#WorldSnakeDay. Serpente: il fascino che incanta e guarisce

L’altro ieri stavo sfogliando con aria distratta una rivista. Ad un certo punto mi attira una rubrica: “I Santi del mese”. Si parla di Santa Verdiana; accanto al testo c’è un’immagine: la santa fiorentina, in abiti monacali, con due vipere ai lati… un flash! Una donna, nella fattispecie una santa, in mezzo a due serpenti…

S.Verdiana,_Museo_di_Santa_Verdiana

La mia mente corre, si accende e torna indietro di anni, secoli, millenni. Mi ritrovo così nel mar Mediterraneo, su un’isola meravigliosa il cui nome antico e mitico suonava simile a Candia, oggi nota come Creta. Mi rivedo all’università col naso dentro il manuale di Archeologia minoico-micenea. Mi rivedo a Heraklion, davanti a quella vetrina del Museo Archeologico in una torrida giornata di luglio.

Dea_dei_serpenti_iraclio

Davanti a me sempre quell’immagine: una giovane donna con una coppia di serpenti; ma non si tratta più di una santa cristiana, no… è la Dea dei Serpenti!

Civiltà minoica (per noi Età del Bronzo). Un’isola con fitti e proficui scambi commerciali e culturali con le sponde mediterranee: dalla Grecia all’Anatolia; dal Libano all’Egitto. Quante contaminazioni. Quante reinterpretazioni. La Dea dei Serpenti ti incanta: è un’avvenente ammaliatrice dal seno nudo e florido strizzato in un corpetto stretto e colorato che le ricopre, a mò di bolerino, anche le spalle e le braccia fino ai gomiti. Una gonna immensa, lunga, ricca di balze colorate ed un decoro simile ad un grembiule stretto in vita. Le braccia protese in avanti, in un gesto dalla sacralità ancestrale, il gesto della dea Tanit che richiama su di sè l’energia della Luna. Tra le mani due serpenti che si muovono sinuosi, si dimenano. Volto truccato alla maniera egizia con gli occhi scuri ben delineati e allungati; lunghi capelli neri; un copricapo dal gusto anch’esso egittizzante sormontato da un animale, forse un gatto.

Una Dea simbolo di fertilità; i seni nudi proprio a questo rimandano, al suo potere di dare la vita e di nutrire. Il gatto sulla testa: simbolo mutuato dal vicino Egitto, animale sacro protettore nell’ Al di là. E quei serpenti tra le mani, tenuti con forza e decisione tanto che alcuni parlano di “virilità al femminile”. Già, il #serpente, protagonista di questo post dedicato al #worldSnakeDay.

Oggi a pensarci possono venire i brividi; quando ne incontriamo uno in natura ci spaventiamo a morte. Ma il serpente ha una lunga storia e importanti significati.

Capace di mettere in comunicazione il mondo dei vivi col mondo dei morti, il serpente appartiene contemporaneamente ad entrambi: si rifugia nell’umido ventre della terra, nel sottosuolo e negli anfratti oscuri; ma trova altresì dimora sui rami degli alberi, tra i grovigli di radici e cespugli, nell’acqua… La sua muta lo rende simbolo di rinascita, di rigenerazione, perché il fatto di “cambiare pelle” lo rende rappresentativo della guarigione, del cambiamento verso una nuova vita.

Il suo lungo e segreto letargo invernale lo assimila alla Madre Terra che nei mesi freddi si chiude in un sonno apparentemente senza fine per poi tornare alla vita. Un ciclo perenne di morte, rinascita e vita; di sonno e risveglio, di tenebra e luce.

Un simbolo positivo, quindi. E per queste sue virtù associato alla medicina, al potere di guarire gli altri. Non a caso lo ritroviamo avvolto in morbide spire lungo il bastone di Asclepio (dai Romani ribattezzato Esculapio), mitico figlio di Apollo dedito all’arte medica i cui santuari erano meta ambita e ricercata da chi desiderava un intervento salvifico e terapeutico. Santuari “ospedale”, possiamo dire così.

Asklepieion di Epidauro, Argolide (argolisculture.gr)
Asklepieion di Epidauro, Argolide (argolisculture.gr)

Gli esempi più mirabili li abbiamo ad Epidauro, ad Atene e a Kos. Ma non solo… ce n’erano in tutto il mondo antico mediterraneo. Pieni di fede ci si recava al tempio di Asclepio dove si sacrificava un animale sulla cui pelle si avrebbe trascorso la notte. Nei santuari c’erano intere ali riservate ai pazienti: tante camerette rivolte rigorosamente a sud. La guarigione arrivava di notte, nel sonno. Un sonno “guidato”, monitorato, dai “medici” sacerdotio forse dal dio stesso!

Tavoletta votiva con scena di "sonno incubatorio": la malata, distesa, è assistita dal dio Asclepio e da Igea, la sua paredra (thereef.it)
Tavoletta votiva con scena di “sonno incubatorio”: la malata, distesa, è assistita dal dio Asclepio e da Igea, la sua paredra (thereef.it)

Al risveglio il malato era assolutamente convinto che il dio Asclepio gli fosse apparso in sogno rivelandogli la causa del suo male e informandolo sul modo di guarire. Chi tornava a casa guarito lasciava la sua testimonianza incisa su un’epigrafe. Non è un caso che tra i decori maggiormente diffusi negli Asklepieia antichi vi fosse il fiore del papavero, simbolo del sonno più profondo, del sonno che guarisce… amico di Morfeo (non a caso!).

Asklepieion-papavero
Dettaglio del fiore di papavero al centro di un cassettone di soffitto

E sempre negli Asklepieia si allevavano serpenti! All’interno di una sorta di tholos (tempietto circolare) un dedalo ospitava i rettili amorosamente allevati dai sacerdoti del dio. Animale totemico sacro alla divinità e il cui veleno veniva utilizzato per ricavarne farmaci e antidoti. Se ci si pensa anche questo è emblematico: quello stesso morso che può dare la morte, ha la capacità di salvare la vita. Avete mai riflettuto sul simbolo delle farmacie? Ebbene, non è altro che il bastone di Asclepio su cui si avvolgono due serpenti!

AsklepioIgea_Epidauro
Statua stante del dio Asclepio presso il Museo dell’Asklepieion di Epidauro

E ritroviamo i serpenti sul capo della terribile Medusa. I serpenti, tanti e spaventosi, erano i suoi capelli. Ma chi era poi Medusa? Era una dea, splendida, forse addirittura la più bella. Essa i cicli del tempo come passato, presente e futuro e i cicli della natura come vita, morte rinascita. La sua bellezza si nutriva di complessità ed era colei che creava e distruggeva, alla continua ricerca di perfetti equilibri naturali. Dei tre mondi conosciuti (il cielo, la terra e gli inferi) Medusa era la mediatrice e il filtro. Medusa era la terra di mezzo tra il visibile e l’invisibile: un archetipo che testimonia il “passaggio”, l’ “evoluzione”.

Mosaico raffigurante Medusa dalla villa di Curtius Rufus ad Adrumetum-Sousse (II sec.d.C.)
Mosaico raffigurante Medusa dalla villa di Curtius Rufus ad Adrumetum-Sousse (II sec.d.C.)

Medusa: meravigliosa e superba sintesi di sapienza, intuito, coraggio e di tutte le doti femminili, fu la più venerata, almeno fino al 600 a.C., poi qualcosa cambiò. Poseidone, fratello di Zeus, irresistibilmente attratto da Medusa la violò, costringendola ad un rapporto sessuale sul pavimento del tempio di Atena. Quest’ultima, irritata dall’affronto, punì Medusa trasformandola in un mostro: il corpo si ricoprì di scaglie; i denti si allungarono come zanne di cinghiale; i capelli in serpenti; gli occhi di fuoco; la lingua penzolante. Atena, in più, diede al suo sguardo il potere di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi. Questa fu la peggiore condanna: quella di non poter guardare chi si ama. E che porta a non amare. Medusa divenne dunque una Gorgone (da gorgòs, spaventoso). Di nuovo il dualismo tra vita e morte.

Nel mondo romano è il santuario sull’Isola Tiberina, a Roma, a dominare la scena. Un’isola salvifica che mantiene la sua funzione ancora oggi visto che qui si trova il “Fatebenefratelli”. Un’isola a forma di nave, in mezzo al biondo Tevere. E la leggenda narra che questa forma le derivi dal mito secondo cui un grosso serpente saltò sulla nave romana per giungere sino qui: il serpente di Esculapio di cui ancora si vede una raffigurazione sul basamento in travertino.

Il rilievo raffigurante il dio Esculapio col bastone e il serpente sulla prua della nave che diede origine all'isola Tiberina (isolatiberina.it)
Il rilievo raffigurante il dio Esculapio col bastone e il serpente sulla prua della nave che diede origine all’isola Tiberina (isolatiberina.it)

Il legame tra serpenti, miracoli, guarigione e religione si protrae anche dopo l’avvento e il radicarsi del Cristianesimo. Oltre alla già citata Santa Verdiana, causa prima di questo mio post, mi viene in mente San Domenico a Cocullo, in Abruzzo, località nota per la Festa dei Serpentari. Si tratta di San Domenico di Sora, monaco dell’XI secolo, la cui festa intreccia elementi sacri a elementi profani: il rito inizia con i serpari che alla fine di marzo si recano fuori paese in cerca dei serpenti.

San Domenico di Sora durante la festa dei Serpari
San Domenico di Sora durante la festa dei Serpari

Una volta catturati, vengono custoditi con attenzione in scatole di legno per 15-20 giorni, e nutriti con topi vivi e uova sode. Secondo la tradizione locale, il santo cavandosi il dente e donandolo alla popolazione di Cocullo, fece scaturire in essa una fede che andò a soppiantare il culto pagano della dea Angizia, protettrice dai veleni, tra cui quello dei serpenti. Il dente di San Domenico, con probabile allusione al dente avvelenatore del serpente, diede, forse, l’idea che fece nascere la fede che portò alla festa in onore del santo. I serpenti sono dunque al centro di questo antico rito. I cosiddetti “ciaralli”, i serpari di Cocullo, sono gli eredi degli incantatori di rettili, di quelli che un tempo erano ritenuti immuni dai morsi e dal veleno dei serpenti. Nell’antica Roma erano i “marsus”, maghi capaci di ordinare agli animali striscianti di stare quieti.

E Santa Verdiana invece? Lei, ancora giovane, si fece rinchiudere in una minuscola cella il cui unico contatto col mondo era una finestrella. Si narra che una notte due vipere si insinuarono nella cella e non ne uscirono mai più; Santa Verdiana convisse coi due rettili senza scacciarli né provare ad ucciderli ma interpretandoli come una prova mandatale appositamente da Dio. E non ne fu mai morsa.

E chiudo con un ultimo pensiero a lei, Eva, la “prima donna”. Lei parla col serpente, non l’uomo. E il serpente, che li condurrà alla rovina, avvolge le sue spire all’albero della Vita, l’albero proibito perché racchiude il mistero di Dio. E’ quindi la donna colei che detiene un potere, l’unico, che l’avvicina al serpente: quello di dare la vita e mantenerne, così, il suo eterno ciclo e rinnovamento.

Chiudo infine riportando un pensiero scritto l’estate scorsa durante la mia lunga degenza dopo il terribile ictus post partum che per mesi mi ha lasciato paralizzata a metà… non serpenti (per fortuna!), ma lucertole, presenze fisse di lunghi pomeriggi di pensieri, meditazioni e sospiri guardando il sole, oltre la linea delle montagne…

Intorno alla clinica il sole fa uscire tante lucertoline; piccoli rettili, quasi draghetti in miniatura dalle origini preistoriche amanti del calore solare.
Nei millenni hanno saputo adattarsi, cambiare, per resistere e sopravvivere.
Nei secoli hanno saputo convivere con l’uomo che le osserva e le raffigura.
Nell’arte hanno trasmesso il loro legame col sole arrivando a simboleggiare la rinascita anche in considerazione della loro capacita’ di far ricrescere la coda in caso la perdessero.
Pensiamo alla lucertola raffigurata nel gruppo dell’ Apollo Sauroctonos di Prassitele (non mi ha mai convinto l’interpretazione che vorrebbe il giovane Apollo uccisore della bestiola). O a quelle che occhieggiano tra i girali dell’ Ara Pacis augustea.
Sembrano esseri inquietanti ma non e’ cosi!
Ecco: simboli positivi di rinascita e adattamento che con sangue freddo sanno rigenerarsi. Un po mi ci ritrovo…

 

Stella

 

 

Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna … ad Aosta!

“Da grande farò l’archeologo e andrò sulla Luna”, così ripeteva il piccolo Fra (come lo chiamavano tutti). Ne era convinto, Fra… Aveva 8 anni e camminava sempre con lo sguardo fisso a terra, di giorno, e fisso al cielo, di notte. Aveva una passione sfrenata per le pietre: la sua cameretta ne era piena… e guai se la mamma provava a “riordinarle” (perché per Fra erano già assolutamente in ordine!) o, peggio, a buttarle!

Grandi, piccole, tonde, appuntite, di mille sfumature, brillanti e opache… lui raccoglieva quelle che, a suo dire, “erano speciali, diverse dalle altre” e le conservava; e le catalogava pure mettendo, accanto ad ognuna, un foglietto con luogo e data! “Ognuna di queste pietre dice qualcosa… chissà da dove arriva, chi le ha toccate o usate…”.

L’altra sua passione era la Luna… Fra passava ore a guardarla… “E’ come una grandissima pietra tonda, luminosa, piena di irregolarità… cavoli, quanto ci vorrei andare!”, e sospirava… era affascinato dal suo mutare, dal fatto che, pur essendo sempre la stessa, poteva mostrarsi come una falce sottilissima, come una sfera enorme, oppure rendersi invisibile….

Divorava libri sulla Luna, di ogni genere… miti, storie, leggende, ma anche scienza, qualche pillola di astronomia! Quando erano andati in gita all’Osservatorio astronomico con la scuola e avevano persino trascorso la notte lassù dormendo nel vicino ostello, Fra credeva di aver davvero toccato il cielo con un dito! Aveva sommerso di domande il paziente astrofisico che li accompagnava il quale, avendo capito la profonda passione del bimbo, alla fine gli aveva pure regalato un libro sulle rocce lunari!

“Ma come pensi di fare l’archeologo e di andare sulla Luna?”, gli chiedeva suo padre, “sono due cose molto differenti… sono studi differenti… un giorno sarai obbligato a scegliere!”.

