Il segreto della Sfera

Il Castello di Ussel dominava la valle come un guardiano antico, scolpito nella roccia e temprato dai venti che scendevano dalle montagne. Di notte, le sue torri sembravano parlare con le stelle; di giorno, le mura assorbivano la luce come se custodissero un segreto troppo grande per essere rivelato.

Da secoli si narrava che nelle fondamenta del castello fosse nascosto un oggetto misterioso: la Sfera di Ussel, capace di trasformare il pensiero in realtà. Nessuno l’aveva mai vista, ma tutti temevano che cadesse nelle mani sbagliate.

Molti secoli dopo, un uomo dal passo deciso e dallo sguardo curioso salì il sentiero che portava al castello. Si chiamava Marcel Bich, barone e inventore, un uomo che vedeva possibilità dove gli altri vedevano limiti. Aveva sentito parlare della Sfera fin da bambino, ma non come leggenda: nella sua famiglia si tramandava la voce che uno dei suoi antenati l’avesse intravista, e che quell’incontro avesse cambiato per sempre il destino dei Bich.

Marcel non cercava potere. Cercava ispirazione.

Quando varcò la soglia del castello, l’aria si fece più densa, come se il tempo stesso trattenesse il respiro. Le pietre sembravano pulsare. E poi, nella sala centrale, apparve una figura avvolta in un mantello di luce.

«Benvenuto, barone Bich» disse la voce, che sembrava provenire da ogni direzione. «La tua mente è affilata come una lama, ma il tuo cuore è ancora più forte. Perché cerchi la Sfera?»

Marcel non esitò. «Per creare qualcosa che renda la vita più semplice e che trasformi il pensiero in segno. Una traccia che resti.»

La figura sorrise, o almeno così parve. «Allora sei degno.» La Sfera si materializzò davanti a lui: non più grande di un pugno, luminosa come una stella intrappolata nel vetro. Marcel la sfiorò, e in quell’istante vide immagini scorrere nella sua mente: linee perfette, inchiostro che scivolava senza sforzo, un piccolo strumento capace di rivoluzionare il mondo.

Una penna! Ma diversa dal solito.

Il giovane barone capì che avrebbe potuto creare qualunque cosa, senza limiti; ma comprese anche che la vera magia non era nella Sfera, bensì nell’idea che essa aveva acceso nella sua mente. Restituì l’oggetto alla figura luminosa. «Non voglio dipendere dalla magia. Voglio che la mia invenzione nasca dal lavoro, dall’ingegno, dall’imperfezione umana.»

La figura annuì, dissolvendosi come nebbia al sole. «Allora la tua creazione durerà più a lungo di qualunque incantesimo.» Marcel lasciò il castello con un taccuino pieno di schizzi e una nuova determinazione. Da quell’incontro nacque una penna che avrebbe portato il suo nome in tutto il mondo.

E il Castello di Ussel?

Rimase lì, silenzioso, come se nulla fosse accaduto. Ma nelle notti limpide, chi passava vicino al maniero giurava di vedere una piccola luce pulsare tra le pietre.

Marcel Bich, ormai lontano dal castello, non sapeva che il suo incontro con la magica Sfera aveva risvegliato forze che da secoli dormivano sotto la montagna…

Nelle settimane successive, infatti, tre figure giunsero nella valle, ciascuna attratta da un richiamo diverso. Liora, la Custode delle Pergamene, una giovane donna dai capelli color rame e dagli occhi attenti come quelli di un falco. Era l’ultima erede degli antichi archivisti di Saint-Vincent, custodi di manoscritti che parlavano della Sfera e dei suoi poteri. Liora aveva trovato un frammento di pergamena che citava un “risveglio imminente” legato a un uomo venuto da lontano. Sospettava che fosse Marcel.

Armand de Saint Clair, il Cacciatore di Reliquie, un uomo elegante dal sorriso affilato. Aveva sentito voci su un oggetto capace di trasformare il pensiero in realtà e non avrebbe permesso che cadesse nelle mani di un idealista. Armand conosceva il castello meglio di quanto volesse ammettere: suo nonno era scomparso tra quelle mura. Non cercava ispirazione, ma potere e ricchezza.

Liora fu la prima a scoprire che qualcosa nel castello era cambiato. Una notte, mentre studiava le mappe antiche, vide apparire un simbolo che non c’era mai stato: tre cerchi intrecciati, ognuno con un segno diverso. Il Monaco Senza Nome, comparso come un’ombra alle sue spalle, sussurrò: «Le Tre Porte si sono risvegliate. E con esse, ciò che custodiscono.»

E infine il Monaco Senza Nome, un uomo avvolto in un mantello grigio, il volto nascosto da un cappuccio. Parlava poco, ma portava con sé un bastone intarsiato con simboli identici a quelli incisi sulla Sfera. Si diceva che appartenesse a un ordine dimenticato, i Guardiani del Pensiero, coloro che avevano giurato di proteggere la Sfera a costo della vita.

Secondo la leggenda, all’interno del castello vi erano tre porte e altrettante camere segrete, accessibili solo a chi possedeva tre chiavi: la Chiave della Memoria, la Chiave della Volontà e la Chiave del Cuore. Si diceva che solo un individuo capace di bilanciare queste tre forze potesse controllare la Sfera senza esserne consumato.

Nel frattempo, Marcel Bich, ignaro del caos che aveva innescato, lavorava alla sua invenzione. Ma una notte, mentre tracciava linee su un foglio, l’inchiostro prese vita, formando un simbolo che aveva visto nel castello: i tre cerchi intrecciati.

Capì che doveva tornare.

Quando arrivò a Ussel, trovò la giovane Liora e il Monaco ad attenderlo. Armand, invece, li osservava da lontano, sulla difensiva. Nelle profondità del castello, i tre scoprirono che la Sfera non era solo un oggetto magico, ma un frammento di un meteorite caduto secoli prima sulle montagne. Erano stati gli antichi monaci a scoprire che la Sfera amplificava i pensieri umani, trasformandoli in energia creativa… o distruttiva.

Il Monaco Senza Nome rivelò: «La Sfera non sceglie il più forte, ma il più sincero. E ora che è stata risvegliata, attirerà chiunque abbia un desiderio troppo grande per essere contenuto.» Armand, nascosto nell’ombra, sorrise. Il suo desiderio era immenso.

Il castello iniziò a tremare. Le tre porte si stavano aprendo. E ciò che si nascondeva dietro di esse non era solo un potere, ma una prova.

Marcel, Liora e il Monaco avrebbero dovuto affrontarla insieme, mentre Armand preparava la sua mossa. La Sfera brillava, come se stesse scegliendo. Le tre porte si erano aperte con un rombo che fece tremare l’intera valle. Dalle fenditure tra le pietre filtrava una luce antica, pulsante, come un cuore che si risvegliava dopo secoli di silenzio.

Marcel, Liora e il Monaco Senza Nome avanzarono nella sala circolare. Al centro, sospesa a mezz’aria, la Sfera brillava come un sole in miniatura. Ma non erano soli. Armand de Saint Clair emerse dall’ombra con un sorriso tagliente: «Finalmente ci incontriamo, barone Bich. Devo ringraziarti: senza di te, la Sfera non si sarebbe mai risvegliata.»

Marcel lo fissò, senza paura. «Non appartiene a nessuno. È un dono, non un’arma.»

Armand rise. «Un dono? È la chiave per riscrivere il mondo. E io intendo usarla.»                          La Sfera reagì alle parole di Armand: la luce si fece più intensa, come se percepisse la brama dell’uomo. Il Monaco avanzò, puntando il bastone verso di lui: «La Sfera amplifica ciò che porti nel cuore. Se la tocchi con avidità, ti consumerà.»

Armand estrasse un piccolo pugnale d’argento, inciso con simboli antichi. «Io sono l’ultimo erede di una nobile dinastia di Cavalieri di Saint-Clair, Custodi del castello: questo mi dà diritto a reclamare ciò che, a suo tempo, ci venne negato.»

Liora sussurrò a Marcel: «Non vuole solo la Sfera. Vuole vendicare una storia che non conosce.» Marcel fece un passo avanti. «Armand, ascoltami. La Sfera non crea potere dal nulla. Trasforma il pensiero in realtà. Ma se il pensiero è corrotto…»

«Allora la realtà lo sarà altrettanto» concluse Armand, con un lampo negli occhi. E si lanciò verso la Sfera. Appena le sue dita sfiorarono la superficie luminosa, la sala fu investita da un vortice di energia. Le pareti si dissolsero, sostituite da un paesaggio fatto di linee, forme, idee. Era come trovarsi dentro una mente. La Sfera stava mostrando la verità.                                                

Marcel vide immagini che non aveva mai conosciuto: antichi monaci che studiavano il meteorite, artigiani che cercavano di incanalare il suo potere, generazioni di Guardiani che proteggevano l’oggetto da chi voleva usarlo per dominare e un Cavaliere travolto da una terribile piena del fiume: un cataclisma che segnò per sempre il paesaggio ai piedi di Ussel.

E poi vide se stesso: un bambino che smontava penne, orologi, giocattoli. Un giovane che cercava un modo per rendere la scrittura più fluida e più semplice. Un uomo che, toccando la Sfera, aveva ricevuto un’idea. Non un progetto completo. Non un incantesimo. Ma un’intuizione.

La Sfera non creava oggetti, ma connessioni: aveva collegato il desiderio di Marcel – rendere la creatività alla portata di tutti – con la soluzione più semplice e geniale: una piccola sfera di metallo che ruotava, distribuendo l’inchiostro in modo uniforme, senza macchie, senza errori. La penna a sfera non era magia: era ispirazione pura, amplificata dalla Sfera.

Armand, invece, vide solo ciò che desiderava: potere, controllo, dominio e sete di vendetta. La Sfera amplificò quei pensieri… e li rimandò contro di lui. Il pugnale d’argento si frantumò; le illusioni di grandezza si dissolsero. Armand cadde in ginocchio, esausto, come se la Sfera gli avesse mostrato il peso del suo stesso desiderio.

Il Monaco posò una mano sulla sua spalla. «La Sfera non punisce. Rivela. E tu non eri pronto a vedere te stesso.» Armand non rispose. Ma nei suoi occhi, per la prima volta, non c’era rabbia. Solo silenzio.

La Sfera tornò a brillare dolcemente, come una candela che si spegne lentamente. Marcel si avvicinò, e la voce della figura luminosa che aveva incontrato tempo prima risuonò nella sala: «Tu hai scelto la via più difficile: creare senza magia. Per questo la tua invenzione durerà più a lungo di qualunque incantesimo.»

La Sfera si dissolse in una pioggia di scintille, che si posarono sulle mani di Marcel. Quando la luce svanì, tra le sue dita rimase un piccolo oggetto: una minuscola sfera metallica, perfetta, lucente. La prima sfera della prima penna a sfera.

Liora sorrise. «È come se la Sfera ti avesse restituito ciò che le hai dato.» Marcel annuì. «Non è un potere. È un promemoria. Le idee non appartengono alla magia. Appartengono a chi ha il coraggio di seguirle

Trascorsero molti anni; il castello cadde nell’oblio. Poi venne recuperato, restaurato, e tornò ad accogliere gruppi di visitatori. Oggi le scolaresche salgono il sentiero ridendo, i turisti scattano foto, ammaliati dal paesaggio, e le guide raccontano storie che sembrano quasi troppo belle per essere vere. Ma non tutti vengono (solo) per ascoltare.

