Laureata a Pisa in Archeologia delle Province romane. Specializzata a Padova in Archeologia e storia dell'arte classica. Archeologa votata alla comunicazione e alla promozione dei BBCC, adoro viaggiare, anche solo con l'immaginazione. Mi piace raccontare e raccontarmi. E, non ultimo, mamma di due splendide bimbe!
Mi reputo una sorta di "social-touristic archeologist"...partiamo? Anzi.."archeologhiamo"?!
Saint-Vincent, nota località della valle centrale, famosa per il suo Casinò e per le Terme, conosciute sin dal XVIII secolo col nome di Fons Salutis.
Saint Vincent (foto: Enrico Romanzi)
Saint-Vincent è anche chiamata la “Riviera delle Alpi” in virtù del suo clima mite e della sua esposizione a sud che sfrutta una vera e propria balconata verdeggiante aperta sul fondovalle. Affacciata su un paesaggio arioso, a breve distanza da Aosta, ben collegata alla Valtournenche e alla Val d’Ayas, Saint-Vincent è da sempre sinonimo di ospitalità , benessere e ricettività .
UN PO’ DI STORIA
Ma non va dimenticato l’illustre e ricco passato di questo luogo, attraversato dallastrada romana delle Gallie sin dal I secolo a.C. (a poca distanza dal centro si trovano i resti del ponte in località Cillian), un itinerario ben organizzato e sicuro poi divenuto, col Medioevo, la Via Francigena.
Resti del ponte romano lungo la Via delle Gallie in loc. Cillian (S. Bertarione)
E un percorso così importante da sempre ha richiesto una capillare organizzazione in termini dipunti-tappa, ricoveri per uomini e animali, fonti d’acqua e altre infrastrutture.
La parrocchiale di San Vincenzo (Foto: E. Romanzi)
L’attuale Via Roma, infatti, in buona parte, sebbene con larghezza ridotta, ricalca il tracciato della via romana lungo la quale, proprio dove oggi sorge la chiesa, si apriva una mansio, cioè un edificio deputato all’accoglienza dei viaggiatori, oltretutto dotata di balnea, cioè di un piccolo ma funzionale impianto termale. Un primo complesso, databile al I sec. d.C., poi ampliatosi nel secolo successivo (II-III d.C.) e rimasto attivo almeno fino al IV secolo d.C.
Un sito già noto e frequentato da molto tempo prima dell’arrivo dei Romani, dato che lì dove sorse questa mansio, sono state individuate tracce di abitazioni e oggetti riferibili al lungo periodo che va dalla Tarda Età del Bronzo fino a tutta l’Età del Ferro (XI-V sec a.C.).
Durante il V secolo d.C., il complesso ricettivo-termale era ormai in abbandono e cominciarono ad essere realizzate le prime sepolture tra le quali si distingue un mausoleo, una sorta di grande tomba di famiglia, attorno cui vennero moltiplicandosi e stringendosi le altre sepolture.
UNA PICCOLA “SPA” SULLA VIA DELLE GALLIE
E’ un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo quello che potrete fare nel sito archeologico sotto la chiesa di Saint-Vincent, oltretutto abbellito e arricchito da un recente intervento di valorizzazione e musealizzazione che ne ha reso più evidenti e comprensibili le singole fasi cronologiche e le rispettive destinazioni d’uso.
La prima parte del percorso di visita (da Akhet)
Dalla lunga fila dei poderosi pilastri della chiesa romanica di XII secolo, si arriverà di fronte al mausoleo e non senza alcune…sorprese! Da qui il cammino prosegue verso le testimonianze dell’età romana dove sarete accolti da un’atmosfera molto particolare, oserei dire “acquatica”!
La sequenza di ambienti era quella canonica: dallo spogliatoio (apodyterium) alla piscina fredda (frigidarium), quindi la vasca tiepida (tepidarium) per poi terminare nel calidarium vero e proprio, la vasca con l’acqua calda!
La zona dei balnea (L. Acerbi)
Certo noi non abbiamo inventato niente! I Romani erano maestri nei sistemi di riscaldamento… sia a pavimento (grazie alle collaudatissime suspensurae) che a parete (mettendo all’interno di un’intercapedine risparmiata nel muro dei particolari mattoni cavi, i tubuli, al cui interno passava l’aria calda). Non so se mi spiego… Tutto grazie al calore prodotto dalla combustione di legname nel praefurnium collegato all’ipocausto (ossia il livello inferiore del pavimento del calidarium). Quest’ultimo era un ambiente “tecnico”, definiamolo così, spesso collegato anche ad una cucina; questo accadde anche a Saint Vincent con certezza nell’ultima fase di vita del complesso, tra IV e V secolo d.C.
Il calidarium (L. Acerbi)
La scoperta dell’impianto termale e del suo antico funzionamento vi condurrà , poi, verso l’epoca protostorica (Età del Bronzo Finale e del Ferro) dove sono state allestite belle vetrine didattiche con i reperti meglio conservati e più significativi ritrovati nel sito.
E pensare che tutto emerse per puro caso.. in una notte del 1968 un ordigno esplosivo piazzato all’esterno dell’abside aprì una ferita nel sottosuolo che mise in luce reperti inaspettati!
E POI?
Durante il V secolo, probabilmente in concomitanza con l’abbandono della funzione termale dell’impianto romano, la zona orientale dell’antico complesso viene utilizzata come area cimiteriale. All’interno del probabile mausoleo, infatti, sono state ritrovate alcune sepolture ad inumazione, orientate est-ovest, con il capo rivolto ad est e totalmente prive di corredo, tipiche dei primi tempi cristiani. In particolare si rileva la presenza di una tomba piĂą imponente delle altre, in muratura e intonacata, forse appartenuta ad un personaggio di spicco della comunitĂ , la cui tipologia rimanda ad esemplari rinvenuti durante gli scavi delle chiese aostane di Sant’Orso, San Lorenzo e Santo Stefano ed è databile, sulla base di confronti con le sepolture tardo-antiche di tutto l’arco alpino, proprio al V secolo d.C. Una tomba che ha funto da attrattore per altre sepolture che volevano “starle vicino”, una sorta di sepoltura “ad martyres“. Si è così formato un primo gruppo cui nel tempo se ne sono aggiunti altri denotando una continuitĂ funeraria orbitante intorno ad un primitivo edificio di culto utilizzato verosimilmente fino alla costruzione della chiesa romanica nel XII secolo.
