Twin influencer. Gemelli alla riscossa dal mito alle nuove icone del web

Recitava la pubblicità “tormentone” di un noto gelato in voga negli anni ’90 che “Du is mei che uan”…ricordate?

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Beh, senza dubbio il successo incredibile di molte coppie di gemelli attuali la dice lunga. Un “effetto-specchio” che piace, affascina, convince sul web e sui social, in particolare nel mondo del fashion e della musica pop. Un magnetismo “al quadrato” che rende i gemelli, anzi, ancor più le gemelle, delle creature quasi mitiche, come uscite da una fiaba, come uscite, è il caso di dirlo, proprio da uno specchio magico!

Caillianne e Samantha Beckerman

E ci si diverte ad osservarle nei minimi particolari, sforzandosi di individuarne le differenze o le peculiarità E su questo le stesse twins giocano parecchio: dal colore al taglio dei capelli, al trucco, all’abbigliamento! Uguali, certo, ma con sfumature o “interpretazioni” diverse di un medesimo stile.

Ma, a ben pensarci, il fenomeno “gemelli” non è solo cosa di oggi… Sin dal mito queste coppie suscitano attenzione, curiosità e un pizzico di “timore” nel senso che due creature così uguali, per non dire spesso identiche, ma dal carattere diverso se non addirittura opposto, generate dallo stesso ventre…sì, beh, hanno sempre avuto quel “che” di destabilizzante ed “esotico”.

Iniziamo dall’alba degli dei. Apollo e Artemide. Il Sole e la Luna, fulgidi figli gemelli di Giove e Latona che videro la luce su Asteria, l’isola fluttuante che, da quel momento, venne fissata al fondo del mare e mutò il suo nome in Delo.

Due gemelli dalle luminose imprese e dalla brillante personalità, entrambi invincibili arcieri. Artemide, forse più enigmatica e misteriosa del fratello, indiscutibilmente legato all’astro diurno. Entrambi legati alle arti e alla divinazione, ma lei connotata da una natura più selvaggia, selvatica ed inafferrabile quale si addice alla notturna dea della caccia.

Una coppia ricca di sfaccettature e suggestioni, entrambi dedicatari di molteplici culti legati alle altrettante valenze dei corpi celesti che presiedono. Non potendo (e non volendo in tal sede) dedicare lo spazio necessario alla disamina di questa coppia divina, ci limitiamo a riportare la loro immagine raffigurata più volte nel porticato del barocco Palazzo Roncas di Aosta. Il proprietario, infatti, l’ambizioso e carismatico barone Pierre-Léonard Roncas, una volta nobilitato dal Duca di Savoia, scelse Apollo e Artemide, il Sole e la Luna, quale emblematica coppia luminosa della sua araldica accompagnati dall’esplicito motto “omnia cum lumine“.

Apollo e Diana-Roncas

L’influenza di gemelli astrali continua anche in ambito aerospaziale! Dopo le numerose missioni recanti il nome di “Apollo”, tra cui la numero 11, quella che portò allo storico primo allunaggio del 20 luglio 1969 celebra quest’estate i suoi primi 50 anni, ecco pronta a partire, nel 2024, la prima missione denominata “Artemide” che porterà anche la prima donna sulla superficie della Luna.

La mitologia classica conosce molti altri gemelli.Una delle coppie più celebri è rappresentata da Castore e Polluce, i Dioscuri, letteralmente “i figli di Zeus”. Essi erano identici in tutto,ma Castore era mortale, Polluce immortale. Alla morte del primo, il secondo ottenne di condividere la propria immortalità con lui, ed essi si alternarono nell’oltretomba e nel cielo, formando la costellazione dei Gemelli.

Passiamo ad un’altra coppia di “gemelli diversi”, questa volta di biblica memoria: Giacobbe ed Esaù.

Figli gemelli di Isacco e Rebecca. Esaù, dai folti e ricci capelli rossi, alto e muscoloso, era un cacciatore e si distingueva per la prestanza e la forza fisica. Giacobbe, invece, esile e mingherlino, dai lisci capelli neri, oltre ad essere il prediletto della madre, era noto per la sua astuzia. Il primo a nascere è Esaù e, subito dopo, vede la luce Giacobbe. L’eredità e la benedizione di Isacco sarebbero dunque toccate per diritto ad Esaù, secondo la legge della primogenitura. Passano gli anni. Esaù è ora un giovane alto e forte come una quercia. Ha il corpo ricoperto di un folto pelo rossiccio. Giacobbe invece è mingherlino e di carattere dolce.

Diversi già nell’aspetto ma anche nel carattere! Ma cosa successe di grave tra i due?

Un giorno Giacobbe aveva preparato una minestra di lenticchie. Esaù arriva dalla campagna stanco e affamato. Dice al fratello: “Lasciami mangiare un po’ di questa minestra, perché sono sfinito. ” Giacobbe approfitta della circostanza: ci teneva alla primogenitura e desiderava ardentemente ricevere la benedizione del padre Isacco. Allora dice al fratello: “Ti darò questa minestra, se tu mi cedi la tua primogenitura!”.

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Esaù risponde: “Sto morendo di fame. A che mi serve allora la primogenitura? Dammi la minestra!”. E così Esaù vende il proprio diritto sotto giuramento al fratello gemello per un piatto di minestra di lenticchie. Certo Giacobbe si dimostra in questa occasione un profittatore. Ma, tra i due fratelli, Esaù si comporta in modo peggiore. A tal punto disprezza la benedizione del padre, da barattarla per un piatto di minestra!

Una storia che molto venne ripresa ed interpretata spesso per trovare l’origine prima a dissensi interni alla chiesa oppure per tentare di stabilire quale chiesa fosse la più importante. Una coppia di gemini che ritroviamo nella galleria occidentale del chiostro romanico della Collegiata dei SS. Pietro e Orso ad Aosta. Una galleria, non a caso l’unica del chiostro, a presentare colonnine binate, ossia gemelle!

Cosa ci racconta, dunque, questa galleria? E’ una storia contorta e complicata, in cui inganni e ambiguità la fanno da padrone!

Si comincia con Rebecca partoriente aiutata dall’ostetrica e la nascita di Giacobbe e del gemello Esaù. Rebecca, dal cui ventre nasceranno due popoli, qui è simbolo della Chiesa da cui sono derivate la Cattedrale e Sant’Orso. Di nuovo vi saranno accenni, più o meno velati, ai conflitti tra queste due Case, chiaramente auspicando la riconciliazione finale. Importante l’ambiguità tra Giacobbe ed EsaùIsacco cade nell’inganno e benedice Giacobbe credendolo Esaù che, in quel momento, si trova fuori a caccia. Esaù non perdona al fratello questo inganno e cerca di vendicarsi. Vuole uccidere il fratello.

Nella scena successiva Rebecca consiglia a Giacobbe di fuggire nella città di Harran e rifugiarsi presso il di lei fratello Labano. Così, prima con il ricatto e poi con l’inganno, Giacobbe diventa il nuovo capo del clan ed eredita la promessa fatta da Dio ad Abramo. Dio, accettando l’azione non troppo limpida di Giacobbe, vuole dimostrare che il suo progetto di salvezza è affidato a chi lo apprezza e non a chi si basa solo sui propri diritti umani. La salvezza è un dono e come tutti i doni viene offerta a chi sa accoglierla.

In viaggio Giacobbe fa uno strano sogno. Una scala è appoggiata sulla terra, mentre la sua cima raggiunge il cielo. Ed ecco degli angeli che salgono e scendono sopra di essa. Sempre nel sogno Giacobbe sente una voce: “Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco, tuo padre. La terra sulla quale ti sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà numerosa come i granelli di polvere della terra“.
Quando Giacobbe il mattino seguente si sveglia, ricordandosi del sogno fatto, capisce che Dio ha confermato la benedizione del vecchio padre Isacco.

Confortato dal sogno, si rimette in cammino dirigendosi verso la città di Harran. Prima di entrare in città, stanco e assetato, si ferma a bere accanto al pozzo dove già sua madre Rebecca veniva ad attingere acqua. In quel momento arriva al pozzo una bella ragazza di nome Rachele, figlia di Labano, fratello di Rebecca. Rachele è la cugina di Giacobbe. Tuttavia Labano ha una figlia maggiore, Lia. Non bella, ma da accasare. Giacobbe vuole sposare Rachele e per questo accetta di lavorare per Labano sette interminabili anni. Alla fine, però, Labano lo obbliga a sposare Lia. Labano tuttavia per concedere a Giacobbe anche Rachele pretende che il giovane lo serva per altri sette anni. Così Giacobbe, dopo quattordici anni di lavoro quasi forzato, si ritrova ormai uomo maturo e con due mogli.

Vengono quindi raffigurati tutti i figli di Giacobbe: dodici maschi e un’unica femmina, Dina. La grande colonna singola al centro riporta la scena della riconciliazione finale, un auspicio, per chi la commissionò, per un nuovo equilibrio tra la Cattedrale e, appunto, Sant’Orso!

Lasciamo ora le Sacre Scritture per un’altra coppia famosissima di gemelli influencer! Anche se, a ben guardare, solo uno dei due può davvero definirisi tale… Sì, stiamo parlando di Romolo e Remo!

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Impossibile non conoscere la loro storia. Una storia remota, avvolta nel mito, dal sapor di leggenda! M, si sa, dietro ad ogni leggenda si nasconde un’antica verità!

Frutto dell’amore impossibile tra il dio Marte e la Vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, legittimo re di Albalonga spodestato dal fratello malvagio Amulio che volle togliere di mezzo ogni possibile rivale. Fu così che, saputo della nascita dei gemelli, obbligò Rea Silvia ad abbandonarli nel fiume Tevere credendo di destinarli ad una morte certa. Invece vennero trovati sulle sponde, urlanti e affamati, da una lupa che li allattò nella sua tana sul colle Palatino. Probabile che dietro questa “lupa” si celi una madre adottiva; col termine “lupa” si indicavano, con disprezzo le prostitute. Vennero poi trovati e allevati dal pastore Faustolo, dal nome sicuramente beneaugurante!

Tuttavia i due non erano destinati ad andare d’amore e d’accordo. Il noto episodio della fondazione di Roma, infatti, riguarda solo uno dei due: Romolo, appunto!

Una volta cresciuti Romolo e Remo vennero informati sulle loro origini e vollero rivendicare il trono di Alba Longa.
Uccisero dunque lo zio impostore Amulio e posero di nuovo sul trono il nonno Numitore. Non volendo dividere il potere, chiesero il permesso di fondare una nuova città, proprio in corrispondenza dei luoghi dove erano cresciuti, cioè nei pressi del colle Palatino.Una lite. Un grave gesto di arroganza da parte di Remo che ignorò un sacro divieto oltrepassando la linea del solco primigenio tracciato con l’aratro dal fratello, alla base del suo assassinio.

La nascita di Roma secondo la tradizione viene fissata con una precisione sorprendente al 21 aprile del 753 a. C., quindi nella seconda metà del VIII secolo. Le sue origini si mescolano a elementi storici, ma sopratutto leggendari e mitologici, con notizie pervenute fino ai nostri giorni grazie agli scritti di famosi autori classici, come Varrone.
In realtà la data precisa è del tutto convenzionale e si deve proprio a quest’ultimo che, basandosi su alcuni calcoli astrologici dell’amico Taruzio, la rese pubblica intorno al I secolo a.C.
Ancora oggi in questa data si tengono solenni festeggiamenti per il Natale di Roma.

Le indagini archeologiche sul Palatino hanno portato a scoperte straordinarie. Ritrovamenti del tutto eccezionali sono le tracce di capanne del X-IX secolo a.C., cioè anteriori alla fondazione della città, i resti dell’antico santuario delle Curiae Veteres attribuite dalla tradizione scritta a Romolo, i pozzi votivi con i loro depositi spettanti ad un secondo antichissimo santuario (metà/fine VIII secolo a.C.) che fronteggiava le antiche Curie sulla via che saliva dalla valle del Colosseo al Foro, una residenza aristocratica (probabile casa natale di Augusto) che si estendeva lungo la pendice del Palatino sino alla sella tra il Palatino e Velia, le rovine impressionanti del famoso incendio neroniano del 64 d.C., le grandi realizzazioni imperiali (neroniane, flavie, adrianee, severiane, tardo-antiche) che caratterizzano il paesaggio di questo settore urbano fino alle destrutturazioni dell’insediamento del VI e VII secolo d.C., alle spoliazioni di età medievale e rinascimentale e agli sterri post-unitari. Tremila anni di storia sono passati sotto gli occhi e tra le “mani”, degli archeologi, restituendo alla comunità scientifica e alla città un formidabile patrimonio di “memorie”.

Tuttavia, nonostante la si debba al solo Romolo, di fatto la nascita dell’Urbe è riassunta e simboleggiata, ancora oggi, ovunque e a distanza di secoli, dalla lupa capitolina che allatta i due gemelli, quasi un animale “totem” che svetta anche ad Aosta, denominata per le sue vestigia “Roma delle Alpi”, in piazza della Repubblica.

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E si potrebbe continuare a lungo indagando il tema dei gemelli anche in letteratura, a cominciare dai Maenecmi di Plauto, imperniata sulle avventure di due fratelli gemelli, separati fin da piccoli, chiamati nello stesso modo e protagonisti di straordinarie peripezie. A questa commedia si ispirò Carlo Goldoni che, ne I due gemelli veneziani (1747), mette in scena le maschere della commedia dell’arte (Arlecchino, Colombina, Brighella, Rosaura, il dottor Balanzoni), accanto a due gemelli, Zanetto e Tonio, dei quali il primo è la classica figura dello sciocco, mentre il secondo è il “gemello spiritoso”, incarnazione dei valori della nascente borghesia; e alla fine, dopo un variegato repertorio di trovate comiche, con una soluzione abbastanza inconsueta Goldoni fa morire in scena il gemello sciocco, decretando il trionfo dell’altro.

Un tema ghiotto, molto amato, su cui si sviluppò buona parte del filone della “commedia degli errori”, sia in Italia che in Europa.

Ma volendo giungere ad una conclusione, riflettiamo su questo fenomeno dei “twin influencer”. Gemelli che si propongono sul web, sui social, nel mondo virtuale. Gemelli la cui vita, in fin dei conti, esiste e si racconta su questi mezzi veloci, anche effimeri, volubili. Mezzi tanto persuasivi e penetranti, quanto rapidamente desueti.