Elisa Ronc, giovane archeologa e ricercatrice dell’Università di Torino, era arrivata quel mattino con un permesso speciale. Non cercava leggende: cercava conferme. Da mesi studiava documenti dimenticati negli archivi di Saint-Vincent, tra cui una pergamena firmata da una certa Liora, datata in modo impossibile. La pergamena parlava di una “quarta porta” e di una stanza del castello di Ussel che nessuno aveva mai trovato.

Elisa non credeva alla magia. Credeva ai dettagli. E quel giorno, mentre esplorava una delle sale laterali, notò qualcosa che nessuno aveva mai visto: una pietra leggermente sporgente, con tre cerchi intrecciati incisi sopra, quasi illeggibili perché consunti dal tempo. Gli stessi simboli della pergamena!

Elisa premette la pietra: un rumore sordo risuonò nelle mura, come un respiro trattenuto per secoli. Una sezione della parete scivolò lentamente di lato, rivelando un passaggio stretto, buio, che scendeva verso il cuore del castello. Il suo battito accelerò. Accese la torcia del cellulare.                  Il corridoio era ricoperto di incisioni: linee, cerchi, forme che sembravano quasi… disegnate.

Si fece coraggio e avanzò: alla fine del cunicolo trovò una piccola stanza circolare con una nicchia ricavata nella parete di fondo dove, su un piedistallo di pietra, c’era un oggetto che non avrebbe mai immaginato. Una sfera metallica, perfetta, lucente. Non più grande di una biglia. Non era certo un reperto medievale! Era identica alla sfera di una penna a sfera moderna. Elisa si avvicinò, incredula. «Impossibile…»

Quando la sfiorò, la stanza si illuminò di un bagliore improvviso. Le incisioni sulle pareti iniziarono a muoversi, come linee tracciate da una mano invisibile. Una voce, calma e antica, risuonò nella sala: «Le idee non muoiono. Aspettano.» Elisa fece un passo indietro, il cuore in gola. La luce si spense. La stanza tornò silenziosa. La sfera era scomparsa.

Sul piedistallo, al suo posto, c’era un oggetto nuovo: una penna. Una penna che non aveva mai visto prima. La penna misteriosa tremava leggermente tra le dita di Elisa, come se contenesse un’energia trattenuta a fatica. La stanza era tornata silenziosa, ma l’eco della voce antica sembrava ancora vibrare nell’aria.

Elisa inspirò profondamente. Non era il tipo da lasciarsi suggestionare. Eppure… qualcosa non tornava. Mentre osservava la penna, notò un piccolo rotolo di pergamena incastrato in una fessura della nicchia. Lo estrasse con delicatezza: era incredibilmente fragile, ma l’inchiostro era ancora leggibile. C’era un nome: un nome che la fece gelare.

A Marcel, perché ciò che hai iniziato non si perda.” Firmato: Liora.

Elisa sussurrò: «Marcel… Bich?» Era impossibile. Eppure, la grafia era identica a quella dei documenti che aveva studiato negli archivi della chiesa di Saint-Vincent.

Sotto la dedica, c’era un simbolo: un albero genealogico stilizzato. E un ramo, l’ultimo, portava un nome che Elisa conosceva fin troppo bene: Ronc.

Il cuore le martellava nel petto. La sua famiglia non aveva mai parlato di antenati illustri. Suo nonno era un falegname, sua nonna una maestra e nessuno aveva mai accennato a un legame con i Bich. Eppure, la pergamena raccontava un’altra storia.

Secondo il documento, Marcel aveva avuto una figlia segreta, nata dopo gli eventi del castello. Una bambina che aveva ereditato non la magia della Sfera, ma qualcosa di più sottile: una sensibilità particolare verso le idee, un’intuizione creativa fuori dal comune.

Quella bambina era stata affidata a una famiglia di fiducia. Il cognome era cambiato nel tempo. Ma la linea di sangue era rimasta. Elisa si lasciò cadere su una pietra, incredula. «Sono… una discendente di Marcel Bich… non ci posso credere!»

La penna nella sua mano brillò per un istante, come se avesse riconosciuto la verità. All’improvviso, le incisioni sulle pareti si illuminarono di nuovo: linee e cerchi si intrecciarono, formando un disegno che Elisa non aveva mai visto: una mappa. Una mappa del castello.

Ma non del castello com’era oggi. Del castello com’era prima! C’erano stanze che non esistevano più. Corridoi murati. E al centro, un simbolo nuovo: il quarto cerchio.

La voce tornò, più chiara di prima: «Il sangue delle idee ritorna sempre al suo inizio.»

Elisa strinse la penna. Non era un semplice oggetto. Era una chiave. Una chiave che solo lei poteva usare. La mappa proiettata sulle pareti mostrò un punto preciso: una sezione del castello che oggi era considerata inaccessibile. Ma secondo la mappa… non lo era affatto!

Elisa si alzò, il cuore pieno di un misto di paura ed eccitazione. La penna pulsava nella sua mano, come se volesse guidarla. Fece un passo verso l’uscita della stanza. Poi un altro. E proprio mentre varcava la soglia, la luce si spense di colpo. La penna smise di brillare e un rumore profondo, come di pietre che scorrono, risuonò dietro di lei. La porta segreta si era chiusa, ma si accorse di non essere sola.

Una figura si stagliava nel buio del corridoio; una voce, bassa e incredula, sussurrò: «Non pensavo che qualcuno della tua famiglia sarebbe tornato!».

Il corridoio era immerso in un buio denso, quasi liquido. Elisa trattenne il respiro, stringendo la penna misteriosa come se potesse proteggerla. La figura davanti a lei fece un passo avanti. La torcia illuminò un volto segnato dal tempo, ma non consumato. Occhi scuri, profondi, intelligenti. Un uomo vestito con abiti fuori dal tempo: giacca di lana pesante, camicia bianca, un taglio elegante ma antiquato.

Elisa sussurrò: «Chi… chi sei?» L’uomo la guardò come si guarda un ricordo che prende vita. «Mi chiamo Marcel… Marcel Bich.»                                                                           

Elisa non riusciva a smettere di tremare: «Non è possibile. Marcel Bich è morto più di cinquant’anni fa.» L’uomo sorrise con una tristezza gentile. «Lo so. Eppure sono qui.»

Marcel avanzò lentamente, come se temesse di spaventarla. «La Sfera non è mai stata solo un oggetto. È un ponte: un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Quando l’ho toccata, anni fa, ho ricevuto un dono… e un prezzo.»

Elisa deglutì. «Un prezzo?» «Una parte di me è rimasta legata al castello. Non un fantasma, non un ricordo. Qualcosa di… sospeso. Una versione di me che non ha mai lasciato Ussel

Elisa sentì un brivido correre lungo la schiena. «E perché ora? Perché mostrarti proprio a me?» Marcel la fissò con una dolcezza che non si aspettava. «Perché sei sangue del mio sangue. E perché la Sfera ti ha scelto.»

Elisa si avvicinò, incredula. «Io quindi… sono una tua discendente.» «Lo so.» Marcel sorrise. «Hai i miei occhi quando cerchi una risposta.»

La penna nella mano di Elisa iniziò a vibrare, come se reagisse alla presenza dell’uomo. Marcel la guardò con attenzione. «Quella non è una penna qualunque. È un frammento della Sfera, trasformato in ciò che conosci meglio. Uno strumento per creare. Ma anche una chiave.»

«Una chiave per cosa?»

Marcel indicò il fondo del corridoio, dove le pietre sembravano tremare leggermente. «Per aprire ciò che io non sono mai riuscito ad aprire. Le idee passano da una generazione all’altra. Tu sei qui perché ciò che ho iniziato non è finito. E perché la Sfera ha ancora qualcosa da dire.»

Elisa sollevò la penna. La punta emise un bagliore tenue, come una stella che si risveglia. Marcel fece un passo indietro. La sua figura iniziò a tremolare, come un’immagine riflessa nell’acqua. «Non posso seguirti oltre» disse con voce sempre più distante. «Il ponte non regge più.»

«Aspetta!» gridò Elisa, tendendo una mano. Marcel la guardò un’ultima volta. «Ricorda: la magia non è nella Sfera. È in chi la usa.» Poi svanì. Non con un lampo, non con un rumore. Semplicemente… non c’era più.

Elisa rimase sola nel corridoio, la penna che brillava nella sua mano e la parete della nicchia che iniziava lentamente ad aprirsi. Un soffio d’aria uscì dalla fessura. Freddo. Antico. E qualcosa, dall’altra parte, si mosse.

La parete si aprì lentamente, rivelando una stanza che sembrava fuori dal tempo. Non c’erano torce, né finestre, eppure una luce soffusa illuminava ogni cosa come un’alba eterna. Elisa avanzò con cautela. La penna nella sua mano brillava di un bagliore tenue, quasi affettuoso. Al centro della stanza c’era un altare di pietra. Sopra, un oggetto che non si aspettava. Non una sfera. Non un libro. Non un manufatto antico. Ma una penna a sfera, identica a quelle moderne, eppure… diversa. Più elegante. Più semplice. Più perfetta, quasi fosse forgiata nell’acciaio. Accanto, inciso nella pietra, un messaggio in una grafia che Elisa riconobbe immediatamente.

“La Sfera non crea. La Sfera ricorda. E ciò che ricorda, lo affida a chi può portarlo avanti!”. Elisa sentì un brivido. Era la grafia di Marcel. Ma non era un messaggio del passato. Era nuovo. Inciso da poco.

La voce che aveva sentito nelle altre stanze tornò, più chiara che mai. «La Sfera non sceglie i più forti. Sceglie i continuatori.» Elisa comprese.

La Sfera non era un potere da usare: era una memoria vivente, capace di conservare le idee più pure e di restituirle quando il mondo era pronto a riceverle.

Marcel non aveva creato la penna a sfera grazie alla magia. La Sfera gli aveva mostrato un’idea che già esisteva, un’intuizione che aspettava solo la mente giusta per essere compresa. E ora, la Sfera aveva scelto Elisa.

Non per inventare qualcosa di nuovo. Ma per proteggere ciò che era stato creato. Per custodire il legame tra passato e futuro. Per assicurarsi che le idee non si perdessero mai più.

«Non devo creare. Devo ricordare e fare in modo che nessuno dimentichi!»

La stanza tremò leggermente, come se il castello approvasse. Poi la porta alle sue spalle si richiuse, lasciandola sola con la sua nuova missione.

Il cerchio era chiuso. Ma la storia delle idee, quella, non si sarebbe mai fermata.

Stella

Goth-tale di Halloween. L’oscuro signore di Montmayeur

Ed eccoci ad #Halloween, una “festa” che personalmente non amavo e non “praticavo” fino a quando non sono diventata mamma! Così, oggi 31 ottobre, tra zucche, fantasmi, ragnatele e pipistrelli, con 2 streghette eccitatissime che si preparano a fare #trickortreat, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Dai fiabeschi scenari dei Castelli da fiaba protagonisti del mio libro estivo, al più cupo profilo di un maniero diroccato a guardia della Valgrisenche.