Quest’ultima, dotata di tre navate desinenti in altrettanti absidi e liturgicamente orientata a est con ingresso da ovest, richiama la tipologia di altre importanti chiese romaniche della Valle, quali quelle di Santa Maria di Villeneuve e di San Martino ad Arnad.
Al di sotto dell’area presbiteriale si trova anche una cripta, suddivisa sempre in tre navatelle e comunicante con il coro e con le navate tramite due accessi laterali. Le cripte, si sa (almeno, per me è così), presentano sempre un’atmosfera tutta particolare, pregna di appartato misticismo e spesso si rivelano preziosi scrigni di camei artistici. Qui vanno apprezzati senz’altro i capitelli scolpiti con motivi ad intrecci e foglie di acanto stilizzate, prettamente romanici sebbene figli di una piĂą antica ereditĂ iconografica carolingia.
La parrocchia di Saint-Vincentviene citata per la prima volta in una bolla di papa Eugenio III datata 26 febbraio 1153, che ne attesta l’appartenenza all’abbazia lionese di Ainay. Il legame col celebre centro monastico francese, attuato attraverso la dipendenza dal priorato di Nus, sottolinea il prestigio di questa parrocchia, tra le piĂą ricche e popolose della Valle d’Aosta sin da epoche remote. Â
Naturalmente non ha potuto mantenere, lungo i secoli, il suo primitivo aspetto romanico, ma ha subito, destino comune a moltissime chiese, numerosi rifacimenti. Dal radicale rifacimento dell’abside centrale (con contestuale riduzione del catino absidale interno) eseguito nel XV secolo, fino alle nuove volte secentesche resesi indispensabili dopo un incendio che devastò il precedente solaio, per concludere con la facciata nuova di zecca realizzata nel 1889 insieme al prolungamento dell’edificio verso ovest di ben 2 campate, opera dell’architetto Camillo Boggio, lo stesso che seguì gli interventi neo-gotici al Castello di Saint Pierre.
Quante storie dietro ( e sotto) una chiesa. Quante vite, quanti volti, quante persone passate o vissute stabilmente in questo tratto soleggiato di fondovalle valdostano.
Un patrimonio di tutti da non dimenticare, ma continuare a condividere e a tramandare. Un patrimonio che, a partire da dopodomani 22 gennaio 2022, verrĂ ulteriormente valorizzato dalla riapertura in grande spolvero del bel Museo parrocchiale dove restare stupiti dalla monumentale statua lignea di un San Maurizio quattrocentesco proveniente dalla splendida chiesa romanica di Moron.
Per una Saint Vincent diversa, forse insolita; una Saint-Vincent in filigrana tutta da scoprire (e, magari, ri-scoprire).
Abbiamo festeggiato, ieri, il Ferragosto che in Valle d’Aosta coincide con la Festa delle Guide alpine, di quegli uomini e quelle donne per cui l’ascesa è ragione di vita, mestiere, passione. Guide poste sotto la protezione della Vergine Assunta al cielo. Salire, superare rocce, strapiombi e crepacci. Superare le forre e le creste bucando le nuvole. Arrivare lassĂą, in vetta, dove la terra e il cielo si toccano. Dove l’umano e il divino si sfiorano.
Valle celebra e omaggia le sue valorose guide alpine, capaci, appunto, di ascendere, di salire verso le vette accompagnando e proteggendo i loro clienti. Guide alpine che oggi iniziano a contare anche su presenze femminili.
#Donne coraggiose ed ardite; #donne curiose e avventurose. Donne che, coi loro abiti ingombranti, i corsetti e i cappelli a tesa larga, han saputo compiere viaggi lunghi ed estenuanti, scalare montagne, superare valichi e colli, in barba ai benpensanti, agli stereotipi e … agli uomini!
Le donne, per secoli, sono state solo le mogli degli alpinisti, quelle che dovevano stare a casa ad aspettare. Per troppo tempo i monti e le donne sono stati contrapposti in virtù di stereotipi e pregiudizi per cui, il gentil sesso, mai e poi mai avrebbe potuto avvicinarsi alle alte quote, per ovvi motivi fisici e mentali. Addirittura, nel XVIII secolo, alcuni medici ritenevano che se una donna avesse provato a salire una montagna, lo sforzo sarebbe stato talmente grande che le avrebbe provocato sterilità . Figuriamoci.
Eppure donne e montagna in un certo senso si somigliano: entrambe esigono una conquista, entrambe sono tanto belle e desiderate quanto spesso inaccessibili. Donne e montagna in realtà  sanno dialogare, instaurando una relazione fatta di forza e di rispetto in cui, oltre ai muscoli, serve soprattutto la testa.
Quattro passi nella storia
L’alpinismo al femminile ha iniziato a profilarsi sin dal XVI secolo, quando le prime timide compagini di nobili e avventurose signore si legavano in cordata per affrontare i severi pendii innevati coi loro pesanti gonnelloni.
Marie Paradis
Tuttavia è stato grazie ad una certa Marie Paradis, chamoniarde DOC, che per la prima volta la cima di una montagna (e che montagna, dato che si trattava niente meno che di Sua Maestà il Monte Bianco!) venne associata ad un’alpinista, o meglio, ad un’ascensionista donna. Era il 14 luglio del 1808, Marie aveva 30 anni e gestiva una locanda in quel di Chamonix. Le finanze languivano. Così lei, per necessità economiche e per desiderio di gloria, decise di azzardare un’impresa fino ad allora impensabile per una donna: scalare il Monte Bianco. Vi riuscì, seppure in seguito i pettegolezzi e le maldicenze si sprecarono. In ogni caso, da quella volta, lei divenne “Marie du Mont Blanc”.
