Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella città alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana città di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane età. Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacità strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua eredità e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarà il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinché protegga i nostri affari e commerci!”.

E così fu fatto. Ma già quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocità erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sì? Bene, vorrà dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era già un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

Finché la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprì gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

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La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

Finché non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

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“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perché ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo è il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunché! L’acqua è pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

Finché un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi è permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimé… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sé e sé; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non è tutta opera sua! Chissà chi avrà pagato, chi avrà convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscurità finché si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepì quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? Perché mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinità sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…Perché mi segui? Non mi è forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio è mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sì che è buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernì Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrà rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentì. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finché entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserà mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerà il mio acquedotto e sarà posto sotto la tua protezione. Nessuno oserà mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; silevò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

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Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metà giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissà che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

 

Stella

 

 

 

 

Courmayeur. Le ombre del castello perduto

Bianca aveva 17 anni e abitava a Courmayeur da sempre. Frequentava il liceo linguistico del paese e l’anno prossimo avrebbe avuto la maturità. Amava molto studiare: conoscere lingue diverse le apriva la testa, ma anche il mondo! Viaggiare…un grande sogno da sempre! Ma ugualmente aveva una forte passione per l’arte, la storia… conoscere il passato la incuriosiva e la affascinava… forse l’aveva ereditata dalla nonna archeologa, chissà!

Ed era stata proprio la nonna a raccontarle innumerevoli storie e leggende non solo sul suo paese, ma su tutta la Valle d’Aosta. Ben presto aveva iniziato a incuriosirsi sui tanti castelli, torri, caseforti che punteggiavano quelle montagne.

Finché un giorno, ancora bambina, le chiese: “Ma, nonna, e qui a Courmayeur? Non c’era un castello?“. “Certo che c’era, Bianca! Solo che purtroppo oggi non esiste più… si trovava nei pressi della chiesa, sai? La sua mole incombeva sull’attuale piazzetta del Brenta e sovrastava una via Roma, un tempo chiamata via Margherita di Savoia, assai più stretta di quella che percorriamo adesso!

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Il condominio Brenta, così chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secolo”, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. “Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia così intensa…”.

E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, abitato da streghe e fate, di giganti e demoni; popolato di tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.

Aveva 17 anni Bianca e, come già faceva da un paio d’anni, l’estate cercava sempre qualche lavoretto per “arrotondare”. E a Courmayeur il lavoro non mancava! Era fine luglio, per l’esattezza il 27 (festa patronale di San Pantaleone). Quell’anno, però, avrebbe perso la “veillà” perché di sera doveva fare la baby-sitter. Una coppia di turisti l’aveva contattata per badare al piccolo di cinque anni dalle 19 alle 24. Perfetto! Nessun problema! E a pensarci bene, se non fosse stata troppo stanca, sarebbe anche riuscita a raggiungere le sue amiche!

Bianca amava i bambini e conosceva un sacco di giochi da fare insieme! Questa famiglia abitava al condominio Brenta.

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Caspita! Ne sentiva parlare fin da quando era piccola ma non ci era mai entrata! Non sapeva perché, ma si sentiva insolitamente agitata. Appena entrata, quel vano ampio e semi buio avvolto nel silenzio le mise un pò di inquietudine. Non volle prendere l’ascensore e, salendo le scale fino al 4° piano, le venne spontaneo guardarsi attentamente intorno, quasi alla ricerca di un qualche indizio del castello scomparso (“magari qualche pietra, qualche stipite…”- pensava – memore dei racconti della nonna). Ma niente!

Improvvisamente un botto alle sue spalle. Bianca si voltò di scatto. Sembrava che qualcuno avesse chiuso bruscamente una porta, ma… non vide nulla né sentì nessuno. Era quasi arrivata. Una raffica di vento gelido la fece rabbrividire. Eppure, da dove poteva essere entrata? Non vedeva finestre aperte e, oltretutto, era un luglio decisamente caldo… Era assorta nei suoi pensieri quando la porta davanti a lei si aprì: “Bianca, è lei? Posso darti del tu?”. Bianca sobbalzò; “Sì, sì… mi scusi… io non… certo! Sono in anticipo, ma..”. “Perfetto! Hai fatto bene! Il piccolo Giovanni non vedeva l’ora che arrivassi. Entra pure che ti mostro la casa…”.

Giovanni era un bel bimbo paffutello coi capelli rossi e un paio di grandi occhi blu! Fu un vero piacere stare con lui e Bianca riuscì presto ad incantarlo con i racconti della nonna. Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non è possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.

“Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papà che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’è?! Per favore!! Resterà il nostro segreto!”.

Curiosa com’era, Bianca acconsentì e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’è una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, è tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscì ad aprirla. Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”.

Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscurità con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentì l’aria fresca della sera. Uscì su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sì, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte. Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava… 

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“Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva. “Giovanni…?”.

“Sì, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’è! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! Là avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo così mi quieterò!”.

Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo! E’ l’unico angolo che non è stato distrutto… per fortuna!”

E fu così che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora. Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare.

Giovanni la precedeva con una torcia. Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprì e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini.

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“Ma, è lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete è rimasto, ma è invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.

“Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta. Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva!

“Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.

Bianca non riuscì nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…

Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era già più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.

“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”.
A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti.

Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora è la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.

Roux (non avrebbe potuto chiamarsi in altro modo, del resto) era dilagante! Parlava come un fiume in piena e si capiva subito di che pasta era fatto: un leader dal carisma travolgente!

Bianca passò per le stesse sale viste prima con Giovanni, ma erano diverse! Diversi i soffitti: non più travi in legno, ma volte a unghia e ad ombrello. Un maggior numero di camini, ma più piccoli. E, al piano nobile, persino una piccola galleria ingentilita da decori dipinti e stucchi. Scesero nell’elegante corte proprio nel momento in cui una splendida carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, entrava dal grande cancello.

“Bene”, esordì Roux Favre, “ecco il futuro proprietario del mio palazzo: il barone Pierre-Léonard Roncas! Anche lui di origini vallesane… eh, buon sangue!! Un uomo che si è fatto da solo, sai? I suoi nonni erano semplici macellai! Poi suo padre ha avuto la fortuna, la possibilità e l’intelligenza di studiare e diventare un medico affermato, molto noto in Aosta. E lui, beh… in Valle non esiste un uomo più ricco e potente! Ti dico solo che è il Primo ministro e Consigliere di Sua Eccellenza il Duca di Savoia… e non occorre dilungarsi oltre, mia cara!”

Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio così importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprì. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori.

Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito!

“Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto è “Omnia cum lumine“. Lei conosce il latino, vero?”

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Bianca era tesa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “Sì, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, …vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! Sì, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica!”

“Mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguì e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore. Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca: “Sì, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”.

Bianca trovò un minimo di coraggio: “Barone, sa, proprio tre anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: è stupendo, raffinato… non credevo…”. “Esatto!”, irruppe il barone, ” sobrio all’esterno, ricco e trionfale all’interno! E, mi dica, cosa l’ha colpita di più?”.

“Beh, gli affreschi a grottesche! Mi hanno sorpresa! Non se ne vedono molti qui in Valle, anzi… inoltre, soggetti mitologici, vedute di paesi esotici, marine… davvero inaspettato! E sono rimasta incantata dalle raffigurazioni astrologiche del loggiato superiore. Subito credevo fossero sbagliate perché i segni zodiacali non rispettano l’ordine canonico, ma poi mia nonna mi ha illustrato una sua ipotesi interessante e suggestiva…”

“Ah, sì?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtà indicato un quadro astrale ben preciso…”

“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla è a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito… Avrei voluto conoscerla!”

Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentì chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?”

Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano. Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.

“Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas è stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.

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“Ordine? Ma quindi adesso è… un convento?”, chiese Bianca disorientata. “Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben due secoli or sono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalità ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”

“Ah, non… sapevo, ecco… io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirà meglio, potrà scendere nel refettorio per la cena, se vorrà”.

E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas.

A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio. Tuttavia, già nelle scale qualcosa non era più come prima: si sentiva un allegro vociare, della musica e un profumo di buon cibo. I corridoi erano tutti illuminati con mobilio ricercato in stile “rétro” (secondo lei, naturalmente…), dei graziosi salottini dalle tinte pastello e dalle forme panciute che, nel salire, non c’erano affatto! Alle finestre splendidi tendaggi damascati color cipria e un numero imprecisato di comò con altrettante lampade deliziose a forma di fiore o in vetro multicolore.

Il vocìo era sempre più forte. Giunta sulla porta della sala da pranzo rimase senza parole. Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldini.

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Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?”.

Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”.

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Bianca si sentì immediatamente a suo agio e confessò il suo imbarazzo nel non avere abiti adeguati. “Non si preoccupi. Posso provvedere io, se mi consente… La affido a Jeanne: ha delle mani d’oro e saprà trovare la soluzione più adatta!”.

Jeanne era una cameriera “factotum” dell’hotel, nonché bravissima sarta! Avrà avuto circa 30-35 anni, bassina, paffutella e con una massa di ricci color rame che scappavano ribelli fuori dalla cuffia. Le stette subito simpatica!

“Una signorina bella come lei starà benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo, con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un voluminoso chignon.

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“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!”, cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.

“Forza! Cosa fai lì tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sì – pensò – in un posto così verrei volentieri in vacanza. Certo, non è un hotel cinque stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.

Un bel ragazzo inglese, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossì e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica. Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union già da due settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.

John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternità. Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).

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“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter riscoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso! La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come il sontuoso Hotel Royal Bertolini o come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante. “E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo è un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.

A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo è il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno.

Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.

“1958?! Ma come?”. Bianca corse alla finestra: infatti il cortile era nuovamente cambiato: l’ingresso era sottolineato da una colorata tenda parasole; sulla piazzetta tavolini, dondoli, sedie a sdraio con grandi vasi di gerani ovunque. Aveva bisogno d’aria e aprì.

