Ti racconto un viaggio in Valle d’Aosta … 2000 anni fa!

Una giornata di tempo variabile: bello al mattino e poi, progressivamente, sempre più nuvoloso… le nuvole scure e panciute si addensavano su quell’enorme massiccio coperto di neve e ghiacci. Una montagna maledetta, dicono in molti..sarà…io non conosco le montagne, men che meno montagne come questa..così immensa, imponente… Sì, spaventa, ma è davvero una meraviglia… Il tempo peggiora rapidamente, quindi ci fermeremo qui, in questo grazioso vicus di cui ancora non conosco il nome. Siamo sulla Via delle Gallie e dovremmo arrivare ad Ariolica (La Thuile) in tempo per le nundinae di mezza estate dove proveremo a commerciare con i mercanti Allobrogi e Lugdunensi, ma ora è impossibile proseguire il viaggio, sarebbe troppo rischioso (anche perché ci hanno detto che il tratto di strada che conduce ad Ariolica è molto stretto e ripido e in più i cavalli sono stanchi…). Troviamo posto in una piccola mansio dove ci viene subito offerta una bella zuppa calda accompagnata da un profumato pane di segale. Ci viene chiesto da dove arriviamo ed io, che amo fare amicizia (e sono una gran chiacchierona), inizio a raccontare…

IN VIAGGIO DA EST A OVEST

Il nostro viaggio è stato lungo, molto! Siamo partiti da lontano, dalla bella città di Patavium (Padova), città di acqua e di terra, incastonata tra le anse del Meduacus (il fiume Brenta)nella X Regio. Abbiamo attraversato tutta la grande pianura del fiume Padus (Po, che i Galli chiamano Bodinco), quella che in tanti chiamano Gallia Cisalpina, al di qua delle Alpi. Io mi chiamo Gaia Avillia e sto viaggiando con mio marito, un ricco commerciante di stoffe interessato a sviluppare i suoi affari nelle terre del nord-ovest e che avrebbe in animo di stabilirsi nell’ XI Regio Transpadana.

Ma vorrei raccontarvi brevemente il nostro viaggio. Dopo un primo tratto lungo la Via Postumia fino a Verona, abbiamo preso la cosiddetta “Via Gallica” fino a Mediolanum (Milano), grande centro di origine insubre allo sbocco delle vallate alpine. Lì ci siamo fermati alcuni giorni. Col cielo terso lo sguardo poteva correre sull’orizzonte fino ad intravedere, in lontananza, come fosse un sogno, le catene delle Alpes, spettacolare corona della grande pianura, intensamente coltivata e centuriataQuindi ci siamo rimessi in marcia unendoci ad un’altra famiglia e ad un gruppetto di  commercianti di vino; prossima destinazione Eporedia (Ivrea).

Quartum, Quintum, Septimumle miglia scorrevano veloci in pianura. Una sosta al municipium di Vercellae (Vercelli) e, il giorno successivo, di nuovo in strada verso la colonia di Eporedia…che strano nome..mi dicono sia di origine gallica e sia legato alla lunga tradizione nell’allevamento dei cavalli. Pare inoltre vi venga venerata una dea di nome Epona, sempre raffigurata su un destriero.

Ci riposiamo un paio di giorni e ne approfitto per una passeggiata rigenerante lungo la Duria… che meraviglia i monti e queste dolci colline… I nostri amici commercianti di vino, invece, decidono di fermarsi di più perché la zona ha dei vigneti davvero estesi e notevoli, e loro vogliono capire se riescono ad innestare qualche rapporto coi produttori locali.

E giunge infine il giorno della partenza verso la zona delle alte montagne. Chi ci ha ospitato ci ha ben redarguito e avvisato; dovremo fare grande attenzione perché nella Vallis Augustana la strada è irta di difficoltà.

Ricordo benissimo il mio stupore quando arrivammo in prossimità di un ponte grandissimo e, da lì, in un luogo davvero incredibile dove, per realizzare la strada, era stato necessario sbancare un’intera parete rocciosa a strapiombo sulla Duria…da non credere! Non ricordo se quel minuscolo grappolo di case avesse un nome, ma ricordo che si era a XXXVI milia passuum da Augusta Praetoria: quel miliario così particolare, scolpito nella roccia, e quell’arco tanto insolito…non posso dimenticarli!

Lungo il percorso si incontrava tantissima gente, in particolare soldati e mercanti. Le province galliche erano vicine e questo si vedeva: tratti somatici differenti, abiti dalla foggia a noi estranea e dalle fantasie sgargianti, e idiomi sconosciuti che, spesso maldestramente, provavano a vestirsi di latino!… E si riconoscevano bene i locali, un popolo denominato “Salassi”: gente fiera, apparentemente schiva e di poche parole, grandi e profondi conoscitori dei loro monti inaccessibili, abili cacciatori, attenti allevatori e formidabili produttori di formaggio! Si raccontava che le armate di Augusto li avessero tutti sterminati o fatti schiavi, ma la realtà era ben diversa: molti si erano salvati rifugiandosi nel fondo delle vallate, dove solo loro sapevano addentrarsi, oppure avevano colto la possibilità di fare affari e carriera abbracciando il nuovo regime politico e trasferendosi in città, nella smagliante colonia di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), fondata dal nostro imperatore Ottaviano Augusto nel 25 a.C.

