San Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

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Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

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Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

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Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

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La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

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Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Torre di Bramafam. La bambina sull’arcobaleno

Per questa breve storia si rende necessaria una premessa: io in questo caso mi faccio solo scrittrice di chi ancora non lo sa fare. E’ un racconto inventato da mia figlia Costanza, 3 anni, e io desidero condividerlo con voi!

Noi passiamo davanti alla Torre di Bramafam tutte le mattine e tutti i pomeriggi, andando e tornando dall’asilo (io lo chiamo ancora così, non “scuola dell’infanzia”… mi piace di più!).

Aosta. La Torre di Bramafam
Aosta. La Torre di Bramafam

E lei guarda, guarda, riguarda…. Un giorno mi chiede che cos’è. Un giorno chi ci abita… Un giorno “ma perché è tutto chiuso?” (e qui la risposta avrebbe potuto essere un’altra domanda ma lasciamo stare…).

Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam
Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam

Finché,un pomeriggio, al parco giochi di via Festaz che, come sapete, si apre proprio ai piedi di questo misterioso castello di città, antica residenza dei Visconti di Aosta, lei se ne esce annunciandomi:” Mamma, siediti! Ti spiego una cosa del castello”.

C’era una volta, tanto tempo fa, una principessa bambina molto triste. Era stata chiusa nella torre di pietre e non poteva più uscire. Lei piangeva, piangeva, piangeva… ma nessuno la sentiva!

Un giorno però, dei bambini se ne accorsero! e sì, perché solo i bambini potevano sentirla!

Allora tutti insieme decisero di disegnare un enorme arcobaleno! Ma grande grande, eh?!

Alla fine i bambini sollevarono l’arcobaleno che arrivò fino in cima alla torre e così la principessa bambina vi salì sopra e scivolò, in mezzo a mille grandi fiori viola e blu, fino nel grande giardino! Era contenta! Finalmente aveva smesso di piangere! E da quel giorno andò sempre giocare coi bambini!

E ci viene davvero! Ma i grandi non possono vederla… solo i bimbi, sai mamma?!.

Il grande arcobaleno all'ingresso dell'asilo di Costy
Il grande arcobaleno all’ingresso dell’asilo di Costy

 

Semplice e piena di sogni e poesia… E chissà se ogniqualvolta vediamo un’altalena ondeggiare nel vento, o un dondolo muoversi, magari impercettibilmente, o dei petali viola e blu svolazzare nell’aria, in realtà non sia proprio la principessa bambina, finalmente libera di giocare!

Stella (e Costanza)

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

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“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

Pillole MEGALITICHE! 10 buoni motivi per…

… visitare l’AREA MEGALITICA di Aosta!

  1. Un sito archeologico grandioso che racchiude oltre 6000 anni di storia.
  2. Coi suoi attuali 10.000 mq (che diventeranno 18.000 a fine lavori), è l’area megalitica coperta più vasta d’Europa.
  3. Megaliti in città! Un sito megalitico urbano nel quartiere ovest di Aosta.
  4. Un viaggio nel tempo alla scoperta di una lontana e affascinante Preistoria alpina.
  5. Emozionarsi davanti ad un paesaggio arcano ed inatteso illuminato dal millenario susseguirsi di albe e tramonti.
  6. Sorprendersi davanti ad arature tracciate più di 6000 anni fa.
  7. Meravigliarsi per gli emblematici allineamenti creati per far dialogare terra e cielo.
  8. Scoprire le prime grandi statue della Preistoria: rivestite di motivi decorativi ma tuttora avvolte da un enigmatico “mistero”.
  9. Stupirsi davanti alle grandiose tombe collettive, leggendarie opere di “giganti”, testimoni di ricchezza e potere.
  10. Uscire dal centro per scoprire un parco archeologico avveniristico, multimediale ed interattivo decisamente “fuori dal coro”.

Stella

discesa

Sezione Stele

Meditazioni all'ombra di un megalite
Meditazioni all’ombra di un megalite

Château Vallaise di Arnad. La Dama della Fenice

Aveva appena 17 anni, Giovanna. Era bella, molto. Era piena di sogni e progetti, maturati crescendo tra Ivrea, Torino e, soprattutto, Nizza dove suo padre, ricchissimo mercante, influente Tesoriere di corte e potente Magistrato del mare, occupava posizioni di notevole importanza. E lei aveva Nizza nel cuore; aveva quel mare dentro gli occhi (di un azzurro brillante e mutevole) e dentro l’anima.

Lungomare nei pressi di Nizza
Lungomare nei pressi di Nizza

Le dolci colline canavesane che avevano segnato la sua infanzia erano state presto soppiantate dalla sua profonda passione per il mare; un mare che si rifletteva anche in quel carattere volubile, a volte capriccioso, in quel suo essere imprevedibile e dotata di un fascino magnetico.

Guardava fuori dal finestrino della carrozza, Giovanna: il mare era ormai lontano e davanti ai suoi occhi si innalzavano montagne incombenti, rivestite di boschi. Un paesaggio bellissimo, per carità, ma lei, lì, non ci voleva proprio stare!

Arnad-paesaggio
Arnad-paesaggio

Aveva fatto una breve sosta nella sua amata Ivrea, dai parenti; aveva preso le ultime cose, alcuni oggetti cui era legata, abiti sontuosi fatti cucire su misura con stoffe preziose, gioielli… Ma tutto questo non le dava gioia. Giovanna si chiedeva a cosa le sarebbero serviti, lassù, in quella borgata a lei sconosciuta. Giovanna guardava fuori dalla carrozza e ad un tratto si accorse che stava piangendo. Stava andando ad Arnad, dove avrebbe raggiunto un uomo assai più grande di lei, esponente di un’antica stirpe, che però lei non conosceva. Quest’uomo si chiamava Charles-François-Félix de Vallaise-Romagnano. Di quest’uomo, a lei, non importava nulla… Eppure, per volontà di suo padre e di suo fratello, lo stava raggiungendo per diventarne la moglie! E purtroppo sapeva che non aveva possibilità di scelta: avrebbe dovuto obbedire! Ma… c’erano tanti “ma” che si agitavano in lei come le onde in tempesta!

§§§§

Era da poco arrivata in Valle d’Aosta la piccola Giovanna. Aveva 10 anni e fino a quel momento aveva vissuto in Liguria, in un grazioso paese sul mare. Per ragioni di lavoro i suoi genitori avevano dovuto trasferirsi e a lei quelle montagne proprio non piacevano. Non riusciva ad ambientarsi, Giovanna: le mancavano i vasti orizzonti, le distese azzurre, le voci dei gabbiani…

Anche coi suoi coetanei non riusciva a legare… nel paese dove abitava, Arnad, c’era un gruppetto di ragazzini con cui ogni tanto si trovava a giocare. Un giorno, però, volendo metterla alla prova, alcuni di loro la portarono al “castello”.

Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata
Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata

Era un grande edificio abbandonato, semi diroccato e in gran parte avvolto da erbe infestanti, rovi e ortiche. Nel giardino, ormai in preda all’incuria, ancora spuntavano qua e là alcuni cespugli di rose e di ortensie azzurre.

“Vediamo se hai il coraggio di entrare! Devi riuscire ad attraversarlo tutto, entri dalla parte della grotta stregata ed esci dal rudere tra le vigne! Sai, dicono che sia infestato di fantasmi!

La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino
La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino

E che ci sia pure una terribile strega capace di trasformarsi in mille donne diverse, una più bella dell’altra, ma cattivissime… e che possa attirare tutti nella sua stanza segreta prendendo le forme di un grande e meraviglioso uccello bianco: si fa seguire e… ZAN!! Sei spacciato! Ti trasforma in un dipinto e rimani lì appiccicato al muro, per sempre! Si narra che diverse donne di cui era gelosa abbiano fatto quella fine…”.

Giovanna si vide costretta ad entrare; doveva dimostrare di essere coraggiosa! E lei, che era testarda e caparbia, non si tirò indietro! Si graffiò, si sbucciò un ginocchio, ma voleva superare quell’intrico di vegetazione e trovare la porta di ingresso. Ad un certo punto sentì un fruscio improvviso che la fece spaventare… poi le sembrò di intravedere un movimento in mezzo alle foglie. “Un uccellino vuole accompagnarmi!”, pensò, e continuò ad avanzare. L’imponente facciata di quello che un tempo era un palazzo sfarzoso ed elegante comparve tra gli alberi.

Chateau Vallaise prima dei restauri esterni
Chateau Vallaise prima dei restauri esterni

Udì nuovamente un fruscio e, per un attimo, tentennò: “E se fosse una biscia? Un ragno gigante, o un topo o… uno scorpione??!!”, pensò coi sudori freddi. Intravide, invece, delle  lunghe piume bianche a terra e si rassicurò. Sentiva in lontananza le voci del gruppetto: chi la incitava, chi la scherniva… solo una bimba la pregava di tornare indietro!