Henriette d’Angeville
E cosa vogliamo dire dell’ardimentosa Henriette d’Angeville che, il 4 settembre 1838, col suo nutrito seguito di guide e servitori, col suo particolare abbigliamento e i suoi tanto discussi pantaloni imbottiti stretti in vita e alle caviglie (fu uno scandalo: una nobildonna in braghe!) riuscì, con una vera e propria spedizione, a salire in vetta al Bianco? Henriette annotò la sua impresa nel famoso Carnet Vert, preziosa testimonianza della sua ineccepibile e “tutta femminile” organizzazione. Leggendo questo suo dettagliato resoconto, davvero basta poco per lasciarsi conquistare dalla tenacia di questa viaggiatrice solitaria che, senza remore, andò dritta sull’obiettivo.
Jane infatti rivestì un ruolo significativo nella storia del movimento alpinistico femminile grazie alla sua prolungata e attiva frequentazione delle Alpi dal 1854 al 1862 in seguito a cui scrisse due libri:  “Alpine Byways Or Light Leaves Gathered in 1859 and 1860“, Longman Green Longman&Roberts, (London 1861) e, l’anno successivo presso lo stesso editore, “A summer tour in the Grisons and Italian Valleys of the Bernina”.
Lady Freshfield ci descrive i luoghi, la gente, le usanze, senza tralasciare, con genuino piglio anglosassone, ciò che non incontrava il suo gusto o che la lasciava perplessa. I suoi racconti sono corredati dai disegni dell’amica e compagna di viaggio Charlotte Gosselin: non fotografie ma vere e proprie istantanee piene di arte e di emozione.
Così scriveva Eliza Robinson Cole, dopo aver raccontato in più di 400 pagine le sue esperienze di donna alpinista, alla fine del suo libro “A lady’s tour round the Monte Rosa” edito a Londra nel 1859. In epoca Vittoriana, dal 1837 al 1910, le donne inglesi hanno lasciato le loro testimonianze di viaggio in più di 1400 testi dimostrando un senso di avventura e di adattamento paragonabile a quello dei loro compagni.
Lady Cole, inoltre, descrive con precisione gli indumenti e le calzature piĂą adatte suggerendo alle donne anche i possibili accorgimenti per rendere piĂą sicuro ed agevole il cammino in montagna. Curioso l’espediente dei piccoli anelli fissati sul vestito nei quali passare un cordino per sollevare l’abito all’altezza desiderata velocemente e con un solo gesto.Â
Lucy Walker
Altra donna eccezionale fu Lucy Walker, sorella del celebre Horace, conquistatore delle Grandes Jorasses nel 1868. Lei acquisì fama per essere stata la prima donna a scalare il Cervino nel 1871, raggiungendo la vetta lungo la cresta Hörnli. Ma questa fu solo una, seppure forse la più nota, delle 98 scalate che Lucy compì nelll’arco della sua vita. Ecco, con Lucy abbiamo realmente un primo, fulgido esempio di vera alpinista donna, un’alpinista “con l’apostrofo”, come dice Erri De Luca.
Margherita di Savoia
Donna forse non bellissima ma sicuramente carismatica, colta e affascinante, Margherita fu sempre una regina molto amata dal popolo e dagli intellettuali. Amava moltissimo la montagna e rese consuetudinari i suoi lunghi soggiorni estivi a Gressoney-Saint-Jean, in Valle d’Aosta, dove ancora oggi si può visitare il suo fiabesco castello, realizzato tra il 1899 ed il 1904.
Margherita amava questi monti dove la natura selvaggia le consentiva di essere se stessa lontana dal protocollo e dalle aspettative di corte; dove la lingua germanica la faceva sentire a casa, dato che la madre era Elisabetta di Sassonia. Quand’era qui, nonostante il suo castello fosse davvero la pietrificazione dei suoi sogni, lei trascorreva molto tempo in mezzo alla gente e soprattutto adorava le passeggiate e le ascensioni in montagna.
Donna robusta, alta e in ottima forma fisica raggiunse, pur abbigliata di tutto punto, con gonnellone, corpetto e cappello, i 4554 metri della Capanna a lei intitolata (la Capanna Regina Margherita), sulla Punta Gnifetti, il rifugio piĂą alto d’Europa!
Ritratto della regina Margherita di Savoia col costume di GressoneyLa regina Margherita raggiunge la Capanna a lei intitolata a 4554 metri di quota
L’ultima sovrana d’Italia, la bionda “regina di maggio” nutriva una profonda passione per la natura severa ed autentica delle montagne, in particolare quelle valdostane. Una regione, la Valle d’Aosta, dove ebbe modo di recarsi assai spesso, a cominciare da quel gennaio 1930 che la vide ospite a Courmayeur col neo-sposo Umberto II in luna di miele sugli sci. Giovani, bellissimi ed elegantissimi. Raffinatezza e sobrietĂ anche sulle piste.
Ma non dimentichiamo che la regina dagli occhi di ghiaccio fu anche una validissima alpinista che riuscì a salire in vetta al Monte Bianco e al Cervino conquistandosi la stima delle guide alpine, l’amore della popolazione locale e la ribalta della cronaca.
La sua eleganza misurata e per nulla vistosa viene sempre sottolineata dalla stampa. Assolutamente #allamoda nell’estate del 1937 quando si perde ad osservare col cannocchiale il paesaggio delle Cime Bianche: una camicetta bianca ed un paio di pantaloni molto ampi leggermente scampanati, parrebbe in “Principe di Galles”, tagliati sotto il polpaccio e trattenuti in vita da una fusciacca.
“Oh, la belle chose qu’une belle femme sur le sommet d’une montagne!” (M.Morin, Les femmes alpinistes, 1956).
Veniamo quindi ai favolosi anni ’50, quelli della rinascita, del boom economico, dell’occhiolino alle mode made in USA, dell’utilitaria, della Vespa, delle vacanze…
Ecco, appunto, le vacanze degli Italiani. Non solo mare, certo, ma anche montagna!
