Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

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Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Sirene e tritoni. Il grande ritorno delle creature del profondo blu. Ma cosa c’è sotto?

Un post ancora diverso, questo che oggi vi propongo, cari amici. Un post sviluppatosi da numerose riflessioni che da tempo mi frullano in testa.

Come sapete recentemente mi sto dedicando con sempre maggiore attenzione al scintillante mondo del #fashion; non perché abbia ambizioni nel settore, assolutamente, ma è un mondo che comunque da sempre mi incuriosisce e mi affascina! Pensate che da piccola, disegnando quintalate di vestiti, andavo ripetendo che da grande avrei fatto la stilista! Non potevo immaginare che a 8 anni, quella gita fuori programma ad Aquileia avrebbe radicalmente cambiato non solo i programmi della giornata, ma anche quelli della mia vita!

Va beh, “amarcord” a parte, io ho iniziato a leggere le mode e le tendenze con gli occhi dell’archeologa appassionata di iconografia e iconologia! Avrete notato ultimi post brevi pubblicati solo su Facebook e Instagram dedicati a confronti tra barbe, make-up e capelli attuali con sculture greche del periodo orientalizzante o classico, nonché con mode altrettanto dilaganti lanciate da #celeb del passato quali, solo per citare due esempi, Cleopatra (vera “ITGirl” per usare un’espressione attuale) o l’imperatore Adriano. O anche post dal taglio insolito in cui accosto le stele dell’Età del Rame esposte all’Area Megalitica di Aosta, alle ultime novità di Eighties Revival proposte nelle recenti #FashionWeek.

Anche perché dietro ad ogni moda, ad ogni nuova tendenza, si nasconde un bisogno, un messaggio, un desiderio, un riflesso della nostra società. La moda è comunicazione ed attinge da sempre al mondo dell’arte, arte ad ogni latitudine cronologica, geografica ed antropologica. Quindi non solo da rotocalco rosa, ma materia da leggere ed interpretare.

Da un paio di settimane mi dedico all’analisi del fenomeno #mermaid & #merman, ovvero sirene e tritoni: un dilagante ritorno delle creature marine e di tutta la cangiante gamma cromatica che si portano appresso. Blu elettrici o metallizzati, declinati in mille abbaglianti sfumature che virano dal petrolio all’ottanio, dal verde acqua allo smeraldo fino agli indaco e ai lilla… La cangianza della madreperla, delle conchiglie, delle squame. L’incanto ipnotico del profondo blu! La suadente magia dei fruscii e delle onde che fasciano ed avvolgono.

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Parli di “sirene” e subito la mente vola a queste fanciulle bellissime ed inafferrabili, dal corpo ibrido ma perfetto, armonioso ed elegante pur nella sua apparente “difformità” (ma forse proprio in questo risiede buona parte del suo fascino…), o per essere specifici: ittio-morfità! La mente vola ai sogni fatti in riva al mare guardando il luccichio delle onde e i riflessi azzurri dell’acqua; chissà quante volte avremmo voluto, o creduto, o sperato di vederne una!

Parli di “sirene” e come puoi non pensare alla famosissima favola di Hans Christian Andersen la cui eroina ancora oggi siede pensosa davanti al porto di Copenaghen?

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Però, pensiamoci, al di là degli “happy end” di disneyana memoria (vedi Ariel), questa sirena, pur di ottenere un paio di gambe e correre dal suo principe, rinuncia ad una peculiarità fondamentale: la sua voce! Quando, invece, è proprio la voce, melodiosa e disumanamente incantevole, che fa delle sirene essere ammaliatori, tentatori, pericolosi! No, la coda di pesce non c’entra nulla! Anche perché, se risaliamo alle origini, le prime sirene della letteratura sono quelle che insidiano Ulisse nel XII canto dell’Odissea (traduzione dal greco di Ippolito Pindemonte, 1822):

"Ulisse e le sirene"-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)
“Ulisse e le sirene”-cratere a figure rosse da Paestum (V secolo a.C.)

Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascinan chiunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chiunque i lidi incautamente afferra                                 55
Delle Sirene, e n’ode il canto, a lui
Nè la sposa fedel, nè i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene, sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,                            60
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D’ossa d’umani putrefatti corpi,
E di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de’ tuoi così l’orecchio tura,                                      65
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all’albero i compagni

 

Leghino, e i piedi stringanti, e le mani:
Perchè il diletto di sentir la voce                                      70
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi, o comandassi a’ tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino, ed i lacci.

[…]

Scoltate adunque, acciocchè tristo, o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.                             205
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato, e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole, ch’io l’oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all’albero legate
Con fune sì, ch’io dar non possa un crollo;                      210
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi, ed i lacci.
     Mentre ciò loro io discopria, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo                  215
Delle Sirene all’isola pervenne.

[…]

 

De’ compagni incerai senza dimora                                  230
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all’albero legaro
Con fune, i piè stringendomi, e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co’ remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.                           235
Già, vogando di forza, eravam, quanto
Corre un grido dell’uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de’ remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:                                240

[…]

Così cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,                                      255
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.                       260
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sè la cera dall’orecchie tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.                                  265

 

Ecco. Dunque? Si parla di code, di esseri metà donna e metà pesce? No! Omero solo su una qualità insiste: la voce! Un canto che ti afferra e non ti lascia più portandoti alla morte! Basti solo pensare all’etimologia stessa della parola “sirena” derivante da una radice fenicia “-sir” legata al verbo “cantare”. Quindi assolutamente non “mute come pesci”, che per le Sirene sarebbe paradossalmente la peggiore condanna! Eppure… eppure non sappiamo nulla di questo misterioso canto!