Una notte, una di quelle in cui la Luna piena illumina a giorno ogni cosa facendo risplendere la neve sui monti come fosse polvere d’argento, Fra proprio non riusciva a dormire; si agitava, si girava e rigirava nel letto pensando a mille cose. Poi decise di calmarsi,si mise seduto e il suo sguardo fu attratto da un oggetto in particolare.

Era un’immagine in bianco e nero degli anni ’10 che aveva strappato da un libro della biblioteca….il suo sogno: Stonehenge!

Stonehenge postcard

 

Illuminata dalla luce bianca che entrava dalla finestra, quella vecchia foto gli sembrò la sintesi dei suoi sogni; e sapeva che il legame c’era… in fondo tra la Luna (oltre che il Sole) e gli antichi popoli il rapporto era sempre stato strettissimo! La prese e se la portò nel letto; alla fine, stringendola tra le mani, si addormentò.

“Ehi, ehi… svegliati! Ti chiami Fra? Giusto?”. Fra aprì gli occhi… ma non capiva… si affacciò alla finestra e… no, non era possibile! “Ciao Fra! Amico mio… senti, io son sempre qui da sola… gli uomini mi guardano, mi ammirano, mi sognano… grazie a me si innamorano, scrivono musiche e poesie… ma nessuno, nessuno mai mi viene a trovare! e io me ne sto quassù, da sola… vi guardo e spero sempre che qualcuno trovi il modo di salire fin qui… ma temo sia impossibile…almeno per ora…!”.

Lei, la Luna, gli stava parlando!! Dopo il primo sgomento, Fra le rispose:” Luna, che bello! E’ fantastico poterti parlare… ma, io vorrei tanto venire a trovarti ma… come faccio a salire fin lassù?!”.

“Se davvero lo vuoi, se la tua amicizia è sincera, riuscirai a capirlo da solo!”. In quel momento dalla Luna si staccò un fascio di luce fortissimo che, come una specie di grande freccia argentata e brillante, si allungò fin davanti alla finestra di Fra. Tutto intorno era avvolto nel silenzio; tutti dormivano, nessuno si stava accorgendo di nulla!

Fra senza alcun timore si avviò su quell’insolita freccia spaziale che, in maniera impercettibile, lo condusse magicamente fin sulla Luna.

I suoi piedi toccarono quel suolo impalpabile, quella polvere di stelle, bianca, opalescente… Sapeva che avrebbe dovuto fluttuare nell’aria, ma era stata la Luna ad averlo portato da lei, quindi non c’era alcun problema: stava bene, respirava normalmente, poteva camminare e muoversi.

La Luna era felicissima di aver compagnia e fece fare un bel giro al piccolo Fra; sempre sulla strana freccia d’argento vide le sue vastità, i crateri, i crepacci, le rocce! Ecco, appunto, le rocce…

Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
Stele area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra chiese alla Luna se poteva fermarsi a vederle da vicino e toccarle. E chiese se mai, nel più remoto passato, qualcuno vi avesse mai abitato. “In effetti qui ci sono abitanti, sai, ma… non si vedono! Alcune volte si fanno sentire con dei tuoni, si mostrano sollevando mulinelli di venti e polvere ma… nulla più!”.

Fra rimase sbalordito e si incuriosì ancor più… “Se non ti spiace vado a fare un giretto, Luna… posso?”, “Ma certo piccolo amico, questa notte è tutta per te!”.

Fra cominciò ad aggirarsi tra quelle strane rocce luminescenti: alcune erano enormi massi tondeggianti, altre scavate come caverne, altre ancora ricordavano dei dolmen… ma certo! Erano delle gallerie fatte come i dolmen!

Ad un certo punto ne vide una molto grande che aveva, davanti, una grande lastra di pietra con una specie di oblò al posto della porta. Fra si avvicinò quasi in punta di piedi, si chinò davanti all’oblò e chiamò:”Ehi, c’è qualcuno dentro? Ehi… mi sentite? Mi chiamo Fra e vengo dal pianeta Terra… voglio solo conoscervi…”.

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)
VALLE D’AOSTA-Dolmen area megalitica di Aosta (foto Enrico Romanzi)

Fra stava per andarsene quando udì un rumore come di un animale che gratta la sabbia; poi dal fondo della galleria il rumore divenne sempre più forte, un rombo che esplose in un tuono. “Dal pianeta Terra, dici?! Anch’io vivevo laggiù migliaia e migliaia di anni fa, sai? Credo di potermi fidare di te,perché se Luna ti ha concesso di salire, significa che sei uno spirito illuminato, sincero…”.

Fra non vedeva nessuno…”Ma dove sei'”, chiese. “Entra nella galleria passando dall’apertura circolare e mi troverai!”. Fra non se lo fece ripetere 2 volte e, strisciando sulla pancia, entrò. Si aspettava un cunicolo buio e invece… davanti ai suoi occhi si aprì un’insospettabile stanza vasta e luminosa. Si guardò attorno e si accorse che i lastroni di pietra che componevano la galleria… erano vivi!

002_stele2

Avevano occhi stretti e allungati, un naso pure lungo e stretto ed una bocca piccolissima, quasi un punto. Le teste erano grandi e assomigliavano al cappello dei Carabinieri, le braccia lunghe e magre con mani piccole. Le gambe, invece, erano fuse nella pietra. Avevano abiti bellissimi molto lavorati con motivi geometrici a triangoli e a scacchi e indossavano monili meravigliosi con conchiglie,ossi lavorati e pietre dure.

“Benvenuto piccolo Fra, con grande piacere conosciamo un abitante di quella che millenni orsono fu la nostra terra… Noi siamo i Corleani, i grandi uomini-pietra.

In tempi che ormai si perdono e si confondono col mito, eravamo noi a dominare la grande piana del fiume d’argento e circondata dalle alte cime sacre degli dei.

“La vostra terra? Ma… io abito ad Aosta! Anche voi abitavate lì?!” esclamò incredulo Fra. “Sì, oggi per te è Aosta. Anzi, proprio lì dove abiti tu, per noi era un luogo sacro, un santuario dove pregavamo gli dei della terra, prima, e quelli del cielo, poi. In seguito il luogo divenne una necropoli… sai cosa vuol dire?”. “Ma certo! E’ come un cimitero, significa “città dei morti”… e secondo me è più bello di “cimitero”… vero?! Lo so perché da grande voglio fare l’archeologo!”. Fra non stava più nella pelle dall’entusiasmo e avrebbe voluto sapere tutto da quegli spiriti,ma ciò non era possibile.

“Hai già visto e saputo molto, piccolo.. Quanto basta per riuscire a diventare archeologo e a ritrovare quel luogo a noi sacro. Non sarà facile, ma se saprai aguzzare la vista e l’ingegno, con tenacia e anni di studio, ce la farai!”.

E ciò detto, gli spiriti iniziarono a svanire piano piano, così come la galleria di dolmen… tutto intorno a Fra stava svanendo…lui li chiamava, ma non sentiva più nulla, nemmeno la sua stessa voce…. provò ad invocare l’aiuto della Luna, ma anche lei era muta, finché…

Finché non si risvegliò, tutto agitato e sudato: il suo letto, la sua camera… era mattina ormai e già il quartiere si stava svegliando. Tra le mani, però, non aveva più la vecchia foto in bianco e nero, ma una lastrina di pietra di forma trapezoidale… con la testa semicircolare appena abbozzata,le spalle definite e un volto appena abbozzato… “Lo spirito… lo spirito degli antichi Corleani, il popolo degli uomini-pietra…ma, allora non era solo un sogno…allora sono stato davvero sulla Luna!”….

Gli anni passarono e Fra crebbe scegliendo la strada, affascinante ma tortuosa, dell’archeologia. L’amuleto “lunare” era sempre con lui, un porta-fortuna potente e misterioso… come quel giorno che, ahimé, gli cadde dalla finestra e… sporgendosi per vedere dove fosse finito vide… quella strana grande pietra sagomata… identica al suo amuleto che, invece, era sparito!

Era il 10 giugno 1969: il piccolo Fra, ormai affermato archeologo, insieme alla moglie, anche lei archeologa, scoprì l’antico santuario “perduto” dei Corleani (come gli si erano presentati in sogno da bambino, anche se probabilmente non si chiamavano davvero così, ma a lui non importava): era l’embrione di quella che sarebbe diventata l’Area Megalitica di Aosta!

Circa un mese dopo, il 20 luglio 1969, la missione Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong toccò il suolo lunare… un evento storico, epocale!

“Beh, alla fine anch’io sono andato sulla Luna… non solo… ci sono tornato e ne ho persino trovata una mia!”, pensava sornione il nostro Fra; “hai visto, papà, non ho dovuto scegliere! In un unico posto le ho entrambe!”.

Stella

 

Un archeo-racconto #amodomio dedicato a questo sito straordinario, forse in prima battuta difficile, ma sicuramente insolito e affascinante, e ai suoi scopritori: Franco Mezzena e la moglie Rosanna Mollo.

Un archeo-racconto che vuole mettere insieme due grandi sogni, due grandi desideri che spesso i bimbi hanno: scoprire “misteri” del passato diventando archeologi e fare gli astronauti”. Una doppia passione che, a volte (COME NEL MIO PERSONALE CASO), può diventare una sola: l’ARCHEOASTRONOMIA!

Un archeo-racconto ispirato dal doppio cinquantenario che ricorre quest’anno, 1969-2019, e che verrà celebrato all’Area megalitica dall’1 al 30 luglio con conferenze, film, esposizioni aerospaziali e visite speciali “Dalla terra alla Luna”… e ritorno!

“Il Viaggiatore del Nord”. Ad Aosta quel guerriero venuto da lontano

Decise di attraversare quelle montagne… Si strinse ancor di più nel suo pesante mantello di lana cotta e, dopo aver incoraggiato il suo destriero, intraprese un viaggio che avrebbe segnato il suo destino. Montagne alte, innevate, spesso sferzate da venti gelidi. Montagne abitate da antichi dei e popolate da decine di leggende. Una terra severa, stretta ed impervia nel cui cuore, però, si vociferava di un’ampia e fertile pianura solcata da un grande fiume d’argento figlio dei ghiacci eterni. Quel cavaliere partì. Ma non fece ritorno. Dopotutto era un viaggiatore… “il Viaggiatore del Nord”.

IL CANTIERE DELL’OSPEDALE “U. PARINI” DI AOSTA

Là, dove molti anziani si ricordano la partenza della storica gara automobilistica “Aosta-Gran San Bernardo”.

Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Ao-GSB 9 agosto 1931 (foto concessa da Massimo Acerbi)

Là, dove ancora alcuni “over” ricordano la vecchia palestra “CONI”.
Là, dove si estendeva il vecchio cimitero rimasto in uso fino agli anni ’30 del Novecento, anticipato dalla graziosa cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran…
Là, in questa ampia area delimitata a ovest da Viale Ginevra, dominata dalla mole “eliomorfa” dell’ospedale (ex Mauriziano) terminato all’inizio degli anni ’40;

I bolidi dell'Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)
I bolidi dell’Aosta-GSB sfilano rombando davanti al nuovo, grandioso ospedale,1947 (foto concessa da Massimo Acerbi)

 

a nord dalla trafficatissima via Roma e a sud dalla residenziale via Guedoz… gli scavi e le ricerche archeologiche, avviate ancora dalla scomparsa Patrizia Framarin e proseguite sotto la supervisione scientifica di Alessandra Armirotti​, hanno regalato alla città di Aosta nuovi importanti elementi di conoscenza le cui radici si spingono fino al IV millennio a.C.!
Una porzione di territorio da sempre cruciale, un tramite fondamentale tra la piana della Dora Baltea, le prime pendici collinari baciate dal sole di Mezzogiorno (sedi privilegiate per l’impianto di insediamenti e di colture agricole) e la via d’accesso alle alte vallate del nord che si insinuavano tra i monti alla volta del Passo con la “P” maiuscola, il Summus Poeninus, il valico del Gran Sa Bernardo…
Un paesaggio in continua evoluzione.
Agricolo. Sacro. Funerario.
Dietro quella recinzione, nei mesi si è aperta una strepitosa finestra su oltre 6000 anni di storia.
Dietro quella recinzione si celava una porzione di un probabile immenso circolo di pietre, inequivocabile simbolo di ancestrale sacralità.
Dietro quella recinzione ha riposato, per secoli, custodito da un’eterna dimora di pietra, il misterioso Viaggiatore venuto dal Nord…

UN CANTIERE STRAORDINARIO E COMPLESSO

 

Metti un cantiere urbano, con le sue tante problematiche e le sue innegabili, immancabili difficoltà. Metti un cantiere attivo anche in inverno, l’inverno alpino, quello che ogni mattina ti fa trovare la neve e il ghiaccio sullo scavo. Quello che ti gela le mani e ti spacca la pelle. Un cantiere forse più complesso e difficile di altri, denso di aspettative e di preoccupazioni. In Aosta città, lungo viale Ginevra, proprio di fronte all’Ospedale “U. Parini”, prendeva forma quest’area di scavo preliminare ai lavori di ampliamento dello stesso ospedale. Che la potenzialità archeologica dell’area fosse elevata, era noto, ma mai si sarebbe creduto di trovare quel che poi la terra ha fatto riemergere. Fuori dal cantiere campeggia una scritta: “Il futuro nasce sempre con un cantiere”. Verissimo, ma è anche vero che “il passato torna sempre grazie ad un cantiere”.

Il cantiere per l'ampliamento dell'ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)
Il cantiere per l’ampliamento dell’ospedale ad Aosta. (Akhet-Stevanon)

Sentirete il freddo pungente di quelle mattine; sentirete l’odore del fango umido e il rumore degli attrezzi sul terreno. Tutt’intorno il traffico della città. Ma lì, sotto quel tendone, quello “strano” cumulo di pietre stava per rivelare un lontano segreto: la storia di un giovane uomo la cui esistenza si perdeva in secoli remoti, probabilmente fin oltre le montagne. Ben presto il “cumulo” si manifestò per quello che effettivamente era in origine: un Tumulo. Questione di una semplice consonante iniziale che, però, ha cambiato radicalmente le prospettive degli scavatori. Quelle pietre non erano messe lì a caso, non erano state malamente accatastate per semplici fini agricoli. No. Quelle pietre erano la tomba monumentale, la dimora eterna, di qualcuno di importante.

L'archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)
L’archeologo David Wicks verifica il rilievo del tumulo (Akhet-Stevanon)

Quel “qualcuno”, in maniera misteriosa ma senza dubbio evocativa, è stato definito “il Viaggiatore del Nord”.

Un viaggiatore speciale che, grazie al bel documentario prodotto dalla ditta Akhet srl e dal regista Alessandro Stevanon, ha aperto la XXVII  Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, tenutasi dal 4 all’8 ottobre 2016.