A ulteriore conferma del periodo, Bianca vide tre auto parcheggiate nei pressi di un “Auto-Garage”: una Lancia Flaminia, una Giulietta Spider e una Ferrari 250 GT (le conosceva bene perché le auto d’epoca erano la passione di suo nonno!). Nel cortile udì parlottare due camerieri: “Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina.. eh, ho già sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.

“No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.

“Bianca… Bianca…”. La ragazza aprì gli occhi a fatica. “Sì?… chi è adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiamo fatto più tardi del previsto… é quasi l’una di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!

“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…

Finalmente uscì in piazzetta dove la veillà era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa,voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “No… non è possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…”

Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”

“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa… dai!”.

“E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”

Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’è un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”.

Bianca la seguì controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando. Mise a fuoco quel ragazzo dai capelli rossi e dagli occhi blu… non era possibile, era proprio lui, il “suo” John!

Bianca gli porse la mano inebetita, incapace di dire una sola parola. Ma ci pensò lui, in uno stentato italiano: “Piacere Bianca, non so perché ma mi sembra di conoscerti già… forse ti ho incontrata nei miei sogni?” I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la verità e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…”

Stella

 

 

Castellaccio di Pont-Saint-Martin. La maledizione della principessa

Il regno dei SanMartino occupava un territorio importante e strategico. Lì tutte le strade si incontravano: quelle dalla piana, quelle delle colline, degli alti valichi e del fondovalle centrale. E questo fu la base della loro straordinaria potenza e immensa ricchezza.

Purtroppo, però, dopo antenati attenti e lungimiranti amministratori, tutto passò (e non senza colpi bassi) al dissennato Guglielmo che, mai sazio di denari, iniziò a vessare i viaggiatori e gli abitanti con ogni sorta di tassa. Non contento, se ne aveva voglia, si divertiva a razziare villaggi, fattorie e a rapire giovani fanciulle che poi teneva rinchiuse nella torre a nord del suo maniero riducendole alla fame.

Una di queste, però, tanto affascinante quanto intelligente, riuscì a diventare qualcosa di più di un semplice capriccio. Si chiamava Perla ed era originaria di un villaggio poco a monte del castello. Sembrava davvero che Guglielmo si fosse finalmente innamorato e Perla, nel frattempo in dolce attesa, si aspettava che lui le chiedesse di sposarlo.             Ma purtroppo così non fu e, nata una bimba, Guglielmo la cacciò malamente obbligandola a vivere rinchiusa in una torre isolata che sorgeva proprio sul versante opposto della valle: la scura torre di Pratomozzo. Un luogo impervio che doveva il suo stesso nome al fatto di essere circondato da dirupi e burroni; lo stretto pianoro su cui sorgeva la torre era accessibile unicamente attraverso un ripido sentiero ritagliato nella roccia.

La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)
La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)

Lysia. Questo il nome che Guglielmo diede alla sua unica figlia che, negli anni, crebbe in bellezza ed intelligenza… ma anche, ahimè, in perfidia e avidità. Lunghi capelli rossi e ammalianti occhi verdi, come la povera madre; indole “nera” e insaziabile ambizione, come il padre.

Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)
Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)

Un padre che effettivamente la adorava e la viziava; anzi, provava una sorta di venerazione per quell’unica figlia. La sola ad essere stata riconosciuta. La sola che, nei progetti di Guglielmo, avrebbe dovuto governare il regno dei SanMartino dopo di lui, nei modi da lui stabiliti.

A Lysia era stato detto che la madre l’aveva abbandonata, cosa che a lei rendeva il padre ancora più importante e degno di rispetto. Invece Perla aveva trascorso gli anni che le restavano chiusa nella torre di Pratomozzo, nella più completa solitudine, pensando a quella bimba che le era stata strappata. Una notte, giunta ormai sul punto di morire, guardando le stelle dell’Orsa Maggiore, espresse un estremo desiderio:

“Guglielmo, maledetto sia tu e tutta la tua stirpe. Quella figlia che per te ora è vanto, per tutti e per se stessa diventerà tormento…”

Passarono gli anni. Guglielmo, afflitto nel corpo dai mali dell’età, ma soprattutto nello spirito per un’insidiosa forma di pazzia, morì suscitando il tripudio di molti, ma…

Ma il gaudio divenne ben presto paura quando a tutti fu chiaro di che pasta era fatta Lysia, vera erede del padre in tutto e per tutto! Chi osava disobbedirle, anche per futili motivi, poteva rischiare di non vedere l’alba del giorno seguente. Molti nobili, anche d’Oltralpe, si erano fatti avanti chiedendola in sposa o proponendo i loro rampolli, ma tutto era stato vano. Lei voleva regnare da sola e ambiva ad ampliare il regno paterno non esitando a muovere guerra ai vicini. E lei stessa, armata, scendeva in battaglia alla testa dei soldati brandendo lo spadone paterno, senza alcuna pietà.

Anche i suoi fedelissimi avevano paura di lei; e Lysia stessa non si fidava di nessuno.

Una notte d’inverno, qualcuno bussò al castello. Lysia era sveglia e, chiamata dalla guardia, scese all’ingresso. Davanti a lei stava una donnina anziana, piccola e malferma, avvolta in uno spesso mantello di lana. “Mia potente Signora, per favore, potete concedermi ospitalità per questa notte gelida?”, chiese la donna tremante.

Lysia inarcò il sopracciglio e stava per farla cacciare quando disse: “Vediamo se avervi come ospite mi conviene… chi siete?”. “Sono un’erborista, Signora. Se mi accogliete, posso mettere a vostra disposizione il mio sapere…”.

L’anziana scostò il pesante cappuccio che le copriva il volto e fissò Lysia con uno sguardo penetrante e ipnotico. “E’ sicuramente una strega” – pensò Lysia – “potrebbe farmi comodo…”.                                                                                                                                       “Venite, entrate pure… accomodatevi accanto al fuoco e raccontatemi di voi…”.

Ma la saggia anziana aveva subito percepito l’animo torbido e le reali intenzioni della principessa e  disse: ” Mia Signora, la fama vi precede ma non vi dipinge fedelmente… La gente di ogni contrada, anche lontana da qui, parla di voi con reverenza e timore, ma non con ammirazione… La vostra grande bellezza è nota quanto, tuttavia, la vostra ferocia, ma… ora che ho il privilegio di vedervi di persona, beh… il vostro aspetto supera ogni immaginazione, così come la vostra straordinaria ricchezza. Tuttavia non sembrate una cattiva persona…”.

A queste ultime parole Lysia si infuriò! “Io sono la principessa Lysia di SanMartino! Tutti devono obbedirmi e rispettarmi! Io decido della vita e della morte! Io devo essere rispettata e temuta perché valgo più di 100 uomini!”.

“Ma mia Signora, voi potreste manifestare il vostro valore in modo diverso… non con la guerra e l’odio… magari..”. “Taci vecchia!”, la interruppe Lysia, “Ascoltami! Tu conosci i segreti delle erbe, giusto?! Ebbene, esigo che tu mi prepari una pozione che mi renda la più forte, temuta, invincibile! Capito?! Altrimenti…”.

“Altrimenti?”, ribatté calma la donna, “mi farai rinchiudere nella torre di Pratomozzo come la tua sventurata madre?”.

Lysia sgranò gli occhi: “Cosa? Come ti permetti? Che vane parole osi pronunciare, vecchia! Mia madre mi ha abbandonata alla nascita!”.

“Se ti fa comodo crederlo… ma forse avrai modo di verificare tu stessa…”.

“Smettila, e datti da fare con quanto ti ho richiesto! Prima dell’alba dovrà essere pronto!”.

L’anziana saggia erborista si mise all’opera, sorvegliata da due guardie. Ai primi chiarori fece chiamare la principessa: “Ecco Signora, ciò che saprà rendervi la più forte, temuta e invincibile…”.

“Ottimo! Guardie, portate subito questa donna alla torre di Pratomozzo! Pare sia un luogo a lei gradito…” e rise maligna. Mentre veniva trascinata via la vecchia gridò:

“Se entro la prima luna piena di maggio nessuno ti avrà riconosciuta, nessuno mai più potrà farlo e in eterno la tua memoria sarà perduta!”.

“Vecchia pazza!”, pensò Lysia che avidamente bevve la pozione maledicendone il sapore terribile. Subito fu colta da un sonno insostenibile e si ritirò nella sua stanza.

Quando si svegliò le sembrava di avere un macigno addosso e la vista appannata. Faceva fatica a muoversi; era goffa e impacciata. “Ma che diavolo mi ha dato quella strega? Imbrogliona! Lo sapevo… ah, ho fatto bene a farla rinchiudere lassù!”.

Poi si alzò, molto lentamente ma… un urlo agghiacciante riempì il castello. Lysia vide la sua immagine riflessa nello specchio e…era un orso!

Un enorme orso fulvo, dal pelo rosso come i suoi capelli! Di lei restavano solo gli occhi: verdi, assolutamente inusuali per un orso. Non poteva parlare ma solo rugliare, come la belva che era diventata!

Uscì correndo dalla stanza cercando aiuto ma tutti, alla sua vista, scappavano terrorizzati. Le guardie, almeno i più coraggiosi, tentavano addirittura di ucciderla! La sua forza era immensa: con una sola zampata faceva volare in aria due uomini contemporaneamente. Con un morso poteva tranquillamente staccare di netto una gamba.

Dopo aver percorso tutto il maniero nella vana ricerca di un riparo, distruggendo tutto ciò che incontrava, lasciando vittime e feriti dietro di sè, riuscì ad uscire nascondendosi tra i boschi.

Immediatamente si sparse la voce che Lysia era scomparsa. Si diceva che un orso terribile fosse entrato nel castello e l’avesse divorata seminando il panico e mettendo in fuga tutta la sua corte e l’esercito.