All’improvviso, dietro una fitta e scura cortina di edera, Giovanna sentì un alito di aria fredda accompagnata da un odore di muffa, funghi, erba…”Ecco, ci siamo! Ho trovato l’ingresso!”. Si fece coraggio e, dopo un lungo respiro, entrò.

§§§§

La carrozza si fermò. Giovanna, elegantissima nel suo frusciante abito celeste che metteva ancor più in risalto il colore dei suoi occhi, i capelli biondi raccolti sulla nuca in un morbido chignon, scese dando la mano al padre e si guardò intorno. Quella antica dimora di famiglia attaccata alla collina le parve subito troppo scura, triste e buia.

Portrait d'une jeune femme (parismuseescollections.fr)
Portrait d’une jeune femme (parismuseescollections.fr)

Ad un tratto si fece avanti lui, Charles – che lei chiamerà sempre Carlo -: alto, moro, di corporatura abbastanza robusta. Era evidentemente più maturo di lei, e questo la spaventava moltissimo, ma per qualche minuto incontrò il suo sguardo: due occhi verdi, buoni,  ma ritrosi e velati di timida tristezza, accompagnati da un sorriso che, sebbene appena accennato, comunicava una profonda gentilezza.

Portrait d'un gentilhomme inconnu-XVII siècle
Portrait d’un gentilhomme inconnu-XVII siècle

“Benvenuta madamigella Gabuti”, le disse Carlo inchinandosi e sfiorandole la mano con le labbra, “la sua presenza illumina la mia umile dimora”.

Imbarazzata e a disagio, Giovanna ritrasse la mano forse troppo bruscamente e non rispose al saluto, ma abbassò lo sguardo, infastidita. Senza troppi complimenti il padre le strinse il braccio con forza e le fece capire quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Carlo, anch’egli visibilmente a disagio, per l’intero pomeriggio non le rivolse più neppure una parola.

Una volta sistematasi nella sua camera, Giovanna pianse amare lacrime: “In che posto sono finita? Perché proprio io? Io non voglio stare qua e men che meno voglio sposare quel tipo insipido e… vecchio! Vecchio come questa dimora ammuffita, fredda, umida, lugubre!”. E la notte trascorse tra mille tormenti in attesa dell’indomani, quando sarebbe diventata, per forza, la baronessa di Vallaise-Romagnano.

Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad
Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad

Una cerimonia lunghissima, esagerata e pomposa che la piccola chiesa del paese a stento riusciva a contenere. L’intera borgata e villaggi limitrofi accorsi a vedere la giovane e ricca Giovanna, la sposa giunta da lontano che avrebbe risollevato le sorti della nobile ma sventurata casata dei Vallaise. Ospiti illustri appartenenti all’aristocrazia valdostana e piemontese: tutti a spettegolare, giudicare, commentare. Volti falsi, sorrisi bugiardi.

E Carlo? Sempre dimesso e silenzioso; elegantissimo, persino oggettivamente di bell’aspetto, pulito e curato… ma… quel suo sguardo triste e perso… no, Giovanna proprio non riusciva a sopportarne la vicinanza!

Lei, radiosa e più bella che mai! Svettava in altezza; risplendeva nel suo meraviglioso abito in seta e damasco: stoffe preziose cucite da sarte incaricate apposta da Madama Reale in persona, gioielli mozzafiato, che nessuno lassù, in quello sperduto villaggio, si era mai neppure sognato! Accanto a lei il padre e il fratello: duri, severi, inflessibili. Nei loro volti di pietra tutta la durezza dell’obbligo cui era chiamata e da cui non poteva esserci scampo. Sarebbe diventata nobile, ma a che prezzo?

Un prezzo altissimo, non fosse altro per la dote immensa che recava con sé e che avrebbe consentito al miserabile Carlo di sollevare la schiena e la testa – sempre se ne fosse stato capace – pensava amaramente Giovanna.

Dopo festeggiamenti e convenevoli che le parvero eccessivi, insopportabili ed interminabili, facendo ritorno all’oscura casaforte, Giovanna venne assalita da forte nausea e giramenti di testa. Si ritirò immediatamente nella sua stanza dove, accusando un persistente malore, rimase chiusa per giorni e giorni.

§§§§

Seguendo il misterioso volatile dalle ali bianche, Giovanna era quindi riuscita ad entrare nel maniero. Avvolte nella penombra stanze neppure troppo ampie ma completamente ricoperte di dipinti, purtroppo consunti dal tempo, molto rovinati e lacunosi. Le lunghe finestre rotte, sommerse di polvere e oscurate da spesse ragnatele. Giovanna fu lì lì per tornare indietro, ma la viva curiosità ebbe la meglio e si impose di andare avanti.

Pavone bianco
Pavone bianco

Si guardava intorno meravigliata: quel palazzo era davvero strano: da un lato sembrava ci avessero vissuto fino al giorno prima, e dall’altro, invece, mostrava tutti i segni di un secolare abbandono.

La luce che qua e là riusciva a penetrare illuminava volti di donna dipinti sulle pareti…e notò che si assomigliavano tutti! “Sembra sempre la stessa modella!”, pensò.

Ad un tratto Giovanna si fermò. Davanti a lei un lungo corridoio e il grande uccello bianco e oro comparve da una porta socchiusa sul fondo. Le volò vicino: pareva invitarla a seguirlo ancora! La bambina stavolta non ebbe tentennamenti. La porta immetteva in una stanzetta quadrata sempre ricoperta di dipinti, anche sul soffitto. Da lì si proseguiva in un altro breve corridoio con una grande cancellata di legno dipinto, una cosa che lei non aveva mai visto!

L'alcova della baronessa
L’alcova della baronessa

L’uccello si posò al di là della cancellata e aprì le sue ali; inaspettatamente ne uscì una luce dorata che illuminò la stanza. Era una camera da letto: c’era tutto! Un grande letto a baldacchino, un mobile con la specchiera, bauli e persino una specie di piccolo pianoforte! Solo che… come si faceva ad entrare? Giovanna si accorse infatti che il pavimento aveva tutte le assi sollevate e proprio al centro era sfondato! Allora l’uccello bianco le volò vicino, le si posò su una spalla e come per incanto si accese una luce a terra che le indicava la giusta via da percorrere e la luce terminava in corrispondenza di un grande baule accanto al letto.

§§§§

Chiusa nella sua camera ormai da oltre dieci giorni, Giovanna si rifiutava di incontrare chiunque, ad eccezione della sua fidata dama di compagnia che le portava acqua, cibo e notizie. Aveva udito i rimproveri di suo padre, le minacce apocalittiche del fratello, le suppliche della madre… Solo Carlo non aveva mai neppure tentato di bussare a quella porta… niente… Aveva anche pensato di fuggire ma sapeva di essere sorvegliata giorno e notte.

Venne quindi a sapere che presto avrebbero cominciato i lavori per trasformare quella vecchia casa soffocante in un palazzo. Le dissero che Carlo non voleva badare a spese – “certo, coi suoi soldi faceva quel che voleva! – pensò Giovanna! In breve giunsero ad Arnad squadre di architetti, scalpellini, stuccatori… si diceva ottime maestranze chiamate dalla Valsesia, terra di artisti!

Quindi, per consentire l’avvio del cantiere, bisognava temporaneamente trasferirsi. E lei insistette per tornare dalla madre a Ivrea dove sperava di trovare un po’ di serenità e comprensione. Carlo rimase ad Arnad per seguire i lavori e gli affari di famiglia. Neppure quando Giovanna partì lui si fece vedere… anche se in realtà la stava guardando da una finestra, piangendo in silenzio… “Vedrai mia sposa” – disse tra sé e sé – “riuscirò a darti la dimora che meriti e, col tempo, a renderti felice!”.

Ma anche lontana da Carlo, Giovanna non trovava pace! Padre, fratello e stavolta persino sua madre la rimproveravano e redarguivano ogni santo giorno! E lei deperiva e piangeva. Una cameriera notò la cosa e un giorno si permise di rivolgerle la parola: “Madamigella Giovanna, perdonate se oso parlarvi, ma se avrete il buon cuore di darmi ascolto, so che potrei aiutarvi”.

Giovanna stava per sbottare e cacciarla, ma poi rimase ipnotizzata dallo sguardo di quella donna, già in là con gli anni: due occhi nerissimi e affilati, con lunghe ciglia scure tradivano origini lontane e una strana voglia a mezzaluna accanto al labbro superiore la rendeva assolutamente magnetica.