Un appuntamento importante, di risonanza europea se non mondiale, ben noto ai tanti appassionati del settore. Documentari, docufilm, cortometraggi; il meglio della cinematografia a tema archeologico qui può fare bella mostra di sé accompagnando gli spettatori in tanti viaggi diversi ai quattro angoli del mondo suscitando, storia dopo storia, emozioni sempre nuove e coinvolgenti.

Questo documentario ci fa rivivere dal di dentro una scoperta incredibile ed eccezionale che, per la prima volta, ci viene raccontata dai suoi stessi protagonisti.

LA SCOPERTA

“Teschio!” , esclama ad un certo punto l’archeologo David Wicks. I suoi occhi azzurri hanno riconosciuto quelle lamelle biancastre mimetizzate dal fango. Teschio… forza, scaviamo!Sì, sotto il crollo dei lastroni di copertura ci sono le spoglie mortali di qualcuno. Riuscite ad immaginare l’emozione? La sentite correre sulla vostra pelle? Ecco che gli attrezzi cambiano; dalla trowel si passa al bisturi, si lavora lentamente e meticolosamente. Per progressiva sottrazione ecco che le mani sapienti degli archeologi eliminano i depositi superflui e portano in luce la struttura ossea. Un’atmosfera sospesa, da trattenere il fiato come se si stesse compiendo un rituale; una luce quasi irreale sotto quel tendone. La luce della Storia, di una storia passata e lontana che sta lentamente riemergendo dalle nebbie del tempo e dalle tante nevicate che nei secoli hanno ricoperto questi luoghi sigillando, sotto coltri di limi, la tomba di quest’uomo. Una tomba a tumulo databile al periodo denominato “Hallstatt C” (Prima Età del Ferro, 800-600 a.C.).

L'osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)
L’osteoarcheologo Ian Marsden al lavoro sulla sepoltura (Akhet-Stevanon)

Un uomo, ora gli archeologi lo sanno! Le ossa di mandibola e bacino parlano chiaro. Un uomo giovane, robusto, alto. Un uomo senza dubbio appartenente ad una classe sociale di rango elevato. Un guerriero, o comunque un capo, con il suo lungo spadone appoggiato alla gamba, con le fibulae (fibbie) dell’abito un tempo utili a trattenere magari pelli o stoffe pesanti. E con oggetti assai particolari di chiara appartenenza al mondo culturale celtico. Quegli oggetti non appartengono al territorio valdostano, ma arrivano da nord. E lui? Anche quest’uomo arrivava da nord? C’è ancora molto da capire e da scoprire.

Ma il guerriero non riposava in un campo deserto, tutt’altro. A brevissima distanza dal tumulo un altro ritrovamento straordinario: una porzione di un circolo di pietre di cui sono stati individuati 25 elementi lapidei. Un circolo che, sulla base dei dati stratigrafici, parrebbe appartenere al medesimo orizzonte cronologico della tomba. Un’area sacra e funeraria. Un’area dove, come a Saint-Martin-de-Corléans, il cielo dialogava con la terra e il presente con l’al di là.

Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)
Il guerriero viaggiatore nella sua eterna dimora (Akhet-Stevanon)

La Rassegna di Rovereto 2016, quindi, si era aperta proprio col racconto di questa scoperta straordinaria di notevole portata scientifica, soprattutto per quanto riguarda le attuali conoscenze sulla protostoria dell’arco alpino.

Un viaggiatore-principe-guerriero che senza dubbio riuscirà a colpire l’immaginario di quanti potranno conoscerne la storia, fino ad oggi gelosamente custodita da quell’imponente scrigno di pietre racchiuso tra le alte montagne della Valle d’Aosta.

Stella

Un’antica chiesa disegnata dalla Luna e protetta da una montagna sacra. L’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune (CH)

Ad un mesetto dalla Pasqua vorrei suggerirvi una breve ma spero interessante gita “fuori porta” nel vicino Vallese svizzero, ad una manciata di km da Martigny: Saint Maurice d’Agaune, l’antica Agaunum, centro dei Galli Veragri. Un luogo assolutamente strategico, già noto ai Romani, che qui avevano creato uno snodo viario e militare lungo l’asse di collegamento tra Roma e le regioni germaniche.

E proprio a Pasqua è il momento migliore per visitare la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui nel 2015 si sono festeggiati i 1500 anni!

Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

UTMB_SMauriceAgaune
Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Già prima del burgundo Sigismondo, nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, non solo semplice insediamento abitativo, ma anche importante luogo sacro dei Celti indigeni. I Romani, precedentemente, vi avevano ricavato sia una necropoli che un ulteriore santuario dedicato alle Ninfe dell’acqua. Il complesso voluto da Sigismondo venne quindi danneggiato da una terribile incursione longobarda nel 574 d.C.; seguì una terza chiesa poi ancora ampliata. Finché, sul finire dell’VIII secolo d.C., si realizzò una quarta chiesa ancora più grande e connotata dalla particolarità di avere l’abside ad Occidente anziché, come di solito, ad Oriente.

Ma i guai non erano finiti: appena un secolo più tardi l’intero complesso fu nuovamente vittima della barbarie saracena. Quindi, nell’XI secolo fu ancora ricostruito dall’abate Burcardo I che volle, come emblematico ingresso monumentale alla chiesa, un originale campanile-nartece.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo (tra cui le più significative condotte dall’archeologo Louis Blondel negli anni ’40 – ’60 del secolo scorso) hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C. … una rarità!

Un denso ed intricato sovrapporsi di architetture sempre volute, costruite e ricostruite addosso a quello sperone roccioso impregnato di antica sacralità. Un baluardo naturale che, però, fu anche la causa di una devastante rovina.

Nel 1611, infatti, proprio da lì si staccò quell’enorme macigno che distrusse completamente la bella chiesa romanica obbligando i monaci a farne costruire una nuova ma con diversa collocazione, ruotata di 90° sebbene sempre adiacente alla parete rocciosa. Quello che si vede oggi è lo scavo aperto tra la parete rocciosa e l’edificio seicentesco che risulta privo di facciata, poiché è inglobata nella roccia.

Della prima chiesa del IV secolo solo poche tracce sono, ahimè, giunte fino a noi e con fatica riconosciute e rilevate da Blondel. Ad ogni modo, oltre a datarla grazie al metodo del Carbonio14 agli anni compresi tra 380 e 390 d.C., è stato anche possibile calcolarne l’orientamento, elemento assai curato e al quale si prestava sempre grande attenzione. Insomma, questa prima chiesa (quella del vescovo Teodulo per capirci) risulta allineata sull’orizzonte locale con il sorgere della Luna piena al lunistizio estremo superiore, evento che, negli anni della presunta costruzione, era associato alla Luna piena il 22 dicembre del 386 andando così a coincidere col solstizio d’inverno, un momento astronomico (come si è già osservato più volte) decisamente ricercato e carico di aspettative per i popoli dell’Antichità. 

In quell’anno, il 386 d.C. appunto, la Luna sorgeva verso le 15:40 sull’orizzonte astronomico e appariva dietro la montagna ben visibile nel cielo circa due ore dopo, nel momento in cui il Sole stava tramontando. Che impatto straordinario doveva essere vedere quel grande disco luminoso spuntare dietro il profilo aguzzo ed incombente della montagna…

La chiesa voluta da Sigismondo, invece, parrebbe allineata verso il tramonto del Sole nel giorno della festa di San Maurizio, ossia il 22 settembre: “Agaune Natalem sanctorum Mauricii“.

Decisamente rilevante, inoltre, come l’antico edificio battesimale burgundo, oggi non più visibile ma di cui sono state rilevate ed analizzate le tracce in fondazione, risulti allineato al sorgere del Sole del 19 aprile del 515 d.C.: Pasqua!

Siccome si tratta di una ricorrenza mobile, è difficile dimostrare, in assenza di testimonianze scritte incontrovertibili, che la prima pietra sia stata posata proprio in quella circostanza, ma alcuni studi recenti dimostrano come in diversi casi di fondazione di battisteri (e non solo) ricorrano allineamenti analoghi.

Per chi desiderasse approfondire l’argomento, segnalo l’interessante articolo della dott.ssa Eva Spinazzè dal titolo “Un Santo, una Pasqua e un lunistizio a Saint Maurice d’Agaune, pubblicato negli Atti del Convegno “Il Cielo in Terra ovvero dalla giusta distanza” promosso dalla Società Italiana di Archeoastronomia e tenutosi a Padova nel 2013.

 

Allora, vi va di andare a vedere di persona?

Vi troverete davanti ad un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

UTMB_sitoarcheologicoSMaurice
L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito e respirare tutto il sacro della roccia, dell’acqua, del Sole e, soprattutto, della Luna.

Stella

Twin influencer. Gemelli alla riscossa dal mito alle nuove icone del web

Recitava la pubblicità “tormentone” di un noto gelato in voga negli anni ’90 che “Du is mei che uan”…ricordate?

Maxibon-Motta-il-gusto-del-gelato-e-la-bellezza-di-Stefano-Accorsi

Beh, senza dubbio il successo incredibile di molte coppie di gemelli attuali la dice lunga. Un “effetto-specchio” che piace, affascina, convince sul web e sui social, in particolare nel mondo del fashion e della musica pop. Un magnetismo “al quadrato” che rende i gemelli, anzi, ancor più le gemelle, delle creature quasi mitiche, come uscite da una fiaba, come uscite, è il caso di dirlo, proprio da uno specchio magico!

Caillianne e Samantha Beckerman

E ci si diverte ad osservarle nei minimi particolari, sforzandosi di individuarne le differenze o le peculiarità E su questo le stesse twins giocano parecchio: dal colore al taglio dei capelli, al trucco, all’abbigliamento! Uguali, certo, ma con sfumature o “interpretazioni” diverse di un medesimo stile.

Ma, a ben pensarci, il fenomeno “gemelli” non è solo cosa di oggi… Sin dal mito queste coppie suscitano attenzione, curiosità e un pizzico di “timore” nel senso che due creature così uguali, per non dire spesso identiche, ma dal carattere diverso se non addirittura opposto, generate dallo stesso ventre…sì, beh, hanno sempre avuto quel “che” di destabilizzante ed “esotico”.

Iniziamo dall’alba degli dei. Apollo e Artemide. Il Sole e la Luna, fulgidi figli gemelli di Giove e Latona che videro la luce su Asteria, l’isola fluttuante che, da quel momento, venne fissata al fondo del mare e mutò il suo nome in Delo.

Due gemelli dalle luminose imprese e dalla brillante personalità, entrambi invincibili arcieri. Artemide, forse più enigmatica e misteriosa del fratello, indiscutibilmente legato all’astro diurno. Entrambi legati alle arti e alla divinazione, ma lei connotata da una natura più selvaggia, selvatica ed inafferrabile quale si addice alla notturna dea della caccia.

Una coppia ricca di sfaccettature e suggestioni, entrambi dedicatari di molteplici culti legati alle altrettante valenze dei corpi celesti che presiedono. Non potendo (e non volendo in tal sede) dedicare lo spazio necessario alla disamina di questa coppia divina, ci limitiamo a riportare la loro immagine raffigurata più volte nel porticato del barocco Palazzo Roncas di Aosta. Il proprietario, infatti, l’ambizioso e carismatico barone Pierre-Léonard Roncas, una volta nobilitato dal Duca di Savoia, scelse Apollo e Artemide, il Sole e la Luna, quale emblematica coppia luminosa della sua araldica accompagnati dall’esplicito motto “omnia cum lumine“.

Apollo e Diana-Roncas

L’influenza di gemelli astrali continua anche in ambito aerospaziale! Dopo le numerose missioni recanti il nome di “Apollo”, tra cui la numero 11, quella che portò allo storico primo allunaggio del 20 luglio 1969 celebra quest’estate i suoi primi 50 anni, ecco pronta a partire, nel 2024, la prima missione denominata “Artemide” che porterà anche la prima donna sulla superficie della Luna.

La mitologia classica conosce molti altri gemelli.Una delle coppie più celebri è rappresentata da Castore e Polluce, i Dioscuri, letteralmente “i figli di Zeus”. Essi erano identici in tutto,ma Castore era mortale, Polluce immortale. Alla morte del primo, il secondo ottenne di condividere la propria immortalità con lui, ed essi si alternarono nell’oltretomba e nel cielo, formando la costellazione dei Gemelli.

Passiamo ad un’altra coppia di “gemelli diversi”, questa volta di biblica memoria: Giacobbe ed Esaù.

Figli gemelli di Isacco e Rebecca. Esaù, dai folti e ricci capelli rossi, alto e muscoloso, era un cacciatore e si distingueva per la prestanza e la forza fisica. Giacobbe, invece, esile e mingherlino, dai lisci capelli neri, oltre ad essere il prediletto della madre, era noto per la sua astuzia. Il primo a nascere è Esaù e, subito dopo, vede la luce Giacobbe. L’eredità e la benedizione di Isacco sarebbero dunque toccate per diritto ad Esaù, secondo la legge della primogenitura. Passano gli anni. Esaù è ora un giovane alto e forte come una quercia. Ha il corpo ricoperto di un folto pelo rossiccio. Giacobbe invece è mingherlino e di carattere dolce.

Diversi già nell’aspetto ma anche nel carattere! Ma cosa successe di grave tra i due?

Un giorno Giacobbe aveva preparato una minestra di lenticchie. Esaù arriva dalla campagna stanco e affamato. Dice al fratello: “Lasciami mangiare un po’ di questa minestra, perché sono sfinito. ” Giacobbe approfitta della circostanza: ci teneva alla primogenitura e desiderava ardentemente ricevere la benedizione del padre Isacco. Allora dice al fratello: “Ti darò questa minestra, se tu mi cedi la tua primogenitura!”.

1102016022_univ_lsr_xl

Esaù risponde: “Sto morendo di fame. A che mi serve allora la primogenitura? Dammi la minestra!”. E così Esaù vende il proprio diritto sotto giuramento al fratello gemello per un piatto di minestra di lenticchie. Certo Giacobbe si dimostra in questa occasione un profittatore. Ma, tra i due fratelli, Esaù si comporta in modo peggiore. A tal punto disprezza la benedizione del padre, da barattarla per un piatto di minestra!

Una storia che molto venne ripresa ed interpretata spesso per trovare l’origine prima a dissensi interni alla chiesa oppure per tentare di stabilire quale chiesa fosse la più importante. Una coppia di gemini che ritroviamo nella galleria occidentale del chiostro romanico della Collegiata dei SS. Pietro e Orso ad Aosta. Una galleria, non a caso l’unica del chiostro, a presentare colonnine binate, ossia gemelle!