E come far passare in maniera davvero POP l’idea che la montagna è bella, distensiva, salutare e adatta a tutti? Ovvio! Creando manifesti pubblicitari in cui protagoniste sono loro, le #donne! Bellezze da copertina; forme pronunciate, labbra rosso fuoco, capelli ondulati e sguardi da gatta! Sorrisi abbaglianti illuminano le affiches turistiche dell’epoca; artisti come Gino Boccasile firmano pubblicitĂ entrate nel mito!
Bellezze sulla neve, in funivia, in mezzo ai prati… Bellezze sui monti insomma!
E ancora oggi cerchiamo queste immagini “vintage”, simbolo di felicitĂ e benessere, di vacanze spensierate e splendidi paesaggi!
La Valle d’Aosta è ricca di santuari, cappelle ed eremi. Una religiositĂ che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi piĂą aspri e difficili per invocare protezione contro l’imprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la feconditĂ dei campi. E oggi, nel giorno in cui si celebra la tanto amata e miracolosa Madonna della Neve, vorrei offrirvi questa panoramica sulla presenza della Santa Vergine sulle nostre montagne.
La leggenda narra che nel 1690 una donna savoiarda ( o forse una donna di Courmayeur costretta per necessità a lavorare in Savoia), fece collocare una statuetta della Vergine all’interno di una nicchia ricavata tra le rocce nel luogo noto come “Berrier” o “croix du Berrier”, lungo la strada che saliva verso il Col de La Seigne attraversando la boscosa Val Veny. Nel patois locale “lo berrio” ( o “berrier”) è il masso; e qui di massi ce ne sono a miliardi! Ma evidentemente ce n’era uno, diverso dagli altri, che per le genti del posto aveva un valore ed un significato in particolare.
LA “VERGINE DELLE ROCCE”
Sono numerosi i luoghi in Valle d’Aosta contraddistinti da questo toponimo e fin qui nulla di insolito. Ma spesso capita che alla presenza di un masso particolare sia associato un luogo sacro, frequentato sin da epoche ben anteriori l’era cristiana. Si trattava dei cosiddetti “culti litici”, ossia culti delle pietre con finalità salvifiche e terapeutiche. Se ci si pensa il cuore pulsante del Santuario della Madonna Nera di Oropa, nel vicino Biellese, è proprio un enorme masso erratico morenico contro cui venne costruito il primissimo sacello del vescovo Eusebio. E si dice che ancora oggi vi siano fedeli che tentano di intrufolarsi in una stretta intercapedine lasciata tra il masso e la parete attuale pur di riuscire a toccare la pietra salvifica.
A proposito, conoscete la processione? Dal Pillaz di Fontainemore, solitamente intorno alle 23.00, parte la lunga processione che, alle 12,30 circa del giorno dopo, raggiungerĂ il santuario. Fantastica l’alba al Colle della Barma... toglie il fiato (sempre che se ne abbia ancora naturalmente…). E dico di piĂą: il percorso che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle è un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi e conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.
Analoga la storia del santuario dedicato a San Besso, situato in territorio già piemontese ma raggiungibile (alta Val Soana), seppur con maggiore fatica, anche da Cogne. La chiesetta si stringe contro un masso imponente; un “berrio” ritenuto carico di forza e di energie benefiche. Ancora adesso vi è la consuetudine di staccare un pezzettino di roccia e trasformarlo in bijou da portare al collo, come un amuleto protettore.
Volendo citare un altro esempio piemontese possiamo indicare il sito della splendida abbazia di Sant’Antonio di Ranverso (a Buttigliera Alta-TO), da visitare anche per le forti analogie architettonico-artistiche con quella aostana dei SS Pietro e Orso. Sul sagrato si trova ancora oggi un grosso masso, trascinato quaggiù dal ritiro dei grandi ghiacciai quaternari. Bene, anche in questo caso parrebbe trattarsi di un “berrio” sacro poi “cristianizzato” con l’aggiunta di un crocifisso, ma mai rimosso.
I pellegrinaggi ripresero fino ad aumentare in modo considerevole, tanto che si rese necessario ampliare ulteriormente l’edificio: oltre 200Â mc di roccia furono spianati a colpi di mine e maglio. La nuova cappella fu terminata nel 1867 con l’aspetto che vediamo ancora oggi. Solenne la benedizione del 25 agosto 1878 e altrettanto rilevante la cerimonia dell’incoronazione della statua miracolosa avvenuta il 12 settembre 1909 alla presenza del legato papale, card. Richelmy.
E che ancora oggi questo sia una meta di numerose e sentite processioni è testimoniato anche dalle centinaia di ex-voto affissi alle pareti interne della chiesa: dipinti, sculture, bassorilievi, ricami, dediche, cuori d’argento, piccozze… una miriade di oggetti per ringraziare la Vergine del suo miracolo aiuto ricevuto nelle situazioni piĂą tragiche e difficili, in particolare per incidenti di montagna e per malattie.
ECHI LONTANI DAL VENTRE DELLA MONTAGNA
Pochi passi e, procedendo verso monte, si raggiunge la localitĂ di Purtud. Il nome di questa localitĂ dovrebbe derivare dal latino “pertugium“, poi mutata nel francese medievale “perthuis“, cosa che lo renderebbe riconducibile ad una cavitĂ . Alcune leggende parlano di antiche miniere salasse; altre, invece, di una grotta che accolse un eremo, poi divenuto cappella nota come Saint Jean de Purtud. Forse una vera e propria chiesa non è mai esistita, ma il supporre la frequentazione da parte di eremiti alla ricerca del distacco dal mondo, è giĂ piĂą probabile. Così come piace anche pensare all’antichissima presenza di culti in grotta.
La Dea Madre, le pietre, le forze naturali; le molteplici manifestazioni del sacro di cui le montagne sono sempre state pregne, fino ai santuari cristiani, fino alla Vergine che, non a caso, proprio nel giorno della sua Assunzione al cielo il 15 di agosto, accompagna e protegge, in qualità di patrona, le nostre  guide alpine.
(Stella)
“La Vergine delle rocce” – Leonardo da Vinci (National Gallery of London)
Il condominio Brenta, così chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secolo”, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia così intensa! E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, popolato da streghe e fate, da giganti e demoni, insomma da tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.
