Metti una passeggiata ad Aosta. Ma non una passeggiata qualsiasi. Una di quelle che ti portano a scoprire la città, la sua anima, ma soprattutto la sua storia. Una storia che qui si fa plurimillenaria. Lasciatevi dunque alle spalle la rassicurante cortina muraria di epoca romana. Lasciate la monumentale Augusta Praetoria e avventuratevi verso ovest. Attraverserete zone forse ancora poco note della città; i quartieri delle caserme, quelli residenziali, quelli più popolari. Arriverete così a Saint-Martin-de-Corléans. Nucleo del quartiere la graziosa chiesetta romanica dedicata a San Martino. Al di là di un’apparenza forse poco accattivante, è questo un luogo davvero straordinario, dove leggenda, storia e credenze popolari si mescolano e si sovrappongono tra sacro e profano, a cavallo tra mondo pagano e mondo cristiano.
SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS. UN QUARTIERE DAL NOME INTERESSANTE
Il nome stesso di questo quartiere ci catapulta in questa dimensione strana e disorientante. Perché “de Corléans”? Cosa significa? In primo luogo parrebbe ormai comprovato che “Corléans” sia un prediale di matrice romana, intendendo con “prediale” un nome indicante un lotto di terreno, una proprietà fondiaria. L’origine sarebbe da ricercare in un antico Cordelianum, a sua volta derivante da un presunto Cordelius. Ma non è tutto. Ancestrali echi di lontane leggende riecheggiano in questo nome, collegato alla mitica Cordela, “capitale perduta” del popolo dei Salassi, popolo di cultura celtica residente nelle nostre montagne all’arrivo di Roma. A Cordela e al suo fondatore, ossia Cordelo, figlio di Statielo, seguace di Ercole.
Gorlach, the legend of Cordelia
Miti di viaggio, di lunghi spostamenti, di migrazioni di popoli provenienti dall’Asia Minore. In fin dei conti un po’ di verità c’è. E lo vedremo.Scriveva Silio Italico, politico e poeta romano del I sec. d.C.:“Ercole affrontò le vette inviolate: Fu il primo. Gli dei vedono stupitiCome fende nubi, fracassa alture,Doma possente rupi mai battute“.Vagava, il semidio, da Oriente a Occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti.
VIAGGIO ALLE ORIGINI
I miti si intrecciano in queste origini leggendarie di Aosta, alla cui base però si rileva come fosse comunque nota una presenza antica, misteriosa, difficilmente descrivibile altrimenti. Probabilmente si sapeva che in questa zona la Storia aveva lasciato testimonianze particolari, le cui origini e le cui motivazioni affondavano in un’epoca “perduta”, troppo lontana nei secoli e nei millenni perché si riuscisse a meglio contestualizzarla. Ma, col XX secolo, in un modo del tutto fortuito, sarebbero stati gli archeologi a svelare la reale identità di questo enigmatico luogo.
Ci troviamo, infatti, al cospetto dell’area megalitica, unico e prezioso scrigno di testimonianze archeologiche risalenti fino all’epoca Neolitica (V millennio a.C.). Un’area composta da un sito archeologico pluristratificato le cui testimonianze vanno dalla Preistoria al Medioevo passando, come nel miglior manuale di Storia, attraverso le Età del Rame, del Bronzo, del Ferro fino a tutta l’epoca romana, l’età tardoantica e altomedievale. Un Parco archeologico all’avanguardia che ha aperto definitivamente i battenti il 24 giugno 2016 e che, senza alcun dubbio, merita una visita!
Un’area estremamente suggestiva e densa di storia, dove cielo e terra, uomini e dei, dialogano sin dalla notte dei tempi. Un grande, straordinario, santuario preistoricodove funzioni cultuali e funerarie si sono avvicendate e trasformate nei secoli fino all’utilizzo dell’area a fini non solo sepolcrali ma anche agricoli in epoca romana, per poi approdare (nuovamente) al contatto col divino nell’Alto Medioevo attraverso l’emblematica figura di San Martino.
Un santo scelto a ragion veduta. Martino era un soldato, nato nel 316 d.C. nell’antica Pannonia (l’attuale Ungheria) e di cui proprio nel 2016 la Chiesa ha celebrato i 1700 anni dalla nascita. Prima al servizio dell’esercito di Roma, e poi al servizio di Dio. Un santo-soldato, poi divenuto monaco esorcista e infine vescovo, che vigila e presidia: ecco perché, nella stragrande maggioranza dei casi, lo si ritrova lungo le mura delle città, in corrispondenza di castelli strategici oppure in prossimità di importanti e frequentati assi viari. Inoltre ci troviamo in un luogo dove le tracce del paganesimo erano profondamente radicate e testimoniate da eloquenti indizi probabilmente ancora noti o comunque percepiti o percepibili in epoca tardoantica. Occorreva pertanto eradicare queste antiche credenze, i cui strascichi probabilmente si protraevano nel tempo e nella società “spaventata” dalle angosce della fine dell’Impero romano. Occorreva esorcizzare luoghi del genere richiamando la forza e l’attrattività di un santo così amato dal popolo quale era, appunto, San Martino di Tours, l’apostolo delle Gallie.
L’AREA MEGALITICA
Ma non indugiamo oltre ed entriamo, varcando la soglia di questo complesso esteriormente così moderno e avveniristico che, con gli anni, diventerà un importante centro non solo museale, ma di studio e ricerca dedicato alla Preistoria alpina, un settore ancora poco conosciuto e dalle frontiere ancora in buona parte inesplorate.
L’avvicinamento al sito avviene scendendo lungo una rampa dove gli intrecci delle travi in acciaio con le strategiche aperture vetrate consentono di vivere l’azione stessa dello scendere. In una scenografia che sa quasi di archeologia industriale, si vede chiaramente che si sta “bucando” il terreno circostante e si sta andando in un luogo sotterraneo; la cappella si fa più alta e più lontana. L’Aosta dell’oggi sta lasciando il posto all’Aosta “perduta”, a quell’area senza nome avvolta dal torpore dei millenni, l’area “dalle grandi pietre”, l’area megalitica.
Sembra quasi di essere su un’astronave, in viaggio al di là del tempo e dello spazio alla ricerca di mondi solo apparentemente perduti. E non a caso era il 1969 quando questo sito venne scoperto. Giugno 1969. Un mese prima che l’uomo mettesse piede per la prima volta sulla Luna. E, davvero, percorrere questa rampa del tempo per raggiungere un luogo così insolito ed inaspettato, può per molti aspetti essere paragonato al mettere piede su un altro pianeta!
E in effetti, la stessa impressione si può avere sin dall’esterno. Forme taglienti, spezzate, che interrompono il presente per accompagnare, quasi come su una nave spaziale, in un inatteso viaggio nel più remoto passato. Forme lucide, vetrate, riflettenti e trasparenti che vogliono appositamente attrarre la luce che, sia diurna che notturna, si rivela componente fondamentale ed imprescindibile all’origine del sito e dei suoi allineamenti, vere forme “ponte” tra cielo e terra.
La rampa continua la sua discesa, le luci progressivamente si affievoliscono e ci si ritrova a 6 metri sotto terra. I colori scuri aiutano la percezione di un sottosuolo al confine con una dimensione “altra”. Bisogna prepararsi ad un salto cronologico importante.
All’ improvviso ci si ritrova in uno spazio immenso. Ci si sente piccoli piccoli in questa sorta di lunare vastità. Ci si potrebbe anche chiedere dove si è e, soprattutto, cosa si debba guardare. Le luci cambiano e sfumano; dal buio quasi totale ad un chiarore freddo, fino ad una luminosità dorata e diffusa, per poi passare ad una calda tonalità aranciata che, virando sul violetto e poi sul blu, riporta di nuovo la notte.
E’ il susseguirsi dei giorni e delle notti, delle albe e dei tramonti, delle lune e delle costellazioni che nei millenni hanno visto la nascita, lo sviluppo, gli utilizzi e i cambiamenti di quest’area straordinaria. Un’area in origine pensata e costruita a contatto diretto col paesaggio e col cielo, ma che oggi, inserita com’è nel tessuto urbano e dotata di un deposito archeologico tanto corposo quanto fragile e vulnerabile, ha necessitato una copertura. Non ci sono solo “pietre”, c’è molto di più! E’ il più grande sito megalitico coperto d’Europa!
21 aprile 2021. 2774…ANNI! Certo, oggi è il compleanno di una nobile signora, anzi, di una dea, meglio… di un MITO! Oggi è il dies natalis di Roma, aeterna urbs!
Un’alba? Forse… Ce lo possiamo immaginare quel rosato chiarore mattutino, quel cielo appena dorato all’orizzonte…la brina, un probabile velo di umidità nell’aria e sui colli, anzi, su un colle in particolare: il Palatino! Romolo aggioga la coppia di buoi, o meglio: un bue ed una vacca, rigorosamente bianchi, con le corna decorate da fiori e nastri. Sì, quello il punto più elevato, da qui la vista spazia e abbraccia la valle e il Tevere luminoso: è questo il punto indicato dagli dei, annunciato dai segni celesti. Qui sorgerà Roma.
Le bestie si mettono lentamente in marcia; Romolo spinge il sacro aratro il cui vomere affonda nella turgida e nera terra: auspicio di futura prosperità ed eterna ricchezza. I sacerdoti osservano in un mistico silenzio: alcuni continuano a scrutare il cielo, alla ricerca (forse) di altri segni, studiando il ciclico e sempiterno movimento antiorario degli astri di cui il perimetro della futura città dovrà essere sacro riflesso. Altri, invece, osservano con attenzione il tracciamento del solco primigenio, il debordare delle zolle che poi regolarmente vengono rivoltate ed il compiersi di gesti antichi dettati dai sacri libri dell’oscura disciplina.
Romolo è attento, concentrato, assorto. Pensa ad un nome…Roma.
21 di aprile 2020. La leggenda ritorna. Il mito riemerge potente dalle nebbie di un passato lontano. E il cielo ritorna protagonista, coi suoi moti sempre uguali ma comunque imperscrutabili.
Da sempre prima i re della Roma regia, poi, molto dopo, gli imperatori, instaurarono un rapporto privilegiato con gli astri e le sfere celesti: per trarne insegnamento, presagio, previsione, auspicio.
Il 21 di aprile è una data unica. Il 21 di aprile Roma celebra i suoi antichi fondatori e, con loro, i suoi gloriosi dei. In questo sacro giorno il Sole riveste un ruolo da protagonista ed è per tale motivo che ci recheremo al Pantheon.
Già, il Pantheon: indiscusso capolavoro della più alta e raffinata ingegneria romana. Un tempio nato da una sfera ed in questa perfettamente inscrivibile. Un tempio dalla copertura a cupola così ampia e sorprendente da voler richiamare la stessa volta celeste. Un tempio, però, dall’orientamento apparentemente inspiegabile in quanto rivolge il suo ingresso a nord. Perché?