AUGUSTA PRAETORIA … E NON SOLO

Un mio cugino si trova già da tempo in queste terre ; si chiama Caius Avillius Caimus, anche lui padovano, è un imprenditore nel settore dei materiali per l’edilizia e so che è riuscito ad individuare una zona di estrazione di un marmo grigio madreperlato davvero molto apprezzato ed elegante. Grazie ad un manipolo di exploratores assoldati in loco è poi riuscito a trovare una fonte d’acqua da cui ha avviato la costruzione di un ardito canale idraulico scavato nella roccia. Inoltre con la sua nutrita familia di schiavi, liberti e manovalanze ha fatto realizzare un ponte-acquedotto straordinario, incassato in una gola profonda quasi 60 metri (uso le vostre unità di misura per comodità, naturalmente!) e larga meno di 50! Un’operazione per niente semplice e molto costosa. Ma mio cugino, che comunque di denari ne ha parecchi, ha sempre sostenuto che fosse un affare e che avrebbe dato profitto in poco tempo. Questo acquedotto è stato terminato poco più di 1 anno fa (nel 3 a.C.) e funziona a pieno regime! Sono stata con lui a vederlo… impressionante! E potete vederlo ancora oggi pure voi! Si chiama Pont d’Ael.

Beh, mi sono innamorata di Augusta Praetoria, sapete? Che piccola urbs elegante, ricca, industriosa e densa di fascino! Si dice stia crescendo a vista d’occhio… Il foro è magnifico, immenso… degno di una capitale provinciale! Certo, manca ancora un quartiere per gli spettacoli, ma forse verrà costruito, magari tra qualche anno..non si può vivere senza un teatro o un anfiteatro! All’interno delle mura ci sono domus davvero raffinate, ma quando vai nel suburbium…soprattutto in collina, trovi delle ville incredibili! Pensate che gira voce che la prima ad essere costruita fosse di proprietà di Aulo Terenzio Varrone Murena, il legato di Augusto! Ma sì, quello che ha sconfitto i Salassi! Però non è sicuro… Inoltre, si sa, non ha fatto una bella fine, anzi..

Qui è tutto in fermento, tutto un cantiere, e serve di tutto! C’è ricchezza, l’economia gira… mio marito ha già preso diversi contatti!

La zona del Foro è semplicemente abbagliante! La piazza è vastissima in rapporto alle dimensioni della città, con numerose botteghe sempre molto frequentate ed un’elegante basilica giudiziaria estesa lungo il Cardo Maximus.

Un’area immensa (ben 8 isolati! dominata da un’imponente terrazza sacra sulla quale svetta una coppia di splendidi templi gemelli dedicati al divo Augusto e alla dea Roma, madre dell’impero.

Questa coppia di templi si erge al di sopra di una terrazza incorniciata da un raffinato triportico. Sotto di esso, seminterrato, un criptoportico. Un ambiente particolare, che non tutte le colonie possono vantare… Una galleria che recinge tutto lo spazio della terrazza sacra correndo nel sottosuolo e consentendo, comunque, di uscire in corrispondenza con la piazza bassa, così come di proseguire sui lati di quest’ultima.

Il criptoportico è un edificio fondamentale per la grande processione sacra, permettendo di sfilare sfruttando un sapiente gioco di “dentro-fuori”, di “luce-buio”, un vero e proprio percorso catartico. Anche all’interno del criptoportico trovano posto ritratti della dinastia giulio-claudia ed epigrafi menzionanti i VIP della città.

Siamo stati in città circa 7 giorni, ma poi ci siamo rimessi in viaggio verso l’Alpis Graia (voi la conoscete come Colle del Piccolo San Bernardo). Saliscendi, rupi rocciose, burroni…mamma mia, mi vengono ancora i brividi se ripenso a quel passaggio così impervio..stretto…una paura! Oh per Ercole, ma come si chiamava? Beh, non lo ricordo, ma oggi voi lo conoscete come Pierre Taillée: vi assicuro che lì è tremendo! Sotto di te hai una forra inquietante e sopra la tua testa la montagna sporgente..ma davanti agli occhi ti si apre, in tutta la sua maestà, questa montagna gigantesca coperta di nevi sfavillanti! La vedi e senti subito che è abitata dagli dei!

Superato questo angusto passaggio e un ponte poco più avanti, il paesaggio finalmente si è aperto in una conca leggermente ondulata, coltivata, bellissima… Ed eccoci qui, in questo villaggio abitato perlopiù da Salassi, ma già abbastanza attrezzato per i viaggiatori e i forestieri.Passeremo qui la notte. Avremmo voluto partire già domani, ma ho implorato mio marito, complice anche il tempo non proprio stabile, di fermarci un giorno in più tra questa gente così accogliente e simpatica. Per quale motivo? Beh, mi sento molto affaticata sapete… Ancora non ne sono certa, ma se Iuno Lucina mi assisterà, l’estate prossima non tornerò solo con mio marito, ma saremo in 3!

Ora però è meglio dormire; la salita dall’ultima statio verso l’Alpis Graia è lunga e molto molto dura. Ariolica ci aspetta e contiamo di fare buoni affari scambiando le nostre sete scintillanti con le pesanti lane alpine e, perché no, qualche saporita forma di caseus locale!

Che gli dei benigni vi accompagnino, amici!

