Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

San Lorenzo di Aosta. Antiche storie all’ombra del grande tiglio

Correva l’anno del Signore 451 d.C.; ero ancora un giovane presbitero a quel tempo, cresciuto e nutrito spiritualmente nel cenobio del santo vescovo Eusebio, in quella città di pianura circondata dalle acque chiamata Vercelli. Mio compagno di studi e di formazione, sebbene più grande, il sapiente Eustasio. Ed era proprio lui vescovo di Aosta quando, bloccato da motivi di salute, mi incaricò di rappresentarlo nella grande Milano, nostra sede metropolitana, in occasione dell’importante concilio provinciale.

Vercelli
Veduta attuale di Vercelli

Un incarico di prestigio col quale Eustasio mi manifestò tutta la sua stima ed il suo apprezzamento. Un onore che, tuttavia, non mancò di farmi venire i tremori per l’ansia di dover, ancora così inesperto, prendere parte ad un incontro di siffatto rilievo.

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Ricostruzione di Mediolanum nel IV secolo d.C. (da Romano Impero)

Il mio nome, Grato, suona l’accento ellenico; ebbene sì, la mia famiglia paterna affonda le sue origini nella terra di Omero. Nonostante sia giovane ho molto viaggiato e ancora bambino giunsi nella sconfinata e ubertosa pianura del grande fiume Po, immenso nastro d’argento che scaturisce dalle alte vette alpine per arrivare a tuffarsi nel mare Adriatico.

Ero da poco entrato in convento quando, una notte, una di quelle dal sonno tormentato scosso da sogni ricorrenti, apparentemente illogici e non privi di angoscia, ebbi una strana visione.

Davanti a me si apriva una valle verdeggiante, solcata al centro da un ampio fiume le cui acque riflettevano un azzurro argenteo e si attorcigliavano in mille gorghi tra le rocce. Intorno a me un panorama insolito: montagne, montagne altissime ammantate di candida neve. Non lontano dal fiume, una città. Una città che doveva essere stata molto importante in passato vista l’entità dei grandi edifici che, seppure in rovina, ancora si ergevano al di sopra di un mare di povere casupole e di orti. In sogno mi sentii chiamare. La gente di quella valle mi aspettava, ma io non sapevo dove si trovavano né come raggiungerli.

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Ricostruzione veduta da est di Aosta in epoca imperiale romana (da Cadran Solaire, 2012)

Questo strano sogno si ripresentò anche negli anni successivi; rimasi esterrefatto quando mi resi conto che questo sogno capitava sempre nella stessa notte, quella tra 6 e 7 settembre.

Finché, già ventenne, venni convocato dal saggio Eustasio: doveva darmi uno notizia importante: lo avrei seguito ad Aosta.

Giunto in questa per me ignota città, capii: era questa la destinazione cui ero stato assegnato dal volere divino. Quella vallata, quel fiume, quelle vette. La Vallis Augustana mi stava aspettando da tempo e finalmente vi ero giunto.

Lavorare e studiare sotto la guida di Eustasio, anch’egli di origine greca come me, era fonte continua di accrescimento intellettuale e spirituale, ma anche di arricchimento umano vista la sua immensa generosità, il suo buon cuore, la sua costante attenzione verso i più deboli e sventurati.

Spesso con lui ci si recava fuori dalle nobili e vetuste mura della città per visitare le contrade più lontane e sperdute portando la Parola di Dio, conforto e ascolto.

La gente delle campagne viveva poveramente, questo sì, ma devo dire con grande serenità e dignità. Mi piaceva molto fermarmi con loro, accettare l’invito ad entrare nelle loro umili abitazioni, condividere un tozzo di profumato pane di segale spalmato di buon burro o accompagnato da un pezzo di saporito formaggio. A volte mi veniva offerto persino un piatto di zuppa di cavolo, porri e cipolle davvero deliziosa.

Notavo che il saggio Eustasio si incupiva quando si accorgeva che molti contadini ancora mescolavano la vera fede con antiche credenze, magari recandosi a pregare in prossimità di enormi roccioni, di grotte, di anfratti piuttosto che nelle chiese e nelle cappelle. Così come spesso invocavano antiche divinità pagane se, per disgrazia, una tempesta o un’alluvione arrivavano a distruggere il raccolto. Eustasio li ammoniva severamente, ma io mi rendevo conto che più utilizzava toni veementi e meno veniva ascoltato, anzi, otteneva spesso l’effetto contrario.

Pensai così di adottare i metodi degli antichi Romani, provando ad insegnare loro che divinità apparentemente diverse potevano fondersi e convivere. Insegnai loro ad invocare il buon Dio; insegnai loro l’importanza di rivolgersi al cielo, nome stesso che racchiude in sé le radici di tante parole poi passate a designare dei e Dio. Un pomeriggio d’estate, mentre mi trovavo con loro in un piccolissimo villaggio affacciato sulla piana di Aosta, il cielo si coprì all’improvviso di fosche e minacciose nubi scure. In poco tempo tutto si rabbuiò e vidi la paura negli occhi dei contadini. Istintivamente iniziarono ad invocare antichi dei pagani della tempesta e del tuono. Io, con tutta la voce che avevo, intonai un canto al Signore. La pioggia iniziò a cadere, prima fine e poi sempre più forte. I contadini mi fissavano, temendo il peggio, ma nessuno osava andarsene perché mi vedevano lì, immobile, in mezzo al prato. Continuavo a pregare cantando, addirittura ringraziando Dio per il dono della pioggia. Finché, così velocemente come era arrivata, la tempesta quasi per miracolo si allontanò verso sud, riempiendo l’aria di brontolii e di tuoni, ma risparmiando quelle terre.

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Da quel giorno si sparse rapida la voce, di villaggio in villaggio, che io ero capace di bloccare la tempesta e di sedare il temporale. Mi imitarono. Iniziarono a pregare Dio.

Da quel momento ogni volta che mi recavo nelle campagne, venivo accolto come fossi il papa, tra giubilo e festa; ogni volta la gente mi chiedeva di fermarmi a pregare con e per loro. Eustasio capì e ne fu felice.

E fu così che, dopo la morte del venerabile Eustasio, ne divenni il sostituto sulla cattedra aostana.

Tra le mie diverse attività ed impegni, ad un progetto ero particolarmente affezionato: la basilica intitolata a San Lorenzo, morto martire per la fede appena quasi due secoli prima. I lavori iniziarono già con Eustasio che, però non riuscì a vedere l’opera completata. La piccola chiesa sorgeva fuori le mura, in una zona di necropoli utilizzata sin dalla tarda epoca romana. Alcune di queste tombe erano più grandi ed importanti delle altre, veri e propri mausolei di personaggi di rilievo o di famiglie nobili. Si diceva fossero tombe di martiri e, di conseguenza, il potersi far seppellire vicino a loro era considerato un efficace “vademecum” verso il Cielo, verso la Salvezza eterna.

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Ricostruzione delle due chiese funerarie di S. Lorenzo e S. Orso nel V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Sorgeva quindi la basilica di San Lorenzo extra muros sul lato orientale della città, vicinissima ad un’altra chiesa intitolata a San Pietro ( e successivamente, ma io non potevo ancora saperlo, intitolata anche a Sant’Orso). Erano quasi allineate. Una coppia emblematica di chiese funerarie, dedicate al culto dei morti o, meglio, della Vita eterna. Contemporaneamente, sul lato ovest, sempre fuori le mura, stava nascendo una piccola basilica analoga, in un’area oltre la Porta Decumana di romana memoria.

Data al 400 d.C. la costituzione della santa diocesi di Aosta contestuale alla costruzione del primo complesso episcopale della Cattedrale, chiesa madre della città con cura d’anime. Fu poi con la sistemazione delle antiche aree funerarie fuori le mura che si pervenne alla costruzione delle basiliche funerarie tra cui, appunto, anche San Lorenzo.

Consolidati i lavori in città, ci si rivolse alle campagne procedendo alla realizzazione delle prime chiese con cura d’anime, ovvero dotate di fonti battesimali, a Villeneuve, a Morgex e a Saint-Vincent, tutte dislocate lungo l’importante arteria della Strada romana ad Gallias, la stessa che utilizzò, non molto tempo fa, il nobile vescovo Martino di Tours nella sua strenua ed indefessa missione di evangelizzazione dei pagi.

Ben presto San Lorenzo e San Pietro (poi Orso) divennero un unico complesso funerario denominato Concilia Dominorum Sanctorum Martyrum.