Il primo Pantheon fu voluto da Augusto, imperatore che molto bene sapeva leggere ed utilizzare il potere delle stelle e che altrettanto strategicamente sapeva costruire le città con sagaci allineamenti “parlanti”. E proprio a tale proposito pensiamo al non lontano Campo Marzio: un’area abbracciata da un’ansa del Tevere che, fino ad Augusto, non era mai stata davvero valorizzata. Qui il princeps volle realizzare un luogo monumentale denso di simbolismi, di richiami e di messaggi. Qui infatti venne realizzato il Mausoleo per Augusto; qui l’Ara Pacis; qui il Solarium Augusti ( o Horologium Augusti); qui, infine, venne innalzato l’obelisco importato dall’Egitto. Qui doveva essere il regno del Sole, il Sole di Augusto. L’immensa pavimentazione della piazza riportava la scansione del tempo: stagioni, mesi, ore, zodiaco. L’obelisco fungeva da gnomone, ma solo in un preciso giorno proiettava la sua lunga ombra in maniera emblematica: al tramonto del 23 settembre (giorno di nascita di Augusto) l’ombra ricadeva dal Mausoleo fino all’ingresso dell’Ara Pacis (posizionata diversamente rispetto ad oggi). Il messaggio era: Augusto è nato per portare la Pace (personificata come una vera e propria divinità!).
Il Mausoleo è orientato nord-sud con la porta d’ingresso a meridione. Immaginando di tirare una linea retta annullando tutte le costruzioni che nei secoli hanno riempito tale distanza, arriveremmo fino all’ingresso del Pantheon. Si tratta di un’intuizione e del frutto della ricerca condotta dai Proff. Giulio Magli, docente di Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e Robert Hannah, docente di letteratura classica presso l’Università di Otago (Nuova Zelanda).
Un legame tra Augusto, divi filius, e la sacra dimora di tutti gli dei. Quegli stessi dei che favorirono e patrocinarono la nascita di Roma e che annovereranno anche l’imperatore dopo la sua morte.
21 di aprile. Mezzogiorno. Il Sole passa alto sopra la grande cupola e intercetta, in un momento preciso, in un istante di eternità, il vuoto sommitale. I raggi entrano nell’aula sacra, la invadono e poi si spostano fino ad incontrare il portale d’accesso. Le cornici di marmo si accendono e l’intero edificio quasi rifulge per una luce interiore che richiama i passanti invitandoli a fermarsi, ad osservare, ad entrare. E’ il Natale di Roma e tutti gli dei ne festeggiano la nascita.
Mi auguro che oggi sull’Urbe eterna, il Sole non nasconda il suo volto…
Auguri Roma!
Stella
Disegno ricostruttivo del Campo Marzio in età augustea
Il Mausoleo di Augusto (romasegreta.it)
Il Pantheon
Allineamento tra il Mausoleo di Augusto e il Pantheon (elaborazione)
Oggi #OltreConfine si spinge davvero “oltre”! Si va oltre il Mediterraneo per raccontarvi un viaggio straordinario in un luogo avvolto dalla magia che si rivela piano piano, dischiudendosi tra sabbie dorate e rocce dalle incredibili sfumature. Oggi si va in Giordania!
Arrivo a Wadi Mousa sotto un cielo di sabbia: il Ghibli, vento del deserto, imperversa sulle case e riempie le strade tingendo tutto di ocra gialla. Sono in Giordania.
Wadi Mousa (S. Bertarione)
La mattina seguente tutto brilla sotto un sole già alto alle prime ore del mattino; un’aria chiara e tiepida fa presagire il calore della giornata. Si va a Petra. La mitica Petra, città carovaniera, svelata al mondo dall’esploratore anglo-svizzero Johann Burckhardt nel 1812 in occasione di un viaggio da Damasco al Cairo. Gli dissero che quelle montagne erano impenetrabili e molto pericolose e, proprio per questo, lui ci volle entrare.
Si travestì da mercante musulmano forte della sua conoscenza dell’arabo. Spiegò che doveva assolvere ad un voto fatto ad Allah e riuscì a conquistare la fiducia delle genti beduine che abitavano nelle antiche cavità nabatee.
L’autobus ci lascia in un ampio parcheggio reso abbagliante dalla luce; da lì ci si incammina, tutti in fila. E’ strano: c’è gente, è vero, ma sembra di essere soli. Forse perché la fantasia inizia a lavorare in maniera sempre più incalzante astraendoti dalla realtà …
Petra dalle Tombe reali
Sei alle porte di un deserto; un deserto insolito, un deserto di roccia, dove luci accecanti si alternano a vere e proprie gallerie d’ombra.
Un deserto cangiante dove il millenario lavorare di acque, terra e vento ha letteralmente dipinto il paesaggio con incredibili nuances di rosa, arancio, rosso e violetto, talvolta striati di giallo, di bianco o di un viola talmente intenso da assomigliare al blu indaco.
Come in un onice. I colori del deserto giordano
Il sentiero si inoltra nella valle fino ad insinuarsi in una sorta di corridoio dalle alte pareti rocciose, un corridoio che si fa sempre più stretto e scuro: è il Siq!
Si tratta di una vera e propria via d’accesso alla mitica Petra, misteriosa città dei Nabatei, ricco popolo di queste terre. Un popolo di intraprendenti commercianti e di coraggiosi guerrieri.
I resti di un attacco d’arco lasciano immaginare l’antica (e scomparsa) porta d’accesso del Siq. In basso ancora ben riconoscibile il canale di scorrimento delle acque che riforniva la città.
E la strada pare scendere ed insinuarsi sempre di più nel ventre di roccia di un deserto avvolgente e palpitante. Poi, nell’ombra, tutti incanalati in un passaggio davvero angusto, una fessura di luce appare in lontananza.
Una breccia lascia intravedere uno spicchio di facciata architettonica completamente permeata di luce arancione..o meglio, di una luce che varia a seconda delle ore del giorno. Dal tenue rosa dell’alba, all’arancio carico del mezzogiorno fino al porpora infuocato del tramonto. E’ El Khasneh al Faroun. Il Tesoro del Faraone.
Vera icona di Petra questo monumento, voluto dal sovrano nabateo Areta III (I secolo a.C.), colpisce e stordisce per la sua quasi inspiegabile meraviglia. Scolpita nella parete rocciosa, solida ma facile da lavorare, quest’imponente architettura si erge in tutta la sua maestà: una scalinata consente di raggiungere una terrazza da cui partono sei colonne corinzie. Ai lati le figure dei Dioscuri. In alto, al centro, troneggia un elegante frontone decorato da raffinati ed esili girali vegetali alternati a kantharoi (vasi da simposio). Quindi una sorta di semi-attico decorato a rosette sorregge un secondo livello colonnato dove la creatività e l’eclettismo architettonico toccano vertici inimmaginabili. Al centro una pseudo- tholos (tempietto circolare)cieca scandita da colonne, sempre corinzie tra le quali risaltano (seppur molto danneggiate) delle figure umane interpretabili come divinità. Quella in facciata pare reggere una cornucopia e connotarsi, quindi, come dea dell’abbondanza. Ai lati della tholos, sul fondo, emergono i profili di due figure divine alate. In primo piano, invece, due porzioni di colonnato cieco decorate, forse, da trofei d’armi, sorreggono un timpano spezzato. Il tutto decorato sempre da motivi vegetali e dentelli. Una sovrabbondante ma ben studiata ricchezza decorativa densa di significato.
Petra. El Khasneh al tramonto (S. Bertarione)
Tempio? Tomba? Monumento celebrativo? Cenotafio? Le ipotesi sono ancora aperte affollandosi, sostituendosi e contraddicendosi continuamente.
Ma Petra non finisce qui. Petra era una città…immensa! Le tombe punteggiano quasi interamente le pareti rocciose intorno alla via principale…ritagliate e scolpite quasi cercando volutamente un’armonia con le onde colorate delle rocce. E poi il grande teatro con l’ampia cavea ricavata nel grembo della montagna. E poi ancora i resti svettanti del cosiddetto “Tempio di Dushara” importante dio nabateo della montagna, poi ribattezzato dai beduini “Qasr-al-Bint-Faroun”, “il palazzo della figlia del faraone”. IUn edificio importante anche perché uno dei pochissimi costruiti e non scavati nella roccia. In cima all’arcone d’accesso un sottile filo di conci lapidei disegna ancora l’arcata originaria meravigliando per come possano resistere così apparentemente sospesi, fragili…
E poi sù… sù per l’impervio e assolato sentiero fino a El Deir, il Monastero: un’altra incredibile tomba “sorella” del Tesoro, simile per impostazione ma ben più sobria nel decoro.
Petra. El Deir, il Monastero (S. Bertarione)
Tutti cercano di indurti a salire a dorso di mulo, ma meglio usare le proprie gambe e risparmiare l’inutile fatica a quelle povere bestiole..tutte decisamente sottopeso oltretutto!
Un sito che è stato abitato fino a non tantissimi anni fa… e che ancora oggi vede qua e là gruppi di nomadi venditori di souvenirs.
Si possono riuscire a scattare foto davvero suggestive..anche immortalando una dolcissima bimba beduina che gioca,
Petra. Bimba beduina
o quasi ipnotizzati dal profilo senza tempo di un uomo figlio di queste sabbie, avvolto in candide vesti, mentre scruta un orizzonte lontano… un orizzonte dove, forse, ancora si odono le voci dei principi nabatei.
Oggi #OltreConfine vi porta verso nord, oltre la cortina montana che separa la Valle d’Aosta dal Vallese svizzero. Dalle cime dove la neve sosta per almeno 6 mesi l’anno, planeremo su un fondovalle incorniciato di vigneti dove risplende Martigny, vera capitale culturale di questo grazioso cantone elvetico, non a caso gemellata con Vaison … “la Romaine”, ça va sans dire!
La storica ed eroica strada romana delle Gallie, da Aosta saliva affrontando gli impervi tornanti che conducevano al Summus Poeninus (il colle del Gran San Bernardo, o “il Grande” come familiarmente viene indicato in Valle d’Aosta)) da cui si “scollinava” per raggiungere l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Fermiamoci dunque a dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese! Guardate, merita davvero!
Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)
Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato) dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.
I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C. (ricostruzione grafica nel museo locale)
Forum Claudii Vallensium fu quindi creata negli anni tra 41 e 47 d.C. sviluppata su 3 file di 6 insulae ciascuna con l’area forense al centro. Da sempre un importante e strategico snodo commerciale di indubbio valore viabilistico nonché militare. Caratteristiche che condivide con la non lontana Aosta del resto. Città sentinelle dei valichi alpini.