Presto ci si rese conto che davvero l’erede dei SanMartino era svanita nel nulla! Alcuni intrepidi osarono entrare nel maniero deserto razziando tutto ciò che potevano e, per vendetta, distruggendo il resto. Gruppi di mendicanti e vagabondi vi si insediarono bivaccando, mangiando e bevendo fino all’esaurimento di ogni scorta disponibile. E prima di andarsene, per puro e gratuito divertimento, appiccarono il fuoco dove capitava. In poco tempo l’austero palazzo di una potente famiglia, non esisteva più, ridotto ad un cumulo di macerie e rovine, rapidamente divorate dai rovi e dalle ortiche.

Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)
Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)

Lysia vagava, muovendosi preferibilmente di notte, sempre all’erta, pronta a fuggire ad ogni minimo rumore. E raggiunse così l’altro versante, più boscoso e disabitato, pensando che proprio la torre di Pratomozzo, luogo avvolto da cupe leggende, dove mai nessuno osava andare, avrebbe potuto darle un valido riparo.

Giunse ai piedi del tetro torrione con le ultime luci del tramonto; il portone era stranamente divelto e, cauta, entrò.

“Eccoti! Ti stavo aspettando!”. Lysia sobbalzò! Emise suoni gutturali e ficcando gli occhi nell’ombra, vide una figura prendere forma pian piano… l’erborista! “Sapevo che la tua sconsiderata brama di potere ti avrebbe ridotta così! Ora sta a te, mia superba principessa! Intanto, tieni… un ricordo di Perla, la tua povera madre sventurata, rinchiusa qui da tuo padre…e morta pensando a te!”

Era un bracciale di magnifica fattura in oro massiccio con perle e rubini. All’interno un’incisione: lo stemma dei SanMartino e la scritta “A Perla da Guglielmo”. Rimase sconcertata! Un gioiello di sua madre! … allora, le voci erano vere! … E pianse finalmente tutte le lacrime mai versate in tutta la sua vita.

Avrebbe voluto poter parlare per chiedere all’erborista mille altre cose,anche solo per sapere come porre rimedio a tutti i suoi errori, ma la donna era scomparsa: al suo posto una splendida civetta dai grandi occhi magnetici aprì le ali e spiccò il volo.

Nel regno, intanto, regnava il disordine più totale! Vari nobili confinanti pretendevano di impadronirsi di un regno rimasto vacante. E molti cacciatori avevano avviato una capillare caccia all’orso sperando che, se avessero ucciso la belva colpevole, avrebbero potuto guadagnarci parecchio! I più coraggiosi si spingevano fino a Pratomozzo e l’orsa Lysia ne aveva già eliminati diversi. Le leggende sul gigantesco orso rosso divoratore di uomini che aveva preso dimora nella torre del diavolo ormai non si contavano più!

Passarono mesi, anni… Fino a che, in un pomeriggio di maggio, si avvicinò alla torre un giovane. Lysia lo spiava dalla sua tana tra le rocce. Il ragazzo era sicuramente un nobile: lo stemma sulla corazza parlava chiaro. Si muoveva guardingo, armato di arco e frecce.

“Eccone un altro”, pensò Lysia, “ma quando la finiranno? Aspetterò il favore delle tenebre e anche questo sarà mio!”.

Scese la notte. Una sottile falce di luna rischiarava debolmente il cielo di ponente. Il volto di Diana aveva ricominciato a crescere: quella era l’ultima possibilità di riscatto. Ormai Lysia aveva capito che le parole dell’anziana erborista erano vere e presto la profezia si sarebbe avverata. Ma forse, non le importava nemmeno più. Quante bugie le erano state dette! E di quanta ipocrisia lei stessa aveva vissuto… forse, a quel punto era meglio morire…

Lysia, con passo felpato, ormai esperta conoscitrice dei luoghi, capace di muoversi al buio, si avvicinò al giovane assalendolo alle spalle, quasi fosse stata un’ombra balzata fuori improvvisamente dal buio.

Il ragazzo si voltò, cercò di difendersi. Gli occhi di entrambi si incontrarono per un attimo e Lysia, con una zampata, lo ferì. Sotto di lei il giovane sanguinante respirava affannosamente; “Non uccidermi, ti prego! Me ne andrò, dirò a tutti che ho trovato le tue ossa, che sei morto… nessuno ti darà più la caccia ma, per favore, se mi capisci, non uccidermi!”.

Quelle parole prive di malvagità, colpirono Lysia a tal punto che decise di lasciarlo stare. Si accucciò mansueta al suo fianco scaldandolo col suo corpo e difendendolo dalle insidie della notte.

Al mattino il giovane si svegliò. Non riusciva ad alzarsi per la ferita al fianco. Subito vide l’orso accanto a lui che lo fissava pacifico. Co la zampa gli avvicinò dei frutti di bosco, quasi invitandolo a mangiare.

Il giovane non poteva credere ai suoi occhi! “Tu, tu mi capisci dunque? Grazie per avermi risparmiatola la vita… io.. o Dio ma sto parlando ad un orso, è assurdo!”.

Lysia rugliò sorniona. Il giovane si presentò. “Beh, non so chi tu sia… io mi chiamo Valesio. La mia famiglia domina le terre al confine tra gli alti monti e le colline arrivando sù oltre le cime innevate a nord. Siamo confinanti coi SanMartino… o meglio, col loro regno che, ormai, beh, non esiste più, insomma… l’ultima principessa, “Lysia la Terribile” è scomparsa nel nulla e ora in molti cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti. La guerra infuria, anche tra parenti! E molti dicono che la colpa sia del demonio fattosi orso; un orribile orso rosso… che.. forse, sei tu?”

Lysia non perse una parola. Si alzò ed entrò nella torre facendo capire a Valesio di seguirla. Una volta dentro gli indicò col muso una pietra smossa nel muro, sotto la finestra. Valesio capì e si chinò; tolse la pietra e trovò il braccialetto. Lysia lo fissò e fu in quell’istante che Valesio si accorse che quello strano orso aveva gli occhi verdi! Occhi che parevano… umani! E quell’orso stava piangendo, lì, davanti a lui!

“Chi sei tu? Di certo non un orso normale… Quale oscuro incantesimo ti ha trasformato?”. Lysia allora col muso sospinse Valesio fuori dalla torre e si fece seguire fino ad un luogo elevato da cui si vedeva bene il castello paterno. Giunti sul posto cercò di indicarglielo con la zampa, guaendo e guardandolo.

Valesio resto inizialmente perplesso, poi: “Cosa c’è? Vuoi andare al castello abbandonato? E’ molto pericoloso, sai? non so se è una buona idea… se ti vedono… ti uccidono all’istante!”.

Ma Lysia insisteva continuando a indicare il maniero. Trascorsero alcuni giorni, poi, quando ormai Valesio si era rimesso in forze, di notte Lysia andò a svegliarlo; e lui capì. Si misero in cammino con estrema prudenza, sfruttando le ombre e l’oscurità così come la luce di una luna ormai quasi piena. Giunti nel fondovalle tutto divenne più difficile; la salita al castello poteva rivelarsi fatale: cacciatori e delinquenti si nascondevano ovunque.

Lysia guidò Valesio lungo un sentiero più impervio e nascosto, poco noto. Pareva filare tutto liscio quando, all’improvviso, Lysia gridò e si inarcò dal dolore: una freccia l’aveva colpita alla spalla! Valesio si voltò di scatto: “Che succede? Chi è?!”. Una coppia di cacciatori balzò su di loro da una rupe intenzionati ad ucciderli entrambi.

Una lotta feroce in cui Valesio e Lysia riuscirono, sì, a mettere in fuga i due malintenzionati ma che vide il ragazzo ferito a morte con una coltellata al petto.

Lysia restava al suo fianco e gli leccava la ferita guaendo. Lo guardava e si ritrovò a piangere, pregando, in cuor suo, che quel ragazzo buono e generoso si salvasse.

Ad un certo punto la luna uscì dalle chiome degli alberi e li illuminò. Una splendida civetta volò su di loro e si appoggiò sulle mura di cinta del castello. E accadde qualcosa. Valesio aprì gli occhi e rimase senza parole. Lì, accanto a lui, una meravigliosa fanciulla avvolta da un ammasso scomposto di capelli rossi lo abbracciava piangendo. Al polso, il bracciale della torre. “Madamigella… voi..,”.                 A quelle parole Lysia alzò il viso e vide le sue mani, i suoi capelli… l’incantesimo era stato spezzato!

“Valesio! Valesio… la vostra ferita… non c’è più! Io… io… siete l’unico a darmi fiducia…”

“Ma chi siete?”, chiese il ragazzo. “Sono Lysia! Lysia di SanMartino! Lysia la Terribile… ahimé! Ma non sarà più così! D’ora in avanti tutto cambierà! E spero di avervi al mio fianco!”.

Valesio non chiese altro e l’abbracciò. Le sorti del regno erano state risollevate; Lysia, la principessa-orsa, aveva capito la lezione. E il suo matrimonio col nobile Valesio suggellò un’alleanza fortunata che portò finalmente pace e benessere.

 

Stella

 

 

 

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

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Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella

 

 

Buon Compleanno ROMA. Città eterna; AMOR senza fine!

21 aprile 2020 2773…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!

Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umidità nell’aria e sui colli. Romolo aggioga la coppia di buoi,  o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto più elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerà Roma.

Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperità ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura città dovrà essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.

Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.

21 di aprile 2020. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.

Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.

Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.

Già, il Pantheon: indiscusso capolavoro della più alta e raffinata ingegneria romana. Un tempio nato da una sfera ed in questa perfettamente inscrivibile. Un tempio dalla copertura a cupola così ampia e sorprendente da voler richiamare la stessa volta celeste. Un tempio, però, dall’orientamento apparentemente inspiegabile in quanto rivolge il suo ingresso a nord. Perché?

Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le città con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinità!).

Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e  Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda).

Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.

21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternità, il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.

Mi auguro che oggi sull’esterno Urbe il Sole non nasconda il suo volto…

Auguri Roma!

Stella

Castello di Introd. La misteriosa Signora e la corona di pietra

C’era una volta un antico regno dove gli uomini vivevano in pace e in armonia. Una natura di sfolgorante bellezza ammantava i dolci pendii che, dalle pendici della grande montagna sacra chiamata “Paradiso”, scendevano fino nel fondovalle dove scorreva lo spumeggiante fiume Aura dalle sabbie iridescenti.