Cosa ci racconta, dunque, questa galleria? E’ una storia contorta e complicata, in cui inganni e ambiguità la fanno da padrone!

Si comincia con Rebecca partoriente aiutata dall’ostetrica e la nascita di Giacobbe e del gemello Esaù. Rebecca, dal cui ventre nasceranno due popoli, qui è simbolo della Chiesa da cui sono derivate la Cattedrale e Sant’Orso. Di nuovo vi saranno accenni, più o meno velati, ai conflitti tra queste due Case, chiaramente auspicando la riconciliazione finale. Importante l’ambiguità tra Giacobbe ed EsaùIsacco cade nell’inganno e benedice Giacobbe credendolo Esaù che, in quel momento, si trova fuori a caccia. Esaù non perdona al fratello questo inganno e cerca di vendicarsi. Vuole uccidere il fratello.

Nella scena successiva Rebecca consiglia a Giacobbe di fuggire nella città di Harran e rifugiarsi presso il di lei fratello Labano. Così, prima con il ricatto e poi con l’inganno, Giacobbe diventa il nuovo capo del clan ed eredita la promessa fatta da Dio ad Abramo. Dio, accettando l’azione non troppo limpida di Giacobbe, vuole dimostrare che il suo progetto di salvezza è affidato a chi lo apprezza e non a chi si basa solo sui propri diritti umani. La salvezza è un dono e come tutti i doni viene offerta a chi sa accoglierla.

In viaggio Giacobbe fa uno strano sogno. Una scala è appoggiata sulla terra, mentre la sua cima raggiunge il cielo. Ed ecco degli angeli che salgono e scendono sopra di essa. Sempre nel sogno Giacobbe sente una voce: “Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco, tuo padre. La terra sulla quale ti sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà numerosa come i granelli di polvere della terra“.
Quando Giacobbe il mattino seguente si sveglia, ricordandosi del sogno fatto, capisce che Dio ha confermato la benedizione del vecchio padre Isacco.

Confortato dal sogno, si rimette in cammino dirigendosi verso la città di Harran. Prima di entrare in città, stanco e assetato, si ferma a bere accanto al pozzo dove già sua madre Rebecca veniva ad attingere acqua. In quel momento arriva al pozzo una bella ragazza di nome Rachele, figlia di Labano, fratello di Rebecca. Rachele è la cugina di Giacobbe. Tuttavia Labano ha una figlia maggiore, Lia. Non bella, ma da accasare. Giacobbe vuole sposare Rachele e per questo accetta di lavorare per Labano sette interminabili anni. Alla fine, però, Labano lo obbliga a sposare Lia. Labano tuttavia per concedere a Giacobbe anche Rachele pretende che il giovane lo serva per altri sette anni. Così Giacobbe, dopo quattordici anni di lavoro quasi forzato, si ritrova ormai uomo maturo e con due mogli.

Vengono quindi raffigurati tutti i figli di Giacobbe: dodici maschi e un’unica femmina, Dina. La grande colonna singola al centro riporta la scena della riconciliazione finale, un auspicio, per chi la commissionò, per un nuovo equilibrio tra la Cattedrale e, appunto, Sant’Orso!

Lasciamo ora le Sacre Scritture per un’altra coppia famosissima di gemelli influencer! Anche se, a ben guardare, solo uno dei due può davvero definirisi tale… Sì, stiamo parlando di Romolo e Remo!

102401

Impossibile non conoscere la loro storia. Una storia remota, avvolta nel mito, dal sapor di leggenda! M, si sa, dietro ad ogni leggenda si nasconde un’antica verità!

Frutto dell’amore impossibile tra il dio Marte e la Vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, legittimo re di Albalonga spodestato dal fratello malvagio Amulio che volle togliere di mezzo ogni possibile rivale. Fu così che, saputo della nascita dei gemelli, obbligò Rea Silvia ad abbandonarli nel fiume Tevere credendo di destinarli ad una morte certa. Invece vennero trovati sulle sponde, urlanti e affamati, da una lupa che li allattò nella sua tana sul colle Palatino. Probabile che dietro questa “lupa” si celi una madre adottiva; col termine “lupa” si indicavano, con disprezzo le prostitute. Vennero poi trovati e allevati dal pastore Faustolo, dal nome sicuramente beneaugurante!

Tuttavia i due non erano destinati ad andare d’amore e d’accordo. Il noto episodio della fondazione di Roma, infatti, riguarda solo uno dei due: Romolo, appunto!

Una volta cresciuti Romolo e Remo vennero informati sulle loro origini e vollero rivendicare il trono di Alba Longa.
Uccisero dunque lo zio impostore Amulio e posero di nuovo sul trono il nonno Numitore. Non volendo dividere il potere, chiesero il permesso di fondare una nuova città, proprio in corrispondenza dei luoghi dove erano cresciuti, cioè nei pressi del colle Palatino.Una lite. Un grave gesto di arroganza da parte di Remo che ignorò un sacro divieto oltrepassando la linea del solco primigenio tracciato con l’aratro dal fratello, alla base del suo assassinio.

La nascita di Roma secondo la tradizione viene fissata con una precisione sorprendente al 21 aprile del 753 a. C., quindi nella seconda metà del VIII secolo. Le sue origini si mescolano a elementi storici, ma sopratutto leggendari e mitologici, con notizie pervenute fino ai nostri giorni grazie agli scritti di famosi autori classici, come Varrone.
In realtà la data precisa è del tutto convenzionale e si deve proprio a quest’ultimo che, basandosi su alcuni calcoli astrologici dell’amico Taruzio, la rese pubblica intorno al I secolo a.C.
Ancora oggi in questa data si tengono solenni festeggiamenti per il Natale di Roma.

Le indagini archeologiche sul Palatino hanno portato a scoperte straordinarie. Ritrovamenti del tutto eccezionali sono le tracce di capanne del X-IX secolo a.C., cioè anteriori alla fondazione della città, i resti dell’antico santuario delle Curiae Veteres attribuite dalla tradizione scritta a Romolo, i pozzi votivi con i loro depositi spettanti ad un secondo antichissimo santuario (metà/fine VIII secolo a.C.) che fronteggiava le antiche Curie sulla via che saliva dalla valle del Colosseo al Foro, una residenza aristocratica (probabile casa natale di Augusto) che si estendeva lungo la pendice del Palatino sino alla sella tra il Palatino e Velia, le rovine impressionanti del famoso incendio neroniano del 64 d.C., le grandi realizzazioni imperiali (neroniane, flavie, adrianee, severiane, tardo-antiche) che caratterizzano il paesaggio di questo settore urbano fino alle destrutturazioni dell’insediamento del VI e VII secolo d.C., alle spoliazioni di età medievale e rinascimentale e agli sterri post-unitari. Tremila anni di storia sono passati sotto gli occhi e tra le “mani”, degli archeologi, restituendo alla comunità scientifica e alla città un formidabile patrimonio di “memorie”.

Tuttavia, nonostante la si debba al solo Romolo, di fatto la nascita dell’Urbe è riassunta e simboleggiata, ancora oggi, ovunque e a distanza di secoli, dalla lupa capitolina che allatta i due gemelli, quasi un animale “totem” che svetta anche ad Aosta, denominata per le sue vestigia “Roma delle Alpi”, in piazza della Repubblica.

32270292024_e8d902d4ab_b

E si potrebbe continuare a lungo indagando il tema dei gemelli anche in letteratura, a cominciare dai Maenecmi di Plauto, imperniata sulle avventure di due fratelli gemelli, separati fin da piccoli, chiamati nello stesso modo e protagonisti di straordinarie peripezie. A questa commedia si ispirò Carlo Goldoni che, ne I due gemelli veneziani (1747), mette in scena le maschere della commedia dell’arte (Arlecchino, Colombina, Brighella, Rosaura, il dottor Balanzoni), accanto a due gemelli, Zanetto e Tonio, dei quali il primo è la classica figura dello sciocco, mentre il secondo è il “gemello spiritoso”, incarnazione dei valori della nascente borghesia; e alla fine, dopo un variegato repertorio di trovate comiche, con una soluzione abbastanza inconsueta Goldoni fa morire in scena il gemello sciocco, decretando il trionfo dell’altro.

Un tema ghiotto, molto amato, su cui si sviluppò buona parte del filone della “commedia degli errori”, sia in Italia che in Europa.

Ma volendo giungere ad una conclusione, riflettiamo su questo fenomeno dei “twin influencer”. Gemelli che si propongono sul web, sui social, nel mondo virtuale. Gemelli la cui vita, in fin dei conti, esiste e si racconta su questi mezzi veloci, anche effimeri, volubili. Mezzi tanto persuasivi e penetranti, quanto rapidamente desueti.

Ecco, meditando su questo mondo immaginario, su questo universo parallelo, voglio concludere citando un noto romanzo di Umberto Eco, “L’isola del giorno prima” (1994).

cover

Estate 1643. Il protagonista, il piemontese Roberto de la Grive, naufrago su una nave deserta (o forse no?) presso un’isola irraggiungibile, ha un fratello immaginario: un gemello inesistente al quale egli attribuisce, in un gioco di specchi, le responsabilità del suo sventurato destino.

Una pura immagine, che si identifica con l’”io” ma che ne costituisce al tempo stesso un riflesso “altro”. Ne scaturisce un vertiginoso gioco di rimandi che rende impossibile arrivare alla natura genuina dell’individuo. 

Ecco, forse questo è il rischio: l’eccessivamente doppio, riflesso, moltiplicato, riprodotto, amplificato, enfatizzato dalla virtualità di un mondo in cui il confine tra vero e falso è sfuggente, sfrangiato… spesso molto, troppo, labile.

All’inizio del post parlavamo di “specchio magico”: affascinante ma anche inquietante. Tanto da chiedersi cosa sia vero e cosa no.

mirror-twins-with-mirror-56a689b15f9b58b7d0e36f0d

Stella

Tra Francia, Svizzera e Aosta … attenzione! Megaliti in città!

Possono spuntare dove meno te l’aspetti! E non soltanto nel folto di una foresta, nel mezzo di una distesa verdeggiante o in cima ad un’impervia scogliera avvolta nella leggenda… No! I megaliti possono comparire anche in pieno centro! Da un giorno all’altro, uscendo di casa, potresti imbatterti in un megalite ben piantato in mezzo alla strada! E pensate che, in alcuni luoghi, molti sostengono che siano caduti dal cielo, proprio come una pioggia di mega-meteoriti! Qualcuno, Oltralpe, si è trovato l’auto letteralmente sfondata!

Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr
Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr

“Per Toutatis!! Che danno!” e di chi è la colpa? All’inizio di aprile sono state diverse le città francesi a registrare simili incredibili accadimenti! Parigi, Lione, Nantes, Lille…

menhirs en villeLille-cest-quoi-ce-menhir-place-Richebé--854x641

Quella mattina la gente non riusciva a credere ai propri occhi… E sì che i “cugini” transalpini sono ben più abituati di noi ad avere a che fare coi megaliti, ma così…forse era troppo! Solo dopo lo sbalordimento iniziale han fatto mernte locale e con un pizzico di lucidità in più hanno capito!

Era il 1 APRILE!!!

Un’idea straordinaria! Uno “scherzo” tra il ludico e il culturale che ha sorpreso tutti e ha attirato l’attenzione e l’interesse verso un nuovo parco divertimenti a tema “megalitico”, anche se non proprio scientificamente corretto dato che, pur essendo tali megaliti dei prodotti di statuaria preistorica datati tra il 3000 ed il 2000 a.C. circa (dipende dai luoghi), questo nuovo parco ha come protagonisti due vero eroi, anzi quasi dei Super Eroi per i Francesi: avete capito? Asterix e Obelix!

 

Parc-Asterix-le-JDD-a-teste-la-nouvelle-attraction-Attention-Menhir

E’ il Parc Astérix dove è astata appunto da poco inaugurata la nuova attrazione “Attention Menhirs!”: un’esperienza 4D immersiva dove sentirsi davvero dei “piccoli” (ma non troppo) novelli Obélix!

Certo ad alcuni “puristi” simili attrazioni fanno storcere il naso, ma al di là della genialità dell’operazione di street marketing attuata per pubblicizzarlo, questo parco divertimenti gioca interamente sulla storia degli antichi Galli e, si sa, “nos ancêtres les Gaulois” coi Francesi funzionano sempre! Allo stesso tempo si è fatto ricorso ai menhirs che, al di là di Obéluix, hanno stimolato una dilagante curiosità anche da parte di chi, fino a quel momento, aveva vissuto tranquillamente anche senza sapere di cosa si trattasse… Ebbene sì, uscire di casa al mattino e trovarsi un menhir in mezzo alla strada ha scatenato un effetto “sasso nello stagno” suscitando curiosità verso questo genere di reperti preistorici con gran gioia dei tanti siti megalitici di Francia (Bretagna su tutti!).

E divertirsi imparando si può! Certo i parchi a tema sono “non-luoghi” del puro divertimento ma è il tema protagonista che ci interessa. E i megaliti, queste “grandi pietre” ammantate di mistero, singole o più spesso allineate, anche a decine, o centinaia come a Carnac, riescono sempre, nella loro essenzialità, per altro così vicina a certi linguaggi dell’arte contemporanea, a lasciarci senza parole, forse disorientati ma senza dubbio affascinati.

I megaliti, i silenziosi ed enigmatici “volti” della Preistoria, riescono a “sfondare” ancora oggi, nel 2019 d.C. quando potremmo dirci abituati a tutto e forse fin troppo bersagliati da messaggi ed immagini.

I megaliti, invece, nel loro naturale color grigio pietra, a volte scabro e nudo, a volte incredibilmente decorato e ricco di dettagli, pur senza parlare, anche laddove privi di particolari prolisse didascalie, anche se in mezzo al nulla, riescono a dirci qualcosa, a far comunque sentire una silenziosa voce di grandiosità, potenza e sacralità!

Una voce reboante quella che ha scosso gli amici vicini di casa del Vallese svizzero tra l’aprile 2017 e l’aprile 2019.

Sempre loro, i megaliti! E anche stavolta: #MegalitiinCittà!

In tal caso la città è Sion, già nota ai cultori “megalitomani” per la scoperta, avvenuta nel luglio 1961, del sito preistorico del “Petit-Chasseur“, così chiamato dal nome della via lungo cui si affacciava. Un sito di rinomanza internazionale i cui ritrovamenti (tombe dolmeniche, menhirs, stele antropomorfe) hanno funto da base di partenza per numerosi studi scientifici, confronti e approfondimenti sul megalitismo alpino. Una straordinaria necropoli preistorica utilizzata dal 2900 al 500 a.C.!

