Castellaccio di Pont-Saint-Martin. La maledizione della principessa

Il regno dei SanMartino occupava un territorio importante e strategico. Lì tutte le strade si incontravano: quelle dalla piana, quelle delle colline, degli alti valichi e del fondovalle centrale. E questo fu la base della loro straordinaria potenza e immensa ricchezza.

Purtroppo, però, dopo antenati attenti e lungimiranti amministratori, tutto passò (e non senza colpi bassi) al dissennato Guglielmo che, mai sazio di denari, iniziò a vessare i viaggiatori e gli abitanti con ogni sorta di tassa. Non contento, se ne aveva voglia, si divertiva a razziare villaggi, fattorie e a rapire giovani fanciulle che poi teneva rinchiuse nella torre a nord del suo maniero riducendole alla fame.

Una di queste, però, tanto affascinante quanto intelligente, riuscì a diventare qualcosa di più di un semplice capriccio. Si chiamava Perla ed era originaria di un villaggio poco a monte del castello. Sembrava davvero che Guglielmo si fosse finalmente innamorato e Perla, nel frattempo in dolce attesa, si aspettava che lui le chiedesse di sposarlo.             Ma purtroppo così non fu e, nata una bimba, Guglielmo la cacciò malamente obbligandola a vivere rinchiusa in una torre isolata che sorgeva proprio sul versante opposto della valle: la scura torre di Pratomozzo. Un luogo impervio che doveva il suo stesso nome al fatto di essere circondato da dirupi e burroni; lo stretto pianoro su cui sorgeva la torre era accessibile unicamente attraverso un ripido sentiero ritagliato nella roccia.

La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)
La Torre di Pramotton, alias Pratomozzo (comune.donnas.ao.it)

Lysia. Questo il nome che Guglielmo diede alla sua unica figlia che, negli anni, crebbe in bellezza ed intelligenza… ma anche, ahimè, in perfidia e avidità. Lunghi capelli rossi e ammalianti occhi verdi, come la povera madre; indole “nera” e insaziabile ambizione, come il padre.

Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)
Immaginando Lysia (da ancient-origins.net)

Un padre che effettivamente la adorava e la viziava; anzi, provava una sorta di venerazione per quell’unica figlia. La sola ad essere stata riconosciuta. La sola che, nei progetti di Guglielmo, avrebbe dovuto governare il regno dei SanMartino dopo di lui, nei modi da lui stabiliti.

A Lysia era stato detto che la madre l’aveva abbandonata, cosa che a lei rendeva il padre ancora più importante e degno di rispetto. Invece Perla aveva trascorso gli anni che le restavano chiusa nella torre di Pratomozzo, nella più completa solitudine, pensando a quella bimba che le era stata strappata. Una notte, giunta ormai sul punto di morire, guardando le stelle dell’Orsa Maggiore, espresse un estremo desiderio:

“Guglielmo, maledetto sia tu e tutta la tua stirpe. Quella figlia che per te ora è vanto, per tutti e per se stessa diventerà tormento…”

Passarono gli anni. Guglielmo, afflitto nel corpo dai mali dell’età, ma soprattutto nello spirito per un’insidiosa forma di pazzia, morì suscitando il tripudio di molti, ma…

Ma il gaudio divenne ben presto paura quando a tutti fu chiaro di che pasta era fatta Lysia, vera erede del padre in tutto e per tutto! Chi osava disobbedirle, anche per futili motivi, poteva rischiare di non vedere l’alba del giorno seguente. Molti nobili, anche d’Oltralpe, si erano fatti avanti chiedendola in sposa o proponendo i loro rampolli, ma tutto era stato vano. Lei voleva regnare da sola e ambiva ad ampliare il regno paterno non esitando a muovere guerra ai vicini. E lei stessa, armata, scendeva in battaglia alla testa dei soldati brandendo lo spadone paterno, senza alcuna pietà.

Anche i suoi fedelissimi avevano paura di lei; e Lysia stessa non si fidava di nessuno.

Una notte d’inverno, qualcuno bussò al castello. Lysia era sveglia e, chiamata dalla guardia, scese all’ingresso. Davanti a lei stava una donnina anziana, piccola e malferma, avvolta in uno spesso mantello di lana. “Mia potente Signora, per favore, potete concedermi ospitalità per questa notte gelida?”, chiese la donna tremante.

Lysia inarcò il sopracciglio e stava per farla cacciare quando disse: “Vediamo se avervi come ospite mi conviene… chi siete?”. “Sono un’erborista, Signora. Se mi accogliete, posso mettere a vostra disposizione il mio sapere…”.

L’anziana scostò il pesante cappuccio che le copriva il volto e fissò Lysia con uno sguardo penetrante e ipnotico. “E’ sicuramente una strega” – pensò Lysia – “potrebbe farmi comodo…”.                                                                                                                                       “Venite, entrate pure… accomodatevi accanto al fuoco e raccontatemi di voi…”.

Ma la saggia anziana aveva subito percepito l’animo torbido e le reali intenzioni della principessa e  disse: ” Mia Signora, la fama vi precede ma non vi dipinge fedelmente… La gente di ogni contrada, anche lontana da qui, parla di voi con reverenza e timore, ma non con ammirazione… La vostra grande bellezza è nota quanto, tuttavia, la vostra ferocia, ma… ora che ho il privilegio di vedervi di persona, beh… il vostro aspetto supera ogni immaginazione, così come la vostra straordinaria ricchezza. Tuttavia non sembrate una cattiva persona…”.

A queste ultime parole Lysia si infuriò! “Io sono la principessa Lysia di SanMartino! Tutti devono obbedirmi e rispettarmi! Io decido della vita e della morte! Io devo essere rispettata e temuta perché valgo più di 100 uomini!”.

“Ma mia Signora, voi potreste manifestare il vostro valore in modo diverso… non con la guerra e l’odio… magari..”. “Taci vecchia!”, la interruppe Lysia, “Ascoltami! Tu conosci i segreti delle erbe, giusto?! Ebbene, esigo che tu mi prepari una pozione che mi renda la più forte, temuta, invincibile! Capito?! Altrimenti…”.

“Altrimenti?”, ribatté calma la donna, “mi farai rinchiudere nella torre di Pratomozzo come la tua sventurata madre?”.

Lysia sgranò gli occhi: “Cosa? Come ti permetti? Che vane parole osi pronunciare, vecchia! Mia madre mi ha abbandonata alla nascita!”.

“Se ti fa comodo crederlo… ma forse avrai modo di verificare tu stessa…”.

“Smettila, e datti da fare con quanto ti ho richiesto! Prima dell’alba dovrà essere pronto!”.

L’anziana saggia erborista si mise all’opera, sorvegliata da due guardie. Ai primi chiarori fece chiamare la principessa: “Ecco Signora, ciò che saprà rendervi la più forte, temuta e invincibile…”.

“Ottimo! Guardie, portate subito questa donna alla torre di Pratomozzo! Pare sia un luogo a lei gradito…” e rise maligna. Mentre veniva trascinata via la vecchia gridò:

“Se entro la prima luna piena di maggio nessuno ti avrà riconosciuta, nessuno mai più potrà farlo e in eterno la tua memoria sarà perduta!”.

“Vecchia pazza!”, pensò Lysia che avidamente bevve la pozione maledicendone il sapore terribile. Subito fu colta da un sonno insostenibile e si ritirò nella sua stanza.

Quando si svegliò le sembrava di avere un macigno addosso e la vista appannata. Faceva fatica a muoversi; era goffa e impacciata. “Ma che diavolo mi ha dato quella strega? Imbrogliona! Lo sapevo… ah, ho fatto bene a farla rinchiudere lassù!”.

Poi si alzò, molto lentamente ma… un urlo agghiacciante riempì il castello. Lysia vide la sua immagine riflessa nello specchio e…era un orso!

Un enorme orso fulvo, dal pelo rosso come i suoi capelli! Di lei restavano solo gli occhi: verdi, assolutamente inusuali per un orso. Non poteva parlare ma solo rugliare, come la belva che era diventata!

Uscì correndo dalla stanza cercando aiuto ma tutti, alla sua vista, scappavano terrorizzati. Le guardie, almeno i più coraggiosi, tentavano addirittura di ucciderla! La sua forza era immensa: con una sola zampata faceva volare in aria due uomini contemporaneamente. Con un morso poteva tranquillamente staccare di netto una gamba.

Dopo aver percorso tutto il maniero nella vana ricerca di un riparo, distruggendo tutto ciò che incontrava, lasciando vittime e feriti dietro di sè, riuscì ad uscire nascondendosi tra i boschi.

Immediatamente si sparse la voce che Lysia era scomparsa. Si diceva che un orso terribile fosse entrato nel castello e l’avesse divorata seminando il panico e mettendo in fuga tutta la sua corte e l’esercito.

Presto ci si rese conto che davvero l’erede dei SanMartino era svanita nel nulla! Alcuni intrepidi osarono entrare nel maniero deserto razziando tutto ciò che potevano e, per vendetta, distruggendo il resto. Gruppi di mendicanti e vagabondi vi si insediarono bivaccando, mangiando e bevendo fino all’esaurimento di ogni scorta disponibile. E prima di andarsene, per puro e gratuito divertimento, appiccarono il fuoco dove capitava. In poco tempo l’austero palazzo di una potente famiglia, non esisteva più, ridotto ad un cumulo di macerie e rovine, rapidamente divorate dai rovi e dalle ortiche.

Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)
Castellaccio di Pont-Saint-Martin (viaggiatorinelweb.it)

Lysia vagava, muovendosi preferibilmente di notte, sempre all’erta, pronta a fuggire ad ogni minimo rumore. E raggiunse così l’altro versante, più boscoso e disabitato, pensando che proprio la torre di Pratomozzo, luogo avvolto da cupe leggende, dove mai nessuno osava andare, avrebbe potuto darle un valido riparo.

Giunse ai piedi del tetro torrione con le ultime luci del tramonto; il portone era stranamente divelto e, cauta, entrò.

“Eccoti! Ti stavo aspettando!”. Lysia sobbalzò! Emise suoni gutturali e ficcando gli occhi nell’ombra, vide una figura prendere forma pian piano… l’erborista! “Sapevo che la tua sconsiderata brama di potere ti avrebbe ridotta così! Ora sta a te, mia superba principessa! Intanto, tieni… un ricordo di Perla, la tua povera madre sventurata, rinchiusa qui da tuo padre…e morta pensando a te!”

Era un bracciale di magnifica fattura in oro massiccio con perle e rubini. All’interno un’incisione: lo stemma dei SanMartino e la scritta “A Perla da Guglielmo”. Rimase sconcertata! Un gioiello di sua madre! … allora, le voci erano vere! … E pianse finalmente tutte le lacrime mai versate in tutta la sua vita.

Avrebbe voluto poter parlare per chiedere all’erborista mille altre cose,anche solo per sapere come porre rimedio a tutti i suoi errori, ma la donna era scomparsa: al suo posto una splendida civetta dai grandi occhi magnetici aprì le ali e spiccò il volo.

Nel regno, intanto, regnava il disordine più totale! Vari nobili confinanti pretendevano di impadronirsi di un regno rimasto vacante. E molti cacciatori avevano avviato una capillare caccia all’orso sperando che, se avessero ucciso la belva colpevole, avrebbero potuto guadagnarci parecchio! I più coraggiosi si spingevano fino a Pratomozzo e l’orsa Lysia ne aveva già eliminati diversi. Le leggende sul gigantesco orso rosso divoratore di uomini che aveva preso dimora nella torre del diavolo ormai non si contavano più!