Sarà un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata mimetizzata nel bosco,  in cima a uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

Montmayeur-panorama

OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

montmayeur-summitpost

E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

Afrodite Sosandra: La Dea dell’Amore e del Mistero

Che la si chiami Afrodite o Venere, lei è la dea dell’amore sensuale e della bellezza; la dea raffigurata senza veli che si mostra in tutto il suo splendore fisico. Che sia nata da Zeus oppure, come Botticelli dipinge, dalla spuma del mare, Afrodite porta con sé una miscela inebriante di fascino e di maliarda sensualità.

La nascita dalle onde marine viene legata all’etimologia del nome, dal greco aphros (“schiuma”); oppure potrebbe avere origini fenice, Ashtaroth, nome di una dea simile all’Ishtar babilonese, se non addirittura orientali, dall’assiro Bariritu, che dall’accadico barārītu significa “notte” o “crepuscolo”. Questa divinità, infatti, nacque dalla mescolanza di culture diverse, orientali e occidentali, e la sua venerazione, tanto come entità marina che celeste, si diffuse in tutta l’area del Mediterraneo. La principale via di diffusione furono le città sul mare e i porti. Il culto di Afrodite, viaggiando per mare, travalicò i confini imposti dagli uomini.

Nei porti di Corinto, Atene, Siracusa, Cnido furono innalzati templi per venerarla. Alla dea erano associati anche nomi legati ai commerci e alla navigazione. Abbiamo Afrodite Pelagia (del mare) o Afrodite Euplea (della buona navigazione). E nell’agorà di Atene era presente un tempio dedicato ad Afrodite Pandemos, ossia colei che aveva unificato il popolo.

Oggi, però, voglio parlarvi di una Afrodite diversa, più antica delle Veneri classiche ed ellenistiche, così come di tutte le raffigurazioni che ci vengono in mente mediate dall’arte rinascimentale e barocca: l’Afrodite Sosandra, ossia “Salvatrice di uomini” (dal greco sozein, salvare, e andres, uomini). Lo si nota subito: la dea qui è completamente vestita, un lungo e pesante himation, un ampio mantello, la ricopre da capo a piedi. Il braccio destro ripiegato sotto la stoffa crea una piega quasi architettonica aggiungendo maestosa imponenza a questa statua a dir poco insolita e magnetica.

Già, perché Afrodite, qui, si nasconde alla vista, ammantandosi letteralmente di pudicizia e mistero.

Dell’opera si conoscono una ventina di copie marmoree di età romana, tra cui corpo senza testa e un busto al Louvre, una testa conservata presso la collezione archeologica dell’Università di Pavia, nonché un frammento della testa all’Antiquarium del Palatino a Roma.

L’esemplare più conosciuto è oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e proviene da Baia (località di villeggiatura molto amata dalle élites di epoca romana imperiale). Quelle giunte sino a noi sono tutte copie in marmo di epoca romana. L’originale, invece, era una statua bronzea realizzata da Kalamide tra 470 e 460 a.C., e doveva trovarsi sull’Acropoli di Atena in prossimità dei Propilei. Stando ad alcune voci, parrebbe addirittura che l’artista volle raffigurare Aspasia di Mileto, la seconda moglie di Pericle, che per lei perse completamente la testa. Donna di grande carisma, amica di artisti e filosofi, Aspasia, giunta da una terra straniera, divenne la prima consigliera del marito, grande condottiero, e figura di spicco nel panorama culturale della democrazia ateniese. on Pericle (e Aspasia al suo fianco) L’esemplare più conosciuto è oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e proviene da Baia (località di villeggiatura molto amata dalle élites di epoca romana imperiale). Quelle giunte sino a noi sono tutte copie in marmo di epoca romana. L’originale, invece, era una statua bronzea realizzata da Kalamide tra 470 e 460 a.C., e doveva trovarsi sull’Acropoli di Atena in prossimità dei Propilei. Stando ad alcune voci, parrebbe addirittura che l’artista volle raffigurare Aspasia di Mileto, la seconda moglie di Pericle, che per lei perse completamente la testa.

Donna di grande carisma, amica di artisti e filosofi, Aspasia, giunta da una terra straniera, divenne la prima consigliera del marito, grande condottiero, e figura di spicco nel panorama culturale della democrazia ateniese. Con Pericle (e Aspasia al suo fianco), mai Atene fu più splendida: era l’Atene di Fidia, di Socrate, di Platone, di Euripide.

Si tratta di uno degli esempi più famosi della scultura greca di stile severo, che qui si declina in una compostezza dell’espressione del viso e soprattutto nel panno che chiude tutta la figura celandone completamente l’anatomia e lasciando alla luce la possibilità di scivolare morbidamente sugli ampi piani del tessuto. Come non soffermarsi, poi, sulle delicate pieghettature della veste sottostante che accarezza i piedi? Sembra di percepire il differente peso delle stoffe, il netto contrasto con il manto di panno che la ricopre rendendola quasi simile a una colonna e conferendole una monumentalità ancor più evidente e divina.

Soffermiamoci ora sul volto: austero e dolce allo stesso tempo, quasi una Madonna ante litteram. Un viso dal sapore magnogreco, con la mandibola forte, il mento squadrato, le labbra carnose ben disegnate e gli occhi grandi dalle palpebre spesse e marcate. I fitti capelli ondulati quasi “esplodono” dal pesante mantello suggerendo una potente femminilità volutamente celata ma non repressa. Fiera e delicata, questa straordinaria Afrodite emana un magnetismo vibrante cui difficilmente si può restare insensibili. O almeno, per me è sempre stato così!

Più che bella, bellissima! Ancor più di molte Veneri successive, la Sosandra riecheggia la luna, splendida e irraggiungibile, che qui si lascia pudicamente ritrarre nel suo essere coperta: il volto conferisce all’insieme un’incredibile solenne luminosità; il gesto nascosto accentua la monumentalità; il braccio proteso in avanti in un gesto di apertura, con la mano che, probabilmente, poteva reggere una colomba, simbolo della dea, o il famoso pomo della Discordia regalatole da Paride.

«Calamide l’adornerà della verecondia della sua Sosandra e di quello stesso sorriso dignitoso e lieve.», così si espresse lo scrittore greco Luciano di Samosata nel II secolo d.C. .

Tutti noi abbiamo un’idea di Afrodite seducente e femminile, traboccante di grazia e femminilità che ci proviene dalle numerose versioni che costellano la storia dell’arte, a partire da Prassitele che, per primo, raffigurò la dea nella sua sfolgorante nudità.

L’insolita austera bellezza dell’Afrodite Sosandra, cui viene tributato un culto salvifico, si esprime così nella nobile compostezza di una divinità benevola approdata in terra ellenica o dalle spume marine o dalle sfavillanti costellazioni della volta celeste.

Come non pensare all’immagine della Santa Vergine nel suo appellativo di Stella Maris: un’iconografia tra onde e stelle che molto riecheggia l’antica Afrodite…

Ad alta felicità

“Ehi! Ma ti sei addormentata?! Guarda che la sbarra si è alzata!”. La voce squillante di Chiara la destò dal torpore. “Oh sì certo… mannaggia!”. Ludy fece per partire ma una strana sensazione di agitazione fece spegnere la macchina; naturalmente gli impietosi clacson alle sue spalle non tardarono a farsi sentire.

“E che diamine! Un po’ di pazienza, no?” sbottò Ludy agitando la mano dal finestrino. “Tutti assi del volante, vero?!” rincarò la dose spazientita.

Seduta accanto a lei Chiara esplose in una risata divertita: “Dai Ludy, è normale. A me succede quasi a ogni semaforo… Cosa vuoi, ormai la gente non ha più pazienza, vanno sempre tutti di fretta. La vita, soprattutto qui in città, è così. Anzi, forse non è il momento adatto ma… sai che siamo in ritardo, vero?”.

“Ritardo, ritardo… non ne posso più, sai? Cioè, mi sembra quasi un controsenso che si vada a yoga per imparare a rilassarsi, a ritrovare se stessi, mentre poi ogni giorno sembra che facciamo di tutto per agitarci e innervosirci! Ad esempio: adesso siamo in ritardo per lo yoga, ma ci arriverò con un diavolo per capello e, quando uscirò, mi imbottiglierò nel traffico del centro per tornare a casa e quei pochi benefici svaniranno all’istante. Bel modo per buttare via tempo e soldi. E poi lo sai che non mi è mai piaciuto guidare…!”.

“Ok, ok… cosa c’è oggi Ludy? Qualcosa ti preoccupa?” si informò Chiara, sua amica dai tempi delle medie. 

“Tutto e niente. Sì, insomma, sono mesi che non mi riconosco più, che sono stanca di questa routine e che…  non so, vorrei cambiare aria per un po’!”.

“È per questo che ti sei incantata prima davanti al passaggio a livello? E dove vorresti andare?”. Come sempre Chiara aveva colpito nel segno.

Ludy fissava la strada davanti a sé: le luci delle auto e delle insegne si riflettevano sull’asfalto bagnato in quel grigio pomeriggio di fine settembre. Non sopportava più quei piatti orizzonti cittadini fatti di semafori e condomini; non si sentiva più adatta a quel tipo di vita. Avrebbe voluto partire, sì, ma non sapeva con esattezza né quando, né come, né con quale destinazione.

“Non lo so in realtà. Non è tanto importante la destinazione quanto il viaggio stesso. Ne sento il bisogno. Ho voglia di scoprire nuove realtà, di vivere nuove situazioni e conoscere nuove persone. Ci penso spesso ma vorrei essere dappertutto”, sorrise divertita. “Vorrei esplorare l’Italia dalle Alpi all’Etna, magari camminando lungo la Via Francigena fino a Roma e poi, da lì, prendere l’antica Via Appia e arrivare fino a Brindisi… vorrei sondare la magica terra degli Etruschi, dalla Toscana all’Umbria fino alle sponde del Tevere, lì dove incontrarono e si scontrarono coi Latini, alle origini di Roma! Oppure vorrei percorrere l’intero Stivale stando lungo costa, da Ventimiglia accarezzerei il Tirreno fino giù allo stretto di Messina per poi risalire in Calabria, in Basilicata, e poi tutta la Puglia dal Salento al Tavoliere sulle orme del grande Federico II e proseguire lungo l’Adriatico: l’Abruzzo, le Marche, l’Emilia-Romagna, il Veneto, fino al Friuli Venezia Giulia. Ce ne sono di posti, cara mia… viviamo in un Paese meraviglioso, un museo a cielo aperto che non finisce mai di stupirti!”.

“Tutto a piedi?!”, l’interruppe Chiara, “dovresti avere anni a disposizione! Qualcosa di più realistico?”. “Oh Chiara! Ma è realistico… sai che sarei capace di farlo, se non fosse per la paura di lanciarmi, i dubbi, l’occasione che manca e… beh, le finanze!”.

“Senti”, incalzò Chiara, “perché non te lo dai come obiettivo? Un lavoro ce l’hai e puoi mettere da parte i soldi per farlo un pezzo alla volta quando sei in ferie. Anzi, perché non ti iscrivi in qualche gruppo o associazione culturale che organizza questo genere di attività?”.

“Sì, certo… come sempre hai ragione. Ci penserò, dai! Dovessi dirti la verità fino in fondo il mio sogno sarebbe quello di fare la travelblogger!! Sì, vorrei unire la passione per l’archeologia a quella per i viaggi e raccontare i miei viaggi alla scoperta del mondo antico. Ecco: In viaggio con Ludy sulle tracce del passato! Eh, che ne pensi?”.