Gli anni erano passati. La sua amata e divertente nonnina era partita per le nuvole (come diceva lei…) lasciandole tutti i suoi racconti e quella voglia di scoperta e di mistero!
Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non è possibile… non esistono piĂą! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.”Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papĂ che parlava di una soffitta! SĂą, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’è?! Per favore!! ResterĂ il nostro segreto!”.
Curiosa com’era, Bianca acconsentì e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’è una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, è tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscì ad aprirla.
Come un fulmine Giovanni si lanciò sĂą per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! SĂą, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”. Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla piĂą. Procedeva nell’oscuritĂ con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentì l’aria fresca della sera.
Uscì su un terrazzo; “Dai, esci sĂą! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con piĂą attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sì, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era piĂą… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte.
Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava… “Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva.
“Giovanni…?”.”Sì, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’è! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! LĂ avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo così mi quieterò!”.
Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo!E’ l’unico angolo che non è stato distrutto…per fortuna!” E fu così che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora.
Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. PiĂą piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giĂą per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai piĂą ampi di quanto lei potesse pensare. Giovanni la precedeva con una torcia.
Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprì e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini. “Ma, è lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete è rimasto, ma è invisibile ai piĂą… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.”Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre piĂą esterrefatta.
Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva! “Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.
Bianca non riuscì nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era giĂ piĂą quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.
“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”. A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti. “Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora è la mia dimora nell’abbraccio delle piĂą alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.
Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio così importante di cui aveva sentito parlare piĂą di una volta. La porta si aprì. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori. Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito! “Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto è “Omnia cum lumine”. Lei conosce il latino, vero?”
Bianca era nervosa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “Sì, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, ..vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! Sì, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica! Ma, prego, mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguì e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: piĂą ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore.
Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca:” Sì, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”. Bianca trovò un minimo di coraggio:” Barone, sa, proprio 3 anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: è stupendo, raffinato…non credevo…”.
“Ah, sì?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtĂ indicato un quadro astrale ben preciso…
“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla è a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito…Avrei voluto conoscerla!”
Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentì chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?” Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente piĂą sobrio e spartano.
Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.”Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas è stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.”Ordine? Ma quindi adesso è … un convento?”, chiese Bianca disorientata.
“Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben 2 secoli orsono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalitĂ ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”.
“Ah, non…sapevo, ecco…io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirĂ meglio, potrĂ scendere nel refettorio per la cena, se vorrĂ ”.
E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas. A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio.
Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldrini. Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?” Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”
“Una signorina bella come lei starĂ benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un alto e gonfio chignon decorato con nastri e piume.
“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!” cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.”Forza! Cosa fai lì tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sì – pensò – in un posto così verrei volentieri in vacanza. Certo, non è un hotel 5 stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.
Un bel ragazzo sui vent’anni, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossì e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze in inglese. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica.
Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il piĂą possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union giĂ da 2 settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.
John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternitĂ . Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era piĂą circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).
“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter ri-scoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso!
La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su piĂą edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante.
“E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di piĂą”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo è un sogno, non svegliatemi piĂą!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.
A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo è il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno. Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.”1958?! Ma come?”.
Nel cortile udì parlottare due camerieri:” Eh, ormai l’Union non funziona piĂą! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina… eh, ho giĂ sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.”No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.
“Bianca…Bianca…”. La ragazza aprì gli occhi a fatica. “Sì?… chi è adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiam fatto piĂą tardi del previsto… e’ quasi l’1 di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!
“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…avrebbe voluto dirgli tante cpse!
Finalmente uscì in piazzetta dove la veillĂ era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa, voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “Non… non è possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…” Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”
“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa…dai!”.”E sĂą! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”
Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’è un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”
Bianca la seguì controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando.
I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la veritĂ e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…“
La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna piĂą!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.
Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella cittĂ alpina era alle stelle!
Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana cittĂ di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane etĂ . Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacitĂ strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non così distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.
Avillio poteva contare su una cospicua ereditĂ e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.
In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola è maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta è zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.
E così fu fatto. Ma giĂ quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre piĂą forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocitĂ erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.
“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.
La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor piĂą grave, la sponda non c’era piĂą! La gola era diventata ancora piĂą profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra è viva roccia. (S. Bertarione)
Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne così deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.
Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti piĂą o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi piĂą al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferì Servio, il suo fidato intendente.
“Ah, sì? Bene, vorrĂ dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre piĂą infastidito.
Il montaggio del ponteggio era giĂ un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!
Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.
La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio piĂą incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!
Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre piĂą forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu così che Avillio, sospinto da una forza segreta, salì attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.
La farfalla, sempre piĂą grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilitĂ .
Quando li riaprì, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…
Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.
“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.
“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.
“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.
“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.
E così, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…
In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte piĂą cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene piĂą andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…
Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma è risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!
Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.
“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”
Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…
Avillio, terrorizzato all’idea di non poter piĂą abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la piĂą felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…
Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.
“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto piĂą adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.
Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese piĂą nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.
I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.
E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…
Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.
“Dimmelo tu cos’è successo, Avillio! Da quale misteriosa divinitĂ sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribĂą salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”
Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, piĂą robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…
Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimè, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, è finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.
“Ma no! Eyvia, Servio è morto! Non potrĂ rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me è finita. Questa è la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.
Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassĂą alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lì insieme che arrivi il nuovo giorno”.
Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserĂ mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo è sacro: da qui nascerĂ il mio acquedotto e sarĂ posto sotto la tua protezione. Nessuno oserĂ mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; si levò in volo e gli si posò sulla spalla.
“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.
Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi piĂą vivi complimenti.
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)
Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.
Ma c’è dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metĂ giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissĂ che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…
Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?
Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo, emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. E’ una tomba, la cosiddetta “Tomba 2”. Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrà progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un po’ distanti, è vero, ma è quasi simbolico dell’effettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.
 Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto da una sorta di flusso comunicativo tra il “sotto” e il “sopra”, tra la terra e il cielo.
Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonoritĂ prima soffuse che si fanno poi via via sempre piĂą imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.