Passarono mesi, anni… Fino a che, in un pomeriggio di maggio, si avvicinò alla torre un giovane. Lysia lo spiava dalla sua tana tra le rocce. Il ragazzo era sicuramente un nobile: lo stemma sulla corazza parlava chiaro. Si muoveva guardingo, armato di arco e frecce.

“Eccone un altro”, pensò Lysia, “ma quando la finiranno? Aspetterò il favore delle tenebre e anche questo sarà mio!”.

Scese la notte. Una sottile falce di luna rischiarava debolmente il cielo di ponente. Il volto di Diana aveva ricominciato a crescere: quella era l’ultima possibilità di riscatto. Ormai Lysia aveva capito che le parole dell’anziana erborista erano vere e presto la profezia si sarebbe avverata. Ma forse, non le importava nemmeno più. Quante bugie le erano state dette! E di quanta ipocrisia lei stessa aveva vissuto… forse, a quel punto era meglio morire…

Lysia, con passo felpato, ormai esperta conoscitrice dei luoghi, capace di muoversi al buio, si avvicinò al giovane assalendolo alle spalle, quasi fosse stata un’ombra balzata fuori improvvisamente dal buio.

Il ragazzo si voltò, cercò di difendersi. Gli occhi di entrambi si incontrarono per un attimo e Lysia, con una zampata, lo ferì. Sotto di lei il giovane sanguinante respirava affannosamente; “Non uccidermi, ti prego! Me ne andrò, dirò a tutti che ho trovato le tue ossa, che sei morto… nessuno ti darà più la caccia ma, per favore, se mi capisci, non uccidermi!”.

Quelle parole prive di malvagità, colpirono Lysia a tal punto che decise di lasciarlo stare. Si accucciò mansueta al suo fianco scaldandolo col suo corpo e difendendolo dalle insidie della notte.

Al mattino il giovane si svegliò. Non riusciva ad alzarsi per la ferita al fianco. Subito vide l’orso accanto a lui che lo fissava pacifico. Co la zampa gli avvicinò dei frutti di bosco, quasi invitandolo a mangiare.

Il giovane non poteva credere ai suoi occhi! “Tu, tu mi capisci dunque? Grazie per avermi risparmiatola la vita… io.. o Dio ma sto parlando ad un orso, è assurdo!”.

Lysia rugliò sorniona. Il giovane si presentò. “Beh, non so chi tu sia… io mi chiamo Valesio. La mia famiglia domina le terre al confine tra gli alti monti e le colline arrivando sù oltre le cime innevate a nord. Siamo confinanti coi SanMartino… o meglio, col loro regno che, ormai, beh, non esiste più, insomma… l’ultima principessa, “Lysia la Terribile” è scomparsa nel nulla e ora in molti cercano di impossessarsi dei suoi possedimenti. La guerra infuria, anche tra parenti! E molti dicono che la colpa sia del demonio fattosi orso; un orribile orso rosso… che.. forse, sei tu?”

Lysia non perse una parola. Si alzò ed entrò nella torre facendo capire a Valesio di seguirla. Una volta dentro gli indicò col muso una pietra smossa nel muro, sotto la finestra. Valesio capì e si chinò; tolse la pietra e trovò il braccialetto. Lysia lo fissò e fu in quell’istante che Valesio si accorse che quello strano orso aveva gli occhi verdi! Occhi che parevano… umani! E quell’orso stava piangendo, lì, davanti a lui!

“Chi sei tu? Di certo non un orso normale… Quale oscuro incantesimo ti ha trasformato?”. Lysia allora col muso sospinse Valesio fuori dalla torre e si fece seguire fino ad un luogo elevato da cui si vedeva bene il castello paterno. Giunti sul posto cercò di indicarglielo con la zampa, guaendo e guardandolo.

Valesio resto inizialmente perplesso, poi: “Cosa c’è? Vuoi andare al castello abbandonato? E’ molto pericoloso, sai? non so se è una buona idea… se ti vedono… ti uccidono all’istante!”.

Ma Lysia insisteva continuando a indicare il maniero. Trascorsero alcuni giorni, poi, quando ormai Valesio si era rimesso in forze, di notte Lysia andò a svegliarlo; e lui capì. Si misero in cammino con estrema prudenza, sfruttando le ombre e l’oscurità così come la luce di una luna ormai quasi piena. Giunti nel fondovalle tutto divenne più difficile; la salita al castello poteva rivelarsi fatale: cacciatori e delinquenti si nascondevano ovunque.

Lysia guidò Valesio lungo un sentiero più impervio e nascosto, poco noto. Pareva filare tutto liscio quando, all’improvviso, Lysia gridò e si inarcò dal dolore: una freccia l’aveva colpita alla spalla! Valesio si voltò di scatto: “Che succede? Chi è?!”. Una coppia di cacciatori balzò su di loro da una rupe intenzionati ad ucciderli entrambi.

Una lotta feroce in cui Valesio e Lysia riuscirono, sì, a mettere in fuga i due malintenzionati ma che vide il ragazzo ferito a morte con una coltellata al petto.

Lysia restava al suo fianco e gli leccava la ferita guaendo. Lo guardava e si ritrovò a piangere, pregando, in cuor suo, che quel ragazzo buono e generoso si salvasse.

Ad un certo punto la luna uscì dalle chiome degli alberi e li illuminò. Una splendida civetta volò su di loro e si appoggiò sulle mura di cinta del castello. E accadde qualcosa. Valesio aprì gli occhi e rimase senza parole. Lì, accanto a lui, una meravigliosa fanciulla avvolta da un ammasso scomposto di capelli rossi lo abbracciava piangendo. Al polso, il bracciale della torre. “Madamigella… voi..,”.                 A quelle parole Lysia alzò il viso e vide le sue mani, i suoi capelli… l’incantesimo era stato spezzato!

“Valesio! Valesio… la vostra ferita… non c’è più! Io… io… siete l’unico a darmi fiducia…”

“Ma chi siete?”, chiese il ragazzo. “Sono Lysia! Lysia di SanMartino! Lysia la Terribile… ahimé! Ma non sarà più così! D’ora in avanti tutto cambierà! E spero di avervi al mio fianco!”.

Valesio non chiese altro e l’abbracciò. Le sorti del regno erano state risollevate; Lysia, la principessa-orsa, aveva capito la lezione. E il suo matrimonio col nobile Valesio suggellò un’alleanza fortunata che portò finalmente pace e benessere.

 

Stella

 

 

 

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

82037109_10158092020256204_951861458277236736_n

Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella

 

 

Castello della Manta. Quelle 9 strane “principesse” e una bimba curiosa

24 marzo 2013. Giornate FAI di primavera. Un diluvio infradiciava non solo la Valle d’Aosta, ma l’intero nord-ovest. Ma, nonostante le nefaste condizioni meteo, si decide di rispettare comunque il programma: visita al Castello della Manta, splendida dimora medievale ricca di arte e di storia in quel di Saluzzo, sulle colline della “Granda”.

La pioggia ci è stata fedele compagna per l’intera giornata, ma l‘incanto del luogo, la raffinatezza variopinta degli affreschi, l’incanto di nobili atmosfere senza tempo e, non secondario, un pranzo eccezionale in un agriturismo immerso nel verde davanti ad un camino scoppiettante, beh… hanno reso quella gita semplicemente fantastica e indimenticabile!

Son passati 7 anni da allora. Siamo diventati genitori e non appena possibile rifaremo questo bel viaggetto “fuori porta” con Costanza e Ottavia.

Dunque, oggi non è mia intenzione dilungarmi sulla storia di questo affascinante maniero nato nel Duecento e il cui austero profilo si staglia nel panorama del Monviso e delle Alpi Cozie. Non approfondirò la vexata quaestio dei nove Prodi e delle nove Eroine dipinti sulle pareti della Sala baronale affrontando le tematiche legate alla corretta identificazione, ai confronti, alle influenze letterarie ed iconografiche, ai raffinati rimandi al mondo classico e biblico così come ai repertori delle chansons de geste.

Nè mi soffermerò sulle numerose interpretazioni del motto “leit“.

E neppure affronterò i pur intriganti misteri del mappamondo raffigurato al secondo piano su cui, parrebbe, siano rappresentati, oltre all’Europa, tutta la costa dell’America e quella dell’Antartide nonostante si tratti con molta probabilità di un affresco risalente al periodo tra il 1418 e il 1430 come tutti gli altri affreschi del castello!

Ma una cosa è certa: questo castello, con le sue decorazioni e la sua storia, è immerso nell’immaginario cortese del tempo popolato di eroi greci e romani, mostri, cavalieri della tavola rotonda, draghi e principesse da salvare.

Già, le”principesse”: eccoci al punto!

Costanza, mia figlia di 3 anni e mezzo, ha una profonda passione per le principesse! Quelle dei film Disney, poi…  le conosce tutte nei minimi dettagli! Abbiamo una baby-videoteca fornitissima e, in questa “PasQuarantena” vediamo e rivediamo le favole più belle, avventurose, romantiche e persino “paurose” (vedi le varie perfide matrigne e streghe!)

Ecco che, sistemando alcune foto, mi capitano tra le mani le nove “principesse” della Manta. Costanza le intercetta ed esclama:”Wooow! Ma sono le principesse!! Che belle! Posso vedere? Dove sono?'”.

“Sono dipinte in un bellissimo castello, sai? E’ il castello della Manta!”. “… della MATTA?!”. Che ridere… beh, chissà, forse qualche “matta” ci sarà anche stata, però non approfondiamo ed entriamo nel vivo di queste misteriose fanciulle.

Chiaramente non mi metto a parlarle di una non ben conosciuta Deipile, piuttosto che dell’amazzone Melanippe o della leggendaria regina Teuca (o Teuta) o ancora “torbida” Semiramide”… ma lascio che sia lei a vedere ciò che vuole in queste figure di antiche damigelle dal forte caratterino…non certo “damsel in distress”, anzi!! Meglio non farle arrabbiare tipette come queste…

Vedendola molto interessata, le chiedo: “Chi sono, Costy? Le riconosci?”. E tutta sorridente, inizia a presentarmele una per una:

comincia da quella forse più appariscente che la colpisce per prima, la bionda capellona Semiramide con tanto di corona imperiale (a lungo tempo confusa con Etiope, alla sua destra, per un’ambiguità di lettura del cartiglio sottostante); “Questa è Rapunzel!!”

I suoi occhi curiosi si spostano sulla rossa chioma riccia e sul manto blu dell’amazzone Sinope: “Ecco, questa è Merida! Vedi i capelli? E secondo me ha in mano un grande arco!”

Perfetto. La lascio continuare. Si sofferma sulla prima vicino al Prode Goffredo di Buglione. Una damigella dall’aria timida con un’inquietante mazzetta in mano che si ritiene sia l’argiva Deipile (o Delpile o Deipila), moglie del Tideo dei “7 a Tebe”.

“Questa è Biancaneve!”, “Biancaneve?!”, le chiedo, “e perché?”. “Non vedi che ha quello che i nani usano in miniera?” Resto ammutolita dal suo spirito di osservazione… “Già, ha una mazzetta…”. E lei: “Sì, quella dei nani! Quindi è Biancaneve!”.

Sempre più coinvolta da questo inatteso e principesco “indovina chi?”, Costanza sposta il suo ditino su un’elegante figura ritratta di profilo, vestita di foglie e fiori che dovrebbe corrispondere a Etiope, rara regina delle Amazzoni o a Menalippe, sua compagna d’armi (quella confusa con la biondona Semiramide…).