“Sarebbe bellissimo Ludy! Tutto sta a trovare il coraggio e cominciare a partire!”.

“Già… trovare il coraggio…” sospirò Ludy guardando l’ennesimo treno sfrecciare in lontananza.

Quanto le piacevano i treni: l’avevano sempre affascinata fin da piccola! Ricordava perfettamente quanto fosse eccitante cercare il binario, salire sulle carrozze, trovare il posto rigorosamente vicino al finestrino e osservare lo scorrere del paesaggio mentre con la coda dell’occhio potevi spiare gli altri passeggeri origliandone i discorsi. Una sensazione di benessere che le era sempre rimasta.

Anche da studentessa adorava i lunghi viaggi che da casa la portavano nella città in cui aveva scelto di frequentare l’università: quelle 8 ore di viaggio erano un toccasana. Inoltre accadeva sempre una strana magia: durante il tragitto le sembrava di cambiare, nel senso che la Ludy della partenza non era la stessa Ludy dell’arrivo, quasi che si mimetizzasse col progressivo mutare del paesaggio, dei luoghi e dell’accento delle persone.

Aveva nostalgia della vita universitaria, dei soggiorni all’estero, delle campagne di scavo… sì perché lei era un’archeologa! Quello aveva sempre voluto fare, sin da bambina. Anche in questo caso, era stato un viaggio ad aver scatenato questa passione. Inaspettatamente si era trovata in un posto dove tutto le sembrava noto e famigliare, anche se era la prima volta che ci metteva piede. E quei resti imponenti, quelle pietre millenarie… tutto le parlava e la chiamava a sé: una specie di vocazione cui non voleva sottrarsi! E infatti non lo aveva fatto, anzi! Studiare archeologia era ogni volta come un viaggio meraviglioso, nello spazio e nel tempo.

Ludovica Mastrangeli, per gli amici Ludy. Un curriculum di tutto rispetto: sempre la prima della classe. Una vita di sincera passione per lo studio, per l’arte e per i viaggi naturalmente! La madre l’aveva più volte redarguita: “Ludovica, tu hai tante capacità: studia qualcosa che ti dia un lavoro sicuro e ben retribuito. Lascia perdere i sogni che non danno da mangiare. Sai quanti sacrifici facciamo tuo padre e io per farti studiare. Pensaci!”.

E lei si era sempre comportata da figlia modello, ma all’archeologia no, non era disposta a rinunciare. Così, nonostante le perplessità materne, ma con la discreta complicità del padre, suo alleato da sempre, aveva scelto quel percorso. I risultati non tardarono ad arrivare e lei si fece subito notare tra compagni e docenti.

Giunse la laurea, seguita da una specializzazione. Sempre lavorando per mantenersi, naturalmente. Fino a che si trovò da sola; i suoi genitori erano volati in cielo e lei, figlia unica, doveva badare a se stessa. Per un paio d’anni era riuscita a sbarcare il lunario lavorando a progetto, oppure nelle cooperative di scavi archeologici, ma era dura e la paga bassa.

“Niente, non ci sto dentro Chiara. Devo per forza cercare qualcos’altro…” disse un giorno alla fidata Chiara davanti a un cappuccino. “Ho provato anche ad arrotondare con le ripetizioni di greco e latino ma faccio fatica a incastrarle col lavoro in cantiere. Certo, dico ai ragazzi di venire nel week-end ma… non ho più una vita mia, Chiara! Sono stanca… e mi sento sola!”. Così le confidò un pomeriggio, lasciando finalmente che la sua corazza si sgretolasse e riuscendo a buttar fuori tutta la delusione che aveva dentro.

“Forza Ludy! Sei una ragazza sveglia! Lascia perdere le albe gelide con le ginocchia nel fango, dai! Ti aiuto io: domani vengo da te, mi prepari quelle tue super lasagne e ci mettiamo insieme a cercare le offerte di lavoro!”.

E così fecero. “Ma Chiara… cercano solo impiegate, segretarie e ragioniere! Non è il mio mestiere… e poi mi annoierei a morte!”. “Dai Ludy, non abbatterti! Magari poi ti piace, ti convince… non partire prevenuta! In più parli correntemente tre lingue e non è da tutti!”.

Iniziò così il valzer dei colloqui: a molti Ludy piaceva, ma era lei a non essere convinta. Prendeva tempo con la scusa di riflettere, ma la realtà era che non ne voleva sapere. Le finanze iniziavano a scarseggiare e così decise che si sarebbe presentata per un posto di addetta alla reception in un hotel del centro dove la sua padronanza linguistica, il buon livello culturale e i bei modi erano perfetti per stare a contatto col pubblico.

Tutto pareva andare per il meglio: l’ambiente era piacevole e raffinato, le colleghe simpatiche e il direttore molto gentile. Oltretutto interessato al suo percorso di studi tanto che le chiese di aiutarlo a comporre delle proposte di scoperta della città e dei dintorni. La sua conoscenza delle lingue, poi, si rivelò imprescindibile.

Trascorsero sei mesi e Ludy si sentiva a suo agio. Era benvoluta e stimata. Però invidiava quei clienti che arrivavano da lontano; avrebbe voluto essere come loro: libera e in viaggio! Nel tragitto che quotidianamente faceva da casa all’hotel, passava davanti alla stazione e immancabilmente affioravano i ricordi. Quella stazione l’aveva vista bambina, ragazza, studentessa… Quei binari avevano accompagnato le sue scoperte, i suoi studi; perfino i primi amori erano nati lì!

Ogni volta rallentava davanti alla stazione, come se una forza misteriosa la chiamasse attirandola a sé. Se avesse seguito l’istinto, sarebbe senz’altro partita ma non era da lei. La sindrome della figlia modello e della studentessa inappuntabile le impedivano di compiere simili colpi di testa. Non poteva certo lasciare il lavoro così, su due piedi! Non poteva certo deludere il direttore o i colleghi… no, no! Sarebbe arrivata un’occasione, prima o poi. Prima o poi, forse, si sarebbe sentita di nuovo felice.

Felice come in quella campagna di scavo in Sicilia, o come quella in Tunisia; felice come durante il soggiorno di studi in Grecia, o come per la sua prima pubblicazione scientifica.

“Beh, adesso basta col passato!”, si disse, “Basta nostalgie: si guarda avanti! Io sono Ludovica Mastrangeli e devo sempre dare il meglio di me!”.

“Mi scusi, sto cercando piazza Leoni… mi può aiutare per favore?”. Ludy si girò di scatto; per l’ennesima volta si era imbambolata perdendosi nei suoi pensieri e chissà quante volte il semaforo era diventato verde, giallo e rosso! Meno male che non era al volante!

“Oh, sì certo… piazza Leoni dice? Sì, allora: 200 metri dritto poi gira a destra e… ma anch’io sto andando lì, se vuole venga con me!”. “Oh grazie, molto gentile. Mi chiamo Antoine, arrivo da Lione.  “Ma che meraviglia!”, lo interruppe subito Ludy come se si fosse improvvisamente svegliata, “quindi sei francese? Io adoro la Francia! La conosco molto bene”, cinguettò in un fluente francese che non usava da tempo. “Complimenti! Vorrei parlare io l’italiano così!”, si complimentò Antoine.

E tra una chiacchiera e l’altra, Ludy e Antoine raggiunsero piazza Leoni. “Eccoci…”, disse Ludy con malcelato disappunto per non volersi separare da questo ragazzo così interessante. “Certo, è proprio questo il mio hotel” le fece eco Antoine indicandole l’albergo. Ludy restò senza parole: Antoine soggiornava proprio nel posto in cui lei lavorava! “No, non posso crederci! Sai che io lavoro qui? Sono alla reception! Sì, insomma, per qualsiasi cosa, ecco… mi trovi qui!” spiegò Ludy tra l’emozione e l’imbarazzo del dover reprimere l’agitazione. Si sentiva quasi sciocca, una bambina davanti al regalo che aspettava da tanto.

“Mais c’est fantastique! Allora potrai farmi da guida per scoprire la tua meravigliosa città!”.

Antoine avrebbe dovuto fermarsi solo un week-end, ma da tre i giorni divennero sette, e poi addirittura dieci! Per fortuna era bassa stagione e non c’erano problemi con le camere.

Quella che era nata come un’istintiva simpatia reciproca, sembrava trasformarsi in qualcosa di più. Ogni occasione era perfetta per raccontarsi e confidarsi. Antoine aveva un paio d’anni in meno di Ludy; era laureato in storia dell’arte, lavorava in una galleria di Lione, ma aveva voluto intraprendere questo tour culturale dell’Italia sulle orme di Goethe e nel ricordo di sua nonna Amélie. “Adoravo mia nonna: lei aveva origini siciliane, sai? L’anno scorso è mancata e mi ha lasciato un’inaspettata eredità. Così, visto che la galleria ha temporaneamente chiuso, ho deciso di regalarmi questa avventura. Ed è bellissimo!”.

“Caspita, e dove sei stato finora?” gli chiese curiosa.

“Guarda, mosso dalla voglia di Sud ho fatto una prima tratta in treno da Lione ad Avignone; poi ho esplorato quelle splendide regioni spostandomi con gli autobus, in bicicletta o a piedi. Ho una passione per quei posti! Poi mi sono spostato su Nîmes e giù nella selvaggia Camargue. Infine ho raggiunto il confine a Ventimiglia: da lì sono salito alla volta della Valle delle Meraviglie lungo la storica Via del Sale. Guarda, il borgo di Saorge, una scoperta! Poi la Valle delle Meraviglie e…

“Oh sì, la conosco sai? Ho fatto dei trekking meravigliosi in quelle vallate dall’atmosfera lunare… le incisioni sono incredibili!” lo interruppe Ludy.

“Già… una vera magia! E poi dal colle di Tenda sono sceso in Italia ed eccomi qui!”.

I punti in comune tra i due erano infiniti e il fatto che Antoine dovesse partire lasciava Ludy in un profondo sconforto. Non gli aveva confessato nulla dei sentimenti che provava: temeva troppo una reazione contraria. Piuttosto avrebbe vissuto nel sogno di un sentimento bruciante ma impossibile. Sentiva, però, che difficilmente avrebbe incontrato un altro come lui.

E fu così che giunse il giorno della partenza. Antoine, visibilmente giù di morale, rifiutò la colazione e si diresse alla reception per saldare il conto. Ludy condivideva il suo stato d’animo e le colleghe avevano perfettamente capito la ragione.

“Bene, Ludovica, il mio viaggio mi chiama! Sono stato benissimo qui, grazie a te…” le sussurrò Antoine fissandola negli occhi. Era chiaro che entrambi avrebbero voluto abbracciarsi, baciarsi e scappare via insieme. Ma non fu così.

“Fai buon viaggio, Antoine. Ci sentiamo, ok? Scrivimi e, se puoi, ogni tanto mandami qualche foto, se ti va…” disse Ludy con un filo di voce.

“Oui, certainement…”. Antoine prese il suo bagaglio e uscì. La porta automatica dell’albergo si chiuse impietosa alle sue spalle. Ludy lo fissò fino a che scomparve dietro l’angolo del porticato.