In quel regno incantato tutti si davano da fare lavorando nei campi e nei boschi, allevando il bestiame, coltivando la terra e prendendosi amorevolmente cura di quanto li circondava.

Quel popolo mite e operoso non aveva bisogno di re o di comandanti: tutto filava liscio e senza dissidi. Come mai?

A monte del grazioso villaggio, di cui purtroppo non ci è dato sapere quale fosse l’antico nome, perdutosi nei secoli, viveva una saggia e anziana donna.

Immaginando la saggia e misteriosa "Signora"
Immaginando la saggia e misteriosa “Signora”

Per avvicinarsi alla collina dentro cui lei aveva ricavato il suo rifugio bisognava salire parecchio attraversando prati e boschi.

Introd - Plan de Morod (foto Patrizia Luboz)
Introd – Plan de Morod (foto Patrizia Luboz)

Infine si arrivava ad una meravigliosa radura circondata da altissime pietre. Questi enormi massi erano ricoperti di segni misteriosi che solo l’anziana “Signora” solitaria sapeva leggere e interpretare; solo a poche persone era permesso avvicinarsi, ma a nessuno di vederla.

Giunti ai margini della radura, prima di imboccare una specie di corridoio d’accesso delimitato sempre da grandi lastroni di pietra che, si diceva, fossero gli spiriti degli antenati, si chiamava la Signora a gran voce e si aspettava.

Introd - Il sentiero dei grandi lastroni di pietra (foto di Patrizia Luboz)
Introd – Il sentiero dei grandi lastroni di pietra (foto di Patrizia Luboz)

Solo dalla voce la saggia sciamana della valle riconosceva animo e intenzioni dando, quindi, ascolto oppure cacciando via chi non risultava gradito.

Era lei, con la sua sapienza, la sua veggenza e la sua magia, a far sì che nel piccolo ma florido regno tutto andasse per il meglio.

Ed era lei, e soltanto lei, che aveva il potere di comunicare col grande e potente spirito della montagna “Paradiso”. Si narrava, infatti, che fin dalla notte dei tempi quei luoghi fossero sorvegliati da un enorme drago di roccia e ghiaccio; una creatura benevola che, si raccontava, aveva coraggiosamente difeso quel regno dalle insidie di un terribile serpente. Questo mostruoso rettile primordiale voleva avvelenare tutto in modo da creare un lugubre e desolato deserto dove regnare indisturbato. Il suo talismano era una preziosa corona d’oro massiccio da cui non si separava mai.

Il grande drago di roccia lo affrontò e, dopo un lungo combattimento, riuscì a congelarlo e imprigionarlo sottoterra impossessandosi della corona, simbolo del suo potere. Un simbolo dalla forza incredibile che, se cadeva nelle mani sbagliate, poteva diventare un devastante strumento di distruzione.

Il drago del “Paradiso” aveva quindi deciso di trovare riposo nel cuore della grande montagna che, forse, proprio da lui prese il nome. La sua presenza garantiva pace e benessere.

Il drago nella montagna (disegno di Costanza Acerbi, 3 anni e mezzo)
Il drago nella montagna (disegno di Costanza Acerbi, 3 anni e mezzo)

La vecchia Signora era il tramite tra gli uomini e la potente creatura; per secoli questo perfetto equilibrio era rimasto immutato proteggendo il regno da ogni tipo di calamità, sciagura o inimicizia.

Ma, in un freddo giorno di tempesta, tutto questo rischiava di finire…

Giunsero insieme da un paese lontano, oltre le grandi montagne e le vaste brughiere. La loro terra da anni era sconvolta da malattie e carestia. I due fratelli decisero così di fuggire in cerca di fortuna. Rimasti soli, intrapresero quel lungo viaggio pieno di incognite verso la terra incantata del grande “Paradiso”.

Dopo mesi e mesi finalmente raggiunsero la meta. Subito si accorsero di quanto quel luogo fosse ricolmo di gioia e serenità. Tutti li accolsero col sorriso e a braccia aperte, offrendo loro aiuto e ospitalità.

I due fratelli, gemelli sebbene differenti, si ambientarono in fretta in quell’angolo di pace. Tuttavia rimasero stupiti della mancanza di un re… Sembrava loro impossibile che tutto fosse gestito da una vecchia “pazza” che viveva da sola in un nascondiglio perduto nel cuore del bosco, protetta da spiriti di pietra…

I due erano davvero molto diversi. Marco, di gran cuore e molto sensibile, ogni giorno si prodigava in mille lavoretti e amava quel clima di pace tanto a lungo sognato. “La vecchia Signora?”, diceva allo scettico fratello Guglielmo, “è una saggia, una guaritrice, e va rispettata! La gente di qui lo fa e infatti le cose vanno alla perfezione! Anzi, che bisogno c’è di un re col rischio di scatenare conflitti? Datti una calmata e vivi sereno, altrimenti prendi il tuo cavallo e vattene!”.

Eh già, Guglielmo…! Permaloso, ribelle e con una certa inclinazione all’attaccar briga per nulla. A lui quella “favola della vecchia” proprio non andava giù. “Secondo me non è vero! Non esiste nessuna vecchia! E’ senz’altro un modo per nascondere le immense ricchezze di questa valle e impedire che un uomo forte prenda il comando! Qui fanno tutti ciò che vogliono… altroché! Ah, ma io non mi fido! Anzi, mi impadronirò dei loro tesori segreti e diventerò re!”, ghignava l’avido ragazzo.

E così, in una notte oscura, accompagnato da un vento di tempesta, Guglielmo si avventurò spavaldo verso la dimora della “Signora”. All’ingresso del “corridoio” di alte pietre non scese nemmeno da cavallo. Fu l’animale, però, ad imbizzarrirsi e disarcionarlo fuggendo all’istante. Guglielmo, inveendo contro quella “stupida bestia” decise che avrebbe continuato a piedi. Iniziò a gridare in maniera villana: “Ehi, vecchia solitaria! Dai, esci dal tuo buco! Cos’è, sei una maga e non ti sei accorta che sto arrivando?! Io non ho paura dei tuoi incantesimi, sai?”.

Silenzio. Nessun rumore. Niente. Solo un buio sempre più fitto e gelide raffiche di vento che rotolavano, ululando, giù dalla grande montagna. Guglielmo tuttavia non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Andava avanti nella scura tormenta urlando e agitando la sua spada. Arrivò infine a quella che sembrava una grotta, chiusa da un gigantesco masso. Si avvicinò e con enorme fatica riuscì a spostare il pietrone quel tanto che bastava per entrare, convinto di trovare il grande tesoro di quello “strano” popolo che lui davvero non capiva.

Sempre avvolto nell’oscurità Guglielmo si ritrovò all’inizio di una lunga scala che scendeva ripida verso il basso. “Lo dicevo io che non c’è nessuna vecchia! Ah ah ah… povero ingenuo mio fratello! Io troverò il tesoro e io sarò re!!”, esultò con arroganza.

Scese a grandi balzi i primi scalini che iniziarono a girare formando una specie di scala a chiocciola. Ad un certo punto vide, in fondo, una luce bianca e accelerò la sua discesa. Correva, saltava, ma nulla. In realtà non avanzava di un passo e, dopo un po’, si rese conto di stare sempre nello stesso punto. E se provava a fermarsi, gli era impossibile: la scala lo costringeva a muoversi con lei, in un eterno e sfiancante vortice verso il nulla.

Improvvisamente un rumore assordante e una voce scura e possente: “Guglielmo! Che la sciagura incomba su di te! Hai osato violare un grande segreto e un luogo sacro! Ora rimarrai per sempre chiuso qua dentro e per sempre correrai dietro ai tuoi vani sogni di ricchezza!”.

“No, no! Aiuto! Chi sei? Perdonami, ti prego! Farò ciò che vuoi ma lasciami andare!”, gridava disperato Guglielmo.

“Chi sono? E me lo chiedi? Io sono il grande drago Paradiso, protettore di questi luoghi e di questa gente! Tu hai offeso me e la mia fedele servitrice, la saggia Signora! Hai acceso la nostra ira e quindi questa sarà per sempre la tua atroce condanna!”.

“A meno che….!

“A meno che?! Cosa devo fare? Dimmelo! Chiedimi ciò che vuoi e lo farò! Sono pentito… sinceramente… come posso ottenere il vostro perdono?”.

“Taci scellerato! Tu non potrai fare proprio niente! La tua avidità è velenosa e pericolosa! A meno che… tuo fratello non si metta alla tua ricerca affrontando insidie e incognite… Se lui riuscirà a trovarti dimostrandoci che, nel mondo, almeno una persona che prova sincero affetto nei tuoi confronti esiste (benché tu non abbia mai fatto chissà cosa per meritartelo), allora forse tornerai libero…”.

“Mio fratello? Marco? Ma… ma lui non ama l’avventura, il rischio… lui, lui è un ragazzo tranquillo; se lo facesse rischierebbe la vita! No, non voglio metterlo in pericolo, non è giusto!”, protestò Guglielmo.

“Avresti dovuto pensarci prima e dargli ascolto! Ormai è tardi! Che il destino, dunque, si compia!”.

Erano già passati tre giorni e di Guglielmo non si avevano notizie. Il buon Marco iniziava ad essere preoccupato. “Sarà uno dei suoi soliti colpi di testa! Avrò giocato d’azzardo in qualche locanda e si sarà messo nei guai… o forse c’è di mezzo qualche ragazza… ma me lo avrebbe fatto sapere in qualche modo… è come scomparso nel nulla!”. Decise di aspettare ancora un paio di giorni. Nulla!

Alla fine Marco si confidò con l’anziana sarta del villaggio. Una donna buona e gentile che lo aveva preso in simpatia. Piccola e curva, col viso solcato di rughe, una massa di capelli bianchi e ricci raccolti in un disordinato chignon e, cosa che lo aveva colpito sin dal primo istante, due occhi di un verde cristallino e profondo capaci di scrutargli nell’anima.