Per sfuggire alla loro voce seducente, nel racconto omerico Ulisse tura le orecchie dei compagni con della cera e si fa poi legare all’albero maestro per poter ascoltare il loro canto, senza però restare imbrogliato nelle loro trame insidiose. Non ci sono barriere al desiderio di conoscenza di Ulisse (assurto a simbolo dell’uomo moderno che per brama di conoscenza sfida con arroganza ogni limite, anche divino), non c’è paura e non c’è un orizzonte. La nave giunge all’isola delle Sirene: il vento cessa e le onde sono addormentate da un dio. Le Sirene lo chiamano e gli rievocano le gloriose gesta compiute a Troia. Ulisse desidera sentire la loro bellissima voce, il loro canto. Un canto che però resta ignoto, un enigma che giunge intatto fino a noi. Non sappiamo che cosa cantassero le Sirene, Omero non lo dice e la domanda non ha smesso di esercitare il suo fascino, diventando il vero potere di seduzione di queste mostruose fanciulle suadenti.

Una risposta però non c’è. Non ce l’ha neanche Orfeo, il musicista divino che vinse il canto delle Sirene con la musica della sua lira. E così neanche Enea, che navigando sulla scia del viaggio di Ulisse sentì solo il rumore delle onde infrangersi sulle rocce. Dopo il passaggio di Ulisse, infatti, le Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e furono trasformate in scogli. Secondo Cicerone il canto altro non era che una promessa di conoscenza, un pò come quella del serpente tentatore ad Eva.

Ma lasciando per ora da parte la questione del canto che, come abbiamo notato, non è comunque priva di ambiguità, torniamo sull’argomento, anch’esso ambiguo, dell’aspetto delle sirene. Com’erano dunque le sirene di Omero? Come le immaginavano nel mondo antico? Come donne ibride, certo, ma simili ad uccelli, a rapaci nello specifico. Il tragediografo Euripide (V sec. a.C.) le definisce «vergini piumate», mentre Apollonio Rodio (libro IV delle “Argonautiche”) narra che «apparivano in parte simili a fanciulle e in parte ad uccelli» . E non a caso l’immagine delle sirene appostate sul prato e sugli scogli con accanto resti umani e ossa sparse richiama senz’altro quella degli avvoltoi, non vi pare?

Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)
Ulisse e le sirene (John William Waterhouse)
Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra
Ulisse e le sirene. Anfora a figure rosse (V secolo a.C.), British Museum, Londra

E dopotutto, se la loro arma, seppure di morte, era il canto, è più facile aspettarselo da volatili che non da pesci… Ma come si è passati dalle donne-uccello alle donne-pesce? Come mai dal volare nelle immensità celesti, le sirene son passate alle profondità marine? A cosa si deve la trasformazione di penne in pinne?

L’unico mito greco che si avvicini all’idea della donna-pesce è quello di Tritone figlio di Poseidone che aveva la parte inferiore del corpo a forma di pesce, in particolare veniva rappresentato con due code e descritto con un forte appetito sessuale di cui la doppia coda sarebbe un simbolo esplicito.

Parte del fregio dell'altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).
Parte del fregio dell’altare di Domizio Aenobarbo col corteo nuziale di Nettuno e Anfitrite su un carro marino trainato da un Tritone (II secolo a.C.).

Le prime raffigurazioni di donne pesce, anche con doppia coda come spesso accade in epoca romanica, risalgono appunto al Medioevo e molti studiosi hanno ipotizzato una fusione dei miti greci con leggende di origine nordica portate dai popoli che invasero l’impero romano: il mito delle Ondine.

Il termine ondina, o undina, derivante dal latino unda, indica degli spiriti acquatici somiglianti a fate, ninfe o sirene, a seconda delle tradizioni di riferimento.

Le ondine vivono spesso in prossimità di fiumi, sorgenti, stagni, cascate, laghi, sono creature senza anima ma possono ottenerla sposandosi con un mortale.

"Ondine", di Jacques Laurent Agasse (1843)
“Ondine”, di Jacques Laurent Agasse (1843)

Queste creature leggendarie risultano elencate fra gli elementari dell’acqua nelle opere sull’alchimia di Paracelso, il quale ipotizzava che questi spiriti acquatici dimorassero solitamente in laghi, foreste e cascate, le cui voci meravigliose venivano solitamente udite sovrapposte allo scrosciare dell’acqua.

In base alla tradizione che le vede protagoniste, la natura delle ondine cambia da benigna in maligna, innocua, amichevole o vendicativa. Esse vengono rappresentate come splendide creature, con vaporosi e lunghissimi capelli, ornati di fiori e conchiglie, che vestono le spalle e il seno; abitavano le insenature di fiumi, scogli, grotte, argini informi, laghi, sorgenti, stagni e cascate; amavano la danza, il canto e adoravano intrattenersi filando e tessendo vicine all’acqua, elemento al quale sono indissolubilmente legate, e per questo erano governate dai moti della Luna.