Se ne stava lì, in silenzio, fingendo di controllare le prenotazioni. Ma il suo viso tradiva la tempesta che aveva dentro. Le mani tremavano leggermente e le lenti appannate degli occhiali erano il segno di un pianto difficile da contenere. Ludy guardava freneticamente l’orologio, minuto dopo minuto. Sapeva che il treno di Antoine sarebbe partito alle 10,55.

10,32; 10,38 … All’improvviso si alzò. “Scusatemi! E chiedete scusa anche al direttore!”. Prese la borsa e si lanciò fuori dalla porta correndo a perdifiato verso la stazione.

“No no, non partire, ti prego, non partire!” pensava ad alta voce divorata dall’ansia. Il cuore le batteva fino a scoppiare. Finalmente giunse in stazione: binario 2. “No! Anche il sottopassaggio!”. Ludy si lanciò giù per le scale.

10,52 “Eccomi, eccomi…dove sei?”. Ludy si guardava intorno cercando ovunque un indizio del suo Antoine.

10,53 “Oddio, ma dove sei?”. La voce metallica avvisò che il Frecciarossa stava per partire.

Ludy cominciò a correre lungo il binario gridando: “Antoine, Antoine! Dove sei?”. Ma niente.

10,55: il fischio inesorabile segnava la partenza del treno. “L’ho perso, è partito!

Arrabbiata con se stessa e dandosi dell’idiota, Ludy fissava il binario ormai vuoto. “E adesso? Cosa faccio? Non posso tornare in albergo, che figura! Cosa dico? Meglio tornare a casa, devo stare da sola e calmarmi”, si disse sconfortata.

Camminava lentamente, sospesa in una specie di bolla, come se non ci fosse nulla intorno a lei; i volti sfocati, i rumori lontani e ovattati, finché un trillo la destò. Ci mise un attimo a rendersi conto che si trattava di un messaggio. Prese il cellulare quasi controvoglia, ma… “Oh mio Dio! Non posso crederci!”.

Ludy, non ce l’ho fatta. Non potevo partire. Sono sceso alla prima fermata. Resto qui alla stazione: raggiungimi, ti prego. Vieni con me!”.

Seduta sul primo treno disponibile, Ludy guardava fuori dal finestrino: lo scorrere del paesaggio si potava via la vecchia Ludovica per lasciare spazio a una nuova Ludì (con l’accento sulla i, alla francese). Scrisse un messaggio: “Chiara, finalmente sono partita! Mi aspetta uno splendido viaggio ad alta felicità!”.

Stella Bertarione

Arco d’Augusto di Aosta. Storia di una bellezza senza tempo!

Ed eccolo lì, sempre al centro dell’attenzione anche quando si “rifà il look”! L’Arco d’Augusto tutto “impacchettato” si sta preparando ad accogliere in forma smagliante le celebrazioni che, nel 2025, festeggeranno i 2050 anni di Augusta Praetoria!

L’Arco onorario dedicato all’imperatore che fondò Aosta è un monumento grandioso, un’icona della città, il miglior biglietto da visita per chi si accinge a varcarne le mura, oggi come 2050 anni fa! 

(Ringrazio per la foto la dott.ssa Alessandra Armirotti)visite-cantiere-arco-augusto

In questi giorni sono state organizzate delle visite straordinarie al cantiere di restauro che, come c’era da immaginarsi, hanno registrato subito il tutto esaurito! In attesa delle prossime visite primaverili, cerchiamo di scoprire insieme qualcosina in più …

UN ARCO DI BUON AUSPICIO!

Gennaio. Primo mese dell’anno. Mese del passaggio da una realtà, ormai vecchia e consunta, ad un’altra tutta da vivere. Giano, dio dal doppio volto che sa guardare il vecchio e contemporaneamente scrutare il nuovo. E infine l’arco, simbolo del transito, monumento emblematico di ogni passaggio importante degno di essere ricordato e trasmesso ai posteri.

Siamo ad #Aosta, città figlia dell’auctoritas (oggi mi diverto con le etimologie!!) del princeps Ottaviano Augusto (di cui in quest’ultimo mese abbiamo già discusso a lungo). Una città ideale. Una città urbanisticamente perfetta. Una città cui si accedeva da quattro solenni porte collocate ai quattro punti cardinali e anticipata da un monumento assolutamente imponente e “parlante”: l’Arco.

L’ARCO E I SUOI PERCHE’

Intanto, perché fu costruito proprio sul lato orientale e non altrove? Perché da questa direzione proveniva la #ViadelleGallie dalla penisola italica e, idealmente, da Roma. L’accesso principale in città avveniva da qui, da est; e non è un caso che sempre sul lato est delle mura sorga la spettacolare Porta Praetoria, ossia la principale delle quattro porte urbiche della colonia!

La storia degli archi nasce con i successi militari. All’epoca repubblicana di Roma gli archi venivano indicati, anche epigraficamente, come fornix (letteralmente “struttura voltata”). Alla fine della Repubblica gli si affianca il nome ianus (porta) per poi progressivamente lasciare il posto ad arcus. E’ la lingua che cambia al mutare della società, degli usi e delle idee. Quello augustano tornerà ad essere indicato come fornix nel XII secolo!

Diciamo che, rispetto a ianus, arcus porta con sé una concezione urbanistica di rappresentanza prima sconosciuta. Dicevamo, infatti, che la tipologia degli archi nasce in ambito trionfale militare: i comandanti vittoriosi insigniti dell’onore del trionfo, si guadagnavano il diritto di sfilare sotto simili passaggi “d’onore” fortemente influenzati dagli esemplari analoghi di ambiente ellenistico (l’Asia Minore attuale, per intenderci). Tuttavia poco resta e poco si sa con certezza degli archi fino a prima di Augusto. Con lui questi monumenti entrano a pieno titolo nei “corredi” architettonico-urbanistici delle città, sia come accessori delle mura cittadine, sia come elementi autonomi, tanto all’esterno del centro cittadino quanto, come spesso accade, in area forense.

Ma torniamo ad Aosta. Arrivando dunque da Corso Ivrea, superato il bel ponte in pietra romano sull’antico alveo del Buthier, ci troviamo di fronte la mole massiccia di questo grandioso arco onorario dedicato a colui che sconfisse i Salassi e fondò la colonia di Augusta Praetoria: Augusto, nipote adottivo di Giulio Cesare e “primo imperatore”. Un passaggio importante, quello (tanto ambito e combattuto) verso le Alpi e verso le Gallie!

UNA MASSICCIA ELEGANZA

Alto 17 metri (sebbene oggi privo dell’attico, cioè la parte sommitale dove in origine figurava l’iscrizione), presenta al centro un unico fornice a tutto sesto ampio 28 piedi romani (poco più di 8 metri). Le sue forme massicce e sobrie si inseriscono in un’epoca in cui le tradizioni stilistiche repubblicane stavano progressivamente lasciando il posto al classicismo di impronta augustea. Costruito interamente in grossi blocchi di puddinga locale, a guardarlo con più attenzione si possono notare dei dettagli capaci di conferirgli comunque eleganza, raffinatezza e, per certi versi, una sottile leggiadria.

L’Arco troneggia in mezzo al traffico cittadino in tutta la sua severa imponenza, ma i suoi enormi blocchi di pietra custodiscono alcune “chicche” meno evidenti, sconosciute ai più, che dopo l’intervento di restauro torneranno a essere visibili e apprezzabili.

Innanzitutto le semicolonne di ordine corinzio, con le loro ricce foglie di acanto, i viticci elicoidali, i petali e le volute sporgenti, sanno ingentilire (e vivacizzare) la severità dell’insieme. Le stesse modanature che profilano la cornice dell’arcata presentano decorazioni “a gocce” minute e graziose. All’interno del fornice, su entrambi i lati, piccoli pilastri sporgenti con capitelli sempre di tipo corinzio (sebbene più sobri) delimitano dei pannelli al cui interno potremmo immaginarci la presenza di scene a rilievo o ulteriori iscrizioni su tavole di marmo o di bronzo.

Al livello superiore poggia sulle semicolonne un essenziale fregio di ordine dorico scandito in triglifi con sottostante decorazione a gocce  e metope lisce. Quasi fosse un antico tempio classico, qui l’arco si veste di un’arcana sacralità.

E già queste due prime considerazioni ci portano a riflettere sulla miscellanea di stili presenti su questo insigne monumento. Respiri di Grecia, di quella grande cultura ellenica che così profondamente aveva imbevuto l’intero mare nostrum e che si riproponeva di volta in volta rivisitata e metabolizzata a seconda dei differenti filtri socio-culturali.

CLASSICO, ELLENISTICO, ROMANO

Sempre all’esterno i due prospetti presentano, ai lati del fornice, due nicchie oggi vuote, ma che in origine, dovevano ospitare statue. Si pensa a possibili trofei (mucchi di armi nemiche raffigurati o in pietra o in bronzo), oppure a statue di Augusto e Cesare, oppure ancora a gruppi statuari raffiguranti i Salassi sconfitti. Per quest’ultima ipotesi si pensi, ad esempio, ai gruppi ad altorilievo di Galli sconfitti presenti sull’arco di Saint-Rhémy-de-Provence, nel sud della Francia.

Ma continuiamo il nostro giro passeggiando idealmente intorno all’arco col naso all’insù. Osserviamo con attenzione la superficie aggettante del cornicione. Seppure in gran parte restaurato, sussistono ancora dei brani di grande poesia ed interesse. File parallele di piccole gocce circolari si alternano a losanghe allungate con rosetta centrale. In corrispondenza, poi, dell’angolo di nord-ovest, si può notare una ricercata decorazione a palmetta (o anthemion). Un chiaro tributo a quell’arte ellenistica che riuscì a valicare gli stretti confini della pòlis per diventare l’arte di una più vasta comunità socio-culturale, di una vera koiné capace di riconoscersi in un globale linguaggio mediterraneo ed orientale. Augusto voleva rifarsi a quel linguaggio e farlo proprio; con lui Roma sarebbe diventava il nuovo centro di una nuova koiné. L’architettura romana avrebbe dunque ripreso il meglio di quanto l’aveva preceduta, l’avrebbe fuso e ne avrebbe ricavato qualcosa di innovativo ma riconoscibile e in grado di parlare la lingua del potere.

Ci manca l’attico dicevamo. Ossia tutta la parte superiore che avrebbe ancor più enfatizzato la monumentalità complessiva e sulla quale trovava posto l’iscrizione dedicatoria ad Augusto. Alcune grandi lettere in bronzo dorato, alte circa 28 cm, furono ritrovate in occasione di alcuni sondaggi archeologici effettuati ai piedi dell’arco ad inizio Novecento e sono tuttora conservate al #MAR di Aosta. E non dimentichiamo che, molto probabilmente, anche sopra l’attico dovevano esserci statue; o una quadriga o delle Vittorie alate.

UN ARCO EMBLEMATICO

Ma la storia dell’arco è ancora molto lunga. Dalle scorribande barbariche in poi, l’arco sopravvisse a secoli di rovina e distruzioni. Le sue decorazioni, le sue statue, sparirono, razziate, fuse, depredate. Nel Medioevo divenne una sorta di residenza fortificata, ospitò una postazione di balestrieri per poi diventare simbolo della devozione popolare dove recarsi a pregare il Santo Volto per scongiurare le terribili e (ahimé) frequenti esondazioni dell’indomabile torrente Buthier. Il suo fornice venne quasi “esorcizzato”, o meglio, cristianizzato con l’inserimento a più riprese di immagini sacre e crocifissi lignei. L’attuale è una copia di quello lì posizionato nel 1449 dopo una delle tante alluvioni.