ANTICHISSIME ARATURE
E ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, così simboliche, così presenti… chissà con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono l’Emilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.
Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti ad un gesto antico: l’aratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto. Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai. La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.
Ma questa non è un’aratura qualsiasi. Qui l’agricoltura si fa rito, si fa preghiera.
Un viaggio che li condurrà nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro. Gli Argonauti, i marinai che fecero l’impresa. Giasone chiese il vello d’oro al re Eeta, il quale acconsentì a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo. Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati. Le antiche leggende parlano di draghi; qui si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.
Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!
10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudono oltre 6000 anni di storia dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi è gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore. Qui l’aratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di un’azione agricola apparentemente semplice come quella dell’arare.
E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrare una serie di grandi fosse (o pozzi) che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profonditĂ .Â
Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavitĂ , ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano di un paesaggio agrario remoto e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili.Â
Probabilmente offerte alle divinità della terra: divinità ctonie e feconde. Quegli dei che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.
A ben pensarci è lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dell’Oltretomba.
ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerĂ anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.
Miti di viaggio, di lunghi spostamenti, di migrazioni di popoli provenienti dall’Asia Minore. In fin dei conti un po’ di verità c’è. E lo vedremo.Scriveva Silio Italico, politico e poeta romano del I sec. d.C.:“Ercole affrontò le vette inviolate: Fu il primo. Gli dei vedono stupitiCome fende nubi, fracassa alture,Doma possente rupi mai battute“.Vagava, il semidio, da Oriente a Occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti.
Ci troviamo, infatti, al cospetto dell’area megalitica, unico e prezioso scrigno di testimonianze archeologiche risalenti fino all’epoca Neolitica (V millennio a.C.). Un’area composta da un sito archeologico pluristratificato le cui testimonianze vanno dalla Preistoria al Medioevo passando, come nel miglior manuale di Storia, attraverso le EtĂ del Rame, del Bronzo, del Ferro fino a tutta l’epoca romana, l’etĂ tardoantica e altomedievale. Un Parco archeologico all’avanguardia che ha aperto definitivamente i battenti il 24 giugno 2016 e che, senza alcun dubbio, merita una visita!Â
Un’area estremamente suggestiva e densa di storia, dove cielo e terra, uomini e dei, dialogano sin dalla notte dei tempi. Un grande, straordinario, santuario preistoricodove funzioni cultuali e funerarie si sono avvicendate e trasformate nei secoli fino all’utilizzo dell’area a fini non solo sepolcrali ma anche agricoli in epoca romana, per poi approdare (nuovamente) al contatto col divino nell’Alto Medioevo attraverso l’emblematica figura di San Martino.
Ma non indugiamo oltre ed entriamo, varcando la soglia di questo complesso esteriormente così moderno e avveniristico che, con gli anni, diventerà  un importante centro non solo museale, ma di studio e ricerca dedicato alla Preistoria alpina, un settore ancora poco conosciuto e dalle frontiere ancora in buona parte inesplorate.
L’avvicinamento al sito avviene scendendo lungo una rampa dove gli intrecci delle travi in acciaio con le strategiche aperture vetrate consentono di vivere l’azione stessa dello scendere. In una scenografia che sa quasi di archeologia industriale, si vede chiaramente che si sta “bucando” il terreno circostante e si sta andando in un luogo sotterraneo; la cappella si fa più alta e più lontana. L’Aosta dell’oggi sta lasciando il posto all’Aosta “perduta”, a quell’area senza nome avvolta dal torpore dei millenni, l’area “dalle grandi pietre”, l’area megalitica.
Sembra quasi di essere su un’astronave, in viaggio al di là del tempo e dello spazio alla ricerca di mondi solo apparentemente perduti. E non a caso era il 1969 quando questo sito venne scoperto. Giugno 1969. Un mese prima che l’uomo mettesse piede per la prima volta sulla Luna. E, davvero, percorrere questa rampa del tempo per raggiungere un luogo così insolito ed inaspettato, può per molti aspetti essere paragonato al mettere piede su un altro pianeta!
E in effetti, la stessa impressione si può avere sin dall’esterno. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel piĂą remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.
La rampa continua la sua discesa, le luci progressivamente si affievoliscono e ci si ritrova a 6 metri sotto terra. I colori scuri aiutano la percezione di un sottosuolo al confine con una dimensione “altra”. Bisogna prepararsi ad un salto cronologico importante.
All’ improvviso ci si ritrova in uno spazio immenso. Ci si sente piccoli piccoli in questa sorta di lunare vastitĂ . Ci si potrebbe anche chiedere dove si è e, soprattutto, cosa si debba guardare. Le luci cambiano e sfumano; dal buio quasi totale ad un chiarore freddo, fino ad una luminositĂ dorata e diffusa, per poi passare ad una calda tonalitĂ aranciata che, virando sul violetto e poi sul blu, riporta di nuovo la notte.Â
E’ il susseguirsi dei giorni e delle notti, delle albe e dei tramonti, delle lune e delle costellazioni che nei millenni hanno visto la nascita, lo sviluppo, gli utilizzi e i cambiamenti di quest’area straordinaria. Un’area in origine pensata e costruita a contatto diretto col paesaggio e col cielo, ma che oggi, inserita com’è nel tessuto urbano e dotata di un deposito archeologico tanto corposo quanto fragile e vulnerabile, ha necessitato una copertura. Non ci sono solo “pietre”, c’è molto di più! E’ il più grande sito megalitico coperto d’Europa!
“E gli dei tirarono a sorte. Si divisero il mondo: Zeus la Terra, Ade gli Inferi, Poseidon il continente sommerso”.
(da “Atlantide”, di F. Battiato)
In uno scenario di vette aguzze dalle forme degne di una scenografia “fantasy”, il padre degli dei ci accoglie, non a caso, al Plan de Jupiter: il pianoro roccioso a 2.437 metri di quota dove la Via delle Gallie attraversa l’estremo lembo d’Italia prima di entrare nel Vallese svizzero. E’ l’Alpis Poenina. Un itinerario giĂ frequentato in epoca protostorica, comunque preromana, migliorato con Augusto e perfezionato definitivamente con l’imperatore Claudio, fondatore di Forum Claudium Vallensium (attuale Martigny), precedentemente Octodurum, oppidum dei Veragri.