Gaia Avillia (Stella)

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Palmira, splendida “sposa del deserto”. Racconto di un viaggio che (ancora) non ho fatto

Questo che vi scrivo col cuore a mille è un post diverso dal solito. Non è un archeoracconto. E non è neppure un suggerimento di viaggio ispirato da qualcosa che ho fatto davvero. E’ uno sfogo, un urlo rappreso tra le sabbie di quel deserto oggi così martoriato. E’ un sogno, un desiderio: quello di visitare la Siria, magica ed antica terra dove l’uomo ha iniziato a lasciare le sue tracce sin dal periodo Paleolitico con la cultura detta “di Giabrud”.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ho viaggiato moltissimo nel Mediterraneo. Mi sono riempita gli occhi con le sontuose e possenti rovine di Leptis Magna, di Dougga e di Sabratha. Ho potuto salire gli scalini del teatro cretese di Gortyna. Mi sono emozionata tra i colonnati di Gerasa e persa tra le enigmatiche tombe rupestri di Petra. E ancora la Turchia, con le sue scenografiche città terrazzate e i paesaggi struggenti di millenaria bellezza. Ma per varie ragioni non son mai riuscita a fare un viaggio in Siria, cosa che invece avrei sempre voluto.

Una terra strategica, porta d’accesso per il deserto d’Arabia ma anche per le importanti vie carovaniere che si spingevano verso Oriente con carovane cariche di spezie, tessuti preziosi, gioielli e profumi. Città carovaniere ammantate di fascino come Palmira, la splendida sposa del deserto, che diede i natali a cotanta regina: Zenobia la straordinariamente bella, colta e coraggiosa sovrana, moglie di Odenato, che osò sfidare la potenza di Roma.

Palmira, un nome che trasuda poesia, una sorta di lontana armonia d’Oriente riecheggiata dai venti e dalle fluide dune del deserto. Quella platea, cioé quella lunghissima via colonnata al cui centro si apre, come un respiro, la famosa piazza ovale con arco tetrapilo (distrutto!) e con quell’originale, inusuale, esotico arco di snodo a pianta triangolare! E quel gioiello che era (purtroppo dobbiamo usare l’imperfetto) il teatro, anch’esso distrutto!

Te la immagini, evanescente sogno di colonne e fregi arricciati, persa tra le atmosfere opalescenti dell’alba o accesa dalle luci infuocate del tramonto. Da sempre, sin dai tempi del liceo, un mio grande sogno.

Dicono sia un viaggio non semplice quello per Palmira; occorre dragare, nel senso letterale del termine, uno scomodo e sgradevole tratto di deserto ghiaioso e polveroso per raggiungere un bivio (che definirei drammatico): a sinistra Palmira, a destra Bagdad.

Un brivido, un timore che scorre sotto pelle anche standosene a casa… e si procede verso questa città fatata persa nella storia e minacciata dal più oscuro presente che a fatica si possa (sebbene non si voglia) immaginare. Palmira, simbolo di un Paese, di un popolo.

Dicono che all’alba il sole sembri levarsi più lentamente del solito su questi resti carichi di magia, quasi a volerli vedere più da vicino, a volerli accarezzare con la sua luce rosea e dorata, quasi a voler lui per primo, ogni giorno, assistere a questo spettacolo color ocra ritagliato contro un cielo che da lilla si fa blu e poi ancora più blu, come i lapislazuli che adornavano le dame palmirene.

Credo che aver visto Gerasa (oggi in Giordania) in parte mi aiuti. Mi aiuti a ritrovare quei colori, quei profumi, quelle sfumature… ma anche quelle persone: i venditori di acqua, di thè aromatizzato al cardamomo, di tappeti e di kefiah. Quei volti di donne dai profondi occhi scuri ammantate in colori sgargianti che fugacemente mostrano denti bianchissimi aprendosi in un sorriso di saluto e di benvenuto. Quei visetti sempre un pò arruffati di dolcissimi bimbi dagli immensi occhi neri, felici di farsi scattare una foto e ricevere una caramella o un chewing-gum o magari, perché no, qualche moneta… Vivo il ricordo di una bimba che all’epoca avrà avuto suppergiù 3 anni, dal profilo dolce, le lunghe ciglia nere, protetta da un cappellino rosa con la visiera che la faceva sembrare una bambola di porcellana brunita… Lei era felice e serena; giocava coi ninnoli che la madre proponeva ai turisti e ci fissava curiosa. Vorrei che anche oggi tutti i bimbi di Siria fossero come era lei quel pomeriggio: felici, sereni e curiosi, non travolti da un orrore indescrivibile troppo più grande di loro…

Petra-bimba

Dichiarata patrimonio dell’Umanità nel 1980, oggi vituperata e violentata come la sua stessa gente. Una terra dove oggi, ahimé, le stelle stesse si nascondono, la luna stessa si nasconde, per fuggire all’incubo. Ma è una terra fiera, resa nei secoli potente dalla sua geografia e dalla sua storia, culla dell’umanità neolitica europea, culla delle prime civiltà di villaggio e dell’idea stessa di città se pensiamo a siti come Ugarit e Tell Ramad, o come Hama sull’Oronte. Per non parlare di Ebla, città egemone dal punto di vista economico e culturale sin dall’Età del Bronzo. Città in perenne bilico tra difficili e fragili equilibri fra le diverse potenze mesopotamiche, ambita da potenze straniere, ma sempre rialzatasi e nuovamente arricchitasi.