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Planimetria a croce latina del V secolo d.C. (da Cadran Solaire, 2009)

San Lorenzo presentava una forma a croce latina, sulla scorta di quanto fortemente voluto dal grande padre Ambrogio di Milano per affermare la vittoria del simbolo della Croce nella sua lotta contro l’eresia ariana. E non era un caso che i legami con la diocesi mediolanense fossero molto forti e sentiti anche perché Aosta, così come Vercelli, facevano riferimento alla sede metropolita di Mediolanum. Stringente in effetti la ricercata somiglianza di San Lorenzo con l’impianto della Basilica Apostolorum di Milano (oggi, 2017, San Nazaro in Brolo).

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Ricostruzione dell’interno del V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Grandi edifici romani ormai in disuso e in stato di abbandono vennero utilizzati come cave a cielo aperto per la costruzione di questa come di altre chiese in città; i grandi e bei blocchi romani, già tagliati e sagomati, erano perfetti per essere reimpiegati. Ma l’azione del reimpiego dell’antico, non dimentichiamolo, non aveva solo finalità pratiche, bensì una forte valenza ideologica perché stava a significare che la nuova Aosta cristiana poggiava le sue radici sull’Aosta romana di cui si faceva chiaro ed innegabile vanto.

Ricordo ancora l’atmosfera di estrema sacralità che si respirava, che si sentiva sulla pelle, quando si entrava in San Lorenzo, appena illuminata dalle lampade a olio appese al soffitto, dalla tenue luce filtrante dalle lastre di alabastro delle finestre; i marmi romani rifulgevano di nuova vita e nuovo significato in questo nuovo luogo di culto cristiano.

Vorrei raccontarvi un altro episodio assai particolare che ha poi segnato fortemente il ricordo che la gente ha mantenuto di me.

Un giorno, durante una delle mie numerose visite nel contado, mentre tenevo un’omelia venni bruscamente interrotto da urla strazianti. Una donna disperata corse verso di me, verso il resto delle persone assiepate nella piazza del villaggio urlando e piangendo: suo figlio Giovanni, un piccolo di appena 3 anni, era tragicamente scivolato dentro un pozzo lasciato inavvertitamente aperto ed incustodito. Ci precipitammo sul posto; io per primo mi sporsi oltre il bordo chiamando il bambino: era vivo, piangeva e si lamentava, ma era ancora vivo. Per fortuna quel pozzo era semivuoto, seppure assai profondo.

Non esitai e mi offrii volontario ad aiutare altri uomini. Con delle corde ci attrezzammo e a mò di scala riuscimmo a calarci e a portare in salvo il piccolo. Ritornai tenendo avvolto il bimbo tremante nelle mie vesti; sporgeva solo la testa con quei grandi occhi neri colmi di paura.

La madre lo prese e lo strinse a sè ringraziandomi in tutti i modi che conosceva. Tornai ad Aosta scortato dall’intera popolazione di quel villaggio e la mia fama presso le genti della valle aumentò considerevolmente. Non potevo immaginare che, nei secoli che seguirono, questo episodio venne a tal punto trasformato ed ingigantito nei racconti da diventare leggenda. La leggenda che vorrebbe fossi stato io a ritrovare la testa di San Giovanni Battista in fondo ad un pozzo di Gerusalemme… e infatti vengo spesso raffigurato così, con la testa del Battista in mano, semiavvolta dal mio mantello.

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Si avvicinavano ormai gli anni finali di questo V secolo dalla nascita di Cristo. Giunse anche la fine dell’estate; da tempo non stavo bene, ero molto affaticato e sempre meno riuscivo a recarmi fuori città. La gente veniva a cercarmi, pur di ascoltare le mie omelie.

La notte tra il 6 ed il 7 settembre rifeci quel sogno (erano anni che non mi si ripresentava più): la grande vallata solcata dal fiume. In sogno ero tranquillo stavolta: conoscevo quel luogo ormai a me così caro. Conoscevo quelle case, quelle persone…

Vidi Aosta dall’alto, vidi la zona delle due chiese funerarie di San Lorenzo e San Pietro, ma era diversa da quella che conoscevo. Le chiese erano cambiate: San Pietro veniva indicata dalla gente della città con un altro nome, col nome di un santo a me ignoto: Sant’Orso. Su uno spiazzo compreso tra le due chiese si ergeva una pianta monumentale: un  tiglio dal tronco squarciato ma dalla folta chioma. Vidi un edifico a me sconosciuto, vero trionfo di abilità artistica nel lavorare la terracotta. Vidi che San Lorenzo aveva mutato il suo ingresso spostandolo sul lato orientale dove io ricordavo la curva dell’abside, e sottolineandolo con un portico.

La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)
La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)

Mi svegliai, disorientato; il cuore batteva all’impazzata. Cercai un sorso d’acqua, presi in mano il mio breviario tentando di ritrovare la pace. La vista era come annebbiata ed un senso di torpore presto si impadronì di me.

Il sonno giunse nuovamente e con esso, altri sogni, oppure visioni… non saprei. Mi vidi all’interno di San Lorenzo, ma improvvisamente il pavimento che conoscevo scompariva, diventava come invisibile. Sotto i miei piedi delle tombe, tante, innumerevoli… tombe aperte nelle quali si vedevano i resti umani dei Cristiani qui lasciati nel sonno eterno, alcuni coi loro monili, collane, fibbie. Cristiani qui sepolti nel corso di secoli.

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Alcune tombe a ridosso della zona presbiteriale (foto E. Romanzi)

Vidi degli uomini chini con pale e picconi che scavavano quelle tombe, che compilavano taccuini; li chiamavo per fermarli, ma non mi sentivano! Ad un certo punto mi voltai e vidi … il mio nome: Gratus Episcopus. Era riportato su un’epigrafe, un’epigrafe funeraria: “hic requiescit in pace...” Quella era la lastra della mia morte.

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Epigrafe del vescovo Grato in San Lorenzo (foto: E. Romanzi)

Mi ritrovarono il giorno seguente, 7 settembre, sconvolto da tremori, sudori freddi, febbri altissime, in preda al delirio. Rivedevo la Grecia natia, Vercelli, il maestro Eusebio e il saggio Eustasio. Rivedevo la bellissima vallata solcata dal fiume argenteo, la Dora Baltea. Rivedevo gli occhi del piccolo Giovanni. Rivedevo lo stupore sui volti dei contadini risparmiati dalla tempesta.

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Sono Grato, vescovo di Aosta. Riposo qui, nella mia amata chiesa di San Lorenzo, sotto l’ombra di questo grande tiglio, cullato dall’allegro vociare dei bimbi che giocano felici nel giardino sopra di me. Le mie spoglie mortali non sono qui, non più; ma il mio spirito e il mio nome qui rimarranno per sempre, o almeno finché ci sarà anche solo uno tra di voi che avrà desiderio e cuore di venire a farmi visita.

 

Stella

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

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In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

cristallo

Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

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possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Castellaccio di Pont-Saint-Martin. La maledizione della principessa

Il regno dei SanMartino occupava un territorio importante e strategico. Lì tutte le strade si incontravano: quelle dalla piana, quelle delle colline, degli alti valichi e del fondovalle centrale. E questo fu la base della loro straordinaria potenza e immensa ricchezza.

Purtroppo, però, dopo antenati attenti e lungimiranti amministratori, tutto passò (e non senza colpi bassi) al dissennato Guglielmo che, mai sazio di denari, iniziò a vessare i viaggiatori e gli abitanti con ogni sorta di tassa. Non contento, se ne aveva voglia, si divertiva a razziare villaggi, fattorie e a rapire giovani fanciulle che poi teneva rinchiuse nella torre a nord del suo maniero riducendole alla fame.

Una di queste, però, tanto affascinante quanto intelligente, riuscì a diventare qualcosa di più di un semplice capriccio. Si chiamava Perla ed era originaria di un villaggio poco a monte del castello. Sembrava davvero che Guglielmo si fosse finalmente innamorato e Perla, nel frattempo in dolce attesa, si aspettava che lui le chiedesse di sposarlo.             Ma purtroppo così non fu e, nata una bimba, Guglielmo la cacciò malamente obbligandola a vivere rinchiusa in una torre isolata che sorgeva proprio sul versante opposto della valle: la scura torre di Pratomozzo. Un luogo impervio che doveva il suo stesso nome al fatto di essere circondato da dirupi e burroni; lo stretto pianoro su cui sorgeva la torre era accessibile unicamente attraverso un ripido sentiero ritagliato nella roccia.

