L’enigma di Orso e il codice del chiostro. Cap. 4

Il magister a capo della squadra destinata alla galleria occidentale era alquanto perplesso. “La vicenda di Giacobbe ed Esaù, mio venerabile Priore?! Ma, abbiamo solo sette capitelli a disposizione.. come potremo riuscire a raffigurare l’intera vicenda? E con tutti questi personaggi per giunta…!”. Gli scalpellini si scambiavano sguardi  preoccupati.

“State tranquillo, mio valido magister“, disse sicuro Arnolfo, “i capitelli si moltiplicheranno: non dovranno essere solo sette, infatti, ma chiedo che vengano inserite coppie di colonne binate, “gemelle” appunto, in modo da ottenere almeno undici capitelli decorabili!”.

Il magister rimase senza parole. Non era un espediente così diffuso, per quanto, soprattutto nelle terre d’Oltralpe, l’usanza stesse iniziando a dilagare. “Per accentuare il simbolismo della coppia gemellare, ritengo che le colonnine doppie siano un mezzo eccezionale, non credete magister? Se poi vi agevoleranno nella consona distribuzione dei diversi personaggi, meglio ancora, nevvero?”. A queste considerazioni di Arnolfo, il magister rimase privo di ogni possibilità di replica. “Presto! Al lavoro, uomini! Avete capito la volontà del nobile priore?!!”.

“Ottimo”, pensava tra sé Arnolfo, “così avremo un’ulteriore particolarità nel nostro santo chiostro!“.

Protagonisti di questo lato, dunque, sarebbero stati Giacobbe e i suoi figli. Il senso di lettura doveva fluire da nord verso sud in ordine logico concentrico. Gli scalpellini, molti dei quali non conoscevano proprio in tutti i dettagli questa complessa vicenda, erano dubbiosi e anche nel predisporre i cartoni dei disegni che sarebbero serviti all’impostazione delle diverse figure, mostravano una notevole incertezza. Arnolfo decise così di intervenire riassumendo loro l’intera storia.

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“Si comincia con Rebecca partoriente aiutata dall’ostetrica e la nascita di Giacobbe e del gemello Esaù. Rebecca, dal cui ventre nasceranno due popoli, qui è simbolo della Chiesa da cui sono derivate la Cattedrale e Sant’Orso. Di nuovo vi saranno accenni, più o meno velati, ai conflitti tra le nostre due Case, chiaramente auspicando la riconciliazione finale. Importante l’ambiguità tra Giacobbe ed EsaùIsacco cade nell’inganno e benedice Giacobbe credendolo Esaù che, in quel momento, si trova fuori a caccia. Esaù non perdona al fratello questo inganno e cerca di vendicarsi. Vuole uccidere il fratello.

Nella scena successiva Rebecca consiglia a Giacobbe di fuggire nella città di Harran e rifugiarsi presso il di lei fratello Labano. Così, prima con il ricatto e poi con l’inganno, Giacobbe diventa il nuovo capo del clan ed eredita la promessa fatta da Dio ad Abramo. Dio, accettando l’azione non troppo limpida di Giacobbe, vuole dimostrare che il suo progetto di salvezza è affidato a chi lo apprezza e non a chi si basa solo sui propri diritti umani. La salvezza è un dono e come tutti i doni viene offerta a chi sa accoglierla.

In viaggio Giacobbe fa uno strano sogno. Una scala è appoggiata sulla terra, mentre la sua cima raggiunge il cielo. Ed ecco degli angeli che salgono e scendono sopra di essa. Sempre nel sogno Giacobbe sente una voce: “Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco, tuo padre. La terra sulla quale ti sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà numerosa come i granelli di polvere della terra“.
Quando Giacobbe il mattino seguente si sveglia, ricordandosi del sogno fatto, capisce che Dio ha confermato la benedizione del vecchio padre Isacco.

Confortato dal sogno, si rimette in cammino dirigendosi verso la città di Harran. Prima di entrare in città, stanco e assetato, si ferma a bere accanto al pozzo dove già sua madre Rebecca veniva ad attingere acqua. In quel momento arriva al pozzo una bella ragazza di nome Rachele, figlia di Labano, fratello di Rebecca. Rachele è la cugina di Giacobbe. Tuttavia Labano ha una figlia maggiore, Lia. Non bella, ma da accasare. Giacobbe vuole sposare Rachele e per questo accetta di lavorare per Labano sette interminabili anni. Alla fine, però, Labano lo obbliga a sposare Lia. Labano tuttavia per concedere a Giacobbe anche Rachele pretende che il giovane lo serva per altri sette anni. Così Giacobbe, dopo quattordici anni di lavoro quasi forzato, si ritrova ormai uomo maturo e con due mogli.