Nel folklore germanico, le ondine, creature enigmatiche e misteriose, sono rappresentate come donne attraenti con la coda di pesce.

Il passaggio dal cielo al mare non è quindi così casuale. Dietro la scelta di un animale piuttosto che un altro c’è una precisa scelta simbolica; gli uccelli partecipano della natura del cielo e in qualche modo della natura divina. 

Il mare rappresenta il pericolo e le sue creature possono avere la natura di esseri dispensatori di disgrazia o di salvezza, ma oltre a ciò rimanda all’abisso primordiale e i suoi abitanti conservano un che di primitivo e selvaggio. Tritone è descritto con un forte appetito sessuale e così la sirena medievale, simbolo di lussuria, diventa una creatura marina. Contestualmente si sviluppano altre figure di donne volanti in cielo, non dotate di ali (attributo esclusivamente angelico): le streghe! Una versione degradata e demoniaca delle primitive sirene-uccello ammaliatrici e dispensatrici di morte.

sognare-una-stregaQuel che permane, in ogni narrazione, tempo e cultura, è il concetto che le Sirene richiamano e che giunge sino a noi: quello dell’ambiguità, della doppiezza – che è anche nella loro coda – parte integrante del loro fascino misterioso da Dark Ladies; quasi due facce della stessa medaglia: benevole, dolci, seducenti, quanto malevole, ingannatrici, addirittura crudeli, Sicuramente sfuggenti!

E tornando dunque a questa moda della Sirena, ecco, sarei portata a ravvisarvi l’emblema dell’ambiguità, tanto al femminile quanto al maschile.

La Sirena è evidentemente un archetipo muliebre primordiale; in ogni letteratura ,soprattutto europea, è incarnazione di femmina che strega e seduce con la propria grazia e il dolce canto (le descrive anche il sommo Dante: Purgatorio, XIX, 19-21).

Come ibrido, ricorda quanto la natura possa essere manipolata, manipolabile e infinitamente imprevedibile, così come possono essere infinite le sue sfaccettature: in quest’ottica, il suo significato recondito si apre ad accogliere riferimenti di genere.

Insomma, ciò che deve innanzitutto colpire di una sirena è la sua travolgente bellezza ed una sensualità irresistibile, giusto? Si pensi a famose “donne-sirena” del cinema tipo Rita Hayworth fasciata in un lucido abito a sirena di seta nera nel film “Gilda” del 1946…

1946: Rita Hayworth (1918 - 1987) plays the sexy title role in the wartime film noir 'Gilda', directed by Charles Vidor. (Photo by Robert Coburn Sr.)

Come non pensare alle splendide Marilyn Monroe e Jane Russell, rese ancor più seducenti dagli abiti a sirena rosso fuoco con spacco vertiginoso nel film “Gli uomini preferiscono le bionde?”

Marilyn Monroe con Jane Russell: "Gli uomini preferiscono le bionde" (1953)
Marilyn Monroe con Jane Russell: “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953)

Si pensi alla splendida e biondissima Daryl Hannah in “Splash. Una sirena a Manhattan” del 1984.

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Restando ai favolosi anni ?80 si nota il ritorno dei capelli colorati con tinte fluo (vi ricordate il complesso musicale di Kiss me Licia?). Bene, in questa tendenza rientra la cosiddetta “moda del tritone”: gli uomini si tingono capelli e barbe in tonalità brillanti di blu, verde e viola per apparire come misteriose creature degli abissi oppure per…lanciare così il loro “canto ammaliatore”?!

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E in anni più recenti: Sirene, del 1990, di Richard Benjamin, con Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, basato sull’omonimo romanzo del 1986 di Patty Dann.

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Un film, questo, in cui l’immagine acquatica della sirena viene utilizzata quasi fosse il simbolo del passaggio dall’adolescenza all’età adulta affrontando il tema della femminilità in essere e manifesta in modo spiritoso.

E non a caso le sirene sono molto amate dal settore dei giocattoli e dei cartoni animati. Dall’impareggiabile dolce Ariel …

543… alla più disincantata e maliziosa sirena Marina della serie “Zig &  Sharko”, bramata dagli “appetiti” dell’insaziabile iena Zig e amata dal romantico e nerboruto squalo Sharko, il cui idolo è il bagnino David Hasseloff di Baywatch!

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Per non dilungarsi poi sulla pressoché infinita serie di sirene giocattolo: dalle più classiche Barbie sirena alle geniette Shimmer&Shine solo per citarne un paio…

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Quindi, volendo tirare le fila di questo spero divertente discorso: il ritorno in grande stile dell’immagine della sirena (e del tritone a traino), potrebbe forse comunicare la presenza di una sessualità a volte ibrida oppure di una spiccata sensualità, oppure ancora della ricerca di una femminilità sopra le righe, tanto seducente ed irresistibile quanto, per contro, inafferrabile e sfuggente’ Una donna, certo; una donna bellissima, ma che dall’ombelico in giù donna non è, quindi, di conseguenza, paradossalmente va a perdere proprio il fulcro del suo essere donna, se vogliamo la parte essenziale e sessualmente rassicurante. I Tritoni, invece, dal canto loro, esibendo queste peculiarità, forse vogliono sottolineare ciò che la doppia coda esprimeva in origine pur non rinunciando alla voglia di essere cercati ed inseguiti perché anch’essi creature sfuggenti.