La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)
La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)

Lysia. Questo il nome che Guglielmo diede alla sua unica figlia che, negli anni, crebbe in bellezza ed intelligenza… ma anche, ahimè, in perfidia e avidità. Lunghi capelli rossi e ammalianti occhi verdi, come la povera madre; indole “nera” e insaziabile ambizione, come il padre.

Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)
Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)

Un padre che effettivamente la adorava e la viziava; anzi, provava una sorta di venerazione per quell’unica figlia. La sola ad essere stata riconosciuta. La sola che, nei progetti di Guglielmo, avrebbe dovuto governare il regno dei SanMartino dopo di lui, nei modi da lui stabiliti.

A Lysia era stato detto che la madre l’aveva abbandonata, cosa che a lei rendeva il padre ancora più importante e degno di rispetto. Invece Perla aveva trascorso gli anni che le restavano chiusa nella torre di Pratomozzo, nella più completa solitudine, pensando a quella bimba che le era stata strappata. Una notte, giunta ormai sul punto di morire, guardando le stelle dell’Orsa Maggiore, espresse un estremo desiderio:

“Guglielmo, maledetto sia tu e tutta la tua stirpe. Quella figlia che per te ora è vanto, per tutti e per se stessa diventerà tormento…”

Passarono gli anni. Guglielmo, afflitto nel corpo dai mali dell’età, ma soprattutto nello spirito per un’insidiosa forma di pazzia, morì suscitando il tripudio di molti, ma…

Ma il gaudio divenne ben presto paura quando a tutti fu chiaro di che pasta era fatta Lysia, vera erede del padre in tutto e per tutto! Chi osava disobbedirle, anche per futili motivi, poteva rischiare di non vedere l’alba del giorno seguente. Molti nobili, anche d’Oltralpe, si erano fatti avanti chiedendola in sposa o proponendo i loro rampolli, ma tutto era stato vano. Lei voleva regnare da sola e ambiva ad ampliare il regno paterno non esitando a muovere guerra ai vicini. E lei stessa, armata, scendeva in battaglia alla testa dei soldati brandendo lo spadone paterno, senza alcuna pietà.

Anche i suoi fedelissimi avevano paura di lei; e Lysia stessa non si fidava di nessuno.

Una notte d’inverno, qualcuno bussò al castello. Lysia era sveglia e, chiamata dalla guardia, scese all’ingresso. Davanti a lei stava una donnina anziana, piccola e malferma, avvolta in uno spesso mantello di lana. “Mia potente Signora, per favore, potete concedermi ospitalità per questa notte gelida?”, chiese la donna tremante.

Lysia inarcò il sopracciglio e stava per farla cacciare quando disse: “Vediamo se avervi come ospite mi conviene… chi siete?”. “Sono un’erborista, Signora. Se mi accogliete, posso mettere a vostra disposizione il mio sapere…”.

L’anziana scostò il pesante cappuccio che le copriva il volto e fissò Lysia con uno sguardo penetrante e ipnotico. “E’ sicuramente una strega” – pensò Lysia – “potrebbe farmi comodo…”.                                                                                                                                       “Venite, entrate pure… accomodatevi accanto al fuoco e raccontatemi di voi…”.

Ma la saggia anziana aveva subito percepito l’animo torbido e le reali intenzioni della principessa e  disse: ” Mia Signora, la fama vi precede ma non vi dipinge fedelmente… La gente di ogni contrada, anche lontana da qui, parla di voi con reverenza e timore, ma non con ammirazione… La vostra grande bellezza è nota quanto, tuttavia, la vostra ferocia, ma… ora che ho il privilegio di vedervi di persona, beh… il vostro aspetto supera ogni immaginazione, così come la vostra straordinaria ricchezza. Tuttavia non sembrate una cattiva persona…”.

A queste ultime parole Lysia si infuriò! “Io sono la principessa Lysia di SanMartino! Tutti devono obbedirmi e rispettarmi! Io decido della vita e della morte! Io devo essere rispettata e temuta perché valgo più di 100 uomini!”.

“Ma mia Signora, voi potreste manifestare il vostro valore in modo diverso… non con la guerra e l’odio… magari..”. “Taci vecchia!”, la interruppe Lysia, “Ascoltami! Tu conosci i segreti delle erbe, giusto?! Ebbene, esigo che tu mi prepari una pozione che mi renda la più forte, temuta, invincibile! Capito?! Altrimenti…”.

“Altrimenti?”, ribatté calma la donna, “mi farai rinchiudere nella torre di Pratomozzo come la tua sventurata madre?”.

Lysia sgranò gli occhi: “Cosa? Come ti permetti? Che vane parole osi pronunciare, vecchia! Mia madre mi ha abbandonata alla nascita!”.

“Se ti fa comodo crederlo… ma forse avrai modo di verificare tu stessa…”.

“Smettila, e datti da fare con quanto ti ho richiesto! Prima dell’alba dovrà essere pronto!”.

L’anziana saggia erborista si mise all’opera, sorvegliata da due guardie. Ai primi chiarori fece chiamare la principessa: “Ecco Signora, ciò che saprà rendervi la più forte, temuta e invincibile…”.

“Ottimo! Guardie, portate subito questa donna alla torre di Pratomozzo! Pare sia un luogo a lei gradito…” e rise maligna. Mentre veniva trascinata via la vecchia gridò:

“Se entro la prima luna piena di maggio nessuno ti avrà riconosciuta, nessuno mai più potrà farlo e in eterno la tua memoria sarà perduta!”.

“Vecchia pazza!”, pensò Lysia che avidamente bevve la pozione maledicendone il sapore terribile. Subito fu colta da un sonno insostenibile e si ritirò nella sua stanza.

Quando si svegliò le sembrava di avere un macigno addosso e la vista appannata. Faceva fatica a muoversi; era goffa e impacciata. “Ma che diavolo mi ha dato quella strega? Imbrogliona! Lo sapevo… ah, ho fatto bene a farla rinchiudere lassù!”.

Poi si alzò, molto lentamente ma… un urlo agghiacciante riempì il castello. Lysia vide la sua immagine riflessa nello specchio e…era un orso!

Un enorme orso fulvo, dal pelo rosso come i suoi capelli! Di lei restavano solo gli occhi: verdi, assolutamente inusuali per un orso. Non poteva parlare ma solo rugliare, come la belva che era diventata!

Uscì correndo dalla stanza cercando aiuto ma tutti, alla sua vista, scappavano terrorizzati. Le guardie, almeno i più coraggiosi, tentavano addirittura di ucciderla! La sua forza era immensa: con una sola zampata faceva volare in aria due uomini contemporaneamente. Con un morso poteva tranquillamente staccare di netto una gamba.

Dopo aver percorso tutto il maniero nella vana ricerca di un riparo, distruggendo tutto ciò che incontrava, lasciando vittime e feriti dietro di sè, riuscì ad uscire nascondendosi tra i boschi.

Immediatamente si sparse la voce che Lysia era scomparsa. Si diceva che un orso terribile fosse entrato nel castello e l’avesse divorata seminando il panico e mettendo in fuga tutta la sua corte e l’esercito.

Presto ci si rese conto che davvero l’erede dei SanMartino era svanita nel nulla! Alcuni intrepidi osarono entrare nel maniero deserto razziando tutto ciò che potevano e, per vendetta, distruggendo il resto. Gruppi di mendicanti e vagabondi vi si insediarono bivaccando, mangiando e bevendo fino all’esaurimento di ogni scorta disponibile. E prima di andarsene, per puro e gratuito divertimento, appiccarono il fuoco dove capitava. In poco tempo l’austero palazzo di una potente famiglia, non esisteva più, ridotto ad un cumulo di macerie e rovine, rapidamente divorate dai rovi e dalle ortiche.

Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)
Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)

Lysia vagava, muovendosi preferibilmente di notte, sempre all’erta, pronta a fuggire ad ogni minimo rumore. E raggiunse così l’altro versante, più boscoso e disabitato, pensando che proprio la torre di Pratomozzo, luogo avvolto da cupe leggende, dove mai nessuno osava andare, avrebbe potuto darle un valido riparo.

Giunse ai piedi del tetro torrione con le ultime luci del tramonto; il portone era stranamente divelto e, cauta, entrò.

“Eccoti! Ti stavo aspettando!”. Lysia sobbalzò! Emise suoni gutturali e ficcando gli occhi nell’ombra, vide una figura prendere forma pian piano… l’erborista! “Sapevo che la tua sconsiderata brama di potere ti avrebbe ridotta così! Ora sta a te, mia superba principessa! Intanto, tieni… un ricordo di Perla, la tua povera madre sventurata, rinchiusa qui da tuo padre…e morta pensando a te!”