Costanza ci pensa un pò e: “Ma sì! Questa è la regina delle foglie che c’è nel cartone Epic! (al secolo per chi non lo sapesse risponde al nome di Tara). E in effetti…

Non distante ecco la seria figura di una principessa con la spada. Beh, chi poteva essere? Non certo l’Amazzone Ippolita, come ti dicono, ma Anna! La battagliera sorella di Elsa in Frozen II è in effetti una sorta di guardia del corpo della regina dei ghiacci e usa abilmente la spada, normale o di ghiaccio poco importa…

La carrellata prosegue. Entusiasta Costanza indica una fanciulla dall’aria temeraria con elmo sul braccio. “Beh,questa è Mulan!!”. Come contraddirla per dirle che invece trattasi di Lampeto, altra regina delle mitiche donne guerriere? Impossibile! E poi, meglio Mulan senza dubbio!

La vedo più dubbiosa sulla principessa successiva con un vistoso copricapo rosso, tipo turbante che, recita il cartiglio, dovrebbe essere l’impavida Tamiri (o Tomiri), regina dei bellicosi Sciti. Questa volta la vedo un pò in difficoltà, infatti mi chiede maggiori informazioni su questa Tamiri. Le dico allora che era una potente regina d’Oriente e, ecco che si illumina! Oriente, cioè Aladdin, cioè Jasmine! La figlia del sultano. Però “quando è vestita di rosso!”. Eccola qui!

La sfilata di primedonne si conclude con lei, Teuca (o Teuta), ardimentosa e spavalda regina degli Illiri, temibili pirati dell’Adriatico.

“Cos’ha in mano, mamma?”. “Una palma d’oro, Costy!”. Alcuni secondi e…. “Vaiana! Perché Vaiana abita in un posto pieno di palme, va in barca senza paura, arriva fino a Tefiti e diventerà il capo del suo villaggio!”. Io ammutolisco. Strepitosa. Scegliamo l’immagine di Vaiana e mi indica quella col copricapo da cerimonia: ” Ecco, qui hanno lo stesso cappello!”.

E infine la nona. Pare sia Pentesilea, la più famosa tra le numerose regine delle Amazzoni. Però, purtroppo, l’affresco è mutilo: la metà superiore è stata danneggiata da un cedimento dell’ intonaco.

page_5

“Mamma, ma questa è rotta!!” esclama delusa Costanza. Provo lo stesso a raccontarle chi era Pentesilea, anche aiutandomi con un volume di mitologia per bambini che ne racconta la sfortunata vicenda amorosa con Achille.

Poi guarda con attenzione l’oggetto che Pentesilea tiene nella mano sinistra: è una cintura d’oro con delle pigne, sempre dorate. Noi sappiamo che la pigna, sin dall’antichità, ha sempre simboleggiato la fertilità,la sensualità, così come il ciclo vitale e la prosperità. Sappiamo anche della forte e, ahimè, assai pericolosa sensualità con cui Afrodite aveva “punito” l’audace Pentesilea facendola diventare talmente bella da essere desiderata da ogni uomo che la vedesse. E sappiamo anche di Achille e del suo estremo gesto…

Comunque, le pigne dove sono? Sui pini! E i pini? Nel bosco! E allora, ecco la soluzione! La principessa “rotta” è proprio lei, Aurora, “la bella addormentata nel bosco” che, per l’appunto, si risveglierà grazie al vero amore. Forse quello che anche la sventurata Pentesilea, in fondo, avrebbe desiderato!

Sleeping-Beauty-Aurora-alseep-750x667

E per una bimba di 3 anni e mezzo, le Eroine della Manta non hanno più segreti!

Stella (e Costanza)

La finestra di Bonifacio. Quel prode signore “baciato dal mare”…

Voglio raccontarvi una storia. Siamo a casa da oltre 1 mese ormai e, dalle finestre, vedo i resti dell’antica Torre d’Avise, corrispondente alla torre sud-occidentale dell’originale cinta romana. Abito in una posizione decisamente fortificata in effetti… dentro le mura con, verso nord, la Torre detta “del Lebbroso” (che, di questi tempi, è l’emblema stesso della reclusione); verso est la mole possente del castello di Bramafam e, infine, a sud-ovest, ciò che il tempo ha risparmiato (assai poco, purtroppo), della torre d’Avise.

Ecco, oggi protagonista del racconto sarà lui, il nobile Bonifacio d’Avise. Prode, battagliero, deciso. Storie di viaggi e battaglie. Ma anche, come un gioco di scatole cinesi, storie di contatti, scambi e committenze tra le Alpi e il Mare, dalla Valle d’Aosta alle tumultuose coste della Puglia passando dalla raffinata corte napoletana.

Una storia densa e coinvolgente che, lo vedrete, si adatta assai bene anche con la ricorrenza di oggi, Venerdì Santo. Ma non basta ancora: una vicenda che, ad un ulteriore livello, rende un particolare omaggio al Santo patrono d’Italia. Quindi, pronti?

Cominciamo dalla sua terra…

Una delle contrade più suggestive della Valle d’Aosta, incastonata tra prati e vigneti, scoscese pareti di roccia e inaspettati altipiani. Qui la valle viene rinserrata in una gola e la Dora si insinua in un solco stretto in una morsa di pietra. E’ questo un passaggio forzato; non c’è alternativa a meno che non si voglia allungare di molto il viaggio e salire, salire.. per poi scendere, sì.. ma chissà dove! La montagna è mutevole: le sue forre, i burroni, i boschi fittissimi impediscono di ragionare “in linea d’aria”.

PierreTaillée

Già gli antichi Romani avevano deciso che questo stretto passaggio doveva essere strategicamente controllato; infatti qui realizzarono, lottando strenuamente contro una natura ostile, uno dei tratti più affascinanti e aerei della Via delle Gallie: la Pierre Taillée. Il baratro sotto i piedi e la mole sovrana del Monte Bianco all’orizzonte.

Qui, dove paura e sublime si fondono, in epoca medievale sorse un piccolo regno.

E’ la terra dei nobili Signori d’Avise.

Un luogo che ancora oggi conserva la sua selvaggia bellezza. Un luogo che sa difendersi grazie alla natura stessa. Un luogo perfetto per controllare chi arrivava dall’alta Valgrisenche, dal Col du Mont (e quindi dalla transalpina Tarantasia), e voleva attraversare proprio in questo punto per salire verso Saint-Nicolas e da lì proseguire verso l’alta valle del Gran San Bernardo da dove continuare alla volta della Svizzera. Il tutto senza dover scendere fino ad Aosta.

foto_avise

E’ qui che sin dal XII secolo la potente famiglia d’Avise stabilisce il suo quartier generale. Una delle casate più antiche del Ducato di Savoia  il cui stesso cognome racchiude e rivela la natura guerriera: una famiglia “di guardia”, appunto. Oltre a dominare questa significativa porzione di territorio tra il fondovalle centrale e la Valdigne, i d’Avise estendevano le loro proprietà su Arvier, Gignod, Quart, fino a Ayme-en-Tarentaise.

Il loro potere era rappresentato sul territorio da diversi castelli e caseforti. Ben due ad Avise cui si aggiungono Rochefort (dove oggi sorge il santuario che domina Leverogne e Arvier), Montmayeur, Planaval: una linea fortificata che risaliva l’aspra Valgrisenche con torri e punti di avvistamento distribuiti lungo l’asse di penetrazione di questa vallata irta di pericoli.

Questa la stirpe da cui nacque Bonifacio.

Cavaliere e signore d’Avise, nella prima metà del ‘400 sposò Alexie Malluquin grazie alla quale entrò in possesso dei beni che questa famiglia possedeva a Courmayeur e in tutta l’Alta Valle, nonché a Gignod e ad Etroubles. Vi dico questo affinché vi sia chiaro in quali porzioni di territorio lui esercitasse la sua autorità.

XV secolo, tempo di lotte contro i Turchi. Il Mediterraneo era in subbuglio e il Vaticano nutriva fondate preoccupazioni. Fu così che Papa Sisto IV decise di inviare una missiva “urbi et orbi” per chiamare a raccolta i nobili, i cavalieri, i soldati che volessero partire contro l’impero ottomano. Era circa il 1480; il prode Bonifacio d’Avise parte alla testa di ben 800 uomini d’arme reclutati nella sola Valle d’Aosta.

E’ grazie alla poderosa “Storia dei Papi” di Ludovico Von Pastor che possiamo ricostruire almeno le tappe fondamentali di questa missione sulle rotte del Sud. Bonifacio coi suoi si imbarcò a Genova dove proprio dal 1480 il cardinale legato Savelli stava predisponendo una flotta di 34 navi da guerra destinate alle “forze cristiane” dell’Italia nord-occidentale.

30 giugno 1481: l’armata fa il suo ingresso a Roma.

4 luglio 1481: unitasi alle altre navi pontificie fa vela per Napoli dove si unisce alla flotta di re Ferrante I, al secolo Ferdinando d’Aragona. L’intero contingente si diresse, quindi, alla volta di Otranto, tragicamente capitolata proprio nel 1480 sotto l’assedio, lungo e logorante, dei Turchi capitanati dal sultano Maometto II. Durante l’atroce battaglia di Otranto furono uccise e trucidate oltre 800 persone e venne raso al suolo il Monastero di San Nicola di Casole (a pochi km a sud di Otranto), dove era stata costituita la più vasta biblioteca d’Occidente allora conosciuta, oltre ad avere istituito la prima forma di “college” nella storia, che ospitava ragazzi provenienti da tutta Europa che si recavano a Otranto per studiare.

battaglia_Otranto_angelopetrarchi

Ma la città, nonostante l’eccidio, era animata da una viscerale voglia di riscatto. In questo clima giunsero le flotte pontificie; tra queste anche quella su cui viaggiava il fiero signore d’Avise, Bonifacio, giunto sin qui dalla sua remota terra alpina.

Dall’11 agosto al 10 settembre 1481 si invertono i ruoli: stavolta sono le truppe cristiane a cingere Otranto d’assedio per poi riuscire a riconquistarla. I progetti del papa avevano previsto un prolungamento della crociata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Valona, ma l’autunno ormai alle porte, le spese esorbitanti ed una terribile epidemia di peste scoppiata sulle navi, costrinsero la flotta a rientrare anzitempo. Ai primi di ottobre si era già a Civitavecchia.

Cosa vide Bonifacio in questi mesi? Chi conobbe? E cosa di questo viaggio, in termini di conoscenza oltre che di sofferenza e timore, si portò a casa, in Valle d’Aosta? Di certo questo itinerario tra Genova, Roma, Napoli e la Puglia avrà avuto inevitabili ed importanti implicazioni, non solo sotto l’aspetto socio-culturale, ma anche artistico. Orizzonti figurativi decisamente diversi dal panorama valdostano cui era abituato.

Gignod_3quintocorso

Ma perché queste riflessioni? Perché la chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, a Gignod, racchiude affreschi davvero particolari, attribuiti ad un anonimo “Maestro di Gignod” che non sembra essere locale… anzi… si fa portatore di un linguaggio figurativo e di una luce che potremmo definire “baciati dal mare”. Ma quale mare? Un mare grande, dal respiro europeo: nel tocco e nelle scelte del Maestro di Gignod possiamo trovare echi fiamminghi (non dimentichiamo le frequentazioni artistiche fiamminghe alla corte di Napoli), voci provenzali, carezze partenopee. Quella luce soprattutto; così intensa… si insinua tra i volumi, sottolinea le pieghe dei panneggi, modella le forme e accende di iridescenze la preziosa stoffa rosata degli abiti della Maddalena e di San Sebastiano. Non è una luce alpina, né nordica. E’ la luce del sud.