Le tante e ben conservate vestigia di epoca romana valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere
Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico
La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Ultimati da non molto, questi lavori hanno provvisto l’antico edificio di spettacolo di 3 nuovi ordini di gradinate (reversibili e indipendenti dalla struttura antica) per consentire a più persone di presenziare alle di norma numerose manifestazioni estive. Inoltre sono state collocate statue bronzee raffiguranti gli imperatori romani che, più di altri, hanno fatto la grandezza di Martigny LA ROMAINE: Cesare, Augusto e Claudio.
Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare (nota divinità protettrice della casa) al suo interno. Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.
Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.
Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny
E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio.
In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny di cui vi ho raccontato nel post precedente.
Ercole e Apollo citaredo. Con queste due meravigliose statue il gemellaggio è stato consolidato e suggellato nel 2015. Plasmate in candido e brillante marmo di Paros, queste sculture furono rinvenute nel luglio del 2011 in occasioni di interventi di riqualificazione del quartiere “des Morasses” a Martigny. Ricordo perfettamente la profonda invidia che tale ritrovamento suscitò in tutti noi archeologi valdostani… I “vicini di casa”, infatti, possono vantare un patrimonio di statuaria, sia lapidea che bronzea, che noi purtroppo non abbiamo. “La più importante scoperta di opere d’arte antica dal 1883, ossia da quando vennero ritrovati i grandi bronzi di Martigny!”, esclamò l’amico archeologo vallesano (oggi in pensione) François Wiblé.
Apollo citaredo, realizzato nel I sec. d.C., e Ercole (con la sua inconfondibile leonté) datato al II sec. d.C., dovrebbero provenire da un atelier del Mediterraneo orientale e, probabilmente, decoravano una grande sala del complesso termale privato relativo alla lussuosa domus nel cui contesto furono individuate. Una scoperta mozzafiato!
Sapientemente esposte nel ricco Museo archeologico locale, queste due divinità sprigionano un fascino magnetico.
Per non tacere, poi, della splendida statuetta marmorea di Venere, anch’essa ritrovata a Martigny nel 1939, replica dell’Afrodite di Cnido di Prassitele, figura ammirevole nella perfezione delle sue forme, che, nello splendore della sua nudità, si appresta al bagno. Prestigioso oggetto che ornava una domus del Forum Claudii Vallensium.
Non c’è che dire: l’epoca romana segna un momento decisamente fausto per questo antico centro transalpino. Quando ci andrete, consigliamo di seguire la bella Promenade archéologique, segnata e illustrata da pannelli esplicativi, che vi accompagnerà alla scoperta dei numerosi siti cittadini:
Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.
Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, nel 2015, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.
Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto
Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.
Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.
Decisamente notevole il cosiddetto vaso, o bicchiere, di San Martino: un meraviglioso cammeo dalle sfumature cangianti tra azzurro e blu scuro intagliato a regola d’arte con scene a tema funerario, interpretate come la morte di Marco Claudio Marcello, nipote prediletto di Ottaviano Augusto e suo successore designato. A lui Augusto, infatti, concesse di sposare la figlia Giulia nel 25 a.C.
« Heu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas, Tu Marcellus eris. »
« O, giovane degno di pietà, se solo tu potessi rompere il tuo fato crudele, Tu sarai Marcello »
(Virgilio, Eneide)
Un cursus honorum rapido e folgorante; ambizioni, progetti e gloriose previsioni che, ahimé, si infransero in maniera tanto rapida quanto misteriosa nel 23 a.C., in piena ascesa. Un’oscura e sorda antipatia correva tra Marcello e Agrippa, braccio destro di Augusto, nonché con Tiberio. Marcello si spense per un’ignota malattia non ancora ventenne.
Un oggetto originariamente di epoca romana imperiale successivamente reimpiegato e arricchito da una preziosa incastonatura in oro, granati e pietre dure. La leggenda narra che questo vaso cadde dal cielo nelle mani di San Martino per raccogliere il sangue dei martiri tebani. Secondo la versione storica potrebbe aver fatto parte delle ricche donazioni da parte del burgundo Sigismondo.
Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.
E prendendo infine la via del ritorno, nel lasciare Martigny, sarà impossibile non notare la grande statua bronzea del “Minotauro” al centro della rotonda di Avenue de la Gare.
Un’opera contemporanea ma che sintetizza non solo la storia millenaria di questa graziosa cittadina, ma evoca potentemente, quasi a suggellarne il ricordo, la grande testa del “Toro tricorne”, il pezzo più celebre e suggestivo dei Grands Bronzes di Martigny trovati, come si accennava, nel 1883 nell’area della basilica forense.
Il Toro tricorne, creatura del mito in cui un animale carico di significato sin dalla notte dei tempi, simbolo di forze e virilità, si carica di un’ulteriore valenza legata al mondo sacro e culturale gallo-romano. Eh sì, i 3 corni rappresentano la triade sacra dei Galli: Lugh (il dio degli dei), Dagda (dio druidico del cielo) e Ogma (dio della Guerra). Il 3 è IL numero per antonomasia: 3 le spirali unite del triskelès (simbolo di vita e rigenerazione continua), 3 i volti della Dea (figlia, madre e sposa). 3: creazione, crescita, perfezione.
Altro esemplare straordinario è “le taureau tricorne d’Avrigney” (I sec. d.C.) trovato nel 1756 nell’omonima località francese della Borgogna.
Il culto del toro tricorne presso i Galli, anche contestualmente alla romanizzazione, è sempre stato profondamente radicato ed è attestato in modo diffuso soprattutto tra Svizzera e Francia. Quello di Martigny è forse l’esemplare più monumentale, grandioso e celebre. Troneggiava nella basilica del foro, là dove, pare, sorgeva anche un luogo di culto dedicato alle divinità autoctone, sapientemente inglobate e incluse nel pantheon ufficiale come spesso accade.
Che fosse proprio questo toro il protettore dell’antica Octodurus…difficile a dirsi, ma … dicono i Vallesani, senza dubbio era un fantastico esemplare della razza d’Hérens, la forte e combattiva razza bovina tipica della zona!
E anche su questo aspetto i Valdostani, con le vacche castane locali, le “Regine“, non sono certo da meno! Regine, quasi dee, di una sorta di radicata e sentita, comunque pacifica e spontanea, caratteristica dell’indole di questi animali, “tauroctonia” istintiva che spinge queste razze a combattere per definire il capo branco, la Reina dell’alpeggio.
Una sorta di “culto” per questi animali, emblemi di forza ma anche di fertilità e nutrimento, che accomunano un’altra triade: Valle d’Aosta, Alpi francesi e Alpi svizzere!
Queste magnifiche giornate, più miti e più lunghe, la luce diversa, gli alberi in fiore, i prati sempre più verdi mi hanno fatto tornare alla mente una terra che io adoro: la Provenza!
#OltreConfine ci porta in Vaucluse nella splendida civitas di Vaison-la-Romaine che, come in un perfetto quadro impressionista, incastonata in un paesaggio pennellato nei toni del giallo ocra, del lavanda, del verde e dell’azzurro, si apre tra le colline e la pianura attraversata dal torrente Ouvèze.
Vigneti, uliveti, campi di lavanda e girasoli… colpi di luce talvolta accecanti in questa terra meravigliosa dove spesso si vorrebbe non solo trascorrere una vacanza, ma un’intera vita.
Le case rosate di Vaison emergono nella piana dominata dal Gigante di Provenza, quel Mont Ventoux cantato dal Petrarca (dopo aver ripreso fiato perché, a quanto dice, la salita lo sfiancò!): verso nord scruta le vette alpine; verso sud, strizza l’occhio alle onde mediterranee: tra monti e coste, dalle nevi alle onde seguendo antichi tracciati preistorici, protostorici, romani e medievali che hanno disegnato un sorprendente e vasto territorio liaison tra Italia e Francia.
Siamo nel dipartimento del Vaucluse, dicevamo, nella terra che in antico corrispondeva alla provincia romana della Gallia Narbonense. Vaison-la-Romaine, ossia Vasio Vocontiorum, civitas foederata di Roma, ci restituisce oggi l’area archeologica aperta al pubblico più vasta e meglio conservata di Francia: ben 15 ettari a cielo aperto armonicamente inseriti in un contesto urbano e paesaggistico dalla bellezza quasi commovente. Tutta la poesia della dolce Provenza con oltre 2000 anni di storia alle spalle!
Vasio (derivante probabilmente da una radice celtica col significato di “sorgente”): forse un oppidum della tribù celtica dei Galli Vocontii, in merito ai quali l’enciclopedista “tuttologo” Plinio il Vecchio cita un particolare vino dolce e leggermente effervescente davvero squisito! Ci racconta che i Vocontii conservavano il segreto di conferire a questo vino la giusta effervescenza, pare, lasciandolo per lungo tempo nell’acqua fredda dei torrenti…Che sia l’antenato dello champagne?!
I Vocontii fanno la loro comparsa nel IV secolo a.C. calando da nord; la regione a loro piace molto (non mi sorprende!) e decidono di stabilirvisi creando due “capitali”: Vasio, appunto, e Lug (attuale Luc-en-Diois). Roma conquista queste terre tra il 125 ed il 118 a.C. e, in breve tempo, le due cittadine diventano i centri più floridi dell’intera Narbonense, come del resto ci racconta lo storico Pompeo Trogo.
L’Ouvèze, in passato navigabile, divide la città in due parti: la città alta, nata nel Medioevo intorno al severo maniero dei conti di Toulouse, vero gioiello rimasto apparentemente fermo al XIII-XIV secolo! E la città bassa, sorta e sviluppatasi sui resti del centro romano che, tuttavia, dopo le campagne di scavo di inizio Novecento, per ben 15 ettari fanno bella mostra di sé tra le case, accanto alle chiese, nei giardini…
Il centro moderno è a dir poco delizioso. Domina una calda e rassicurante luce rosa-dorata che accende i colori degli innumerevoli vasi e balconi ridondanti di fiori. Piccoli vicoli ombreggiati conducono a piazzette “gioiello” spesso con fontana, sempre rivestite di fiori. Negozi carinissimi e ristorantini accattivanti occhieggiano tra piante di pomodori, aglio e cipolle; i profumi del timo, dell’origano e dell’immancabile lavanda vi accompagneranno ovunque!
Ma iniziamo a dedicarci all’aspetto più strettamente culturale.
La mia visita era partita con l’area della Villasse, corrispondente ad un ricco quartiere residenziale (con magnifiche domus) e commerciale (con botteghe e porticati). Le tabernae si aprono su un tratto del Kardo Maximus diretto alle vicine terme. Degne di interesse due dimore patrizie: la Domus del Busto d’Argento e la Domus del Delfino. La prima, costruita all’inizio del I sec. d.C., raggiungeva una superficie totale di ben 5000 mq ed è la più vasta ed imponente dimora romana di tutta Vaison al momento messa in luce. La seconda, così chiamata in seguito al ritrovamento di un piccolo delfino in marmo, venne abbellita ed ingrandita nel corso del II secolo d.C.; sul retro, lato sud, uno splendido giardino con piscina. Residenze di lusso, senza dubbio!
