#OltreConfine. Viaggio a Martigny: “la Romaine” del Vallese svizzero.

Oggi #OltreConfine vi porta verso nord, oltre la cortina montana che separa la Valle d’Aosta dal Vallese svizzero. Dalle cime dove la neve sosta per almeno 6 mesi l’anno, planeremo su un fondovalle incorniciato di vigneti dove risplende Martigny, vera capitale culturale di questo grazioso cantone elvetico, non a caso gemellata con Vaison“la Romaine”, ça va sans dire!

La storica ed eroica strada romana delle Gallie, da Aosta saliva affrontando gli impervi tornanti che conducevano al Summus Poeninus (il colle del Gran San Bernardo, o “il Grande” come familiarmente viene indicato in Valle d’Aosta)) da cui si “scollinava” per raggiungere l’attuale Martigny (Forum Claudii Vallensium) per poi proseguire alla volta di Magonza (Mogontiacum) e Treviri (Augusta Treverorum). Fermiamoci dunque a dare un’occhiata archeologica a questa graziosa cittadina del Vallese! Guardate, merita davvero!

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Ricostruzione di Forum Claudii Vallensium (la Martigny romana)

Questa città elvetica può vantare oltre 2000 anni di storia. Stando a quanto ci racconta Giulio Cesare in merito alle sue campagne contro gli Elvezi, doveva essere un oppidum (centro fortificato) dei Veragri, nominato Octodurus. Fu proprio qui che le truppe cesariane subirono una sonora sconfitta nel 57 a.C.! In seguito, sotto l’imperatore Claudio (I sec. d.C.) la città divenne Forum Claudii Vallensium, capitale della provincia delle Alpes Poeninae.

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I Galli Veragri controllano l’avanzata delle truppe di Cesare. Battaglia di Octodurus del 57 a.C. (ricostruzione grafica nel museo locale)

Forum Claudii Vallensium fu quindi creata negli anni tra 41 e 47 d.C. sviluppata su 3 file di 6 insulae ciascuna con l’area forense al centro. Da sempre un importante e strategico snodo commerciale di indubbio valore viabilistico nonché militare. Caratteristiche che condivide con la non lontana Aosta del resto. Città sentinelle dei valichi alpini.

Le tante e ben conservate vestigia di epoca romana valgono il viaggio! Scoprirete siti come il fanum, tempio di origine gallica ritrovato nell’area dove oggi sorge la Fondation Gianadda (i suoi resti corrispondono al quadrilatero in muratura proprio al centro del complesso): assolutamente imperdibile il museo gallo-romano locale! #DaVedere

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Il centro della Fondation Gianadda: il quadrilatero in muratura è quanto ci resta dell’antico tempio gallico

La città è anche conosciuta per il suo Anfiteatro romano, costruito intorno al 100 d.C. e oggetto di importanti interventi di valorizzazione. Ultimati da non molto, questi lavori hanno provvisto l’antico edificio di spettacolo di 3 nuovi ordini di gradinate (reversibili e indipendenti dalla struttura antica) per consentire a più persone di presenziare alle di norma numerose manifestazioni estive. Inoltre sono state collocate statue bronzee raffiguranti gli imperatori romani che, più di altri, hanno fatto la grandezza di Martigny LA ROMAINE: Cesare, Augusto e Claudio.

Vi segnalo inoltre la cosiddetta Domus del Genio domestico, così battezzata in seguito al ritrovamento di una statuetta di Lare (nota divinità protettrice della casa) al suo interno. Datata al II secolo d.C. è una dimora decisamente lussuosa, appartenuta senza troppi dubbi ad un personaggio di spicco della comunità; presenta un bel peristilio (giardino circondato da portici), un triclinium, balnea privati, hortus e frutteto.

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Non lontano dalla Fondation Gianadda si trovano anche i resti di un mitreo risalente al II sec. d.C., l’unico santuario dedicato al dio Mitra aperto al pubblico in tutta la Svizzera. Ne abbiamo anche uno ad Aosta, ma nel sottosuolo dei giardini di Via Festaz… quindi, non visibile! L’esemplare di Martigny doveva essere un edificio decisamente impressionante ed austero: un corridoio conduce alla grotta sacra chiamata spelaeum, cuore del culto mitraico, dominata da una scena di tauroctonia in cui il dio Sole Invincibile (Sol Invictus) uccide il Toro col pugnale.