Chissà se durante questo suo lungo viaggio, Bonifacio conobbe qualcuno che decise, non sappiamo perché, di seguirlo fin quassù. Un artista che poi diede prova di sé in quella chiesa parrocchiale che ancora oggi porta la firma d’Avise, dato che fu sempre Bonifacio a pagare il nuovo campanile e il restauro di tutto l’edificio, condotti magistralmente dal capomastro Yolli de Vuetto di Gressoney.

Gignod_pietà

Quella magnifica e struggente “Pietà” in fondo alla navata di destra, unita al ciclo dei Profeti nei sottarchi, risale quindi a prima o a dopo il 1481? Difficile ad oggi poterlo dire. Ma il giro d’anni è quello. Anni in cui il signore di quei luoghi, Bonifacio d’Avise, rientra da una lunga e pericolosa missione e mette mano, forse con ardore ancora più grande, ai lavori di abbellimento della chiesa, con tutta la portata simbolica che quell’iniziativa portava con sé.

Chi era il “Maestro di Gignod”? Un indizio in più ci viene dal tipo di croci che lui dipinge: croci a “tau”, francescane. Non così frequenti nelle nostre vallate per l’epoca. E infatti San Francesco compare anche tra i Santi ai piedi della croce, vicino a San Sebastiano. Dall’altra parte la Maddalena ed un’altra santa oggi perduta (forse Sant’Agata).

La scena ha luogo su un prato verde chiaro, animato in primo piano da fiorellini e pianticelle, il cui accennato pendio sale in lontananza, verso un castello turrito, forse a voler inserire la scena in un paesaggio valdostano o comunque più famigliare. Incorniciata in una composizione dal rigoroso impianto piramidale, la tragicità del momento è ben rappresentata dal volto disperato di Maria: un dolore immane sebbene non privo di una potente maestà.

Va subito notato come la figura di San Francesco rivesta un’importanza notevole. Il santo infatti viene collocato immediatamente a destra della croce di Cristo e, come lui, reca le stigmate; regge inoltre nella mano destra una croce lignea analoga a quella di Gesù. Una stretta serie di corrispondenze che evidenziano Francesco come alter Christus. Possiamo supporre che un qualche esponente dell’ordine francescano abbia avuto un ruolo significativo nella realizzazione del ciclo di Gignod?

Sappiamo che il committente Bonifacio d’Avise aveva solidi contatti con l’Ordine di Aosta, tanto che proprio lui diede loro in concessione una sua proprietà a Vertosan dove fece costruire anche una cappella.

E subito il pensiero corre ad uno straordinario luogo sacro oggi perduto: San Francesco di Aosta, una splendida chiesa cancellata dal tempo e, ahimè, dall’uomo. Ma non dimenticata! Una chiesa il cui spirito potente ancora permane tra piazza Chanoux e piazza San Francesco. Lì, a pochi passi dalla Cattedrale di Aosta, un tempo sorgeva uno dei complesso conventuali francescani più grandi e prestigiosi dell’Occidente alpino. Chissà se questo misterioso “maestro di Gignod” potrà mai aiutarci a saperne qualcosa in più…

Frà Giocondo, frà Bartolomeo della Porta, il Beato Angelico… tutti attivi tra la fine del XIV e il XV secolo. Ma non sono certo i soli. Numerosi nella storia dell’arte i pittori divenuti monaci o monaci pittori. 

gignod_1

Quante storie ancora da svelare si celano dietro all’ombra potente di Bonifacio d’Avise e nelle navate della chiesa di Gignod. Una chiesa che già nel santo cui è dedicata racchiude una sorta di “vocazione guerriera” a difesa della fede. Già, Sant’Ilario di Poitiers, vissuto nel IV secolo d.C., fu un pagano poi convertitosi che divenne un infaticabile oppositore della dottrina ariana che per ben due secoli, tra IV e VII secolo d.C., imperversò e dilagò tra Oriente e Occidente.

E proprio tra Occidente ed Oriente si mosse il prode Bonifacio d’Avise. Dai monti della valle d’Aosta fino alle sponde insanguinate di Otranto e ritorno. La battaglia della fede che lo condusse sulle rotte del Sud. Le stesse rotte dell’enigmatico “Maestro di Gignod”.

Mi riaffaccio alla finestra. Tra quelle mura diroccate incorniciate dal tenue viola delle serenelle e dall’ultimo giallo fulgore delle forsizie, un nobile spirito gioisce per essere stato ricordato.

La finestra di Bonifacio d’Avise.

Stella

 

Aosta e la magia del solstizio d’inverno

Di pietre e di stelle. Oggi di questo voglio parlarvi. Delle stelle e delle pietre che hanno consentito di risalire alla data di fondazione di Aosta, Augusta Praetoria Salassorum.

Una città disegnata dal solstizio d’inverno!

Potrei dire che “in origine fu la pietra” che ci condusse “a riveder le stelle”. E uso non a caso il verbo “rivedere” col significato di guardare di nuovo (e meglio) la volta celeste. Un pò come avveniva in antico, quando invece l’osservazione delle stelle era usuale, diffusa, e fondamentale per determinare i tempi di semina e di raccolta; ma anche i tempi delle feste, che poi quasi sempre derivavano da celebrazioni di momenti agricoli importanti. Natura, agricoltura, usanze… tutto seguiva il calendario celeste del sorgere e del tramontare di determinate stelle o costellazioni. E già solo questa considerazione ci porta a riflettere sull’importante e stretto legame che univa le stelle e il potere.

Oggi ci siamo persi tutta questa bellezza. Ma forse non del tutto. E la fortuna ha voluto che riuscissi a ritrovare il cielo… partendo dal sottosuolo!

DIARIO DI SCAVO IN PILLOLE

Non voglio qui annoiarvi con lunghi, tecnici e dettagliati resoconti di scavo per i quali vi rimando a precise pubblicazioni, ma vi do un tempo: febbraio 2012. Vi do un luogo: Torre dei Balivi, Aosta. Vi do anche un motivo: indagini archeologiche (condotte dall’Ufficio Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni e le Attività culturali della Valle d’Aosta) preliminari alla posa di una cabina elettrica interrata.

Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.
Ricordi. Nel 2012 col Prof. Elio Antonello, presidente della SIA (Società Italiana di Archeoastronomia) in visita al cantiere dei Balivi.

La Torre dei Balivi costituisce lo spigolo  di nord-est della cinta muraria romana di Augusta Praetoria Salassorum e si trova nel punto più elevato della città romana. Deve il suo nome ai Balivi, appunto, ossia ai rappresentanti del Duca di Savoia in Valle d’Aosta incaricati della riscossione delle tasse e dell’amministrazione della giustizia. La Torre è stata sede delle prigioni regionali fino al 1984; in seguito, dopo un primo periodo di abbandono, a partire dal 2000 è stata oggetto di un lungo e complesso cantiere di studio, recupero, restauro e valorizzazione approdato, infine, alla rifunzionalizzazione del complesso in quanto sede del Conservatorio regionale.

IMG_0617

A partire dall’ originario piano di spiccato della torre (cioè l’antico livello del suolo da cui la torre emergeva fuori terra) fino al quinto corso di blocchi in travertino che ne compongono il paramento, si tratta dell’opera muraria originaria pertinente all’epoca di costruzione della torre, ovvero dell’epoca di fondazione della colonia: l’età augustea. Dal quinto corso in su è invece la torre medievale, frutto dei rimaneggiamenti e della sopraelevazione operata dalla nobile famiglia dei De Palatio nel corso del XII secolo. I livelli augustei, fino a questo scavo, erano sempre stati sotto terra almeno a partire dall’età tardoantica quando frequenti e poderose alluvioni portarono all’esondazione dei due rus (canali) che si incrociavano proprio in prossimità dell’angolo nord-est della cerchia muraria.

QUANDO DICI ANOMALIA…

Zoomiamo: spigolo sud-est della suddetta torre. Anomalie, strane protuberanze arrotondate; insomma, un blocco angolare diverso dagli altri. Su quella superficie c’era qualcosa che chiedeva di essere indagato.

Intanto, questa pietra occupa una posizione importante per la statica e lo scarico dei pesi della torre e non a caso è stata montata in opera con l’utilizzo di particolari incastri a “L”.

Dopo aver liberato il blocco dai depositi alluvionali che lo occludevano, ecco comparire le due facce a vista. Entrambe decorate da simboli ad altorilievo suddivisi su due o (nel caso della faccia che guarda a sud) tre registri. In entrambi i casi il registro più basso è occupato da un evidente elemento fallico. I due falli indicano lo spigolo della torre, quasi a voler accentuare la protezione di un punto potenzialmente “pericoloso” e a voler suggerire una direzione specifica: un punto all’orizzonte posto a sud dell’Est.

SIMBOLI

Cominciamo con l’esame della faccia che guarda verso Est. Dal basso è ben riconoscibile un fallo orientato Nord-Sud sormontato da un elemento frecciforme che, dopo una lunga serie di ricerche e alla luce delle considerazioni cui si è pervenuti alla fine dello studio, rappresenta verosimilmente la punta di un vomere di aratro.

IMG_0620

La faccia meridionale presenta anch’essa un fallo, stavolta orientato da ovest verso est, sormontato da uno strumento a forma di “Y” raffigurato in diagonale dall’esterno verso l’interno che, grazie a significativi confronti con raffigurazioni di arature sacre presenti sul verso di monete augustee delle colonie iberiche di Caesaraugusta (Saragozza) e Augusta Emerita (Merida), è stato identificato col manubrio di un aratro, seguito da un elemento falliforme di minori dimensioni; infine, leggermente al di sopra di quest’ultimo, si distingue una sorta di protome zoomorfa (cioé: la parte anteriore di un animale), presumibilmente cornuta e in posizione rampante con le zampe leggermente divaricate.

IMG_0612

Allora, andiamo con ordine.

Innanzitutto la presenza di simboli fallici su mura di epoca romana non deve stupire. Sono, infatti, relativamente comuni e parecchio diffusi (se ne vedono ad esempio sulle mura di antiche città laziali come Anagni o Alatri, ma si ritrovano anche sul Vallo di Adriano). Sono di solito collocati in punti-chiave come angoli sporgenti, torri e porte. Il ruolo del fallo era apotropaico (cioè: doveva tenere lontano il male). E contemporaneamente richiamava l’idea della buona sorte e della fertilità.

angolo.jpg

TRACCE DI FONDAZIONE

Le mura erano considerate sacre ed inviolabili, in quanto riflettevano il complesso rito di fondazione delle città stesse. Tale rito, replica ideale della mitica fondazione di Roma, aveva il suo culmine nel tracciamento del perimetro della nuova colonia tramite un aratro tirato da una coppia di buoi bianchi (un bue e una giovenca) guidati da sacerdoti esperti anche nell’osservazione celeste. Solo dopo aver capito quale fosse l’orientamento astronomico più favorevole alla nascita della nuova città, si procedeva a disegnarne a terra il perimetro. La città doveva essere il riflesso del cielo in Terra.

Quindi, anche il ritrovamento di Aosta si inserisce in una ben consolidata tradizione. Su questo blocco ritroviamo l’unione di falli e aratro; o meglio, aratro e fallo si richiamano come fossero un oggetto solo. L’aratro è il fallo che apre la Terra e la rende feconda.