Allineamenti di "copie" ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)
Allineamenti di “copie” ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)

Un’area archeologica urbana, inserita oggi in un quartiere amministrativo-residenziale dove una parte del sito è stata ricostituita ma che non è più il vero sito a suo tempo scoperto. Infatti le stele e i vari corredi nonché alcuni dolmen sono stati ricollocati, pur con una musealizzazione d’effetto, presso il Museo cantonale del Vallese.

Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese
Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese

Una sistemazione che oggi, dopo gli ultimi incredibili ritrovamenti avvenuti proprio a Sion, ha scatenato polemiche sottolineando che, in questo modo, quasi si trattasse di un’installazione contemporanea, Sion rischia di perdere memoria e coscienza dei suoi tesori!

Quali sono questi recenti ritrovamenti? Metti un movimentato cantiere urbano per la realizzazione di un grande parcheggio pluripiano nel quartiere “Don Bosco”, in pieno centro e, come per il fratello maggiore del “Petit-Chasseur”, occupato da edifici residenziali e scuole.

La prima fantastica scoperta è avvenuta ad aprile 2017 con la tomba del guerriero accompagnata da altre sepolture complete di ricco corredo.

 

Una necropoli celtica sotto cui giaceva la seconda incredibile scoperta avvenuta nel giugno 2018: un dolmen con, al suo interno, un centinaio di deposizioni datato al III millennio a.C.!

dolmen

IVS_Dolmen_Fig_1

E già così ce n’è d’avanzo! Eppure il sito del “Don Bosco” non aveva ancora finito di rivelare i suoi tesori. Ecco uscire, a settembre 2019, due poderose stele antropomorfe dalla superficie decorata: collane, cinture e pendenti spiraliformi!

stele2 don boscostele-bosco-1

Ed ecco che, poche settimane fa, viene scoperta la terza grande stele … un sito decisamente strepitoso! Come trovare ed aprire un forziere preistorico i cui tesori hanno ulteriormente implementato il già notevole patrimonio cittadino!

Disegno ricostruttivo dell'area dolmenica (www.vs.ch)
Disegno ricostruttivo dell’area dolmenica (www.vs.ch)

Insomma, non c’è molto da aggiungere… In Francia hanno scherzato ma i megaliti possono davvero apparire e sbalordire anche in centro città!

E così è stato anche ad Aosta! Inizia ad essere nota, infatti, l’eccezionale Area Megalitica rinvenuta nel quartiere di Saint-Martin-de-Corléans nel giugno 1969 di cui quest’anno si celebreranno i “primi” 50 anni!

La più vasta area megalitica COPERTA d’Europa estesa su una superficie totale di ben 18.000 mq! Un sito imperdibile per chi viene ad Aosta capace di regalare emozioni insolite anche in virtù di un contenitore avanguardista, futuribile, dal sapore potremmo dire quasi “spaziale”.

st-martin-ext-sud23161794_1747262488648266_1371626401869856768_n

Una sorta di cittadella fortificata in pietra verde e vetro apparentemente inaccessibile, così voluta per sottolineare il distacco con quanto la circonda e la notevole specificità dei resti preistorici (ma anche protostorici e romani) presenti al suo interno.

20160628_144122

Un sito “gemello” del Petit-Chasseur di Sion ma anche, in buona parte, del Don Bosco! Un’area talmente vasta e complessa che ha richiesto un quarantennio di scavi, studi e ricerche nonché un notevole impegno per progettarne e realizzarne la copertura. Che poi solo copertura non è, anzi! E’ un sito rimasto al suo posto musealizzato ed “emozionalizzato” ad hoc!

20160702_144825_LLS

 Un sito che, a differenza degli esempi elvetici, ha restituito anche le rare e fragili tracce di rituali di aratura propiziatoria datati al V millennio a.C.!

SMdC araturaCosty

Per non dilungarsi, poi, sulle 46 stele antropomorfe, molte delle quali decorate, in buona parte già esposte nel sito ma che, a lavori terminati, quando si mostreranno tutte insieme, lasceranno i visitatori paradossalmente “muti come pietre”, anche se invece le pietre, loro, parlano eccome!

Testimonianze impossibili da asportare (anche perché spostandole le si priverebbe di senso) e troppo delicate per esser lasciate alla mercé degli elementi e dell’inquinamento.

Stele-Stella

Per tutti i dettagli dell’Area Megalitica aostana vi rimando ad altri post del blog; in questa sede, infatti, voglio insistere sulla presenza dei #MegalitiinCittà! Che se ci pensiamo, resta sempre qualcosa di insolito e difficile da gestire perché trattasi di reperti davvero assai complicati da individuare (spesso, soprattutto se in cantieri edili senza opportuna sorveglianza archeologica scambiati per mere lastre di pietra), da scavare (il rischio fratture non è secondario), da interpretare (i “misteri” su chi rappresentino sono ancora molti e forse tali rimarranno) e da comunicare al grande pubblico (spesso si sente dire “non sono che grosse pietre..”) ahimé!

E’ decisamente più “facile” quando invece “appaiono” in natura dove l’intorno stesso, incontaminato e selvaggio, li valorizza senza bisogno d’altro. E in effetti, quando si parla di cromlech, dolmen o menhir, la nostra mente vola a Stonehenge, a Carnac o alle possenti tombe dei Giganti sarde…

Ma, facciamocene una ragione, i #MegalitiinCittà esistono eccome! Van trattati coi guanti di velluto e, di pancia, o li ama o li si ignora… ma col tempo, cercando di capirli, si può arrivare ad apprezzarli perché, pur nella loro ingombrante sobrietà, indicano l’estrema importanza e l’ancestrale sacralità del luogo che li ha restituiti!

Megaliti in città! Meraviglia, fascino, stupore. Le grandi pietre della Preistoria che riescono a farsi spazio tra condomini, strade trafficate, scuole e negozi. 

Fare attenzione? Sì, certo! Ma per trattarli bene!

Stella

 

E i Preistonauti sbarcarono ad Aosta. Area Megalitica:l’eterno sorgere dei millenni

“Capitano!! La navicella ha un guasto! Stiamo perdendo quota… sempre più rapidamente! Abbiamo incontrato una terribile tempesta magnetica… Cordylus non ce la fa! Presto, presto… urgente piano di evacuazione! Tutti alle scialuppe di coda!”

Una tempesta. Piogge di meteoriti e polveri incandescenti stavano investendo la navicella spaziale Cordylus. L’equipaggio, pur se ben addestrato e avvezzo a viaggi rischiosi e non privi di incognite, era sopraffatto dall’agitazione. Le mappe erano completamente saltate e il suono martellante dell’allarme era intollerabile. Il loro viaggio, e soprattutto l’esito della missione era drasticamente compromesso. Solo il Comandante, Lythicus, riusciva a mantenere i nervi saldi e continuava ad impartire ordine affinché i suoi uomini potessero mettersi in salvo nonostante la concitazione generale.

“Forza, presto! Tutti nelle scialuppe! Piano evacuazione avviato! E che la forza di Akronos ci assista!… 3, 2, 1: ESPULSIONE IMMEDIATA!”.

Fu un attimo. La navicella Cordylus, che in tanti viaggi e tante missioni aveva trasportato gli uomini di Lythicus, esplose in migliaia di frammenti simili a stelle luminose. Fortunatamente le scialuppe riuscirono a staccarsene in tempo, ma volteggiavano come impazzite perché quella maledetta, terribile e devastante tempesta magnetica aveva mandato completamente in tilt i comandi di bordo. Lythicus, però, riusciva a comunicare telepaticamente coi suoi e a guidarli: non dovevano assolutamente separarsi e solo i vecchi comandi manuali avrebbero potuto supportare la caduta.

L’atterraggio fu brusco ed impattante. Le scialuppe subirono danni irreversibili. Fu Lythicus ad uscire per primo dalla sua. Si guardò intorno, leggermente stordito, con un forte dolore al fianco destro. La testa gli girava, la vista era ancora in parte annebbiata e il cuore batteva all’impazzata. Chissà dove erano precipitati. Che luogo era mai quello?

Cercando di riordinare i pensieri, dopo essersi assicurato che i suoi uomini stessero bene, o meglio, che fossero tutti vivi, il comandante si sedette e, con la testa tra le mani, provò a riflettere sul da farsi. Non voleva perdere quella missione. Non poteva permetterselo! Il suo pianeta, Akronos, era in grave pericolo: una profonda crisi aveva portato subbuglio nella sua gente. Se non avesse portato a termine l’incarico affidatogli, Akronos sarebbe stato divorato dal caos delle ere e dal turbine della non-memoria. Tutti i ricordi, le tradizioni, tutto sarebbe andato perduto, sommerso nelle profonde acque dell’imperscrutabile oceano senza nome, avvolto da nebbie invalicabili.

Il grande re di Akronos, il nobile Aeternum, lo aveva scelto tra altri per inviarlo alla ricerca di un luogo. Un luogo sacro dove il potere della stirpe degli uomini si era manifestato nei secoli in forme e linguaggi di volta in volta diversi, ma che nessuno sapeva esattamente dove fosse. Il sovrano, con l’aiuto del potente sciamano Daimon, gli aveva consegnato una profezia:

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenzioso volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove ti imbarcherai su una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Questa profezia risuonava nelle orecchie di Lythicus e gli batteva in testa come un martello incessante.

Si alzò e cercò un’altura per avere la visuale più ampia. I fumi delle scialuppe distrutte si mescolavano alla nebbia e all’umidità. Il freddo attanagliava le ossa. Udiva, come ovattati, i lamenti dei suoi uomini e ne percepiva lo smarrimento e la paura. Quella terra appariva ostile.

Ad un certo punto uno squarcio di luce: davanti a lui si ergeva un edificio monumentale, scintillante, quasi fosse fatto di vetro. Forme a lui ignote ma che trasmettevano un senso di potenza, quasi fosse una sorta di reggia aliena. Due imponenti corpi di fabbrica divisi da una strada, circondati da un paesaggio simile ad una città ma… disabitato e silenzioso.

A_d8f9e2271d

Scese dalla collinetta e radunò l’equipaggio. Si divisero in due squadre ed iniziarono a perlustrare la zona. Davanti ai loro occhi si dispiegava uno scenario decisamente disorientante. Certo, quella doveva per forza essere una città, ma sicuramente da poco era successo qualcosa di terribile. Solo questa immensa reggia di vetro e pietra verde si ergeva al di sopra delle abitazioni; a parte un’altra costruzione, più piccola, proprio accanto.

Beni-Tutelati-Megalitica-03

Quella Lythicus la conosceva: si trattava di una chiesa, un luogo sacro per gli uomini del pianeta Terra. Che poi, da quell’antico pianeta proveniva anche la stirpe di Akronos che da lì era fuggita quando il passato rischiava di venire fagocitato e distrutto, quando la Memoria iniziava ad essere dimenticata. Lo sentiva come un “nostos“, come una sorta di ritorno a casa… ma chissà in quale area della Terra erano finiti.

Queste riflessioni, passi circospetti e, piano piano, le nuvole si alzarono lasciando comparire una montagna a sud. Anzi si trattava di una coppia di montagne, una muraglia di rocce e neve che cingeva quella città a meridione.

Vista Becca di Nona

Quando la luce del giorno fu piena, si accorsero di essere osservati: gruppi spauriti di persone si erano radunati qua e là, armati alla bell’e meglio, visibilmente provati da fame e stenti. Ne videro altri che uscivano dal sottosuolo; altri che scendevano dalle alture circostanti.

“Chi siete?” – chiesero quegli uomini. Lythicus, che aveva la facoltà di interpretare ogni lingua, rispose: “Giungiamo dal pianeta Akronos, la nostra navicella Cordylus è esplosa nel cielo e abbiamo dovuto atterrare in emergenza. Veniamo in pace. Siamo i cercatori del passato. Siamo Preistonauti. Ma non sappiamo dove ci troviamo”.

“Preistonauti? Mai sentiti! Il pianeta Akronos… ma non è quello dove molti uomini emigrarono anni addietro?”.

“Sì, noi ne siamo i discendenti. Ma il pianeta è allo sbaraglio. Dobbiamo ritrovare la nostra identità affinché le epoche storiche ritrovino il loro ordine. Stiamo cercando un luogo sacro assai particolare, ma… la tempesta magnetica ci ha fatto perdere la rotta”.

” Beh, qui vi trovate in quella che tutti chiamano Aosta. E’ una città antichissima, ma allo sbaraglio, come il vostro pianeta. Per fortuna è rimasta in piedi la chiesetta che vedete laggiù; è il nostro unico punto di riferimento.”

” Ma… e l’edificio monumentale accanto alla chiesetta?”. “Quello? E’ come una fortezza. Racchiude un luogo molto particolare. Nessuno ci vuole più entrare. Tutti ne hanno paura. Nessuno lo capisce. Si dice che emani energie negative… non so.

Tutto era cominciato bene; ma si tratta di centinaia di anni fa! Sì, circa 250 anni fa  (pare fosse il 1969 della nostra era), venne ritrovato dagli uomini che vi videro un’area sacra, un luogo dal potere antichissimo dove stirpi perdute avevano lasciato le loro tracce. Pietre, grandi pietre con la faccia appena abbozzata, armate e vestite con abiti strani… di più non so. Sta di fatto che nessuno oggi riesce più ad accedervi; si è perso l’ingresso! Secondo noi solo entrandovi si potrà spezzare il malvagio incantesimo in cui è caduta la nostra città. Ma la paura è troppa, amico mio di Akronos… Quelli (pochi) che ci hanno provato o non ne sono più usciti oppure son diventati pazzi!”

Lythicus pensò a lungo e meditò su quel luogo così particolare ed imperscrutabile, avvolto nel mistero e temuto dagli uomini. Condivise i suoi pensieri con l’equipaggio e tutti cercarono tra i loro ricordi e le loro conoscenze un modo per entrare in quella roccaforte di vetro e pietra apparentemente inaccessibile.

Beni-Tutelati-Megalitica-06

Decisero di iniziare con accurati sopralluoghi lungo l’articolato perimetro dell’area. Niente, sembrava davvero privo di accessi!

La mattina seguente Lythicus rimase colpito dal riflesso della grande montagna a sud che si specchiava sulla lucida parete dell’edificio senza porte. Il suo occhio notò per la prima volta dei resti di una scritta… sì, sulla parete rivolta a sud un tempo c’era una scritta accompagnata da strani segni circolari. Ma era troppo in alto. Coi suoi costruì una scala e raggiunse quegli strani segni consumati dal tempo.