Da lei, la vecchia Intra, Marco si sentiva accolto, ascoltato e benvoluto. Tutti nel villaggio andavano da lei e non solo per un rattoppo o per farsi confezionare un vestito nuovo! Intra sapeva dare sempre ottimi e avveduti consigli! “Se di sicuro non possiamo andare dalla Signora per ogni nostra necessità o dubbio”, dicevano tutti, “Intra è un po’ la nonna del villaggio; è una di noi e la sua lunga vita le ha insegnato molto!”.

Marco sentiva che il suo gemello era vivo e che si trovava in grave difficoltà; percepiva un forte senso di angoscia e ultimamente non riusciva nemmeno più a dormire bene. “Saggia Intra, sono disperato… Cosa posso fare? Come faccio a ritrovare mio fratello?”.

“Siediti, Marco”, gli disse Intra continuando a ricamare, “hai ragione: tuo fratello non è morto! Ma di fatto si trova bloccato in una assai brutta situazione da cui solo tu potrai salvarlo. Ma non sarà affatto semplice, mio caro ragazzo”.

Intra lo guardò. Marco aveva gli occhi sbarrati e le mani sudate… “Tieni, questo è per te” e l’anziana gli porse il ricamo appena terminato. Era un centrotavola rotondo, una specie di corona decorata con, in mezzo, una torre e un drago. Marco lo fissò interrogativo.

Stanotte recati dalla Signora. Mostrale il ricamo e… fai ciò che lei ti dirà!”.

Giunse la notte, illuminata da una splendente luna piena. Marco, impaurito ed emozionato, si mise in cammino, senza alcun tipo di armi, verso il luogo dalle grandi pietre parlanti. All’inizio del lungo corridoio gli venne istintivo chinarsi e chiedere ai grandi spiriti il permesso di avvicinarsi. Quando si rialzò Marco si accorse che le grandi pietre brillavano alla luce della luna come se fossero di vetro e illuminavano il cammino davanti a lui.

Sentendosi rassicurato proseguì stringendo tre le mani il ricamo di Intra. Arrivato vicino alla collinetta in mezzo alla radura, si gettò nuovamente a terra e disse: “Oh saggia Signora, so che tu sai di me e del perché oso venire al tuo cospetto. Con me porto questo ricamo eseguito dalla saggia Intra. Lei mi ha consigliato di recarmi qui affinché tu, Signora, possa suggerirmi il modo per salvare mio fratello. E del tuo ascolto già ti ringrazio”.

L’intera radura rifulse di luce; la collina si aprì facendo uscire un vibrante scintillìo dorato. “Avvicinati, ragazzo. Non temere. Avrai il mio aiuto”, disse una profonda voce di donna dall’interno della grotta.

Pieno di stupore e meraviglia, Marco si ritrovò in una grande stanza circolare rivestita di specchi. Ma non vedeva riflessa la sua immagine, bensì quello che accadeva in diversi luoghi sia a lui noti che sconosciuti. Sul fondo, una grande scala dorata.

“Vieni avanti Marco”, disse la stessa voce. Il giovane con cautela si avviò su per la scala: dopo molti scalini giunse ad un lunghissimo corridoio. Lo percorse fino in fondo e si ritrovò su una terrazza. Si affacciò e… sotto di lui l’enorme, immensa e possente mole del drago più grande che avesse mai visto!

“Eccoti! Sei al cospetto del grande e potente drago Paradiso!”. Marco si voltò, ma non vide nessuno. “Chiamalo, non indugiare!”.

“Oh potente drago Paradiso, sono Marco. Sono giunto fin qui per salvare mio fratello!”.

La gigantesca creatura aprì gli occhi e si voltò verso di lui. “Marco, tuo fratello voleva solo ricchezza e potere; per questo è stato condannato e sarà punito in eterno. Ma tu, che sei diverso, vieni pure da me, prendi ciò che vuoi e il potere sarà tuo!”, gli disse il drago.

“No, potente drago! Io non voglio né ricchezze né potere! Questi spettano a te e alla Signora… io voglio solo salvare mio fratello!”.

Il drago, compiaciuto, allungò il muso verso di lui:” Cos’hai tra le mani, ragazzo? E’ un ricamo mi pare… mostramelo!”. Marco glielo srotolò davanti agli occhi. “Ah, che meraviglia!”, esclamò Paradiso, “ questa è senz’altro opera di Intra… sempre una maestra senza pari! E quindi è questo che ti è stato assegnato… bene, bene mio baldo giovane! Ti attende un glorioso destino!”.

“Glorioso destino? Ma quale destino? Io voglio solo salvare mio fratello e tornarmene a casa in santa pace con lui! Dimmi dove si trova!”, si innervosì Marco.

Paradiso continuò con tono fermo e pacato sebbene imperativo: “ Ragazzo, mantieni lucidità! Il ricamo di Intra parla chiaro! Per salvare il tuo irruente fratello dovrai innanzitutto recarti nel luogo dove io cacciai la serpe antica, il mio nemico. E’ un luogo a strapiombo sulla vallata, protetto da forze oscure. Lì sorge una scura collina ricoperta da una foresta impenetrabile. Al centro della foresta, in cima alla collina, si apre un cunicolo al cui interno rinchiusi la bestia maligna che, però, pur bloccata, ha conservato il controllo su quel luogo prosciugando anche i due torrenti che vi scorrevano accanto, rendendolo così arido, sterile, mortifero. Tu dovrai annientare la serpe, per sempre! Stanala e uccidila!

Marco era impietrito… “Ma, ma io non so neppure tenere una spada in mano… e per di più ho il terrore dei serpenti! Come farò?”

“Mettiti in cammino. Parti! Abbi fiducia e coraggio! Io, da parte mia ti faccio un dono: la mia corona! Era il talismano del rettile… se lo vedrà e se supporrà di poterlo riavere, riuscirà ad uscire dalle viscere della terra dove l’ho segregato!”.

Marco prese la grossa corona, la infilò a fatica nello zaino e tornò sui suoi passi. All’ingresso Intra lo stava aspettando. Lui le corse incontro. Incrociò lo sguardo verde dell’anziana che gli mise una mano sulla spalla e lo rassicurò. Marco, per un istante, vide l’immagine di Intra riflessa su una delle pareti-specchio della grotta e, con suo grande stupore, si accorse che non corrispondeva affatto alla vecchia sarta che conosceva lui! Lo specchio, infatti, rifletteva una giovane ragazza vestita di verde con una massa di boccoli rossi… Fu un attimo, eppure…

Intra non pronunciò una parola ma tenne sempre Marco per mano e lo accompagnò fino ai margini della scura collina. Una muraglia di rovi impediva l’ingresso. E fu lì che Marco iniziò ad usare la spada: faticosamente si aprì un varco in quella nera foresta pervasa da un terribile odore di morte.

Improvvisamente Marco si sentì mancare il terreno sotto i piedi; si sentiva sprofondare nella melma e non poteva muovere le gambe! Sabbie mobili! “Aiuto! Aiuto!”. Fu in quell’occasione che Intra intervenne con la magia: Marco la vide alzarsi in volo e, con un ampio gesto delle braccia, trasformare quel putrido pantano in un placido laghetto da cui riuscì a uscire semplicemente bagnato.

“Intra, ma… tu… chi sei in realtà?”. La donna non gli rispose; si limitò a sorridergli e lo invitò a procedere.

Pochi passi e dal terreno ecco uscire un improvviso fiotto di fuoco e vapori sulfurei! A Marco sembrò che gli si bruciassero i polmoni! Non poteva respirare! Di nuovo Intra intervenne e il fuoco divenne acqua; i vapori, nebbia.

Raggiunsero insieme la sommità della collina. Tutto intorno era nero e marcio. Si udivano rumori sordi e inquietanti provenire dal sottosuolo, accompagnati da una costante vibrazione, simile ad una scossa di terremoto.

Marco si voltò verso Intra per trovare il coraggio che gli serviva. L’anziana, imperturbabile, gli fece capire di prendere lo zaino ed estrarre la corona: era il momento!

Non appena il prezioso monile venne tolto dalla sacca, la vibrazione si trasformò in un tremendo boato che squarciò la foresta riecheggiando orribilmente nell’aria. La terra si aprì e in un vortice di fiamme e lava incandescente, la malvagia serpe primordiale uscì dal suo pertugio sibilando furiosamente!

“La mia corona! Eccola! Ridammela subito, maledetto! Finalmente il giorno della vendetta è arrivato!”.

Il rettile attaccò immediatamente: le zampe dagli artigli affilati, le spire stritolanti, la lunga lingua mortifera, lo sguardo pietrificante… Marco, dalla sua, aveva l’agilità e la velocità. Cercava di difendere la corona dagli assalti della serpe. Intra osservava la scena; non voleva intervenire con le arti magiche… ma alla fine, quando vide Marco soccombere, schiacciato dalla bestia che affondava le unghie sul suo ventre, pronta a conficcargli i denti nel collo, fu allora che decise di entrare in gioco. Ma non con la magia! Serviva solo il vero coraggio. Con un balzo fulmineo prese la corona da sotto la schiena di Marco e attirò su di sé l’attenzione del serpente che subito tentò di azzannarla.

Marco si alzò in difesa di Intra, incredibilmente agile per la sua età…

La serpe era riuscita ad agganciarle la lunga chioma per divorarla, ma Marco con un salto si aggrappò alla corona e la gettò nello squarcio del terreno da cui la belva era fuoriuscita.

Immediatamente scese il silenzio. Un silenzio di pietra. Un soffio gelido rotolò giù dalla montagna: il drago Paradiso, come se prendesse forma da una nuvola, apparve in tutta la sua potenza.

“Adesso la tua fine è sancita, demone! Il tuo talismano è stato gettato nella lava incandescente e tu lì lo raggiungerai!”. E fu così che il grande drago soffiò un turbine di polvere ghiacciata sul rettile che, contorcendosi e gridando, cadde nel buco infuocato dove si dissolse all’istante.