Vengono quindi raffigurati tutti i figli di Giacobbe: dodici maschi e un’unica femmina, Dina. Ma solo Giuseppe e Beniamino, gli ultimi due figli avuti da Rachele, sono quelli che Giacobbe amerà più degli altri. Dovrete anche raffigurare la scena del furto degli idoli di Labano da parte della figlia Rachele. Giacobbe e Beniamino ne verranno accusati, ma Labano non li ritroverà perché Rachele ha saputo nasconderli al meglio: sotto la bardatura di un cammello! Anche qui, perciò, chiedo venga scolpito sulla pietra questo messaggio: occorre fuggire dalle apparenze, dai falsi idoli. Dio saprà fare giustizia là dove gli uomini non vi riescono”.

“So che è assai complicato, ma confido nelle vostre capacità. Vi chiedo che la scena della riconciliazione tra i fratelli si trovi al centro, sulla grande colonna singola. Alle estremità, invece, due situazioni di conflitto. E’ questo un messaggio chiaramente rivolto ai nostri fratelli del Capitolo della Cattedrale”.

“Sarà un duro lavoro, mio nobile Arnolfo”, chiosò il magister, “nella mia già lunga carriera ho visto diverse rappresentazioni del ciclo di Giacobbe, ma mai una così lunga, ricca e complessa!”.

Arnolfo si rendeva perfettamente conto della difficoltà, ma sapeva anche che questo tema, pur così dettagliato, si rivelava necessario. Sant’Orso e la Cattedrale dovevano riappacificarsi e trovare un nuovo, proficuo e duraturo equilibrio.

Giunta la sera, chiuso nella sua cella, Arnolfo si dedicò con grande attenzione al codice, o meglio, a quel che ne restava. Voleva capire cosa effettivamente fosse andato perso nell’incendio. Valutò con perizia il documento e alla fine: “L’intera galleria orientale… ogni indicazione di padre Ardagh è andata perduta… Come fare?“. Sperò in qualche sogno; sperò nelle preghiere… ma nulla. Stabilì dunque che venissero reimpiegati i capitelli di un porticato già esistente, grandi e poderosi, decorati però unicamente con motivi vegetali stilizzati. Non poteva sapere, il buon priore Arnolfo, che nei secoli, solo uno di quegli antichi capitelli si sarebbe salvato; gli altri sarebbero stati sostituiti.

Dall’alto della sua finestra Arnolfo osservava il procedere dei lavori con gioia e soddisfazione crescenti. Restava un grande rammarico… il pilastro di nord-est. Quel pilastro era fondamentale: era la porta d’ingresso del chiostro, la prima cosa che si sarebbe vista entrando… non poteva permettere che restasse privo di decorazione. Lesse e rilesse decine di volte il codice, nella speranza che qualche accenno potesse essergli sfuggito. Cercò indizi nelle miniature, ma niente! Quanto avrebbe voluto che padre Ardagh fosse lì con lui, a sostenerlo e consigliarlo, come quando era ragazzo…

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Quel cruccio turbava persino i suoi sonni. Tanto che quella notte, completamente incapace di trovare quiete, Arnolfo prese una lanterna e scese nel chiostro silenzioso.  Osservò quella magnifica fabbrica che, giorno dopo giorno, aveva assunto un aspetto ragguardevole. La lucentezza dei marmi enfatizzava le volumetrie, gli aggetti e l’espressività delle scene scolpite. Un gioiello! Quel pilastro di nord-est restava un punto buio, anonimo. E non poteva permetterlo!

Ad un certo punto, mentre Arnolfo sedeva assorto nelle sue meditazioni, un’improvvisa folata di vento gelido spense la luce della sua lanterna. Solo il chiarore lunare illuminava d’argento una parte delle gallerie.

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Udì dei passi. Un fruscio. “Chi va là? Chi è?”. Arnolfo si alzò e si avvicinò all’ingresso ma vide che era chiuso. “Chi è? Fratello Arnodus siete voi?”. Credette fosse Arnodus, il guardiano, ma non ottenne risposta. Finché i suoi occhi, ormai abituati all’oscurità, riconobbero un profilo, una sagoma, un’ombra tra le ombre…

Stella

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