Ecco, meditando su questo mondo immaginario, su questo universo parallelo, voglio concludere citando un noto romanzo di Umberto Eco, “L’isola del giorno prima” (1994).

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Estate 1643. Il protagonista, il piemontese Roberto de la Grive, naufrago su una nave deserta (o forse no?) presso un’isola irraggiungibile, ha un fratello immaginario: un gemello inesistente al quale egli attribuisce, in un gioco di specchi, le responsabilità del suo sventurato destino.

Una pura immagine, che si identifica con l’”io” ma che ne costituisce al tempo stesso un riflesso “altro”. Ne scaturisce un vertiginoso gioco di rimandi che rende impossibile arrivare alla natura genuina dell’individuo. 

Ecco, forse questo è il rischio: l’eccessivamente doppio, riflesso, moltiplicato, riprodotto, amplificato, enfatizzato dalla virtualità di un mondo in cui il confine tra vero e falso è sfuggente, sfrangiato… spesso molto, troppo, labile.

All’inizio del post parlavamo di “specchio magico”: affascinante ma anche inquietante. Tanto da chiedersi cosa sia vero e cosa no.

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Stella

Tra Francia, Svizzera e Aosta … attenzione! Megaliti in città!

Possono spuntare dove meno te l’aspetti! E non soltanto nel folto di una foresta, nel mezzo di una distesa verdeggiante o in cima ad un’impervia scogliera avvolta nella leggenda… No! I megaliti possono comparire anche in pieno centro! Da un giorno all’altro, uscendo di casa, potresti imbatterti in un megalite ben piantato in mezzo alla strada! E pensate che, in alcuni luoghi, molti sostengono che siano caduti dal cielo, proprio come una pioggia di mega-meteoriti! Qualcuno, Oltralpe, si è trovato l’auto letteralmente sfondata!

Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr
Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr

“Per Toutatis!! Che danno!” e di chi è la colpa? All’inizio di aprile sono state diverse le città francesi a registrare simili incredibili accadimenti! Parigi, Lione, Nantes, Lille…

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Quella mattina la gente non riusciva a credere ai propri occhi… E sì che i “cugini” transalpini sono ben più abituati di noi ad avere a che fare coi megaliti, ma così…forse era troppo! Solo dopo lo sbalordimento iniziale han fatto mernte locale e con un pizzico di lucidità in più hanno capito!

Era il 1 APRILE!!!

Un’idea straordinaria! Uno “scherzo” tra il ludico e il culturale che ha sorpreso tutti e ha attirato l’attenzione e l’interesse verso un nuovo parco divertimenti a tema “megalitico”, anche se non proprio scientificamente corretto dato che, pur essendo tali megaliti dei prodotti di statuaria preistorica datati tra il 3000 ed il 2000 a.C. circa (dipende dai luoghi), questo nuovo parco ha come protagonisti due vero eroi, anzi quasi dei Super Eroi per i Francesi: avete capito? Asterix e Obelix!

 

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E’ il Parc Astérix dove è astata appunto da poco inaugurata la nuova attrazione “Attention Menhirs!”: un’esperienza 4D immersiva dove sentirsi davvero dei “piccoli” (ma non troppo) novelli Obélix!

Certo ad alcuni “puristi” simili attrazioni fanno storcere il naso, ma al di là della genialità dell’operazione di street marketing attuata per pubblicizzarlo, questo parco divertimenti gioca interamente sulla storia degli antichi Galli e, si sa, “nos ancêtres les Gaulois” coi Francesi funzionano sempre! Allo stesso tempo si è fatto ricorso ai menhirs che, al di là di Obéluix, hanno stimolato una dilagante curiosità anche da parte di chi, fino a quel momento, aveva vissuto tranquillamente anche senza sapere di cosa si trattasse… Ebbene sì, uscire di casa al mattino e trovarsi un menhir in mezzo alla strada ha scatenato un effetto “sasso nello stagno” suscitando curiosità verso questo genere di reperti preistorici con gran gioia dei tanti siti megalitici di Francia (Bretagna su tutti!).

E divertirsi imparando si può! Certo i parchi a tema sono “non-luoghi” del puro divertimento ma è il tema protagonista che ci interessa. E i megaliti, queste “grandi pietre” ammantate di mistero, singole o più spesso allineate, anche a decine, o centinaia come a Carnac, riescono sempre, nella loro essenzialità, per altro così vicina a certi linguaggi dell’arte contemporanea, a lasciarci senza parole, forse disorientati ma senza dubbio affascinati.

I megaliti, i silenziosi ed enigmatici “volti” della Preistoria, riescono a “sfondare” ancora oggi, nel 2019 d.C. quando potremmo dirci abituati a tutto e forse fin troppo bersagliati da messaggi ed immagini.

I megaliti, invece, nel loro naturale color grigio pietra, a volte scabro e nudo, a volte incredibilmente decorato e ricco di dettagli, pur senza parlare, anche laddove privi di particolari prolisse didascalie, anche se in mezzo al nulla, riescono a dirci qualcosa, a far comunque sentire una silenziosa voce di grandiosità, potenza e sacralità!

Una voce reboante quella che ha scosso gli amici vicini di casa del Vallese svizzero tra l’aprile 2017 e l’aprile 2019.

Sempre loro, i megaliti! E anche stavolta: #MegalitiinCittà!

In tal caso la città è Sion, già nota ai cultori “megalitomani” per la scoperta, avvenuta nel luglio 1961, del sito preistorico del “Petit-Chasseur“, così chiamato dal nome della via lungo cui si affacciava. Un sito di rinomanza internazionale i cui ritrovamenti (tombe dolmeniche, menhirs, stele antropomorfe) hanno funto da base di partenza per numerosi studi scientifici, confronti e approfondimenti sul megalitismo alpino. Una straordinaria necropoli preistorica utilizzata dal 2900 al 500 a.C.!

Allineamenti di "copie" ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)
Allineamenti di “copie” ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)

Un’area archeologica urbana, inserita oggi in un quartiere amministrativo-residenziale dove una parte del sito è stata ricostituita ma che non è più il vero sito a suo tempo scoperto. Infatti le stele e i vari corredi nonché alcuni dolmen sono stati ricollocati, pur con una musealizzazione d’effetto, presso il Museo cantonale del Vallese.

Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese
Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese

Una sistemazione che oggi, dopo gli ultimi incredibili ritrovamenti avvenuti proprio a Sion, ha scatenato polemiche sottolineando che, in questo modo, quasi si trattasse di un’installazione contemporanea, Sion rischia di perdere memoria e coscienza dei suoi tesori!

Quali sono questi recenti ritrovamenti? Metti un movimentato cantiere urbano per la realizzazione di un grande parcheggio pluripiano nel quartiere “Don Bosco”, in pieno centro e, come per il fratello maggiore del “Petit-Chasseur”, occupato da edifici residenziali e scuole.

La prima fantastica scoperta è avvenuta ad aprile 2017 con la tomba del guerriero accompagnata da altre sepolture complete di ricco corredo.

 

Una necropoli celtica sotto cui giaceva la seconda incredibile scoperta avvenuta nel giugno 2018: un dolmen con, al suo interno, un centinaio di deposizioni datato al III millennio a.C.!

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E già così ce n’è d’avanzo! Eppure il sito del “Don Bosco” non aveva ancora finito di rivelare i suoi tesori. Ecco uscire, a settembre 2019, due poderose stele antropomorfe dalla superficie decorata: collane, cinture e pendenti spiraliformi!

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Ed ecco che, poche settimane fa, viene scoperta la terza grande stele … un sito decisamente strepitoso! Come trovare ed aprire un forziere preistorico i cui tesori hanno ulteriormente implementato il già notevole patrimonio cittadino!

Disegno ricostruttivo dell'area dolmenica (www.vs.ch)
Disegno ricostruttivo dell’area dolmenica (www.vs.ch)

Insomma, non c’è molto da aggiungere… In Francia hanno scherzato ma i megaliti possono davvero apparire e sbalordire anche in centro città!

E così è stato anche ad Aosta! Inizia ad essere nota, infatti, l’eccezionale Area Megalitica rinvenuta nel quartiere di Saint-Martin-de-Corléans nel giugno 1969 di cui quest’anno si celebreranno i “primi” 50 anni!

La più vasta area megalitica COPERTA d’Europa estesa su una superficie totale di ben 18.000 mq! Un sito imperdibile per chi viene ad Aosta capace di regalare emozioni insolite anche in virtù di un contenitore avanguardista, futuribile, dal sapore potremmo dire quasi “spaziale”.

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Una sorta di cittadella fortificata in pietra verde e vetro apparentemente inaccessibile, così voluta per sottolineare il distacco con quanto la circonda e la notevole specificità dei resti preistorici (ma anche protostorici e romani) presenti al suo interno.

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Un sito “gemello” del Petit-Chasseur di Sion ma anche, in buona parte, del Don Bosco! Un’area talmente vasta e complessa che ha richiesto un quarantennio di scavi, studi e ricerche nonché un notevole impegno per progettarne e realizzarne la copertura. Che poi solo copertura non è, anzi! E’ un sito rimasto al suo posto musealizzato ed “emozionalizzato” ad hoc!

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 Un sito che, a differenza degli esempi elvetici, ha restituito anche le rare e fragili tracce di rituali di aratura propiziatoria datati al V millennio a.C.!

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Per non dilungarsi, poi, sulle 46 stele antropomorfe, molte delle quali decorate, in buona parte già esposte nel sito ma che, a lavori terminati, quando si mostreranno tutte insieme, lasceranno i visitatori paradossalmente “muti come pietre”, anche se invece le pietre, loro, parlano eccome!

Testimonianze impossibili da asportare (anche perché spostandole le si priverebbe di senso) e troppo delicate per esser lasciate alla mercé degli elementi e dell’inquinamento.

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Per tutti i dettagli dell’Area Megalitica aostana vi rimando ad altri post del blog; in questa sede, infatti, voglio insistere sulla presenza dei #MegalitiinCittà! Che se ci pensiamo, resta sempre qualcosa di insolito e difficile da gestire perché trattasi di reperti davvero assai complicati da individuare (spesso, soprattutto se in cantieri edili senza opportuna sorveglianza archeologica scambiati per mere lastre di pietra), da scavare (il rischio fratture non è secondario), da interpretare (i “misteri” su chi rappresentino sono ancora molti e forse tali rimarranno) e da comunicare al grande pubblico (spesso si sente dire “non sono che grosse pietre..”) ahimé!

E’ decisamente più “facile” quando invece “appaiono” in natura dove l’intorno stesso, incontaminato e selvaggio, li valorizza senza bisogno d’altro. E in effetti, quando si parla di cromlech, dolmen o menhir, la nostra mente vola a Stonehenge, a Carnac o alle possenti tombe dei Giganti sarde…

Ma, facciamocene una ragione, i #MegalitiinCittà esistono eccome! Van trattati coi guanti di velluto e, di pancia, o li ama o li si ignora… ma col tempo, cercando di capirli, si può arrivare ad apprezzarli perché, pur nella loro ingombrante sobrietà, indicano l’estrema importanza e l’ancestrale sacralità del luogo che li ha restituiti!

Megaliti in città! Meraviglia, fascino, stupore. Le grandi pietre della Preistoria che riescono a farsi spazio tra condomini, strade trafficate, scuole e negozi. 

Fare attenzione? Sì, certo! Ma per trattarli bene!

Stella

 

E i Preistonauti sbarcarono ad Aosta. Area Megalitica:l’eterno sorgere dei millenni

“Capitano!! La navicella ha un guasto! Stiamo perdendo quota… sempre più rapidamente! Abbiamo incontrato una terribile tempesta magnetica… Cordylus non ce la fa! Presto, presto… urgente piano di evacuazione! Tutti alle scialuppe di coda!”

Una tempesta. Piogge di meteoriti e polveri incandescenti stavano investendo la navicella spaziale Cordylus. L’equipaggio, pur se ben addestrato e avvezzo a viaggi rischiosi e non privi di incognite, era sopraffatto dall’agitazione. Le mappe erano completamente saltate e il suono martellante dell’allarme era intollerabile. Il loro viaggio, e soprattutto l’esito della missione era drasticamente compromesso. Solo il Comandante, Lythicus, riusciva a mantenere i nervi saldi e continuava ad impartire ordine affinché i suoi uomini potessero mettersi in salvo nonostante la concitazione generale.

“Forza, presto! Tutti nelle scialuppe! Piano evacuazione avviato! E che la forza di Akronos ci assista!… 3, 2, 1: ESPULSIONE IMMEDIATA!”.

Fu un attimo. La navicella Cordylus, che in tanti viaggi e tante missioni aveva trasportato gli uomini di Lythicus, esplose in migliaia di frammenti simili a stelle luminose. Fortunatamente le scialuppe riuscirono a staccarsene in tempo, ma volteggiavano come impazzite perché quella maledetta, terribile e devastante tempesta magnetica aveva mandato completamente in tilt i comandi di bordo. Lythicus, però, riusciva a comunicare telepaticamente coi suoi e a guidarli: non dovevano assolutamente separarsi e solo i vecchi comandi manuali avrebbero potuto supportare la caduta.

L’atterraggio fu brusco ed impattante. Le scialuppe subirono danni irreversibili. Fu Lythicus ad uscire per primo dalla sua. Si guardò intorno, leggermente stordito, con un forte dolore al fianco destro. La testa gli girava, la vista era ancora in parte annebbiata e il cuore batteva all’impazzata. Chissà dove erano precipitati. Che luogo era mai quello?

Cercando di riordinare i pensieri, dopo essersi assicurato che i suoi uomini stessero bene, o meglio, che fossero tutti vivi, il comandante si sedette e, con la testa tra le mani, provò a riflettere sul da farsi. Non voleva perdere quella missione. Non poteva permetterselo! Il suo pianeta, Akronos, era in grave pericolo: una profonda crisi aveva portato subbuglio nella sua gente. Se non avesse portato a termine l’incarico affidatogli, Akronos sarebbe stato divorato dal caos delle ere e dal turbine della non-memoria. Tutti i ricordi, le tradizioni, tutto sarebbe andato perduto, sommerso nelle profonde acque dell’imperscrutabile oceano senza nome, avvolto da nebbie invalicabili.