Era un bracciale di magnifica fattura in oro massiccio con perle e rubini. All’interno un’incisione: lo stemma dei SanMartino e la scritta “A Perla da Guglielmo”. Rimase sconcertata! Un gioiello di sua madre! … allora, le voci erano vere! … E pianse finalmente tutte le lacrime mai versate in tutta la sua vita.

Avrebbe voluto poter parlare per chiedere all’erborista mille altre cose,anche solo per sapere come porre rimedio a tutti i suoi errori, ma la donna era scomparsa: al suo posto una splendida civetta dai grandi occhi magnetici aprì le ali e spiccò il volo.

Nel regno, intanto, regnava il disordine più totale! Vari nobili confinanti pretendevano di impadronirsi di un regno rimasto vacante. E molti cacciatori avevano avviato una capillare caccia all’orso sperando che, se avessero ucciso la belva colpevole, avrebbero potuto guadagnarci parecchio! I più coraggiosi si spingevano fino a Pratomozzo e l’orsa Lysia ne aveva già eliminati diversi. Le leggende sul gigantesco orso rosso divoratore di uomini che aveva preso dimora nella torre del diavolo ormai non si contavano più!

Passarono mesi, anni… Fino a che, in un pomeriggio di maggio, si avvicinò alla torre un giovane. Lysia lo spiava dalla sua tana tra le rocce. Il ragazzo era sicuramente un nobile: lo stemma sulla corazza parlava chiaro. Si muoveva guardingo, armato di arco e frecce.

“Eccone un altro”, pensò Lysia, “ma quando la finiranno? Aspetterò il favore delle tenebre e anche questo sarà mio!”.

Scese la notte. Una sottile falce di luna rischiarava debolmente il cielo di ponente. Il volto di Diana aveva ricominciato a crescere: quella era l’ultima possibilità di riscatto. Ormai Lysia aveva capito che le parole dell’anziana erborista erano vere e presto la profezia si sarebbe avverata. Ma forse, non le importava nemmeno più. Quante bugie le erano state dette! E di quanta ipocrisia lei stessa aveva vissuto… forse, a quel punto era meglio morire…

Lysia, con passo felpato, ormai esperta conoscitrice dei luoghi, capace di muoversi al buio, si avvicinò al giovane assalendolo alle spalle, quasi fosse stata un’ombra balzata fuori improvvisamente dal buio.

Il ragazzo si voltò, cercò di difendersi. Gli occhi di entrambi si incontrarono per un attimo e Lysia, con una zampata, lo ferì. Sotto di lei il giovane sanguinante respirava affannosamente; “Non uccidermi, ti prego! Me ne andrò, dirò a tutti che ho trovato le tue ossa, che sei morto… nessuno ti darà più la caccia ma, per favore, se mi capisci, non uccidermi!”.

Quelle parole prive di malvagità, colpirono Lysia a tal punto che decise di lasciarlo stare. Si accucciò mansueta al suo fianco scaldandolo col suo corpo e difendendolo dalle insidie della notte.

Al mattino il giovane si svegliò. Non riusciva ad alzarsi per la ferita al fianco. Subito vide l’orso accanto a lui che lo fissava pacifico. Co la zampa gli avvicinò dei frutti di bosco, quasi invitandolo a mangiare.

Il giovane non poteva credere ai suoi occhi! “Tu, tu mi capisci dunque? Grazie per avermi risparmiatola la vita… io.. o Dio ma sto parlando ad un orso, è assurdo!”.

Lysia rugliò sorniona. Il giovane si presentò. “Beh, non so chi tu sia… io mi chiamo Valesio. La mia famiglia domina le terre al confine tra gli alti monti e le colline arrivando sù oltre le cime innevate a nord. Siamo confinanti coi SanMartino… o meglio, col loro regno che, ormai, beh, non esiste più, insomma… l’ultima principessa, “Lysia la Terribile” è scomparsa nel nulla e ora in molti cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti. La guerra infuria, anche tra parenti! E molti dicono che la colpa sia del demonio fattosi orso; un orribile orso rosso… che.. forse, sei tu?”

Lysia non perse una parola. Si alzò ed entrò nella torre facendo capire a Valesio di seguirla. Una volta dentro gli indicò col muso una pietra smossa nel muro, sotto la finestra. Valesio capì e si chinò; tolse la pietra e trovò il braccialetto. Lysia lo fissò e fu in quell’istante che Valesio si accorse che quello strano orso aveva gli occhi verdi! Occhi che parevano… umani! E quell’orso stava piangendo, lì, davanti a lui!

“Chi sei tu? Di certo non un orso normale… Quale oscuro incantesimo ti ha trasformato?”. Lysia allora col muso sospinse Valesio fuori dalla torre e si fece seguire fino ad un luogo elevato da cui si vedeva bene il castello paterno. Giunti sul posto cercò di indicarglielo con la zampa, guaendo e guardandolo.

Valesio resto inizialmente perplesso, poi: “Cosa c’è? Vuoi andare al castello abbandonato? E’ molto pericoloso, sai? non so se è una buona idea… se ti vedono… ti uccidono all’istante!”.

Ma Lysia insisteva continuando a indicare il maniero. Trascorsero alcuni giorni, poi, quando ormai Valesio si era rimesso in forze, di notte Lysia andò a svegliarlo; e lui capì. Si misero in cammino con estrema prudenza, sfruttando le ombre e l’oscurità così come la luce di una luna ormai quasi piena. Giunti nel fondovalle tutto divenne più difficile; la salita al castello poteva rivelarsi fatale: cacciatori e delinquenti si nascondevano ovunque.

Lysia guidò Valesio lungo un sentiero più impervio e nascosto, poco noto. Pareva filare tutto liscio quando, all’improvviso, Lysia gridò e si inarcò dal dolore: una freccia l’aveva colpita alla spalla! Valesio si voltò di scatto: “Che succede? Chi è?!”. Una coppia di cacciatori balzò su di loro da una rupe intenzionati ad ucciderli entrambi.

Una lotta feroce in cui Valesio e Lysia riuscirono, sì, a mettere in fuga i due malintenzionati ma che vide il ragazzo ferito a morte con una coltellata al petto.

Lysia restava al suo fianco e gli leccava la ferita guaendo. Lo guardava e si ritrovò a piangere, pregando, in cuor suo, che quel ragazzo buono e generoso si salvasse.

Ad un certo punto la luna uscì dalle chiome degli alberi e li illuminò. Una splendida civetta volò su di loro e si appoggiò sulle mura di cinta del castello. E accadde qualcosa. Valesio aprì gli occhi e rimase senza parole. Lì, accanto a lui, una meravigliosa fanciulla avvolta da un ammasso scomposto di capelli rossi lo abbracciava piangendo. Al polso, il bracciale della torre. “Madamigella… voi..,”.                 A quelle parole Lysia alzò il viso e vide le sue mani, i suoi capelli… l’incantesimo era stato spezzato!

“Valesio! Valesio… la vostra ferita… non c’è più! Io… io… siete l’unico a darmi fiducia…”

“Ma chi siete?”, chiese il ragazzo. “Sono Lysia! Lysia di SanMartino! Lysia la Terribile… ahimé! Ma non sarà più così! D’ora in avanti tutto cambierà! E spero di avervi al mio fianco!”.

Valesio non chiese altro e l’abbracciò. Le sorti del regno erano state risollevate; Lysia, la principessa-orsa, aveva capito la lezione. E il suo matrimonio col nobile Valesio suggellò un’alleanza fortunata che portò finalmente pace e benessere.