Altro sito imperdibile è quello chiamato del Puymin. In posizione leggermente sopraelevata, ospita altre dimore di pregio, un santuario e, udite udite, un fantastico edificio teatrale!
2000 i mq di superficie (solo parziale!!) ad oggi noti per la Domus dell’Apollo laureato, con un tablinum incredibile dal pavimento a marmi policromi affacciato sul peristilio. Per non parlare dell’immensa Domus della Pergola che raggiunge i 3000 mq (e anche questa non è stata scavata del tutto!). Il nome le deriva dal pergolato che caratterizza un amplissimo triclinium estivo affacciato sulla corte centrale. Una zona sud prettamente residenzial-suntuaria (dotata anche di balnea privati) ed una a nord dalle funzioni rustiche e di servizio (un pò come nella Villa della Consolata di Aosta).
E ancora, la visita prosegue con un vasto ed arioso santuario costituito da un periptero porticato aperto su un giardino con vasca centrale. Da qui si può accedere ad un quartiere artigianale.
Ma il “pezzo forte” del Puymin è lui, il teatro! Tutelato come “monumento storico” sin dal 1862, si tratta di un superbo esemplare di epoca claudia realizzato scavando il versante settentrionale della collina del Puymin, cosa che ha assicurato al teatro un’ubicazione al riparo dai venti e, allo stesso tempo, fresca ed ombreggiata. Ulteriormente oggetto di abbellimenti nel II e nel III d.C., si pensa venne distrutto dopo l’emanazione dell’editto di Onorio nel 407 d.C. quando tutte le statue di dei e imperatori che ne ornavano la scaenae frons furono abbattute e/o volutamente sepolte. Durante il Rinascimento del teatro si conoscevano soltanto due arcate, uniche testimoni della grandezza passata. Oggi la cavea con le sue 32 gradinate è stata radicalmente ricostruita, ma il teatro è vivo e vissuto, splendida sede di eventi, spettacoli e manifestazioni.
Terra di Provenza. Una terra dove “romano” (in francese “romain”), va a braccetto con “romanico” (in francese “roman”). Due termini che nel gallico idioma sono separati e distinti solo da una semplice “i”. Due aggettivi che rievocano due epoche imprescindibili, due culture sfavillanti che forse qui più che altrove hanno saputo avvicinarsi e fondersi. Non di rado infatti accade che una cattedrale romanica altro non sia che il magnifico risultato, architettonico ma anche fortemente ideologico e simbolico, di sapienti e mirati reimpieghi dell’età di Roma.
E anche a Vaison vi consiglio di visitare la suggestiva cattedrale di Notre Dame de Nazareth col suo poetico chiostro; un luogo dello spirito dove fermarsi a guardare fuori ma soprattutto dentro di sé. Un luogo di silenzio e di pace dove la luce potente del Sud si infrange tra le arcate e le colonnine rimbalzando sulle bifore e saltellando sulle mostruose creature che ornano stipiti e portali.
Il chiostro di Notre Dame de Nazareth (S. Bertarione)
E ancora il Museo Archeologico “Theo Desplans”. Non grande ma assai curato, luminoso, coinvolgente e con reperti di notevole interesse che ben raccontano i fasti passati di una cittadina dall’economia fiorente e vivace, per quanto vi sia esposto meno della metà di quel che ci si aspetterebbe… Ci viene detto, infatti, che nei secoli le collezioni sono andate disperse e che reperti provenienti dagli scavi di Vaison sono finiti in tutti i musei di Francia e anche oltre oceano! A tale proposito un’associazione locale ha creato un sito che consente di sapere dove questi si trovano e dove andarli a ricercare.
Sala della statuaria
Vaison, Vasio Julia Vocontiorum. Una perla di Provenza che ben fa il paio con la forse più conosciuta Orange. Una terra dai forti contrasti dove il mare si perde nei monti e l’azzurro si confonde col verde, dove la dolcezza dei campi fioriti quasi improvvisamente lascia spazio alla rude severità delle rocce calcaree e dei manieri arroccati. Contrasti che, forse, stando a recenti studi storici, si possono persino ritrovare nella prosa del grande storico Tacito di cui si vociferano origini galliche. In effetti, a ben pensarci, la sua lucida analisi di un impero che pur nella sua struttura centralizzata doveva saper fare i conti con l’elemento “barbaro” forse è frutto di un gallo romanizzato piuttosto che di un autoctono romano purosangue… chi lo sa…
Vi lascio quindi con questa poesia di Provenza e con questi colori negli occhi; ma soprattutto con la voglia di trascorrere delle “vacanze romane” molto particolari nella terra che venne a buon titolo definita sempre dal nostro amico Plinio “Italia verius quam provincia”.
Cari amici di #Archeologando, da tempo ormai non riusciamo più a viaggiare! E così, proviamo a farlo coi nostri ricordi e racconti. Inauguro oggi la rubrica #OltreConfine!
Mi piacerebbe cominciare accompagnandovi alla scoperta (a meno che non ci siate già stati, e allora diventa un simpatico “amarcord”) di alcune “Aoste sorelle” del circondario.
Tutte quelle città fondate da Ottaviano Augusto di cui portano il nome e l’impronta. Inizieremo con quelle che, come Aosta, ancora oggi si chiamano così. E non andremo molto distanti, pur varcando i confini nazionali (somma trasgressione!). Ma siamo nell’impero romano, e quindi il problema non sussiste(va)!
La prima “sorellina” che vi invito a visitare si trova a circa 2 ore e mezza di auto da Aosta, poco più di 220 km. Dobbiamo andare neldépartement numero 38, l’Isère. Una città che oggi viene spesso confusa con la nostra Aosta, soprattutto per colpa di un prosciutto! Lì, infatti, viene prodotto un crudo marchiato “Aoste” che però nulla ha a che vedere col Jambon de Bosses-Vallée d’Aoste che, oltretutto, è anche un DOP!
Avete già capito? Si tratta dell’attuale graziosa cittadina di Aoste, l’antico Vicus Augustus (denominazione attestata dalle numerose epigrafi della zona).
Benché non ci sia stata tramandata dalle fonti l’anno esatto di fondazione, si ipotizza di poter collocare la nascita di questo insediamento negli anni tra il 16-13 a.C., quando Augusto si recò a Lugdunum (Lione) per organizzare l’apparato amministrativo delle province galliche. Effettivamente risalgono a questo periodo i depositi archeologici più antichi rinvenuti nel sito, in particolare l’interessante forno per ceramiche di cui vi dirò tra poco.
La cittadina conosce, lungo l’intero I secolo d.C., un momento di notevole ricchezza e prosperità, essenzialmente dovuta alle tante e floride attività commerciali ed artigianali presenti. Tale vitalità si mantiene almeno fino al IV d.C.
Intanto il nome: “vicus“, che sta ad indicare un gruppo di case disposte lungo una strada, una sorta di agglomerato viario. In Gallia i vici erano comunque dotati di specifica identità giuridica e amministrati attraverso un capoluogo che, nel caso in oggetto, era rappresentato dalla non distante città di Vienne, Colonia Julia Viennesis, capitale del territorio occupato dal popolo degli Allobrogi.
Vicus Augustus (o più comunemente Augustum) è riportata anche da documenti quali la Tabula Peutingeriana o l’Itinerarium Antonini. Era quindi un importante snodo di traffico, ubicato al centro di assi viari molto frequentati che univano la Gallia Transalpina alla Gallia Cisalpina, i monti e il mare, i grandi fiumi e le vaste pianure.
Si deve poi all’archeologo Stephane Bleu l’individuazione di una piattaforma sopraelevata di circa m 300 x 160 situata dove oggi sorgono la chiesa e il municipio, quindi nel cuore dell’abitato. Scavi passati qui condotti hanno restituito fusti di colonne ed epigrafi al genius dell’imperatore. Si sarebbe pertanto tentati di ravvisarvi il centro monumentale, magari composto da un tempio e da un mercato.
L’elemento che emerge maggiormente è la quantità di forni per ceramica: ben 9! Uno di questi, situato nei pressi di una casa rifugio per anziani, è stato oggetto di valorizzazione in un’area verde. Si può entrare e vedere la struttura del forno col piano di cottura forato e le scale dirette alla fossa di argilla.
Gli ateliers dei vasai dominano la scena artigianale del vicus. A questo si aggiunge la quantità straordinaria di anfore e vasi in genere rinvenuta nella zona e ben rappresentati nel locale Museo archeologico.
Il territorio era fortunato. Sono presenti, infatti, ben due tipi di argilla, diversamente utilizzate dai mastri vasai dell’antica Aoste. Una più calcarea e resistente alle sollecitazioni meccaniche per la produzione di vasellame da tavola; un’altra, refrattaria, per quello da cucina e da fuoco.
Ma i vasai di Aoste erano riusciti a specializzarsi soprattutto nella produzione di un oggetto: il mortaio. Numerosi infatti quelli contrassegnati dalla scritta Atisii, una famiglia di notabili allobrogi. Almeno tre di loro risultano proprietari di figlinae nella zona. I mortai di Aoste sono stati ritrovati un pò tutte le province occidentali dell’impero romano, anche in aree esse stesse produttrici di ceramiche (e di mortai). Era forse legato alla preparazione di un cibo particolare? O forse rientrava in circuiti commerciali molto ben controllati dagli Atisii? Sono comunque tre le aree di commercializzazione privilegiate: l’altopiano elvetico, la valle della Saona e la via del Reno. Certamente i grandi fiumi si rivelavano assi di circolazione delle merci assai utilizzati.
Stando ai ritrovamenti, è noto che ad Aoste si producevano anche vetro e oggetti in metallo. In più era un vivace centro di scambio e mercato. Vi è poi una sorta di produzione “di nicchia” costituita da un gruppo di anfore di piccole dimensioni, forse legate ai “grands crus” allobrogi, a quanto pare molto apprezzati anche a Roma!
E’ l’enciclopedista Plinio il Vecchio, nel libro XIV della sua Naturalis Historia, a descrivere un ceppo di uva nera chiamata “allobrogica” o ancora “picata” (traducibile come “resinato”, “piccante”), assai adatta ai climi freddi e capace di maturare anche durante le gelate. Chissà che non vi sia qualche “parentela” con uve attuali valdostane; è comunque curiosa la somiglianza etimologica con la qualità “picotendro”, no?! Anche se è il Fumin quello dall’aroma più “pepato”… Agli esperti di viti chiedo di approfondire!
Tra gli dei più venerati, accanto a quelli ufficiali del pantheon romano, ve ne sono di locali “romanizzati”. Tra questi quello il cui culto risulta maggiormente e più capillarmente diffuso (come del resto un pò in tutta la Gallia) è Mercurio, protettore delle strade, dei viaggi, dei mercati e dei mercanti. I suoi attributi ricorrenti sono lo stambecco (!) e il galletto (!!). Perché ho messo dei (!!)? Ma non vi vengono in mente gli animali “totemici” identificativi della Valle d’Aosta? Non vi viene in mente l’esercito di galletti tradizionali che fanno bella mostra di sé nella Fiera di Sant’Orso e in tutte le vetrine di negozi di artigianato?! Per non parlare dello stambecco… insomma, vi ho fatto venire qualche curiosità?