Il grande re di Akronos, il nobile Aeternum, lo aveva scelto tra altri per inviarlo alla ricerca di un luogo. Un luogo sacro dove il potere della stirpe degli uomini si era manifestato nei secoli in forme e linguaggi di volta in volta diversi, ma che nessuno sapeva esattamente dove fosse. Il sovrano, con l’aiuto del potente sciamano Daimon, gli aveva consegnato una profezia:

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenzioso volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove ti imbarcherai su una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Questa profezia risuonava nelle orecchie di Lythicus e gli batteva in testa come un martello incessante.

Si alzò e cercò un’altura per avere la visuale più ampia. I fumi delle scialuppe distrutte si mescolavano alla nebbia e all’umidità. Il freddo attanagliava le ossa. Udiva, come ovattati, i lamenti dei suoi uomini e ne percepiva lo smarrimento e la paura. Quella terra appariva ostile.

Ad un certo punto uno squarcio di luce: davanti a lui si ergeva un edificio monumentale, scintillante, quasi fosse fatto di vetro. Forme a lui ignote ma che trasmettevano un senso di potenza, quasi fosse una sorta di reggia aliena. Due imponenti corpi di fabbrica divisi da una strada, circondati da un paesaggio simile ad una città ma… disabitato e silenzioso.

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Scese dalla collinetta e radunò l’equipaggio. Si divisero in due squadre ed iniziarono a perlustrare la zona. Davanti ai loro occhi si dispiegava uno scenario decisamente disorientante. Certo, quella doveva per forza essere una città, ma sicuramente da poco era successo qualcosa di terribile. Solo questa immensa reggia di vetro e pietra verde si ergeva al di sopra delle abitazioni; a parte un’altra costruzione, più piccola, proprio accanto.

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Quella Lythicus la conosceva: si trattava di una chiesa, un luogo sacro per gli uomini del pianeta Terra. Che poi, da quell’antico pianeta proveniva anche la stirpe di Akronos che da lì era fuggita quando il passato rischiava di venire fagocitato e distrutto, quando la Memoria iniziava ad essere dimenticata. Lo sentiva come un “nostos“, come una sorta di ritorno a casa… ma chissà in quale area della Terra erano finiti.

Queste riflessioni, passi circospetti e, piano piano, le nuvole si alzarono lasciando comparire una montagna a sud. Anzi si trattava di una coppia di montagne, una muraglia di rocce e neve che cingeva quella città a meridione.

Vista Becca di Nona

Quando la luce del giorno fu piena, si accorsero di essere osservati: gruppi spauriti di persone si erano radunati qua e là, armati alla bell’e meglio, visibilmente provati da fame e stenti. Ne videro altri che uscivano dal sottosuolo; altri che scendevano dalle alture circostanti.

“Chi siete?” – chiesero quegli uomini. Lythicus, che aveva la facoltà di interpretare ogni lingua, rispose: “Giungiamo dal pianeta Akronos, la nostra navicella Cordylus è esplosa nel cielo e abbiamo dovuto atterrare in emergenza. Veniamo in pace. Siamo i cercatori del passato. Siamo Preistonauti. Ma non sappiamo dove ci troviamo”.

“Preistonauti? Mai sentiti! Il pianeta Akronos… ma non è quello dove molti uomini emigrarono anni addietro?”.

“Sì, noi ne siamo i discendenti. Ma il pianeta è allo sbaraglio. Dobbiamo ritrovare la nostra identità affinché le epoche storiche ritrovino il loro ordine. Stiamo cercando un luogo sacro assai particolare, ma… la tempesta magnetica ci ha fatto perdere la rotta”.

” Beh, qui vi trovate in quella che tutti chiamano Aosta. E’ una città antichissima, ma allo sbaraglio, come il vostro pianeta. Per fortuna è rimasta in piedi la chiesetta che vedete laggiù; è il nostro unico punto di riferimento.”

” Ma… e l’edificio monumentale accanto alla chiesetta?”. “Quello? E’ come una fortezza. Racchiude un luogo molto particolare. Nessuno ci vuole più entrare. Tutti ne hanno paura. Nessuno lo capisce. Si dice che emani energie negative… non so.

Tutto era cominciato bene; ma si tratta di centinaia di anni fa! Sì, circa 250 anni fa  (pare fosse il 1969 della nostra era), venne ritrovato dagli uomini che vi videro un’area sacra, un luogo dal potere antichissimo dove stirpi perdute avevano lasciato le loro tracce. Pietre, grandi pietre con la faccia appena abbozzata, armate e vestite con abiti strani… di più non so. Sta di fatto che nessuno oggi riesce più ad accedervi; si è perso l’ingresso! Secondo noi solo entrandovi si potrà spezzare il malvagio incantesimo in cui è caduta la nostra città. Ma la paura è troppa, amico mio di Akronos… Quelli (pochi) che ci hanno provato o non ne sono più usciti oppure son diventati pazzi!”

Lythicus pensò a lungo e meditò su quel luogo così particolare ed imperscrutabile, avvolto nel mistero e temuto dagli uomini. Condivise i suoi pensieri con l’equipaggio e tutti cercarono tra i loro ricordi e le loro conoscenze un modo per entrare in quella roccaforte di vetro e pietra apparentemente inaccessibile.

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Decisero di iniziare con accurati sopralluoghi lungo l’articolato perimetro dell’area. Niente, sembrava davvero privo di accessi!

La mattina seguente Lythicus rimase colpito dal riflesso della grande montagna a sud che si specchiava sulla lucida parete dell’edificio senza porte. Il suo occhio notò per la prima volta dei resti di una scritta… sì, sulla parete rivolta a sud un tempo c’era una scritta accompagnata da strani segni circolari. Ma era troppo in alto. Coi suoi costruì una scala e raggiunse quegli strani segni consumati dal tempo.

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La luce radente lo aiutò nell’impresa. Riconobbe così cinque segni circolari allineati che formavano una leggera curvatura. Riuscì poi ad individuare questa scritta “S–nt –r-in -e Co—an-“.

“Ne sapete qualcosa? O almeno, a qualcuno di voi ricorda qualcosa?” chiese Lythicus alla gente del luogo. Tutti si guardavano sconcertati… “Bisognerebbe chiedere al vecchio della chiesa… è tremendamente anziano tanto che nessuno sa esattamente quanti anni abbia. Ormai la chiesa è diventata la sua dimora; non ne esce mai! Provate!”.

Lythicus e i suoi andarono a cercare questo anziano. “Salve stranieri! Sapevo della vostra presenza in città. E sapevo che non avreste tardato a cercarmi. Qui nessuno sa nulla della nostra storia più antica. La nostra distruzione è anche colpa loro e non se ne rendono conto, miserabili!”. “Chi sei, anziano?”, chiese Lythicus. ” Il mio nome vi suonerà…come dire… famigliare! Mi chiamo… Kordylus!”.

Lythicus e i suoi, increduli, strabuzzarono gli occhi. “Kordylus??!! Ma è il nome della nostra navicella perduta!”. “Lo so. Così come sapevo che prima o poi sareste arrivati. I miei avi fuggirono da Aosta e trovarono rifugio su un altro pianeta; solo mia nonna, all’epoca incinta di mia madre, rimase qui accanto al suo uomo che non voleva andarsene. Mia madre nacque qui. E io pure. Ci sentiamo i custodi di questo luogo e sono sicuro che presto risorgerà! Il mio è un nome antico, un nome di famiglia che ci passiamo di generazione in generazione”.

“Ma, allora, tu sai come entrare nel grande edificio Kordylus?”. ” Certo. Ma non posso farlo da solo. Ho bisogno di un valido aiuto. Ho bisogno di qualcuno che, fino ad oggi, ancora mancava. Quel qualcuno sei tu Lythicus, perché conosci il passato e sei in grado di riordinarlo. Perché sai leggere ed interpretare i segni delle antiche civiltà. Perché hai una missione da compiere, vero?”.

“Eh… sì… tu conosci tutte queste cose, vecchio! Come le sai?”. I due si fissarono intensamente e.. si riconobbero! Non ci fu più bisogno di altre parole”.

Kordylus aprì allora un grosso baule; ne tirò fuori un medaglione su cui era disegnata una spirale. “Questa è una forma ancestrale, Lythicus. Una forma disegnata da Madre Natura. Una forma che rappresenta l’acqua, la terra, la vita. La forma delle ammoniti fossili, delle conchiglie figlie dei mari, dei petali dei fiori. La spirale è il nostro DNA. La spirale indica l’eternità”.

Lythicus prese il medaglione tra le mani e fissava quella linea concentrica come ipnotizzato. “Prendi anche questo.” Kordylus gli porse un frammento di corno di bue semicarbonizzato; “ti servirà!”.

“E i segni sulla parete sud dell’edificio? Tu sicuramente sai interpretarli, giusto?”. ” Sì, ma solo tu sei riuscito a notarli e riportarli alla luce. Saint-Martin-de-Corléans! E’ questo il nome di quest’area. E’ anche il nome di questa vecchia chiesetta che, tenace, sola resiste a questi tempi sconvolti e confusi! I cinque segni rievocano gli allineamenti. Quel luogo fu sacro agli uomini che ci precedettero e che qui costruirono cattedrali il cui soffitto era nient’altro che la volta celeste”.

“Ma come mai questa gente ne ha così paura?”. “Si ha paura di ciò che non si conosce. Se avessero voglia di sapere anziché fermarsi alle apparenze, allora la paura svanirebbe. Ma tale iniziativa deve nascere da loro, non può essere imposta. Solo così le porte del Tempo si apriranno e la città ritroverà il suo Passato ricominciando a vivere”.

La notte servì a Lythicus per elaborare il piano. Ma una strana sensazione gli fece sorgere il dubbio che forse quel luogo poteva servire anche a lui. La profezia di Daimon si ripeteva nella sua testa.

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove dovrai trovare una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Alle prime luci dell’alba Lythicus si avviò verso la roccaforte imprendibile di Saint-Martin-de-Corléans. Si fermò davanti ai resti dell’antica scritta e puntò il medaglione contro di essa. Non appena i primi raggi di sole colpirono la parete, il riverbero si specchiò nel medaglione che, a sua volta, si riflettè sulla parete di lucida pietra verde.

E una porta si aprì!

Lythicus entrò immediatamente, si voltò, ma la porta si richiuse immediatamente alle sue spalle. Si ritrovò immerso in un’avvolgente penombra che quasi gli dava come un senso di sonnolenza, di pesantezza. Non volle tuttavia cedere a quella insolita sensazione e cercò di capire da che parte doveva andare. Riconobbe un corridoio in leggera discesa; su un lato quel che restava di antiche vetrate gli diede un riferimento: serviva a scendere nel sottosuolo, proprio accanto alla chiesa.

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I suoi passi rimbombavano nella semi oscurità. Inconsciamente si rese conto di tenere in mano il medaglione come se fosse una torcia fino a che, stupito, si rese conto che quel medaglione emanava luce davvero! Si accorse di una serie di porte, e capì, da come erano fatte, che erano delle “timegate”, delle porte del Tempo, come aveva detto Kordylus la sera prima: “le porte del Tempo si apriranno…”. Una dopo l’altra le superò tutte, compiendo un viaggio che lo condusse dalla sua epoca fino ad un passato remoto, un passato in cui la Storia ed il Mito si fondevano e si confondevano, un Passato che molti non avevano saputo leggere, né capire.

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Ecco, all’improvviso una vasta distesa si aprì davanti a lui. Al centro una costruzione di pietra si ergeva al di sopra di una piattaforma di pietrame più minuto. Ma Lythicus era lontano… non vedeva bene, non capiva… si sentiva come atterrato nuovamente su un pianeta sconosciuto; un naufrago approdato non si sa bene come su un’isola aliena e disorientante.

No, da lì non avrebbe individuato la strada. Doveva trovare un punto elevato e guardare dall’alto per avere una mappa, diciamo, da cui partire. Si accorse di alcune scale e di corridoi rialzati tutti intorno a lui. Ma tutto era come disequilibrato; era come muoversi nel grosso relitto di una nave naufragata. Sinistri scricchiolii, rumori lontani, vacillamenti delle strutture… Non senza fatica riuscì a portarsi al piano più alto da cui godere di una vista panoramica su quel luogo inaspettato.

Si affacciò dalla balconata e… rimase senza fiato! La terra non era piana, ma solcata da tracce profonde e parallele, “simili a onde marine”.

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Perché il suolo era inciso in quel modo? Chiuse gli occhi e si concentrò cercando tra le sue conoscenze di Storia: un’aratura! Ma certo! Quel suolo era stato consacrato per mezzo di un’aratura in tempi in cui l’agricoltura era ancora una conquista “recente” e il buon raccolto era considerato il frutto della benevolenza delle forze sotterranee. Un buon raccolto significava una forte stirpe ed una solida comunità.

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Vide poi tutt’intorno gli allineamenti di cui gli aveva parlato Kordylus. Alcuni buchi più grandi e profondi; altri più piccoli e, tra questi, alcuni di forma quasi circolare e altri di forma più o meno rettangolare. Da nord-est verso sud-ovest: questa era la direzione prescelta.

Allineamenti

Una direzione che richiamava il moto del sorgere del sole in estate. Certo, l’estate: la stagione dell’abbondanza, del trionfo della Natura! I buchi più grandi erano dei pozzi, ma non vennero utilizzati per l’acqua, bensì per deporre nel sottosuolo offerte alle divinità ctonie, quelle che muovevano le forze del ventre della terra e potevano far germogliare i semi.

Fermandosi a meditare concentrato sulle singole tracce, Lythicus poteva visualizzarne le origini, l’identità e la funzione. Si avvicinò quindi ai buchi circolari più piccoli; osservandoli con attenzione vide che sul fondo di uno di essi vi era un frammento di corno bovino bruciato. Capì e vi depose il corno che gli aveva dato Kordylus: una sequenza luminosa si accese ai suoi piedi e dei fasci tubolari si innalzarono dai buchi verso il cielo. Il soffitto, fino a quel momento buio, si accese di centinaia di luci cangianti che mutavano colore ed intensità: dal bianco argenteo, lunare, fino al rosso infuocato del tramonto, continuando a ripetersi all’infinito. Era il respiro dei millenni che si muoveva intorno a lui e pervadeva quell’immenso spazio punteggiato di… grandi pietre!