 

Stella

 

 

 

Eclissi. La “corona” del buio

eclissiGennaio 2019: super Luna rossa
Luglio 2019: eclissi di Luna
Dicembre 2019: eclissi di Sole
Eclissi: la “corona” di un sole nero.
Molte civiltà del mondo antico avrebbero previsto che qualcosa di oscuro stava per capitare…
Per millenni sono state un fenomeno che ha terrorizzato gente comune e sovrani, eserciti e generali: un funesto presagio perché rovesciamento del quotidiano e del senso comune.
Nonostante le verifiche della scienza e le repliche, senza particolari eventi “fine di mondo” che si sono succedute nei millenni, questo spettacolare fenomeno continua ad alimentare fantasie, miti e leggende, per non parlare delle suggestioni veliche o canore. La “Luna rossa”, o la “Luna di sangue”, in inglese Blood Moon, sembra essere ancora avvolta da un’area di mistero e le eclissi sono state spesso state associate a effetti nefasti sulla vita delle persone.
Per i Persiani l’eclissi rappresentava una punizione divina nei confronti degli uomini. Essi pensavano che tutte le volte che qualcuno commetteva o stava per commettere gesta malvagie (es. tradimenti, infanticidi…) gli dei chiudessero in una specie di tubo la Luna o il Sole, lasciando gli umani nel buio più completo, soli in compagnia di incubi e rimorsi.
Nell’antica Roma, si credeva che durante le eclissi fosse un mostro a divorare la luna, con lo scopo di attirarla verso la terra. Per questo, nonostante non ce ne sia traccia nei testi letterari, per tutta la durata dell’evento si organizzavano riti per scacciare il demone. Questi continuavano anche dopo il ritorno della luce, perché si aveva paura degli effetti nefasti del passaggio del mostro.
Tuttavia, nonostante queste affascinanti (e terribili) storie, le cause delle eclissi lunari furono studiate già nel II a. C.: a Roma, il console Gaio Sulpicio Gallo aveva chiarito che le cause di questo fenomeno erano naturali e tutt’altro che magiche. Anche in Grecia gli studiosi avevano iniziato a interessarsi alle eclissi nel V secolo.
Ma le superstizioni sono dure a morire.
Così i miti che collegano la luna rossa o le eclissi a eventi catastrofici o apocalittici, come un terremoto imminente o addirittura la fine del mondo, si ritrovano in alcune profezie di Nostradamus. In epoca medievale ci si rinchiudeva in casa per restare al riparo da spiriti o creature notturne. O si evitavano battaglie. Secondo alcune tradizioni agli uomini era anche vietato guardarla: si diceva che si potesse rimanerne incantati e diventare preda di creature mostruose.
Giovanni Keplero, nel suo “Somnium” uscito nel 1634, aveva raccontato di demoni in viaggio verso la Terra per rapire gli essere umani, proprio durante le eclissi.
Sappiamo per fortuna che, al di là di miti e leggende, le eclissi rientrano in un calendario cosmico regolare e prevedibile.
Oggi si conosce il cosiddetto “ciclo di Saros”, un periodo di circa 6,585.3 giorni (18 anni 11 giorni 8 ore) cui si lega la periodicità delle eclissi, in realtà già individuato dagli astronomi Babilonesi.
Ma, immaginando per un attimo di non vivere nell’oggi ma nell’ieri o addirittura nell’altro ieri, la suggestione è davvero forte!

Aosta e la magia del solstizio d’inverno

Di pietre e di stelle. Oggi di questo voglio parlarvi. Delle stelle e delle pietre che hanno consentito di risalire alla data di fondazione di Aosta, Augusta Praetoria Salassorum.

Una città disegnata dal solstizio d’inverno!

Potrei dire che “in origine fu la pietra” che ci condusse “a riveder le stelle”. E uso non a caso il verbo “rivedere” col significato di guardare di nuovo (e meglio) la volta celeste. Un pò come avveniva in antico, quando invece l’osservazione delle stelle era usuale, diffusa, e fondamentale per determinare i tempi di semina e di raccolta; ma anche i tempi delle feste, che poi quasi sempre derivavano da celebrazioni di momenti agricoli importanti. Natura, agricoltura, usanze… tutto seguiva il calendario celeste del sorgere e del tramontare di determinate stelle o costellazioni. E già solo questa considerazione ci porta a riflettere sull’importante e stretto legame che univa le stelle e il potere.

Oggi ci siamo persi tutta questa bellezza. Ma forse non del tutto. E la fortuna ha voluto che riuscissi a ritrovare il cielo… partendo dal sottosuolo!

DIARIO DI SCAVO IN PILLOLE

Non voglio qui annoiarvi con lunghi, tecnici e dettagliati resoconti di scavo per i quali vi rimando a precise pubblicazioni, ma vi do un tempo: febbraio 2012. Vi do un luogo: Torre dei Balivi, Aosta. Vi do anche un motivo: indagini archeologiche (condotte dall’Ufficio Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni e le Attività culturali della Valle d’Aosta) preliminari alla posa di una cabina elettrica interrata.

Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.
Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.

La Torre dei Balivi costituisce lo spigolo  di nord-est della cinta muraria romana di Augusta Praetoria Salassorum e si trova nel punto più elevato della città romana. Deve il suo nome ai Balivi, appunto, ossia ai rappresentanti del Duca di Savoia in Valle d’Aosta incaricati della riscossione delle tasse e dell’amministrazione della giustizia. La Torre è stata sede delle prigioni regionali fino al 1984; in seguito, dopo un primo periodo di abbandono, a partire dal 2000 è stata oggetto di un lungo e complesso cantiere di studio, recupero, restauro e valorizzazione approdato, infine, alla rifunzionalizzazione del complesso in quanto sede del Conservatorio regionale.

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A partire dall’ originario piano di spiccato della torre (cioè l’antico livello del suolo da cui la torre emergeva fuori terra) fino al quinto corso di blocchi in travertino che ne compongono il paramento, si tratta dell’opera muraria originaria pertinente all’epoca di costruzione della torre, ovvero dell’epoca di fondazione della colonia: l’età augustea. Dal quinto corso in su è invece la torre medievale, frutto dei rimaneggiamenti e della sopraelevazione operata dalla nobile famiglia dei De Palatio nel corso del XII secolo. I livelli augustei, fino a questo scavo, erano sempre stati sotto terra almeno a partire dall’età tardoantica quando frequenti e poderose alluvioni portarono all’esondazione dei due rus (canali) che si incrociavano proprio in prossimità dell’angolo nord-est della cerchia muraria.

QUANDO DICI ANOMALIA…

Zoomiamo: spigolo sud-est della suddetta torre. Anomalie, strane protuberanze arrotondate; insomma, un blocco angolare diverso dagli altri. Su quella superficie c’era qualcosa che chiedeva di essere indagato.

Intanto, questa pietra occupa una posizione importante per la statica e lo scarico dei pesi della torre e non a caso è stata montata in opera con l’utilizzo di particolari incastri a “L”.

Dopo aver liberato il blocco dai depositi alluvionali che lo occludevano, ecco comparire le due facce a vista. Entrambe decorate da simboli ad altorilievo suddivisi su due o (nel caso della faccia che guarda a sud) tre registri. In entrambi i casi il registro più basso è occupato da un evidente elemento fallico. I due falli indicano lo spigolo della torre, quasi a voler accentuare la protezione di un punto potenzialmente “pericoloso” e a voler suggerire una direzione specifica: un punto all’orizzonte posto a sud dell’Est.

SIMBOLI

Cominciamo con l’esame della faccia che guarda verso Est. Dal basso è ben riconoscibile un fallo orientato Nord-Sud sormontato da un elemento frecciforme che, dopo una lunga serie di ricerche e alla luce delle considerazioni cui si è pervenuti alla fine dello studio, rappresenta verosimilmente la punta di un vomere di aratro.

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La faccia meridionale presenta anch’essa un fallo, stavolta orientato da ovest verso est, sormontato da uno strumento a forma di “Y” raffigurato in diagonale dall’esterno verso l’interno che, grazie a significativi confronti con raffigurazioni di arature sacre presenti sul verso di monete augustee delle colonie iberiche di Caesaraugusta (Saragozza) e Augusta Emerita (Merida), è stato identificato col manubrio di un aratro, seguito da un elemento falliforme di minori dimensioni; infine, leggermente al di sopra di quest’ultimo, si distingue una sorta di protome zoomorfa (cioé: la parte anteriore di un animale), presumibilmente cornuta e in posizione rampante con le zampe leggermente divaricate.

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Allora, andiamo con ordine.

Innanzitutto la presenza di simboli fallici su mura di epoca romana non deve stupire. Sono, infatti, relativamente comuni e parecchio diffusi (se ne vedono ad esempio sulle mura di antiche città laziali come Anagni o Alatri, ma si ritrovano anche sul Vallo di Adriano). Sono di solito collocati in punti-chiave come angoli sporgenti, torri e porte. Il ruolo del fallo era apotropaico (cioè: doveva tenere lontano il male). E contemporaneamente richiamava l’idea della buona sorte e della fertilità.

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TRACCE DI FONDAZIONE

Le mura erano considerate sacre ed inviolabili, in quanto riflettevano il complesso rito di fondazione delle città stesse. Tale rito, replica ideale della mitica fondazione di Roma, aveva il suo culmine nel tracciamento del perimetro della nuova colonia tramite un aratro tirato da una coppia di buoi bianchi (un bue e una giovenca) guidati da sacerdoti esperti anche nell’osservazione celeste. Solo dopo aver capito quale fosse l’orientamento astronomico più favorevole alla nascita della nuova città, si procedeva a disegnarne a terra il perimetro. La città doveva essere il riflesso del cielo in Terra.