“So il tormento che da tempo vi agita, Madamigella… io vedo e sento cose ignote ad altri.. se vorrete, potrò aiutarvi… Sognate la libertà, vero?”. Giovanna vide un inatteso spiraglio di luce: “Potete dunque aiutarmi a fuggire?!”.

“Sì… diciamo di sì… questa notte sarà scura, senza luna; Quando udirete tre rintocchi uscite sul balcone e… aspettatemi!”.

Ormai disperata, Giovanna decise che non avrebbe lasciato nulla di intentato e volle affidarsi a quella strana donna. Un po’ ne aveva paura, ma tanto, non aveva niente da perdere!

Tre rintocchi. Notte fonda e buia. Sul balcone si respirava un’aria fresca e profumata di campagna. Ma come avrebbe fatto la donna a raggiungerla lì? Improvvisamente: “Eccomi Madamigella!”. Giovanna sobbalzò col cuore in gola: “Ma, da dove… come..?”. Non fece in tempo a finire la frase che la donna la abbracciò fortissimo sussurrando oscure parole. Quando la lasciò… Giovanna non c’era più!

Al suo posto, sul balcone, un grande, splendido uccello bianco screziato d’oro simile ad un pavone con una coda infinita stava aprendo le sue ali per volare via, come desiderava!

Cercarono Giovanna per mesi, anni… Nessuno poteva immaginare cosa fosse accaduto. Lei volò sul mare, volò sui colli e sui monti. Certo, era libera, ma ad un prezzo troppo alto! Aveva ceduto alla magia e quell’incantesimo sembrava impossibile da spezzare… Aveva l’eternità, la libertà… ma non era più lei!

Volò ad Arnad e vide che il palazzo era stato terminato. Era bellissimo! Bianco e luminoso risplendeva tra i vigneti e i boschi. All’interno era… un sogno! Un susseguirsi sontuoso di affreschi e stucchi dipinti, mobili raffinati, tessuti preziosi…

Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata
Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata

Carlo si era chiuso in un silenzio colmo di dolore… aspettava ogni giorno che Giovanna tornasse, o perlomeno di averne notizie. Aveva però notato lo splendido volatile dalla lunga coda che dal termine dei lavori stazionava nei pressi del palazzo; “Che meraviglia” – pensava – “Sembra un uccello del paradiso, anzi, uno splendido candido pavone!”.

Col tempo si era affezionato moltissimo a quell’animale, lo cercava e gli parlava. Gli aveva raccontato di sé, del suo profondo amore per Giovanna, che mai nessun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto, che tutti i dipinti del castello volevano celebrarla, non solo ricordandola nei volti, ma anche omaggiarne le virtù… Lui era sicuro che, prima o poi, la sua Giovanna sarebbe tornata e per lei sarebbe cambiato!

Purtroppo Carlo morì senza rivedere la sua sposa, ma con la costante muta compagnia di quel meraviglioso uccello bianco…

§§§§

La piccola Giovanna raggiunse il baule indicatole dall’uccello luminoso e capì che avrebbe dovuto aprirlo. Il coperchio era sommerso di polvere e pesantissimo, ma ci riuscì! Quando fu aperto, vide che all’interno vi era un abito ripiegato: era molto rovinato ma era da principessa. Lunghissimo, sontuoso, in origine doveva essere bianco e oro… un momento: bianco e oro! Giovanna guardò l’uccello e vide che svolazzava turbinosamente intorno all’abito. Aprendolo completamente la bambina si accorse che si trattava di un abito da sposa! Dalle pieghe infine cadde qualcosa che fece un rumore metallico: era un anello d’oro!

Fede nuziale XVII secolo
Fede nuziale XVII secolo

L’uccello sembrava come impazzito e cercava di infilare l’anello nelle zampe senza tuttavia riuscirci.

Giovanna, allora, prese l’anello e glielo infilò alla zampa sinistra: “ecco… sei contento?”.

In quell’esatto istante la stanza rifulse di luce. L’uccello divenne luminosissimo fino a diventare di fuoco: una favolosa fenice! Giovanna urlò e si protesse dietro il baule chiudendo gli occhi…

“Lo sai che ti chiami come me, piccola? E mi assomigli molto! Non avere paura, apri gli occhi!”. Una dolce voce di donna rassicurò Giovanna che non poteva credere a ciò che vedeva: davanti a lei non c’era più l’uccello bianco ma una giovane bellissima, coi capelli biondi raccolti in un morbido chignon e due immensi occhi celesti. Alla mano sinistra una fede d’oro luccicante.

“Sono Giovanna Gabuti, moglie di Carlo, o meglio, del barone Charles-François-Félix de Vallaise Romagnano, padrone di questo palazzo e di molteplici feudi tra la bassa Valle d’Aosta e il Canavese. Io non ho saputo vedere, né capire… ma ora, dopo secoli, finalmente sei arrivata tu a rompere l’incantesimo. Venni trasformata in un’immortale Fenice, ma ora sono risorta. Finalmente posso raggiungere il mio sposo e dirgli che ho imparato anch’io ad amarlo! Grazie piccola Giovanna venuta dal mare…”.

E pronunciate queste parole la dama Fenice la accompagnò verso l’uscita attraverso stanze meravigliose; con lei Giovanna vide il castello come doveva di fatto essere quando venne realizzato. E stanza dopo stanza il suo stupore aumentava!

Chateau-Vallaise-Galleria "des Femmes fortes"
Chateau-Vallaise-Galleria “des Femmes fortes”

Giunte nel giardino Madama Giovanna le accarezzò il volto e le disse: “Guarda, io e il mio sposo ci affacceremo per sempre dalle due finestre lassù e ti aspetteremo con piacere ogni volta che vorrai!”.

Giovanna alzò lo sguardo e vide che da una finestra si staccò l’ombra di un uomo: alto e robusto, molto elegante, capelli lunghi neri secondo la moda del suo tempo. Due occhi verdi buoni e timidi. Giovanna e Carlo, finalmente, si abbracciarono.

Chateau Vallaise oggi, agosto 2019
Chateau Vallaise oggi, agosto 2019

All’epoca non poteva sapere, la piccola Giovanna, che quel palazzo cadente e abbandonato sarebbe stato restaurato. Dopo anni, quando venne riaperto al pubblico, lei già adulta vi entrò piena di emozione: non poteva dire che, in realtà, lo aveva già visto insieme alla baronessa di Vallaise, la Dama della Fenice.

GiovannaMaria-finestra

Stella

 

 

Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

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Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!

E le mura di neve furono varcate. Il Piccolo San Bernardo in festa!

Il lungo inverno è giunto al termine… o quasi. A fine maggio il colle del Piccolo San Bernardo, al confine tra Valle d’Aosta e Savoia, giaceva ancora sotto circa 7 metri di neve.

Tuttavia, il 23 maggio, i mezzi italiani e francesi hanno inciso quella candida mole ghiacciata riaprendo la strada: un evento che da sempre va celebrato e festeggiato!

E non una strada qualsiasi ma un collegamento che affonda le sue radici molto indietro nel tempo, probabilmente fino alla fine dell’epoca neolitica,periodo al quale risalirebbe il misterioso cromlech al centro del passo, situato a 2188 metri di quota.

Un tracciato, quindi, pre e protostorico, poi trasformato dal genio romano nella Via delle Gallie che da qui passava per dirigersi a Lugdunum (oggi Lione). Una via importante anche nel Medioevo vista la fondazione dell’Ospizio da parte di San Bernardo d’Aosta nell’XI secolo. 

E non è un caso se proprio da qui passa il Cammino di San Martino, Itinerario culturale d’Europa: 2500 km che collegano l’Ungheria, terra dove Martino nacque nel 316 d.C., e la Francia: Tours, dove riposano le sue spoglie.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, una vera e propria “terra di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. E’ la terra dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono nella morsa dei ghiacci.

Il Colle del Piccolo San Bernardo, testimone di oltre 4000 anni di storia, è uno di quei rari luoghi in cui l’alpinismo, lo sport e l’avventura, si fondono al respiro, allo spirito, alle tracce del più remoto passato.

Vi propongo una pausa di alcuni minuti per gustarvi un video a mio avviso splendido, realizzato in occasione di un recente Progetto Interreg Alcotra dedicato, appunto, a questo prezioso patrimonio transfrontaliero.

É la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente all’Età del Rame (III millennio a.C.) composto da una cinquantina di pietre (i menhir) che, simbolicamente, sottolinea una zona sacra di confine, di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. Un circolo di pietre orientato in modo tale da segnare, ogni anno da millenni, il solstizio d’estate.