UNO STRANO ANIMALE A DUE ZAMPE

Rimaneva da capire e interpretare la figura animale. Sottolineo che sul blocco era riconoscibile solo la parte anteriore. E quella posteriore? Non si trattava unicamente di abrasione o degrado. Quella parte semplicemente non c’era mai stata. Sul blocco infatti non c’era proprio lo spazio utile alla rappresentazione di eventuali zampe posteriori. Se da un lato è vero che, in presenza di aratro, la prima cosa cui si pensa è un bovino, tale considerazione unita alla posizione di questo animale non davanti, ma sopra l’aratro, ci ha fatto molto riflettere. Dopo lunghe ricerche, ecco la soluzione: un Capricorno!

09

Ma certo! Stiamo parlando di Aosta che all’imperatore Augusto deve nascita e nome. E a quanto pare anche altro. E’ noto infatti che il Capricorno, animale immaginario ibrido con parte anteriore caprina e coda di pesce, era la costellazione simbolo di questo imperatore.

Per capirlo dobbiamo risalire al momento in cui Augusto ascende al potere. Una auctoritas, la sua, strettamente legata all’uso intelligente di simboli facilmente riconoscibili. Una sorta di “propaganda” in cui forte era il legame tra potere e stelle; l’imperatore ne usciva nelle vesti di garante dei cicli celesti, e di conseguenza, garante dell’ordine e del benessere dei suoi cittadini. Il cielo era dunque il primo accreditamento per l’arrivo di una nuova “età dell’oro”!

IL POTERE DELLE STELLE

Un segno da sempre associato all’idea di rinnovamento è il solstizio d’inverno. Non deve perciò destare meraviglia che Augusto abbia voluto associare la sua immagine a quella del segno in cui sorgeva il Sole proprio in quel giorno, e cioè il Capricorno.

Non dimentichiamo, però, che da allora il fenomeno della precessione ha spostato il solstizio nella regione celeste compresa tra Scorpione, Ofiuco e Sagittario.

Il “potere delle stelle” augusteo era quindi il Capricorno.

Tale associazione si ritrova in numerose fonti storiche, in svariate monete imperiali (verrà poi ripreso anche da successori quali Vespasiano) e in raffinate opere artistiche. Una su tutte la nota Gemma Augustea. Qui la figura centrale, il punto di attrazione è proprio l’imperatore Augusto sulla testa del quale splende una stella (il Sidus Iulium, comparso in cielo alla morte dello zio adottivo Giulio Cesare) e fluttua il Capricorno.

Gemma_Augustea_dett

Ma attenzione. Di fatto però il Capricorno non era il segno zodiacale di Augusto (nato il 23 settembre, quindi Bilancia). Evidentemente la propaganda imperiale lo ritenne molto più adatto come icona del rinnovamento e gli astrologi di corte seppero trovare questo astuto escamotage. Ne nacquero diverse leggende. Venne altresì associato al giorno di concepimento del principe. Ma non addentriamoci in questo meandro, non ora.

Va senz’altro sottolineato come Aosta sia una delle città più emblematiche e paradigmatiche tra le diverse fondazioni augustee. Una città da manuale che ha fornito un ulteriore elemento di studio: il suo orientamento astronomico al solstizio d’inverno.

LUCI AD EST? NO, A SUD DELL’EST!

Ma perché c’entra la scoperta dei Balivi? Non è certo la “prima pietra” (come da molti è stata erroneamente e banalmente definita), ma indica il punto da cui prese avvio il tracciamento del perimetro della città, proprio perché da tradizione si cominciava dal punto più elevato e si continuava tirando l’aratro in senso antiorario (quindi rispecchiando il moto delle stelle). Non a caso i due aratri (o meglio, l’aratro e il vomere) si “inseguono” proprio in senso antiorario.

SOLE D’INVERNO

Vi ricordate che all’inizio avevo detto che le punte dei due falli indicavano un punto all’orizzonte in una direzione a sud dell’Est? Bene, per chi come me è di Aosta, è noto che quella corrisponde alla direzione da cui si vedono i primissimi chiarori nelle mattine invernali. Parlo di “chiarore”, non di sorgere del sole, quindi non di alba (astronomicamente parlando). Ma è stato il primo indizio per intuire un legame con l’inverno.

E’ stato solo grazie al prezioso aiuto scientifico del Prof. Giulio Magli, ordinario di Matematica e Archeoastronomia al Politecnico di Milano, e successivamente al supporto degli astrofisici dell’Osservatorio astronomico regionale di Lignan (in particolare i dott. Andrea Bernagozzi e Paolo Pellissier) che ne siamo venuti a capo.

Aosta è circondata da montagne e, in particolare l’orizzonte verso sud è dominato da vette molto alte: la cresta del Mont Emilius raggiunge i 3559 metri in meno di 9 km in linea d’aria dal centro della città antica. Non è cosa da poco. Un simile orizzonte tanto alto ha pesantemente influito sui calcoli celesti e in particolare sulla comparsa effettiva del Sole sulla città al solstizio d’inverno.

Capricorno-StarryNight

Calcolando l’ortogonalità degli assi viari principali, Kardo e Decumanus Maximi in rapporto all’altezza dell’orizzonte che è quasi di 17°, si è appurato che il Sole sorgeva in allineamento quasi perfetto col Kardo nei giorni a cavallo del solstizio invernale.

DIES NATALIS

In sintesi. Aosta, anzi, Augusta Praetoria Salassorum, fu progettata in modo tale che un asse cittadino puntasse al sorgere del Sole nel giorno del solstizio d’inverno e dunque anche al sorgere del Capricorno, segno prescelto dal suo fondatore, l’imperatore Ottaviano Augusto.

Oggi naturalmente la precessione ha cambiato lo sfondo delle stelle sul quale il Sole sorge tra 21 e 23 dicembre, ma non ha effetto sugli azimuth solari e la variazione dell’obliquità dell’eclittica negli ultimi 2000 anni è minima. Questo solo per dire che ancora oggi possiamo provare l’emozione di vedere il Sole spuntare puntuale dalla cresta della Becca di Nona in buon allineamento con il Kardo Maximus cittadino (oggi Via Croce di città…non a caso) sempre nei giorni a cavallo del solstizio d’inverno.

Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d'inverno (Enrico Romanzi)
Il sorgere del sole in allineamento sul Cardo Maximus al solstizio d’inverno (Enrico Romanzi)

Nel 2014, anno delle celebrazioni in onore dei 2000 anni dalla morte dell’imperatore Ottaviano Augusto, l’evento è stato organizzato ufficialmente per la cittadinanza. Verso le 11 di mattina eravamo più di 150 assiepati in Croce di Città per assistere all’allineamento solare. Ecco il video di quel giorno (o meglio, della mattina successiva, senza gente), girato dall’amico Andrea Bernagozzi, astrofisico dell’Osservatorio Astronomico regionale di Saint-Barthélémy. Anzi, consentitemi di ringraziare nuovamente gli amici dell’OaVdA che hanno collaborato alla definizione di questa scoperta; oltre ad Andrea, anche l’amico Paolo Pellissier, venuto con me ad illustrare questo evento incredibile al Convegno della Società Italiana di Archeoastronomia tenutosi a Padova nell’ottobre 2014. Continua a leggere “Aosta e la magia del solstizio d’inverno”

Nonno Tiglio e le dolci sorprese dell’albero cavo

Pioveva. Pioveva a dirotto ormai da una settimana. Il cielo quel giorno era anche più grigio del solito. Spesse nuvole basse gonfie di pioggia stazionavano tutt’intorno alla città, coprendo da giorni la vista dei monti e del cielo.

Quelle giornate erano ancor più buie e tristi per la piccola Cochi. Il suo amato nonnino, purtroppo, non c’era più! Improvvisamente, nel cuore della notte, aveva deciso che era ormai tempo di attraversare il magico ponte verso l’Eternità.

Quel nonno pieno di vita e di energia le mancava moltissimo; lei, però, non riusciva a buttar fuori il vortice di emozioni che la divorava e preferiva starsene da sola. Le sembrava che la solitudine la consolasse, che, stranamente, con la sua discreta e impercettibile compagnia, la facesse stare un po’ meglio…

Nonostante la pioggia insistente e le proteste di sua mamma, Cochi era uscita! Le sembrava di soffocare, aveva bisogno di aria; aveva bisogno di quel “tutto” che solo il “nulla” ti può dare!

Camminava per le strade semideserte della città. Istintivamente le sue gambe la portarono nel posto che forse più di tutti lei amava, ancor di più in quelle giornate dall’atmosfera ovattata, quasi surreale.

Eccolo lì! Cochi si sedette sul muretto e si guardò intorno: quella era la sua piazzetta preferita! La chiesa, il grande campanile e lui, il grande albero cavo! Sin da quando era piccola le avevano raccontato la lunga e sorprendente storia di quel tiglio plurisecolare (ben 500 anni splendidamente portati!) e lei amava sedersi sotto le sue fronde rigogliose a fantasticare, sognando che, in realtà, quello squarcio creato da un fulmine, non fosse altro che l’ingresso di mondi fantastici…

Quel pomeriggio, cosa abbastanza insolita per Aosta, era scesa persino la nebbia! Sembrava di essere in un sogno! E in tutto quell’avvolgente grigiore, l’autunnale chioma dorata del grande tiglio brillava come un grande faro.

“Meno male che ci sei tu… nonno Tiglio“, pensava Cochi (che così aveva soprannominato il suo albero del cuore) rovistando nello zainetto alla ricerca di una vecchia foto del nonno… !Ma, dov’è finita? Eppure è sempre qui nella taschina interna…uffa!”, brontolava la bimba.

Ad un certo punto sentì un fruscio tra le foglie secche dietro di lei. In men che non si dica un grosso gattone grigio con gli occhi azzurri si stava strusciando contro la sua schiena.

“Micio! Ehi, bel micione… ma da dove sbuchi?”, disse Cochi finalmente sorridente. Il gatto la guardava sornione facendo il bel brusio delle fusa.

Poi, improvvisamente, con un balzo rapidissimo, il gatto letteralmente sparì nello squarcio del tiglio.”Ma… ma dove?”. Cochi era sbigottita: va bene la velocità felina, ma quel gatto era sparito! Non poteva crederci. Si guardò intorno: non c’era nessuno e pioveva a dirotto. Scavalcò la cancellata di ferro che recingeva l’aiuola del tiglio e si sporse nella cavità per vedere se, forse, vi fosse un’ulteriore tana servita da rifugio per il gatto.

Non immaginava che quello squarcio fosse così ampio e profondo… fece un passo per entrarvi e ….

…. “AHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Uno scivolone, un imprevisto salto nel buio! Stava cadendo in una specie di scura galleria senza appigli, ruzzolando sempre più giù finché non si accorse di una luce. Una luce dorata, calda e brillante che, facendosi sempre più forte, la accolse rallentando la “caduta” come in un abbraccio soffice.

Quando si rese conto di essere finalmente ferma, Cochi si guardò attorno stupita… era inverno! Intorno a lei un soffice cuscino di neve ricopriva ogni cosa, ma non faceva per niente freddo! Luci dorate, alberi natalizi, decorazioni di ogni foggia e dimensione impreziosivano le strade di quel paesino innevato. Si sentì subito a suo agio.

La neve scricchiolava sotto i suoi passi; presto fu attratta da un inebriante profumo di biscotti che riempiva l’aria. Decise che una bella merenda, dopo quella tremenda caduta, ci voleva proprio!

Si trovò davanti ad una meravigliosa pasticceria con enormi vetrine piene zeppe di golosità! La porta del negozio si aprì.

