”), che ben simboleggiava il carattere sincretico del suo culto: infatti la mano (di cui esistono numerosi esempi come singoli arti votivi, le cosiddette “mani di Giove Sabazio”, forgiate nel gesto tipico della “benedictio latina”, con la posizione del pollice, dell’indice e del medio distesi, l’anulare e il mignolo ripiegati all’interno del palm, presenta numerosi simboli e attributi di vari culti e divinità, come la pigna, la testa caprina, la donna con bambino, la lucertola, la tartaruga, la testa di montone, il serpente, il fallo, la bilancia e altri ancora.

L’esemplare conservato presso il Museo dell’Ospizio al colle del Gran San Bernardo si presenta decisamente ricco di simboli. La visione del dorso presenta innanzitutto un serpente, animale che da sempre simboleggia il collegamento tra mondo sotterraneo, infero, e mondo terrena. Un rettile che cambia pelle, quindi che si rinnova e rinasce, presente ugualmente in altri culti salvifici come quello di Asclepio-Esculapio, dio della medicina (non vi siete mai chiesti perché le farmacie hanno il serpente come simbolo?). Alcuni storici, come Demostene, raccontano che nelle cerimonie per Sabazio, all’adepto veniva fatto scivolare un grosso serpente color oro lungo il corpo a suggellare il suo legame, potremmo dire la sua unione orgiastica, col dio stesso.

Notiamo quindi due rane e una tartaruga: animali anfibi, capaci di vivere sia sulla terra che nell’acqua, quindi animali messaggeri tra due mondi.

Mano votiva del dio Sabazio, bronzo, III sec. d.C (gentile concessione del Musée de l’Hospice du Grand Saint Bernard)

Guardiamo ora il palmo. Tra indice e medio spunta la testa di un ariete, animale dalla chiara valenza solare, guerriera e fallica che, però, si lega contemporaneamente all’atto sacrificale. Un animale che simboleggia la forza vitale che va chiesta, e ottenuta, attraverso il sacrificio e la devozione verso gli dei. Nel Cristianesimo l’ariete si “addolcisce” diventando l’Agnello. E, non a caso, alla base del palmo, vediamo un altare.

Infine, in cima al pollice, si erge una pigna, simbolo di resurrezione.

Frutto del pino, da sempre e in diverse civiltà ha racchiuso in sé i significati simbolici di forza vitale, immortalità, divinità, legati all’albero che la genera, insieme a quelli di fecondità e forza rigeneratrice per i semi che contiene.

Nella tradizione iconografica dell’Estremo Oriente, soprattutto indiana, essa svetta all’apice dell’Albero della Vita, in quella greca è in cima al tyrso, il bastone di Dyoniso, dio legato ai misteri della morte e della rinascita, della rigenerazione e della resurrezione. Rappresentata frequentemente nell’arte romana funeraria, in età cristiana la pigna viene scolpita spesso su capitelli e archivolti di epoca romanica, arrivando nel corso del tempo a divenire emblema della elevazione speculativa e filosofica.

Tirando le conclusioni possiamo riconoscere come Schifano, consapevole o meno, abbia colto in questi due oggetti tutta la potenza della sacralità espressa da una natura forte e a suo modo divina. I passi, i colli, sacre “terre di mezzo”, evocative di un antico Olimpo alpino che, a ben guardare, esiste tuttora.

Il colle del Gran San Bernardo in inverno

La Valle d’Aosta, quella strada tra le vette in cui l’immanenza divina si unisce alle commistioni e alle contaminazioni di un continuo sovrapporsi di culti e culture.

Stella Bertarione