Il cromlech è costituito attualmente da 46 pietre allungate e appuntite, poste ad una distanza di 2  o 4 metri una dall’altra, disposte a formare vagamente una circonferenza di circa 80 metri di diametro. Alcune di queste pietre presentano forme particolari: una in particolare si distingue per le sue dimensioni: larga circa 80 cm, ha una forma squadrata e leggermente appuntita, e risulta più alta rispetto alle vicine.

Il cromlech com'è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.
Il cromlech com’è attualmente dopo gli scavi condotti dalla Soprintendenza nel 2009 che hanno portato alla modifica del tracciato stradale che prima tagliava il cerchio di pietre a metà.

Nelle vicinanze è stato scoperto, negli anni Venti del secolo scorso, un fanum, ossia un tempietto a pianta centrale di tradizione gallica utilizzato fino alla tarda età romana che, seppur di epoca molto successiva al cromlech, testimonierebbe il fatto che tutta la zona è stata un importante ed emblematico luogo di culto nell’antichità.

Qui, dove soldati, mercanti e viaggiatori si fermavano a pregare Giove, padre degli dei, presente in ogni più sperduta landa del vasto e multiforme Impero.

Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.
Busto di Giove Graio in argento sbalzato, rinvenuto sul Colle del Piccolo San Bernardo, associato a un ricco corredo rituale.

Scritti di autori locali testimoniano la presenza di un’alta colonna di porfido grezzo, la Columna Jovis, sormontata da un grosso rubino detto l’occhio di Giove o Escarboucle, dotato di poteri magici capaci di disorientare gli uomini e far loro perdere la strada; questa colonna in origine doveva far parte del monumento mentre ora è di sostegno alla statua di San Bernardo.
Petronio descrive questo luogo come sacro a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso l’Alpis Graia che, non a caso, proprio da lui prende il nome:

“Nelle Alpi vicine al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza del Graio nume, le rocce si vanno abbassando, e tollerano di essere valicate, esiste un luogo sacro, in cui si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo copre una neve persistente e alza il suo bianco capo verso gli astri” (Petronio, Satyricon,122)

Situato sullo spartiacque dei bacini della Dora Baltea e dell’Isère, il monumento si trova in una posizione straordinariamente significativa anche dal punto di vista astronomico.
Ogni 21 giugno, alle 19.30, il sole tramonta dietro una sella del Lancebranlette, una vetta a Nord Ovest dell’orizzonte, e proietta due falci d’ombra che progressivamente abbracciano il cerchio di pietre fino a lasciarne illuminato soltanto il centro.

E’ la millenaria magia del solstizio d’estate!

Il tramonto dietro la vetta del Lancebranlette
Il tramonto dietro la vetta del Lancebranlette
La gente, seduta attorno al cromlech, assiste all'abbraccio delle due falci di ombra aspettando l'ultimo raggio di sole allineato sulla pietra appuntita.
La gente, seduta attorno al cromlech, assiste all’abbraccio delle due falci di ombra aspettando l’ultimo raggio di sole allineato sulla pietra appuntita.

 

É quel limes, ossia quell’ invisibile ma presidiata linea di confine voluta dalle legioni romane che qui, a 2.188 metri di quota, dal I secolo a.C. si sono insediate costruendo due mansiones (punti tappa lungo la via delle Gallie) e venerando il Sommo Giove.

TUTTI ALLA PASS’ PITCHÜ

E’ tempo di “Pass Pitchü”, la festa del “Passo Piccolo” che quest’anno si tiene domenica 23 giugno nella vicina Seez, in Tarentaise.

Seez (da France Voyage)
Seez (da France Voyage)

Viva e sentita, questa giornata vuole omaggiare queste genti di confine, i Valdostani e i Savoiardi, così simili tra loro per identità culturale, per storia e per lingua, ma divise dai conflitti più recenti e da un valico che, nei lunghi mesi invernali, è del tutto inaccessibile, chiuso da impenetrabili coltri nevose.

É l’omaggio ad una forma di vicinanza, quasi di convivenza, in cui i pascoli vengono vissuti e condivisi, talvolta non senza qualche scaramuccia, dalle mandrie dei due côtés.

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Le bionde mucche savoiarde dal lucido muso nero, le miti pezzate bianche e rosse e le scure castane valdostane, fiere e robuste.

La stessa aria, la stessa erba, la stessa acqua, ma diverse tradizioni casearie che producono formaggi dagli aromi e dai profumi tra loro differenti ma ugualmente accattivanti.

La festa è anche mercato, scambio, come gli stessi colporteurs ci insegnano da secoli: l’inconfondibile profumo della Fontina si mescola alla fragranza del Beaufort.

Il binomio “montagna-formaggio” ha una storia molto lunga! La fama dei formaggi d’alpeggio, infatti, risale (almeno) all’epoca romana. Plinio il vecchio (I secolo d.C.) elenca tra i formaggi apprezzati a Roma il Vatusico proveniente dalle Alpi Graie (Alta Savoia-Valle d’Aosta-valli torinesi). Per poter essere trasportato per 1000 km sino a Roma doveva essere non solo un formaggio ben stagionato e duro, ma anche un formaggio di valore. Nell’Historia augusta (raccolta di biografie di imperatori redatta nel IV secolo d.C.), Giulio Capitolino ci racconta che l’imperatore Antonino Pio mangiò tanto avidamente il formaggio alpinus che di notte vomitò e il giorno dopo fu preso da febbre e morì; un’indigestione fatale! C’è chi identifica nel formaggio alpinus un formaggio grasso d’alpeggio (della famiglia della Fontina, Gruyere, Bettelmat, Bitto, Formai de Mut).

Certo, quale sia stato davvero questo formaggio è assai arduo sapere, sta di fatto che tutti sono assolutamente irresistibili e molto versatili in cucina!

E’ bello scambiare due chiacchiere coi “cugini” di Seez, assaggiare il loro pane, i loro dolci e i loro salumi: le jambon séché et fumé, così come i saucissons aux noisettes…perché no?! Sin dal mattino è bello aggirarsi e curiosare tra le tante colorate bancarelle del mercato transfrontaliero disposte lungo la via centrale e la piazzetta della chiesa di Saint Pierre…

La chiesa di Saint Pierre a Seez (da Panoramio)
La chiesa di Saint Pierre a Seez (da Panoramio)

La Pass’ Pitchü rappresenta la prima festa popolare franco-valdostana della stagione. I paesi di Séez Saint-Bernard La Thuile, due paesi dal carattere artigianale molto pronunciato, da 18 anni organizzano a turno questa manifestazione che riunisce un numero considerevole di artigiani delle due valli che presentano i loro prodotti.

Dopo la Santa Messa delle 11, si terrà l’importante cerimonia, densa di significato, del passaggio della chiave delle porte del “Piccolo” da una comunità all’altra.

La Thuile e Seez: paesi amici, gemelli, entrambi custodi di questo valico millenario, della sua identità, delle sue genti.

Stella

Un’antica chiesa disegnata dalla Luna e protetta da una montagna sacra. L’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune (CH)

Ad un mesetto dalla Pasqua vorrei suggerirvi una breve ma spero interessante gita “fuori porta” nel vicino Vallese svizzero, ad una manciata di km da Martigny: Saint Maurice d’Agaune, l’antica Agaunum, centro dei Galli Veragri. Un luogo assolutamente strategico, già noto ai Romani, che qui avevano creato uno snodo viario e militare lungo l’asse di collegamento tra Roma e le regioni germaniche.

E proprio a Pasqua è il momento migliore per visitare la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui nel 2015 si sono festeggiati i 1500 anni!

Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Già prima del burgundo Sigismondo, nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, non solo semplice insediamento abitativo, ma anche importante luogo sacro dei Celti indigeni. I Romani, precedentemente, vi avevano ricavato sia una necropoli che un ulteriore santuario dedicato alle Ninfe dell’acqua. Il complesso voluto da Sigismondo venne quindi danneggiato da una terribile incursione longobarda nel 574 d.C.; seguì una terza chiesa poi ancora ampliata. Finché, sul finire dell’VIII secolo d.C., si realizzò una quarta chiesa ancora più grande e connotata dalla particolarità di avere l’abside ad Occidente anziché, come di solito, ad Oriente.

Ma i guai non erano finiti: appena un secolo più tardi l’intero complesso fu nuovamente vittima della barbarie saracena. Quindi, nell’XI secolo fu ancora ricostruito dall’abate Burcardo I che volle, come emblematico ingresso monumentale alla chiesa, un originale campanile-nartece.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo (tra cui le più significative condotte dall’archeologo Louis Blondel negli anni ’40 – ’60 del secolo scorso) hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C. … una rarità!

Un denso ed intricato sovrapporsi di architetture sempre volute, costruite e ricostruite addosso a quello sperone roccioso impregnato di antica sacralità. Un baluardo naturale che, però, fu anche la causa di una devastante rovina.