Cochi, super golosa e sempre più curiosa, entrò! Banconi e banconi di incredibili prelibatezze. Il profumo di pasta frolla e di burro si sovrapponeva a quello delle meringhe e si intrecciava con quello del cioccolato e della crema. Sotto i suoi occhi vide prender forma una Sacher con una lucida copertura di cioccolato fondente fatto colare dall’alto…

“Benvenuta! Vuoi fare merenda? Ti va una bella cioccolata calda con panna? Mentre te la preparo, tu prendi quello che vuoi…” Una voce stranamente “famigliare”… Cochi cercò con lo sguardo da dove provenisse per vedere chi ringraziare. Ma non vide nessuno.

“Miao, miao….frrr”. “Ehi, micione” Sei finito qui anche tu?!” disse la bimba al gattone grigio improvvisamente ricomparso. Il gatto le fece capire di seguirlo. Cochi gli andò dietro. Si ritrovò in una grande sala con ampie finestre affacciate sulle montagne innevate. Comodi divani, poltrone e tavolini. Sulla destra il fuoco scoppiettava nel grande camino e, accanto, un pianoforte a coda suonava … da solo!!

Il gatto si era acciambellato su un divano e la guardava. Cochi gli sedette accanto. Quel posto era davvero bello e accogliente; caldo e luminoso e tutto “sapeva di buono”!

“Ecco la cioccolata, bella densa come piace a te! La panna te l’ho messa in una tazza a parte così ne hai quanta ne vuoi!”

Cochi alzò lo sguardo per ringraziare, ma… di nuovo non vide nessuno… Che strano!

Bevve e mangiò di gusto… prese anche dei dolci da portare a casa. !Chissà che ora è… mannaggia, e come faccio a tornare a casa? Non so nemmeno dove sono finita!”.

Il gatto le si strusciò tra le caviglie e la fissò. “Ok, ho capito! Ti seguo”.

Si ritrovò in un’altra grande sala elegante col soffitto e le pareti in legno. Grandi lampadari lavorati e tavolini coperti da tovaglie preziose perfettamente stirate. Dalla strada innevata entravano decine di persone e tutte si accomodavano.

Al bancone, di schiena, un signore alto indaffaratissimo, giacca bianca e pantaloni neri, preparava cocktails e aperitivi; ovunque un tripudio di leccornie: focaccine, pizzette, tramezzini, sfoglie salate…

“Preparo tutto io, sai? Assaggia se vuoi!”. Di nuovo quella voce… Cochi, che era una vera gourmet, non se lo fece ripetere… era tutto squisito!

Il gatto si strusciò di nuovo: eh sì, era davvero ora di andare… ma dove?

Il signore con la giacca bianca le si avvicinò e le sorrise. Due occhi chiari e buoni. Un nasone importante che però stava bene su quel viso dalla fronte ampia, buono e gentile.

Cochi lo fissava, quasi inebetita. “Vieni piccola, ti accompagno all’uscita”. Il signore le indicò un mobile dietro il bancone, sotto la macchina del caffé. Fece scorrere uno sportello:” Entra! Infilati qui, dove tengo gli sciroppi. Tua mamma da piccola si nascondeva sempre qui dentro a mangiare dolcetti di nascosto!”, ridacchiava sornione.

“Mia… mamma?!”. Fu in quel momento che la piccola comprese. “Ma allora tu sei… tu…”. Il signore elegante le accarezzò le guance paffute. “Sù, ora vai! Torna a trovarmi quando vuoi! Sai, qui si lavora sempre! E siamo sempre sotto le Feste…tutto l’anno! Un’ultima cosa: grazie per aver accettato il mio in-VITO!”

papà

Lo sportello si chiuse. Fu poi il gatto a riaprirlo. Cochi uscì. La nebbia si era dissolta e aveva smesso di piovere!

Era felice! “Ciao nonno!”.

Stella

 

 

 

 

San Martino. Quel santo-soldato che attraversò la Valle d’Aosta

“No, proprio no… Questa vita non fa per me. Non ce la faccio più! Prima o poi dovrò decidermi e prendere una decisione radicale, definitiva!”. Questi e altri pensieri affollavano la mente del giovane soldato che, pensieroso e solitario, si aggirava in sella al suo cavallo lungo le mura della città di Samarobriva, importante città commerciale e militare della Gallia Belgica. Era novembre. Un vento freddo carico di umidità soffiava da giorni, incessante, da nord, dalla terra di Albione, portando con sè un forte odore di mare. Quel giorno una pioggia battente stava imperversando sulla città. Il terreno era già una distesa fangosa.

Stretto nel suo caldo mantello di lana il giovane soldato si accorse che stava perdendo sensibilità alla punta delle dita dei piedi e delle mani. “Che freddo… forse è meglio rientrare all’accampamento. Magari riesco a riflettere anche seduto accanto al fuoco, anziché continuare a gelare qui fuori!”.

Ad un tratto uno strano fagotto attirò la sua attenzione. Un groviglio di poveri cenci, un paio di gambe seminude magrissime e di braccia quasi scheletriche: un uomo, in evidente stato di sofferenza, se ne stava rannicchiato contro le mura, vicino alla porta d’ingresso della città. Il giovane soldato si avvicinò. L’uomo, sui trent’anni ma apparentemente più vecchio, ebbe giusto la forza di alzare gli occhi cerchiati da profonde occhiaie viola verso di lui; socchiuse le labbra, come volesse parlare, ma non ne aveva la forza. Da quel misero cencio consunto con cui tentava di ripararsi dai rigori del clima, probabilmente un vecchio sacco sdrucito, estrasse una mano ossuta e la tese verso il giovane a cavallo.

Costui non indugiò oltre. Scese dal destriero, decisamente meglio bardato del poveretto a terra, e con un colpo netto di spada tagliò a metà il suo caldo mantello invernale di lana cotta per condividerlo con l’uomo sfinito dal gelo e dalla fame. Glielo posò delicatamente sulle spalle e lo chiuse. Passò una mano amica su quel volto e pronunciò parole di conforto.

SanMartinoEIlPovero

Quegli increduli occhi incavati improvvisamente si accesero: lacrime di commozione illuminarono lo sguardo azzurro di quel poveretto che riuscì ad alzarsi, ad accennare un inchino e baciare la mano generosa che gli aveva mostrato pietà e carità.

Felice, il giovane soldato rientrò al campo. Ma quell’incontro aveva fatto scattare qualcosa di molto particolare dentro di lui. Mentre rientrava alla sua tenda, sapeva che da quel momento la sua vita sarebbe cambiata.

“Martino! Martino! Ma dov’eri finito?!”. La voce squillante di Marcello, suo amico da sempre e compagno d’arme, lo ridestò.

Il giovane ebbe come un sussulto. “Martino… questo è il mio nome. Mi venne dato da mio padre, il valoroso comandante della legione di stanza nella Colonia Claudia Savariensium, nella lontana provincia di Pannonia. Lì vidi la luce. Un padre autoritario, severo, esigente. Un padre che vedeva in me un grande guerriero, un valoroso soldato al servizio di Roma, quale lui per tutta la vita era stato e con sommo onore. Mi ha cresciuto così, secondo la sua volontà, avviandomi al mestiere delle armi. Avviandomi al culto del dio Mithra, dio nato dalla roccia, figlio del Cielo e della Terra; avevo già assistito a diversi Misteri, ma qualcosa di non spiegabile mi impediva di sentirmi parte di quel gruppo, di quel culto del quale, invece, lui era da sempre un fervente seguace, un adepto, uno di quelli che erano ormai giunti oltre la sesta porta, quella di Giove, la porta bronzea. Ne restava solo una, la settima, quella di Saturno, per raggiungere il grado iniziatico maggiore.

E l’ho sempre seguito, lungo le infinite strade dell’Impero, ad ogni angolo del mondo, in province sconosciute e terre straniere. Ho passato l’infanzia nei pressi della città di Ticinum (che, mi pare, oggi voi chiamate Pavia), e sempre al seguito di mio padre ho viaggiato in buona parte delle province continentali del grande Impero di Roma.

Cammino

Ed eccomi qui, ora, non più soldato di Roma ma al servizio di Cristo Gesù. Ripenso a quell’episodio accaduto alle porte di Samarobriva… un episodio che mi ha segnato per sempre. Dopo aver abbandonato l’esercito non ho più avute notizie di mio padre. So che la legione ha fatto ritorno in Pannonia. Il vescovo Ilario mi ha battezzato e ora mi sento un uomo nuovo! Ho deciso di tornare a Sabaria, dai miei genitori: voglio condividere con loro questa mia nuova condizione. Voglio che anche loro conoscano la fede in Cristo e vengano battezzati. Mio padre sarà sicuramente un osso molto duro e del resto è ancora profondamente offeso con me… ma con mia madre credo di avere margine di riuscita…

In questo inverno gelido in cui mi vedo costretto a viaggiare, eccomi in questa valle prima a me sconosciuta. Ho superato quasi per miracolo il colle dell’Alpis Graia scendendo fino al villaggio di Ariolica tra infiniti pericoli e rischi. Una natura impervia, infida, seppur dotata di un suo fascino inspiegabile. Il mio passato nell’esercito mi ha temprato; sono rotto a tutto! Ma queste montagne non state affatto semplici da superare.

Da Ariolica, dove ho riposato e mi sono ben rifocillato, ho guadagnato il fondovalle insieme ad alcune guide locali, in gruppo con alcuni mercanti. Ho visto paesaggi straordinari dove il genio militare romano ha saputo realizzare opere incredibili pur di arrivare ad ottenere una strada degna di questo nome. Le strade dell’impero… sono uno degli elementi che han fatto la potenza di Roma!

Anche in queste terre di confine, strette da gole vertiginose tra rocce, strapiombi e torrenti impetuosi, circondate da boschi impenetrabili, la strada romana è un punto di riferimento, una certezza.

Eccomi ad Augusta Praetoria: la vedo in lontananza, con le sue mura e le sue torri. Ne ho sentito parlare sin dalle terre galliche, come di una città bellissima, ricca, vivace, ma che da alcuni anni a questa parte soffre di un progressivo declino. La gente che la abitava se ne sta allontanando, non sentendosi più così sicura come una volta. Le scorribande di popoli stranieri stanno iniziando a farsi sempre più violente e ripetute. Eppure l’imperatore Costantino solo alcuni decenni fa ha proceduto ad un vasto intervento di monitoraggio e manutenzione delle arterie stradali, anche di questa via che collega la Transpadana alle Gallie, un asse viario decisamente strategico!

Ma ormai la sera è vicina, le ombre della notte si allungano rapidamente e il freddo è già pungente. Mi fermerò in questo sobborgo alla periferia occidentale della città; vedo un gruppo di case, una fattoria. Vedo che ci sono luci, proverò a chiedere ospitalità.

“Ma cosa fate in giro a queste ore? Chi siete? Andate via! Non abbiamo nulla, siamo povera gente! Quel poco che avevamo ci è stato portato via, o dai barbari o dalle tasse dell’imperatore! Andate via! Cercate alloggio in città piuttosto!”.

La voce che aveva risposto al suo bussare dalla fattoria era nervosa, concitata… Martino provò a spiegare chi era, che non voleva nulla se non un pagliericcio e un tetto per la notte e che avrebbe pure pagato per quella generosità! Ci volle tutto l’impegno per convincere l’uomo ad aprire la porta, ma alla fine ci riuscì.

“Che Dio sia con voi, fratello”, salutò Martino. “Dio? E quale? Giove? Mithra? Asclepio? Ercole? o forse qualche misterioso dio egiziano? Come lo chiamano… Serapide?.. ne avete talmente tanti… ma nessuno che mostri un pò di bontà e di carità nei confronti della povera gente!”, esclamò l’uomo visibilmente contrariato.