Un luogo magico, da vedere in particolare al mattino presto, quando le nubi si avvolgono intorno alle severe e taglienti vette dei monti circostanti e la bruma si addensa sulla superficie del lago. Quando, quasi all’ improvviso, tra le nebbie appare la statua di San Bernardo d’Aosta, protettore di alpinisti e viandanti. Mistico, evocativo… ma c’è dell’altro quassù!
I versi dell’incipit di Atlantide dell’immenso Maestro #FrancoBattiato mi hanno sempre fatto venire i brividi pensando a questo luogo. E quando ci vengo, immancabilmente la ascolto. Quelle musiche essenziali, riecheggianti, lontane e come “sospese”; quella voce sottile ma immanente, mi trasmettono tutto il senso del potente e del divino che ancora oggi, tra auto, moto e souvenirs, riecheggia prepotente in queste montagne..davvero, guardatele, osservatene la forme: sono assolutamente frutto del divino! E pensate a cosa doveva essere qui 2000 e piĂą anni fa: il lago era molto piĂą esteso (tutta la fascia degli chalets e dell’albergo Italia era ancora sommersa), la strada protostorica (poi romana, poi Francigena), correva a mezzacosta, sapientemente intagliata nella roccia viva. Ci siete mai arrivati a piedi? La superficie baluginante del lago si annuncia in lontananza, brillando all’orizzonte in una conca dominata dai toni del grigio ma sorridente di minuti fiorellini. E voi arrancate, gli ultimi metri, avvolti in un abbraccio roccioso, calpestando quella strada faticosamente strappata alla montagna. E’ un’emozione ogni volta!
Proprio ai piedi della statua, se si guarda con molta attenzione, si noterĂ che la roccia presenta dei tagli geometrici e regolari: si tratta dell’impronta lasciata dalle fondamenta dell’antico tempio dedicato a Giove Pennino. GiĂ …”Pennino”: qui la principale divinitĂ capitolina ha sposato un dio celtico, autoctono, figlio di queste cime: il dio Penn il cui nome ritroviamo in Pennino, Ap-pennino, Monti Pennini (in Inghilterra) e nella vicina Valpelline (anticamente Vallis Poenina). Con l’immaginazione eliminate per un momento la statua, tenete la roccia. Non lontano dal tempio, infatti, giĂ vi era un luogo sacro alle popolazioni celtiche locali, un luogo dove, come ex-voto, era consuetudine lasciare monete, una sorta di offerta alle forze, ai numina, di questa valle preziosa quanto difficile. E tutt’intorno si noterĂ quanto la terra sia rosata, e quanti frammenti di terracotta punteggino i prati: sono i resti delle coperture dei tetti del tempio e dei due edifici, di cui una mansio, situati ai lati della strada. E’ un’archeologia “invisibile”, fatta di minimi indizi e fragili testimonianze materiali; è un sito che deve lottare con le forze della natura e col costante dilavamento. Ma se ci si sforza un po’ lo si riesce ad indovinare nei solchi delle rocce e del terreno. I Romani, un popolo capace di domare la Natura adattandola ai propri desideri. Un popolo, in questo caso, che ha saputo conquistarsi una sorta di “Paradiso”. Immaginate le legioni in marcia verso il valico, magari nel bel mezzo di tempeste e nell’infuriare dei venti. Arrivare quassĂą, trovare un rifugio e le famigliari colonne del tempio di Giove. Provate ad ascoltare “The Conquest of Paradise” di Vangelis e poi ditemi se non vi sembra di vivere davvero queste scene…
E se poi si decide di visitare il Museo dell’Ospizio, allora si ritroveranno tutti quegli oggetti capaci di dare voce ai luoghi e di restituire il trono a Giove Pennino.
Su questi valichi il divino è ovunque. E’ una presenza tanto discreta quanto pervasiva. Può sembrare un bisticcio, è vero…ma quassù, nelle “terre di mezzo”, ancora oggi, nonostante tutto, il mondo degli dei e quello degli uomini possono ancora riuscire ad incontrarsi.
In un giorno e una notte
la distruzione avvenne.
Tornò nell’acqua.
Sparì Atlantide
Grazie di cuore, Maestro!
Stella
La strada romana in arrivo al colle (S. Bertarione)
La statuetta di Giove Pennino esposta al Museo dell’Ospizio (S. Bertarione)
Nel cerchio evidenziato l’ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)
Come ogni anno l’appuntamento con la #MFW, la #MilanoFashionWeek, è fonte di ispirazioni, suggestioni e riflessioni che, partendo dalle ultime tendenze in fatto di moda e costume, mi porta ad andare indietro nel tempo ritrovando accenni di stile, tagli o accessori in testimonianze del passato. Ebbene sì, anche del passato piĂą remoto.
Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società , una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.
Come mai, vi chiederete, parlare di fashion trend all’Area Megalitica?
Beh, intanto comincerei con l’elencare, sinteticamente, almeno #10buonimotivi per visitare questo sito inatteso e sorprendente:
Un sito archeologico grandioso che racchiude oltre 6000 anni di storia.
Coi suoi attuali 10.000 mq (che diventeranno 18.000 a fine lavori), è l’area megalitica coperta più vasta d’Europa.
Megaliti in cittĂ ! Un sito megalitico urbano nel quartiere ovest di Aosta. E non è cosa tanto frequente…
Un viaggio nel tempo alla scoperta di una lontana e affascinante Preistoria alpina.
Emozionarsi davanti ad un paesaggio arcano ed inatteso illuminato dal millenario susseguirsi di albe e tramonti.
Sorprendersi davanti ad arature tracciate piĂą di 6000 anni fa.
Meravigliarsi per gli emblematici allineamenti creati per far dialogare terra e cielo.
Scoprire le prime grandi statue della Preistoria: rivestite di motivi decorativi ma tuttora avvolte da un enigmatico “mistero”.
Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente “fuori dal coro”.