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Il Tepidarium delle Terme romane di Martigny

E sempre in prossimità della Fondation Gianadda, in Rue du Forum, vi segnalo il sito del Tepidarium delle antiche Terme romane, musealizzato e valorizzato nel 2011. Il testo del passo del De Bello Gallico relativo alla difficile battaglia di Octodurus contro Veragri e Sequani (andata male per Roma) domina il fondale di questo particolare allestimento creato appositamente per dare risalto ai resti della vasca dei bagni tiepidi, assolutamente ben conservata e facilmente leggibile nelle sue caratteristiche tecniche, compreso il sistema di riscaldamento dell’acqua. Infine due copie di teste in bronzo di Cesare e Claudio ricordano i due personaggi che più di altri hanno inciso nella storia della città e del suo territorio.

In particolare sottolineo che la testa dell’imperatore Claudio riproduce quella messa in luce dagli scavi condotti nel teatro di Vaison-la-Romaine, splendida cittadina francese del Vaucluse (Provenza) ricca di testimonianze romane, gemellata con Martigny di cui vi ho raccontato nel post precedente.

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Ercole e Apollo citaredo. Con queste due meravigliose statue il gemellaggio è stato consolidato e suggellato nel 2015. Plasmate in candido e brillante marmo di Paros, queste sculture furono rinvenute nel luglio del 2011 in occasioni di interventi di riqualificazione del quartiere “des Morasses” a Martigny. Ricordo perfettamente la profonda invidia che tale ritrovamento suscitò in tutti noi archeologi valdostani… I “vicini di casa”, infatti, possono vantare un patrimonio di statuaria, sia lapidea che bronzea, che noi purtroppo non abbiamo. “La più importante scoperta di opere d’arte antica dal 1883, ossia da quando vennero ritrovati i grandi bronzi di Martigny!”, esclamò l’amico archeologo vallesano (oggi in pensione) François Wiblé.

Apollo citaredo, realizzato nel I sec. d.C., e Ercole (con la sua inconfondibile leonté) datato al II sec. d.C., dovrebbero provenire da un atelier del Mediterraneo orientale e, probabilmente, decoravano una grande sala del complesso termale privato relativo alla lussuosa domus nel cui contesto furono individuate. Una scoperta mozzafiato!

Sapientemente esposte nel ricco Museo archeologico locale, queste due divinità sprigionano un fascino magnetico.

Per non tacere, poi, della splendida statuetta marmorea di Venere, anch’essa ritrovata a Martigny nel 1939, replica dell’Afrodite di Cnido di Prassitele, figura ammirevole nella perfezione delle sue forme, che, nello splendore della sua nudità, si appresta al bagno. Prestigioso oggetto che ornava una domus del Forum Claudii Vallensium.

Non c’è che dire: l’epoca romana segna un momento decisamente fausto per questo antico centro transalpino. Quando ci andrete, consigliamo di seguire la bella Promenade archéologique, segnata e illustrata da pannelli esplicativi, che vi accompagnerà alla scoperta dei numerosi siti cittadini:

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Con la cristianizzazione, Martigny diventa uno dei primi centri episcopali di Svizzera e la città riesce ancora oggi ad affascinare i visitatori coi quartieri storici de La Batiaz (così chiamato dal castello che lo domina) e del Vieux-Bourg.

Concludo ricordando la presenza, ad una manciata di km da Martigny, la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui, nel 2015, si sono festeggiati i 1500 anni! Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.

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Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto

Nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, antico insediamento e luogo sacro dei Celti indigeni.

Qui ingenti e complesse campagne di scavo hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C.! Una rarità! Un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.

Decisamente notevole il cosiddetto vaso, o bicchiere, di San Martino: un meraviglioso cammeo dalle sfumature cangianti tra azzurro e blu scuro intagliato a regola d’arte con scene a tema funerario, interpretate come la morte di Marco Claudio Marcello, nipote prediletto di Ottaviano Augusto e suo successore designato. A lui Augusto, infatti, concesse di sposare la figlia Giulia nel 25 a.C.

« Heu, miserande puer, si qua fata aspera rumpas,
Tu Marcellus eris. »
« O, giovane degno di pietà, se solo tu potessi rompere il tuo fato crudele, Tu sarai Marcello »
(Virgilio, Eneide)

Un cursus honorum rapido e folgorante; ambizioni, progetti e gloriose previsioni che, ahimé, si infransero in maniera tanto rapida quanto misteriosa nel 23 a.C., in piena ascesa. Un’oscura e sorda antipatia correva tra Marcello e Agrippa, braccio destro di Augusto, nonché con Tiberio. Marcello si spense per un’ignota malattia non ancora ventenne.