Ulteriore curiosità: da Beaucroissant, cittadina poco a nord di Grenoble, proviene un’epigrafe in cui Mercurio è associato all’epitetoArtaios, ossia un’associazione ad una divinità autoctona degli orsi (in greco antico, non a caso, ἄρκτος (leggi arktos) è “orso”) e della caccia. Il risultato è una sorta di “Mercurio Ursino”. Unite questa suggestione ai simboli di cui sopra e… viene voglia di andare oltre, no?!
Un’ultima menzione la merita il Museo Archeologico di Aoste. Piccolo ma molto curato, ricco e coinvolgente. In effetti rimarrete stupiti dalla ricchezza e varietà delle sue collezioni, soprattutto inerenti ritrovamenti di epoca romana (anzi, “gallo-romana”!). Dopo Vienne e Saint-Romain-en-Gal è un sito di tutto rispetto assolutamente da visitare.
Il museo è un’istituzione molto attiva; diversi gli ateliers rivolti ai più piccoli e alle famiglie. Non mancano inoltre manifestazioni di rievocazione storica in costume, sempre molto simpatiche e apprezzate!
E con questo mi sentirei di chiudere questo primo post sulle “Aoste”. Abbiamo quindi visto la piccola ma super interessante Aoste.. quale sarà la prossima? Non vi dico niente se non che saremo nuovamente oltre confine! Buon viaggio, allora!
“E tu? Qual è il tuo mondo?” Può suonare strana come domanda, vero? Eppure era questo il modo curioso che Irene usava, sin dalla scuola dell’infanzia, per chiedere a qualcuno… beh, quale fosse il suo mondo! Cioè dove abitava, cosa faceva, come viveva insomma!
E spesso si domandava quale fosse il mondo del proprietario della grande casa nel parco…
“Non devi avvicinarti a quella casa! E’ pericoloso! Dicono sia abitata da un vecchio spaventoso, zoppo e gobbo! E’ sempre da solo e non ama ricevere visite! Men che meno da bambini ficcanaso! Stanne alla larga!”.
Glielo ripetevano ogni giorno, ma più ne sentiva parlare, e più la curiosità di entrare in quel vastissimo parco nascosto da un labirinto di alberi e cespugli, la tentava moltissimo. Era come se qualcuno la chiamasse… Mettici anche quella sua innata insofferenza alle regole e alle imposizioni; mettici quell’indole ribelle e controcorrente…mettici pure tutto, ma lei sarebbe riuscita a entrare là dentro!
Irene era fatta così! Anche se aveva solo 7 anni, possedeva già un caratterino notevole! Testarda e cocciuta, certo, ma anche molto intelligente e soprattutto irrimediabilmente curiosa! Proprio per questo motivo quella misteriosa villa seminascosta dagli alberi costituiva per lei un irresistibile richiamo.
Un immenso parco circondava da ogni lato quella strana dimora apparentemente disabitata. Una nebbia fitta avvolgeva costantemente le piante e i cespugli: quel luogo sembrava impenetrabile. Tutti ne stavano alla larga!
Ma Irene era diversa! E così, un giorno, decise che sarebbe riuscita ad entrare in quell’immenso giardino, anzi, che sarebbe riuscita persino ad entrare in quello strano “castello”.
“Voglio vedere questo sig. Gamba di cui tutti hanno paura! Insomma, sarà pure vecchio, brutto, gobbo e zoppo ma…dai! E’ pur sempre un uomo! Cosa potrebbe mai farmi? Al limite posso scappare: sono sicuramente molto più agile e veloce di lui!”, pensò la bambina.
Sembrava impossibile trovare l’ingresso di quella vastissima proprietà, ma dopo alcuni tentativi, Irene si accorse di un cancello mai notato prima. L’edera lo avvolgeva quasi del tutto, ma era stranamente aperto! Rimediò qualche graffio, si strappò la giacca, ma riuscì ad entrare! Non poteva crederci: finalmente era in quel parco! Emozionata ed eccitata, iniziò ad esplorare, quasi in punta di piedi, quel giardino incredibile così a lungo sognato. E presto si rese conto che, ad ogni passo, la nebbia si alzava lasciandole vedere, poco a poco, il paesaggio intorno a lei.
Era ancora più grande di quanto si immaginasse. Alberi altissimi, siepi folte e delle specie più diverse incastonavano viali e sentieri che si infilavano nelle nuvole e nel verde in un orizzonte confuso e oltremodo invitante.
Irene iniziò a correre ridendo, a braccia aperte: le sembrava di essere “Alice nel paese delle meraviglie”, si sentiva libera e felice in quell’immenso spazio tutto per lei, finché non sentì uno strano rumore alle sue spalle. Dei passi. Ma passi strani, diversi… Coraggiosa si voltò, pronta a tutto. Ma non vide nessuno.
Con grande meraviglia, però, vide che il sentiero alle sue spalle era coperto di neve! “Ma com’è possibile? Ci sono appena passata!”, osservò incredula. Era proprio così: davanti a lei la nebbia svelava una sgargiante primavera; dall’altra parte tutto era avvolto in un candido e silenzioso inverno.
Irene guardò con più attenzione il sentiero innevato: “Orme! Qualcuno è passato di qua! Era proprio dietro di me! Ma… che razza di impronte sono? Sono…diverse…Sembrano un piede e…una zampa? No! Forse è un bastone?… Ma certo! E’ lui! E’ Gamba! Mi stava seguendo!”
Prendo in prestito la piccola e coraggiosa Lucy Pevensie delle “Cronache di Narnia” cui il personaggio di Irene si ispira
Irene seguì l’istinto e d’impulso decise di seguire quelle tracce sulla neve. Il sentiero prese leggermente a salire in mezzo ad una galleria di alberi dalle fronde cariche di soffice e gelato candore. Raggiunse quindi una scalinata che la portò in cima alla collina.
Eccola, lì davanti a lei si ergeva possente quella grande casa scura. Per un attimo ebbe paura. “E se fosse meglio tornare indietro?”, pensò. Si voltò, ma la nebbia era di nuovo calata fitta e non si vedeva nulla. Ad un tratto il lampione accanto a lei si accese. Come una specie di lanterna, emetteva una rassicurante luce calda in tutto quel freddo candore. Istintivamente Irene vi si appoggiò: con un lento scricchiolìo il grande portone d’ingresso si aprì.
Col fiato sospeso, la bimba si diresse, quasi in punta di piedi, verso la porta semiaperta. Tutto era avvolto da quel particolare silenzio ovattato che solo la neve sa creare. Si voltò ancora. Il lampione non c’era più! Guardò all’interno. “Ehi…c’è nessuno’ Sig. Gamba… è permesso?”.
E, una volta varcata la soglia, il portone si richiuse immediatamente.
Non ebbe nemmeno il tempo di capire se mettersi a urlare o a piangere, che l’androne fu invaso dalla luce di decine di lampade e una dolce melodia iniziò a diffondersi quasi invitando e “spingendo” la bimba a salire la prima rampa di scale.
“Ma..è una vera casa! Ed è anche molto bella!”, si disse Irene, inspiegabilmente a suo agio in quel luogo sconosciuto ma famigliare allo stesso tempo.
Si trovò quindi in un corridoio azzurro su cui si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Poi, una di queste si aprì. Irene entrò e si trovò in un salone enorme dal soffitto altissimo, con le pareti di un rosso acceso. Al centro una statua nera, lucida e colossale: un uomo gigante dallo sguardo fisso e i piedi smisurati. “Chissà chi è…?”, pensò. “Ti chiedi chi sono?”: la profonda voce del colosso riempì la stanza e Irene non potè trattenere un grido. “Io sono il guardiano di questo palazzo! A te è stato concesso di entrare, dopo molti, molti anni! Solo tu, piccola Irene, potrai rompere l’incantesimo che avvolge questa casa, un tempo felice, e far sì che il sole torni a scaldarla, l’arte a colorarla e il sorriso sul volto del suo signore…”.
“Io?!”, esclamò Irene, “ma come…”. Non terminò la frase che la stanza iniziò a riempirsi di strani sassi, rocce dalle forme più diverse e dai colori cangianti. Le pietre aumentavano velocemente e il colosso, sebbene immobile, sembrava in lotta contro di loro per non farsi soffocare. Cercando una possibile via d’uscita, Irene notò la porta-finestra che dava sul loggiato. Vi si precipitò e la aprì. I grandi vasi di tulipani sistemati sulla loggia immediatamente si pietrificarono.
L’opera “vegetale” di Marina Torchio per l'”Assalto al castello” Gambas
Fu così, però, che le creature di roccia smisero di invadere il salone e le sembrò che il nero gigante le sorridesse.
L’installazione di Massimo Sacchetti per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
Una luce irruppe, quindi, dalla stanza accanto: strane pareti doppie, con entrambe le superfici dipinte. Figure di donne, di bimbi, di madri… Le pareti iniziarono a muoversi e, da distanziate, cominciarono ad avvicinarsi le une alle altre. La stanza iniziò a rimpicciolirsi. A Irene di nuovo mancò l’aria. Il suo sguardo istintivamente cadde sull’unico dipinto a colori e lo toccò; sempre istintivamente chiamò “Mamma!” e le pareti si bloccarono! Osservò con maggiore attenzione: sempre le stesse figure. Madri e bimbi piccoli raffigurati ovunque, quasi ossessivamente. Il quadro colorato prese vita e la donna le parlò: “Brava Irene… tranquilla! Ora vai pure a giocare!”.
L’installazione di Pasqualino Fracasso per “Assalto al castello” Gamba
Irene non credeva ai propri occhi, nè alle proprie orecchie. Come sapeva il suo nome? E come mai quella voce le suonava famigliare?
Ma calò il buio e subito un’altra sala si illuminò.
Una stanza dalle pareti gialle con bellissimi quadri di paesaggi e montagne. A terra, invece, una distesa di grandi rocce lisce e piatte, mentre, appesi al soffitto, i fiori, chiusi in teche di vetro, sembravano le tristi farfalle di una crudele collezione. La bambina vide che quelle strane rocce iniziavano a muoversi… “Oh no! Anche qui!, esclamò! La superficie rocciosa iniziò a salire sui muri, tentando di coprire i quadri. Le venne spontaneo cercare di fermarla con le mani e la coltre di roccia si frantumò lasciando apparire, qua e là, un bellissimo e variopinto prato fiorito. Fiori che sembravano fatti di pietra. Petali di roccia.