Marco, incredulo e disorientato, vide lo squarcio richiudersi, la terra, risanata, ricoprirsi di fiori e alberi da frutto. Poi avvertì un tocco leggero sulla spalla e si voltò: davanti a lui una giovane fanciulla sorridente con una massa di riccioli rossi e due meravigliosi occhi verdi e trasparenti. “Grazie Marco! Il tuo valore e il tuo coraggio hanno rotto la maledizione che la serpe aveva lanciato prima di essere imprigionata. Era stata sconfitta, privata della corona, simbolo del suo malvagio potere, ma ahimé non del tutto! Solo un giovane umano dall’animo puro avrebbe potuto salvare definitivamente questa florida terra dal pericolo che si nascondeva nelle profondità del suo ventre. Grazie! Così facendo hai salvato anche me! Io sono la Signora. E questo luogo si chiama Introd. Io non ho età, e sin dalla notte dei tempi veglio su questi monti. E ora anche tu potrai vivere qui dove avrà origine una potente dinastia. Guarda!”.

Marco fu invitato a guardare la sommità della collina affacciata sulla vallata, lì dove la corona era stata gettata e la serpe distrutta. Lì, proprio in quel punto, Intra gettò il suo ricamo e dalla terra emerse una poderosa fortezza circolare; una grandiosa “corona di pietra” con un’alta torre al centro sotto la protezione del drago Paradiso.

Il castello di Introd
Il castello di Introd

“Ecco”, disse Intra, “questo è il tuo castello. Vai, entra: c’è già qualcuno che ti aspetta!”.

Marco si avvicinò al portale e… Guglielmo corse fuori e lo abbracciò!

I due fratelli furono finalmente di nuovo insieme; Guglielmo però, decise di lasciare Introd al fratello e, su suggerimento di Intra, si trasferì non lontano, nel fondovalle vicino al fiume Aura dove costruì una torre alta e massiccia per controllare il territorio, i transiti, il fiume e, da lì, sebbene distante, aiutare e sostenere il valoroso fratello Marco.

Corte interna del castello di Introd dopo il restauro di inizio Novecento
Corte interna del castello di Introd dopo il restauro di inizio Novecento

“Ma attento”, disse infine Intra a Marco, “questo castello sorge in un felice luogo tra le acque di due torrenti gemelli, però, nei secoli, subirà ancora il devastante attacco del fuoco. Difendetelo! Proteggetelo! E rinascerà sempre, ogni volta più bello di prima!”.

Stella

 

 

 

 

 

 

 

Castello della Manta. Quelle 9 strane “principesse” e una bimba curiosa

24 marzo 2013. Giornate FAI di primavera. Un diluvio infradiciava non solo la Valle d’Aosta, ma l’intero nord-ovest. Ma, nonostante le nefaste condizioni meteo, si decide di rispettare comunque il programma: visita al Castello della Manta, splendida dimora medievale ricca di arte e di storia in quel di Saluzzo, sulle colline della “Granda”.

La pioggia ci è stata fedele compagna per l’intera giornata, ma l‘incanto del luogo, la raffinatezza variopinta degli affreschi, l’incanto di nobili atmosfere senza tempo e, non secondario, un pranzo eccezionale in un agriturismo immerso nel verde davanti ad un camino scoppiettante, beh… hanno reso quella gita semplicemente fantastica e indimenticabile!

Son passati 7 anni da allora. Siamo diventati genitori e non appena possibile rifaremo questo bel viaggetto “fuori porta” con Costanza e Ottavia.

Dunque, oggi non è mia intenzione dilungarmi sulla storia di questo affascinante maniero nato nel Duecento e il cui austero profilo si staglia nel panorama del Monviso e delle Alpi Cozie. Non approfondirò la vexata quaestio dei nove Prodi e delle nove Eroine dipinti sulle pareti della Sala baronale affrontando le tematiche legate alla corretta identificazione, ai confronti, alle influenze letterarie ed iconografiche, ai raffinati rimandi al mondo classico e biblico così come ai repertori delle chansons de geste.

Nè mi soffermerò sulle numerose interpretazioni del motto “leit“.

E neppure affronterò i pur intriganti misteri del mappamondo raffigurato al secondo piano su cui, parrebbe, siano rappresentati, oltre all’Europa, tutta la costa dell’America e quella dell’Antartide nonostante si tratti con molta probabilità di un affresco risalente al periodo tra il 1418 e il 1430 come tutti gli altri affreschi del castello!

Ma una cosa è certa: questo castello, con le sue decorazioni e la sua storia, è immerso nell’immaginario cortese del tempo popolato di eroi greci e romani, mostri, cavalieri della tavola rotonda, draghi e principesse da salvare.

Già, le”principesse”: eccoci al punto!

Costanza, mia figlia di 3 anni e mezzo, ha una profonda passione per le principesse! Quelle dei film Disney, poi…  le conosce tutte nei minimi dettagli! Abbiamo una baby-videoteca fornitissima e, in questa “PasQuarantena” vediamo e rivediamo le favole più belle, avventurose, romantiche e persino “paurose” (vedi le varie perfide matrigne e streghe!)

Ecco che, sistemando alcune foto, mi capitano tra le mani le nove “principesse” della Manta. Costanza le intercetta ed esclama:”Wooow! Ma sono le principesse!! Che belle! Posso vedere? Dove sono?'”.

“Sono dipinte in un bellissimo castello, sai? E’ il castello della Manta!”. “… della MATTA?!”. Che ridere… beh, chissà, forse qualche “matta” ci sarà anche stata, però non approfondiamo ed entriamo nel vivo di queste misteriose fanciulle.

Chiaramente non mi metto a parlarle di una non ben conosciuta Deipile, piuttosto che dell’amazzone Melanippe o della leggendaria regina Teuca (o Teuta) o ancora “torbida” Semiramide”… ma lascio che sia lei a vedere ciò che vuole in queste figure di antiche damigelle dal forte caratterino…non certo “damsel in distress”, anzi!! Meglio non farle arrabbiare tipette come queste…

Vedendola molto interessata, le chiedo: “Chi sono, Costy? Le riconosci?”. E tutta sorridente, inizia a presentarmele una per una:

comincia da quella forse più appariscente che la colpisce per prima, la bionda capellona Semiramide con tanto di corona imperiale (a lungo tempo confusa con Etiope, alla sua destra, per un’ambiguità di lettura del cartiglio sottostante); “Questa è Rapunzel!!”

I suoi occhi curiosi si spostano sulla rossa chioma riccia e sul manto blu dell’amazzone Sinope: “Ecco, questa è Merida! Vedi i capelli? E secondo me ha in mano un grande arco!”

Perfetto. La lascio continuare. Si sofferma sulla prima vicino al Prode Goffredo di Buglione. Una damigella dall’aria timida con un’inquietante mazzetta in mano che si ritiene sia l’argiva Deipile (o Delpile o Deipila), moglie del Tideo dei “7 a Tebe”.

“Questa è Biancaneve!”, “Biancaneve?!”, le chiedo, “e perché?”. “Non vedi che ha quello che i nani usano in miniera?” Resto ammutolita dal suo spirito di osservazione… “Già, ha una mazzetta…”. E lei: “Sì, quella dei nani! Quindi è Biancaneve!”.

Sempre più coinvolta da questo inatteso e principesco “indovina chi?”, Costanza sposta il suo ditino su un’elegante figura ritratta di profilo, vestita di foglie e fiori che dovrebbe corrispondere a Etiope, rara regina delle Amazzoni o a Menalippe, sua compagna d’armi (quella confusa con la biondona Semiramide…).

Costanza ci pensa un pò e: “Ma sì! Questa è la regina delle foglie che c’è nel cartone Epic! (al secolo per chi non lo sapesse risponde al nome di Tara). E in effetti…

Non distante ecco la seria figura di una principessa con la spada. Beh, chi poteva essere? Non certo l’Amazzone Ippolita, come ti dicono, ma Anna! La battagliera sorella di Elsa in Frozen II è in effetti una sorta di guardia del corpo della regina dei ghiacci e usa abilmente la spada, normale o di ghiaccio poco importa…

La carrellata prosegue. Entusiasta Costanza indica una fanciulla dall’aria temeraria con elmo sul braccio. “Beh,questa è Mulan!!”. Come contraddirla per dirle che invece trattasi di Lampeto, altra regina delle mitiche donne guerriere? Impossibile! E poi, meglio Mulan senza dubbio!

La vedo più dubbiosa sulla principessa successiva con un vistoso copricapo rosso, tipo turbante che, recita il cartiglio, dovrebbe essere l’impavida Tamiri (o Tomiri), regina dei bellicosi Sciti. Questa volta la vedo un pò in difficoltà, infatti mi chiede maggiori informazioni su questa Tamiri. Le dico allora che era una potente regina d’Oriente e, ecco che si illumina! Oriente, cioè Aladdin, cioè Jasmine! La figlia del sultano. Però “quando è vestita di rosso!”. Eccola qui!

La sfilata di primedonne si conclude con lei, Teuca (o Teuta), ardimentosa e spavalda regina degli Illiri, temibili pirati dell’Adriatico.

“Cos’ha in mano, mamma?”. “Una palma d’oro, Costy!”. Alcuni secondi e…. “Vaiana! Perché Vaiana abita in un posto pieno di palme, va in barca senza paura, arriva fino a Tefiti e diventerà il capo del suo villaggio!”. Io ammutolisco. Strepitosa. Scegliamo l’immagine di Vaiana e mi indica quella col copricapo da cerimonia: ” Ecco, qui hanno lo stesso cappello!”.

E infine la nona. Pare sia Pentesilea, la più famosa tra le numerose regine delle Amazzoni. Però, purtroppo, l’affresco è mutilo: la metà superiore è stata danneggiata da un cedimento dell’ intonaco.