La scia luminosa dei fori circolari ad un certo punto si spense per spostarsi sulla sequenza delle fosse rettangolari da cui si ersero enormi lastre di pietra sagomate a forma d’uomo, alcune appena accennate, altre più definite. La luce invase un corridoio parallelo e Lythicus rimase senza fiato: davanti ai suoi occhi si paravano, maestose ed enigmatiche, ben 46 grandi stele di pietra da cui emanava luce vera. Volti silenziosi, immutabili, avvolti da un’aura di ancestrale sacralità.

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“In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei.”

Quasi incredulo, tremante, si avvicinò ad una di queste e vide che sulla sua superficie era riportato un doppio medaglione a spirale.

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Non ebbe più dubbi: il destino, il caso, aveva voluto che l’esplosione del Cordylus paradossalmente li portasse proprio nella giusta destinazione! Era quella la terra indicatagli dalla profezia di Daimon: e lì avrebbe trovato la nave di pietra che avrebbe portato in salvo gli abitanti di Akronos… ma dove?

Si avvicinò ad un’altra stele e ne osservò le armi: quel pugnale, era decisamente… uguale al suo! Quella forma particolare dell’impugnatura semilunata… ma certo! Prese il suo, che portava sempre alla cintola, e lo avvicinò a quello raffigurato sulla pietra: i due pugnali si “riconobbero” e si illuminarono. Dal suo un raggio puntò verso la grande costruzione lapidea al centro dell’area.

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Lythicus si incamminò su quel corridoio di luce e raggiunse quello strano cubo con una sorta di oblò d’ingresso dal quale, però, lui non riusciva a passare. Girò intorno a quello strano cubo e le sue facoltà gli fecero capire che si trattava di una tomba; una tomba fatta con grandi pietre e che aveva contenuto i corpi di molti uomini, ma anche di donne e bambini. Una tomba di clan. Una tomba che, a distanza di millenni, ancora riusciva ad esprimere la forza e la potenza di un gruppo di uomini. Scavalcò i lastroni laterali per entrarvi. Non appena vi fu dentro gli parve che la terra sotto di lui si muovesse… era forse un capogiro? No, la terra aveva preso davvero ad ondeggiare! Era come il … mare… un mare di terra! Ad un certo punto la costruzione di pietra iniziò a sollevarsi su quelle strane onde e lui ne era come il nocchiero in tolda!

La prua appuntita prese a muoversi verso una direzione precisa: si stava dirigendo a nord-ovest, verso la terra delle lunghe Ombre eterne.

Fu così che Lythicus, senza neppure rendersene conto, si ritrovò oltre il tempo e lo Spazio al cospetto di re Aeternum che, felice, lo accolse e gli riservò tutti i massimi onori. Lythicus aveva salvato Akronos dall’autodistruzione! Aveva restituito la Memoria ai suoi abitanti. Lythicus, da quel momento, detto “il Grande”.

E ad Aosta? Nessuno quella mattina si accorse di nulla. Tutto si era svolto come se non avesse occupato altro che lo spazio di un sogno. Un sogno di cui al risveglio tutti in città si erano già dimenticati. La sede dell’area megalitica brillava al sole e, nonostante fosse ancora mattina presto, si stava formando una lunga coda all’ingresso. La fama di quel sito si era diffusa; dopo un primo momento di difficoltà e di incomprensione ora veniva gente da ogni parte per visitare quel luogo così insolito.

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Si conclude così il viaggio appassionante di Lythicus (e nostro) alla scoperta di questa complessa area megalitica ritornando, a ragion veduta, sul continuo rincorrersi di vita e morte, riassunto alla perfezione dalla nitida eternità della pietra che qui domina incontrastata. Vita e morte che ritornano nell’archetipica figura di San Martino, qui venerato santo eponimo del quartiere, portatore di luce e combattente delle tenebre.

La profezia si è avverata. Gli uomini hanno ritrovato memoria ed identità perdendo le loro cupe paure e la loro ritrosia.

E voi, non vi va di provare l’emozione di un viaggio da Preistonauti in quel luogo dalle grandi pietre dove un sol giorno può durare millenni?

Stella

 

 

 

 

 

Monte Bego. Il “meraviglioso” regno di roccia del Dio della Tempesta

Quando odi tra i monti il cupo rimbombo del tuono che riecheggia e si spande tra le valli; quando vedi scuri nuvoloni addensarsi sulle vette e poi piano piano sfrangiarsi e arrotolarsi tra i boschi impigliandosi nei rami dei pini… Ebbene, è quella la voce del Dio della Tempesta!

Giusto 2 anni fa ho avuto finalmente il privilegio di andare di persona alla corte di questo dio misterioso, amato e temuto. Vi voglio raccontare questo viaggio e portarvi con me appena oltre confine: a #Tenda ( per dirla in francese, Tende), nel dipartimento delle Alpi Marittime. Dalla Valle d’Aosta non è lontano: direzione Cuneo, poi Limone Piemonte e via verso il tunnel del colle di Tenda.

Una valle lunga e stretta, dalla natura severa ma dai villaggi incantati. Una specie di piccola Valle d’Aosta “al contrario” dove, nonostante si sia in territorio francese, quasi tutti hanno cognomi italiani, le insegne dei locali e degli alberghi sono spesso in italiano così come i nomi delle strade, delle piazze… tutti capiscono e molto spesso parlano l’italiano. Una terra di confine che nel tempo è sempre stata sballottata dagli eventi e dalla geo-politica un po’ di qua e un po’ di là!

#Tenda è abbarbiccata sul pendio di un monte; sembra quasi uno di quei pittoreschi borghi del Centro Sud d’Italia. Le case strette le une alle altre e la grande chiesa lassù, in alto, nascosta tra i vicoli ma splendente di una facciata color corallo. E ancora più sù, miracolosamente “sospeso” su una cresta rocciosa, il castello dei Conti Lascaris, arricchitisi grazie all’esazione di “salati” pedaggi lungo la… Via del Sale (non a caso).

Prima tappa (imperdibile!) il Museo “delle Meraviglie”, nel centro di Tenda. Ma perché si chiama così? Perché al suo interno custodisce le “meraviglie” di quest’area disegnata, incisa nel senso più letterale del termine, dallo scorrere della storia. Una Storia con la “S” maiuscola, plurimillenaria, che ha iniziato a lasciare tracce sin dal VI millennio a.C., in epoca neolitica. Siamo infatti nella Valle delle Meraviglie, inserita insieme alla vicina Valle di Fontanalba, nel Parco naturale del Mercantour.

Una Valle dal nome fiabesco che le credenze popolari hanno, però, sempre un pò temuto. I pastori sapevano di quegli strani segni incisi sulle lisce pietre levigate da antichi ghiacciai ormai scomparsi. Una valle dall’aspetto lunare…direi assai simile alla nostra zona del Mont Avic, nella sua parte più alta. Strani segni, dicevamo… Figure zoomorfe e geometriche incise sulle rocce. Decine, centinaia, migliaia… a perdita d’occhio! Adagiate ai piedi della vetta rocciosa del Monte Bego (2872 metri), le valli delle Meraviglie e di Fontanalba presentano un interesse archeologico, etnografico e naturalistico unico!

Un paesaggio geologico glaciale dal fascino pervasivo racchiude circa 40.000 incisioni rupestri per la maggior parte datate tra IV e III millennio a.C.! Oltre 4.000 rocce, infatti, presentano segni con caratteristiche ricorrenti. Primeggiano i “cornuti”, i segni interpretati come bovidi, spesso affrontati tra loro… sì, un pò come nelle “batailles des reines”! Anzi, al Museo di Tende sono anche visibili degli oggetti in pietra ed in osso raffiguranti questi bovini (molto stilizzati) con grandi corna! Le corna, simbolo dei grandi bovini, dei tori. Il toro, sin dalla notte dei tempi e in numerose culture, animale totemico legato alla forza, alla virilità, ma anche al dirompere dell’acqua. Si pensi alle classiche divinità dei fiumi nel mondo greco, romano e medio-orientale assimilate a tori. Singoli, aggiogati o affrontati..questi animali ricorrono spessissimo; un leit-motiv quasi ossessivo! Costanti, ripetuti, ricalcati… una sorta di litania di pietra sulla pietra…

Insieme ai bovini altri segni tra i quali si distinguono dei quadrati suddivisi al loro interno di parcelle, come delle scacchiere: i campi coltivati? Dei villaggi cintati visti dall’alto?

Ma appaiono anche oggetti: molti pugnali, ma anche alabarde. Strumenti guerrieri, aristocratici, ma anche cultuali. Pugnali interpretati anche come fulmini, come le saette brandite dal dio delle tempeste. Potevano non provarne paura le popolazioni della zona incapaci di interpretare questi segni? La storia alla base della leggenda. La leggenda che nasconde e dissimula la storia.

Ecco da cosa sono nate le diverse credenze. Valli abitate da demoni e  da streghe; valli dove poteva essere molto pericoloso attardarsi, perdersi..magari per non tornare mai più! Non è lontana da qui la Valmasca (in Piemonte) il cui nome include lei, la “masca”, ossia la “strega”. Splendide escursioni, a piedi o con l’aiuto di mezzi 4×4, si possono fare tra Francia e Italia, in questa zona così vissuta, segnata, contesa. Tra la Via del Sale, la Strada Reale sabauda e una costellazione di fortificazioni e casematte.

Valli abitate da esseri fantastici e temibili. Un’altra vetta laterale della Valle delle Meraviglie ancora oggi si chiama la Cima del Diavolo; si dice che quando il tempo peggiora, le prime nuvole minacciose, nere, cariche di pioggia, arrivino proprio da lì… oltre che dal Monte Bego, vero sovrano di questo luogo. Assomiglia al Mont Avic: isolato, appuntito, ruvido e spigoloso. Lassù, si narra, risiede le Dieu de l’Orage, il Dio della Tempesta. E infatti lassù, in vetta, non ci sono segni. Lassù non servono perché è la casa del dio; il divino è immanente! Quel dio tanto invocato e pregato proprio attraverso le migliaia di segni ed incisioni sparsi in queste valli così scabre, dove stagionalmente appaiono laghi effimeri simili ai laghi incantati delle fate; dove le piogge abbondanti e violente trasformano gli scivoli rocciosi in terribili cascate d’acqua. Una terra di pastori, perlopiù. Una terra dove l’acqua è preziosa, indispensabile. Dove per avere quest’acqua così sospirata bisogna pregare, e tanto, ancora oggi!

Qui si possono fare delle escursioni “meravigliose”… meravigliose per davvero, nel senso letterale del termine! Ve lo racconto perché le ho fatte! Con l’aiuto di una delle bravissime e preparatissime guide locali potrete inoltrarvi in questo magico regno di roccia e scoprire, leggere ed interpretare queste “preghiere” su pietra lontane millenni. Ma non solo: c’è un’iscrizione latina dal gergo un po’… triviale. E brani di preghiere cristiane; addirittura un’immagine taurina trasformata in volto di Cristo! E nomi, date, firme…ricordi.. che si perdono tra vite di pastori e di soldati, quassù, dove il mondo è lontano, apparentemente inafferrabile. Vi giuro che mi sto ancora emozionando adesso che vi scrivo di questi luoghi, di questi orizzonti, di queste vette. Due volte sono stata qui e per due volte, pur con una mattinata di sole, nel pomeriggio abbiamo udito quella voce cupa ed inconfondibile… la voce del tuono, accompagnata dalla pioggia. La nostra escursione-preghiera aveva funzionato? Oppure il Dio della Tempesta manifestava la sua ira?

E infine arrivi là, davanti allo “sciamano”: così è chiamato un segno composto da altri segni combinati tra loro cui si aggiungono, lateralmente, delle “manine” reggenti due pugnali. Lo Sciamano, non a caso, “guarda” direttamente verso la cima del Monte Bego. E’ lui, il sacerdote più importante, il mezzo, l’ambasciatore, il tramite tra l’uomo e la divinità.

E quando poi ritorni a valle ancora te la senti dentro (certo, se si è sufficientemente sensibili) quell’energia, quella sottile ma palpabile magia emanata dalle rocce. Hai avuto il privilegio di recarti al cospetto del Dio della Tempesta, ripetendo dei passi e ricalcando dei sentieri percorsi da migliaia di uomini per migliaia e migliaia di anni.

Stella

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Area Megalitica di Aosta. Preistoria da fashion week. Il glamour senza tempo delle stele “dalle spalle larghe”

Pochi giorni fa, il 25 febbraio, si è conclusa la sempre attesa e super seguita Milano Fashion Week.

Non sono certo una fashion-blogger, ma la moda mi ha sempre interessato molto. Sono curiosa delle tendenze, delle diverse declinazioni che l’abbigliarsi assume nel tempo e nello spazio.

Sarà che nei miei variegati trascorsi ci sono anche studi di canto lirico nel cui ambito ho approfondito la storia del costume…

Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società, una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.

Da brava archeologa mi è sempre piaciuto moltissimo studiare i cambiamenti di foggia d’abito o di acconciatura che sempre hanno contraddistinto non solo epoche ben precise, ma connotato socio-culturalmente uomini, personaggi, siano essi stati capi, guerrieri, sciamani e sacerdoti.

I mutamenti nelle acconciature delle primedonne dell’antica Roma, ad esempio, aiutano ad individuare un’epoca: dal sobrio ciuffo rigonfio tirato sulla fronte alla moda di Livia, moglie di Augusto,

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fino alle complesse, direi barocche, acconciature ridondanti di riccioli, boccoli e “extensions” dell’epoca flavia,

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fino alle pettinature “a melone” del III secolo d.C. sdoganate dall’imperatrice Giulia Domna, una vera “influencer” del suo tempo!

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Eh già, regine, principesse e star non lanciano tendenze solo oggi, ma da sempre.. pensiamo all’inimitabile Cleopatra, non bellissima ma super affascinante e magnetica erede della dinastia tolemaica, indiscussa ammaliatrice di uomini … e che uomini!

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Dopotutto l’ultima sovrana d’Egitto è glam ancora oggi; potrebbe essere benissimo una “it-girl” da milioni di followers su Instagram!

O, procedendo nel tempo, alle mode lanciate da donne di potere come Caterina de’ Medici che vestiva sempre di nero e, cosa assolutamente nuovissima, indossava lingerie! Per non parlare dei profumi, altra sua passione insieme al gelato e… ai veleni!