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Un oggetto originariamente di epoca romana imperiale successivamente reimpiegato e arricchito da una preziosa incastonatura in oro, granati e pietre dure. La leggenda narra che questo vaso cadde dal cielo nelle mani di San Martino per raccogliere il sangue dei martiri tebani. Secondo la versione storica potrebbe aver fatto parte delle ricche donazioni da parte del burgundo Sigismondo.

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L’interessante sito archeologico annesso all’Abbazia

Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito.

E prendendo infine la via del ritorno, nel lasciare Martigny, sarà impossibile non notare la grande statua bronzea del “Minotauro” al centro della rotonda di Avenue de la Gare.

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Un’opera contemporanea ma che sintetizza non solo la storia millenaria di questa graziosa cittadina, ma evoca potentemente, quasi a suggellarne il ricordo, la grande testa del “Toro tricorne”, il pezzo più celebre e suggestivo dei Grands Bronzes di Martigny trovati, come si accennava, nel 1883 nell’area della basilica forense.

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Il Toro tricorne, creatura del mito in cui un animale carico di significato sin dalla notte dei tempi, simbolo di forze e virilità, si carica di un’ulteriore valenza legata al mondo sacro e culturale gallo-romano. Eh sì, i 3 corni rappresentano la triade sacra dei Galli: Lugh (il dio degli dei), Dagda (dio druidico del cielo) e Ogma (dio della Guerra). Il 3 è IL numero per antonomasia: 3 le spirali unite del triskelès (simbolo di vita e rigenerazione continua), 3 i volti della Dea (figlia, madre e sposa). 3: creazione, crescita, perfezione.

Altro esemplare straordinario è “le taureau tricorne d’Avrigney” (I sec. d.C.) trovato nel 1756 nell’omonima località francese della Borgogna.

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Il culto del toro tricorne presso i Galli, anche contestualmente alla romanizzazione, è sempre stato profondamente radicato ed è attestato in modo diffuso soprattutto tra Svizzera e Francia. Quello di Martigny è forse l’esemplare più monumentale, grandioso e celebre. Troneggiava nella basilica del foro, là dove, pare, sorgeva anche un luogo di culto dedicato alle divinità autoctone, sapientemente inglobate e incluse nel pantheon ufficiale come spesso accade.

Che fosse proprio questo toro il protettore dell’antica Octodurus…difficile a dirsi, ma … dicono i Vallesani, senza dubbio era un fantastico esemplare della razza d’Hérens, la forte e combattiva razza bovina tipica della zona!

E anche su questo aspetto i Valdostani, con le vacche castane locali, le “Regine“, non sono certo da meno! Regine, quasi dee, di una sorta di radicata e sentita, comunque pacifica e spontanea, caratteristica dell’indole di questi animali, “tauroctonia” istintiva che spinge queste razze a combattere per definire il capo branco, la Reina dell’alpeggio.

Una sorta di “culto” per questi animali, emblemi di forza ma anche di fertilità e nutrimento, che accomunano un’altra triade: Valle d’Aosta, Alpi francesi e Alpi svizzere!

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Stella

#OltreConfine a Vaison. Inaspettate “vacanze romane” al profumo di lavanda.

Queste magnifiche giornate, più miti e più lunghe, la luce diversa, gli alberi in fiore, i prati sempre più verdi mi hanno fatto tornare alla mente una terra che io adoro: la Provenza!

#OltreConfine ci porta in Vaucluse nella splendida civitas di Vaison-la-Romaine che, come in un perfetto quadro impressionista, incastonata in un paesaggio pennellato nei toni del giallo ocra, del lavanda, del verde e dell’azzurro, si apre tra le colline e la pianura attraversata dal torrente Ouvèze.

Vigneti, uliveti, campi di lavanda e girasoli… colpi di luce talvolta accecanti in questa terra meravigliosa dove spesso si vorrebbe non solo trascorrere una vacanza, ma un’intera vita.

Le case rosate di Vaison emergono nella piana dominata dal Gigante di Provenza, quel Mont Ventoux cantato dal Petrarca (dopo aver ripreso fiato perché, a quanto dice, la salita lo sfiancò!): verso nord scruta le vette alpine; verso sud, strizza l’occhio alle onde mediterranee: tra monti e coste, dalle nevi alle onde seguendo antichi tracciati preistorici, protostorici, romani e medievali che hanno disegnato un sorprendente e vasto territorio liaison tra Italia e Francia.