Figure leggendarie multiformi e poliedriche che ben aderiscono alle più diverse ed effimere sensazioni umane: un incontro lì dove la vanitas del momento si fonde con l’eternità del mito.

Occhio solo a non fare la fine della Sirena di Magritte… lì sì, sarebbe un problema!

"La Sirena rovesciata". Magritte (1937)
“La Sirena rovesciata”. Magritte (1937)

Palmira, splendida “sposa del deserto”. Racconto di un viaggio che (ancora) non ho fatto

Questo che vi scrivo col cuore a mille è un post diverso dal solito. Non è un archeoracconto. E non è neppure un suggerimento di viaggio ispirato da qualcosa che ho fatto davvero. E’ uno sfogo, un urlo rappreso tra le sabbie di quel deserto oggi così martoriato. E’ un sogno, un desiderio: quello di visitare la Siria, magica ed antica terra dove l’uomo ha iniziato a lasciare le sue tracce sin dal periodo Paleolitico con la cultura detta “di Giabrud”.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ho viaggiato moltissimo nel Mediterraneo. Mi sono riempita gli occhi con le sontuose e possenti rovine di Leptis Magna, di Dougga e di Sabratha. Ho potuto salire gli scalini del teatro cretese di Gortyna. Mi sono emozionata tra i colonnati di Gerasa e persa tra le enigmatiche tombe rupestri di Petra. E ancora la Turchia, con le sue scenografiche città terrazzate e i paesaggi struggenti di millenaria bellezza. Ma per varie ragioni non son mai riuscita a fare un viaggio in Siria, cosa che invece avrei sempre voluto.

Una terra strategica, porta d’accesso per il deserto d’Arabia ma anche per le importanti vie carovaniere che si spingevano verso Oriente con carovane cariche di spezie, tessuti preziosi, gioielli e profumi. Città carovaniere ammantate di fascino come Palmira, la splendida sposa del deserto, che diede i natali a cotanta regina: Zenobia la straordinariamente bella, colta e coraggiosa sovrana, moglie di Odenato, che osò sfidare la potenza di Roma.

Palmira, un nome che trasuda poesia, una sorta di lontana armonia d’Oriente riecheggiata dai venti e dalle fluide dune del deserto. Quella platea, cioé quella lunghissima via colonnata al cui centro si apre, come un respiro, la famosa piazza ovale con arco tetrapilo (distrutto!) e con quell’originale, inusuale, esotico arco di snodo a pianta triangolare! E quel gioiello che era (purtroppo dobbiamo usare l’imperfetto) il teatro, anch’esso distrutto!

Te la immagini, evanescente sogno di colonne e fregi arricciati, persa tra le atmosfere opalescenti dell’alba o accesa dalle luci infuocate del tramonto. Da sempre, sin dai tempi del liceo, un mio grande sogno.

Dicono sia un viaggio non semplice quello per Palmira; occorre dragare, nel senso letterale del termine, uno scomodo e sgradevole tratto di deserto ghiaioso e polveroso per raggiungere un bivio (che definirei drammatico): a sinistra Palmira, a destra Bagdad.

Un brivido, un timore che scorre sotto pelle anche standosene a casa… e si procede verso questa città fatata persa nella storia e minacciata dal più oscuro presente che a fatica si possa (sebbene non si voglia) immaginare. Palmira, simbolo di un Paese, di un popolo.

Dicono che all’alba il sole sembri levarsi più lentamente del solito su questi resti carichi di magia, quasi a volerli vedere più da vicino, a volerli accarezzare con la sua luce rosea e dorata, quasi a voler lui per primo, ogni giorno, assistere a questo spettacolo color ocra ritagliato contro un cielo che da lilla si fa blu e poi ancora più blu, come i lapislazuli che adornavano le dame palmirene.

Credo che aver visto Gerasa (oggi in Giordania) in parte mi aiuti. Mi aiuti a ritrovare quei colori, quei profumi, quelle sfumature… ma anche quelle persone: i venditori di acqua, di thè aromatizzato al cardamomo, di tappeti e di kefiah. Quei volti di donne dai profondi occhi scuri ammantate in colori sgargianti che fugacemente mostrano denti bianchissimi aprendosi in un sorriso di saluto e di benvenuto. Quei visetti sempre un pò arruffati di dolcissimi bimbi dagli immensi occhi neri, felici di farsi scattare una foto e ricevere una caramella o un chewing-gum o magari, perché no, qualche moneta… Vivo il ricordo di una bimba che all’epoca avrà avuto suppergiù 3 anni, dal profilo dolce, le lunghe ciglia nere, protetta da un cappellino rosa con la visiera che la faceva sembrare una bambola di porcellana brunita… Lei era felice e serena; giocava coi ninnoli che la madre proponeva ai turisti e ci fissava curiosa. Vorrei che anche oggi tutti i bimbi di Siria fossero come era lei quel pomeriggio: felici, sereni e curiosi, non travolti da un orrore indescrivibile troppo più grande di loro…

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Dichiarata patrimonio dell’Umanità nel 1980, oggi vituperata e violentata come la sua stessa gente. Una terra dove oggi, ahimé, le stelle stesse si nascondono, la luna stessa si nasconde, per fuggire all’incubo. Ma è una terra fiera, resa nei secoli potente dalla sua geografia e dalla sua storia, culla dell’umanità neolitica europea, culla delle prime civiltà di villaggio e dell’idea stessa di città se pensiamo a siti come Ugarit e Tell Ramad, o come Hama sull’Oronte. Per non parlare di Ebla, città egemone dal punto di vista economico e culturale sin dall’Età del Bronzo. Città in perenne bilico tra difficili e fragili equilibri fra le diverse potenze mesopotamiche, ambita da potenze straniere, ma sempre rialzatasi e nuovamente arricchitasi.