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Oppure come non pensare alla grande Elisabetta I d’Inghilterra, una vera trend-setter del XVI secolo! Le sarebbe servita non una cabina, ma una villa armadio se pensate che, si dice, possedesse almeno 2000 guanti!  La sua moda era così scandalosa in termini di volumi e stravaganza che solo lei, la regina, poteva permettersi di indossarli.

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Dopo le sue apparizioni le sue dame iniziavano a copiare i suoi abiti, utilizzando però materiali meno preziosi. Un pò quello che accade oggi: guardando le Fashion Weeks ci innamoriamo di un capo, e non potendocelo permettere, lo cerchiamo nella grande distribuzione o sulle bancarelle del mercato. Ma questa è tendenza! E anche questo parla di noi che ci rifacciamo ad un look per poi reinterpretarlo e adattarcelo su misura.

Ma veniamo all’oggetto protagonista di questo mio post: l’Area Megalitica di Aosta!

Non voglio qui dilungarmi su questo sito straordinario, inaugurato nel 2016 dopo oltre 40 anni di scavi e ricerche. Scoperto fortuitamente nell’estate del 1969, guarda caso un mese prima che l’uomo mettesse piede sulla Luna e, in Valle d’Aosta, una coppia di archeologi atterrava sull’inatteso pianeta delle grandi pietre! Ecco, anni ’60-’70: e già questo lo rende squisitamente, irresistibilmente vintage!

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Non insisterò sul fatto che si tratta dell’area megalitica coperta più vasta d’Europa (oggi sono visitabili 10.000 mq ma al termine dei lavori l’intera area si estenderà su qualcosa come 18.000 mq!), oltretutto in pieno contesto urbano: uno urban style dove un’Antichità senza tempo strizza l’occhio al futuribile contemporaneo.

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Ma riallacciandomi a quanto visto sfilare alla FashionWeek 2019, vorrei attirare la vostra attenzione su quanto siano trendy le misteriose statue-stele dal profilo umani risalenti al III millennio a.C.!

Ci hanno detto che nella stagione “fall-winter 2019” torneranno le giacche over-size con le spalline imbottite e vagamente a punta che conoscevamo nei ruggenti anni ’80.

giacche anni 80

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Ebbene, senza ombra di dubbio le nostre stele antropomorfe hanno le spalle larghe con quella nitida forma trapezoidale intrisa di severo distacco.

VALLE D'AOSTA-Stele area megalitica Saint-Martin-de-Corléans Aosta (foto Enrico Romanzi)-9598 (1)

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Abbiamo visto strizzare l’occhio a pellicce sempre sovradimensionate, spesso create a patchwork con ritagli diversi o comunque ispirate ad indumenti antichi, quasi dei capispalla preistorici che non avrebbero sfigurato indosso a Ötzi e compagni. E se fino all’anno scorso i colori erano super sgargianti, quest’anno c’è il ritorno del naturale: dalla sabbia al cammello fino ai marroni più scuri.

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Ecco, anche per le nostre statue stele gli studiosi non escludono la raffigurazione di dettagli lavorati che in origine potevano essere proprio di pelliccia, magari lavorate a check o a triangoli.

Ci hanno detto che molti stilisti o fashion designer hanno riproposto lo stile optical con abiti profusi di quadretti, righe e triangoli.

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Ebbene, osservate con attenzione alcune delle nostre stele e noterete la presenza di abiti ed ornamenti decorati proprio con questo stile!

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Una curiosità in più: stando agli studi più recenti, parrebbe che i quadretti siano esclusivo appannaggio delle stele maschili!

E anche sotto questo aspetto le nostre statue stele sono di moda: non presentano, infatti, peculiarità specifiche che distinguono al primo sguardo i personaggi maschili da quelli femminili. I caratteri spiccatamente sessuali risultano annullati. Maschio e femmina appaiono quasi sovrapponibili se non fosse per alcuni dettagli legati agli abiti o, ancor di più, agli accessori (armi, gioielli, borselli…)!

Abbiamo poi notato come si sia confermata la tendenza dell’unibrow, cioé del monosopracciglio, folto e apparentemente non curato alla moda di Frida Kahlo.

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Beh, osservate, laddove ancora riconoscibili, i volti definiti “a T” delle nostre stele… eh?!

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Una caratteristica ulteriormente accentuata e talvolta esasperata da un make-up geometrico che va a scolpire letteralmente la zona occhi conferendole un fascino insolito, tra lo statuario e il robotico!

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Un dialogo-contrasto, quello tra l’Antico e il Contemporaneo che nell’arte preistorica trovo che si sublimi raggiungendo un linguaggio essenziale, muto ma pervasivo, sottile ma potente.

L’enigma delle statue-stele dell’Area megalitica di Aosta. Divinità? Capi tribù? Guerrieri? Sciamani? Difficile a dirsi ma sprigionanti un fascino magnetico capace di ipnotizzare superando le barriere del tempo e dello spazio.

Stella

Castello di Graines. La bambina, il cavaliere e la matita incantata

Caterina aveva otto anni. Abitava in un grazioso villaggio in alta Val d’Ayas, ai piedi di montagne mozzafiato, tra prati e boschi. Caterina amava molto andare a scuola e adorava disegnare. Ogni attimo di tempo libero prendeva un foglio, le sue matite e iniziava a volare con la fantasia. La nonna le raccontava spesso storie e leggende e lei si divertiva a fantasticare su quelle streghe, quei diavoli, i folletti, i principi, i draghi… non avrebbe mai smesso!

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Le piaceva immaginare come sarebbe stato vivere in un castello, indossando vestiti eleganti e sontuosi, innamorata di un principe bellissimo e coraggioso!

I suoi genitori, però, lavoravano duro; non era semplice mandare avanti la stalla, seguire il bestiame, i campi, la produzione di burro e formaggi… E lei, la maggiore di quattro figli, doveva saper fare un po’ di tutto, studiare e naturalmente badare ai tre fratellini. Che stanchezza! Ecco che il disegno, per il quale oltretutto era molto dotata, era la sua unica valvola di sfogo. Doveva solo stare attenta a non perdere la cognizione del tempo, altrimenti suo papà la richiamava all’ordine con modi, diciamo, bruschi…

Un pomeriggio, infatti, il papà le aveva detto di scendere in paese per alcune commissioni, tra cui andare dal calzolaio a far riparare le scarpe invernali.

Lei era andata ma… il calzolaio le aveva detto che ci sarebbe stata un’oretta da aspettare e così… beh… Caterina si era messa a girovagare nei dintorni, poi si era seduta su una panchina e aveva iniziato a passare il tempo nel modo a lei più congeniale: disegnando!

Una, due, tre ore erano passate e ormai era quasi buio! Solo in quel momento Caterina si rese conto del pazzesco ritardo che aveva accumulato! Si precipitò alla bottega del calzolaio, ma era già chiusa! Corse più veloce che poteva per tornare a casa e, quando aprì la porta, fu accolta dai suoi genitori preoccupati e arrabbiatissimi; con loro c’era anche il calzolaio che, non vedendola tornare, pensava fosse a casa.

“Ora basta, Caterina!!”, urlò il padre, “stai davvero esagerando! Ne ho abbastanza dei tuoi disegni e della tua perenne distrazione! Ma quando imparerai a stare coi piedi per terra?!” e, detto questo, le prese dallo zaino fogli e matite e glieli lanciò nella stufa; “e per un bel pezzo, stanne certa, di matite e roba simile non se ne parla!”, tuonò infine il papà.

Trascorsero alcuni giorni, ma Caterina, pur obbedendo in silenzio ai genitori, non era più la stessa; aveva perso il sorriso, non aveva più voglia né di parlare né di mangiare.

Una sera in cui era più triste del solito, andò a letto prestissimo e crollò sfinita in un sonno profondo.

“Ehi, ehi, Caterina! Caterina mi senti? Sono qui, in fondo al tuo letto!”.

La bambina aprì gli occhi e… ai suoi piedi era seduto un nano! Ma certo, era proprio un nano! Piccolino e cicciottello con una lunga barba bionda, due occhietti verdi vispi e furbi e ai piedi uno splendido paio di sabots d’oro!

”Sei triste, vero, Caterina? Eh, io lo so perché!”, disse il nano avvicinandosi; “guarda, so come aiutarti. Lascio sotto il tuo letto una sacca: domattina aprila e vedrai! Stai serena, piccola! E non smettere di credere ai tuoi sogni!”.

La mattina seguente, di buon’ora, Caterina si svegliò; si sentiva strana, quasi non riuscisse a svegliarsi del tutto… “Che strano sogno che ho fatto!”, pensò, “chissà se c’è davvero qualcosa sotto il letto!”.

Caterina si chinò e… un sacchetto di velluto verde giaceva in attesa che lei lo trovasse.

“Allora era vero! Cosa ci sarà qui dentro?”; la bimba aprì freneticamente il sacchetto e vi trovò … “Una matita!!”. Sì, dentro c’era una matita, una sola, più lunga e più spessa delle normali matite, tutta dorata. La mina era davvero spettacolare: aveva dentro tutti i colori dell’arcobaleno! “Wow! Che meraviglia! Voglio provarla subito!”.

Caterina prese allora un pezzo di carta e vi disegnò un gattino. Il gattino risultò di colore arancio, come se quella matita sapesse a quale colore lei stesse pensando…

Si voltò un attimo e “Miao miao…!!”, Caterina vide con grande stupore che il micio era vero! Era uscito dal foglio e aveva preso vita: “Oddio! Ma è una matita magica! Non ci posso credere!”.

Provò a disegnare un vaso di fiori e dopo alcuni istanti esattamente quel vaso coi colori cui lei pensava faceva bella mostra di sé sul davanzale della finestra.

Caterina era fuori di sé dalla felicità ma sapeva che doveva tenere tutto nascosto, altrimenti sarebbe stato un bel guaio!

Da quel giorno ogni momento di solitudine era buono per disegnare ciò che desiderava: cagnolini, farfalle, bambole, ma anche vestiti, scarpe, torte e biscotti!

Tutto però veniva accuratamente nascosto: guai se i suoi genitori l’avessero scoperta! E guai se la notizia si fosse diffusa…

Un giorno, però, mentre guardava le mucche al pascolo, venne allarmata dall’abbaiare del cane: un vitello era scivolato in un dirupo e si era ferito.

Caterina fu assalita dal panico: cosa poteva fare’ Lassù non c’era nessuno!

Decise di provare a disegnare una lunga corda annodata attorno al vitello e agganciata ad una carrucola. Funzionò! Il marchingegno si materializzò e il povero animale fu in salvo! Però aveva una zampa rotta… Solito sistema: disegnò il vitello con tutte e quattro le zampe sane: il risultato non tardò ad arrivare!

“Per fortuna non mi ha visto nessuno!”, sospirò la bambina, ma… qualcuno invece aveva assistito alla scena!

Sulla via di ritorno Caterina incontrò una vecchietta: era disperata!

“Oh povera me… povera me… sono disperata! Chi mai potrà aiutarmi? Oh che sciagura! Sono rovinata!”

Caterina si fermò e le chiese cosa fosse accaduto.

“Sono una sarta. Avevo ricevuto ordini importanti! Avevo finito ieri di confezionare abiti meravigliosi… E’ scoppiato un terribile incendio e ho perso tutto! Come faccio?! Sono rovinata!”.

Caterina ci pensò un po’ su e, buona com’era, offrì il suo aiuto alla nonnina. “Tu?! Aiutarmi? Ma sei solo una bambina… come puoi aiutarmi?”, disse la vecchietta.

“Non preoccuparti. Domattina verrò qui e tu mi accompagnerai a casa tua dove si trovava il tuo laboratorio”.

Il giorno dopo le due, come d’accordo, si incontrarono all’incrocio del vecchio noce e la vecchina accompagnò Caterina a casa sua. Cammina, cammina… non si arrivava mai!

“Ma, scusi signora, è ancora molto lontano?” chiese la bimba iniziando a preoccuparsi.

“No. No… forza! Sei giovane! Cosa dovrei dire io allora?!”.

Un’ultima ripida salita e giunsero su un altipiano arido e roccioso; tutt’intorno le rovine di quello che doveva essere stato un grande edificio… “E’ questa casa tua?” chiese dubbiosa Caterina; “sembrano rovine molto antiche e non vedo traccia di incendi recenti… dove siamo?!”.

La vecchietta, che le dava le spalle, improvvisamente aprì le braccia e si voltò: un violento turbine nero la avvolse, il suo viso si trasformò in una maschera diabolica con gli occhi rossi e la donna divenne altissima, circondata da nuvole nere e fiamme. Una risata raggelante riempì la vallata.

“Sciocca bambina! Sono la potente strega del lago di Villa! Per secoli ho dovuto nascondermi in fondo alle scure acque del lago, privata del mio castello! Ma ti ho vista! Ho visto il potere della tua matita magica! E ora quella matita sarà mia per sempre! E potrò riavere il mio castello e tornare a dominare incontrastata la valle! Come nei secoli passati prima che arrivasse quel dannato cavaliere che mi ha relegata nel lago!”.

Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))
Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))

In men che non si dica la strega fu addosso a Caterina e, immobilizzatala con un incantesimo, le rubò il sacchetto con la preziosa matita.

Caterina non poteva muoversi né urlare. La strega prese la matita e iniziò a disegnare il suo castello, solo che … non ne era capace! Proprio così, lei non aveva il dono di Caterina e i disegni non restavano sul foglio: dalla matita uscivano solo righe nere e brutte chiazze disordinate.

Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)
Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)

“Maledizione!”, urlò la vecchia furiosa, “Che magia è mai questa?! Ma non importa: ora tu disegnerai per me! Obbedisci! Altrimenti ti trasformo in una rana e ti caccio in fondo al lago!”.

Ma Caterina era molto intelligente e non priva di furbizia. Iniziò a disegnare ma chiese alla strega di non guardare, altrimenti la matita non avrebbe funzionato. E così, avendo ascoltato con attenzione la storia della strega, anziché disegnare il castello, iniziò a delineare sul foglio il profilo di un prode cavaliere.

Fu così che, non appena ebbe finito, in lontananza si udì un nitrito e all’orizzonte apparve lui, il prode cavaliere.

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“Maledetta ragazzina! Mi hai ingannata!” urlò la vecchia tentando di trasformarla in una rana. Ma i suoi gesti erano disordinati e frettolosi e così non fece altro che trasformare pietre e cespugli in rospi gracidanti.