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“Mamma, ma questa è rotta!!” esclama delusa Costanza. Provo lo stesso a raccontarle chi era Pentesilea, anche aiutandomi con un volume di mitologia per bambini che ne racconta la sfortunata vicenda amorosa con Achille.

Poi guarda con attenzione l’oggetto che Pentesilea tiene nella mano sinistra: è una cintura d’oro con delle pigne, sempre dorate. Noi sappiamo che la pigna, sin dall’antichità, ha sempre simboleggiato la fertilità,la sensualità, così come il ciclo vitale e la prosperità. Sappiamo anche della forte e, ahimè, assai pericolosa sensualità con cui Afrodite aveva “punito” l’audace Pentesilea facendola diventare talmente bella da essere desiderata da ogni uomo che la vedesse. E sappiamo anche di Achille e del suo estremo gesto…

Comunque, le pigne dove sono? Sui pini! E i pini? Nel bosco! E allora, ecco la soluzione! La principessa “rotta” è proprio lei, Aurora, “la bella addormentata nel bosco” che, per l’appunto, si risveglierà grazie al vero amore. Forse quello che anche la sventurata Pentesilea, in fondo, avrebbe desiderato!

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E per una bimba di 3 anni e mezzo, le Eroine della Manta non hanno più segreti!

Stella (e Costanza)

La finestra di Bonifacio. Quel prode signore “baciato dal mare”…

Voglio raccontarvi una storia. Siamo a casa da oltre 1 mese ormai e, dalle finestre, vedo i resti dell’antica Torre d’Avise, corrispondente alla torre sud-occidentale dell’originale cinta romana. Abito in una posizione decisamente fortificata in effetti… dentro le mura con, verso nord, la Torre detta “del Lebbroso” (che, di questi tempi, è l’emblema stesso della reclusione); verso est la mole possente del castello di Bramafam e, infine, a sud-ovest, ciò che il tempo ha risparmiato (assai poco, purtroppo), della torre d’Avise.

Ecco, oggi protagonista del racconto sarà lui, il nobile Bonifacio d’Avise. Prode, battagliero, deciso. Storie di viaggi e battaglie. Ma anche, come un gioco di scatole cinesi, storie di contatti, scambi e committenze tra le Alpi e il Mare, dalla Valle d’Aosta alle tumultuose coste della Puglia passando dalla raffinata corte napoletana.

Una storia densa e coinvolgente che, lo vedrete, si adatta assai bene anche con la ricorrenza di oggi, Venerdì Santo. Ma non basta ancora: una vicenda che, ad un ulteriore livello, rende un particolare omaggio al Santo patrono d’Italia. Quindi, pronti?

Cominciamo dalla sua terra…

Una delle contrade più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati altipiani. Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco stretto in una morsa di pietra. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

PierreTaillée

Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere strategicamente controllato; infatti qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della Via delle Gallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte.

Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno.

E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo perfetto per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla transalpina Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

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E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia  il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, Gignod, Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur, Planaval: una linea fortificata che risaliva l’aspra Valgrisenche con torri e punti di avvistamento distribuiti lungo l’asse di penetrazione di questa vallata irta di pericoli.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio.

Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

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Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla sua remota terra alpina.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

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Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa… si insinua tra i volumi, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

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Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica che quell’iniziativa portava con sé.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca. E infatti San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dall’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler inserire la scena in un paesaggio valdostano o comunque più famigliare. Incorniciata in una composizione dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria: un dolore immane sebbene non privo di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod?

Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

E subito il pensiero corre ad uno straordinario luogo sacro oggi perduto: San Francesco di Aosta, una splendida chiesa cancellata dal tempo e, ahimè, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora permane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

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Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

Mi riaffaccio alla finestra. Tra quelle mura diroccate incorniciate dal tenue viola delle serenelle e dall’ultimo giallo fulgore delle forsizie, un nobile spirito gioisce per essere stato ricordato.

La finestra di Bonifacio d’Avise.

Stella

 

Eclissi. La “corona” del buio

eclissiGennaio 2019: super Luna rossa
Luglio 2019: eclissi di Luna
Dicembre 2019: eclissi di Sole
Eclissi: la “corona” di un sole nero.
Molte civiltà del mondo antico avrebbero previsto che qualcosa di oscuro stava per capitare…
Per millenni sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rovesciamento del quotidiano e del senso comune.
Nonostante le verifiche della scienza e le repliche, senza particolari eventi “fine di mondo” che si sono succedute nei millenni, questo spettacolare fenomeno continua ad alimentare fantasie, miti e leggende, per non parlare delle suggestioni veliche o canore. La “Luna rossa”, o la “Luna di sangue”, in inglese Blood Moon, sembra essere ancora avvolta da un’area di mistero e le eclissi sono state spesso state associate a effetti nefasti sulla vita delle persone.
Per i Persiani l’eclissi rappresentava una punizione divina nei confronti degli uomini. Essi pensavano che tutte le volte che qualcuno commetteva o stava per commettere gesta malvagie (es. tradimenti, infanticidi…) gli dei chiudessero in una specie di tubo la Luna o il Sole, lasciando gli umani nel buio più completo, soli in compagnia di incubi e rimorsi.
Nell’antica Roma, si credeva che durante le eclissi fosse un mostro a divorare la luna, con lo scopo di attirarla verso la terra. Per questo, nonostante non ce ne sia traccia nei testi letterari, per tutta la durata dell’evento si organizzavano riti per scacciare il demone. Questi continuavano anche dopo il ritorno della luce, perché si aveva paura degli effetti nefasti del passaggio del mostro.
Tuttavia, nonostante queste affascinanti (e terribili) storie, le cause delle eclissi lunari furono studiate già nel II a. C.: a Roma, il console Gaio Sulpicio Gallo aveva chiarito che le cause di questo fenomeno erano naturali e tutt’altro che magiche. Anche in Grecia gli studiosi avevano iniziato a interessarsi alle eclissi nel V secolo.
Ma le superstizioni sono dure a morire.
Così i miti che collegano la luna rossa o le eclissi a eventi catastrofici o apocalittici, come un terremoto imminente o addirittura la fine del mondo, si ritrovano in alcune profezie di Nostradamus. In epoca medievale ci si rinchiudeva in casa per restare al riparo da spiriti o creature notturne. O si evitavano battaglie. Secondo alcune tradizioni agli uomini era anche vietato guardarla: si diceva che si potesse rimanerne incantati e diventare preda di creature mostruose.
Giovanni Keplero, nel suo “Somnium” uscito nel 1634, aveva raccontato di demoni in viaggio verso la Terra per rapire gli essere umani, proprio durante le eclissi.
Sappiamo per fortuna che, al di là di miti e leggende, le eclissi rientrano in un calendario cosmico regolare e prevedibile.
Oggi si conosce il cosiddetto “ciclo di Saros”, un periodo di circa 6,585.3 giorni (18 anni 11 giorni 8 ore) cui si lega la periodicità delle eclissi, in realtà già individuato dagli astronomi Babilonesi.
Ma, immaginando per un attimo di non vivere nell’oggi ma nell’ieri o addirittura nell’altro ieri, la suggestione è davvero forte!

Arco-Sauro!Aosta: il nuovo anno e l’Arco senza tempo.

No, non sono impazzita! Da un mesetto, ormai, nell’aiuola dell’Arco di Augusto, ad Aosta, troneggia un placido seppur gigantesco diplodoco (questo il nome scientifico) che, simpaticamente, ho ribattezzato “ArcoSauro“.

E’ stato messo lì, in maniera silenziosa e misteriosa di notte, quando nessuno poteva vederlo, per regalare un risveglio di sorpresa, stupore e “cardiopalma”: una pratica senz’altro efficace di astuto”street marketing” per informare la città che, di lì a breve, sarebbe stata inaugurata la mostra – evento “#Dinosauri in Carne e Ossa” presso l’Area Megalitica cittadina.

Aosta. Quando dici "ARCO-SAURO"
Aosta. Quando dici “ARCO-SAURO”

Ma su questa mostra strepitosa tornerò in un post successivo perché si merita un bell’articolo tutto suo!

Ora voglio soffermarmi sull’Arco. Un monumento grandioso cui forse noi Valdostani eravamo fin troppo abituati e che il posizionamento del diplodoco ha scosso un pò! Chi a favore per l’effetto contrasto di sicuro impatto; chi contrario perché convinto sia inadatto… ognuno la pensi come vuole ma a me non dispiace affatto!

Giganti della Storia (e della Preistoria) a confronto in una regione che, sebbene “piccola” sulla carta, più MEGALITICA di così non si potrebbe! Cosa sono in fondo queste grandi montagne che ci circondano se non l’esempio sommo di MEGALITI naturali?!

UN ARCO DI BUON AUSPICIO!

Gennaio. Primo mese dell’anno. Mese del passaggio da una realtà, ormai vecchia e consunta, ad un’altra tutta da vivere. Giano, dio dal doppio volto che sa guardare il vecchio e contemporaneamente scrutare il nuovo. E infine l’arco, simbolo del transito, monumento emblematico di ogni passaggio importante degno di essere ricordato e trasmesso ai posteri.

Siamo ad #Aosta, città figlia dell’auctoritas (oggi mi diverto con le etimologie!!) del princeps Ottaviano Augusto (di cui in quest’ultimo mese abbiamo già discusso a lungo). Una città ideale. Una città urbanisticamente perfetta. Una città cui si accedeva da quattro solenni porte collocate ai quattro punti cardinali e anticipata da un monumento assolutamente imponente e “parlante”: l’Arco.

L’ARCO E I SUOI PERCHE’

Intanto, perché fu costruito proprio sul lato orientale e non altrove? Perché da questa direzione proveniva la #ViadelleGallie dalla penisola italica e, idealmente, da Roma. L’accesso principale in città avveniva da qui, da est; e non è un caso che sempre sul lato est delle mura sorga la spettacolare Porta Praetoria, ossia la principale delle quattro porte urbiche della colonia!