La poderosa fortezza di Dura Europos, fondata da Seleuco I Nicatore sui resti di un preesistente insediamento semitico, “padre” della dinastia dei raffinati sovrani Seleucidi in posizione dominante sulla riva destra dell’Eufrate. E se pensate che proprio qui è stata identificata una delle primissime chiese cristiane (!!), datata alla metà del III secolo d.C. Una città piazzaforte, baluardo strategico contro i temibili e temuti Parti, ma che vide nel 165 d.C. la vittoria trionfante dell’imperatore Lucio Vero. Siamo su una linea di frontiera, di presidio delicatissimo; un presidio sempre presente ma mimetizzato tra le sabbie e tra le sinuosità di una raffinata sequenza di fortezze e punti di avvistamento basata sulla mobilità delle truppe, delle merci e dei mercanti. Strade quasi a volte impercettibili, ma stabili e conosciute. Percorsi camaleontici ma battuti. Non certo una “muraglia cinese”, ma un limes fluido ed elastico, ancor più di quello africano, fatto di veri e propri fasci di strade ritagliate tra le oasi e le ingannevoli dune.

I Seleucidi. Una potenza ellenistica che, dopo periodi di straordinaria ricchezza e dopo aver fondato decine di floride colonie tra cui citerei Antiochia sull’Oronte, Apamea e Laodicea, si sono dedicati a rendere prestigiosa, elegante e raffinata questa terra. Un’attività edilizia irrefrenabile, costosa e monumentale; commerci fiorenti. Templi grandiosi. Puro spettacolo. Finché giunsero all’inevitabile scontro con Roma che si risolse con la sconfitta subita da Antioco III da parte di Lucio e Publio Cornelio Scipione prima alle Termopili e poi a Magnesia sul Sipilo nel 189 a.C.La Siria divenne provincia imperiale romana.

E quella che i Seleucidi chiamarono Beroea e che noi oggi conosciamo come Aleppo, antica e fulgida “capitale del nord”, non lontana dal confine con la Turchia. Una delle città più antiche del mondo, abitata ininterrottamente dall’XI secolo a.C. e dichiarata Patrimonio dell’UNESCO dal 1986. Un territorio da sempre strategico, a metà strada tra il mare e l’Eufrate; un centro da sempre cosmopolita in quanto città carovaniera dove si incrociavano mercanti e milizie provenienti da ogni angolo del Mediterraneo così come dalle più remote terre d’Oriente. Una città gioiello, in filigrana di pietra grigia, oggi quasi del tutto rasa al suolo da una furia cieca e senza scrupoli.

 

Vorrei citare un passo delle memorie di viaggio redatte dallo storico dell’arte Cesare Brandi (1906-1988) e apparso per la prima volta nel volume “Città del deserto” del 1958:

“Su quella vegetazione contenuta ma violenta, il cielo si tendeva come gonfiato dal vento. La città assurda e straordinaria, che godé di una potenza quasi inconcepibile – arrivò sino all’Egitto – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, s’abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico, e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.”

E quindi? Cos’è questo post? Un viaggio impossibile? No! Un viaggio che si auspica sia di nuovo fattibile e che questa terra magnifica torni a risplendere nel ricordo del suo glorioso passato e in omaggio a Khaled Asaad, eroico direttore del sito archeologico di Palmira che per non rivelare i luoghi in cui aveva nascosto i reperti più preziosi è stato barbaramente ammazzato. Per lui è stato chiesto il Nobel.

Un viaggio che tutti potremo fare quando finalmente le stelle torneranno a sorridere da dietro la cortina di polvere che le ha oscurate. Quando quei bimbi innocenti torneranno a guardare il mondo sereni e curiosi e, coi visetti puliti e sorridenti, potranno diventare adulti con la voglia di cambiare il mondo!

Stella

Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

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#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

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Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

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E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

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E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

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Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

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E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

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E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella

 

22 febbraio 1300. Giubileo di papa Bonifacio VIII. Passaggio in Valle d’Aosta

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN S. BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricoveroper i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso diBosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITA’

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis(oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, mail paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella)

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Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella

La Fata della morena di Gressan. Una passeggiata tra natura, leggende e musica.

Solo una manciata di km da Aosta risalendo il corso della Dora; solo una manciata di km per ritrovarsi immersi in uno scenario da favola. Prati in leggero pendio i cui confini sfumano nei freschi boschi dell’envers, riccioluti meleti e vigne ordinate ricamano il territorio di Gressan.