“L’unico Dio, fratello. Il Dio della Carità, dell’amore e della condivisione”. L’uomo lo fissò perplesso. Non capiva quelle parole né mai le aveva sentite… “Mah, cos’è un culto nuovo? Una nuova bugia? Ah, sì… quello autorizzato e ufficializzato da Costantino, giusto? Noi siamo gente semplice, gente che vive nei campi e si spacca la schiena tutti i giorni! Noi siamo legati alle nostre antiche tradizioni, quelle che ci hanno insegnato i nostri padri e i padri dei nostri padri, da sempre”.

Martino lo ascoltava con grande attenzione e interesse, senza sbottare o mostrare fastidio. L’uomo se ne accorse e gli diede fiducia. “Ma voi, chi siete? Da dove venite?”. Martino allora gli raccontò della sua vita, dei suoi lunghissimi viaggi, dei tanti posti che aveva visto e del perché stava tornando in Pannonia. Colui che lo aveva accolto in casa infine si presentò: “In città mi chiamano Darius, ma il mio vero nome è Daro, il figlio della quercia”. E fu così che, davanti al fuoco e con un piatto di zuppa, giunse infine il sonno ristoratore.

La mattina dopo Martino si svegliò di ottimo umore, pronto a ripartire. Chiamò l’uomo che lo aveva ospitato, ma in casa non c’era nessuno. Uscì. Davanti a lui si stendeva un’ampia campagna ondulata; in lontananza, verso sud, il baluginare del fiume e, all’orizzonte, le due altissime vette che dominavano la valle. La notte aveva lasciato un velo di ghiaccio su ogni cosa. Ad un tratto udì delle voci provenire da un campo più a nord. Si incamminò in quella direzione. un gruppetto di uomini e donne era raccolto intorno ad una grande quercia. Tutti mormoravano. Una nenia incomprensibile, quasi una melodia, si diffondeva nell’aria.

“Martino, buongiorno! Vieni, unisciti a noi!”. Il suo ospite lo stava chiamando. Martino venne quindi presentato alla piccola comunità, evidentemente incuriosita e in parte non priva di sospetto.

“Vieni Martino. Qui siamo tutti parenti, amici, sodali. Qui siamo tutti eredi dell’antico popolo di queste montagne. Quel popolo capace di muoversi veloce sugli strapiombi rocciosi anche nel buio più nero. Quel popolo che adorava le rocce, il cielo, gli alberi. Un popolo molto antico in grado di vivere in simbiosi perfetta con la natura senza bisogno di stravolgerla e piegarla alle sue necessità. Questo luogo, che ai più appare come un povero grappolo di catapecchie fuori dalla bella Augusta Praetoria, è in realtà un luogo sacro. Vedi questa grande quercia? ha centinaia di anni, è qui da sempre, dal tempo del non-tempo, da quando il Mito era Storia. E’ la nostra memoria, il simbolo della nostra identità”.

querce_NG2

Martino era rapito dall’eloquio appassionato di Daro; voleva capire, conoscere. Tuttavia non voleva rinunciare alla sua missione e iniziò col raccontare loro dell’episodio del mantello tagliato e delle visioni che ne seguirono. Di come tutto questo aveva cambiato la sua vita e il suo destino.

La gente di Daro lo ascoltava, capiva che Martino era un uomo buono e non era lì per far loro del male.

“La tua storia è bella e toccante, Martino. Questo tuo dio ti ha scelto, ti ha mandato messaggi importanti. Ma noi non lo abbiamo ancora incontrato. Per noi ciò che conta è il cielo stellato sopra le nostre teste, la madre terra che ci nutre, l’eterno ciclo di vita e di morte rappresentato dallo scorrere eterno delle stagioni e dal girare degli astri. In molti hanno già tentato di distruggere questa quercia. Invano. Noi siamo disposti a difenderla con ogni mezzo. Questo albero, Martino, affonda le sue radici assai in profondità. Noi conosciamo questo terreno, lo coltiviamo e sappiamo i tesori che racchiude. Questo terreno ogni tanto ci restituisce frammenti di grandi pietre piatte, alcune hanno persino un volto! E la grande quercia sorveglia queste pietre e gli spiriti che le abitano. Questo è un luogo diverso da tutti gli altri, Martino. I Romani ci hanno impiantato una delle loro necropoli; qui nulla può essere costruito senza il volere degli antichi dei. La quercia lo impedisce. Qui c’è la nostra città perduta, sai?

“Ma, come si chiama questo luogo, Daro?”, chiese Martino.

“Gli abitanti della città lo chiamano Cordelianum. Per noi sarà sempre Cordela, la città degli antenati, la città delle grandi pietre“.

“Nessuno ne ha mai scritto perché la nostra tradizione è quella di raccontare a voce e memorizzare. Nostro compito sarà proprio quello di non perdere mai questa memoria, ma anzi di tramandarla ai nostri figli, nipoti, discendenti. Sono tempi assai duri, questi caro Martino, ma noi non demorderemo. La gente che vuole ascoltare la voce delle pietre si sta rarefacendo. L’angoscia di questo volgere di anni, la crisi dell’autorità imperiale, le continue migrazioni di popoli sconosciuti e spesso nemici, non aiutano questo genere di ascolto ma piuttosto la ricerca di una via di fuga, spesso solo un abbaglio temporaneo. Noi invece abbiamo deciso di cercare rifugio nel nostro passato, nelle nostre credenze, e le proteggeremo ad ogni costo”.

Martino decise di fermarsi in quel sobborgo ancora un pò. Da una parte Daro era uomo saggio e amava stare ad ascoltarlo, ad imparare; in quel piccolo popolo Martino ritrovava persino briciole di quella antica religione che ricordava praticata nelle campagne della Pannonia e della Gallia, ma che nessuno gli aveva mai spiegato davvero. Dall’altro gli sembrava di essere tornato a Siccomario, il modesto villaggio alla periferia di Ticinum dove aveva trascorso gli anni tra infanzia e adolescenza. Eh, già… proprio una vita in periferia la sua. E lì, alle porte occidentali di Augusta, stava riscoprendo una volta di più sebbene in modo ancora diverso, tutto il senso e il valore di quel suo “essere in periferia”. La sua missione erano le periferie, lì doveva stare! Lì serviva la sua parola.

Quella sera Daro condusse Martino in visita ad una donna molto anziana, considerata la saggia del clan. La donna aveva infatti espresso il desiderio di conoscere personalmente questo insolito viaggiatore che si muoveva da est a ovest attraverso l’impero. E soprattutto che aveva storie così diverse da raccontare!

“Prego, entrate pure”. La voce della donna era sottile ma profonda; Martino si accorse subito che riusciva a toccare le corde dell’anima. Quando la vide restò colpito da quello sguardo indagatore, quegli occhi di cui non si vedeva la fine, dal taglio affilato e incorniciati da ciglia ancora lunghe e nerissime nonostante l’età.

” Io sono Maricca. Molte lune sono passate da quando aprii per la prima volta gli occhi al mondo. Ho visto molte cose. E sento che tu sei un uomo buono, venuto a portarci importanti novità”. Martino era ammaliato. Raccontò a Maricca la sua storia; ad un certo punto lei gli disse: “Ho visto queste cose. E so che quanto dici corrisponde a verità. Tu vuoi far conoscere la tua fede e questo è legittimo. Ma fallo con rispetto, in punta di piedi. Non distruggere le tradizioni degli antichi. Noi non siamo spiriti malvagi e siamo disposti ad ascoltarti. Qualcuno potrà e vorrà seguirti da subito; altri no, ma probabilmente i loro figli o i loro nipoti, sì. Sarà il tempo a decidere”.

Martino era senza parole. Quella donna sembrava conoscerlo molto più di quanto non credesse…

Quella stessa sera il piccolo popolo di Daro e Maricca si radunò alla luce di un grande falò vicino alla quercia secolare; erano venuti ad ascoltare Martino. E il giovane soldato di Cristo parlò loro della sua fede, del messaggio di salvezza, di resurrezione, di vita eterna. E si rese presto conto che quegli stessi concetti non erano poi così lontani dalle loro credenze. Erano un’altra forma dell’eterno ciclo di vita-morte-rinascita. Martino cercò quindi di adottare una strategia già spesso utilizzata in passato dai Romani: il sincretismo. Una parola difficile, certo, ma che racchiudeva una profonda saggezza.

Martino cercò di utilizzare sapienti parallelismi, andando ad illustrare innanzitutto i punti di contatto tra le due fedi e spiegando loro che, in fin dei conti, il suo Dio era rintracciabile nella natura stessa. Il popolo di Cordela però non capiva come potesse essere uno solo vista la molteplicità di aspetti del mondo naturale… e non capiva come il figlio di un Dio avesse potuto decidere di morire per gli uomini anziché salvarli direttamente intervenendo in maniera più… “divina”, appunto. Ma Martino provò a spiegare loro che la divinità del gesto era proprio quello: morire per mostrare che si sarebbe risorti.

Alla fine Martino si trattenne a Cordela per diverso tempo; il tempo necessario ad imbastire, autorizzato dalla saggia Maricca, una sala di adunanza nella quale sarebbe stata esposta una croce. Questa sala venne costruita intorno alla grande quercia, a voler rappresentare l’incontro dei due mondi, senza danneggiare minimamente la quercia naturalmente!

La partenza fu dolorosa. Martino avrebbe tanto voluto fermarsi, ma non poteva! La sua missione lo avrebbe portato ad attraversare terre sconfinate fino a tornare in Pannonia per poi ritornare ancora…avanti e indietro per portare la novella del Signore.

CONTRO IL DIAVOLO SULL’ANTICO PONTE

Attraversò così tutta la valle Baltea seguendo l’efficientissima strada romana delle Gallie, incontrando uomini, villaggi, soldati; superando torrenti, orridi, paludi…

Sempre ricorderà la sua tappa nel villaggio sulle sponde del torrente Lys… un incontro decisamente “diabolico”. Al suo arrivo vide che solo una traballante passerella in legno univa le due sponde dell’impetuoso torrente Lys il cui transito si rivelava sempre pericoloso, ancor di più quando il corso d’acqua era gonfio e rabbioso per le troppe piogge o per lo scioglimento delle nevi. Ma la popolazione aveva bisogno di passare, e di farlo spesso…Mercanti, contadini, pellegrini, soldati…in tanti dovevano superare l’imprevedibile Lys e quella maledetta passerella spesso mieteva vittime innocenti.

Approfittando di questo bisogno, il Maligno si era insinuato nella comunità e accontentò la popolazione costruendo, nell’arco di una notte, un ponte meraviglioso: alto, solido, possente. Un ponte che sicuramente avrebbe saputo contrastare le onde di piena del Lys. Ma in cambio chiese una ricompensa importante: un’anima. Almeno una. E sarebbe stata di colui che per primo sarebbe transitato sul “suo” bellissimo ponte. E anche per gli abitanti di Pont-Saint-Martin, l’aiuto di Martino si rivelò fondamentale. Fu lui a far passare, per primo, sul ponte, un cagnolino; e quindi fu l’anima della bestiola ad essere “sacrificata” per salvare la gente del posto.

Insomma: storia, fede e leggenda si mescolano perfettamente ancora oggi nel Carnevale di Pont-Saint-Martin dove il nome stesso del paese si deve ad un ponte del I secolo a.C., costruito dal genio romano sulla via verso le Gallie, tuttora splendido e utilizzato.

Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da www.guideaostawelcome.it)
Ponte romano di Pont-Saint-Martin (da http://www.guideaostawelcome.it)

Alcuni anni dopo Martino si trovò a ripassare da Cordela. Trovò ancora Daro, assai anziano e malato, divenuto guida spirituale del gruppo che aveva abbracciato la parola di Martino. Purtroppo non trovò Maricca che, nonostante l’ascolto e la comprensione, non aveva voluto abbandonare la fede degli avi, ma che volle farsi seppellire sotto un cumulo di pietre appena all’esterno della sala “comune”.

Anche in quell’occasione Martino si fermò alcuni giorni con loro e, quasi fosse un miracolo, nonostante si fosse agli inizi del mese di Samhain, in quei tre giorni pareva di essere in primavera! Quell’uomo, ex soldato di Roma, era destinato alla santità! Di lì a breve divenne l’acclamato vescovo di Tours, l’illustre apostolo delle Gallie!

Vitrail_Saint_Martin_Arc-en-Barrois_281008_1

Da quella volta sono trascorsi molti secoli. E molte cose sono cambiate. L’antica Cordela, rimasta sepolta dallo scorrere del tempo e dagli eventi, è tornata a far parlare di sè e al suo nome ha unito il ricordo di Martino: Saint-Martin-de-Corléans!

Saint-Martin-de-Corleans

La sala assembleare voluta da Martino e Daro fu trasformata nel Medioevo in una piccola chiesa col suo campanile; e così la potete trovare ancora oggi.

25846585

Chissà se lì sotto ancora resistono le antiche radici della grande quercia…. probabilmente, sì!

Sicuramente quella che oggi chiamiamo Area Megalitica è un luogo dove poter vivere e toccare l’ancestrale e potente rivelazione della sacralità.

 

Stella

Torre di Bramafam. La bambina sull’arcobaleno

Per questa breve storia si rende necessaria una premessa: io in questo caso mi faccio solo scrittrice di chi ancora non lo sa fare. E’ un racconto inventato da mia figlia Costanza, 3 anni, e io desidero condividerlo con voi!

Noi passiamo davanti alla Torre di Bramafam tutte le mattine e tutti i pomeriggi, andando e tornando dall’asilo (io lo chiamo ancora così, non “scuola dell’infanzia”… mi piace di più!).

Aosta. La Torre di Bramafam
Aosta. La Torre di Bramafam

E lei guarda, guarda, riguarda…. Un giorno mi chiede che cos’è. Un giorno chi ci abita… Un giorno “ma perché è tutto chiuso?” (e qui la risposta avrebbe potuto essere un’altra domanda ma lasciamo stare…).

Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam
Aosta. Giardinetti accanto alla Torre di Bramafam

Finché,un pomeriggio, al parco giochi di via Festaz che, come sapete, si apre proprio ai piedi di questo misterioso castello di città, antica residenza dei Visconti di Aosta, lei se ne esce annunciandomi:” Mamma, siediti! Ti spiego una cosa del castello”.

C’era una volta, tanto tempo fa, una principessa bambina molto triste. Era stata chiusa nella torre di pietre e non poteva più uscire. Lei piangeva, piangeva, piangeva… ma nessuno la sentiva!

Un giorno però, dei bambini se ne accorsero! e sì, perché solo i bambini potevano sentirla!

Allora tutti insieme decisero di disegnare un enorme arcobaleno! Ma grande grande, eh?!

Alla fine i bambini sollevarono l’arcobaleno che arrivò fino in cima alla torre e così la principessa bambina vi salì sopra e scivolò, in mezzo a mille grandi fiori viola e blu, fino nel grande giardino! Era contenta! Finalmente aveva smesso di piangere! E da quel giorno andò sempre giocare coi bambini!

E ci viene davvero! Ma i grandi non possono vederla… solo i bimbi, sai mamma?!.

Il grande arcobaleno all'ingresso dell'asilo di Costy
Il grande arcobaleno all’ingresso dell’asilo di Costy

 

Semplice e piena di sogni e poesia… E chissà se ogniqualvolta vediamo un’altalena ondeggiare nel vento, o un dondolo muoversi, magari impercettibilmente, o dei petali viola e blu svolazzare nell’aria, in realtà non sia proprio la principessa bambina, finalmente libera di giocare!

Stella (e Costanza)

Saint-Marcel. Il castello dell’Acqua Verde

Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai.  Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.

Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…

Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!

Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)

Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.

Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!

Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.

In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.

Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.

Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!

Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.

Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.

Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!

“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!

Mia figlia Ottavia
Mia figlia Ottavia

Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!

Il masso con coppelle e "impronta di piede" nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)

La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.

La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La miniera di Servette (Saint-Marcel)

La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…

Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…

Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!

Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.

Immaginando Sylvette (wattpad)
Immaginando Sylvette (wattpad)

Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!

Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!

macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)

“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.

Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.

Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.

La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.

fatabudruina

“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!

“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.

Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.

granato grezzo
granato grezzo

E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.

Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.

Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.

“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.

Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.

Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.

Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.

Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.

Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.

Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)

Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!

Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.

“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.

L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.

Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) - centrovalledaosta
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta

In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.

Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)

L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.

Stella

 

About me… Piacere, mi chiamo Stella, sono un’archeologa ma soprattutto sono una mamma che ama raccontare!

Ciao a tutti! Oggi vorrei condividere con amici vecchi e nuovi questa mia avventura blogger! Una passione risalente a quasi 4 anni fa, ma che cresce giorno dopo giorno.

Un mio blog, una valvola di sfogo, un cassetto zeppo di sogni e storie…. che da poco ha ampliato il suo nome: non più solo “Archeologando”, ma anche “i sassi di mamma” (come li chiama mia figlia “grande”, 3 anni appena compiuti!).

Cos’è cambiato?

Riprendiamo dall’inizio…

Mi chiamo Stella Bertarione e vivo in Valle d’Aosta da sempre. Sono un’archeologa “narrante”… nel senso che da alcuni anni a questa parte mi occupo soprattutto di comunicazione e promozione del patrimonio culturale e, di conseguenza, anche di turismo culturale. Ma sono e resto un’archeologa! Dopotutto, si tratta sempre di un ARCHEO-LOGOS, no?!

Avevo 8 anni quando i miei genitori decisero per una vacanza a Grado, in Friuli..Era ottobre…Pioveva in continuazione e così..via per Aquileia! Quella visita all’antica città romana è stata fatale! Un vero e proprio colpo di fulmine che ha segnato le mie scelte future…“Da grande voglio fare l’archeologa”! E da quel momento: un chiodo fisso!

Maturità classica ad Aosta; laurea in Lettere Classiche con indirizzo archeologico a Pisa; specializzazione in Archeologia Classica a Padova; e, per non farmi mancare nulla e perché nella vita..si sa..fare davvero l’archeologo non è cosa facile, anche la SSIS (quando c’erano!) ad Aosta.

Inoltre, un paio d’anni fa, in attesa della secondogenita ho conseguito un master (on-line) in “Comunicazione e Marketing dei Beni culturali”… non facciamoci mancare nulla ma soprattutto, non smettiamo mai di imparare e migliorarci!

Per 4 anni insegno al liceo linguistico di Courmayeur e alle scuole medie nello stesso paese: italiano, storia, geografia, latino e storia dell’arte.

Un bel da fare!!! Ma adoravo insegnare e adoravo i miei “fanciulli”… ogni giorno una sfida! Dopotutto l’insegnante è il professionista della didattica e deve organizzarsi e gestire le situazioni come tale!

2008: concorsone per entrare in Soprintendenza. Ci provo…ed eccomi qui! Fino al 2012 faccio il funzionario archeologo nel vero senso della parola. Mi occupo, insieme ai colleghi, di piani regolatori, pareri, interventi preventivi…i due cantieri più importanti: il Pont d’Ael, magnifico ponte-acquedotto romano risalente e datato epigraficamente al 3 a.C., e il complesso della Torre dei Balivi che mi ha regalato un’immensa soddisfazione: la pubblicazione sul Cambridge Archaeological Journal!

2016: momento fondamentale! Nasce la mia prima splendida bimba: Costanza! E da quel momento mi accorgo di quanto lei catalizzi tutti i miei pensieri e influenzi le mie scelte. Con lei inizio a scrivere…chiamiamole fiabe.. o “archeo-racconti” ispirati ai beni culturali (in primis archeologici) della mia regione: la sorprendente Valle d’Aosta!

2018: a maggio viene al mondo la mia seconda piccola pupina: Ottavia! Un’altra gioia indescrivibile, ahimè improvvisamente funestata, dopo appena 10 giorni, da un brutale evento di salute: un terribile ictus post-partum che mi lascia 8 giorni in rianimazione. Quando mi risveglio, per fortuna lucida e presente, mi ritrovo tagliata in due come una noce: tutta la parte destra del mio corpo (lingua e muscoli della deglutizione compresi) sono paralizzati e parzialmente insensibili…

Non vi sto a dire altro… potete ben immaginare la profonda paura, lo sgomento, l’angoscia… Ma sono una tipa tosta che nella sua vita ne ha passate tante (presto scriverò un libro) e reagisco! Mi dico: se fino a pochi giorni fa tutto andava bene e il mio cervello, seppur “leopardato” funziona anche meglio di prima, allora farò capire a tutti i miei nervi e a tutti i miei muscoli che bisogna darsi una mossa e che tutto tornerà come, anzi, meglio di prima!

4 mesi tra Neurologia e clinica di riabilitazione. La sedia a rotelle, il deambulatore… Tanta fisioterapia, idroterapia, logopedia, terapia della mano… ma sempre col sorriso, con grinta e con la certezza che ce l’avrei fatta! Le mie bimbe e mio marito contavano su di me! E non finirò mai di ringraziare tutto il personale del reparto di Neurologia dell’Ospedale “U. Parini” di Aosta e dell’ICV-Istituto Clinico Valdostano di Saint-Pierre per la grande professionalità e la profonda umanità!

Come le mie piccole sono improvvisamente tornata una bimba, bisognosa di tutto: di essere lavata, cambiata, imboccata e sorretta. Ma poi, giorno dopo giorno, con un lavoro fisico, psicologico, emotivo non indifferente, costante e tenace… eccomi qua! Ho reimparato (quasi) tutto da zero e son diventata per forza di cose mancina! Riesco a camminare ma ho ancora bisogno di aiutarmi (uso il passeggino) perché l’ictus mi ha beccato in pieno i centri dell’equilibrio (ma sono fiduciosa!).

Ebbene, in quest’ultimo anno così intenso la mia immaginazione ha letteralmente preso il volo… e ho iniziato a sfornare racconti a spron battuto! Anzi, spero di riuscire presto a pubblicarli in un libro da dedicare innanzitutto alle mie due meravigliose bimbe, i miei angioletti, e attraverso di loro, a tutti i bambini, alla forza straordinaria che sanno trasmetterti con un semplice sorriso, uno sguardo, un abbraccio…

Altra mia grandissima passione: i viaggi! Tanti e tutti contraddistinti dalla ricerca dell’antico..da quelle emozioni che il passato sa regalare anche nel presente…basta saperlo osservare, ascoltare, interpretare… Viaggi che sto ricominciando a fare, naturalmente #slow e #infamiglia!

Eccomi, questa sono io! E vi archeo-racconto la Valle d’Aosta (ma non solo) #amodomio.

Stella

2018

areamegamiafiglia
L’area megalitica col pongo
festadelpaoàMega
Festa del “MEGA” papà
Costyaratura
Costy sull’aratura sacra
mostre
Alla mostra con Taya
preistobaby
Preisto-Baby Lab!