L’installazione di Patrick Passuello per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
Le farfalle si liberarono all’improvviso e in un turbinìo di colori, le pareti si aprirono lasciando il posto ad un’altra incredibile stanza. Questa volta Irene si trovò in un salotto. Era molto caldo e accogliente, pieno di libri. Incuriosita si avvicinò, fece per prenderne uno ma… era finto! L’intero salotto era un’illusione! Stando al centro della stanza sembrava reale, ma quando ci si avvicinava agli oggetti, si rivelava la finzione. Una sorta di gioco, di doppia realtà. La casa vera e quella immaginaria insieme come in un grande gioco di scatole cinesi.
L’installazione di Barbara Tutino per l'”Assalto al castello” Gamba
Superato questo senso di straniamento insolitamente piacevole (“Mi sentivo come dentro un quadro!”, si disse Irene), ecco che la porta successiva dava su una scala che non scendeva, ma saliva soltanto. “Beh, non ho scelta!, pensò la bambina. Si ritrovò quindi immersa in un ambiente spazioso ma molto buio. Fece per voltarsi, ma anche la scala da cui era appena salita era avvolta nel buio. “Ho capito sig. Gamba! Nella sua casa non si sa mai cosa può accadere! E va bene, ci sto!”, esclamò Irene ad alta voce.
Nell’oscurità, in fondo alla stanza, ecco quindi apparire un lontano bagliore azzurro. La bimba non si mosse, ma ebbe l’impressione che quella luce si stesse avvicinando da sola. Ad un certo punto si fermò. “Benvenuta, piccola avventuriera. Dunque sei tu colei che riporterà la gioia tra queste mura… avvicinati, forza”. Una melodiosa voce femminile riempì la stanza. Quasi un canto, come se provenisse dalle profondità del mare. Anzi, ascoltando con attenzione, Irene ebbe la netta percezione del rumore delle onde. Si avvicinò e il punto luminoso “esplose”: un’intera parete si aprì e, illuminato da una sfolgorante luna piena, davanti a lei, Irene aveva proprio… il mare! Quasi lo avrebbe potuto toccare… ne sentiva l’odore, la salsedine. E da quelle onde emerse lei, una creatura metà pesce e metà uccello e… anche metà donna! Proprio così: tre nature convivevano in quell’essere insolito e ipnotico. “Chi sei tu?”, chiese Irene, stranamente per nulla spaventata, “una fata? O forse una specie di sirena?”, incalzò.
Amabie interpretata da Paola Corti nell’installazione di Giuliana Cuneaz per la mostra “Assalto al castello” al Gamba
“Io sono Amabie. Sono tutto e nulla di ciò che tu dici. Io posso vivere negli abissi marini come in quelli celesti. Io volo sott’acqua e oltre le nuvole. Io porto salute e serenità. E, se vuoi, posso anche farti giocare con la luna!”, le propose ammiccante. A Irene venne spontaneo allungare le braccia e tendere le mani verso quella magica sfera lucente che Amabie le stava offrendo. Non ci poteva credere! Stava davvero toccando la luna! “Brava piccola”, le disse, “d’ora in poi, per molti anni, finalmente dopo difficoltà e sofferenza, le lune saranno amiche e benevoli. I raccolti saranno abbondanti e la gioia tornerà a riempire le case. Le ricchezze, prima perdute, ora possono essere recuperate e messe da parte! Prosegui il tuo cammino in questa dimora che, in sé, racchiude i simboli del mondo!“.
La luce scomparve. Amabie anche. Ma a Irene rimase la luna in mano! La luna che, come una magica lanterna, la guidò alla stanza accanto. Tutto buio; la bambina sbatté la testa contro degli strani oggetti che pendevano dal soffitto.
Un forte profumo di erba, fieno ed essenze aromatiche riempiva l’aria. “Mi sembra di essere in campagna da mia nonna!”, pensò la bambina incuriosita. Alzò la “sua” luna e… “Oohh…”: una vera e propria pioggia di delicate scatoline trasparenti ricadeva dall’alto. Scatoline apparentemente molto fragili, ma che in realtà, al tatto, non sembravano di vetro.
L’opera di Chicco Margaroli per “Assalto al castello” Gamba
“Che strane! Ma…cosa sono?!”, si chiese Irene. Osservandole più attentamente si accorse che racchiudevano qualcosa al loro interno. Dopo essersi assicurata di non essere vista, afferrò quella più vicina a lei e tirò; la misteriosa scatolina si staccò e si aprì tra le sue mani! Al suo interno c’era del fieno: era straordinariamente profumato! Su ogni scatolina notò che era scritta una parola. Una sola. In ognuna era racchiuso un valore, uno dei tanti sensi della vita. A ognuno scoprire il proprio. Irene illuminò il soffitto e le scatoline trasparenti cominciarono a brillare come se fosse una pioggia di stelle. Nell’apparente silenzio che avvolgeva quel luogo, le parole sulle scatoline risuonavano emanando, col fieno, tutto il profumo dei loro numerosi significati. Davvero in quella pazzesca dimora, quasi simile ad un castello, erano racchiusi tutti i simboli del mondo!
A Irene venne spontaneo respirare, allargare le braccia e mettersi a roteare. Si sentiva felice!
Un’improvvisa brezza la sfiorò e la indusse a cambiare stanza. Seguendo quello strano vento arrivato da chissà dove, Irene si ritrovò in un incredibile salone blu. Le pareti si accesero e presero a muoversi creando disegni, forme e profili quasi stordenti. La bambina continuava a girare su se stessa in mezzo a quelle sorprendenti pareti in movimento. Si muovevano come fasci luminosi. Le sembrava di essere tra le onde, oppure no… forse tra le nuvole…oppure, no… forse stava scivolando in una galleria di ghiaccio!
L’installazione di Andrea Carlotto per l’Assalto al castello” Gamba
“Ecco, vedi? Di nuovo sono io che posso vedere in questi segni tutto ciò che voglio! E comunque mi parlano e vogliono dirmi qualcosa”, riflettè Irene in cuor suo. “Chissà però come faccio adesso a uscire da qui…non vedo porte…”, si disse un po’ preoccupata.
“Beh? Cosa fai lì impalata? Non sali?”. Una possente ma gentile voce maschile irruppe nella stanza. Irene si guardò attorno per capire da dove provenisse, ma invano. Poi dal soffitto scese una scala che conduceva al piano di sopra. “Ma…chi é?”, chiese. “Come chi sono?! Sei entrata in casa mia, e mi chiedi chi sono’!”.
“Sig. Gamba!! E’ davvero lei? Mi aspetti!”, gridò Irene. Ma non ottenne più risposta.
Era una scala decisamente insolita: tutta di vetro e acciaio. Lieve e massiccia allo stesso tempo. Mentre saliva, aveva la netta sensazione che la scala ondeggiasse…o era forse quello che le stava intorno a muoversi? Finalmente raggiunse un corridoio in legno. Ai lati due pareti che, a prima vista, sembravano rivestite di quadri dai colori accesi e vivaci. Ma, avvicinandosi, Irene si accorse che quei quadri…erano vivi! Come se stesse guardando attraverso un vetro, restò stupita nel vedere animarsi una sorta di circo: scimmie e scimmiette, una piccolina su una capra nera, un’altra più grande con un vezzoso ombrellino orientale a fiori e un’altra ancora in piedi…
Un’opera di Marco Bettio per la mostra “Assalto al castello”
Tutte a bocca spalancata coi denti bene in mostra. C’era silenzio, ma quegli animali stavano urlando: forte il bisogno di comunicare, ma anche di avvertire e recepire la risposta, forse soprattutto emotiva, di chi forse le stava guardando. A Irene non sfuggì poi, a metà del corridoio, una sorta di doppio ritratto che divideva quello spazio esattamente in due. Da una pare uno scimpanzé con l’espressione pensierosa ma serena, quasi compiaciuta. E, come contraltare, un bellissimo viso di donna, dai capelli neri raccolti e grandi occhi grigio-verdi. “Sembra quell’attrice che piace tanto a mia nonna… come si chiama? Quella che aveva interpretato Cleopatra… Liz, Liz… sì ecco! Sembra proprio lei, Liz Taylor!” esultò la bambina.
Dal circo al cinema! Irene guardò con grande curiosità gli altri quadri, opere che colpivano immediatamente l’attenzione per i loro colori forti e sgargianti. Per non parlare delle figure femminili: bellissime, sinuose, affascinanti. Tuttavia, sotto quell’abbagliante bellezza sembravano nascondere altro, una sorta di tristezza, un senso di attesa e sospensione.
Fino al dipinto di una fanciulla distesa in un avvolgente tappeto di fiori rossi e rosa. “Sembra davvero Alice nel paese delle meraviglie” E’ vestita allo stesso modo!” esclamò Irene.
Una delle opere di Sarah Ledda per l’Assalto al castello
Irene osservava rapita quella figura abbandonata nel sonno, o forse in un sogno… A metà tra Alice o Dorothy, la protagonista del Mago di Oz. Il mondo delle fiabe. Il mondo delle meraviglie. Il mondo irreale per alcuni, ma non per tutti…fortunatamente! La fantasia: questa è una delle parole più importanti per Irene. La fantasia può darti la chiave per aprire mille porte, mille stanze, case, mondi!
“Forza, sali! Vieni sù nell’altana!”. Di nuovo quella voce. “Sig. Gamba! Arrivo subito! Lei mi aspetti, però! Non scompaia!”.
Irene percorse tutto d’un fiato gli ultimi scalini e si ritrovò al centro della torre del palazzo. Era più grande di quanto pensasse. Non vi era nulla. Dalle ampie finestre si poteva volare sul fondovalle, sopra i prati, sopra le case, sopra i boschi, fin sopra le nuvole sfiorando le vette dei monti.
Il bellissimo panorama dall’altana del Gamba guardando verso est
Si guardò attorno; “Sig. Gamba…dov’è?…” (“Ecco…è sparito di nuovo! Ma come fa?!”), pensò sconcertata. Poi un movimento. Come una piccola ombra scura davanti agli occhi. Pensò si trattasse di un insetto… Di nuovo! Irene osservò con attenzione. “Ma… sono scritte!”. Sul vetro comparivano e scomparivano delle parole: sembravano messe a caso, ma alla componevano delle frasi. Potevano sembrare sconclusionate, ma, anche questa volta, il senso lo dava chi leggeva. “Come nelle poesie!“, esclamò Irene; “sembrano scritte in modo strano, ma non è così! E ognuno ci legge, in fin dei conti, quello che sente nel suo cuore!”.
“E come nelle fiabe…vero Irene?”. Il sig. Gamba era lì! Irene si voltò: lui era davvero lì! Di spalle, in piedi affacciato alla finestra dietro di lei. Una sagoma scura ma che non incuteva alcun timore. In realtà non era zoppo, ma si appoggiava ad un bastone.