Il capoluogo e tante frazioni, gruppetti di case strette le une alle altre; strade, stradine che si inerpicano tra antichi fontanili, ruscelli, orti, giardini e venerande cappelle. E ancora torri, antiche dimore, granai e fienili sorvegliati dalla mole tondeggiante del Castello di Villa.

Al centro di questo paesaggio si erge un’altura: la morena della Côte de Gargantua. Allungata e sinuosa si dice conservi il dito mignolo del leggendario gigante Gargantua, figlio di Grandgousier sovrano del regno di Utopia. La Côte è una lingua morenica che si allunga nella pianura dividendo i villaggi di Gressan; è una riserva naturale protetta nata da depositi di origine glaciale contraddistinta da un ambiente steppico, prevalentemente arido, regno di numerose specie animali e vegetali. Qui  si possono incontrare la lucertola muraiola, il ramarro, il biacco e molte specie di lepidotteri e coleotteri.

NELLA TERRA DELLE FATE

Ma non solo. Questo è un posto magico, denso di leggende e di racconti popolari. Se da un lato si crede che la morena sia legata ad un Gigante, altre voci la vogliono creata dalle Fate. Si narra infatti di due Fate tessitrici che, coi loro fili, scesero a valle dai ghiacciai e, tessendo tessendo,formarono un enorme gomitolo: la morena di Gressan. Qui si stabilirono, ma poi vennero cacciate da San Grato perché ritenute creature malvagie.

Un’altra versione parla invece di un’unica Fata, abilissima nel lavorare la lana, che chiese ospitalità agli abitanti di Gressan i quali, però, timorosi, gliela negarono. Per vendetta la fata raccolse nel suo gomitolo magico la terra e le vigne creando una barriera che divise per sempre i villaggi della piana.

Un luogo insolito questa morena. Un luogo dove, comunque siano andate le cose, la fata si era ritirata in solitudine e, silenziosa, si era negata per secoli. In pochi la sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista Giuliana Cunéaz: una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste arcane credenze popolari, riportandole nei loro luoghi.

Le Fate. Creature del sogno, della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di montagne, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli a seconda dell’atteggiamento e della natura degli uomini. Vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili.

E  sabato 7 giugno 2014 è tornata a parlare la Fata della morena di Gressan e la sua voce riesce a ha trasportare in un’altra dimensione; ognuno col suo sentire, ma tutti uniti da un “filo rosso”, il filo del gomitolo, simbolo della Fata tessitrice.

E’ trascorso oltre un anno, ma la Fata sa ancora farsi sentire da chi la va a cercare con animo aperto al dialogo con la natura.

Una volta saliti sulla cresta morenica troverete il leggio incantato: provate ad ascoltare…

Stella

Girali, fogliami e bestiari. Tra Medioevo e Rinascimento nel chiostro “segreto” della Cattedrale di Aosta

Esco oggi con questo mio contributo al bellissimo chiostro quattrocentesco della Cattedrale di Aosta perché, in qualche modo, proprio ieri (8 giugno) era il suo “compleanno”… o quasi! Eh sì, infatti fu proprio l’8 di giugno del 1442 che otto canonici della cattedrale stipulavano il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con l’architetto savoiardo Pierre Berger di Chambéry. Inizio vero e proprio dei lavori previsto per marzo 1443.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procede a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale.

Appena 4 anni più tardi, nel 1460, il chiostro era effettivamente terminato. Capo cantiere il “lathomus” Marcel Gérard di Saint Marcel.

Bene, dopo questo necessario avant-propos, entro subito in medias res. Due domeniche fa, complice una mostra sulla vita di Santa Teresa d’Avila allestita proprio nel chiostro, riesco a rientrarci e ad apprezzarne nuovamente la particolare luce e l’atmosfera raccolta. Quella porta nella navata nord, purtroppo sempre tragicamente chiusa, era aperta! Quella porta che consente l’accesso a questo vero e proprio gioiello quattrocentesco. Naturalmente non è il primo e l’unico! Prima di questo qui sorgeva un altro chiostro di epoca romanica, quello che si decise di sostituire a causa della sua imbarazzante vetustà e i cui materiali superstiti vennero reimpiegati nelle fondazioni dei “nuovi” muri perimetrali.

Una pianta rettangolare ma irregolare; uno spazio relativamente ridotto e assolutamente violentato dalla costruzione dell’ingombrante cappella neogotica del Rosario che lo ha radicalmente defunzionalizzato interrompendo il corridoio sud.

L’occhio immediatamente viene attratto dalla luminosità dell’insieme, dominato dall’argento dei pilastri e delle colonnine e dall’oro degli archi e dei capitelli. Sì, perché queste sono le sfumature cromatiche cui rimandano i materiali qui impiegati: l’argento del marmo bardiglio e l’oro dell’alabastro unito a quello, più caldo, del travertino. Poi, a guardare con più attenzione, ci si rende conto che sono almeno due le qualità di bardiglio utilizzate: una più ruvida e omogenea, l’altra con delle splendide venature madreperlate. In tanti aspetti si potrebbe riconoscere l’alternarsi dei due gruppi di maestranze: dalla scelta del marmo, fino allo stile dei capitelli e dei due portali d’accesso che collegano il chiostro alla navata nord della cattedrale.