La poderosa fortezza di Dura Europos, fondata da Seleuco I Nicatore sui resti di un preesistente insediamento semitico, “padre” della dinastia dei raffinati sovrani Seleucidi in posizione dominante sulla riva destra dell’Eufrate. E se pensate che proprio qui è stata identificata una delle primissime chiese cristiane (!!), datata alla metà del III secolo d.C. Una città piazzaforte, baluardo strategico contro i temibili e temuti Parti, ma che vide nel 165 d.C. la vittoria trionfante dell’imperatore Lucio Vero. Siamo su una linea di frontiera, di presidio delicatissimo; un presidio sempre presente ma mimetizzato tra le sabbie e tra le sinuosità di una raffinata sequenza di fortezze e punti di avvistamento basata sulla mobilità delle truppe, delle merci e dei mercanti. Strade quasi a volte impercettibili, ma stabili e conosciute. Percorsi camaleontici ma battuti. Non certo una “muraglia cinese”, ma un limes fluido ed elastico, ancor più di quello africano, fatto di veri e propri fasci di strade ritagliate tra le oasi e le ingannevoli dune.

I Seleucidi. Una potenza ellenistica che, dopo periodi di straordinaria ricchezza e dopo aver fondato decine di floride colonie tra cui citerei Antiochia sull’Oronte, Apamea e Laodicea, si sono dedicati a rendere prestigiosa, elegante e raffinata questa terra. Un’attività edilizia irrefrenabile, costosa e monumentale; commerci fiorenti. Templi grandiosi. Puro spettacolo. Finché giunsero all’inevitabile scontro con Roma che si risolse con la sconfitta subita da Antioco III da parte di Lucio e Publio Cornelio Scipione prima alle Termopili e poi a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C.La Siria divenne provincia imperiale romana.

E quella che i Seleucidi chiamarono Beroea e che noi oggi conosciamo come Aleppo, antica e fulgida “capitale del nord”, non lontana dal confine con la Turchia. Una delle città più antiche del mondo, abitata ininterrottamente dall’XI secolo a.C. e dichiarata Patrimonio dell’UNESCO dal 1986. Un territorio da sempre strategico, a metà strada tra il mare e l’Eufrate; un centro da sempre cosmopolita in quanto città carovaniera dove si incrociavano mercanti e milizie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo così come dalle più remote terre d’Oriente. Una città gioiello, in filigrana di pietra grigia, oggi quasi del tutto rasa al suolo da una furia cieca e senza scrupoli.

 

Vorrei citare un passo delle memorie di viaggio redatte dallo storico dell’arte Cesare Brandi (1906-1988) e apparso per la prima volta nel volume “Città del deserto” del 1958:

“Su quella vegetazione contenuta ma violenta, il cielo si tendeva come gonfiato dal vento. La città assurda e straordinaria, che godé di una potenza quasi inconcepibile – arrivò sino all’Egitto – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, s’abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico, e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.”

E quindi? Cos’è questo post? Un viaggio impossibile? No! Un viaggio che si auspica sia di nuovo fattibile e che questa terra magnifica torni a risplendere nel ricordo del suo glorioso passato e in omaggio a Khaled Asaad, eroico direttore del sito archeologico di Palmira che per non rivelare i luoghi in cui aveva nascosto i reperti più preziosi è stato barbaramente ammazzato. Per lui è stato chiesto il Nobel.

Un viaggio che tutti potremo fare quando finalmente le stelle torneranno a sorridere da dietro la cortina di polvere che le ha oscurate. Quando quei bimbi innocenti torneranno a guardare il mondo sereni e curiosi e, coi visetti puliti e sorridenti, potranno diventare adulti con la voglia di cambiare il mondo!

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era la Valle d’Aosta, quello spicchio di Transpadana che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”. (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

Sì, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro così famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una città-baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sì, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressoché irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilità anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? Si sarebbe trovato infine un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

Stella

Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

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#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

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Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

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E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

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E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

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Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

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E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

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E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella

 

22 febbraio 1300. Giubileo di papa Bonifacio VIII. Passaggio in Valle d’Aosta

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN S. BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricoveroper i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso diBosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITA’

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis(oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, mail paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella)

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Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella

La Fata della morena di Gressan. Una passeggiata tra natura, leggende e musica.

Solo una manciata di km da Aosta risalendo il corso della Dora; solo una manciata di km per ritrovarsi immersi in uno scenario da favola. Prati in leggero pendio i cui confini sfumano nei freschi boschi dell’envers, riccioluti meleti e vigne ordinate ricamano il territorio di Gressan.

Il capoluogo e tante frazioni, gruppetti di case strette le une alle altre; strade, stradine che si inerpicano tra antichi fontanili, ruscelli, orti, giardini e venerande cappelle. E ancora torri, antiche dimore, granai e fienili sorvegliati dalla mole tondeggiante del Castello di Villa.