All’inizio del XVI secolo l’illuminato priore Giorgio di Challant decise di salvarlo dalla rovina e di farvi costruire addirittura una cappella; ma tale progetto non vide mai la luce. Pochi anni dopo Giorgio di Challant morì.

Con il Seicento le pessime condizioni in cui l’arco versava spinsero il Conseil des Commis (l’organo di governo”ristretto” nato nel 1536) a riflettere circa l’eventualità di costruire un tetto sopra le nude creste di muro dell’arco, vittime delle intemperie, della vegetazione e delle infiltrazioni. Ma si dovette attendere il 1716 per provi mano concretamente. In pochi mesi l’arco era stato restaurato e consolidato, sebbene in una maniera che oggi condanneremmo senz’altro!

Nel 1804 si pensò persino di erigere al di sopra dell’arco un trofeo dedicato al passaggio di Napoleone, cosa che fortunatamente non venne fatta!

Col tempo l’arco si trovò nuovamente in una deplorevole situazione di abbandono e trascuratezza. Negli anni ai suoi piedi erano andate accumulandosi macerie su macerie. Fu lo scrittore francese Stendhal (al secolo Marie-Henry Beyle) a lasciarne invece parole di vivo entusiasmo:

J’étais si heureux en contemplant ces beaux paysages et l’arc de triomphe d’Aoste, que je n’avais qu’un vœu à former, c’était que cette vie durât toujours“.

Nonostante i reboanti e lusinghieri versi del poeta Giosué Carducci nella sua ode “Piemonte” del 1890:

La vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto“.

fu solo nel 1912 che, sotto la direzione di Ernesto Schiaparelli, allora sovraintendente alle Antichità di Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, nonché esimio egittologo, l’arco fu finalmente sottoposto ad un intervento di pulitura, consolidamento e rifacimento del tetto i cui risultati sono apprezzabili tuttora. Al cantiere, durato appena 2 anni, giunse in visita persino la regina Margherita nel 1913.

Restauro_Arco_di_Augusto_1912

L’arco di Augusto. Il simbolo di Aosta, città dalla storia bimillenaria, ma non solo. Potremmo dire il simbolo di una regione, da sempre terra di transiti e passaggi, strategica cerniera alpina tra Nord Europa e Mediterraneo. Un volto che guarda alle terre d’Oltralpe ed un altro girato al mondo padano e italico. 

Stella

arcorni
Ricostruzione dell’arco di Francesco Corni

 

P1060544
Particolari della decorazione fronte ovest (S. Bertarione)

 

P1060568
Particolare dell’intradosso e dei pannelli interni del piedritto nord (foto S. Bertarione)

 

P1060563
Particolare delle semicolonne corinzie lato ovest (foto S. Bertarione)

 

P1060566
Particolari della decorazione nell’angolo NW (foto S. Bertarione)

Ottavia, una donna speciale

Era bella Ottavia, molto. Così somigliante a quel minuto fratellino di 6 anni più piccolo che sarebbe diventato il primo imperatore di Roma!

Gli stessi lineamenti delicati ed eleganti, una fragilità estetica quasi provvidenziale nel celare l’ambizione di lui e la forza d’animo di lei. Il raffronto tra i loro ritratti è tutt’oggi impressionante.

Una sorella maggiore, un punto di riferimento: solida e incrollabile, Ottavia attraverserà le prove della vita sempre accanto al fratello. Ad appena 15 anni, si trovò presto coinvolta negli intricati giochi di potere di Roma, sposando Gaio Claudio Marcello Minore, console nel 50 a.C., e membro della nobile gens patrizia dei Claudii. Un matrimonio che legò Ottavia a una delle famiglie più rispettate e in vista della città, ma che la collocò anche al centro delle tensioni politiche che avvolgevano la Tarda Repubblica. 

Moglie di Claudio Marcello, Ottavia attraversò indenne le guerre civili; la sua vita, di fatto, non era stata molto diversa da quella delle donne patrizie della sua epoca. Ma questa tranquillità era destinata a infrangersi molto presto: nel 40 a.C. l’amato marito muore, lasciandola con due figlie e un terzo in arrivo: Claudia Marcella Maggiore, Claudia Marcella Minore e Marco Claudio Marcello,

Destino volle che proprio quello stesso anno resta vedovo anche un altro personaggio “ingombrante”, il triumviro Marco Antonio!

All’epoca era già forte la tensione tra costui, che di Cesare, oltre a essere lontano parente per via materna, si riteneva l’erede politico, e Ottaviano, adottato per testamento dallo stesso Cesare. Ottaviano, quindi, decise di cercare un equilibrio con la tattica, vecchia quanto il mondo, dell’alleanza matrimoniale, facendo sposare Ottavia con Antonio, suo acerrimo rivale da sempre.

Ma c’era un problema: Ottavia era incinta del defunto marito e, per legge, non poteva risposarsi prima di un certo periodo. E’ qui che il futuro Augusto, fine stratega, mostrò per l’ennesima volta di essere davvero erede di Giulio Cesare: fece approvare in Senato una delega speciale per permettere a sua sorella e a Marco Antonio di sposarsi. Così fu. 

Questo secondo matrimonio, nato dalle ceneri della guerra e della politica, sembrava destinato a unire due mondi. Ottavia divenne il cuore pulsante di una famiglia allargata, allevando non solo i figli avuti da Marcello ma anche quelli di Antonio, inclusi i due nati dalla loro unione, Antonia Maggiore e Antonia Minore. Ottavia, dunque, per volere del fratello e per il bene della famiglia, sposa Antonio. Peccato, però, che il novello sposo avesse già conosciuto l’affascinante Cleopatra,

con cui aveva già concepito due gemelli, Alessandro Elio e Cleopatra Selene, e per la quale aveva abbandonato la prima moglie, Fulvia. Quanto doveva essere diverso da lei, quel marito dall’aspetto erculeo e dai modi rozzi, avido e feroce.

Nonostante questo, e non sarà certo stato facile, Ottavia sa nascondere la delusione e l’amarezza prodigandosi nel risanare i rapporti tra l’adorato fratello e il nuovo marito, tanto che fu proprio grazie a lei che i due riuscirono a riappacificarsi nel 38 a.C., dopo la ribellione di Sesto Pompeo che mandò all’aria la progettata campagna di Antonio contro i Parti d’Oriente.

Ottavia ha altre due figlie da Marco Antonio, che si aggiungono ai tre avuti dal primo marito, Claudio Marcello, e a quelli che Antonio ha avuto da Fulvia. Tutto sembra comunque funzionare, almeno finché Antonio non si reca in Oriente. Da lì le cose precipitano, perché il richiamo di Cleopatra è troppo forte e gli dà anche l’occasione di emanciparsi dall’alleanza con Ottaviano e provocare un cambio di equilibri. La potente regina d’Egitto offre tentazioni cui Antonio non sa resistere, e così lascia Ottavia a Roma, simbolo di fedeltà e di dignità. ll legame tra i due si spezzò definitivamente nel 32 a.C., con l’invio della lettera di divorzio da parte di Antonio. Ma la guerra, intanto, è già iniziata. Furono anni dolorosi, eppure Ottavia offrì comunque una luce nel lacerante panorama della guerra civile. Dopo la sconfitta e il suicidio di Antonio e Cleopatra, Ottavia si fece carico anche dell’educazione dei loro tre figli.

È ormai nato quel che conosciamo come impero e di nuovo è Ottavia a fare la differenza per Ottaviano Augusto: il princeps adotta e nomina suo erede il nipote Marcello, figlio della sorella e del primo marito. È un ragazzo bello e di talento, come tutti quelli della gens Iulia, e così anche dannato, anzi, condannato da un fato avverso e nefasto. Muore, giovanissimo, in circostanze ambigue, che lasciano il sospetto di un avvelenamento a opera di qualcuno a cui quell’adozione dava fastidio. Si sussurra che quel qualcuno sia proprio Livia, la moglie di Augusto, decisa a vedere sul trono il proprio figlio di primo letto, Tiberio.

Fatto sta che solo in questo frangente, con la tragica e prematura morte di un figlio amatissimo, Ottavia cede. Quando sente i versi dedicati a Marcello dal poeta Virgilio, “Heu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas, tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis…, sviene, crolla soggiogata da un dolore troppo grande. La perdita l’aveva sprofondata in un dolore così atroce, che non si tolse mai la veste del lutto, come scrive Virgilio, e a nessuno concesse mai di confortarla. Colei che fino ad allora era stata un faro nella travagliata situazione famigliare e politica, inizio a incupirsi e a spegnersi poco a poco.

Prima donna romana a essere raffigurata su una moneta in occasione delle sue nozze con Marco Antonio, a lei fu dedicato anche un elegante portico, tuttora esistente a Roma, a due passi dal Ghetto. Il portico di Ottavia, vicino oltretutto al Teatro che Augusto fece erigere in ricordo dell’amato nipote Marcello, figlio della sorella, è ancora oggi un luogo amato da chi nel quartiere vive e si muove: un intreccio di vie testimoni di un intreccio di vite. Un monumento particolare, dal vago sapore ellenistico, per una donna molto speciale. La sorella maggiore del princeps. La sorella maggiore di Augusto.

La sua morte nell’11 a.C. segnò la fine di un’era. Ottavia, la donna che aveva navigato attraverso le tempeste della politica romana con grazia e forza, fu onorata con il massimo dei tributi, il suo feretro trasportato alla tomba nel Mausoleo di Augusto. 

Era bella, Ottavia. Anzi, si diceva fosse persino più bella di Cleopatra! Forte, solida e leale. Purtroppo erano altri tempi e venne strumentalizzata anche da quel fratello cui lei teneva così tanto. Ma era normale, le donne venivano educate apposta. Eppure, nonostante tutto, seppe dimostrare un’intelligenza e un coraggio esemplari.

Pensiamoci, quando passeggiamo al Portico d’Ottavia, quando ammiriamo il Teatro di Marcello, quando scorgiamo in lontananza il tempio di Apollo Sosiano, quando restiamo ammutoliti davanti all’imponente e ammaliante bellezza di Roma.

Augusto fu il primo imperatore, certo, ma Ottavia minore fu, forse, la vera donna forte (e sinceramente leale) al suo fianco.

In marcia con i legionari verso Augst-Augusta Raurica, una sorprendente “Aosta” romana in Svizzera.

Oggi si parte per la Svizzera; 3 ore e 3/4 di viaggio da Aosta in direzione Basilea per raggiungere la riva sud del Reno, su cui si affaccia la graziosa cittadina di Augst, l’antica Augusta Raurica.

ItinerarioViaMichelin

A poca distanza dal centro attuale sorgono i resti dell’insediamento romano: un vero museo a cielo aperto, immerso nel verde e percorribile a piedi lasciando l’auto in comodi parcheggi nei pressi del museo.