Nel frattempo giunse il cavaliere che, rapidamente, mise davanti alla strega uno specchio: in questo modo lei stessa fu vittima della sua magia. Tornò ad essere rana e venne scagliata, stavolta per sempre, in un gorgo sul fondo del lago di Villa.

“Complimenti Caterina! Sei stata davvero coraggiosa!”, disse il cavaliere, “per ricompensarti vorrei aiutarti ad esaudire il tuo grande sogno. Non vorresti forse un castello tutto tuo? Un castello disegnato da te’”.

“Oh, certo! Sarebbe bellissimo, ma… dove? Io… come faccio?”, chiese ancora confusa la piccola.

“Non preoccuparti! Vieni, dai, salta sul mio destriero. Ti accompagnerò nel luogo migliore dove, vedrai, abita un amico che già conosci!”.

Stretta al cavaliere Caterina si godette quella fantastica cavalcata; le sembrava di volare sui prati, di accarezzare le chiome degli alberi, di riuscire ad afferrare il vento e toccare il sole.

Giunsero quindi su una collina, un’altura che dominava tutte le vie che, provenendo dai colli intorno, si congiungevano nel fondovalle non lontano dal villaggio di Brusson.

Scesa da cavallo la bimba si guardò attorno: che posto magnifico! Poi guardò nuovamente il cavaliere e si accorse di un particolare: “Ops, ma il tuo mantello è tagliato! E’ stata la strega?”.

“No, piccola”, sorrise il cavaliere, “è così da molti molti secoli; io stesso lo tagliai dividendolo a metà per aiutare un mendicante a riscaldarsi. Io mi chiamo Martino e ho attraversato più volte l’intera Europa per liberare le terre da demoni e streghe. Questo luogo è strategico, da qui si può controllare l’intera vallata: un castello serve proprio!”.

“Ehi voi due! Ci sono anch’io, eh?! Questa collina è casa mia!”; il nano! Ma certo! Era proprio il nano dagli zoccoli d’oro che aveva regalato la matita magica a Caterina!

“Le leggende narrano che qui sotto vi sia un immenso tesoro… in realtà è casa mia! E da qui, da un punto segreto che conosco solo io, si può accedere alle nostre straordinarie miniere d’oro!”, spiegò il nano. “Mi chiamo Greno! Piacere di rivedervi!”.

“Bene”, riprese il cavaliere Martino, “disegna ora il tuo castello, Caterina!”.

La bimba lasciò correre la sua fantasia e la matita fece il resto. Ecco che intorno a loro presero forma alte mura merlate, edifici, una cappella. Il punto più alto restò vuoto.

“Quassù, esattamente sopra l’ingresso della mia dimora sotterranea, devi piantare la tua matita”, disse Greno, “come fosse un albero!”.

Caterina lo fece, ma pareva non succedere nulla.

“Non avere fretta, piccola”, la rassicurò il cavaliere, “ora vai a casa. Questa notte resterò io qui a sorvegliare. Domattina avrai il tuo castello! Abbi fiducia!”.

Greno fece tre salti sbattendo gli zoccoli e, in un battibaleno, Caterina si ritrovò nel suo letto… ma com’era possibile?

“Sei ancora sveglia?”, chiese sua mamma aprendo la porta, “forza, dormi, che domattina dobbiamo partire presto per il mercato!”.

Sfinita da una giornata incredibile, Caterina sprofondò in un sonno pesantissimo, Quando si svegliò era ormai l’alba e sentiva i suoi genitori che trafficavano tra la cucina e la stalla.

Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)
Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)

“Caterina, ti abbiamo lasciato il latte sul tavolo! Sbrigati a far colazione!”, disse il padre. Caterina andò in cucina, si sedette e mentre sorseggiava il suo latte, il suo sguardo fu attratto da un libro che non aveva ancora visto. Parlava dei castelli della Valle d’Aosta. Lo sfogliò curiosa e, fatalmente, il libro si aprì sul “Castello di Graines”… era il suo! Come segnalibro, una luccicante matita dorata…

Stella

Un omaggio non solo all’affascinante castello di Graines ma all’intera Val d’Ayas in questo mio racconto.

La bimba si chiama Caterina in ricordo dell’impavida Caterina di Challant che qui si asserragliò in occasione della guerra contro il cugino Giacomo.

Il nano si chiama Greno, come appunto il villaggio di Graines. Un nano, leggendario custode e abitante delle miniere  d’oro di cui questa vallata è ricca.

San Martino, cavaliere, soldato dell’impero romano il cui Cammino, di valenza europea alla stregua della Via Francigena, attraversa la nostra regione e il cui culto è assai diffuso in Valle d’Aosta. Uno dei luoghi emblematici è appunto la cappella castrense di Graines (castrum Sancti Martini).

Ammantato di magia il non lontano castello di Villa, culla d’origine della famiglia Challant, le cui rovine dominano dall’alto lo splendido Lago di Villa, Riserva naturale protetta.

Buona lettura a tutti!

 

 

Ma chi è Gion? Misteriose presenze nella Cattedrale di Aosta

Già… chi è? E soprattutto che ci fa in Cattedrale ad Aosta? Per cominciare il nostro viaggio alla ricerca del misterioso Gion, iniziamo col recarci nella zona del presbiterio dove, alle spalle dell’altare, si sviluppa il bellissimo mosaico dei Mesi e dell’Anno, vero capolavoro di tecnica musiva risalente alla fine del XII secolo.

LO SCORRERE DEL TEMPO

Era una moda assai diffusa quella di ricordare l’eterno ciclo del Tempo attraverso la raffigurazione dei dodici mesi; un tempo naturalmente sorvegliato e protetto da Dio. E anche qui in Cattedrale è Cristo, raffigurato giovane (un’eterna giovinezza) in trono a dominare il Tempo degli uomini scandito dalle ben note attività dei campi.

Cristo è il centro dell’universo e governa i moti celesti tenendo nelle mani il Sole e la Luna. Tutt’intorno i moti sempiterni e circolari dell’universo in rapporto ai quali la vita di un uomo non è che un attimo, un battito di ciglio. Ma l’uomo misura il suo tempo con lo scorrere dei giorni, dei mesi, delle stagioni. E ogni stagione ha i suoi ritmi, le sue precise attività. In un tempo in cui l’agricoltura occupava gran parte della vita umana, era importante calcolare le lune e le levate di determinate stelle che servivano a capire se era giunto il tempo oppure no. E tutto questo era monitorato e garantito dalla superiore ed imperscrutabile potenza divina.

ANTICA TRADIZIONE

Il ciclo dei Mesi è un’antica tradizione iconografica che compare già all’inizio del XII secolo tra le decorazioni scultoree delle Cattedrali europee. Ma l’usanza risale ad una ancor precedente tradizione ellenistica di illustrare con miniature i calendari, in cui i mesi apparivano sotto forma di personificazioni legate a modelli iconografici di età classica.

La tradizione di raffigurare i Mesi fu trasmessa al Medioevo che apportò alcune modifiche iconografiche legate al carattere agricolo, feudale e cristiano della società; in epoca carolingia (IX secolo) le personificazioni vengono sostituite da figure ritratte nello svolgimento di un’attività lavorativa caratteristica di ciascun mese dell’anno. Tra l’XI e il XII secolo il rinnovato ciclo dei Mesi acquista sempre maggiore importanza e si struttura in serie iconografiche diversificate da regione a regione, in relazione alla varietà del clima e del ciclo agricolo. Il lavoro nella società comunale recupera un valore positivo e viene considerato un’attività nobilitante e salvifica, attraverso cui l’uomo può riscattarsi e partecipare al piano della Redenzione. E’ il lavoro, infatti, a garantire un nuovo slancio alla civiltà europea, un rinnovato benessere che viene celebrato attraverso le grandi decorazioni; l’immagine dei Mesi nei cicli decorativi degli edifici romanici esprime proprio questo nuovo ruolo del tempo del lavoro umano, la cui sacralità viene ribadita attraverso le rappresentazioni dei Segni zodiacali e delle costellazioni che, spesso, affiancano le immagini dei Mesi nelle decorazioni.

PARENTESI GUCCINIANA

Scusate, ma ci sta davvero bene! La splendida “Canzone dei Dodici Mesi” di Guccini… se volete ascoltarla

Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato
fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato…

Sono distese lungo la pianura bianche file di campi,
son come amanti dopo l’avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi…

Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza…
L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..

Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il velo,
porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgelo…
Riempi il bicchiere, e con l’inverno butta la penitenza vana,
l’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare.

Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele…
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l’amore,
come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole…

Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera,
il nuovo amore getti via l’antico nell’ ombra della sera, nell’ ombra della sera…
Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore,
mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore…

Giugno, che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio:
in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io…
E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro,
con le tue spighe doni all’ uomo il pane, alle femmine l’ oro, alle femmine l’ oro…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione…
Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore
mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore…

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…
Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti,
lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti…
Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada
te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada…

E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte…
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

TORNIAMO IN CATTEDRALE

Si comincia (o almeno, noi oggi siamo abituati a cominciare perché un tempo l’anno iniziava con Marzo/Aprile, ossia con la primavera dominata dal segno dell’Ariete) con Gennaio. Ianuarius è raffigurato come il dio romano Giano: bifronte, rivolto tanto al vecchio quanto al nuovo; per una porta che si chiude, ce n’è un’altra che si apre.

Gennaio. Mosaico inferiore della Cattedrale (foto di Enrico Romanzi)
Gennaio. Mosaico inferiore della Cattedrale (foto di Enrico Romanzi)

Februarius ci ricorda che il clima è ancora rigido e che è preferibile dare la priorità alle attività domestiche; una donna si scalda davanti al fuoco acceso. Febbraio, mese del fuoco, della Candelora, della prima tanto attesa luce dal sapor di primavera.

Febbraio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Febbraio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

E arriva Marzo. Si torna in campagna per dedicarsi alla potatura e alla cura della vigna. Tuttavia, poiché il vento è freddo e il clima mutevole, il contadino indossa ancora il caldo mantello invernale.

Marzo. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Marzo. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

Aprile, il mese preferito dall’uomo medievale (anche da me perché ci sono nata!), riempie i prati di fiori invitando a stare più tempo all’aperto.

Aprile. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Aprile. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

Maggio incede cavalleresco: è il trionfo della primavera e il signore può finalmente tornare in sella al suo cavallo e dedicarsi alla caccia.

Maggio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Maggio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

In Giugno si falciano i prati; l’11 del mese, San Barnaba, tradizionalmente si avviava questa attività. E qui vediamo il contadino che conficca con vigore la sua falce nel folto dell’erba. E’ estate.

Giugno. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Giugno. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

A Luglio prosegue il lavoro nei campi e il contadino compone le fascine.

Luglio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Luglio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

Agosto è il mese della battitura del grano e infatti lo vediamo con l’attrezzo abituale; i chicchi venivano così separati dalla pula e dalla paglia.

Agosto. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Agosto. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

Arriva Settembre. Il contadino ha appena il tempo di riprendere fiato e già comincia la vendemmia. Qui vediamo il vignaiolo che danza allegramente nella tinozza con le gambe nude.

Settembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Settembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)

A Ottobre torna a soffiare quel vento già freddo di fine autunno; il contadino ha nuovamente indossato il mantello invernale e si appresta alla semina. Il grano riempie il suo grembiule e il braccio si prepara a spargere il seme che dovrà dormire in terra, protetto dalla coltre nevosa, per tutto l’inverno. “Sotto la neve il pane” dicevano i nonni!

Ottobre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Ottobre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)

Con Novembre occorre prepararsi all’arrivo dell’inverno e il contadino va a fare provvista di legna. Qui lo vediamo tornare a casa con la schiena curva sotto il peso dei rami raccolti.

Novembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Novembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)

Ed ecco infine Dicembre. E’ il momento di uccidere il maiale in vista sia dei grassi e festosi banchetti natalizi che delle necessarie scorte domestiche per la brutta stagione. Dal freddo ci si ripara anche coi cibi “giusti” e, si sa, del maiale non si butta via niente!

Dicembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Dicembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)

SI’… MA CHI E’ GION??

Abbiamo ripercorso tutto l’anno. Ma ancora non abbiamo capito “chi è Gion”!!

Se aguzzate la vista, allora lo noterete. Ma sì, lassù in alto nell’angolo a destra. Eccolo il nostro Gion che si sporge curioso ad osservare le umane vicende. Sospeso ad una corda guarda verso l’angolo opposto da cui si affaccia l’amico Fison. Gion e Fison, insieme ai ben più noti Tigri ed Eufrate, sono gli altri due fiumi del Paradiso terrestre. Gion (anche chiamato Geone o Ghione) è stato interpretato come il Nilo, mentre Fison, qui rappresentato mentre porge una brocca, dovrebbe essere il Gange o l’Indo.

Il fiume Gion. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Il fiume Gion. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)

Ecco chi è Gion! Dal folto dell’Eden sgorga portando la vita. Quella che poi ogni Uomo, sorvegliato da Dio, vive anno dopo anno nella speranza dell’altra vita, quella eterna…appunto.

 

Stella

 

Area Megalitica di Aosta. Il trend del Passato d’Avanguardia

Musée de la Préhistoire. Les Eyzies-de-Tayac, Dordogna, Francia
Musée de la Préhistoire. Les Eyzies-de-Tayac, Dordogna, Francia

 

Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon. Quinson, Alpes de Haute-Provence (Francia)
Musée de Préhistoire des Gorges du Verdon. Quinson, Alpes de Haute-Provence (Francia)

 

Musée des Gaulois de Bibracte. Borgogna, Francia
Musée des Gaulois de Bibracte. Borgogna, Francia
Museo Retico. Sanzeno, Val di Non, Trentino Alto Adige, Italia
Museo Retico. Sanzeno, Val di Non, Trentino Alto Adige, Italia

 

Neanderthal Museum, Dusseldorf. Germania
Neanderthal Museum, Dusseldorf. Germania

 

Laténium-le plus grand musée archéologique de Suisse. Neuchatel, Vallese, Svizzera
Laténium-le plus grand musée archéologique de Suisse. Neuchatel, Vallese, Svizzera

 

Museo archeologico di Aguntum. Dölsach, Tirolo, Austria.
Museo archeologico di Aguntum. Dölsach, Tirolo, Austria.