Nel 1611, infatti, proprio da lì si staccò quell’enorme macigno che distrusse completamente la bella chiesa romanica obbligando i monaci a farne costruire una nuova ma con diversa collocazione, ruotata di 90° sebbene sempre adiacente alla parete rocciosa. Quello che si vede oggi è lo scavo aperto tra la parete rocciosa e l’edificio seicentesco che risulta privo di facciata, poiché è inglobata nella roccia.

Della prima chiesa del IV secolo solo poche tracce sono, ahimè, giunte fino a noi e con fatica riconosciute e rilevate da Blondel. Ad ogni modo, oltre a datarla grazie al metodo del Carbonio14 agli anni compresi tra 380 e 390 d.C., è stato anche possibile calcolarne l’orientamento, elemento assai curato e al quale si prestava sempre grande attenzione. Insomma, questa prima chiesa (quella del vescovo Teodulo per capirci) risulta allineata sull’orizzonte locale con il sorgere della Luna piena al lunistizio estremo superiore, evento che, negli anni della presunta costruzione, era associato alla Luna piena il 22 dicembre del 386 andando così a coincidere col solstizio d’inverno, un momento astronomico (come si è già osservato più volte) decisamente ricercato e carico di aspettative per i popoli dell’Antichità. 

In quell’anno, il 386 d.C. appunto, la Luna sorgeva verso le 15:40 sull’orizzonte astronomico e appariva dietro la montagna ben visibile nel cielo circa due ore dopo, nel momento in cui il Sole stava tramontando. Che impatto straordinario doveva essere vedere quel grande disco luminoso spuntare dietro il profilo aguzzo ed incombente della montagna…

La chiesa voluta da Sigismondo, invece, parrebbe allineata verso il tramonto del Sole nel giorno della festa di San Maurizio, ossia il 22 settembre: “Agaune Natalem sanctorum Mauricii“.

Decisamente rilevante, inoltre, come l’antico edificio battesimale burgundo, oggi non più visibile ma di cui sono state rilevate ed analizzate le tracce in fondazione, risulti allineato al sorgere del Sole del 19 aprile del 515 d.C.: Pasqua!

Siccome si tratta di una ricorrenza mobile, è difficile dimostrare, in assenza di testimonianze scritte incontrovertibili, che la prima pietra sia stata posata proprio in quella circostanza, ma alcuni studi recenti dimostrano come in diversi casi di fondazione di battisteri (e non solo) ricorrano allineamenti analoghi.

Per chi desiderasse approfondire l’argomento, segnalo l’interessante articolo della dott.ssa Eva Spinazzè dal titolo “Un Santo, una Pasqua e un lunistizio a Saint Maurice d’Agaune, pubblicato negli Atti del Convegno “Il Cielo in Terra ovvero dalla giusta distanza” promosso dalla Società Italiana di Archeoastronomia e tenutosi a Padova nel 2013.

 

Allora, vi va di andare a vedere di persona?

Vi troverete davanti ad un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito e respirare tutto il sacro della roccia, dell’acqua, del Sole e, soprattutto, della Luna.

Stella

Tra Francia, Svizzera e Aosta … attenzione! Megaliti in città!

Possono spuntare dove meno te l’aspetti! E non soltanto nel folto di una foresta, nel mezzo di una distesa verdeggiante o in cima ad un’impervia scogliera avvolta nella leggenda… No! I megaliti possono comparire anche in pieno centro! Da un giorno all’altro, uscendo di casa, potresti imbatterti in un megalite ben piantato in mezzo alla strada! E pensate che, in alcuni luoghi, molti sostengono che siano caduti dal cielo, proprio come una pioggia di mega-meteoriti! Qualcuno, Oltralpe, si è trovato l’auto letteralmente sfondata!

Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr
Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr

“Per Toutatis!! Che danno!” e di chi è la colpa? All’inizio di aprile sono state diverse le città francesi a registrare simili incredibili accadimenti! Parigi, Lione, Nantes, Lille…

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Quella mattina la gente non riusciva a credere ai propri occhi… E sì che i “cugini” transalpini sono ben più abituati di noi ad avere a che fare coi megaliti, ma così…forse era troppo! Solo dopo lo sbalordimento iniziale han fatto mernte locale e con un pizzico di lucidità in più hanno capito!

Era il 1 APRILE!!!

Un’idea straordinaria! Uno “scherzo” tra il ludico e il culturale che ha sorpreso tutti e ha attirato l’attenzione e l’interesse verso un nuovo parco divertimenti a tema “megalitico”, anche se non proprio scientificamente corretto dato che, pur essendo tali megaliti dei prodotti di statuaria preistorica datati tra il 3000 ed il 2000 a.C. circa (dipende dai luoghi), questo nuovo parco ha come protagonisti due vero eroi, anzi quasi dei Super Eroi per i Francesi: avete capito? Asterix e Obelix!

 

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E’ il Parc Astérix dove è astata appunto da poco inaugurata la nuova attrazione “Attention Menhirs!”: un’esperienza 4D immersiva dove sentirsi davvero dei “piccoli” (ma non troppo) novelli Obélix!

Certo ad alcuni “puristi” simili attrazioni fanno storcere il naso, ma al di là della genialità dell’operazione di street marketing attuata per pubblicizzarlo, questo parco divertimenti gioca interamente sulla storia degli antichi Galli e, si sa, “nos ancêtres les Gaulois” coi Francesi funzionano sempre! Allo stesso tempo si è fatto ricorso ai menhirs che, al di là di Obéluix, hanno stimolato una dilagante curiosità anche da parte di chi, fino a quel momento, aveva vissuto tranquillamente anche senza sapere di cosa si trattasse… Ebbene sì, uscire di casa al mattino e trovarsi un menhir in mezzo alla strada ha scatenato un effetto “sasso nello stagno” suscitando curiosità verso questo genere di reperti preistorici con gran gioia dei tanti siti megalitici di Francia (Bretagna su tutti!).

E divertirsi imparando si può! Certo i parchi a tema sono “non-luoghi” del puro divertimento ma è il tema protagonista che ci interessa. E i megaliti, queste “grandi pietre” ammantate di mistero, singole o più spesso allineate, anche a decine, o centinaia come a Carnac, riescono sempre, nella loro essenzialità, per altro così vicina a certi linguaggi dell’arte contemporanea, a lasciarci senza parole, forse disorientati ma senza dubbio affascinati.

I megaliti, i silenziosi ed enigmatici “volti” della Preistoria, riescono a “sfondare” ancora oggi, nel 2019 d.C. quando potremmo dirci abituati a tutto e forse fin troppo bersagliati da messaggi ed immagini.

I megaliti, invece, nel loro naturale color grigio pietra, a volte scabro e nudo, a volte incredibilmente decorato e ricco di dettagli, pur senza parlare, anche laddove privi di particolari prolisse didascalie, anche se in mezzo al nulla, riescono a dirci qualcosa, a far comunque sentire una silenziosa voce di grandiosità, potenza e sacralità!

Una voce reboante quella che ha scosso gli amici vicini di casa del Vallese svizzero tra l’aprile 2017 e l’aprile 2019.

Sempre loro, i megaliti! E anche stavolta: #MegalitiinCittà!

In tal caso la città è Sion, già nota ai cultori “megalitomani” per la scoperta, avvenuta nel luglio 1961, del sito preistorico del “Petit-Chasseur“, così chiamato dal nome della via lungo cui si affacciava. Un sito di rinomanza internazionale i cui ritrovamenti (tombe dolmeniche, menhirs, stele antropomorfe) hanno funto da base di partenza per numerosi studi scientifici, confronti e approfondimenti sul megalitismo alpino. Una straordinaria necropoli preistorica utilizzata dal 2900 al 500 a.C.!

Allineamenti di "copie" ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)
Allineamenti di “copie” ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)

Un’area archeologica urbana, inserita oggi in un quartiere amministrativo-residenziale dove una parte del sito è stata ricostituita ma che non è più il vero sito a suo tempo scoperto. Infatti le stele e i vari corredi nonché alcuni dolmen sono stati ricollocati, pur con una musealizzazione d’effetto, presso il Museo cantonale del Vallese.

Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese
Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese

Una sistemazione che oggi, dopo gli ultimi incredibili ritrovamenti avvenuti proprio a Sion, ha scatenato polemiche sottolineando che, in questo modo, quasi si trattasse di un’installazione contemporanea, Sion rischia di perdere memoria e coscienza dei suoi tesori!

Quali sono questi recenti ritrovamenti? Metti un movimentato cantiere urbano per la realizzazione di un grande parcheggio pluripiano nel quartiere “Don Bosco”, in pieno centro e, come per il fratello maggiore del “Petit-Chasseur”, occupato da edifici residenziali e scuole.