CircuitoTuristico

In pratica il sito coincide con la colonia romana e, accanto alle vestigia originali di diversi edifici e la facilità di lettura dell’impianto antico, vi sono anche domus realizzate ex novo al fine di ricostruire le abitazioni dell’epoca, arredate, affrescate e assolutamente fruibili: un vero divertimento per grandi e bambini desiderosi di vivere e “toccare con mano” le atmosfere e gli ambienti di 2000 anni fa. Stesso discorso per alcune botteghe, per il forno o per il mulino: tutto è utilizzabile e in scala 1:1. Ci si può entrare e si possono usare gli oggetti messi lì a disposizione (riproduzioni fedeli di oggetti d’uso antichi). Un bel modo per rendere l’esperienza culturale un divertimento alla portata di tutti; per rendere il passato un pò più… presente!

Diorami

Lungo le strade dei bei diorami aiutano a immedesimarsi nella quotidianità e nella gente che quelle stesse vie percorreva al tempo dei Romani. E non è escluso ci si possa imbattere in togati o in matrone, così come in servi intenti a fare la spesa o in soldati a riposo… sembrano uscire dai diorami, prendere vita all’improvviso nei pressi di una fontana e sbucare da dietro un angolo. Augusta Raurica vive!

CoppiaOK

L’evento che esalta al massimo questa vivace “romanità elvetica” è però il Römer Fest, che di norma si tiene nell’ultimo week-end di agosto. Rievocazioni, sfilate militari legionarie, combattimenti gladiatorii, rappresentazioni teatrali, danze, musiche… e ancora: cucina romana, mercatini, ateliers per famiglie e chi più ne ha, più ne metta! La storia e la cultura classica all’insegna del divertimento e dell’intrattenimento. Una ricetta sempre valida ed apprezzata.

MA ORA UN PO’ DI STORIA

La colonia di Augusta Raurica venne fondata da Lucio Munazio Planco, proconsole della Gallia Comata, nel 44-43 a.C. (quindi ancora in età cesariana) con l’intenzione di insediarvi dei veterani e di acquisire uno strategico luogo “cerniera” sul Reno a difesa dalle incursioni germaniche. Tuttavia, in assenza di fonti archeologiche riferibili a questa prima fase di impianto, ad oggi i resti della colonia sono attribuibili unicamente alla fase augustea, quando viene rifondata da Ottaviano Augusto col nome di Colonia Pia Apollinaris Augusta Emerita Raurica. Si presume che, a fronte della notizia della fondazione, i tempi e la situazione fossero in realtà talmente travagliati, che la deduzione vera e propria si compì solo successivamente, con la sopraggiunta pax augustea.

Sicuramente possiamo affermare che una forte spinta culturale verso la progressiva crescita monumentale della città sia da ricercarsi nell’inaugurazione della strada del Gran S. Bernardo, avvenuta probabilmente nel 47 d.C. sotto l’imperatore Claudio. E’ infatti questa la strada che, diretta al Reno, costituisce il Kardo Maximus di Augst, mentre il Decumanus era dato dall’arteria stradale che, dalla Gallia, raggiungeva il Danubio e, da qui, le province pannoniche.

AugustaRaurica

Augusta Raurica era quindi un centro di transito obbligato, al centro dei traffici commerciali e degli spostamenti di truppe tra Italia, Gallia Belgica, Gallia Narbonense e Germania Superior.

L’abitato si distende lungo il pendio della bella collina di Schonbül verso il Reno. Il foro venne realizzato proprio sullo spiazzo che occupa la sommità di questa altura, a nord-est dell’abitato. Non si trova quindi al centro esatto dell’incrocio tra Cardo e Decumano, ma leggermente spostato verso nord al fine di sfruttare al meglio le caratteristiche del paesaggio valorizzando i luoghi più rappresentativi della città.

Alle pendici occidentali trovano posto il teatro (la cui cavea guarda ad ovest) e un santuario di origine celtica poi trasformato dai Romani in un tempio esastilo (cioè con 6 colonne sulla fronte), alzato su podio monumentale e circondato da un temenos (ossia un recinto sacro) aperto verso l’antistante teatro. Come si nota una testimonianza della religiosità autoctona, non cancellata ma ripresa e valorizzata.

Un imponente complesso che pone in relazione un luogo di culto segnato da una lunga tradizione indigena ed un luogo di spettacolo, cui si aggiunge una sorta di foro secondario a sud del tempio: 3 edifici collegati da un viale fiancheggiato da botteghe.

Teatro e tempio "indigeno" romanizzato (da www.augustaraurica.ch)
Teatro e tempio “indigeno” romanizzato (da http://www.augustaraurica.ch)

Passiamo al foro. Si presenta qui nell’ormai famigliare schema tripartito (come ad Aosta). Una zona sacra ad ovest, costituita da un tempio (situato nel punto più elevato) circondato da un portico a “U” aperto su una piazza centrale con file laterali di botteghe. A differenza di Aosta, però, sull’altro lato rispetto al tempio, trova posto una grandiosa basilica al cui centro, verso l’esterno, si apre una curia a pianta semicircolare di cui ancora oggi restano vestigia considerevoli. Ad Aosta la basilica non è stata ancora individuata con assoluta certezza, ma si suppone (a ragion veduta, sulla base di diverse occasioni di scavo nelle cantine e ritrovamenti puntiformi nella zona) si trovi sul lato ovest del foro. Quindi non sotto l’attuale Via De Tillier, bensì sotto Via Croce di Città. Una basilica aperta sul Cardo Massimo.

Per lungo tempo si è creduto che anche il tempio del foro di Augst fosse circondato da un sistema di criptoportici, ma questa ipotesi venne poi smentita nel 1995; si tratta di fondazioni piene e rialzate.

Il complesso forense di Augusta Raurica (da college.ecj23.org)
Il complesso forense di Augusta Raurica (da college.ecj23.org)

Merita, infine, un accenno il Museo di sito. Sono qui esposti molti oggetti (naturalmente una selezione del milione e mezzo di reperti ritrovati in situ!), assolutamente notevoli e corredati da un apparato informativo moderno e ricco. Voglio evidenziare in particolare lo straordinario tesoro di argenteria, uno dei più corposi ed importanti dell’epoca tardoantica.

Silver Treasure - Roman Museum - Augusta Raurica - August 2013
Silver Treasure – Roman Museum – Augusta Raurica

In tutto 270 oggetti tra piatti, vassoi, ciotole, posate, monete e altro ancora per un totale di ben 58 kg di argento puro! Un tesoro il cui valore, per l’epoca, si dice corrispondesse alla paga di 230 legionari! Sicuramente appartenuto a personaggi di rango elevatissimo e assai vicini all’imperatore, con forte probabilità alte cariche militari, verso la metà del IV sec. d.C. (epoca di gravi turbamenti dovuti a continue lotte intestine e alle pressioni dei popoli germanici) venne interrato a scopo precauzionale. Uno dei piatti riporta (un caso quasi unico!) il nome dell’artefice, Paisylypos di Tessalonica. Il tesoro, esposto assi bene, da solo vale la visita del museo.

Da Aosta ad Augst. Dalle frontiere alpine alle strategiche rive del Reno lungo le vie dei commerci e delle legioni.

Stella

Neve di primavera: l’Alpis Graia tra Valle d’Aosta e Savoia.

Il lungo inverno è giunto al termine… o quasi! Ai primi di maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto metri di neve.

Il 30 maggio, sempre se le condizioni meteo lo consentiranno, i mezzi italiani e francesi taglieranno nuovamente quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi, ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino allo scorcio finale dell’epoca neolitica, periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.

Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dai Romani nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo. 

E non è un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’odierna città di Szombathely (l’antica Savaria) in Ungheria, dove Martino nacque nel 316 d.C., e la francese Tours, dove riposano le sue spoglie.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria “terra di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. E’ la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, è uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro e alle tracce del più remoto passato.

Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.

E’ la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente all’Età del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.

Il cromlech è costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2  o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Il cromlech com'è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.
Il cromlech com’è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.

Nelle vicinanze venne inoltre scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda età romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona è stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichità.

Qui, soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.
Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far perdere loro la strada; questa colonna in origine doveva far parte del fanum gallo-romano, mentre ora è di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis Graia che, non a caso, proprio da lui prende il nome:

“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)

É quel limes, ossia quella linea di confine voluta dalle legioni romane, oggi invisibile ma sempre percepibile, che qui, a 2.188 metri di quota, sin dai primi transiti umani ha reso sacro il luogo del passaggio attraverso le montagne.

Pro itu et reditu …

Stella

Storie di un ponte (acquedotto) tra Valle d’Aosta, Piemonte e … Veneto!

Oggi il nostro viaggio comincia da qui, dalla Valle d’Aosta, per poi proseguire in Piemonte alla scoperta dell’antica città di #Industria, non lontano da Chivasso, nel cosiddetto “oltrePo chivassese”.

Partiremo dal noto ponte-acquedotto romano di #PontdAel, nell’omonimo villaggio lungo la strada che sale a #Cogne, per ritrovare un legame. Sì, per ritrovare le tracce di un’importante famiglia, quella degli AVILLI.

Credo che la stragrande maggioranza dei miei amici, valdostani e non, conosca Pont d’Ael alla perfezione. Da quell’estate del 2014 in cui si celebrava il Bimillenario della morte dell’imperatore Ottaviano Augusto in cui lo straordinario Pont d’Ael aveva guadagnato le luci della ribalta con frequentatissime e seguitissime visite guidate, oggi questo incredibile capolavoro dell’ingegneria idraulica romana è una vera “star” nella “top ten” delle destinazioni culturali regionali.

VALLE-DAOSTA-Pondel-foto-Enrico-Romanzi-54931
Il ponte.acquedotto romano di Pont d’Ael (Valle d’Aosta). Foto: E. Romanzi

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea: CAIUS AVILLIUS CAIMUS.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua (lo specus); un altro sottostante, in galleria, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles.

Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante superando il turbolento torrente Grand Eyvia.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo. Un contesto naturalistico speciale, popolato da una varietà floristica notevole (ben 11 specie di rare orchidee!) e, per questo, “abitato” da oltre 96 specie diverse di farfalle. Non a caso, questa, oltre ad essere un’area archeologica, è anche una Riserva naturale protetta!

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Quel vetro vuole richiamare l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata ” a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

VALLE D'AOSTA-Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)-6880
Pont d’Ael. Il camminamento coperto col glassfloor (Foto: E. Romanzi)

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

CAIUS AVILLIUS CAIMUS e il suo fiuto per gli affari!

Ma dedichiamoci al nostro Avillio (ah, forse vi sarete accorti della significativa assonanza tra Avillius Caimus e il nome della località di fondovalle: AymAVILLES… no?!). Bene, cerchiamo di conoscerlo più da vicino e, con lui, partiamo alla volta di Industria, importante area archeologica nelle vicinanze dell’attuale paesino di Monteu da Po.

Sulla facciata nord del Pont d’Ael campeggia un’iscrizione (CIL, V, 6899): «IMP CÆSARE AUGUSTO XIII COS DESIG C AVILLIUS C F CAIMUS PATAVINUS PRIVATUM», che consente di datare con esattezza il monumento all’anno 3 a.C. e di attribuirlo all’azione imprenditoriale del padovano Caius Avillius Caimus, esponente di una ricchissima famiglia di origine veneta legata al settore dell’industria edile e al trattamento delle materie prime, soprattutto dei materiali lapidei e dei metalli.