 

Museo de la Evolución Humana, Burgos, Spagna
Museo de la Evolución Humana, Burgos, Spagna

 

Nuovo Museo dell'Acropoli. Atene, Grecia
Nuovo Museo dell’Acropoli. Atene, Grecia

 

Metropol Parasol Antiquarium-museo archeologico. Siviglia, Spagna
Metropol Parasol Antiquarium-museo archeologico. Siviglia, Spagna

 

Musée départemental de l'Arles antique. Arles, Provenza, Francia
Musée départemental de l’Arles antique. Arles, Provenza, Francia

 

E questi sono solo alcuni dei musei archeologici tra i migliori in Europa.

Ebbene, vi sembra ancora così inguardabile, così brutta, così vergognosamente sovradimensionata e inappropriata l’Area Megalitica di Aosta? Sì? Beh, sui gusti personali di ognuno certo non voglio entrare, ma vorrei solo spingervi a riflettere su come ormai da alcuni anni, se non di più, la tendenza sia quella di inserire e musealizzare siti archeologici, in particolare preistorici e protostorici, in contenitori dal sapore nettamente futuristico che volutamente contrastano con quanto li circonda.

Questo perché? Perché l’intento è di segnalare incisivamente la presenza di testimonianze assai diverse dalla nostra quotidianità, dalla nostra rassicurante “comfort zone”. Testimonianze provenienti da un mondo lontano se non remoto, da civiltà che si credevano perdute ma che ancora vogliono raccontarci qualcosa di loro, da epoche decisamente diverse, “altre” dalla nostra.

Ecco che i contenitori sono filosofia fatta architettura, sia all’esterno che all’interno.

Esternamente con forme e materiali spesso inusuali, stravolgenti, futuristiche, scabre, taglienti, essenziali. In fondo, scusate, ma cosa c’è di più essenziale, sobrio, basico e concettuale del passato più remoto? Quali forme sono giunte a noi da quelle epoche?

Quanto ancora riesce a sconvolgerci la preistoria coi suoi linguaggi spesso criptici e per nulla immediati?

Per non parlare degli interni. Rampe improvvise e pozzi del tempo da cui riemergere con percorsi a spirale, a zigzag o concentrici. Linee, a volte spezzate, a ricordo della lunga e non semplice evoluzione umana. Giochi di luce,di specchi e di riflessi perché in questo modo siamo chiamati a confrontarci con quello che dopotutto è il nostro stesso passato, con quelli che altro non sono che i nostri antenati più visceralmente lontani.

Giochi inattesi di luci, ombre, lampi e buio. Il lento ma continuo ed inesorabile scorrere delle stagioni, delle costellazioni, dei giorni e delle notti, dei soli e delle lune. Albe millenarie e tramonti senza fine su vestigia apparentemente fredde e mute ma dall’eloquente, sebbene enigmatico, silenzio.

E’ su tutto questo che edifici del genere, così disorientanti e impattanti vogliono giocare.

E cosa c’è di più simile alla Preistoria dell’Arte Contemporanea, coi suoi tagli, le sue nude geometrie, i suoi sconcertanti accostamenti, la sua difficile essenzialità?

Lo ha cantato persino Francesco Gabbani un paio di Festival di Sanremo orsono: “Contemporaneo come l’uomo del Neolitico” e non è solo uno scherzo o una similitudine azzardata da tormentone radiofonico.

Scusate, ma cosa c’è di più essenziale e nudo di più splendidamente ed eloquentemente concettuale, di più decisamente contemporaneo di una stele?!

 

 

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Stella

 

 

 

 

 

Il Castello di Aymavilles. La sabbia magica

Molti anni fa una famigliola giunse nel villaggio di Amavilla, un grazioso borgo allo sbocco della valle di Cogne. La famigliola giungeva da un paese molto lontano e il viaggio era stato assai lungo. Non fu facile inserirsi, soprattutto per la lingua diversa e le altrettanto differenti abitudini.

Il piccolo Paolo aveva 7 anni e ancora non si era fatto nuovi amici. Timido e riservato faceva fatica ad adeguarsi a tutte quelle novità. Il papà e la mamma erano sempre impegnati al lavoro e lui si annoiava parecchio.

Un giorno in cui era più annoiato del solito decise di esplorare da solo quel nuovo paese; prima girovagò per le strade e per i vicoli del villaggio, poi iniziò ad allontanarsi sempre di più, sempre di più, finché non si trovò in un luogo stranissimo. Ripide pareti di roccia color argento facevano capolino qua e là nel mezzo di una fitta vegetazione: alberi e cespugli stavano piano piano ricoprendo un luogo incredibile: “Cavoli, sembra pietra lunare!”, esclamò stupito il bambino.

Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)
Aymavilles. Le cave di marmo abbandonate (da Wikipedia)

Intorno a lui scopriva blocchi di pietra dalle forme geometriche, alcuni spaccati altri ancora integri, con un colore grigio-azzurro quasi brillante. Paolo si perse ad esplorare quel posto così strano e non si accorse che presto si fece buio.

“Oh no… e adesso?! Come faccio a tornare a casa?!”. Il bimbo provè a tornare sui propri passi ma inciampò e proprio in quel momento si alzò un turbine di vento che gli fece entrare della sabbia negli occhi: “Ah! Che male! Non vedo più niente!”. Paolo provò a strofinare gli occhi, ma più lo faceva e più la sabbia penetrava. Incominciò a piangere e a chiamare il suo papà, gridando aiuto. Ma più piangeva e più la sabbia si cementava incollandosi alle ciglia finché formò un tappo sui suoi occhi.

Stremato dalla paura e dal freddo, dopo alcune ore Paolo crollò addormentato.

I suoi genitori, angosciati, lo avevano cercato tutta la notte ma non si erano spinti fin lassù; riuscirono a ritrovarlo solo al mattino. Paolo era vivo, ma i suoi occhi non si aprivano. Neppure il dottore sapeva cosa fare. E più Paolo piangeva, più il terribile tappo di sabbia si inspessiva.

Passarono alcuni giorni finché nel villaggio iniziò a circolare la voce che il conte stava tornando dal suo ennesimo viaggio. Era il nobile conte Vittorio, colto e raffinato proprietario di quelle terre.

Giunto in paese si informò sulle eventuali novità accadute in sua assenza ed un servitore gli parlò della povera famigliola di stranieri che viveva in una contrada isolata tra i boschi; gli disse anche del bimbo e della strana malattia agli occhi che lo aveva colpito dopo essersi smarrito nella vecchia cava di marmo abbandonata.

Il conte era noto per la sua estrema curiosità e per le sue incredibili conoscenze che spaziavano dalla storia alla geografia, dall’arte alla geologia, dalla filosofia alle scienze. La sua dimora infatti, dove quasi nessuno aveva mai potuto mettere piede se non espressamente invitato, si diceva fosse uno straordinario museo di bellezze e preziose rarità che lui raccoglieva in giro per il mondo in occasione dei suoi numerosi viaggi.

Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)
Il conte Vittorio Cacherano Osasco della Rocca Challant (da Wikipedia)

E fu così che il conte Vittorio si fece accompagnare a casa del piccolo Paolo. I due affranti genitori rimasero letteralmente senza parole ma una fiammella di speranza riaccese i loro cuori.

“Ebbene, ditemi, dov’è il piccolo? Posso vederlo?”, chiese il conte. Giunto vicino al letto di Paolo, si sedette, e lo guardò a lungo. Poi lo svegliò: “ Paolo, posso raccontarti la storia dei miei viaggi?”. Il bambino rimase meravigliato: finalmente qualcuno che non veniva lì per piangere e compatirlo. Finalmente qualcuno che cercava di distrarlo e farlo divertire, di farlo sognare!

“Oh sì, per favore! Ma … chi sei?”. “Sono un uomo che viaggia molto e che ha sempre voglia di conoscere il mondo, con tutte le sue differenze e curiosità”.

E il conte iniziò così a raccontare. Il viaggio in giro per l’Europa, i misteriosi manieri inglesi, le immense cattedrali francesi, i villaggi della verde Germania… E poi ancora le assolate lande spagnole, lo sfarzo di Madrid, la magia di Siviglia, e poi verso ovest, fino in Portogallo, fino alle colonne d’Ercole, fino all’infinito spumeggiante oceano. E ancora la Grecia, terra del mito, dove ogni albero e ogni pietra sprigionano il fascino senza tempo di una storia antichissima. L’Egitto, terra magica e affascinante, con le sue piramidi e le enigmatiche sfingi metà uomo e metà leone. E le Indie dai mille colori, profumate di spezie. E l’Oriente coi suoi straordinari alberi di pesco, i giardini curati come gioielli, quasi cesellati, dove le donne sembrano delicate bambole di porcellana…

Paolo non credeva alle sue orecchie, totalmente rapito dai racconti del nobile Vittorio, stava viaggiando con la fantasia e gli sembrava di vedere davvero tutti quei luoghi lontani. Aveva smesso di piangere, anzi, rideva.

E avvenne che, come per miracolo, rise talmente tanto che il tappo di sabbia si spaccò e cadde: Paolo vedeva di nuovo!

La felicità generale era indescrivibile; il conte aveva salvato il piccolo.

Uscendo disse: “Paolo, ora rimettiti del tutto. Tra una settimana manderò un mio servitore a prenderti: sei mio gradito ospite! A presto”.

Paolo iniziò un entusiasta conto alla rovescia; chissà che palazzo incredibile aveva il conte! Non stava più nella pelle!

E il giorno tanto atteso giunse: il servitore del conte fece salire il bimbo su una meravigliosa carrozza condotta da una coppia di magnifici cavalli bianchi dai nomi decisamente insoliti: Aimone e Amedeo.

“Eccoci piccolo, siamo arrivati!”.

Paolo scese e con suo grande stupore si trovò…nel nulla! Ebbene sì, era in cima ad una collina affacciata sul fiume e circondata di giardini e vigneti. Un posto senza dubbio molto bello, ma… il palazzo dov’era?!

“Benvenuto caro Paolo! Sono felice che tu sia qui!”. La voce ferma del conte rimbombò alle sue spalle. Paolo stava per fargli mille domande, ma il conte lo fermò immediatamente: “Non chiedermi nulla, Paolo. Fa quel che ti dico. Tieni, ti do un secchiello e una piccola pala. Vicino a me c’è della sabbia. Costruiscimi un castello, per favore, come piacerebbe a te!”.

Paolo non capèiva, ma sentiva che quel gioco avrebbe riservato una sorpresa! Riempì il suo secchiello pèiù volte, pressando bene la sabbia umida e realizzò quattro belle torri tonde. Poi le unì tra loro per creare un edificio che, infine, circondò con una cinta di difesa e un fossato.

“Ecco! Ho finito!”, esclamò Paolo soddisfatto.

“Mmmhh…direi un ottimo lavoro, Paolo! Solido ed elegante allo stesso tempo! Ora apri questa scatola: c’è un regalo per te!”.

“Un regalo?!! Wow!”, Paolo scartò il pacco con frenesia, pieno di entusiasmo. “Cos’è, un cannocchiale?”, chiese disorientato.

Il caleidoscopio
Il caleidoscopio

“Più o meno. Si usa come un cannocchiale, ma…guarda dentro!”.

Paolo avvicinò l’occhio a quel tubo leggero e colorato e… davanti a lui esplosero incredibili giochi di colori scintillanti dalle forme più diverse! “E’ un caleidoscopio”, disse il conte, “fa vedere ciò che di norma non si vede…fa sognare e volare con la fantasia. Ma su, non smettere; continua a girarlo e vedrai ancora più cose!”.

Paolo girava quel sorprendente caleidoscopio e ad un certo punto i colori lasciarono il posto ad immagini di luoghi incredibili, paesaggi ed edifici che sembravano usciti dal mondo delle fiabe.

“Ora guardati intorno”, disse il conte.

E fu così che Paolo si ritrovò ai piedi di un bianco edificio con quattro possenti torri agli angoli; una monumentale scalinata di marmo lucente conduceva ad un portone tutto decorato. “Vieni, seguimi!” lo spronò il nobile Vittorio. Una volta entrato Paolo credette di essere arrivato nel paese dei suoi sogni: intorno a lui ogni parete, ogni stanza, raccontava di un luogo, di un viaggio…

Un castello "caleidoscopico" da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)
Un castello “caleidoscopico” da scoprire (collage di foto di Stella Bertarione)

Tutte le stanze erano diverse tra loro dando l’impressione di essere non solo in un altro paese, ma anche in un altro tempo con atmosfere antiche o di epoca medievale. E ovunque erano esposte le mille e mille rarità collezionate dal conte. Il bimbo era rimasto senza fiato e non avrebbe mai più voluto uscire da lì!

“Hai visto cosa si può fare con la sabbia, Paolo? L’importante è che sia sabbia magica; ma la vera magia che serve è quella dei nostri sogni! Benvenuto quindi nel mio palazzo, il magico castello di Aymavilles!”.

Stella

Ringrazio di cuore l’amico Enrico Romanzi per la bella immagine di copertina. Per il piccolo Paolo mi sono ispirata al figlio di nostri cari amici che abitano proprio ad Aymavilles.

I due destrieri che tirano la carrozza del conte portano i nomi dei due esponenti di casa Challant che hanno fatto sì che il castello acquisisse l’aspetto così particolare che conserva ancora oggi nonostante alcuni rimaneggiamenti successivi.

Castello di Cly. Il sortilegio delle tre lune

Il tempo scorreva lento nella valle della Dora, scandito dal ritmo delle stagioni e dei lavori nei campi. Dal fondovalle, il maniero dei ricchissimi signori di Cly si vedeva assai bene. Sin da lontano si scorgeva la sagoma della possente torre quadrangolare costruita direttamente nella roccia.

Nobile famiglia di uomini d’arme quella dei Cly, ramo collaterale dei potenti Visconti di Aosta, il cui feudo si estendeva a cavallo del Cervino prolungandosi fino al di là delle montagne in terra straniera. Un feudo incredibilmente vasto e decisamente strategico per il controllo di vie commerciali all’epoca molto frequentate; vie che riuscivano a passare attraverso colli e ghiacciai in punti che oggi non esistono forse nemmeno più.