Al centro di questo paesaggio si erge un’altura: la morena della Côte de Gargantua. Allungata e sinuosa si dice conservi il dito mignolo del leggendario gigante Gargantua, figlio di Grandgousier sovrano del regno di Utopia. La Côte è una lingua morenica che si allunga nella pianura dividendo i villaggi di Gressan; è una riserva naturale protetta nata da depositi di origine glaciale contraddistinta da un ambiente steppico, prevalentemente arido, regno di numerose specie animali e vegetali. Qui  si possono incontrare la lucertola muraiola, il ramarro, il biacco e molte specie di lepidotteri e coleotteri.

NELLA TERRA DELLE FATE

Ma non solo. Questo è un posto magico, denso di leggende e di racconti popolari. Se da un lato si crede che la morena sia legata ad un Gigante, altre voci la vogliono creata dalle Fate. Si narra infatti di due Fate tessitrici che, coi loro fili, scesero a valle dai ghiacciai e, tessendo tessendo,formarono un enorme gomitolo: la morena di Gressan. Qui si stabilirono, ma poi vennero cacciate da San Grato perché ritenute creature malvagie.

Un’altra versione parla invece di un’unica Fata, abilissima nel lavorare la lana, che chiese ospitalità agli abitanti di Gressan i quali, però, timorosi, gliela negarono. Per vendetta la fata raccolse nel suo gomitolo magico la terra e le vigne creando una barriera che divise per sempre i villaggi della piana.

Un luogo insolito questa morena. Un luogo dove, comunque siano andate le cose, la fata si era ritirata in solitudine e, silenziosa, si era negata per secoli. In pochi la sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista Giuliana Cunéaz: una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste arcane credenze popolari, riportandole nei loro luoghi.

Le Fate. Creature del sogno, della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di montagne, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli a seconda dell’atteggiamento e della natura degli uomini. Vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili.

E  sabato 7 giugno 2014 è tornata a parlare la Fata della morena di Gressan e la sua voce riesce a ha trasportare in un’altra dimensione; ognuno col suo sentire, ma tutti uniti da un “filo rosso”, il filo del gomitolo, simbolo della Fata tessitrice.

E’ trascorso oltre un anno, ma la Fata sa ancora farsi sentire da chi la va a cercare con animo aperto al dialogo con la natura.

Una volta saliti sulla cresta morenica troverete il leggio incantato: provate ad ascoltare…

Stella

Girali, fogliami e bestiari. Tra Medioevo e Rinascimento nel chiostro “segreto” della Cattedrale di Aosta

Esco oggi con questo mio contributo al bellissimo chiostro quattrocentesco della Cattedrale di Aosta perché, in qualche modo, proprio ieri (8 giugno) era il suo “compleanno”… o quasi! Eh sì, infatti fu proprio l’8 di giugno del 1442 che otto canonici della cattedrale stipulavano il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con l’architetto savoiardo Pierre Berger di Chambéry. Inizio vero e proprio dei lavori previsto per marzo 1443.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procede a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale.

Appena 4 anni più tardi, nel 1460, il chiostro era effettivamente terminato. Capo cantiere il “lathomus” Marcel Gérard di Saint Marcel.

Bene, dopo questo necessario avant-propos, entro subito in medias res. Due domeniche fa, complice una mostra sulla vita di Santa Teresa d’Avila allestita proprio nel chiostro, riesco a rientrarci e ad apprezzarne nuovamente la particolare luce e l’atmosfera raccolta. Quella porta nella navata nord, purtroppo sempre tragicamente chiusa, era aperta! Quella porta che consente l’accesso a questo vero e proprio gioiello quattrocentesco. Naturalmente non è il primo e l’unico! Prima di questo qui sorgeva un altro chiostro di epoca romanica, quello che si decise di sostituire a causa della sua imbarazzante vetustà e i cui materiali superstiti vennero reimpiegati nelle fondazioni dei “nuovi” muri perimetrali.

Una pianta rettangolare ma irregolare; uno spazio relativamente ridotto e assolutamente violentato dalla costruzione dell’ingombrante cappella neogotica del Rosario che lo ha radicalmente defunzionalizzato interrompendo il corridoio sud.

L’occhio immediatamente viene attratto dalla luminosità dell’insieme, dominato dall’argento dei pilastri e delle colonnine e dall’oro degli archi e dei capitelli. Sì, perché queste sono le sfumature cromatiche cui rimandano i materiali qui impiegati: l’argento del marmo bardiglio e l’oro dell’alabastro unito a quello, più caldo, del travertino. Poi, a guardare con più attenzione, ci si rende conto che sono almeno due le qualità di bardiglio utilizzate: una più ruvida e omogenea, l’altra con delle splendide venature madreperlate. In tanti aspetti si potrebbe riconoscere l’alternarsi dei due gruppi di maestranze: dalla scelta del marmo, fino allo stile dei capitelli e dei due portali d’accesso che collegano il chiostro alla navata nord della cattedrale.