Come nel 2019, ma rivisitate nei dettagli e nelle palette cromatiche (ora piĂą piene e accese), le giacche over-size, i blazer dal taglio geometrico e schiettamente maschile ma che ben si adattano anche a noi fanciulle come indumento trasversale e versatile; ok col look elegante e raffinato, ma anche coi jeans, le gonne, addirittura la tuta! Anche i trench devono essere maxi e, se possibile, con spalline importanti.
Ecco, le decorazioni! Queste stele (che mia figlia – 4 anni – chiama “pietre vestite”!) presentano fitti, minuti e raffinati schemi decorativi che richiamano tessuti lavorati, applicazioni in metallo (in particolare rame) o in osso o addirittura in valva di conchiglia (quelle grandi conchiglie oceaniche che i potenti dell’EtĂ del Rame amavano esibire come oggetti suntuari legati a commerci importanti con terre lontane. E da conchiglia, aperla e madreperla…il passo è breve!
Reticoli di rombi, forse originariamente a colori alterni e a contrasto, ricoprono queste statue preistoriche, iconiche e aniconiche allo stesso tempo, mute (senza volto), ma allo stesso tempo dense di linguaggi.
Proprio queste magnifiche stele eneolitiche sono le protagoniste di un primo ciclo di 15 brevi racconti che, con un linguaggio semplice e con un intreccio favolistico, vogliono narrare ad un pubblico ampio per etĂ e formazione, quello che doveva essere l’arco alpino nord-occidentale 5000 anni fa! Il popolo dei #GrandePietra vuole così dare voce e forma a quegli antichi abitanti che, in questo luogo della piana circondata da alte montagne, avevano il loro santuario piĂą importante, una sorta di Olimpo Preistorico in cui, secondo precisi allineamenti celesti e terrestri, si celebrava il sacro dialogo tra uomini e dei.
Ma torniamo ai vestiti. “Pietre vestite”, appunto! Parliamo poi di epoche in cui, senza overdose di immagini, pochi ma sapienti dettagli potevano comunicare tutto: il rango, il ruolo, il potere!
Fondamentali gli accessori: collane e cinture su tutti! Un trionfo di pelli lavorate, illuminate da ciondoli in rame e in pietra levigata, arricchite da dettagli in osso e, come giĂ detto, conchiglia. Ogni forma, un preciso significato. Beh, ecco il gran ritorno delle cinture-gioiello! … ancora meglio se con forme che riecheggiano ammoniti, antiche spirali, conchiglie… un eterno “femminino” inno di vita e continua rigenerazione!
Guardate la rielaborazione a colori della stele 3 sud:
Lo stile optical la fa da padrone. In una predominano i rombi; nell’altra il damier, il disegno a scacchiera. In una abbiamo un importante collier e un capo di abbigliamento assai simile ad un corpetto; nella seconda, oltre all’importante collare multifilo, una ampia casacca a scacchi. Nella seconda, poi, la marcata presenza di armi (un’ascia, un arco e ben due pugnali nel loro fodero decorato da frange – anche queste di moda – dichiarano l’identitĂ maschile di questo probabile capo guerriero.
Losanghe e rombi che, curiosamente, non abbandonano questa regione e ritornano nel Medioevo ricoprendo le pareti di stanze, porticati e cortili di alcuni tra i piĂą noti castelli valdostani!
E guardate come, a 13 anni, avevo immaginato la giovane, bella e ribelle contessa Caterina di Challant! Tanto famosa e celebrata quanto per nulla noto il suo aspetto…
E tornando ai personaggi di “C’era una volta GrandePietra2, eccone alcuni disegnati con mia figlia:
Lontani echi egizi e addirittura precolombiani si ritrovano in queste arcane sculture giunte dal passato, gelosamente custodite nel ventre della terra e fortuitamente venute alla luce nell’anno in cui l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna! 1969, odissea nello spazio e nel tempo!
In quel 1969 Passato e futuro si toccarono all’insegna di un presente ricco di obiettivi, conoscenze, tecnologia e traguardi da raggiungere.
Allo stesso modo, ad Aosta, l’Area Megalitica emerge, dirompente, in un quartiere residenziale ad appena 2 km dal centro storico occupando lo spazio con volumi futuristici e avveniristici. Forme scabre, geometriche e nette; materiali che assorbono e riflettono la luce, quasi a voler catturare quel Sole e quel cielo così importanti, in origine, per disegnare questo sito, contemporaneamente muto ed eloquente.
Allo stesso modo, tra le tendenze dell’ultima #MFW abbiamo visto sfilare motivi geometrici e optical,
Valentino
ma anche pellicce di ogni tipo e colore (rigorosamente eco!)
; gioielli vistosi dal sapore etnico e tribale
accanto a look “spaziali” degni di #StarWars, come quelli ideati da Salvatore Ferragamo per guerrieri e amazzoni del cyber spazio mas all’insegna del #FuturePositive.
Incredibilmente aliene e ancestrali le #Creatures del brand danese Han Kjøbenhavn che ritorna a Milano per la seconda prova nella fashion week dedicata al menswear.
MF fashion
Beh…ogni commento è superfluo!
Le stele antropomorfe. Scoperte: opere d’arte preistorica. Coperte: opere d’arte contemporanea!
21 aprile 2021. 2774…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!
Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umiditĂ nell’aria e sui colli, anzi, su un colle in particolare: il Palatino! Romolo aggioga la coppia di buoi,  o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto piĂą elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerĂ Roma.
Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperitĂ ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura cittĂ dovrĂ essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.
Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.
21 di aprile 2020. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.
Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.
Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.
Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le cittĂ con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinitĂ !).
Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e  Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’UniversitĂ di Otago (Nuova Zelanda).
Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.
21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternitĂ , il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.
Mi auguro che oggi sull’Urbe eterna, il Sole non nasconda il suo volto…
Auguri Roma!
Stella
Disegno ricostruttivo del Campo Marzio in etĂ augustea
Il Mausoleo di Augusto (romasegreta.it)
Il Pantheon
Allineamento tra il Mausoleo di Augusto e il Pantheon (elaborazione)