Per decenni i signori di Cly si erano mostrati benevoli verso i loro sudditi, garantendo loro protezione e non facendo mai mancare cibo e lavoro. Ma fu con l’arrivo di Bonifacio che la situazione iniziò a peggiorare: avido e meschino, Bonifacio non si faceva scrupoli e non provava compassione per nessuno. Il tutto precipitò tragicamente quando il potere finì nelle mani di suo figlio Pietro, tanto bello quanto crudele.

Era un giovane uomo di sfolgorante bellezza: alto, muscoloso, capelli neri come la notte e occhi di un verde “raggelante”. Occhi capaci di far crollare chi lo fronteggiava, capaci di incutere timore, incapaci della minima pietà. Occhi di serpente: ipnotici e letali.

Erano dunque anni turbolenti, segnati dalla prepotenza e dalla collera di Pietro di Cly, che con la sua incredibile arroganza non si fermava di fronte a nulla, non riconosceva alcuna autorità se non la sua e percorreva i suoi possedimenti seminando panico e devastazione. Dopo aver sperperato rapidamente l’eredità paterna in giostre, tornei e feste solo per esibire la sua ricchezza e la sua prestanza fisica, aveva iniziato a razziare i villaggi, taglieggiare i viaggiatori e le carovane di mercanti, persino a sequestrare uomini importanti chiedendo cospicui riscatti, circondandosi di delinquenti e criminali ai quali offriva protezione.

Un giorno durante una delle sue abituali scorrerie, raggiunse una casupola isolata che, si diceva, fosse abitata da un’anziana sola, da molti ritenuta una saggia veggente, da altri considerata in odore di stregoneria. Persino i suoi malavitosi compagni avevano un certo timore ad avvicinarvisi.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)

“Femminucce! Ecco cosa siete! Vili conigli! E io che vi dò pure da mangiare! Avete paura di una nonnetta dunque? Venite con me o giuro che stasera le vostre teste rotoleranno giù dalla torre! Codardi che non siete altro!”.

Giunsero quindi davanti a questa povera casa. La porta era socchiusa, le galline razzolavano nell’aia e un gattone scuro sonnecchiava sul davanzale della finestra. Pietro scese da cavallo e per primo si fiondò all’interno. La stanza era nella penombra e sul fuoco c’era un grande calderone al cui interno ribolliva una zuppa. “Che puzza! Per Giuda, vecchia, ma cosa mangi! E rovesciò il pentolone a terra con stizza.

L’anziana sedeva placida in un angolo scuro e non sembrava affatto scossa o spaventata- “E quindi così vuoi dimostrare la tua forza, Pietro di Cly, al pari di un monellaccio di strada!”, sibilò l’anziana guardando a terra senza smettere di lavorare la lana.

“Ma come osi parlarmi così vecchia strega?! Pagherai con la vita la tua sfrontatezza! Anzi, mi seguirai trascinata dal mio cavallo, ti rinchiuderò nelle oscure segrete del mio castello e darò fuoco a questo porcile che tu chiami casa! E guardami quando ti parlo!!” gridò il feroce signore.

Pietro si avventò sulla donna e le strinse la gola. Lei allora alzò lo sguardo su di lui, ferma e immobile come fosse di pietra. in quel momento Pietro rimase bloccato da quegli occhi: uno nerissimo e uno di un celeste chiarissimo, quasi bianco.”

“Che tu sia maledetto, Pietro di Cly! Ecco la mia condanna: l’eterna vecchiaia, l’eterna infermità, e peggio ancora, l’eterna solitudine e l’eterna indifferenza! Questo patirai in eterno; non morirai perché sarebbe la fine delle tue sofferenze! Non ci sarà più nessuno con te! E non avrai neppure bisogno di sfamarti. Vivrai, o meglio, sopravvivrai a te stesso … e basta! Potrai salvarti solo se capiterà una notte con tre lune!”.

Pietro tentò di reagire con una risata sguaiata e incontrollata e strinse più forte che poteva il collo dell’anziana, ma… lei non c’era già più! Improvvisamente la casupola era fredda e vuota; il camino era spento e lui era improvvisamente solo! Chiamò i suoi uomini, ma nessuno rispose. Uscì: solo il vento e la neve. Improvvisamente l’estate era sparita per lasciare il posto al gelo e al silenzio. Anche il suo cavallo era scomparso. Solo il gatto era rimasto al suo posto. Pietro tentò di sfogare la sua ira su di lui ma il felino lo fissò con un tremendo paio di occhi: uno nero e uno celeste. Gli soffiò inferocito e scomparve nella nebbia.

Passarono mesi, anni, decenni. I villaggi intorno al castello erano andati spopolandosi. I campi erano incolti e le foreste si stavano riappropriando del paesaggio. Il castello di Cly si ergeva sul promontorio roccioso circondato da un fitto labirinto di alberi contorti, rovi e sterpaglie. Le mura erano ormai cadenti, i merli si stavano sgretolando e l’antica cappella era semi-diroccata. Non si udiva un suono né si vedeva anima viva. Il silenzio avvolgeva quello scenario spettrale con quell’unica grande torre a dominare su una landa sferzata da un vento che non conosceva fine.

Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo-LYTD11)
Il Castello di Cly (Foto di Emi Dattolo.LYTD11)

Solo durante la notte, si raccontava nelle osterie del fondovalle, si poteva scorgere una sagoma ingobbita muoversi lentamente con una lucerna dietro le finestre del piano nobile.

Fu con grande stupore che i pochi contadini rimasti accolsero un mese di novembre insolitamente mite e straordinariamente senza vento. Un volgere d’autunno così non si vedeva da molti anni!

Una sera, sul far del tramonto, Denise raggiunse il minuscolo gruppo di case abitate. Stava compiendo un lungo viaggio. Giungeva da nord ed era diretta nella città più importante della valle, Aosta. Era quasi buio e decise di fermarsi; bussò ad una porta e una bimba venne ad aprirle. “Chi sei? Mamma! Vieni!”.

“Ciao piccola, mi chiamo Denise, Sono in viaggio da molto tempo. E’ quasi notte e sono stanca e infreddolita. Posso fermarmi da voi per favore? Non darò disturbo, mi basta una stuoia a terra vicino alla stufa”.

La bimba la fissava sorridente e fu solo quando la luce la illuminò che Denise notò il diverso colore dei suoi occhi: uno nero e l’altro celeste.

“Entra pure, straniera, che tu sia la benvenuta. Non abbiamo molto, ma un tozzo di pane e del formaggio spero possano bastare. Mi scuso ma non potrò dedicarti molto tempo perché il mio piccolo giace a letto molto malato! Da oltre una settimana non riusciamo ad abbassargli la febbre… non so se ce la farà e l’unico medico della vallata non viene qui da noi perché non possiamo pagarlo!”. La giovane madre era disperata e Denise ebbe l’istinto di abbracciarla: “Non temere! Cercherò di fare io qualcosa. Sono un’erborista e so guarire le persone con la sapienza degli antenati. Se hai fiducia in me, vedrai che andrà tutto bene!”.

La donna restò affascinata da quella ragazza forestiera dai lunghi capelli biondi e ricci e dal largo sorriso. Aveva il viso buono e sentì che poteva affidarle il suo bimbo.

Denise gli andò vicino, lo toccò sul viso, sul collo e sul petto. Si mise una mano sul cuore e recitò alcune preghiere nella sua lingua sconosciuta. Poi aprì la sua borsa e ne estrasse alcuni preparati che diede al piccolo. La mattina seguente la febbre era passata!

La donna gridò al miracolo e presto la notizia si diffuse nella valle. Un numero crescente di persone giungeva in cerca di Denise, la guaritrice venuta da Nord.

Fu dopo una decina di giorni che Denise, incuriosita dal castello che vedeva in lontananza, iniziò a chiedere informazioni su chi lo abitasse. Nessuno voleva o riusciva a darle una risposta soddisfacente. Una sera, però, venne inaspettatamente avvicinata dalla bimba dagli occhi bicolori: “Sei curiosa, vero? Scommetto che nessuno ti ha raccontato del misterioso signore di Cly e del sortilegio delle tre lune!”.

Denise la guardò sbalordita:”Misterioso signore? Sortilegio? Ma tu come sai queste cose? Raccontami, ti prego…”.

“Mia nonna mi ha raccontato di questo signore feroce e cattivo che venne punito da una nostra antenata, una vecchia saggia che lui aveva aggredito senza ragione. Quel signore era giovane, forte e straordinariamente bello. Fu condannato a vivere per sempre vecchio, malato e solo, nell’indifferenza generale”, spiegò la bimba.

“Vecchio, solo e malato… per sempre”, commentò Denise, “Ma cosa c’entrano le tre lune?”.

“Il perfido signore potrà guarire soltanto nella notte delle tre lune!”, le rispose la bimba.

“Tre lune, ma è impossibile! Tutte e tre insieme nel cielo?”. “Il sortilegio non parla del cielo, solo di tre lune insieme… Scusa ma ora è tardi, vado a dormire”.

Denise avrebbe voluto saperne molto di più; rimase lì, fuori, a guardare la notte e con la mente affollata da mille domande.

A lungo meditò su quanto la strana bimba dagli occhi diversi le aveva raccontato. Pensò e ripensò, cercando tra le sue conoscenze in campo erboristico se esistesse qualche arcano rimedio, qualcosa capace di guarire il signore, qualcosa che potesse far comparire contemporaneamente tre lune.

E fu così che una notte di dicembre, quella che precedeva la festa dell’Immacolata, dopo aver visto sul lunario che ci sarebbe stata luna piena, Denise si armò di coraggio e si diresse verso l’oscuro maniero intenzionata a capire e a rompere il sortilegio. Solo così, ne era sicura, quelle terre sarebbero tornate a rifiorire e i suoi abitanti a lavorare e a vivere meglio.

La luce della luna la guidò attraverso la cortina di rovi e rami nodosi facendole individuare un pertugio, una piccola breccia nel muro di cinta. Una volta entrata nel cortile del castello fu colpita da raffiche di vento gelido, il terreno era ghiacciato e il buio avvolgeva ogni cosa. Solo una luce, tremula e fioca, si muoveva dietro una finestra del piano nobile. Denise aguzzò la vista e riconobbe una sagoma malferma e gobba, quindi udì, portati dal vento, pianti e lamenti.

Raggiunse il punto più alto e aperto del cortile e si inginocchiò; si mise una mano sul cuore, come faceva di solito, e iniziò a recitare le sue preghiere. Come per magia la grande luna piena apparve nuovamente forando il buio pesto che avvolgeva il castello. Denise estrasse dal suo borsone un catino e vi versò dell’acqua benedetta. Quando la luna arrivò a specchiarsi nel catino riflettendo la sua immagine, Denise gettò nell’acqua una tonda perla di vischio, la pianta sacra capace di ridare forza e vigore, la pianta che i suoi avi ritenevano in grado di dare l’immortalità.

Ecco che così tre lune apparvero insieme: quella nel cielo, la sua immagine riflessa e la perla di vischio.

Una nebbia scese improvvisamente, densissima, e avvolse ogni cosa. Improvvisamente Denise avvertì una presenza accanto a sé e si sentì sfiorare il braccio: era la bimba dagli occhi diversi: “Brava! Davvero… dopo decenni sei l’unica ad aver sciolto il sortilegio. Questa terra tornerà a fiorire, sotto la protezione del vischio e delle tre lune. Le tue conoscenze e la tua intelligenza hanno trovato la formula giusta!

Ah, io mi chiamo Evenzia. Se vorrai trovarmi sali al colle che domina il villaggio là dove si passa per raggiungere le terre della grande montagna appuntita. E’ lì che viveva mia nonna”.

E, trasformatasi in un gatto scuro con un occhio nero ed uno celeste, svanì nel nulla.

Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)
Il castello di Cly dopo un temporale (Foto: Leonardo Acerbi)

Col gatto svanì anche la nebbia e Denise si ritrovò nella piazza d’armi del castello, circondata da soldati. I vessilli e i gonfaloni dei Cly si gonfiavano nel vento. Tutto era illuminato e c’era un via vai di uomini e animali. Il maniero di Cly era tornato a splendere. Le guardie si gettarono sulla ragazza ritenendola una ladra o una mendicante e fecero per catturarla quando il signore, Pietro di Cly, uscì correndo dal castello.

“Fermi! Non toccatela! Lei è una mia ospite”; poi, rivolgendosi a Denise, rimasta senza parole davanti a quel giovane incredibilmente bello, disse: “Grazie Denise. Mi hai salvato! E grazie a te ho capito molte cose. Riparerò i miei errori. Queste terre torneranno ricche e floride!”.

E fu così che Denise rimase a vivere a Cly, amata sposa di Pietro che, da parte sua, fece aggiungere tre lune crescenti allo stemma di famiglia a perenne ricordo di quanto accadutogli. Divenne un signore magnanimo, giusto e buono. A tutti dava ascolto e portava aiuto.

Lo stemma degli Challant Cly
Lo stemma degli Challant Cly

Decise quindi di tornare, a piedi, alla casupola solitaria della vecchia che aveva tentato dio uccidere. Erano passati decenni.. chissà cosa ne era rimasto… chissà se esistevano dei nipoti, qualcuno da poter aiutare. Giunto lassù, al colle di San Pantaleone, vide che la casetta era esattamente come se la ricordava, nulla era cambiato. La porta era socchiusa ed entrò, in punta di piedi, con rispetto.

Una voce lo salutò da un angolo buio: “Bentornato Pietro, Signore delle Tre Lune! Ti stavo aspettando!”. Pietro si avvicinò e la vide: l’anziana donna con un occhio nero ed uno celeste era lì, seduta, immobile davanti a lui esattamente come era rimasta nei suoi ricordi. “Perdonami!”, disse Pietro inginocchiandosi, “ora porrò rimedio. Posso solo conoscere il tuo nome?”.

“Certo, Io sono la saggia Evenzia. Che tu sia il benvenuto! Viva Cly e il Signore delle tre lune!”.

Stella

Voglio ringraziare l’amico e fotografo Emi Dattolo per le bellissime foto concessemi per illustrare questo racconto. Nella storia ritroverete un pò tutto: il castello, naturalmente, ma anche il Comune di Saint-Denis (nella figura dell’erborista Denise), la festa del vischio che qui si celebra a inizio dicembre e la cappella solitaria di Saint-Evence (la saggia maga Evenzia e la sua casetta sul colle di Saint Pantaléon).