La storia degli archi nasce con i successi militari. All’epoca repubblicana di Roma gli archi venivano indicati, anche epigraficamente, come fornix (letteralmente “struttura voltata”). Alla fine della Repubblica gli si affianca il nome ianus per poi progressivamente lasciare il posto ad arcus. E’ la lingua che cambia al mutare della società, degli usi e delle idee. Quello augustano tornerà ad essere indicato come fornix nel XII secolo!

Diciamo che, rispetto a ianus, arcus porta con sé una concezione urbanistica di rappresentanza prima sconosciuta. Dicevamo, infatti, che la tipologia degli archi nasce in ambito trionfale militare: i comandanti vittoriosi insigniti dell’onore del trionfo, si guadagnavano il diritto di sfilare sotto simili passaggi “d’onore” fortemente influenzati dagli esemplari analoghi di ambiente ellenistico (l’Asia Minore attuale, per intenderci). Tuttavia poco resta e poco si sa con certezza degli archi fino a prima di Augusto. Con lui questi monumenti entrano a pieno titolo nei “corredi” architettonico-urbanistici delle città, sia come accessori delle mura cittadine, sia come elementi autonomi, tanto all’esterno del centro cittadino quanto, come spesso accade, in area forense.

Ma torniamo ad Aosta. Arrivando dunque da Corso Ivrea, superato il bel ponte in pietra romano sull’antico alveo del Buthier, ci troviamo di fronte la mole massiccia di questo grandioso arco onorario dedicato a colui che sconfisse i Salassi e fondò la colonia di Augusta Praetoria Salassorum: Augusto, nipote adottivo di Giulio Cesare e “primo imperatore”. Un passaggio importante, quello (tanto ambito e combattuto) verso le Alpi e verso le Gallie!

UNA MASSICCIA ELEGANZA

Alto 17 metri (sebbene oggi privo dell’attico, cioè la parte sommitale dove in origine figurava l’iscrizione), presenta al centro un unico fornice a tutto sesto ampio 28 piedi romani (poco più di 8 metri). Le sue forme massicce e sobrie si inseriscono in un’epoca in cui le tradizioni stilistiche repubblicane stavano progressivamente lasciando il posto al classicismo di impronta augustea. Costruito interamente in grossi blocchi di puddinga locale, a guardarlo con più attenzione si possono notare dei dettagli capaci di conferirgli comunque eleganza, raffinatezza e, per certi versi, una sottile leggiadria.

L’Arco troneggia in mezzo al traffico cittadino in tutta la sua severa imponenza, ma ora, grazie alla pedonalizzazione dell’area, è più facile (anzi, è d’obbligo!) avvicinarvisi per apprezzarne le”chicche” meno evidenti prima, ahimè, sconosciute ai più.

Una struttura massiccia, dicevamo, Certo. Ma già si notano le semicolonne di ordine corinzio che, con le loro ricce foglie di acanto, i viticci elicoidali, i petali e le volute sporgenti, sanno ingentilire ( e vivacizzare) la severità dell’insieme. Le stesse modanature che profilano la cornice dell’arcata presentano decorazioni “a perline” minute e graziose. All’interno del fornice, su entrambi i lati, piccoli pilastri sporgenti con capitelli sempre di tipo corinzio (sebbene più sobri) delimitano dei pannelli al cui interno potremmo immaginarci la presenza di scene a rilievo o ulteriori iscrizioni su tavole di marmo o di bronzo.

Al livello superiore poggia sulle semicolonne un essenziale fregio di ordine dorico scandito in triglifi con sottostante decorazione a gocce  e metope lisce. Quasi fosse un antico tempio classico, qui l’arco si veste di un’arcana sacralità.

E già queste due prime considerazioni ci portano a riflettere sulla miscellanea di stili presenti su questo insigne monumento. Respiri di Grecia, di quella grande cultura ellenica che così profondamente aveva imbevuto l’intero mare nostrum e che si riproponeva di volta in volta rivisitata e metabolizzata a seconda dei differenti filtri socio-culturali.

CLASSICO, ELLENISTICO, ROMANO

Sempre all’esterno i due prospetti presentano, ai lati del fornice, due nicchie oggi vuote, ma che in origine, dovevano ospitare statue. Si pensa a possibili trofei (mucchi di armi nemiche raffigurati o in pietra o in bronzo), oppure a statue di Augusto e Cesare, oppure ancora a gruppi statuari raffiguranti i Salassi sconfitti. Per quest’ultima ipotesi si pensi, ad esempio, ai gruppi ad altorilievo di Galli sconfitti presenti sull’arco di Saint-Rhémy-de-Provence, nel sud della Francia.

Ma continuiamo il nostro giro passeggiando intorno all’arco col naso all’insù. Osserviamo con attenzione la superficie aggettante del cornicione. Seppure in gran parte restaurato, sussistono ancora dei brani di grande poesia ed interesse. File parallele di piccole gocce circolari si alternano a losanghe allungate con rosetta centrale. In corrispondenza, poi, dell’angolo di nord-ovest, si può notare una ricercata decorazione a palmetta (o anthemion). Un chiaro tributo a quell’arte ellenistica che riuscì a valicare gli stretti confini della pòlis per diventare l’arte di una più vasta comunità socio-culturale, di una vera koiné capace di riconoscersi in un globale linguaggio mediterraneo ed orientale. Augusto voleva rifarsi a quel linguaggio e farlo proprio; con lui Roma sarebbe diventava il nuovo centro di una nuova koiné. L’architettura romana avrebbe dunque ripreso il meglio di quanto l’aveva preceduta, l’avrebbe fuso e ne avrebbe ricavato qualcosa di innovativo ma riconoscibile e in grado di parlare la lingua del potere.

Ci manca l’attico dicevamo. Ossia tutta la parte superiore che avrebbe ancor più enfatizzato la monumentalità complessiva e sulla quale trovava posto l’iscrizione dedicatoria ad Augusto. Alcune grandi lettere in bronzo dorato, alte circa 28 cm, furono ritrovate in occasione di alcuni sondaggi archeologici effettuati ai piedi dell’arco ad inizio Novecento e sono tuttora conservate al #MAR di Aosta. E non dimentichiamo che, molto probabilmente, anche sopra l’attico dovevano esserci statue; o una quadriga o delle Vittorie alate.

UN ARCO EMBLEMATICO

Ma la storia dell’arco è ancora molto lunga. Dalle scorribande barbariche in poi, l’arco sopravvisse a secoli di rovina e distruzioni. Le sue decorazioni, le sue statue, sparirono, razziate, fuse, depredate. Nel Medioevo divenne una sorta di residenza fortificata, ospitò una postazione di balestrieri per poi diventare simbolo della devozione popolare dove recarsi a pregare il Santo Volto per scongiurare le terribili e (ahimé) frequenti esondazioni dell’indomabile torrente Buthier. Il suo fornice venne quasi “esorcizzato”, o meglio, cristianizzato con l’inserimento a più riprese di immagini sacre e crocifissi lignei. L’attuale è una copia di quello lì posizionato nel 1449 dopo una delle tante alluvioni.

All’inizio del XVI secolo l’illuminato priore Giorgio di Challant decise di salvarlo dalla rovina e di farvi costruire addirittura una cappella; ma tale progetto non vide mai la luce. Pochi anni dopo Giorgio di Challant morì.

Con il Seicento le pessime condizioni in cui l’arco versava spinsero il Conseil des Commis (l’organo di governo”ristretto” nato nel 1536) a riflettere circa l’eventualità di costruire un tetto sopra le nude creste di muro dell’arco, vittime delle intemperie, della vegetazione e delle infiltrazioni. Ma si dovette attendere il 1716 per provi mano concretamente. In pochi mesi l’arco era stato restaurato e consolidato, sebbene in una maniera che oggi condanneremmo senz’altro!

Nel 1804 si pensò persino di erigere al di sopra dell’arco un trofeo dedicato al passaggio di Napoleone, cosa che fortunatamente non venne fatta!

Col tempo l’arco si trovò nuovamente in una deplorevole situazione di abbandono e trascuratezza. Negli anni ai suoi piedi erano andate accumulandosi macerie su macerie. Fu lo scrittore francese Stendhal (al secolo Marie-Henry Beyle) a lasciarne invece parole di vivo entusiasmo:

J’étais si heureux en contemplant ces beaux paysages et l’arc de triomphe d’Aoste, que je n’avais qu’un vœu à former, c’était que cette vie durât toujours“.

Nonostante i reboanti e lusinghieri versi del poeta Giosué Carducci nella sua ode “Piemonte” del 1890:

La vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto“.

fu solo nel 1912 che, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, allora sovraintendente alle Antichità di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, nonché esimio egittologo, l’arco fu finalmente sottoposto ad un intervento di pulitura, consolidamento e rifacimento del tetto i cui risultati sono apprezzabili tuttora. Al cantiere, durato appena 2 anni, giunse in visita persino la regina Margherita nel 1913.

L’arco di Augusto. Il simbolo di Aosta, città dalla storia bimillenaria, ma non solo. Potremmo dire il simbolo di una regione, da sempre terra di transiti e passaggi, strategica cerniera alpina tra Nord Europa e Mediterraneo. Un volto che guarda alle terre d’Oltralpe ed un altro girato al mondo padano e italico. L’arco, Giano e le Alpi.

Ma non solo. Col dinosauro acquisisce un significato ulteriore: ora il tempo non esiste più.
La Storia non ha categorie: all’ombra del grande Arco romano un’unica fluida dimensione avvolge megalosauri profili preistorici e monumentali geometrie di un potente impero, riflessi sul volto di una città che voracemente si nutre di se stessa…

Stella

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Veduta dalla città (foto di S. Bertarione)

L'Arco di Augusto visto da ovest
L’arco visto da ovest (foto di E. Romanzi)

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Ricostruzione dell’arco di Francesco Corni

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Particolari della decorazione fronte ovest (S. Bertarione)

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Particolare dell’intradosso e dei pannelli interni del piedritto nord (foto S. Bertarione)

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Particolare delle semicolonne corinzie lato ovest (foto S. Bertarione)

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Particolari della decorazione nell’angolo NW (foto S. Bertarione)