La prima fantastica scoperta è avvenuta ad aprile 2017 con la tomba del guerriero accompagnata da altre sepolture complete di ricco corredo.

 

Una necropoli celtica sotto cui giaceva la seconda incredibile scoperta avvenuta nel giugno 2018: un dolmen con, al suo interno, un centinaio di deposizioni datato al III millennio a.C.!

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E già così ce n’è d’avanzo! Eppure il sito del “Don Bosco” non aveva ancora finito di rivelare i suoi tesori. Ecco uscire, a settembre 2019, due poderose stele antropomorfe dalla superficie decorata: collane, cinture e pendenti spiraliformi!

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Ed ecco che, poche settimane fa, viene scoperta la terza grande stele … un sito decisamente strepitoso! Come trovare ed aprire un forziere preistorico i cui tesori hanno ulteriormente implementato il già notevole patrimonio cittadino!

Disegno ricostruttivo dell'area dolmenica (www.vs.ch)
Disegno ricostruttivo dell’area dolmenica (www.vs.ch)

Insomma, non c’è molto da aggiungere… In Francia hanno scherzato ma i megaliti possono davvero apparire e sbalordire anche in centro città!

E così è stato anche ad Aosta! Inizia ad essere nota, infatti, l’eccezionale Area Megalitica rinvenuta nel quartiere di Saint-Martin-de-Corléans nel giugno 1969 di cui quest’anno si celebreranno i “primi” 50 anni!

La più vasta area megalitica COPERTA d’Europa estesa su una superficie totale di ben 18.000 mq! Un sito imperdibile per chi viene ad Aosta capace di regalare emozioni insolite anche in virtù di un contenitore avanguardista, futuribile, dal sapore potremmo dire quasi “spaziale”.

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Una sorta di cittadella fortificata in pietra verde e vetro apparentemente inaccessibile, così voluta per sottolineare il distacco con quanto la circonda e la notevole specificità dei resti preistorici (ma anche protostorici e romani) presenti al suo interno.

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Un sito “gemello” del Petit-Chasseur di Sion ma anche, in buona parte, del Don Bosco! Un’area talmente vasta e complessa che ha richiesto un quarantennio di scavi, studi e ricerche nonché un notevole impegno per progettarne e realizzarne la copertura. Che poi solo copertura non è, anzi! E’ un sito rimasto al suo posto musealizzato ed “emozionalizzato” ad hoc!

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 Un sito che, a differenza degli esempi elvetici, ha restituito anche le rare e fragili tracce di rituali di aratura propiziatoria datati al V millennio a.C.!

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Per non dilungarsi, poi, sulle 46 stele antropomorfe, molte delle quali decorate, in buona parte già esposte nel sito ma che, a lavori terminati, quando si mostreranno tutte insieme, lasceranno i visitatori paradossalmente “muti come pietre”, anche se invece le pietre, loro, parlano eccome!

Testimonianze impossibili da asportare (anche perché spostandole le si priverebbe di senso) e troppo delicate per esser lasciate alla mercé degli elementi e dell’inquinamento.

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Per tutti i dettagli dell’Area Megalitica aostana vi rimando ad altri post del blog; in questa sede, infatti, voglio insistere sulla presenza dei #MegalitiinCittà! Che se ci pensiamo, resta sempre qualcosa di insolito e difficile da gestire perché trattasi di reperti davvero assai complicati da individuare (spesso, soprattutto se in cantieri edili senza opportuna sorveglianza archeologica scambiati per mere lastre di pietra), da scavare (il rischio fratture non è secondario), da interpretare (i “misteri” su chi rappresentino sono ancora molti e forse tali rimarranno) e da comunicare al grande pubblico (spesso si sente dire “non sono che grosse pietre..”) ahimé!

E’ decisamente più “facile” quando invece “appaiono” in natura dove l’intorno stesso, incontaminato e selvaggio, li valorizza senza bisogno d’altro. E in effetti, quando si parla di cromlech, dolmen o menhir, la nostra mente vola a Stonehenge, a Carnac o alle possenti tombe dei Giganti sarde…

Ma, facciamocene una ragione, i #MegalitiinCittà esistono eccome! Van trattati coi guanti di velluto e, di pancia, o li ama o li si ignora… ma col tempo, cercando di capirli, si può arrivare ad apprezzarli perché, pur nella loro ingombrante sobrietà, indicano l’estrema importanza e l’ancestrale sacralità del luogo che li ha restituiti!

Megaliti in città! Meraviglia, fascino, stupore. Le grandi pietre della Preistoria che riescono a farsi spazio tra condomini, strade trafficate, scuole e negozi. 

Fare attenzione? Sì, certo! Ma per trattarli bene!

Stella

 

E i Preistonauti sbarcarono ad Aosta. Area Megalitica:l’eterno sorgere dei millenni

“Capitano!! La navicella ha un guasto! Stiamo perdendo quota… sempre più rapidamente! Abbiamo incontrato una terribile tempesta magnetica… Cordylus non ce la fa! Presto, presto… urgente piano di evacuazione! Tutti alle scialuppe di coda!”

Una tempesta. Piogge di meteoriti e polveri incandescenti stavano investendo la navicella spaziale Cordylus. L’equipaggio, pur se ben addestrato e avvezzo a viaggi rischiosi e non privi di incognite, era sopraffatto dall’agitazione. Le mappe erano completamente saltate e il suono martellante dell’allarme era intollerabile. Il loro viaggio, e soprattutto l’esito della missione era drasticamente compromesso. Solo il Comandante, Lythicus, riusciva a mantenere i nervi saldi e continuava ad impartire ordine affinché i suoi uomini potessero mettersi in salvo nonostante la concitazione generale.

“Forza, presto! Tutti nelle scialuppe! Piano evacuazione avviato! E che la forza di Akronos ci assista!… 3, 2, 1: ESPULSIONE IMMEDIATA!”.

Fu un attimo. La navicella Cordylus, che in tanti viaggi e tante missioni aveva trasportato gli uomini di Lythicus, esplose in migliaia di frammenti simili a stelle luminose. Fortunatamente le scialuppe riuscirono a staccarsene in tempo, ma volteggiavano come impazzite perché quella maledetta, terribile e devastante tempesta magnetica aveva mandato completamente in tilt i comandi di bordo. Lythicus, però, riusciva a comunicare telepaticamente coi suoi e a guidarli: non dovevano assolutamente separarsi e solo i vecchi comandi manuali avrebbero potuto supportare la caduta.

L’atterraggio fu brusco ed impattante. Le scialuppe subirono danni irreversibili. Fu Lythicus ad uscire per primo dalla sua. Si guardò intorno, leggermente stordito, con un forte dolore al fianco destro. La testa gli girava, la vista era ancora in parte annebbiata e il cuore batteva all’impazzata. Chissà dove erano precipitati. Che luogo era mai quello?

Cercando di riordinare i pensieri, dopo essersi assicurato che i suoi uomini stessero bene, o meglio, che fossero tutti vivi, il comandante si sedette e, con la testa tra le mani, provò a riflettere sul da farsi. Non voleva perdere quella missione. Non poteva permetterselo! Il suo pianeta, Akronos, era in grave pericolo: una profonda crisi aveva portato subbuglio nella sua gente. Se non avesse portato a termine l’incarico affidatogli, Akronos sarebbe stato divorato dal caos delle ere e dal turbine della non-memoria. Tutti i ricordi, le tradizioni, tutto sarebbe andato perduto, sommerso nelle profonde acque dell’imperscrutabile oceano senza nome, avvolto da nebbie invalicabili.

Il grande re di Akronos, il nobile Aeternum, lo aveva scelto tra altri per inviarlo alla ricerca di un luogo. Un luogo sacro dove il potere della stirpe degli uomini si era manifestato nei secoli in forme e linguaggi di volta in volta diversi, ma che nessuno sapeva esattamente dove fosse. Il sovrano, con l’aiuto del potente sciamano Daimon, gli aveva consegnato una profezia:

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenzioso volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove ti imbarcherai su una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Questa profezia risuonava nelle orecchie di Lythicus e gli batteva in testa come un martello incessante.

Si alzò e cercò un’altura per avere la visuale più ampia. I fumi delle scialuppe distrutte si mescolavano alla nebbia e all’umidità. Il freddo attanagliava le ossa. Udiva, come ovattati, i lamenti dei suoi uomini e ne percepiva lo smarrimento e la paura. Quella terra appariva ostile.

Ad un certo punto uno squarcio di luce: davanti a lui si ergeva un edificio monumentale, scintillante, quasi fosse fatto di vetro. Forme a lui ignote ma che trasmettevano un senso di potenza, quasi fosse una sorta di reggia aliena. Due imponenti corpi di fabbrica divisi da una strada, circondati da un paesaggio simile ad una città ma… disabitato e silenzioso.