2026766_1502950947-U11004118979002TfF-U11004089903488P6C-384x195@LaStampa-AOSTA

La luce radente lo aiutò nell’impresa. Riconobbe così cinque segni circolari allineati che formavano una leggera curvatura. Riuscì poi ad individuare questa scritta “S–nt –r-in -e Co—an-“.

“Ne sapete qualcosa? O almeno, a qualcuno di voi ricorda qualcosa?” chiese Lythicus alla gente del luogo. Tutti si guardavano sconcertati… “Bisognerebbe chiedere al vecchio della chiesa… è tremendamente anziano tanto che nessuno sa esattamente quanti anni abbia. Ormai la chiesa è diventata la sua dimora; non ne esce mai! Provate!”.

Lythicus e i suoi andarono a cercare questo anziano. “Salve stranieri! Sapevo della vostra presenza in città. E sapevo che non avreste tardato a cercarmi. Qui nessuno sa nulla della nostra storia più antica. La nostra distruzione è anche colpa loro e non se ne rendono conto, miserabili!”. “Chi sei, anziano?”, chiese Lythicus. ” Il mio nome vi suonerà…come dire… famigliare! Mi chiamo… Kordylus!”.

Lythicus e i suoi, increduli, strabuzzarono gli occhi. “Kordylus??!! Ma è il nome della nostra navicella perduta!”. “Lo so. Così come sapevo che prima o poi sareste arrivati. I miei avi fuggirono da Aosta e trovarono rifugio su un altro pianeta; solo mia nonna, all’epoca incinta di mia madre, rimase qui accanto al suo uomo che non voleva andarsene. Mia madre nacque qui. E io pure. Ci sentiamo i custodi di questo luogo e sono sicuro che presto risorgerà! Il mio è un nome antico, un nome di famiglia che ci passiamo di generazione in generazione”.

“Ma, allora, tu sai come entrare nel grande edificio Kordylus?”. ” Certo. Ma non posso farlo da solo. Ho bisogno di un valido aiuto. Ho bisogno di qualcuno che, fino ad oggi, ancora mancava. Quel qualcuno sei tu Lythicus, perché conosci il passato e sei in grado di riordinarlo. Perché sai leggere ed interpretare i segni delle antiche civiltà. Perché hai una missione da compiere, vero?”.

“Eh… sì… tu conosci tutte queste cose, vecchio! Come le sai?”. I due si fissarono intensamente e.. si riconobbero! Non ci fu più bisogno di altre parole”.

Kordylus aprì allora un grosso baule; ne tirò fuori un medaglione su cui era disegnata una spirale. “Questa è una forma ancestrale, Lythicus. Una forma disegnata da Madre Natura. Una forma che rappresenta l’acqua, la terra, la vita. La forma delle ammoniti fossili, delle conchiglie figlie dei mari, dei petali dei fiori. La spirale è il nostro DNA. La spirale indica l’eternità”.

Lythicus prese il medaglione tra le mani e fissava quella linea concentrica come ipnotizzato. “Prendi anche questo.” Kordylus gli porse un frammento di corno di bue semicarbonizzato; “ti servirà!”.

“E i segni sulla parete sud dell’edificio? Tu sicuramente sai interpretarli, giusto?”. ” Sì, ma solo tu sei riuscito a notarli e riportarli alla luce. Saint-Martin-de-Corléans! E’ questo il nome di quest’area. E’ anche il nome di questa vecchia chiesetta che, tenace, sola resiste a questi tempi sconvolti e confusi! I cinque segni rievocano gli allineamenti. Quel luogo fu sacro agli uomini che ci precedettero e che qui costruirono cattedrali il cui soffitto era nient’altro che la volta celeste”.

“Ma come mai questa gente ne ha così paura?”. “Si ha paura di ciò che non si conosce. Se avessero voglia di sapere anziché fermarsi alle apparenze, allora la paura svanirebbe. Ma tale iniziativa deve nascere da loro, non può essere imposta. Solo così le porte del Tempo si apriranno e la città ritroverà il suo Passato ricominciando a vivere”.

La notte servì a Lythicus per elaborare il piano. Ma una strana sensazione gli fece sorgere il dubbio che forse quel luogo poteva servire anche a lui. La profezia di Daimon si ripeteva nella sua testa.

” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove dovrai trovare una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.

Alle prime luci dell’alba Lythicus si avviò verso la roccaforte imprendibile di Saint-Martin-de-Corléans. Si fermò davanti ai resti dell’antica scritta e puntò il medaglione contro di essa. Non appena i primi raggi di sole colpirono la parete, il riverbero si specchiò nel medaglione che, a sua volta, si riflettè sulla parete di lucida pietra verde.

E una porta si aprì!

Lythicus entrò immediatamente, si voltò, ma la porta si richiuse immediatamente alle sue spalle. Si ritrovò immerso in un’avvolgente penombra che quasi gli dava come un senso di sonnolenza, di pesantezza. Non volle tuttavia cedere a quella insolita sensazione e cercò di capire da che parte doveva andare. Riconobbe un corridoio in leggera discesa; su un lato quel che restava di antiche vetrate gli diede un riferimento: serviva a scendere nel sottosuolo, proprio accanto alla chiesa.

Il-nuovo-museo-archeologico-di-Saint-Martin-de-Corléans-ad-Aosta-15

I suoi passi rimbombavano nella semi oscurità. Inconsciamente si rese conto di tenere in mano il medaglione come se fosse una torcia fino a che, stupito, si rese conto che quel medaglione emanava luce davvero! Si accorse di una serie di porte, e capì, da come erano fatte, che erano delle “timegate”, delle porte del Tempo, come aveva detto Kordylus la sera prima: “le porte del Tempo si apriranno…”. Una dopo l’altra le superò tutte, compiendo un viaggio che lo condusse dalla sua epoca fino ad un passato remoto, un passato in cui la Storia ed il Mito si fondevano e si confondevano, un Passato che molti non avevano saputo leggere, né capire.

areaarcheologica2

Ecco, all’improvviso una vasta distesa si aprì davanti a lui. Al centro una costruzione di pietra si ergeva al di sopra di una piattaforma di pietrame più minuto. Ma Lythicus era lontano… non vedeva bene, non capiva… si sentiva come atterrato nuovamente su un pianeta sconosciuto; un naufrago approdato non si sa bene come su un’isola aliena e disorientante.

No, da lì non avrebbe individuato la strada. Doveva trovare un punto elevato e guardare dall’alto per avere una mappa, diciamo, da cui partire. Si accorse di alcune scale e di corridoi rialzati tutti intorno a lui. Ma tutto era come disequilibrato; era come muoversi nel grosso relitto di una nave naufragata. Sinistri scricchiolii, rumori lontani, vacillamenti delle strutture… Non senza fatica riuscì a portarsi al piano più alto da cui godere di una vista panoramica su quel luogo inaspettato.

Si affacciò dalla balconata e… rimase senza fiato! La terra non era piana, ma solcata da tracce profonde e parallele, “simili a onde marine”.

DJIo-cpXUAAIDOu

Perché il suolo era inciso in quel modo? Chiuse gli occhi e si concentrò cercando tra le sue conoscenze di Storia: un’aratura! Ma certo! Quel suolo era stato consacrato per mezzo di un’aratura in tempi in cui l’agricoltura era ancora una conquista “recente” e il buon raccolto era considerato il frutto della benevolenza delle forze sotterranee. Un buon raccolto significava una forte stirpe ed una solida comunità.

20160628_144122

Vide poi tutt’intorno gli allineamenti di cui gli aveva parlato Kordylus. Alcuni buchi più grandi e profondi; altri più piccoli e, tra questi, alcuni di forma quasi circolare e altri di forma più o meno rettangolare. Da nord-est verso sud-ovest: questa era la direzione prescelta.

Allineamenti

Una direzione che richiamava il moto del sorgere del sole in estate. Certo, l’estate: la stagione dell’abbondanza, del trionfo della Natura! I buchi più grandi erano dei pozzi, ma non vennero utilizzati per l’acqua, bensì per deporre nel sottosuolo offerte alle divinità ctonie, quelle che muovevano le forze del ventre della terra e potevano far germogliare i semi.

Fermandosi a meditare concentrato sulle singole tracce, Lythicus poteva visualizzarne le origini, l’identità e la funzione. Si avvicinò quindi ai buchi circolari più piccoli; osservandoli con attenzione vide che sul fondo di uno di essi vi era un frammento di corno bovino bruciato. Capì e vi depose il corno che gli aveva dato Kordylus: una sequenza luminosa si accese ai suoi piedi e dei fasci tubolari si innalzarono dai buchi verso il cielo. Il soffitto, fino a quel momento buio, si accese di centinaia di luci cangianti che mutavano colore ed intensità: dal bianco argenteo, lunare, fino al rosso infuocato del tramonto, continuando a ripetersi all’infinito. Era il respiro dei millenni che si muoveva intorno a lui e pervadeva quell’immenso spazio punteggiato di… grandi pietre!

La scia luminosa dei fori circolari ad un certo punto si spense per spostarsi sulla sequenza delle fosse rettangolari da cui si ersero enormi lastre di pietra sagomate a forma d’uomo, alcune appena accennate, altre più definite. La luce invase un corridoio parallelo e Lythicus rimase senza fiato: davanti ai suoi occhi si paravano, maestose ed enigmatiche, ben 46 grandi stele di pietra da cui emanava luce vera. Volti silenziosi, immutabili, avvolti da un’aura di ancestrale sacralità.

002_stele2

“In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei.”

Quasi incredulo, tremante, si avvicinò ad una di queste e vide che sulla sua superficie era riportato un doppio medaglione a spirale.

stele_1.jpg

Non ebbe più dubbi: il destino, il caso, aveva voluto che l’esplosione del Cordylus paradossalmente li portasse proprio nella giusta destinazione! Era quella la terra indicatagli dalla profezia di Daimon: e lì avrebbe trovato la nave di pietra che avrebbe portato in salvo gli abitanti di Akronos… ma dove?

Si avvicinò ad un’altra stele e ne osservò le armi: quel pugnale, era decisamente… uguale al suo! Quella forma particolare dell’impugnatura semilunata… ma certo! Prese il suo, che portava sempre alla cintola, e lo avvicinò a quello raffigurato sulla pietra: i due pugnali si “riconobbero” e si illuminarono. Dal suo un raggio puntò verso la grande costruzione lapidea al centro dell’area.

area-megalitica-saint-martin-de-corléans

Lythicus si incamminò su quel corridoio di luce e raggiunse quello strano cubo con una sorta di oblò d’ingresso dal quale, però, lui non riusciva a passare. Girò intorno a quello strano cubo e le sue facoltà gli fecero capire che si trattava di una tomba; una tomba fatta con grandi pietre e che aveva contenuto i corpi di molti uomini, ma anche di donne e bambini. Una tomba di clan. Una tomba che, a distanza di millenni, ancora riusciva ad esprimere la forza e la potenza di un gruppo di uomini. Scavalcò i lastroni laterali per entrarvi. Non appena vi fu dentro gli parve che la terra sotto di lui si muovesse… era forse un capogiro? No, la terra aveva preso davvero ad ondeggiare! Era come il … mare… un mare di terra! Ad un certo punto la costruzione di pietra iniziò a sollevarsi su quelle strane onde e lui ne era come il nocchiero in tolda!

La prua appuntita prese a muoversi verso una direzione precisa: si stava dirigendo a nord-ovest, verso la terra delle lunghe Ombre eterne.

Fu così che Lythicus, senza neppure rendersene conto, si ritrovò oltre il tempo e lo Spazio al cospetto di re Aeternum che, felice, lo accolse e gli riservò tutti i massimi onori. Lythicus aveva salvato Akronos dall’autodistruzione! Aveva restituito la Memoria ai suoi abitanti. Lythicus, da quel momento, detto “il Grande”.

E ad Aosta? Nessuno quella mattina si accorse di nulla. Tutto si era svolto come se non avesse occupato altro che lo spazio di un sogno. Un sogno di cui al risveglio tutti in città si erano già dimenticati. La sede dell’area megalitica brillava al sole e, nonostante fosse ancora mattina presto, si stava formando una lunga coda all’ingresso. La fama di quel sito si era diffusa; dopo un primo momento di difficoltà e di incomprensione ora veniva gente da ogni parte per visitare quel luogo così insolito.

turisti_in_visita_allarea_megalitica_coperta_di__st_matin_de_corleans_vicino_ad_aosta

Si conclude così il viaggio appassionante di Lythicus (e nostro) alla scoperta di questa complessa area megalitica ritornando, a ragion veduta, sul continuo rincorrersi di vita e morte, riassunto alla perfezione dalla nitida eternità della pietra che qui domina incontrastata. Vita e morte che ritornano nell’archetipica figura di San Martino, qui venerato santo eponimo del quartiere, portatore di luce e combattente delle tenebre.

La profezia si è avverata. Gli uomini hanno ritrovato memoria ed identità perdendo le loro cupe paure e la loro ritrosia.

E voi, non vi va di provare l’emozione di un viaggio da Preistonauti in quel luogo dalle grandi pietre dove un sol giorno può durare millenni?

Stella

 

 

 

 

 

Monte Bego. Il “meraviglioso” regno di roccia del Dio della Tempesta

Quando odi tra i monti il cupo rimbombo del tuono che riecheggia e si spande tra le valli; quando vedi scuri nuvoloni addensarsi sulle vette e poi piano piano sfrangiarsi e arrotolarsi tra i boschi impigliandosi nei rami dei pini… Ebbene, è quella la voce del Dio della Tempesta!

Giusto 2 anni fa ho avuto finalmente il privilegio di andare di persona alla corte di questo dio misterioso, amato e temuto. Vi voglio raccontare questo viaggio e portarvi con me appena oltre confine: a #Tenda ( per dirla in francese, Tende), nel dipartimento delle Alpi Marittime. Dalla Valle d’Aosta non è lontano: direzione Cuneo, poi Limone Piemonte e via verso il tunnel del colle di Tenda.

Una valle lunga e stretta, dalla natura severa ma dai villaggi incantati. Una specie di piccola Valle d’Aosta “al contrario” dove, nonostante si sia in territorio francese, quasi tutti hanno cognomi italiani, le insegne dei locali e degli alberghi sono spesso in italiano così come i nomi delle strade, delle piazze… tutti capiscono e molto spesso parlano l’italiano. Una terra di confine che nel tempo è sempre stata sballottata dagli eventi e dalla geo-politica un po’ di qua e un po’ di là!