Proprietari di numerose nonché decisamente attive figlinæ (fabbriche di laterizi) nella loro terra natìa, gli Avilli sono attestati come imprenditori edili anche nel Piemonte nord-occidentale (valli di Lanzo e dell’Orco), ma soprattutto nell’antica città di Industria, dove inoltre risultano essere membri del Collegio dei Pastophori, potenti ed influenti sacerdoti del culto di Iside insieme ad appartenenti alla gens Lollia, altra famiglia di spicco della città sebbene anch’essi di origine veneta, veronese per l’esattezza.

Pondel_Epigrafe2
L’epigrafe (restaurata) sul lato nord del Pont d’Ael. Foto: E. Romanzi

Sin dal II secolo a.C., alcuni Avilli risultano operativi a Delo, isola egea frequentatissima dai massimi mercatores del tempo in quanto snodo strategico dei commerci e, soprattutto, in quanto attivissimo mercato di schiavi. In particolare ricordiamo come un certo Δέκμος Αυίλιος Μαάρκο[ς] Ρωμαĩος (Decimus Avillius Marcus, Romanus – ossia di origine romana), mercante di schiavi dedito al culto isiaco, è onorato all’interno di un presunto decreto di Melanofori, ossia un gruppo di penitenti devoti ad Iside che, completamente abbigliati di nero, celebravano le esequie funerarie in onore di Osiride.

Non dobbiamo meravigliarci di questo genere di culto egizio alle nostre latitudini. Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Roma e la sua trasformazione in “provincia”, i culti locali iniziarono a dilagare nella penisola italica e a risalirla.

Iside, in particolare, la “dea dai molteplici nomi”, madre di Horus, il Sole, era venerata come protettrice dei parti, come guaritrice, come dea celeste, ma anche come una sorta di Demetra, divinità feconda della natura e delle messi. Una specie di “Madre Natura” universale; ecco, sì, una vera “dea madre” alla quale si poteva chiedere benessere e salute. Il culto inizialmente appannaggio delle classi aristocratiche, ben presto dilagò anche negli strati più umili della società proprio in virtù di questo potente messaggio di speranza.

Iside-archeoroma-beniculturali
Iside. Da http://www.archeoroma.beniculturali.it

Iniziarono ad essere costruiti santuari a lei dedicati un pò dappertutto, dalla Campania (grazie ai porti di Neapolis e Puteoli) fino a Roma, che in poco tempo divenne un vero centro di riferimento del culto isiaco. Nel nord Italia ricordiamo qui i più importanti di Trieste, Aquileia, Verona e, appunto, nel nord-ovest, quello di Industria.

Si tratta di una sorta di città-emporio sorta a breve distanza dal punto in cui la Dora Baltea confluisce nel Po. Un porto fluviale, dunque, dove avveniva la selezione e lo smistamento delle materie prime provenienti dalla vallate alpine circostanti: pietre e metalli su tutti. La città pianificata, urbanisticamente sviluppatasi solo in età augustea (fine I secolo a.C. – inizi I secolo d.C.) con un impianto regolarmente scandito, era però stata già probabilmente fondata, almeno sul piano giuridico, alla fine del II secolo a.C. nel corso delle campagne militari romane nel Monferrato, nei pressi dell’insediamento celto-ligure di Bodincomagus = “mercato sul Po” (Bodinkos per i Liguri).

ZonaIndustriaFiumi

Non è un caso che proprio qui importanti e ricchissime famiglie imprenditoriali (giunte dal nord-est sulla scia della progressiva romanizzazione di un nord-ovest ancora tutto da esplorare e soprattutto da sfruttare) fecero convergere i loro interessi politico-commerciali e le loro ambizioni elettorali unendo le indubbie capacità commerciali con rilevanti cariche sacerdotali; da qui a “sponsorizzare” la costruzione di un magnifico santuario a Iside e Serapide il passo fu breve.

È a partire dall’età augustea che Industria si avvia a diventare un importante centro mercantile e cultuale (con la costruzione del tempio e la sua prima fase). Mancano ad oggi studi e ricerche che identifichino nella città tracce evidenti di edifici pubblici quali mura, porte, edifici da spettacolo o terme. Attorno all’area del santuario, tuttavia, sono state individuate tre insulae abitative e, a Nord Est, l’area del foro cittadino, che però non è stato ancora oggetto di scavo archeologico.

L’elemento architettonico connotante l’area sacra e che più di altri salta immediatamente all’occhio è il grande emiciclo originariamente circondato da porticati, che culmina da un lato in un’esedra monumentale fiancheggiata da due tempietti, e dall’altro fronteggia l’alto podio di un tempio dotato di scalinata monumentale.

Sito_BITN

Da non dimenticare gli straordinari reperti bronzei ritrovati ad Industria, veri capolavori della lavorazione dei metalli, tra cui la famosa “Danzatrice”, il “toro sacro di Iside”, i numerosi sistri, lo splendido balteo con scena di battaglia (assai simile peraltro a quello esposto al MAR di Aosta) e la testa di sacerdote isiaco, tutti visibili al Museo Archeologico di Torino.

Approfittiamo di questo articolo per segnalarvi la splendida mostra in corso ai Musei Reali di Torino

Industria_iside in piemonte
La danzatrice

il cui seducente titolo, La Scandalosa e la Magnifica, promette di offrire un viaggio appassionante in questa vasta terra di campi e d’acqua, dove l’area archeologica risalta come un gioiello esotico e particolare.

Segnalo inoltre, poco a nord dell’area santuariale antica, i resti di una chiesetta in cotto; oggi può essere scambiato come una normale cappella campestre (sebbene dalla forma originale), ma in passato era una pieve assai importante: San Giovanni Battista “de Dustria” (o “de Lustria”).

Non è difficile ritrovare in questa denominazione una chiara testimonianza dell’antico nome del luogo, sebbene in forma abbreviata. Parrocchia in epoca romanica, dopo la visita pastorale del 1584 perse tale funzione a favore della “nuova” chiesa intitolata a San Grato. Una targa apposta dal Ministero dei Beni Culturali ricorda la passata importanza di questo luogo culto posto “lungo un’antica via di pellegrinaggio, dal Po verso i santuari pagani” e già esistente, parrebbe, sin dall’epoca del primo vescovo del Piemonte, Sant’Eusebio da Vercelli (IV secolo d.C.). E chissà se l’antica sacralità della dea Iside non arrivò a trasformarsi, opportunamente “cristianizzata”, nella misteriosa ma veneratissima “Madonna Nera” del non lontano (e sempre eusebiano) santuario piemontese di Oropa… e non solo! Ma qui si aprirebbe un altro capitolo tutto da approfondire…

MonteudaPo_Abitato
Il paese attuale di Monteu da Po (TO)

Col Medioevo, però, gli splendori di Industria ormai erano tramontati. Il centro abitato si era trasferito su un colle (forse in seguito alle tremende esondazioni del Po, in qualche modo se vogliamo favorite dal progressivo diminuire di manutenzione dopo l’età tardoantica). Nacque così Monteu da Po (e il nome ora si spiega). La piccola pieve di San Giovanni perse di importanza e vide drasticamente ridursi il suo potere accentratore, il ruolo di riferimento per la fede degli abitanti della zona. che, di fatto, si erano spostati. Venne soppiantata e definitivamente abbandonata. Ma oggi, coi suoi resti, vuole ancora raccontarci qualcosa. Vuole ricordarci di una fede antica, pagana, isiaca, ancora prima che cristiana. Vuole ricordarci di un potente santuario e di un’illustre città ora scomparsa sotto i limi e le coltivazioni.

Industria, un ricco ed operoso emporio sul Po protetto da Iside, nato dall’iniziativa di sagaci e lungimiranti imprenditori. Tra questi, gli Avilli: venuti da est, seppero individuare e mettere a frutto le risorse alpine.

Stella

Eclissi. La “corona” del Sole nero

eclissiGennaio 2019: super Luna rossa
Luglio 2019: eclissi di Luna
Dicembre 2019: eclissi di Sole

8 aprile 2024: eclissi totale di Sole!
Eclissi: la “corona” di un sole nero.

Molte civiltà del mondo antico avrebbero previsto che qualcosa di oscuro stava per capitare…
Per millenni le eclissi sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rappresentavano un rovesciamento del quotidiano e del senso comune.
Nonostante le verifiche della scienza e le repliche, senza particolari eventi da “fine del mondo”, che si sono succedute nei millenni, questo spettacolare fenomeno continua ad alimentare fantasie, miti e leggende, per non parlare delle suggestioni  artistiche o canore. La “Luna rossa”, o la “Luna di sangue”, in inglese Blood Moon, sembra essere ancora avvolta da un’aura di mistero e le eclissi sono state spesso state associate a effetti nefasti sulla vita delle persone.

Per i Persiani l’eclissi rappresentava una punizione divina nei confronti degli uomini. Essi pensavano che tutte le volte che qualcuno commetteva o stava per commettere gesta malvagie (tradimenti, infanticidi…) gli dei chiudessero in una specie di tubo la Luna o il Sole, lasciando gli umani nel buio più completo, soli in compagnia di incubi e rimorsi.
Nell’antica Roma, si credeva che durante le eclissi fosse un mostro a divorare la luna, con lo scopo di attirarla verso la Terra. Per questo, nonostante non ce ne sia traccia nei testi letterari, per tutta la durata dell’evento si organizzavano riti per scacciare il demone; riti che continuavano anche dopo il ritorno della luce, perché si aveva paura degli effetti nefasti del passaggio del mostro.

Tuttavia, nonostante queste affascinanti (e terribili) storie, le cause delle eclissi lunari furono studiate già nel II a. C.: a Roma, il console Gaio Sulpicio Gallo aveva chiarito che le cause di questo fenomeno erano naturali e tutt’altro che magiche. Anche in Grecia gli studiosi avevano iniziato a interessarsi alle eclissi sin dal V secolo a.C.

Ma le superstizioni sono dure a morire.
Così i miti che collegano la luna rossa o le eclissi a eventi catastrofici o apocalittici, come un terremoto imminente o addirittura la fine del mondo, si ritrovano in alcune profezie di Nostradamus. In epoca medievale ci si rinchiudeva in casa per restare al riparo da spiriti o creature notturne. O si evitavano battaglie. Secondo alcune tradizioni agli uomini era anche vietato guardarla: si diceva che si potesse rimanerne incantati e diventare preda di creature mostruose.
Giovanni Keplero, nel suo Somnium uscito nel 1634, aveva raccontato di demoni in viaggio verso la Terra per rapire gli essere umani, proprio durante le eclissi.
Sappiamo per fortuna che, al di là di miti e leggende, le eclissi rientrano in un calendario cosmico regolare e prevedibile.
Oggi si conosce il cosiddetto “ciclo di Saros”, un periodo di circa 6.585,3 giorni (18 anni 11 giorni 8 ore) cui si lega la periodicità delle eclissi, in realtà già individuato dagli astronomi Babilonesi.
Ma, immaginando per un attimo di non vivere nell’oggi ma nell’ieri o addirittura nell’altro ieri, la suggestione è davvero forte!

Un Sole nero lungo 4 minuti e 28 secondi in cui tutto sembrerà fermarsi, avvolto nella fredda luce lattiginosa di un attimo di eternità sospesa.