“Ti aspettavo, sai? Da quando te ne sei andata, molto tempo fa…poco più che in fasce, così, fragile, incapace di lottare contro quel terribile male e noi, tua madre Angélique ed io, incapaci di aiutarti. Io, cheavevo volutonquesta grande casa e questo immenso parco solo per voi…in poco tempo mi sono ritrovato solo. Sì, tua madre, la mia adorata Angélique, non seppe sopravvivere senza di te. Il suo cuore non era forte abbastanza. E io mi sono ritrovato solo. E mi sono chiuso sempre di più. Il mio spirito triste vagava tormentato tra le sale di questa dimora, senza un senso, senza pace. Una casadivenuta simbolo della mia vita, del mio mondo sognato e brutalmente perduto.
Ma adesso sei qui, mia piccola Irene! E posso trovare la mia dimensione, lasciare queste mura e raggiungere le mie donne. Tu, con lo stesso nome e gli stessi occhi della mia piccola, sei stata capace di superare paure e pregiudizi. La mia casa ti ha accolto e tu le hai ridato luce e colore. Adesso questo è tornato il mio fantastico mondo!
D’ora in poi sarà sempre aperta, a tutti, ma soprattutto agli spiriti liberi e all’arte, che soggiace ad ogni cosa rivestendola di senso e valore.
Grazie, Irene!”.
E svanì.
Da quel momento la grande casa nel parco non venne mai più richiusa e risplende accogliendo le persone in un avvolgente vortice di forme e colori, oltre le apparenze, oltre le consuetudini, cavalcando l’insolito, la fantasia e la creatività.
Quello che era lo scuro “castello” del “Gamba”, oggi è tornato a vivere e a regalare emozioni.
Il castello Gamba nell’ultima edizione di Plaisirs de Culture 2020
Le Fate. Creature del sogno e della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di alte montagne, di nevi perenni e poderosi ghiacciai, dove Madre Natura si fa severa, implacabile ed esigente, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli, sicuramente volubili.
Creature oniriche, impalpabili, che vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili. Luoghi dove le fate si nascondono sottraendosi alla vista, chiuse in un silenzio incantato che, però, se lo si sa ascoltare, a volte può lasciar sentire la melodiosa voce delle fate. Una voce simile ad un canto le cui note solo il vento sa suonare.
Il territorio del Monte Bianco vede la presenza di almeno due fate protagoniste di racconti locali, entrambe individuate in Val Veny: quella nascosta nei ghiacci della Brenva, in un luogo a monte di Plan Ponquet; ed una, forse più famosa, e forse non da sola, che ha stabilito la sua dimora nel lago del Miage.
La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)
Le leggende narrano che vi fu un tempo in cui, dove ora si stendono le propaggini ghiacciate della Brenva e si apre il lago del Miage, vi fosse una conca verdeggiante ricca di fiori ed erbe profumate dove le splendide fate della grande montagna amavano riunirsi e danzare.
Un giorno, però, la loro voce incantevole e la loro straordinaria bellezza attirarono l’attenzione dei demoni annidati tra le rocce aguzze di quello che veniva chiamato, non a caso, il Mont Maudit (ossia il Monte Maledetto, primo nome della “spaventosa” montagna che diventerà Monte Bianco).
I demoni iniziarono ad insidiare le fate con profferte d’amore sempre più insistenti e sgradevoli.
Le fate fuggirono inorridite e trovarono rifugio nel ventre della montagna, protette da un cerchio di magia invalicabile.
I demoni, accecati dall’ira, scossero le alte vette facendo franare massi enormi e facendo raggelare la dolce vallata in un inverno senza fine. Solo il lago del Miage resistette all’avanzata del ghiaccio e, alcuni dicono, che laggiù, sul fondo da qualche parte, le fate vivano ancora.
“Oh sorgete, soffiate impetuosi,
venti d’autunno, su la negra vetta;
nembi, o nembi, affollatevi, crollate
l’annose querce; tu torrente, muggi
per la montagna, e tu passeggia, o Luna,
per torbid’aere, e fuor tra nube e nube
mostra pallido raggio…”
I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale dell’alta Val Veny di Courmayeur che viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Per non parlare dell’inverno: lungo, gelido, cristallino, che riveste la valle di una spessa e candida coltre ghiacciata, accompagnandola per mesi in un sonno ovattato ed impenetrabile. Quelle vette imponenti ed appuntite, scintillanti al sole e alla neve, sembrano davvero il regno della misteriosa regina dei ghiacci, ma anche la dimora di fate inafferrabili ed invisibili.
Pareti rocciose incombenti e tormentate, lavorate da antichi movimenti glaciali, sagomate dal vento che vi si annida e vi si rotola, accarezzate dalle piogge e levigate dalle gelate invernali. Ma c’è dell’altro.
Qui domina il silenzio, ma è un silenzio strano, che ti assale, ti avvolge, ti fa quasi il solletico, ti fa venire i brividi. Qui, tra le pieghe ghiacciate della grande Brenva, così come nelle mute acque argentate del Lago del Miage, dimorano le fate di queste montagne, signore di un regno inaccessibile e misterioso che va contemplato fermandovisi ai margini.
In pochi le sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista valdostana Giuliana Cunéaz, una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste credenze popolari, riportandole nei loro luoghi: 24 in tutta la Valle d’Aosta.
Nel progetto chiamato, appunto, “Il silenzio delle Fate” (1990), ha voluto evocare queste diafane presenze attraverso un particolare percorso circolare toccando località in cui si narra che una fata sia apparsa. In ognuno di questi luoghi Giuliana Cunéaz aveva installato un leggio in ferro su cui poggiava uno spartito in marmo bianco. Su ogni spartito era riportato uno stralcio di un brano musicale composto appositamente dal musicista torinese Armando Prioglio. A causa dell’uomo e della natura, oggi molti leggi non sono più al loro posto. Riunendo i 24 brani si otteneva un’unica melodia che, mescolandosi al vento, al fruscio dell’acqua e amplificata dalla grandiosità degli scenari naturali, evocava un antico canto, melodioso e silenzioso allo stesso tempo; evoca “il silenzio delle fate”.
19.00: fine turno. Chiusura. Ma stavolta non solo del museo, ma di tutti… Tutti i musei, i siti, i castelli, le mostre… Tutto! Quella maledetta pandemia aveva colpito ancora dopo un’illusoria ed effimera tregua estiva. Leo era custode del MAR, il Museo Archeologico Regionale di Aosta. Da diversi anni lavorava nei Beni culturali; aveva prestato servizio in numerosi siti, ma il Museo Archeologico esercitava su di lui un fascino tutto particolare.
Innanzitutto da sempre amava i musei: “le dimore senza tempo delle Muse”, come li definiva lui. Ma l’Archeologico aveva un “quid” in più: tutti quegli oggetti… avevano attraversato i secoli, erano stati in chissà quante e quali mani, avevano visto chissà quante cose… tutti quegli oggetti avevano una storia da raccontare. Forse anche più di una. In quelle vetrine c’era vita, tante vite! Ogni monile, ogni lucerna, ogni ciotola o bottiglia, erano uomini del passato che, però, grazie al lavoro degli archeologi, riuscivano a far parlare di sé ancora oggi, dopo secoli e secoli. Ecco, questo lo entusiasmava e lo stimolava. Quel museo era diventato per Leo come una seconda casa e con infinito piacere accoglieva i visitatori, le scolaresche o semplici curiosi.
Ma quella “fine turno” lo rattristava tremendamente. Lo preoccupava e lo incupiva.
Ok, aveva spento tutto, controllato ogni cosa, inserito gli allarmi; ultimo giro di chiave e… “Ma come? C’è una luce accesa?!”, si stupì, “eppure sono passato dappertutto… che strano!”.
Rientrò; rifece scrupolosamente il giro. La luce nella prima saletta era accesa. “Mah, davvero strano…!”, rimarcò. Spense. Fece per uscire quando gli venne l’istinto di girarsi: un’altra luce era accesa!
“Ma che diamine succede stasera?!”, sbottò.
Rientrò e vide che stavolta era la grande sala del plastico ad essere illuminata. “Questo me lo devono proprio spiegare! Non era mai capitato! Forse c’è qualche contatto… boh!”.
Rifece il giro e, per scrupolo, scese anche nel sottosuolo: “Non si sa mai che sia rimasto acceso qualcosa anche lì!”. Ripercorse con la pila l’intera sezione sotterranea. Tutto a posto. Chiuse la porta, fece i primi scalini, ma la porta del sottosuolo si riaprì! Leo iniziò ad avere qualche insolito “brivido”.
Con cautela e circospezione scese quei pochi scalini e richiuse la porta. Questa volta salì all’indietro per controllare che non si riaprisse. Sembrava finalmente tutto a posto. “Stai a vedere che le leggende sulla povera monaca Visitandina murata viva qui a fine Seicento non so dove… erano vere! Meglio andarsene per stasera, vah!”.
Aveva quasi raggiunto l’uscita quando udì dei passi. Si fermò immediatamente pensando di avere le allucinazioni, di essersi troppo suggestionato. Immobile, aspettò qualche secondo… Ecco! Di nuovo i passi! “Ma chi diavolo… Chi è’?!”, urlò, “Insomma, basta con gli scherzi, eh?! Forza! C’è qualcuno?”.
Nel frattempo la saletta delle epoche preromane si era illuminata. “Adesso però basta!”, esclamò Leo tra il nervoso e un inizio di timore. Si precipitò sul posto. La luce non si spense. Si avvicinò istintivamente alla vetrina con le armille celtiche. “Ma che diavolo…”. Si stropicciò gli occhi un paio di volte. Quella a doppio filo di bronzo dorato con le perle in pasta vitrea… scintillava! Improvvisamente fu tutto buio.
Solo quel bracciale brillava! Lo guardò incredulo e ipnotizzato: le decorazioni “a occhioni” si muovevano… giravano, come due vortici! E le perle sfavillavano! Poi, altrettanto improvvisamente, lo sfavillìo si spostò. Leo seguì quel baluginìo: stavolta, a brillare nel buio pesto, era la scritta incisa sull’epigrafe detta “dei Salassi incolae”.
L’intera scritta era illuminata. Leo si avvicinò, fece per toccare l’oggetto quando la parola “Salassi” si fece ancora più luminosa; udì nuovamente quel rumore di passi accanto a lui. Si voltò di scatto e… fu di nuovo tutto buio. Rumore di passi. Si girò e la luce, stavolta, lo attirava verso il grande plastico della città di Augusta Praetoria.
Quel grande plastico in scala 1:200 era da sempre una delle attrazioni preferite dei visitatori di tutte le età. La sorpresa di trovarsi la città romana, dalla fondazione fino al II secolo d.C., letteralmente a portata di mano: poterla toccare, poter aprire gli edifici vedendo cosa ne resta e come dovevano essere… beh, un gioco di conoscenza e approfondimento capace, pur nella sua semplicità, di coinvolgere e divertire tutti.
Leo si avvicinò. L’iniziale sgomento stava piano piano lasciando il posto alla pura curiosità, quasi come si fosse ritrovato catapultato in un videogioco.