#Tenda è abbarbiccata sul pendio di un monte; sembra quasi uno di quei pittoreschi borghi del Centro Sud d’Italia. Le case strette le une alle altre e la grande chiesa lassù, in alto, nascosta tra i vicoli ma splendente di una facciata color corallo. E ancora più sù, miracolosamente “sospeso” su una cresta rocciosa, il castello dei Conti Lascaris, arricchitisi grazie all’esazione di “salati” pedaggi lungo la… Via del Sale (non a caso).

Prima tappa (imperdibile!) il Museo “delle Meraviglie”, nel centro di Tenda. Ma perché si chiama così? Perché al suo interno custodisce le “meraviglie” di quest’area disegnata, incisa nel senso più letterale del termine, dallo scorrere della storia. Una Storia con la “S” maiuscola, plurimillenaria, che ha iniziato a lasciare tracce sin dal VI millennio a.C., in epoca neolitica. Siamo infatti nella Valle delle Meraviglie, inserita insieme alla vicina Valle di Fontanalba, nel Parco naturale del Mercantour.

Una Valle dal nome fiabesco che le credenze popolari hanno, però, sempre un pò temuto. I pastori sapevano di quegli strani segni incisi sulle lisce pietre levigate da antichi ghiacciai ormai scomparsi. Una valle dall’aspetto lunare…direi assai simile alla nostra zona del Mont Avic, nella sua parte più alta. Strani segni, dicevamo… Figure zoomorfe e geometriche incise sulle rocce. Decine, centinaia, migliaia… a perdita d’occhio! Adagiate ai piedi della vetta rocciosa del Monte Bego (2872 metri), le valli delle Meraviglie e di Fontanalba presentano un interesse archeologico, etnografico e naturalistico unico!

Un paesaggio geologico glaciale dal fascino pervasivo racchiude circa 40.000 incisioni rupestri per la maggior parte datate tra IV e III millennio a.C.! Oltre 4.000 rocce, infatti, presentano segni con caratteristiche ricorrenti. Primeggiano i “cornuti”, i segni interpretati come bovidi, spesso affrontati tra loro… sì, un pò come nelle “batailles des reines”! Anzi, al Museo di Tende sono anche visibili degli oggetti in pietra ed in osso raffiguranti questi bovini (molto stilizzati) con grandi corna! Le corna, simbolo dei grandi bovini, dei tori. Il toro, sin dalla notte dei tempi e in numerose culture, animale totemico legato alla forza, alla virilità, ma anche al dirompere dell’acqua. Si pensi alle classiche divinità dei fiumi nel mondo greco, romano e medio-orientale assimilate a tori. Singoli, aggiogati o affrontati..questi animali ricorrono spessissimo; un leit-motiv quasi ossessivo! Costanti, ripetuti, ricalcati… una sorta di litania di pietra sulla pietra…

Insieme ai bovini altri segni tra i quali si distinguono dei quadrati suddivisi al loro interno di parcelle, come delle scacchiere: i campi coltivati? Dei villaggi cintati visti dall’alto?

Ma appaiono anche oggetti: molti pugnali, ma anche alabarde. Strumenti guerrieri, aristocratici, ma anche cultuali. Pugnali interpretati anche come fulmini, come le saette brandite dal dio delle tempeste. Potevano non provarne paura le popolazioni della zona incapaci di interpretare questi segni? La storia alla base della leggenda. La leggenda che nasconde e dissimula la storia.

Ecco da cosa sono nate le diverse credenze. Valli abitate da demoni e  da streghe; valli dove poteva essere molto pericoloso attardarsi, perdersi..magari per non tornare mai più! Non è lontana da qui la Valmasca (in Piemonte) il cui nome include lei, la “masca”, ossia la “strega”. Splendide escursioni, a piedi o con l’aiuto di mezzi 4×4, si possono fare tra Francia e Italia, in questa zona così vissuta, segnata, contesa. Tra la Via del Sale, la Strada Reale sabauda e una costellazione di fortificazioni e casematte.

Valli abitate da esseri fantastici e temibili. Un’altra vetta laterale della Valle delle Meraviglie ancora oggi si chiama la Cima del Diavolo; si dice che quando il tempo peggiora, le prime nuvole minacciose, nere, cariche di pioggia, arrivino proprio da lì… oltre che dal Monte Bego, vero sovrano di questo luogo. Assomiglia al Mont Avic: isolato, appuntito, ruvido e spigoloso. Lassù, si narra, risiede le Dieu de l’Orage, il Dio della Tempesta. E infatti lassù, in vetta, non ci sono segni. Lassù non servono perché è la casa del dio; il divino è immanente! Quel dio tanto invocato e pregato proprio attraverso le migliaia di segni ed incisioni sparsi in queste valli così scabre, dove stagionalmente appaiono laghi effimeri simili ai laghi incantati delle fate; dove le piogge abbondanti e violente trasformano gli scivoli rocciosi in terribili cascate d’acqua. Una terra di pastori, perlopiù. Una terra dove l’acqua è preziosa, indispensabile. Dove per avere quest’acqua così sospirata bisogna pregare, e tanto, ancora oggi!

Qui si possono fare delle escursioni “meravigliose”… meravigliose per davvero, nel senso letterale del termine! Ve lo racconto perché le ho fatte! Con l’aiuto di una delle bravissime e preparatissime guide locali potrete inoltrarvi in questo magico regno di roccia e scoprire, leggere ed interpretare queste “preghiere” su pietra lontane millenni. Ma non solo: c’è un’iscrizione latina dal gergo un po’… triviale. E brani di preghiere cristiane; addirittura un’immagine taurina trasformata in volto di Cristo! E nomi, date, firme…ricordi.. che si perdono tra vite di pastori e di soldati, quassù, dove il mondo è lontano, apparentemente inafferrabile. Vi giuro che mi sto ancora emozionando adesso che vi scrivo di questi luoghi, di questi orizzonti, di queste vette. Due volte sono stata qui e per due volte, pur con una mattinata di sole, nel pomeriggio abbiamo udito quella voce cupa ed inconfondibile… la voce del tuono, accompagnata dalla pioggia. La nostra escursione-preghiera aveva funzionato? Oppure il Dio della Tempesta manifestava la sua ira?

E infine arrivi là, davanti allo “sciamano”: così è chiamato un segno composto da altri segni combinati tra loro cui si aggiungono, lateralmente, delle “manine” reggenti due pugnali. Lo Sciamano, non a caso, “guarda” direttamente verso la cima del Monte Bego. E’ lui, il sacerdote più importante, il mezzo, l’ambasciatore, il tramite tra l’uomo e la divinità.

E quando poi ritorni a valle ancora te la senti dentro (certo, se si è sufficientemente sensibili) quell’energia, quella sottile ma palpabile magia emanata dalle rocce. Hai avuto il privilegio di recarti al cospetto del Dio della Tempesta, ripetendo dei passi e ricalcando dei sentieri percorsi da migliaia di uomini per migliaia e migliaia di anni.

Stella

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Area Megalitica di Aosta. Preistoria da fashion week. Il glamour senza tempo delle stele “dalle spalle larghe”

Pochi giorni fa, il 25 febbraio, si è conclusa la sempre attesa e super seguita Milano Fashion Week.

Non sono certo una fashion-blogger, ma la moda mi ha sempre interessato molto. Sono curiosa delle tendenze, delle diverse declinazioni che l’abbigliarsi assume nel tempo e nello spazio.

Sarà che nei miei variegati trascorsi ci sono anche studi di canto lirico nel cui ambito ho approfondito la storia del costume…

Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società, una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.

Da brava archeologa mi è sempre piaciuto moltissimo studiare i cambiamenti di foggia d’abito o di acconciatura che sempre hanno contraddistinto non solo epoche ben precise, ma connotato socio-culturalmente uomini, personaggi, siano essi stati capi, guerrieri, sciamani e sacerdoti.

I mutamenti nelle acconciature delle primedonne dell’antica Roma, ad esempio, aiutano ad individuare un’epoca: dal sobrio ciuffo rigonfio tirato sulla fronte alla moda di Livia, moglie di Augusto,

Livia_Drusilla

fino alle complesse, direi barocche, acconciature ridondanti di riccioli, boccoli e “extensions” dell’epoca flavia,

9caf4f38d59ae5321012f8d70aeb84ec

fino alle pettinature “a melone” del III secolo d.C. sdoganate dall’imperatrice Giulia Domna, una vera “influencer” del suo tempo!

COPERTINA.DAMNATIO-MEMORIAE.Giulia_Domna

Eh già, regine, principesse e star non lanciano tendenze solo oggi, ma da sempre.. pensiamo all’inimitabile Cleopatra, non bellissima ma super affascinante e magnetica erede della dinastia tolemaica, indiscussa ammaliatrice di uomini … e che uomini!

Cleopatra

Dopotutto l’ultima sovrana d’Egitto è glam ancora oggi; potrebbe essere benissimo una “it-girl” da milioni di followers su Instagram!

O, procedendo nel tempo, alle mode lanciate da donne di potere come Caterina de’ Medici che vestiva sempre di nero e, cosa assolutamente nuovissima, indossava lingerie! Per non parlare dei profumi, altra sua passione insieme al gelato e… ai veleni!

Caterina-de-Medici-e-il-suo-abito-vedovile

Oppure come non pensare alla grande Elisabetta I d’Inghilterra, una vera trend-setter del XVI secolo! Le sarebbe servita non una cabina, ma una villa armadio se pensate che, si dice, possedesse almeno 2000 guanti!  La sua moda era così scandalosa in termini di volumi e stravaganza che solo lei, la regina, poteva permettersi di indossarli.

elisabetta-i

Dopo le sue apparizioni le sue dame iniziavano a copiare i suoi abiti, utilizzando però materiali meno preziosi. Un pò quello che accade oggi: guardando le Fashion Weeks ci innamoriamo di un capo, e non potendocelo permettere, lo cerchiamo nella grande distribuzione o sulle bancarelle del mercato. Ma questa è tendenza! E anche questo parla di noi che ci rifacciamo ad un look per poi reinterpretarlo e adattarcelo su misura.

Ma veniamo all’oggetto protagonista di questo mio post: l’Area Megalitica di Aosta!

Non voglio qui dilungarmi su questo sito straordinario, inaugurato nel 2016 dopo oltre 40 anni di scavi e ricerche. Scoperto fortuitamente nell’estate del 1969, guarda caso un mese prima che l’uomo mettesse piede sulla Luna e, in Valle d’Aosta, una coppia di archeologi atterrava sull’inatteso pianeta delle grandi pietre! Ecco, anni ’60-’70: e già questo lo rende squisitamente, irresistibilmente vintage!

VALLE D'AOSTA-Dolmen area megalitica Saint-Martin-de-Corléans Aosta (foto Enrico Romanzi)-9537

20160628_142009_LLS

Non insisterò sul fatto che si tratta dell’area megalitica coperta più vasta d’Europa (oggi sono visitabili 10.000 mq ma al termine dei lavori l’intera area si estenderà su qualcosa come 18.000 mq!), oltretutto in pieno contesto urbano: uno urban style dove un’Antichità senza tempo strizza l’occhio al futuribile contemporaneo.

Esterno-LaStampa

Ma riallacciandomi a quanto visto sfilare alla FashionWeek 2019, vorrei attirare la vostra attenzione su quanto siano trendy le misteriose statue-stele dal profilo umani risalenti al III millennio a.C.!

Ci hanno detto che nella stagione “fall-winter 2019” torneranno le giacche over-size con le spalline imbottite e vagamente a punta che conoscevamo nei ruggenti anni ’80.

giacche anni 80

blazer revival Snap italy

Ebbene, senza ombra di dubbio le nostre stele antropomorfe hanno le spalle larghe con quella nitida forma trapezoidale intrisa di severo distacco.

VALLE D'AOSTA-Stele area megalitica Saint-Martin-de-Corléans Aosta (foto Enrico Romanzi)-9598 (1)

20160628_144536

Abbiamo visto strizzare l’occhio a pellicce sempre sovradimensionate, spesso create a patchwork con ritagli diversi o comunque ispirate ad indumenti antichi, quasi dei capispalla preistorici che non avrebbero sfigurato indosso a Ötzi e compagni. E se fino all’anno scorso i colori erano super sgargianti, quest’anno c’è il ritorno del naturale: dalla sabbia al cammello fino ai marroni più scuri.

pelliccia-ecologica-oversize-stella-mccartney-1543246832

Ecco, anche per le nostre statue stele gli studiosi non escludono la raffigurazione di dettagli lavorati che in origine potevano essere proprio di pelliccia, magari lavorate a check o a triangoli.

Ci hanno detto che molti stilisti o fashion designer hanno riproposto lo stile optical con abiti profusi di quadretti, righe e triangoli.

001-valentino fall 2019

optical fall 2019 AnOtherMagazine

Ebbene, osservate con attenzione alcune delle nostre stele e noterete la presenza di abiti ed ornamenti decorati proprio con questo stile!

blog_cap3_6.jpg

002_stele2

Una curiosità in più: stando agli studi più recenti, parrebbe che i quadretti siano esclusivo appannaggio delle stele maschili!

E anche sotto questo aspetto le nostre statue stele sono di moda: non presentano, infatti, peculiarità specifiche che distinguono al primo sguardo i personaggi maschili da quelli femminili. I caratteri spiccatamente sessuali risultano annullati. Maschio e femmina appaiono quasi sovrapponibili se non fosse per alcuni dettagli legati agli abiti o, ancor di più, agli accessori (armi, gioielli, borselli…)!

Abbiamo poi notato come si sia confermata la tendenza dell’unibrow, cioé del monosopracciglio, folto e apparentemente non curato alla moda di Frida Kahlo.

2363-Model_Rocking_Unibrow-healthline

frida-kahlo-portrait

Beh, osservate, laddove ancora riconoscibili, i volti definiti “a T” delle nostre stele… eh?!

SMdeC_stele30pg170_Cesare1994_br

Una caratteristica ulteriormente accentuata e talvolta esasperata da un make-up geometrico che va a scolpire letteralmente la zona occhi conferendole un fascino insolito, tra lo statuario e il robotico!

geometricMakeup-pinterest2

Un dialogo-contrasto, quello tra l’Antico e il Contemporaneo che nell’arte preistorica trovo che si sublimi raggiungendo un linguaggio essenziale, muto ma pervasivo, sottile ma potente.

L’enigma delle statue-stele dell’Area megalitica di Aosta. Divinità? Capi tribù? Guerrieri? Sciamani? Difficile a dirsi ma sprigionanti un fascino magnetico capace di ipnotizzare superando le barriere del tempo e dello spazio.