Già, i capitelli. Appena entrati si viene accolti, sulla destra, da un “mostriciattolo”, una sorta di doppio diavoletto cornuto, naturalmente posto in angolo, quasi a voler controllare le due direzioni e a voler simboleggiare le scelte umane, spesso “diaboliche”, spesso ingannevoli…

Ci si potrebbe aspettare una serie di capitelli istoriati e figurati, un pò sulla scorta di quanto magari già visto a Sant’Orso. E invece no! Intanto non dimentichiamo che questo chiostro è del XV secolo! Sì, ma qui si assiste ad un ibrido affascinante… Niente di gotico innanzitutto! Una sequenza armonica di arcate a tutto sesto rimanda subito all’orizzonte classico romanico, a quelle teorie di arcatelle così frequenti sui sarcofagi… Linee nitide, geometricamente pulite, dall’aria famigliare e addirittura “mediterranea”, ravvisabile soprattutto nei decori a fogliame di molti capitelli. Non solo figure o animali insoliti, infatti, ma tanti elementi vegetali, dalla vite (coi suoi pampini ricchi di evangelico senso), al colto e raffinato girale d’acanto corinzieggiante. Per approdare, infine, ai numerosi capitelli recanti il nome dei canonici, così come dei maestri d’arte operanti in cantiere.

La lavorazione dei pilastrini binati delle arcate, poi, è davvero un capolavoro d’arte e maestria. Guardateli con attenzione: sono sfaccettati come fossero pietre preziose! E inoltre notate la straordinaria ricercatezza: il lato interno e quello esterno non sono lavorati alla stessa maniera: qui linee tondeggianti e poligonali si alternano, volumi cilindrici si contrappongono e si richiamano arrivando a comporre quasi un chiostro “double face” di eccezionale eleganza.

Possibili confronti? Certo, entrambi savoiardi: Il chiostro della cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne e quello (ahimé solo parzialmente conservatosi) del priorato del Bourget du Lac.

Un luogo assolutamente suggestivo in cui si fondono le eredità del medioevo alpino, le solide reminiscenze classiche e le influenze del primo Rinascimento. Questo chiostro va considerato come uno dei monumenti più significativi ed emblematici del tardo gotico delle Alpi occidentali, come già sottolineò Bruno Orlandoni (“Architettura in Valle d’Aosta. Il Quattrocento”, 1996).

Con tutti questi pensieri e queste riflessioni arrivo fino a dove mi è concesso, fino al portale orientale, quello col profilo modanato che, forse, si attribuisce a Marcel Gérard. Peccato non poter compiere l’intero percorso, da veri aspiranti “peripatetici”. Peccato questa cappella proprio nel mezzo! Mi fermo, mi siedo sotto un’arcata. Guardo, cerco di assaporare il gusto di ogni minimo dettaglio: i chiaroscuri della luce che rimbalza tra le arcate dei portici, le ombre dei rilievi che profilano i decori dei capitelli così come le venature cangianti dei materiali lapidei, il beige poroso e “romaneggiante” del calcare, la solida trasparenza dell’alabastro (che si dice cavato a Courmayeur, forse alle falde del Mont Chétif), l’eleganza imperitura del bardiglio (Aymavilles o Villeneuve?) e la lontana voce dei riempieghi…alcune lastre forse in origine appartenenti alla pavimentazione del foro romano, passate poi nel chiostro del XII secolo e poi…forse ero seduta proprio su una di quelle!

Trascorrere del tempo qui, in questo chiostro appartato e ricco di storia, è un’esperienza meditativa dal sapore insolito e mistico… peccato sia praticamente sempre (tristemente) chiuso… appena visibile attraverso la grata di un cancello.

Stella

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Castello di Montmayeur. Storia di un (lungo) assedio

E’ arrivata l’estate? Mmmh… quasi. Ma un sabato mattina col meteo accettabile, per quanto non proprio totalmente sereno, decidiamo di infilare gli amati (ma parecchio trascurati) scarponcini da trekking e..via! Si parte alla volta dell’Alta Valle, più precisamente verso Arvier (circa a metà strada tra Aosta e Courmayeur).

Voglio portare Leo a visitare la Riserva naturale del Lago di Lolair e poi al Castello di Montmayeur. Il programma è accolto con grande entusiasmo per fortuna! Tappa al supermercato di Arvier per procacciare il pranzo (dove oltretutto incontro una mia ex alunna dei tempi in cui insegnavo al Liceo Linguistico di Courmayeur e questo mi fa un immenso piacere!).

Sicuri che non saremmo rimasti digiuni, via verso la frazione di La Ravoire, a 3 km da Arvier lungo la strada che porta in Valgrisenche. Accolti dalla graziosa cappella con la facciata affrescata in vivaci colori tra il blu ed il rosa, parcheggiamo appena sulla destra e inforchiamo il sentiero che, dopo aver attraversato il bel villaggio, sale nei boschi di latifoglie verso il lago di Lolair.

E’ una splendida passeggiata lungo la quale incontriamo solo 2 persone (decisamente più “agonistiche” di noi visto quanto “corrono” sù per i tornanti!!); sì, effettivamente noi siamo del club “montagna meditativa” e assolutamente non ci sogneremmo mai e poi mai di metterci a correre..anzi, ci fermiamo spesso per ammirare la natura, annusare l’aria apprezzandone i profumi e le sfumature, bere un goccio di thé (il thermos è immancabile!) e scattare foto!

ASSEDIO – PARTE I

Arriviamo ad un bivio evidenziato da una cappellina azzurra dedicata alla Vergine e a S. Antonio “per grazia ricevuta”; verso destra si sale verso Planaval (e oltre), stando a sinistra si continua in direzione Lolair. Da qui la vista spazia verso est aprendosi sui boschi e sui villaggi fino alla piana di Aosta. Ed eccola, solitaria, severa, lapidea…la torre di Montmayeur svetta in lontananza sulle cime dei pini e dei larici indicando l’altura rocciosa su cui sorgono i resti dell’antico maniero. Foto di rito. E’ partito l’assedio! Da lontano studiamo l’avvicinamento al castello!!