Si accorse che il modellino del Criptoportico era smontato; allungò una mano per rimetterlo a posto quando alle sue spalle: “Buonasera! Mi scusi per il trambusto…non volevo spaventarla. Sono nuovo…sa…!”.
Leo sobbalzò. Chi era quel giovane? “Chi è … chi sei? Come sei entrato?!”. Un giovane sui 25 anni al massimo, non eccessivamente alto, capelli corti con una frangetta scomposta, tipica aria da “bravo ragazzo” gli rispose con tranquillità e tono pacato: “Sì, ha ragione. Ho iniziato uno stage da pochi mesi… non ci eravamo mai incontrati prima. Sa, io sono archeologo… sto finendo la Specializzazione. Ho iniziato un tirocinio qui e ne sono davvero felice. Stavo esaminando alcuni oggetti esposti nel sottosuolo e ho perso la cognizione del tempo. Quando ho capito che stava chiudendo, mi sono spaventato e… ho fatto pasticci!”.
Leo era perplesso; non sapeva che dire. Possibile che nessuno lo avesse avvisato? Eppure lui era sempre lì! Strano che non lo avesse mai incrociato, anche se… quel volto gli risultava incomprensibilmente famigliare.
“E’ splendido il Criptoportico, vero?”, disse il giovane. “Un vanto per le colonie possedere un simile edificio nel foro… Gli accessi monumentali collegavano la terrazza sacra con la parte bassa, la piazza giuridico-commerciale. Augusta Praetoria… una colonia alpina incredibile: grande, ricca, vivace! Soldati, mercanti, notabili; un vero “porto” tra le montagne. Affascinante!”
Leo si rese immediatamente conto della profonda passione con cui quel giovane parlava e si ritrovò ad ascoltarlo con grande trasporto. “Sei di Aosta?”, gli chiese. Il ragazzo fissava un punto lontano… “diciamo che è come se lo fossi…”.
“E vogliamo forse parlare del quartiere degli spettacoli? Venne realizzato in un secondo momento quando la città aveva un ruolo e un’identità già consolidati. Le vie di transito erano state potenziate. Gente che andava e veniva… dotarsi di un teatro e di un anfiteatro era fondamentale… forse non tanto per effettive esigenze quanto per necessità di immagine. Occorreva trasmettere al primo sguardo potenza e ricchezza!”.
Leo era ammutolito. Quel giovane gli spiegava la città antica come se davvero vi avesse vissuto… Improvvisamente scomparve. Leo credette fosse passato nella sala accanto, ma…non c’era più!
E non gli aveva neppure chiesto come si chiamava!
Entrò quindi nella sala delle necropoli. Di nuovo scese l’oscurità. Leo si immobilizzò. Ancora quel rumore di passi; poi le scritte di antiche epigrafi funerarie iniziarono a illuminarsi una dopo l’altra. Una voce iniziò a declamarle in latino: era quel ragazzo! “Ehi, ma dove sei?!” chiese Leo disorientato. “Seguimi!, gli rispose, “ apprezziamo insieme quanta vita c’era anche nell’estremo saluto. Le tombe non erano solo tombe: erano occasioni per celebrare la vita ravvivando il ricordo delle persone. Ai monumenti funerari ci si avvicinava col desiderio di conoscere la persona defunta, sapendo che anche in questo modo poteva raccontare un pezzo di città e di comunità; non solo per piangere… e i corredi? Sono strepitosi! Frammenti di vita: una quotidianità che continuava oltre la morte!”.
Leo si guardava intorno stranito come se passasse per la prima volta in quelle sale. Forse fu un’allucinazione… un sogno… ma il letto funebre rivestito di raffinate sculturine in avorio era… intatto! Fu un attimo ma gli parve davvero di vederlo come doveva essere. Provò a tornare indietro per verificare ma una fitta oscurità glielo impedì. Il ragazzo continuava a precederlo senza, però, rendersi raggiungibile.
Giunto nella sala dei culti ebbe un sobbalzo. Davanti a lui si ergeva un’imponente statua di Giove Graio: molto più grande del busto che ben conosceva! Quegli occhi enormi lo fissavano e Leo si sentì letteralmente ipnotizzato da quel sacro volto divino. All’improvviso una folgore, un fulmine squarciò l’atmosfera sospesa di quell’inatteso incontro per riportarlo alla realtà, davanti a quell’oggetto in argento così carico di arcana ieraticità proveniente dal colle dell’Alpis Graia, il Piccolo San Bernardo.
“Eccomi!”. Quell’inafferrabile ragazzo gli avrebbe fatto venire un infarto, prima o poi! “Davanti a questo oggetto potrei sostare delle ore, sei d’accordo?”, disse indicandogli lo splendido balteo bronzeo decorato, altro “pezzo forte” del MAR.
“E’ incredibile la raffinatezza e l’eleganza di questo pettorale, vero? Un pettorale in bronzo da parata destinato al cavallo di un personaggio decisamente importante! Sai, Leo, io sono quasi certo che non fosse nemmeno pensato per un cavallo in carne e ossa, quanto piuttosto per una statua equestre. Magari non era un “semplice” ex-voto… ma qualcosa di più!
Un pezzo che ancora oggi ci regala tutto il pathos di una battaglia cruenta, di uno scontro senza esclusione di colpi tra Romani, molti a cavallo, e barbari. I Romani occupano praticamente l’intero registro superiore della raffigurazione: netta ed inequivocabile superiorità. I soldati a terra indossano anche un elmo, utile a farli apparire più alti e temibili.
I barbari sono assai riconoscibili e ben caratterizzati: barba lunga, chioma fluente – pensiamo alla famosa Gallia Comata, appunto… tribù di nerboruti Celti capelloni dalle lunghe barbe: un look decisamente lontano dal composto civis Romanus sbarbato e dal taglio inappuntabile!-, pantaloni, le brachae, il sagum, cioè un corto mantello in lana grezza o in pelliccia, o alternativamente una semplice corta tunica stretta in vita da un laccio, e l’immancabile torquis al collo.
E poi lui, l’imperator! Il comandante svetta al centro della scena troneggiando letteralmente sul suo destriero lanciato al galoppo. Senza alcuno scrupolo travolge i nemici, ormai destinati alla disfatta. Questo generale cavalca senza elmo, a viso scoperto, dichiarando col suo particolare taglio di capelli e la frangia corta e geometrica, l’appartenenza all’età di Traiano (inizi II secolo d.C.). Anzi, diciamo che persino i tratti somatici lo avvicinano all’imperatore Ulpio, mitico domatore dei terribili Daci!”.
“Certo che questo ragazzo è molto preparato! E come spiega le cose! Sembra un film!”, pensò Leo compiaciuto. Voleva chiedergli il nome, ma… “ecco! Sparito di nuovo!”.
Leo passò velocemente nella sala dell’edilizia pubblica… velocemente ma non abbastanza per non rendersi conto che mancava qualcosa! Con la coda dell’occhio aveva notato uno spazio insolitamente vuoto, ma era come se non avesse avuto né tempo né modo di fermarsi. Beh, sarebbe tornato indietro dopo. Intanto sentiva i passi e la voce del giovane in lontananza: “ Ah…i thermopolia! Come gli attuali take away, ma… molto più autentici e ruspanti! Focacce di farro intrise di olio profumato e cosparse di salsa di olive o, per i palati più robusti, di garum… ne esistevano molte qualità, sai? Secondo me la migliore era quella a base di acciughe! E poi uova sode, zuppe di legumi, formaggi, olive nere e verdi! Veri e propri piccoli ristorantini di strada pieni di gustose leccornie. Come lo street food! Ecco, vedi? Quante anfore circolavano! Tante forme, altrettanti contenuti e provenienze! Quante informazioni ci può dare una semplice anfora: chi l’ha prodotta, chi l’ha riempita, che viaggio ha fatto, cosa ha contenuto…
Ah, l’uomo moderno crede di aver inventato chissà cosa, invece… i Romani già sapevano vivere alla grande con tutti i confort! Basti pensare alle terme, al riscaldamento a parete e a pavimento, all’eleganza degli spazi verdi, alla cura delle città… mica come oggi!”.
“Anche ad Aosta ce n’è uno…” sottolineò Leo, orgoglioso di dirgli di esserne a conoscenza. “Certo!”, gli fece eco il giovane, “ben più di uno, caro mio! Solo uno è stato trovato, ma… fidati che una città come Augusta Praetoria ne aveva diversi! Sai, i Romani avevano l’abitudine del fast food, del pranzo veloce fuori casa, quindi puoi solo immaginarti quanto fossero utili i thermopolia! Tra Cardo e Decumano, tra foro e terme, nei quartieri o nei pressi delle principali porte della città, queste piccole trattorie di strada pullulavano e riempivano l’aria di succulenti profumini!”.
Leo non fece fatica a immaginare quell’Aosta antica: viva, dinamica, piena di gente proveniente da ogni parte dell’impero…
Pochi secondi e… era già scomparso di nuovo! “Ehi, ma dove sei finito ancora?”, lo chiamò Leo, “non mi hai neppure detto come ti chiami! Magari potremmo scambiarci il numero di telefono… potremmo restare in contatto!”.
Calò di nuovo il buio nel museo. Solo una luce attirava Leo verso la sala 9. “Ecco! Proprio dove avevo notato una mancanza!”, si ricordò il custode. Giunto nel passaggio delle stampe antiche si immobilizzò, esterrefatto!
Il giovane era lì, davanti a lui: indossava una toga romana dal bianco abbagliante. Gli rivolse un sorriso e gli disse: “E’ stato un vero piacere parlare con te! Tenete sempre vivo il passato perché è solo avendo ben presente il passato che si può guardare al futuro. Volevi sapere il mio nome? Beh… non serve che te lo dica… ci arriverai da solo”.
Il ragazzo si mise di profilo e la sua immagine luminosa si impresse sul fondo rosso della teca vuota. Leo, abbagliato, chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, il nobile profilo del ritratto bronzeo del giovane principe giulio-claudio era tornato al suo posto! Chissà chi è in realtà: il giovane Ottaviano, oppure uno dei suoi sventurati eredi?
Con questo dubbio, Leo ancora frastornato, fece un giro del museo, sperando in cuor suo di rivedere quel giovane. Nulla, tutto era tornato come sempre. O forse no?
La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le consuete occupazioni contadine. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.
Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.
E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e i pettegolezzi erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo“.
Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un busto tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un “grillo” fatto e finito!
E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!
Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!
Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.
Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.
Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.
Spiriti? Sirene? Fate? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.
Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.
Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!
Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.
“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.
Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.
Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.
Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.
Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.
Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.
Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!
Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!
Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…
Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…
Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.
“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.
Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.
Quindi il gigante aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.
Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!
Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.
Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!
Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.
“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.
Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!
“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.
“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.
Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e …
… oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.
I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.
Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.
E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.
E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.
Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.
Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?
Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…