Stella

Castello di Graines. La bambina, il cavaliere e la matita incantata

Caterina aveva otto anni. Abitava in un grazioso villaggio in alta Val d’Ayas, ai piedi di montagne mozzafiato, tra prati e boschi. Caterina amava molto andare a scuola e adorava disegnare. Ogni attimo di tempo libero prendeva un foglio, le sue matite e iniziava a volare con la fantasia. La nonna le raccontava spesso storie e leggende e lei si divertiva a fantasticare su quelle streghe, quei diavoli, i folletti, i principi, i draghi… non avrebbe mai smesso!

500_F_24290431_1kbOVIiJfePlQPOz3xISb72vk1t4eCVV

Le piaceva immaginare come sarebbe stato vivere in un castello, indossando vestiti eleganti e sontuosi, innamorata di un principe bellissimo e coraggioso!

I suoi genitori, però, lavoravano duro; non era semplice mandare avanti la stalla, seguire il bestiame, i campi, la produzione di burro e formaggi… E lei, la maggiore di quattro figli, doveva saper fare un po’ di tutto, studiare e naturalmente badare ai tre fratellini. Che stanchezza! Ecco che il disegno, per il quale oltretutto era molto dotata, era la sua unica valvola di sfogo. Doveva solo stare attenta a non perdere la cognizione del tempo, altrimenti suo papà la richiamava all’ordine con modi, diciamo, bruschi…

Un pomeriggio, infatti, il papà le aveva detto di scendere in paese per alcune commissioni, tra cui andare dal calzolaio a far riparare le scarpe invernali.

Lei era andata ma… il calzolaio le aveva detto che ci sarebbe stata un’oretta da aspettare e così… beh… Caterina si era messa a girovagare nei dintorni, poi si era seduta su una panchina e aveva iniziato a passare il tempo nel modo a lei più congeniale: disegnando!

Una, due, tre ore erano passate e ormai era quasi buio! Solo in quel momento Caterina si rese conto del pazzesco ritardo che aveva accumulato! Si precipitò alla bottega del calzolaio, ma era già chiusa! Corse più veloce che poteva per tornare a casa e, quando aprì la porta, fu accolta dai suoi genitori preoccupati e arrabbiatissimi; con loro c’era anche il calzolaio che, non vedendola tornare, pensava fosse a casa.

“Ora basta, Caterina!!”, urlò il padre, “stai davvero esagerando! Ne ho abbastanza dei tuoi disegni e della tua perenne distrazione! Ma quando imparerai a stare coi piedi per terra?!” e, detto questo, le prese dallo zaino fogli e matite e glieli lanciò nella stufa; “e per un bel pezzo, stanne certa, di matite e roba simile non se ne parla!”, tuonò infine il papà.

Trascorsero alcuni giorni, ma Caterina, pur obbedendo in silenzio ai genitori, non era più la stessa; aveva perso il sorriso, non aveva più voglia né di parlare né di mangiare.

Una sera in cui era più triste del solito, andò a letto prestissimo e crollò sfinita in un sonno profondo.

“Ehi, ehi, Caterina! Caterina mi senti? Sono qui, in fondo al tuo letto!”.

La bambina aprì gli occhi e… ai suoi piedi era seduto un nano! Ma certo, era proprio un nano! Piccolino e cicciottello con una lunga barba bionda, due occhietti verdi vispi e furbi e ai piedi uno splendido paio di sabots d’oro!

”Sei triste, vero, Caterina? Eh, io lo so perché!”, disse il nano avvicinandosi; “guarda, so come aiutarti. Lascio sotto il tuo letto una sacca: domattina aprila e vedrai! Stai serena, piccola! E non smettere di credere ai tuoi sogni!”.

La mattina seguente, di buon’ora, Caterina si svegliò; si sentiva strana, quasi non riuscisse a svegliarsi del tutto… “Che strano sogno che ho fatto!”, pensò, “chissà se c’è davvero qualcosa sotto il letto!”.

Caterina si chinò e… un sacchetto di velluto verde giaceva in attesa che lei lo trovasse.

“Allora era vero! Cosa ci sarà qui dentro?”; la bimba aprì freneticamente il sacchetto e vi trovò … “Una matita!!”. Sì, dentro c’era una matita, una sola, più lunga e più spessa delle normali matite, tutta dorata. La mina era davvero spettacolare: aveva dentro tutti i colori dell’arcobaleno! “Wow! Che meraviglia! Voglio provarla subito!”.

Caterina prese allora un pezzo di carta e vi disegnò un gattino. Il gattino risultò di colore arancio, come se quella matita sapesse a quale colore lei stesse pensando…

Si voltò un attimo e “Miao miao…!!”, Caterina vide con grande stupore che il micio era vero! Era uscito dal foglio e aveva preso vita: “Oddio! Ma è una matita magica! Non ci posso credere!”.

Provò a disegnare un vaso di fiori e dopo alcuni istanti esattamente quel vaso coi colori cui lei pensava faceva bella mostra di sé sul davanzale della finestra.

Caterina era fuori di sé dalla felicità ma sapeva che doveva tenere tutto nascosto, altrimenti sarebbe stato un bel guaio!

Da quel giorno ogni momento di solitudine era buono per disegnare ciò che desiderava: cagnolini, farfalle, bambole, ma anche vestiti, scarpe, torte e biscotti!

Tutto però veniva accuratamente nascosto: guai se i suoi genitori l’avessero scoperta! E guai se la notizia si fosse diffusa…

Un giorno, però, mentre guardava le mucche al pascolo, venne allarmata dall’abbaiare del cane: un vitello era scivolato in un dirupo e si era ferito.

Caterina fu assalita dal panico: cosa poteva fare’ Lassù non c’era nessuno!

Decise di provare a disegnare una lunga corda annodata attorno al vitello e agganciata ad una carrucola. Funzionò! Il marchingegno si materializzò e il povero animale fu in salvo! Però aveva una zampa rotta… Solito sistema: disegnò il vitello con tutte e quattro le zampe sane: il risultato non tardò ad arrivare!

“Per fortuna non mi ha visto nessuno!”, sospirò la bambina, ma… qualcuno invece aveva assistito alla scena!

Sulla via di ritorno Caterina incontrò una vecchietta: era disperata!

“Oh povera me… povera me… sono disperata! Chi mai potrà aiutarmi? Oh che sciagura! Sono rovinata!”

Caterina si fermò e le chiese cosa fosse accaduto.

“Sono una sarta. Avevo ricevuto ordini importanti! Avevo finito ieri di confezionare abiti meravigliosi… E’ scoppiato un terribile incendio e ho perso tutto! Come faccio?! Sono rovinata!”.

Caterina ci pensò un po’ su e, buona com’era, offrì il suo aiuto alla nonnina. “Tu?! Aiutarmi? Ma sei solo una bambina… come puoi aiutarmi?”, disse la vecchietta.

“Non preoccuparti. Domattina verrò qui e tu mi accompagnerai a casa tua dove si trovava il tuo laboratorio”.

Il giorno dopo le due, come d’accordo, si incontrarono all’incrocio del vecchio noce e la vecchina accompagnò Caterina a casa sua. Cammina, cammina… non si arrivava mai!

“Ma, scusi signora, è ancora molto lontano?” chiese la bimba iniziando a preoccuparsi.

“No. No… forza! Sei giovane! Cosa dovrei dire io allora?!”.

Un’ultima ripida salita e giunsero su un altipiano arido e roccioso; tutt’intorno le rovine di quello che doveva essere stato un grande edificio… “E’ questa casa tua?” chiese dubbiosa Caterina; “sembrano rovine molto antiche e non vedo traccia di incendi recenti… dove siamo?!”.

La vecchietta, che le dava le spalle, improvvisamente aprì le braccia e si voltò: un violento turbine nero la avvolse, il suo viso si trasformò in una maschera diabolica con gli occhi rossi e la donna divenne altissima, circondata da nuvole nere e fiamme. Una risata raggelante riempì la vallata.

“Sciocca bambina! Sono la potente strega del lago di Villa! Per secoli ho dovuto nascondermi in fondo alle scure acque del lago, privata del mio castello! Ma ti ho vista! Ho visto il potere della tua matita magica! E ora quella matita sarà mia per sempre! E potrò riavere il mio castello e tornare a dominare incontrastata la valle! Come nei secoli passati prima che arrivasse quel dannato cavaliere che mi ha relegata nel lago!”.

Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))
Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))

In men che non si dica la strega fu addosso a Caterina e, immobilizzatala con un incantesimo, le rubò il sacchetto con la preziosa matita.

Caterina non poteva muoversi né urlare. La strega prese la matita e iniziò a disegnare il suo castello, solo che … non ne era capace! Proprio così, lei non aveva il dono di Caterina e i disegni non restavano sul foglio: dalla matita uscivano solo righe nere e brutte chiazze disordinate.

Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)
Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)

“Maledizione!”, urlò la vecchia furiosa, “Che magia è mai questa?! Ma non importa: ora tu disegnerai per me! Obbedisci! Altrimenti ti trasformo in una rana e ti caccio in fondo al lago!”.

Ma Caterina era molto intelligente e non priva di furbizia. Iniziò a disegnare ma chiese alla strega di non guardare, altrimenti la matita non avrebbe funzionato. E così, avendo ascoltato con attenzione la storia della strega, anziché disegnare il castello, iniziò a delineare sul foglio il profilo di un prode cavaliere.

Fu così che, non appena ebbe finito, in lontananza si udì un nitrito e all’orizzonte apparve lui, il prode cavaliere.

roman-horseback

“Maledetta ragazzina! Mi hai ingannata!” urlò la vecchia tentando di trasformarla in una rana. Ma i suoi gesti erano disordinati e frettolosi e così non fece altro che trasformare pietre e cespugli in rospi gracidanti.

Nel frattempo giunse il cavaliere che, rapidamente, mise davanti alla strega uno specchio: in questo modo lei stessa fu vittima della sua magia. Tornò ad essere rana e venne scagliata, stavolta per sempre, in un gorgo sul fondo del lago di Villa.

“Complimenti Caterina! Sei stata davvero coraggiosa!”, disse il cavaliere, “per ricompensarti vorrei aiutarti ad esaudire il tuo grande sogno. Non vorresti forse un castello tutto tuo? Un castello disegnato da te’”.

“Oh, certo! Sarebbe bellissimo, ma… dove? Io… come faccio?”, chiese ancora confusa la piccola.

“Non preoccuparti! Vieni, dai, salta sul mio destriero. Ti accompagnerò nel luogo migliore dove, vedrai, abita un amico che già conosci!”.

Stretta al cavaliere Caterina si godette quella fantastica cavalcata; le sembrava di volare sui prati, di accarezzare le chiome degli alberi, di riuscire ad afferrare il vento e toccare il sole.

Giunsero quindi su una collina, un’altura che dominava tutte le vie che, provenendo dai colli intorno, si congiungevano nel fondovalle non lontano dal villaggio di Brusson.

Scesa da cavallo la bimba si guardò attorno: che posto magnifico! Poi guardò nuovamente il cavaliere e si accorse di un particolare: “Ops, ma il tuo mantello è tagliato! E’ stata la strega?”.

“No, piccola”, sorrise il cavaliere, “è così da molti molti secoli; io stesso lo tagliai dividendolo a metà per aiutare un mendicante a riscaldarsi. Io mi chiamo Martino e ho attraversato più volte l’intera Europa per liberare le terre da demoni e streghe. Questo luogo è strategico, da qui si può controllare l’intera vallata: un castello serve proprio!”.

“Ehi voi due! Ci sono anch’io, eh?! Questa collina è casa mia!”; il nano! Ma certo! Era proprio il nano dagli zoccoli d’oro che aveva regalato la matita magica a Caterina!

“Le leggende narrano che qui sotto vi sia un immenso tesoro… in realtà è casa mia! E da qui, da un punto segreto che conosco solo io, si può accedere alle nostre straordinarie miniere d’oro!”, spiegò il nano. “Mi chiamo Greno! Piacere di rivedervi!”.

“Bene”, riprese il cavaliere Martino, “disegna ora il tuo castello, Caterina!”.

La bimba lasciò correre la sua fantasia e la matita fece il resto. Ecco che intorno a loro presero forma alte mura merlate, edifici, una cappella. Il punto più alto restò vuoto.

“Quassù, esattamente sopra l’ingresso della mia dimora sotterranea, devi piantare la tua matita”, disse Greno, “come fosse un albero!”.

Caterina lo fece, ma pareva non succedere nulla.

“Non avere fretta, piccola”, la rassicurò il cavaliere, “ora vai a casa. Questa notte resterò io qui a sorvegliare. Domattina avrai il tuo castello! Abbi fiducia!”.

Greno fece tre salti sbattendo gli zoccoli e, in un battibaleno, Caterina si ritrovò nel suo letto… ma com’era possibile?

“Sei ancora sveglia?”, chiese sua mamma aprendo la porta, “forza, dormi, che domattina dobbiamo partire presto per il mercato!”.

Sfinita da una giornata incredibile, Caterina sprofondò in un sonno pesantissimo, Quando si svegliò era ormai l’alba e sentiva i suoi genitori che trafficavano tra la cucina e la stalla.

Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)
Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)

“Caterina, ti abbiamo lasciato il latte sul tavolo! Sbrigati a far colazione!”, disse il padre. Caterina andò in cucina, si sedette e mentre sorseggiava il suo latte, il suo sguardo fu attratto da un libro che non aveva ancora visto. Parlava dei castelli della Valle d’Aosta. Lo sfogliò curiosa e, fatalmente, il libro si aprì sul “Castello di Graines”… era il suo! Come segnalibro, una luccicante matita dorata…

Stella

Un omaggio non solo all’affascinante castello di Graines ma all’intera Val d’Ayas in questo mio racconto.

La bimba si chiama Caterina in ricordo dell’impavida Caterina di Challant che qui si asserragliò in occasione della guerra contro il cugino Giacomo.

Il nano si chiama Greno, come appunto il villaggio di Graines. Un nano, leggendario custode e abitante delle miniere  d’oro di cui questa vallata è ricca.

San Martino, cavaliere, soldato dell’impero romano il cui Cammino, di valenza europea alla stregua della Via Francigena, attraversa la nostra regione e il cui culto è assai diffuso in Valle d’Aosta. Uno dei luoghi emblematici è appunto la cappella castrense di Graines (castrum Sancti Martini).

Ammantato di magia il non lontano castello di Villa, culla d’origine della famiglia Challant, le cui rovine dominano dall’alto lo splendido Lago di Villa, Riserva naturale protetta.

Buona lettura a tutti!