Presi dalla chiacchiera ci inoltriamo lungo un sentiero che, da un certo punto in poi, si fa sempre meno evidente fino a condurci all’interno di una boscaglia pazzesca…mah..vedrai che poi migliora, in fondo è primavera, il sentiero magari non è ancora così frequentato…sì, ma il lago dov’è?! Eppure il cartello lo dava assolutamente vicino… stufi di giocare ai “vietkong” in mezzo alle invadenti ramaglie (per poco non ci lascio un occhio…), decidiamo di tornare sui nostri passi. Prova di là: vedi c’è un ponticello? Sì, ma un ponticello verso il nulla…poi, scrutando verso l’orizzonte, noto il baluginare della superficie d’acqua: ecco il famoso lago!! Caspita, gli eravamo passati accanto, ma la folta vegetazione e i canneti lo mimetizzano a tal punto da renderlo invisibile!! Proviamo ad avvicinarci…attenzione che non si capisce dove inizia l’acqua…poi quando il piede affonda nel fango, allora la trovi!

Bene, dai..comunque l’abbiamo trovato! Peccato però non potersi avvicinare alla riva o fare il periplo…magari si torna in autunno!

Breve ma necessaria pausa pranzo al sole e poi via di nuovo; si scende a La Ravoire per far scattare l'”assedio – parte II”!

ASSEDIO – PARTE II

Arrivati sulla strada per Valgrisenche facciamo un pò “avanti-indietro” per trovare l’imbocco del sentiero di collegamento con Montmayeur…sapevo che c’era, deve esserci!! Macché…non l’abbiamo trovato! Caspita, oggi è giornata! Il lago invisibile, il sentiero invisibile… Alla fine “tagliamo la testa al toro”: auto e via verso Arvier per prendere il sentiero (più sicuro) che parte dal villaggio di Grand Haury!

ASSEDIO – PARTE III

La stradina che sale a Grand Haury richiede molta attenzione nella guida: tante curve e curvette, e la carreggiata è un pò “giustina”..diciamo così..poi se ci si mettono i ciclisti..il gioco è fatto! All’inizio del villaggio un piccolo parcheggio è provvidenziale; subito i segnavia indicano per il Castello di Montmayeur appena 12 minuti di cammino..woww!! Benissimo! Ci infiliamo nella via centrale del villaggio ammirando, prima di tutto la bella cappella da poco restaurata, e una serie di case davvero graziose. Qui ci sono anche 2 B&B: la “Méizon de Felise” (che in realtà sono appartamenti per vacanze)e “Les Chevreuils”..un luogo incantato..io, venissi qui in ferie, alloggerei volentieri quassù! Guarda qui, guarda lì..arriviamo in fondo al villaggio; superiamo un mulino sulla destra e la strada finisce…della deviazione per Montmayeur neppure l’ombra! Ma insomma, cos’è?! Un “karma” tremendo oggi! Proviamo a proseguire imboccando un largo sentiero che si inoltra in salita nel bosco…dopo 3 tornanti decidiamo che sicuramente la strada è sbagliata, anche perché il castello era abbondantemente alle nostre spalle! Torniamo sui nostri passi aguzzando la vista; di certo la deviazione doveva aprirsi sulla nostra sinistra..ma dove?? Cavoli! Montmayeur è un castello che si vede benissimo da lontano, ma diventa invisibile quando gli sei vicino…

Finalmente noto uno spigolo di muro su cui qualche anima pia ha segnato una freccia gialla seguita da un cartello di legno con scritto “Montmayeur”!! Eureka!! Da non credere…prima davvero ci era sfuggito! Imbocchiamo un passaggio coperto che ci porta nel giardino di un’abitazione…e adesso? L’istinto dice di prendere a sinistra attraversando un prato..proviamo, al limite torneremo indietro..tanto oggi va così a quanto pare… Uno steccato che si insinua nel folto del bosco ci lascia ben sperare…evviva!! E’ il sentiero che stavamo cercando! Costeggiamo un ruscello in leggera e costante discesa fino ad un bivio dove i segnavia indicano l’arrivo del sentiero proveniente da … La Ravoire!! Ma allora c’era!! Lo sapevo! Chissà però da dove avremmo dovuto prenderlo…io vorrei scendere solo per il gusto di togliermi questa curiosità..ma Leo ha male ad un ginocchio e da sola non mi va…amen! Ma ci torno, ah se ci torno! Ed eccoci, infine, ai piedi della rocca tanto agognata! Montmayeur…ci siamo!!

Stella

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Nel piccolo e prezioso giardino del castello di Issogne. Il trionfo dell’amore.

Niente torri merlate. Niente caditoie né fossato. Niente feritoie, né inferriate, né ponti levatoi. Niente di tutto questo. Issogne splende in eleganza e raffinatezza. Ad Issogne rifulge la vita, non la guerra. Grandi e luminose finestre crociate, delicati affreschi ricchi di colore che mescolano realtà e fantasia…Lusso, ricercatezza, gusto del buon vivere: questo troverete ad Issogne. E’ una vera piccola corte dominata dalla cultura e dai fasti di una sontuosa dimora signorile. Un nobilissimo edificio che, ancora oggi, riflette lo stile, il gusto e l’intelletto del priore Giorgio di Challant, “uomo del Rinascimento”, sicuramente il più grandioso mecenate che la Valle d’Aosta ricordi.