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Scese dalla collinetta e radunò l’equipaggio. Si divisero in due squadre ed iniziarono a perlustrare la zona. Davanti ai loro occhi si dispiegava uno scenario decisamente disorientante. Certo, quella doveva per forza essere una città, ma sicuramente da poco era successo qualcosa di terribile. Solo questa immensa reggia di vetro e pietra verde si ergeva al di sopra delle abitazioni; a parte un’altra costruzione, più piccola, proprio accanto.

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Quella Lythicus la conosceva: si trattava di una chiesa, un luogo sacro per gli uomini del pianeta Terra. Che poi, da quell’antico pianeta proveniva anche la stirpe di Akronos che da lì era fuggita quando il passato rischiava di venire fagocitato e distrutto, quando la Memoria iniziava ad essere dimenticata. Lo sentiva come un “nostos“, come una sorta di ritorno a casa… ma chissà in quale area della Terra erano finiti.

Queste riflessioni, passi circospetti e, piano piano, le nuvole si alzarono lasciando comparire una montagna a sud. Anzi si trattava di una coppia di montagne, una muraglia di rocce e neve che cingeva quella città a meridione.

Vista Becca di Nona

Quando la luce del giorno fu piena, si accorsero di essere osservati: gruppi spauriti di persone si erano radunati qua e là, armati alla bell’e meglio, visibilmente provati da fame e stenti. Ne videro altri che uscivano dal sottosuolo; altri che scendevano dalle alture circostanti.

“Chi siete?” – chiesero quegli uomini. Lythicus, che aveva la facoltà di interpretare ogni lingua, rispose: “Giungiamo dal pianeta Akronos, la nostra navicella Cordylus è esplosa nel cielo e abbiamo dovuto atterrare in emergenza. Veniamo in pace. Siamo i cercatori del passato. Siamo Preistonauti. Ma non sappiamo dove ci troviamo”.

“Preistonauti? Mai sentiti! Il pianeta Akronos… ma non è quello dove molti uomini emigrarono anni addietro?”.

“Sì, noi ne siamo i discendenti. Ma il pianeta è allo sbaraglio. Dobbiamo ritrovare la nostra identità affinché le epoche storiche ritrovino il loro ordine. Stiamo cercando un luogo sacro assai particolare, ma… la tempesta magnetica ci ha fatto perdere la rotta”.

” Beh, qui vi trovate in quella che tutti chiamano Aosta. E’ una città antichissima, ma allo sbaraglio, come il vostro pianeta. Per fortuna è rimasta in piedi la chiesetta che vedete laggiù; è il nostro unico punto di riferimento.”

” Ma… e l’edificio monumentale accanto alla chiesetta?”. “Quello? E’ come una fortezza. Racchiude un luogo molto particolare. Nessuno ci vuole più entrare. Tutti ne hanno paura. Nessuno lo capisce. Si dice che emani energie negative… non so.

Tutto era cominciato bene; ma si tratta di centinaia di anni fa! Sì, circa 250 anni fa  (pare fosse il 1969 della nostra era), venne ritrovato dagli uomini che vi videro un’area sacra, un luogo dal potere antichissimo dove stirpi perdute avevano lasciato le loro tracce. Pietre, grandi pietre con la faccia appena abbozzata, armate e vestite con abiti strani… di più non so. Sta di fatto che nessuno oggi riesce più ad accedervi; si è perso l’ingresso! Secondo noi solo entrandovi si potrà spezzare il malvagio incantesimo in cui è caduta la nostra città. Ma la paura è troppa, amico mio di Akronos… Quelli (pochi) che ci hanno provato o non ne sono più usciti oppure son diventati pazzi!”

Lythicus pensò a lungo e meditò su quel luogo così particolare ed imperscrutabile, avvolto nel mistero e temuto dagli uomini. Condivise i suoi pensieri con l’equipaggio e tutti cercarono tra i loro ricordi e le loro conoscenze un modo per entrare in quella roccaforte di vetro e pietra apparentemente inaccessibile.

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Decisero di iniziare con accurati sopralluoghi lungo l’articolato perimetro dell’area. Niente, sembrava davvero privo di accessi!

La mattina seguente Lythicus rimase colpito dal riflesso della grande montagna a sud che si specchiava sulla lucida parete dell’edificio senza porte. Il suo occhio notò per la prima volta dei resti di una scritta… sì, sulla parete rivolta a sud un tempo c’era una scritta accompagnata da strani segni circolari. Ma era troppo in alto. Coi suoi costruì una scala e raggiunse quegli strani segni consumati dal tempo.

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La luce radente lo aiutò nell’impresa. Riconobbe così cinque segni circolari allineati che formavano una leggera curvatura. Riuscì poi ad individuare questa scritta “S–nt –r-in -e Co—an-“.

“Ne sapete qualcosa? O almeno, a qualcuno di voi ricorda qualcosa?” chiese Lythicus alla gente del luogo. Tutti si guardavano sconcertati… “Bisognerebbe chiedere al vecchio della chiesa… è tremendamente anziano tanto che nessuno sa esattamente quanti anni abbia. Ormai la chiesa è diventata la sua dimora; non ne esce mai! Provate!”.

Lythicus e i suoi andarono a cercare questo anziano. “Salve stranieri! Sapevo della vostra presenza in città. E sapevo che non avreste tardato a cercarmi. Qui nessuno sa nulla della nostra storia più antica. La nostra distruzione è anche colpa loro e non se ne rendono conto, miserabili!”. “Chi sei, anziano?”, chiese Lythicus. ” Il mio nome vi suonerà…come dire… famigliare! Mi chiamo… Kordylus!”.

Lythicus e i suoi, increduli, strabuzzarono gli occhi. “Kordylus??!! Ma è il nome della nostra navicella perduta!”. “Lo so. Così come sapevo che prima o poi sareste arrivati. I miei avi fuggirono da Aosta e trovarono rifugio su un altro pianeta; solo mia nonna, all’epoca incinta di mia madre, rimase qui accanto al suo uomo che non voleva andarsene. Mia madre nacque qui. E io pure. Ci sentiamo i custodi di questo luogo e sono sicuro che presto risorgerà! Il mio è un nome antico, un nome di famiglia che ci passiamo di generazione in generazione”.

“Ma, allora, tu sai come entrare nel grande edificio Kordylus?”. ” Certo. Ma non posso farlo da solo. Ho bisogno di un valido aiuto. Ho bisogno di qualcuno che, fino ad oggi, ancora mancava. Quel qualcuno sei tu Lythicus, perché conosci il passato e sei in grado di riordinarlo. Perché sai leggere ed interpretare i segni delle antiche civiltà. Perché hai una missione da compiere, vero?”.

“Eh… sì… tu conosci tutte queste cose, vecchio! Come le sai?”. I due si fissarono intensamente e.. si riconobbero! Non ci fu più bisogno di altre parole”.

Kordylus aprì allora un grosso baule; ne tirò fuori un medaglione su cui era disegnata una spirale. “Questa è una forma ancestrale, Lythicus. Una forma disegnata da Madre Natura. Una forma che rappresenta l’acqua, la terra, la vita. La forma delle ammoniti fossili, delle conchiglie figlie dei mari, dei petali dei fiori. La spirale è il nostro DNA. La spirale indica l’eternità”.

Lythicus prese il medaglione tra le mani e fissava quella linea concentrica come ipnotizzato. “Prendi anche questo.” Kordylus gli porse un frammento di corno di bue semicarbonizzato; “ti servirà!”.

“E i segni sulla parete sud dell’edificio? Tu sicuramente sai interpretarli, giusto?”. ” Sì, ma solo tu sei riuscito a notarli e riportarli alla luce. Saint-Martin-de-Corléans! E’ questo il nome di quest’area. E’ anche il nome di questa vecchia chiesetta che, tenace, sola resiste a questi tempi sconvolti e confusi! I cinque segni rievocano gli allineamenti. Quel luogo fu sacro agli uomini che ci precedettero e che qui costruirono cattedrali il cui soffitto era nient’altro che la volta celeste”.

“Ma come mai questa gente ne ha così paura?”. “Si ha paura di ciò che non si conosce. Se avessero voglia di sapere anziché fermarsi alle apparenze, allora la paura svanirebbe. Ma tale iniziativa deve nascere da loro, non può essere imposta. Solo così le porte del Tempo si apriranno e la città ritroverà il suo Passato ricominciando a vivere”.

La notte servì a Lythicus per elaborare il piano. Ma una strana sensazione gli fece sorgere il dubbio che forse quel luogo poteva servire anche a lui. La profezia di Daimon si ripeteva nella sua testa.