Quindi, anche il ritrovamento di Aosta si inserisce in una ben consolidata tradizione. Su questo blocco ritroviamo l’unione di falli e aratro; o meglio, aratro e fallo si richiamano come fossero un oggetto solo. L’aratro è il fallo che apre la Terra e la rende feconda.

UNO STRANO ANIMALE A DUE ZAMPE

Rimaneva da capire e interpretare la figura animale. Sottolineo che sul blocco era riconoscibile solo la parte anteriore. E quella posteriore? Non si trattava unicamente di abrasione o degrado. Quella parte semplicemente non c’era mai stata. Sul blocco infatti non c’era proprio lo spazio utile alla rappresentazione di eventuali zampe posteriori. Se da un lato è vero che, in presenza di aratro, la prima cosa cui si pensa è un bovino, tale considerazione unita alla posizione di questo animale non davanti, ma sopra l’aratro, ci ha fatto molto riflettere. Dopo lunghe ricerche, ecco la soluzione: un Capricorno!

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Ma certo! Stiamo parlando di Aosta che all’imperatore Augusto deve nascita e nome. E a quanto pare anche altro. E’ noto infatti che il Capricorno, animale immaginario ibrido con parte anteriore caprina e coda di pesce, era la costellazione simbolo di questo imperatore.

Per capirlo dobbiamo risalire al momento in cui Augusto ascende al potere. Una auctoritas, la sua, strettamente legata all’uso intelligente di simboli facilmente riconoscibili. Una sorta di “propaganda” in cui forte era il legame tra potere e stelle; l’imperatore ne usciva nelle vesti di garante dei cicli celesti, e di conseguenza, garante dell’ordine e del benessere dei suoi cittadini. Il cielo era dunque il primo accreditamento per l’arrivo di una nuova “età dell’oro”!

IL POTERE DELLE STELLE

Un segno da sempre associato all’idea di rinnovamento è il solstizio d’inverno. Non deve perciò destare meraviglia che Augusto abbia voluto associare la sua immagine a quella del segno in cui sorgeva il Sole proprio in quel giorno, e cioè il Capricorno.

Non dimentichiamo, però, che da allora il fenomeno della precessione ha spostato il solstizio nella regione celeste compresa tra Scorpione, Ofiuco e Sagittario.

Il “potere delle stelle” augusteo era quindi il Capricorno.

Tale associazione si ritrova in numerose fonti storiche, in svariate monete imperiali (verrà poi ripreso anche da successori quali Vespasiano) e in raffinate opere artistiche. Una su tutte la nota Gemma Augustea. Qui la figura centrale, il punto di attrazione è proprio l’imperatore Augusto sulla testa del quale splende una stella (il Sidus Iulium, comparso in cielo alla morte dello zio adottivo Giulio Cesare) e fluttua il Capricorno.

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Ma attenzione. Di fatto però il Capricorno non era il segno zodiacale di Augusto (nato il 23 settembre, quindi Bilancia). Evidentemente la propaganda imperiale lo ritenne molto più adatto come icona del rinnovamento e gli astrologi di corte seppero trovare questo astuto escamotage. Ne nacquero diverse leggende. Venne altresì associato al giorno di concepimento del principe. Ma non addentriamoci in questo meandro, non ora.

Va senz’altro sottolineato come Aosta sia una delle città più emblematiche e paradigmatiche tra le diverse fondazioni augustee. Una città da manuale che ha fornito un ulteriore elemento di studio: il suo orientamento astronomico al solstizio d’inverno.

LUCI AD EST? NO, A SUD DELL’EST!

Ma perché c’entra la scoperta dei Balivi? Non è certo la “prima pietra” (come da molti è stata erroneamente e banalmente definita), ma indica il punto da cui prese avvio il tracciamento del perimetro della città, proprio perché da tradizione si cominciava dal punto più elevato e si continuava tirando l’aratro in senso antiorario (quindi rispecchiando il moto delle stelle). Non a caso i due aratri (o meglio, l’aratro e il vomere) si “inseguono” proprio in senso antiorario.

SOLE D’INVERNO

Vi ricordate che all’inizio avevo detto che le punte dei due falli indicavano un punto all’orizzonte in una direzione a sud dell’Est? Bene, per chi come me è di Aosta, è noto che quella corrisponde alla direzione da cui si vedono i primissimi chiarori nelle mattine invernali. Parlo di “chiarore”, non di sorgere del sole, quindi non di alba (astronomicamente parlando). Ma è stato il primo indizio per intuire un legame con l’inverno.

E’ stato solo grazie al prezioso aiuto scientifico del Prof. Giulio Magli, ordinario di Matematica e Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e successivamente al supporto degli astrofisici dell’Osservatorio astronomico regionale di Lignan (in particolare i dott. Andrea Bernagozzi e Paolo Pellissier) che ne siamo venuti a capo.

Aosta è circondata da montagne e, in particolare l’orizzonte verso sud è dominato da vette molto alte: la cresta del Mont Emilius raggiunge i 3559 metri in meno di 9 km in linea d’aria dal centro della città antica. Non è cosa da poco. Un simile orizzonte tanto alto ha pesantemente influito sui calcoli celesti e in particolare sulla comparsa effettiva del Sole sulla città al solstizio d’inverno.

Capricorno-StarryNight

Calcolando l’ortogonalità degli assi viari principali, Kardo e Decumanus Maximi in rapporto all’altezza dell’orizzonte che è quasi di 17°, si è appurato che il Sole sorgeva in allineamento quasi perfetto col Kardo nei giorni a cavallo del solstizio invernale.

DIES NATALIS

In sintesi. Aosta, anzi, Augusta Praetoria Salassorum, fu progettata in modo tale che un asse cittadino puntasse al sorgere del Sole nel giorno del solstizio d’inverno e dunque anche al sorgere del Capricorno, segno prescelto dal suo fondatore, l’imperatore Ottaviano Augusto.

Oggi naturalmente la precessione ha cambiato lo sfondo delle stelle sul quale il Sole sorge tra 21 e 23 dicembre, ma non ha effetto sugli azimuth solari e la variazione dell’obliquità dell’eclittica negli ultimi 2000 anni è minima. Questo solo per dire che ancora oggi possiamo provare l’emozione di vedere il Sole spuntare puntuale dalla cresta della Becca di Nona in buon allineamento con il Kardo Maximus cittadino (oggi Via Croce di città…non a caso) sempre nei giorni a cavallo del solstizio d’inverno.

Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d'inverno (Enrico Romanzi)
Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d’inverno (Enrico Romanzi)

Nel 2014, anno delle celebrazioni in onore dei 2000 anni dalla morte dell’imperatore Ottaviano Augusto, l’evento è stato organizzato ufficialmente per la cittadinanza. Verso le 11 di mattina eravamo più di 150 assiepati in Croce di Città per assistere all’allineamento solare. Ecco il video di quel giorno (o meglio, della mattina successiva, senza gente), girato dall’amico Andrea Bernagozzi, astrofisico dell’Osservatorio Astronomico regionale di Saint-Barthélémy. Anzi, consentitemi di ringraziare nuovamente gli amici dell’OaVdA che hanno collaborato alla definizione di questa scoperta; oltre ad Andrea, anche l’amico Paolo Pellissier, venuto con me ad illustrare questo evento incredibile al Convegno della Società Italiana di Archeoastronomia tenutosi a Padova nell’ottobre 2014. Continua a leggere “Aosta e la magia del solstizio d’inverno”

Nonno Tiglio e le dolci sorprese dell’albero cavo

Pioveva. Pioveva a dirotto ormai da una settimana. Il cielo quel giorno era anche più grigio del solito. Spesse nuvole basse gonfie di pioggia stazionavano tutt’intorno alla città, coprendo da giorni la vista dei monti e del cielo.

Quelle giornate erano ancor più buie e tristi per la piccola Cochi. Il suo amato nonnino, purtroppo, non c’era più! Improvvisamente, nel cuore della notte, aveva deciso che era ormai tempo di attraversare il magico ponte verso l’Eternità.

Quel nonno pieno di vita e di energia le mancava moltissimo; lei, però, non riusciva a buttar fuori il vortice di emozioni che la divorava e preferiva starsene da sola. Le sembrava che la solitudine la consolasse, che, stranamente, con la sua discreta e impercettibile compagnia, la facesse stare un po’ meglio…

Nonostante la pioggia insistente e le proteste di sua mamma, Cochi era uscita! Le sembrava di soffocare, aveva bisogno di aria; aveva bisogno di quel “tutto” che solo il “nulla” ti può dare!