Già, i capitelli. Appena entrati si viene accolti, sulla destra, da un “mostriciattolo”, una sorta di doppio diavoletto cornuto, naturalmente posto in angolo, quasi a voler controllare le due direzioni e a voler simboleggiare le scelte umane, spesso “diaboliche”, spesso ingannevoli…

Ci si potrebbe aspettare una serie di capitelli istoriati e figurati, un pò sulla scorta di quanto magari già visto a Sant’Orso. E invece no! Intanto non dimentichiamo che questo chiostro è del XV secolo! Sì, ma qui si assiste ad un ibrido affascinante… Niente di gotico innanzitutto! Una sequenza armonica di arcate a tutto sesto rimanda subito all’orizzonte classico romanico, a quelle teorie di arcatelle così frequenti sui sarcofagi… Linee nitide, geometricamente pulite, dall’aria famigliare e addirittura “mediterranea”, ravvisabile soprattutto nei decori a fogliame di molti capitelli. Non solo figure o animali insoliti, infatti, ma tanti elementi vegetali, dalla vite (coi suoi pampini ricchi di evangelico senso), al colto e raffinato girale d’acanto corinzieggiante. Per approdare, infine, ai numerosi capitelli recanti il nome dei canonici, così come dei maestri d’arte operanti in cantiere.

La lavorazione dei pilastrini binati delle arcate, poi, è davvero un capolavoro d’arte e maestria. Guardateli con attenzione: sono sfaccettati come fossero pietre preziose! E inoltre notate la straordinaria ricercatezza: il lato interno e quello esterno non sono lavorati alla stessa maniera: qui linee tondeggianti e poligonali si alternano, volumi cilindrici si contrappongono e si richiamano arrivando a comporre quasi un chiostro “double face” di eccezionale eleganza.

Possibili confronti? Certo, entrambi savoiardi: Il chiostro della cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne e quello (ahimé solo parzialmente conservatosi) del priorato del Bourget du Lac.

Un luogo assolutamente suggestivo in cui si fondono le eredità del medioevo alpino, le solide reminiscenze classiche e le influenze del primo Rinascimento. Questo chiostro va considerato come uno dei monumenti più significativi ed emblematici del tardo gotico delle Alpi occidentali, come già sottolineò Bruno Orlandoni (“Architettura in Valle d’Aosta. Il Quattrocento”, 1996).

Con tutti questi pensieri e queste riflessioni arrivo fino a dove mi è concesso, fino al portale orientale, quello col profilo modanato che, forse, si attribuisce a Marcel Gérard. Peccato non poter compiere l’intero percorso, da veri aspiranti “peripatetici”. Peccato questa cappella proprio nel mezzo! Mi fermo, mi siedo sotto un’arcata. Guardo, cerco di assaporare il gusto di ogni minimo dettaglio: i chiaroscuri della luce che rimbalza tra le arcate dei portici, le ombre dei rilievi che profilano i decori dei capitelli così come le venature cangianti dei materiali lapidei, il beige poroso e “romaneggiante” del calcare, la solida trasparenza dell’alabastro (che si dice cavato a Courmayeur, forse alle falde del Mont Chétif), l’eleganza imperitura del bardiglio (Aymavilles o Villeneuve?) e la lontana voce dei riempieghi…alcune lastre forse in origine appartenenti alla pavimentazione del foro romano, passate poi nel chiostro del XII secolo e poi…forse ero seduta proprio su una di quelle!

Trascorrere del tempo qui, in questo chiostro appartato e ricco di storia, è un’esperienza meditativa dal sapore insolito e mistico… peccato sia praticamente sempre (tristemente) chiuso… appena visibile attraverso la grata di un cancello.

Stella

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Castello di Montmayeur. Storia di un (lungo) assedio

E’ arrivata l’estate? Mmmh… quasi. Ma un sabato mattina col meteo accettabile, per quanto non proprio totalmente sereno, decidiamo di infilare gli amati (ma parecchio trascurati) scarponcini da trekking e..via! Si parte alla volta dell’Alta Valle, più precisamente verso Arvier (circa a metà strada tra Aosta e Courmayeur).

Voglio portare Leo a visitare la Riserva naturale del Lago di Lolair e poi al Castello di Montmayeur. Il programma è accolto con grande entusiasmo per fortuna! Tappa al supermercato di Arvier per procacciare il pranzo (dove oltretutto incontro una mia ex alunna dei tempi in cui insegnavo al Liceo Linguistico di Courmayeur e questo mi fa un immenso piacere!).

Sicuri che non saremmo rimasti digiuni, via verso la frazione di La Ravoire, a 3 km da Arvier lungo la strada che porta in Valgrisenche. Accolti dalla graziosa cappella con la facciata affrescata in vivaci colori tra il blu ed il rosa, parcheggiamo appena sulla destra e inforchiamo il sentiero che, dopo aver attraversato il bel villaggio, sale nei boschi di latifoglie verso il lago di Lolair.

E’ una splendida passeggiata lungo la quale incontriamo solo 2 persone (decisamente più “agonistiche” di noi visto quanto “corrono” sù per i tornanti!!); sì, effettivamente noi siamo del club “montagna meditativa” e assolutamente non ci sogneremmo mai e poi mai di metterci a correre..anzi, ci fermiamo spesso per ammirare la natura, annusare l’aria apprezzandone i profumi e le sfumature, bere un goccio di thé (il thermos è immancabile!) e scattare foto!