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove dovrai trovare una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Alle prime luci dell’alba Lythicus si avviò verso la roccaforte imprendibile di Saint-Martin-de-Corléans. Si fermò davanti ai resti dell’antica scritta e puntò il medaglione contro di essa. Non appena i primi raggi di sole colpirono la parete, il riverbero si specchiò nel medaglione che, a sua volta, si riflettè sulla parete di lucida pietra verde.

E una porta si aprì!

Lythicus entrò immediatamente, si voltò, ma la porta si richiuse immediatamente alle sue spalle. Si ritrovò immerso in un’avvolgente penombra che quasi gli dava come un senso di sonnolenza, di pesantezza. Non volle tuttavia cedere a quella insolita sensazione e cercò di capire da che parte doveva andare. Riconobbe un corridoio in leggera discesa; su un lato quel che restava di antiche vetrate gli diede un riferimento: serviva a scendere nel sottosuolo, proprio accanto alla chiesa.

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I suoi passi rimbombavano nella semi oscurità. Inconsciamente si rese conto di tenere in mano il medaglione come se fosse una torcia fino a che, stupito, si rese conto che quel medaglione emanava luce davvero! Si accorse di una serie di porte, e capì, da come erano fatte, che erano delle “timegate”, delle porte del Tempo, come aveva detto Kordylus la sera prima: “le porte del Tempo si apriranno…”. Una dopo l’altra le superò tutte, compiendo un viaggio che lo condusse dalla sua epoca fino ad un passato remoto, un passato in cui la Storia ed il Mito si fondevano e si confondevano, un Passato che molti non avevano saputo leggere, né capire.

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Ecco, all’improvviso una vasta distesa si aprì davanti a lui. Al centro una costruzione di pietra si ergeva al di sopra di una piattaforma di pietrame più minuto. Ma Lythicus era lontano… non vedeva bene, non capiva… si sentiva come atterrato nuovamente su un pianeta sconosciuto; un naufrago approdato non si sa bene come su un’isola aliena e disorientante.

No, da lì non avrebbe individuato la strada. Doveva trovare un punto elevato e guardare dall’alto per avere una mappa, diciamo, da cui partire. Si accorse di alcune scale e di corridoi rialzati tutti intorno a lui. Ma tutto era come disequilibrato; era come muoversi nel grosso relitto di una nave naufragata. Sinistri scricchiolii, rumori lontani, vacillamenti delle strutture… Non senza fatica riuscì a portarsi al piano più alto da cui godere di una vista panoramica su quel luogo inaspettato.

Si affacciò dalla balconata e… rimase senza fiato! La terra non era piana, ma solcata da tracce profonde e parallele, “simili a onde marine”.

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Perché il suolo era inciso in quel modo? Chiuse gli occhi e si concentrò cercando tra le sue conoscenze di Storia: un’aratura! Ma certo! Quel suolo era stato consacrato per mezzo di un’aratura in tempi in cui l’agricoltura era ancora una conquista “recente” e il buon raccolto era considerato il frutto della benevolenza delle forze sotterranee. Un buon raccolto significava una forte stirpe ed una solida comunità.

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Vide poi tutt’intorno gli allineamenti di cui gli aveva parlato Kordylus. Alcuni buchi più grandi e profondi; altri più piccoli e, tra questi, alcuni di forma quasi circolare e altri di forma più o meno rettangolare. Da nord-est verso sud-ovest: questa era la direzione prescelta.

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Una direzione che richiamava il moto del sorgere del sole in estate. Certo, l’estate: la stagione dell’abbondanza, del trionfo della Natura! I buchi più grandi erano dei pozzi, ma non vennero utilizzati per l’acqua, bensì per deporre nel sottosuolo offerte alle divinità ctonie, quelle che muovevano le forze del ventre della terra e potevano far germogliare i semi.

Fermandosi a meditare concentrato sulle singole tracce, Lythicus poteva visualizzarne le origini, l’identità e la funzione. Si avvicinò quindi ai buchi circolari più piccoli; osservandoli con attenzione vide che sul fondo di uno di essi vi era un frammento di corno bovino bruciato. Capì e vi depose il corno che gli aveva dato Kordylus: una sequenza luminosa si accese ai suoi piedi e dei fasci tubolari si innalzarono dai buchi verso il cielo. Il soffitto, fino a quel momento buio, si accese di centinaia di luci cangianti che mutavano colore ed intensità: dal bianco argenteo, lunare, fino al rosso infuocato del tramonto, continuando a ripetersi all’infinito. Era il respiro dei millenni che si muoveva intorno a lui e pervadeva quell’immenso spazio punteggiato di… grandi pietre!

La scia luminosa dei fori circolari ad un certo punto si spense per spostarsi sulla sequenza delle fosse rettangolari da cui si ersero enormi lastre di pietra sagomate a forma d’uomo, alcune appena accennate, altre più definite. La luce invase un corridoio parallelo e Lythicus rimase senza fiato: davanti ai suoi occhi si paravano, maestose ed enigmatiche, ben 46 grandi stele di pietra da cui emanava luce vera. Volti silenziosi, immutabili, avvolti da un’aura di ancestrale sacralità.

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“In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei.”

Quasi incredulo, tremante, si avvicinò ad una di queste e vide che sulla sua superficie era riportato un doppio medaglione a spirale.

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Non ebbe più dubbi: il destino, il caso, aveva voluto che l’esplosione del Cordylus paradossalmente li portasse proprio nella giusta destinazione! Era quella la terra indicatagli dalla profezia di Daimon: e lì avrebbe trovato la nave di pietra che avrebbe portato in salvo gli abitanti di Akronos… ma dove?

Si avvicinò ad un’altra stele e ne osservò le armi: quel pugnale, era decisamente… uguale al suo! Quella forma particolare dell’impugnatura semilunata… ma certo! Prese il suo, che portava sempre alla cintola, e lo avvicinò a quello raffigurato sulla pietra: i due pugnali si “riconobbero” e si illuminarono. Dal suo un raggio puntò verso la grande costruzione lapidea al centro dell’area.

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Lythicus si incamminò su quel corridoio di luce e raggiunse quello strano cubo con una sorta di oblò d’ingresso dal quale, però, lui non riusciva a passare. Girò intorno a quello strano cubo e le sue facoltà gli fecero capire che si trattava di una tomba; una tomba fatta con grandi pietre e che aveva contenuto i corpi di molti uomini, ma anche di donne e bambini. Una tomba di clan. Una tomba che, a distanza di millenni, ancora riusciva ad esprimere la forza e la potenza di un gruppo di uomini. Scavalcò i lastroni laterali per entrarvi. Non appena vi fu dentro gli parve che la terra sotto di lui si muovesse… era forse un capogiro? No, la terra aveva preso davvero ad ondeggiare! Era come il … mare… un mare di terra! Ad un certo punto la costruzione di pietra iniziò a sollevarsi su quelle strane onde e lui ne era come il nocchiero in tolda!

La prua appuntita prese a muoversi verso una direzione precisa: si stava dirigendo a nord-ovest, verso la terra delle lunghe Ombre eterne.

Fu così che Lythicus, senza neppure rendersene conto, si ritrovò oltre il tempo e lo Spazio al cospetto di re Aeternum che, felice, lo accolse e gli riservò tutti i massimi onori. Lythicus aveva salvato Akronos dall’autodistruzione! Aveva restituito la Memoria ai suoi abitanti. Lythicus, da quel momento, detto “il Grande”.

E ad Aosta? Nessuno quella mattina si accorse di nulla. Tutto si era svolto come se non avesse occupato altro che lo spazio di un sogno. Un sogno di cui al risveglio tutti in città si erano già dimenticati. La sede dell’area megalitica brillava al sole e, nonostante fosse ancora mattina presto, si stava formando una lunga coda all’ingresso. La fama di quel sito si era diffusa; dopo un primo momento di difficoltà e di incomprensione ora veniva gente da ogni parte per visitare quel luogo così insolito.

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Si conclude così il viaggio appassionante di Lythicus (e nostro) alla scoperta di questa complessa area megalitica ritornando, a ragion veduta, sul continuo rincorrersi di vita e morte, riassunto alla perfezione dalla nitida eternità della pietra che qui domina incontrastata. Vita e morte che ritornano nell’archetipica figura di San Martino, qui venerato santo eponimo del quartiere, portatore di luce e combattente delle tenebre.

La profezia si è avverata. Gli uomini hanno ritrovato memoria ed identità perdendo le loro cupe paure e la loro ritrosia.

E voi, non vi va di provare l’emozione di un viaggio da Preistonauti in quel luogo dalle grandi pietre dove un sol giorno può durare millenni?

Stella