Camminava per le strade semideserte della città. Istintivamente le sue gambe la portarono nel posto che forse più di tutti lei amava, ancor di più in quelle giornate dall’atmosfera ovattata, quasi surreale.

Eccolo lì! Cochi si sedette sul muretto e si guardò intorno: quella era la sua piazzetta preferita! La chiesa, il grande campanile e lui, il grande albero cavo! Sin da quando era piccola le avevano raccontato la lunga e sorprendente storia di quel tiglio plurisecolare (ben 500 anni splendidamente portati!) e lei amava sedersi sotto le sue fronde rigogliose a fantasticare, sognando che, in realtà, quello squarcio creato da un fulmine, non fosse altro che l’ingresso di mondi fantastici…

Quel pomeriggio, cosa abbastanza insolita per Aosta, era scesa persino la nebbia! Sembrava di essere in un sogno! E in tutto quell’avvolgente grigiore, l’autunnale chioma dorata del grande tiglio brillava come un grande faro.

“Meno male che ci sei tu… nonno Tiglio“, pensava Cochi (che così aveva soprannominato il suo albero del cuore) rovistando nello zainetto alla ricerca di una vecchia foto del nonno… !Ma, dov’è finita? Eppure è sempre qui nella taschina interna…uffa!”, brontolava la bimba.

Ad un certo punto sentì un fruscio tra le foglie secche dietro di lei. In men che non si dica un grosso gattone grigio con gli occhi azzurri si stava strusciando contro la sua schiena.

“Micio! Ehi, bel micione… ma da dove sbuchi?”, disse Cochi finalmente sorridente. Il gatto la guardava sornione facendo il bel brusio delle fusa.

Poi, improvvisamente, con un balzo rapidissimo, il gatto letteralmente sparì nello squarcio del tiglio.”Ma… ma dove?”. Cochi era sbigottita: va bene la velocità felina, ma quel gatto era sparito! Non poteva crederci. Si guardò intorno: non c’era nessuno e pioveva a dirotto. Scavalcò la cancellata di ferro che recingeva l’aiuola del tiglio e si sporse nella cavità per vedere se, forse, vi fosse un’ulteriore tana servita da rifugio per il gatto.

Non immaginava che quello squarcio fosse così ampio e profondo… fece un passo per entrarvi e ….

…. “AHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Uno scivolone, un imprevisto salto nel buio! Stava cadendo in una specie di scura galleria senza appigli, ruzzolando sempre più giù finché non si accorse di una luce. Una luce dorata, calda e brillante che, facendosi sempre più forte, la accolse rallentando la “caduta” come in un abbraccio soffice.

Quando si rese conto di essere finalmente ferma, Cochi si guardò attorno stupita… era inverno! Intorno a lei un soffice cuscino di neve ricopriva ogni cosa, ma non faceva per niente freddo! Luci dorate, alberi natalizi, decorazioni di ogni foggia e dimensione impreziosivano le strade di quel paesino innevato. Si sentì subito a suo agio.

La neve scricchiolava sotto i suoi passi; presto fu attratta da un inebriante profumo di biscotti che riempiva l’aria. Decise che una bella merenda, dopo quella tremenda caduta, ci voleva proprio!

Si trovò davanti ad una meravigliosa pasticceria con enormi vetrine piene zeppe di golosità! La porta del negozio si aprì.

Cochi, super golosa e sempre più curiosa, entrò! Banconi e banconi di incredibili prelibatezze. Il profumo di pasta frolla e di burro si sovrapponeva a quello delle meringhe e si intrecciava con quello del cioccolato e della crema. Sotto i suoi occhi vide prender forma una Sacher con una lucida copertura di cioccolato fondente fatto colare dall’alto…

“Benvenuta! Vuoi fare merenda? Ti va una bella cioccolata calda con panna? Mentre te la preparo, tu prendi quello che vuoi…” Una voce stranamente “famigliare”… Cochi cercò con lo sguardo da dove provenisse per vedere chi ringraziare. Ma non vide nessuno.

“Miao, miao….frrr”. “Ehi, micione” Sei finito qui anche tu?!” disse la bimba al gattone grigio improvvisamente ricomparso. Il gatto le fece capire di seguirlo. Cochi gli andò dietro. Si ritrovò in una grande sala con ampie finestre affacciate sulle montagne innevate. Comodi divani, poltrone e tavolini. Sulla destra il fuoco scoppiettava nel grande camino e, accanto, un pianoforte a coda suonava … da solo!!

Il gatto si era acciambellato su un divano e la guardava. Cochi gli sedette accanto. Quel posto era davvero bello e accogliente; caldo e luminoso e tutto “sapeva di buono”!

“Ecco la cioccolata, bella densa come piace a te! La panna te l’ho messa in una tazza a parte così ne hai quanta ne vuoi!”

Cochi alzò lo sguardo per ringraziare, ma… di nuovo non vide nessuno… Che strano!

Bevve e mangiò di gusto… prese anche dei dolci da portare a casa. !Chissà che ora è… mannaggia, e come faccio a tornare a casa? Non so nemmeno dove sono finita!”.

Il gatto le si strusciò tra le caviglie e la fissò. “Ok, ho capito! Ti seguo”.

Si ritrovò in un’altra grande sala elegante col soffitto e le pareti in legno. Grandi lampadari lavorati e tavolini coperti da tovaglie preziose perfettamente stirate. Dalla strada innevata entravano decine di persone e tutte si accomodavano.

Al bancone, di schiena, un signore alto indaffaratissimo, giacca bianca e pantaloni neri, preparava cocktails e aperitivi; ovunque un tripudio di leccornie: focaccine, pizzette, tramezzini, sfoglie salate…

“Preparo tutto io, sai? Assaggia se vuoi!”. Di nuovo quella voce… Cochi, che era una vera gourmet, non se lo fece ripetere… era tutto squisito!

Il gatto si strusciò di nuovo: eh sì, era davvero ora di andare… ma dove?

Il signore con la giacca bianca le si avvicinò e le sorrise. Due occhi chiari e buoni. Un nasone importante che però stava bene su quel viso dalla fronte ampia, buono e gentile.

Cochi lo fissava, quasi inebetita. “Vieni piccola, ti accompagno all’uscita”. Il signore le indicò un mobile dietro il bancone, sotto la macchina del caffé. Fece scorrere uno sportello:” Entra! Infilati qui, dove tengo gli sciroppi. Tua mamma da piccola si nascondeva sempre qui dentro a mangiare dolcetti di nascosto!”, ridacchiava sornione.

“Mia… mamma?!”. Fu in quel momento che la piccola comprese. “Ma allora tu sei… tu…”. Il signore elegante le accarezzò le guance paffute. “Sù, ora vai! Torna a trovarmi quando vuoi! Sai, qui si lavora sempre! E siamo sempre sotto le Feste…tutto l’anno! Un’ultima cosa: grazie per aver accettato il mio in-VITO!”

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Lo sportello si chiuse. Fu poi il gatto a riaprirlo. Cochi uscì. La nebbia si era dissolta e aveva smesso di piovere!

Era felice! “Ciao nonno!”.

Stella

 

 

 

 

San Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

SanMartinoEIlPovero

Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

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Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

Saint-Martin-de-Corleans

La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Castello di Montmayeur. Un oscuro signore per il goth-tale di Halloween

In vista di #Halloween, “festa” che personalmente non amo e non “pratico” ma che comunque, vuoi o non vuoi, stimola la mia già “delirante” (!!) immaginazione, voglio rendere omaggio a uno tra i castelli meno noti e più misteriosi della Valle d’Aosta: Montmayeur, in comune di Arvier.

Non un “archeo-racconto” cui vi ho abituati (quello comunque arriverà…ho già in testa lo storyboard!), ma un volo immaginario e immaginifico sulle labili tracce di questo misterioso signore, la cui ombra sinistra permea e ammanta il severo profilo roccioso di questa torre sospesa sul baratro…

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La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

La casa sua il signore di Baux

l’ha costruita sui sassi…

Passi di mille cavalieri

segnano i suoi sentieri,

vegliano dall’alto nella notte

gelidi i suoi pensieri…

I versi della nota ballata di Angelo Branduardi ben si adattano ad illustrare questo luogo e lo spettro immanente del suo antico signore.  Una musica fiera e solenne, ritmata da un progressivo aumentare di percussioni aiuta ad immaginare l’avanzata dei cavalieri in sella ai loro destrieri; una lunga fila di armigeri pare risalire l’impervio sentiero che conduce alla sommità di un’altura isolata, dal fascino sinistro. Siamo all’imbocco della Valgrisenche, una delle vallate più selvagge della Valle d’Aosta. Una vallata dai fitti boschi e dagli interminabili inverni che divide questo estremo lembo d’Italia dalla vicina Tarentaise francese. Prestando attenzione, si possono ancora udire, tra i ruderi, le voci, le grida, i rumori degli antichi abitanti scomparsi… Scomparsi, forse, in una sola notte di luna nera, improvvisamente, misteriosamente… e di loro non si seppe più nulla. Solo l’estrema ferocia attraversò i secoli, vestita di leggende e fantasmi figli della notte.