IL GIARDINO ALL’ITALIANA

Non è nostra intenzione raccontarvi qui la lunga storia del castello, né illustrarvi le sue fasi architettoniche e decorative; né anticiparvi le tante meraviglie artistiche che incontrerete nelle sue stanze o sotto i suoi loggiati. Ci soffermeremo su un luogo molto particolare del palazzo. Un luogo “sempre verde” dove ogni elemento racchiude un simbolo. Un luogo che è un vero inno alla vita: il giardino.

Uno scrigno di luce dal disegno sapiente e geometrico. Un viridario umanistico profilato da siepi e stradelle ghiaiose. Uno spazio intimo, privilegiato, simbolico legame tra l’edificio e la natura che lo circonda. Qui uomo e natura si incontrano, si sposano ritrovando l’armonia. La corte di Issogne è ingentilita da un piccolo ma ben curato giardino all’italiana. Estraneo al mondo esterno ma pulsante di vita; animato da aiuole e vialetti, inondato dal sole e incorniciato dalla perfetta sequenza delle finestre e delle arcate.

LA FONTANA DEL MELOGRANO

Di fronte, in evidente allineamento, spicca un vero gioiello scultoreo ed iconografico:l’emblematica Fontana del Melograno.

Entrando, dopo aver superato l’ombra dei porticati e dell’androne, eccola lì, proprio davanti agli occhi. Quasi vi aspettava… Da più di mezzo secolo gorgoglia e rallegra la corte interna del castello. Di certo colpisce per l’eccezionale maestria che la produsse, per la sua fama che la fece addirittura riprodurre nel borgo medievale del Valentino di Torino.

Un capolavoro, senza dubbio. Ma, a ben guardare, c’è di più!

Partiamo dalla vasca. Perfetta, geometrica, ma soprattutto…ottagonale. Come i battisteri. L’8 simboleggia la vita, il ciclo infinito di nascita-morte-rinascita (l’ottavo giorno è infatti quello della Resurrezione). Ambizione ed augurio di eternità. Molti studiosi, per questo (ma anche per altri) motivi, vi avrebbero visto una sapiente e colta riproduzione della Fontana dell’eterna giovinezza, mistica e leggendaria sorgente di rinascita ed eterna gioventù spesso raffigurata nelle opere d’arte medievali. Pensiamo, solo per fare un esempio, a quella del Castello della Manta a Saluzzo (CN), non così distante da noi per area geografico-culturale, né per epoca di realizzazione. Ultimi decenni del XV secolo: Issogne viene plasmata dalla mani e dall’intelligenza di Giorgio di Challant. Quattro zampilli, interpretati come i 4 fiumi del mitico giardino dell’Eden: il Tigri, l’Eufrate, il Ghicon (forse il Nilo) e il Pison (probabilmente il Gange).

Questa fontana fu voluta come dono per le nozze del conte Filiberto con Louise d’Aarberg, avvenute nel 1502.

Un matrimonio che, quindi, si sperava felice, eterno (appunto) e prolifico. Sì, perché al centro di questa vasca si erge un albero. Nonostante il nome ormai noto, non è un semplice melograno. E’ un intrigante ibrido tra un melograno e una quercia. Chiaramente voluto. Noterete, infatti, le foglie della quercia unite ai frutti del melograno. E sapete perché?

La quercia è l’albero forte e robusto per antonomasia. E’ grande, imponente, coriacea. In piùracchiude in sè l’idea stessa di eternità perché sulla sua folta chioma nascono i fiori di entrambi i sessi. Per la civiltà classica (di cui il priore Giorgio era pregno) la quercia, robur alla latina, era l’albero scelto da Giove, l’albero cosmologico per eccellenza. Il più alto, quello che sapeva unire terra e cielo.

Il melograno da sempre simboleggia il matrimonio, la sessualità, la fecondità. Antica pianta sacra della dea Giunone, veniva regalata in occasione delle nozze (appunto). Il frutto del melograno rappresenta l’utero della donna al cui interno giacciono tanti semini, in attesa di dare l’atteso e molteplice frutto assicurando la continuità della famiglia.

In più, aguzzando la vista, si potranno distinguere, mimetizzati tra i rami, le foglie e le volute,piccoli esseri fantastici: dei draghi, ad esempio, il cui compito era quello di proteggere l’albero tenendo lontani il male e l’invidia.

Una continuità resa apossibile da fortunati matrimoni che vengono celebrati e ricordati dalla ricca sequenza di stemmi araldici dipinti tutt’intorno sulle pareti del cortile. E’ Le Miroir des Enfants de Challant, lo Specchio dei figli di casa Challant, altro espediente per sottolineare l’elevata nobiltà del casato e gli importanti ed illustri vincoli di parentela contratti per matrimonio.

E quindi, quale stagione migliore se non la primavera per visitare un simile palazzo? Tra gli ariosi e colorati loggiati, le scene di vita quotidiana si rincorrono, alternandosi all’araldica e a tutta una raffinata rete di simboli più o meno evidenti. Ma il tutto converge sulla Fontana. Vita, amore, augurio di eterna salute e felicità.

Stella