ASSEDIO – PARTE I

Arriviamo ad un bivio evidenziato da una cappellina azzurra dedicata alla Vergine e a S. Antonio “per grazia ricevuta”; verso destra si sale verso Planaval (e oltre), stando a sinistra si continua in direzione Lolair. Da qui la vista spazia verso est aprendosi sui boschi e sui villaggi fino alla piana di Aosta. Ed eccola, solitaria, severa, lapidea…la torre di Montmayeur svetta in lontananza sulle cime dei pini e dei larici indicando l’altura rocciosa su cui sorgono i resti dell’antico maniero. Foto di rito. E’ partito l’assedio! Da lontano studiamo l’avvicinamento al castello!!

Presi dalla chiacchiera ci inoltriamo lungo un sentiero che, da un certo punto in poi, si fa sempre meno evidente fino a condurci all’interno di una boscaglia pazzesca…mah..vedrai che poi migliora, in fondo è primavera, il sentiero magari non è ancora così frequentato…sì, ma il lago dov’è?! Eppure il cartello lo dava assolutamente vicino… stufi di giocare ai “vietkong” in mezzo alle invadenti ramaglie (per poco non ci lascio un occhio…), decidiamo di tornare sui nostri passi. Prova di là: vedi c’è un ponticello? Sì, ma un ponticello verso il nulla…poi, scrutando verso l’orizzonte, noto il baluginare della superficie d’acqua: ecco il famoso lago!! Caspita, gli eravamo passati accanto, ma la folta vegetazione e i canneti lo mimetizzano a tal punto da renderlo invisibile!! Proviamo ad avvicinarci…attenzione che non si capisce dove inizia l’acqua…poi quando il piede affonda nel fango, allora la trovi!

Bene, dai..comunque l’abbiamo trovato! Peccato però non potersi avvicinare alla riva o fare il periplo…magari si torna in autunno!

Breve ma necessaria pausa pranzo al sole e poi via di nuovo; si scende a La Ravoire per far scattare l'”assedio – parte II”!

ASSEDIO – PARTE II

Arrivati sulla strada per Valgrisenche facciamo un pò “avanti-indietro” per trovare l’imbocco del sentiero di collegamento con Montmayeur…sapevo che c’era, deve esserci!! Macché…non l’abbiamo trovato! Caspita, oggi è giornata! Il lago invisibile, il sentiero invisibile… Alla fine “tagliamo la testa al toro”: auto e via verso Arvier per prendere il sentiero (più sicuro) che parte dal villaggio di Grand Haury!

ASSEDIO – PARTE III

La stradina che sale a Grand Haury richiede molta attenzione nella guida: tante curve e curvette, e la carreggiata è un pò “giustina”..diciamo così..poi se ci si mettono i ciclisti..il gioco è fatto! All’inizio del villaggio un piccolo parcheggio è provvidenziale; subito i segnavia indicano per il Castello di Montmayeur appena 12 minuti di cammino..woww!! Benissimo! Ci infiliamo nella via centrale del villaggio ammirando, prima di tutto la bella cappella da poco restaurata, e una serie di case davvero graziose. Qui ci sono anche 2 B&B: la “Méizon de Felise” (che in realtà sono appartamenti per vacanze)e “Les Chevreuils”..un luogo incantato..io, venissi qui in ferie, alloggerei volentieri quassù! Guarda qui, guarda lì..arriviamo in fondo al villaggio; superiamo un mulino sulla destra e la strada finisce…della deviazione per Montmayeur neppure l’ombra! Ma insomma, cos’è?! Un “karma” tremendo oggi! Proviamo a proseguire imboccando un largo sentiero che si inoltra in salita nel bosco…dopo 3 tornanti decidiamo che sicuramente la strada è sbagliata, anche perché il castello era abbondantemente alle nostre spalle! Torniamo sui nostri passi aguzzando la vista; di certo la deviazione doveva aprirsi sulla nostra sinistra..ma dove?? Cavoli! Montmayeur è un castello che si vede benissimo da lontano, ma diventa invisibile quando gli sei vicino…

Finalmente noto uno spigolo di muro su cui qualche anima pia ha segnato una freccia gialla seguita da un cartello di legno con scritto “Montmayeur”!! Eureka!! Da non credere…prima davvero ci era sfuggito! Imbocchiamo un passaggio coperto che ci porta nel giardino di un’abitazione…e adesso? L’istinto dice di prendere a sinistra attraversando un prato..proviamo, al limite torneremo indietro..tanto oggi va così a quanto pare… Uno steccato che si insinua nel folto del bosco ci lascia ben sperare…evviva!! E’ il sentiero che stavamo cercando! Costeggiamo un ruscello in leggera e costante discesa fino ad un bivio dove i segnavia indicano l’arrivo del sentiero proveniente da … La Ravoire!! Ma allora c’era!! Lo sapevo! Chissà però da dove avremmo dovuto prenderlo…io vorrei scendere solo per il gusto di togliermi questa curiosità..ma Leo ha male ad un ginocchio e da sola non mi va…amen! Ma ci torno, ah se ci torno! Ed eccoci, infine, ai piedi della rocca tanto agognata! Montmayeur…ci siamo!!

Stella

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