A GUARDIA DELLA SEVERA VALGRISENCHE

Da Arvier si imbocca la strada che, con ampi e frequenti tornanti, si inerpica fino ad arrivare al bivio per Grand Haury, un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato. Lassù, in alto, ecco apparire l’austero profilo della torre-mastio, risalente al XIII secolo. Pare uscita da un fosco racconto medievale questa struttura fortificata posta in cima ad uno sperone roccioso con pareti a strapiombo; una posizione estrema, isolata, inquietante.

Montmayeur-panorama

OSCURE LEGGENDE

Ancora oggi infatti si narra del signore di questo maniero: un uomo perfido e astuto, dalla ferocia inaudita. Un vero e proprio “nido di avvoltoi” circondato da cupe leggende, così viene descritto in numerose cronache ottocentesche, trasudanti di “dark Romantic”: si racconta di nemici uccisi, sgozzati, decapitati, mutilati e poi gettati nel baratro dall’alto della torre.

Secondo una leggenda, intorno al 1450, un conte di Montmayeur che, in lite con un cugino, era stato ritenuto colpevole dal tribunale di Chambéry, con un pretesto invitò nella sua dimora il presidente della giuria del tribunale, Guy de Feissigny; lo fece accomodare, certo, ma per…decapitarlo!. La sua testa fu quindi recapitata ai giudici di Chambéry, come “documento che mancava al processo”. Per sfuggire alla cattura il conte di Montmayeur sarebbe fuggito sulle montagne e di lui non si seppe più nulla.

Montmayeur: Uno scabro castello “primitivo”, ossia essenziale, composto da una torre circondata da mura, ben difese e arroccate in una posizione da cui si poteva vedere tutto senza essere visti. Montmayeur: una torre fatta di rocce, dello stesso color della roccia, a tratti quasi invisibile, tanto bene è mimetizzata… talvolta la si potrebbe persino credere una “torre fantasma”.

Montmayeur nacque così e tale è rimasto. Mai un rimaneggiamento, mai un adattamento… una postazione militare, lassù, in cima ad un tremendo salto nel vuoto avvolto dai boschi.

Un maniero militare, cristallizzato… quasi che, ad un certo punto, i suoi stessi proprietari siano fuggiti e mai più nessuno vi abbia fatto ritorno se non, come narrato da alcuni, le streghe della vallata nelle notti di luna nera….

Un signore terribile, quello di Montmayeur, che mostra suggestive affinità con un altro, noto e feroce signore: quello di Baux!

SOGNANDO LA FUGA DEL SIGNORE DI BAUX

I Baux: una potente famiglia feudale che, nel X secolo, si stabili’ al limite delle Alpilles, in un altopiano quasi incastrato tra le Alpi e i Pirenei, edificando sulle rocce un imponente castello, arroccato sul ciglio di un dirupo, tanto maestoso da diventare parte delle rocce stesse e da dominare l’intera vallata.

Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)
Il castello di Les-Baux-de-Provence (provence-pays-arles.com)

Roccia su roccia, il castello di Les-Baux-de-Provence lascia letteralmente senza fiato! La fortezza degli impavidi principi-guerrieri: coraggiosi al limite della sfrontatezza, ambiziosi, arroganti, forti, senza scrupoli e spesso senza pietà.

Per quasi cinque secoli i Signori di Baux riuscirono a difendere il loro dominio, capaci di tenere testa a re, imperatori e pontefici. Tanto forti e orgogliosi da dichiararsi discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi;  non a caso, per ricordare i loro reali e mistici natali, il loro stemma era rappresentato come una cometa bianca in campo rosso. Tanto impavidi e fieri da essere definiti dal poeta Mistral “Stirpe di aquile, mai vassalli”.

Les Baux de Provence
Les Baux de Provence

La loro storia è una lunga ed impetuosa catena di guerre, sangue e tradimenti. Una corte comunque colta, ricca e raffinata fino a quando la morte di Alix, ultima principessa della stirpe, farà estinguere il mondo dei Baux.

A metà del 1300 il visconte Raymond de Turenne diventò tutore della giovane nipote Alix de Baux, ultima principessa della città-fortezza.

Il visconte causò una guerra civile che lacerò la fama di Les Baux, soprattutto a causa della sua crudeltà. Chiamato ‘flagello della Provenza’, costringeva i prigionieri a buttarsi dal castello nel vuoto dei burroni, per semplice divertimento (stesso “hobby” del signore di Montmayeur… quest’ultimo però più sanguinario!).

Per eliminarlo, il re di Francia e il papa – per i quali Raymond aveva peraltro in precedenza combattuto – ingaggiarono dei mercenari, che però devastarono numerosi territori non coinvolti nello scontro senza riuscire nel loro intento: Raymond de Turenne riuscì comunque a scappare facendo perdere completamente le sue tracce!

Si narra che i Baux scomparvero nell’arco di una sola notte e che, già il mattino seguente, il castello era distrutto. E parrebbe anche che i Baux divennero i “Del Balzo” e giunsero nel Sud Italia al seguito di Carlo d’Angiò, insediandosi tra Campania, Abruzzo e Puglia.

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E’ bello immaginare che la fortezza valdostana possa quasi essere la traccia di questa fuga, la testimonianza di un rifugio segreto, seppur transitorio, nel cuore di monti inaccessibili.

Del resto ben diceva il canonico Bethaz parlando della sua terra: «A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre, mais par rocs et par pierres››.

Stella

Torre di Bramafam. La bambina sull’arcobaleno

Per questa breve storia si rende necessaria una premessa: io in questo caso mi faccio solo scrittrice di chi ancora non lo sa fare. E’ un racconto inventato da mia figlia Costanza, 3 anni, e io desidero condividerlo con voi!

Noi passiamo davanti alla Torre di Bramafam tutte le mattine e tutti i pomeriggi, andando e tornando dall’asilo (io lo chiamo ancora così, non “scuola dell’infanzia”… mi piace di più!).

Aosta. La Torre di Bramafam
Aosta. La Torre di Bramafam

E lei guarda, guarda, riguarda…. Un giorno mi chiede che cos’è. Un giorno chi ci abita… Un giorno “ma perché è tutto chiuso?” (e qui la risposta avrebbe potuto essere un’altra domanda ma lasciamo stare…).

Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam
Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam

Finché,un pomeriggio, al parco giochi di via Festaz che, come sapete, si apre proprio ai piedi di questo misterioso castello di città, antica residenza dei Visconti di Aosta, lei se ne esce annunciandomi:” Mamma, siediti! Ti spiego una cosa del castello”.

C’era una volta, tanto tempo fa, una principessa bambina molto triste. Era stata chiusa nella torre di pietre e non poteva più uscire. Lei piangeva, piangeva, piangeva… ma nessuno la sentiva!

Un giorno però, dei bambini se ne accorsero! e sì, perché solo i bambini potevano sentirla!

Allora tutti insieme decisero di disegnare un enorme arcobaleno! Ma grande grande, eh?!

Alla fine i bambini sollevarono l’arcobaleno che arrivò fino in cima alla torre e così la principessa bambina vi salì sopra e scivolò, in mezzo a mille grandi fiori viola e blu, fino nel grande giardino! Era contenta! Finalmente aveva smesso di piangere! E da quel giorno andò sempre giocare coi bambini!

E ci viene davvero! Ma i grandi non possono vederla… solo i bimbi, sai mamma?!.

Il grande arcobaleno all'ingresso dell'asilo di Costy
Il grande arcobaleno all’ingresso dell’asilo di Costy

 

Semplice e piena di sogni e poesia… E chissà se ogniqualvolta vediamo un’altalena ondeggiare nel vento, o un dondolo muoversi, magari impercettibilmente, o dei petali viola e blu svolazzare nell’aria, in realtà non sia proprio la principessa bambina, finalmente libera di giocare!

Stella (e Costanza)