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Siamo nel dipartimento del Vaucluse, dicevamo, nella terra che in antico corrispondeva alla provincia romana della Gallia Narbonense. Vaison-la-Romaine, ossia Vasio Vocontiorum, civitas foederata di Roma, ci restituisce oggi l’area archeologica aperta al pubblico più vasta e meglio conservata di Francia: ben 15 ettari a cielo aperto armonicamente inseriti in un contesto urbano e paesaggistico dalla bellezza quasi commovente. Tutta la poesia della dolce Provenza con oltre 2000 anni di storia alle spalle!

Vasio (derivante probabilmente da una radice celtica col significato di “sorgente”): forse un oppidum della tribù celtica dei Galli Vocontii, in merito ai quali l’enciclopedista “tuttologo” Plinio il Vecchio cita un particolare vino dolce e leggermente effervescente davvero squisito! Ci racconta che i Vocontii conservavano il segreto di conferire a questo vino la giusta effervescenza, pare, lasciandolo per lungo tempo nell’acqua fredda dei torrenti…Che sia l’antenato dello champagne?!

I Vocontii fanno la loro comparsa nel IV secolo a.C. calando da nord; la regione a loro piace molto (non mi sorprende!) e decidono di stabilirvisi creando due “capitali”: Vasio, appunto, e Lug (attuale Luc-en-Diois). Roma conquista queste terre tra il 125 ed il 118 a.C. e, in breve tempo, le due cittadine diventano i centri più floridi dell’intera Narbonense, come del resto ci racconta lo storico Pompeo Trogo.

L’Ouvèze, in passato navigabile, divide la città in due parti: la città alta, nata nel Medioevo intorno al severo maniero dei conti di Toulouse, vero gioiello rimasto apparentemente fermo al XIII-XIV secolo! E la città bassa, sorta e sviluppatasi sui resti del centro romano che, tuttavia, dopo le campagne di scavo di inizio Novecento, per ben 15 ettari fanno bella mostra di sé tra le case, accanto alle chiese, nei giardini…

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Il centro moderno è a dir poco delizioso. Domina una calda e rassicurante luce rosa-dorata che accende i colori degli innumerevoli vasi e balconi ridondanti di fiori. Piccoli vicoli ombreggiati conducono a piazzette “gioiello” spesso con fontana, sempre rivestite di fiori. Negozi carinissimi e ristorantini accattivanti occhieggiano tra piante di pomodori, aglio e cipolle; i profumi del timo, dell’origano e dell’immancabile lavanda vi accompagneranno ovunque!

Ma iniziamo a dedicarci all’aspetto più strettamente culturale.

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La mia visita era partita con l’area della Villasse, corrispondente ad un ricco quartiere residenziale (con magnifiche domus) e commerciale (con botteghe e porticati). Le tabernae si aprono su un tratto del Kardo Maximus diretto alle vicine terme. Degne di interesse due dimore patrizie: la Domus del Busto d’Argento e la Domus del Delfino. La prima, costruita all’inizio del I sec. d.C., raggiungeva una superficie totale di ben 5000 mq ed è la più vasta ed imponente dimora romana di tutta Vaison al momento messa in luce. La seconda, così chiamata in seguito al ritrovamento di un piccolo delfino in marmo, venne abbellita ed ingrandita nel corso del II secolo d.C.; sul retro, lato sud, uno splendido giardino con piscina. Residenze di lusso, senza dubbio!

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Altro sito imperdibile è quello chiamato del Puymin. In posizione leggermente sopraelevata, ospita altre dimore di pregio, un santuario e, udite udite, un fantastico edificio teatrale!

2000 i mq di superficie (solo parziale!!) ad oggi noti per la Domus dell’Apollo laureato, con un tablinum incredibile dal pavimento a marmi policromi affacciato sul peristilio. Per non parlare dell’immensa Domus della Pergola che raggiunge i 3000 mq (e anche questa non è stata scavata del tutto!). Il nome le deriva dal pergolato che caratterizza un amplissimo triclinium estivo affacciato sulla corte centrale. Una zona sud prettamente residenzial-suntuaria (dotata anche di balnea privati) ed una a nord dalle funzioni rustiche e di servizio (un pò come nella Villa della Consolata di Aosta).

E ancora, la visita prosegue con un vasto ed arioso santuario costituito da un periptero porticato aperto su un giardino con vasca centrale. Da qui si può accedere ad un quartiere artigianale.

Ma il “pezzo forte” del Puymin è lui, il teatro! Tutelato come “monumento storico” sin dal 1862, si tratta di un superbo esemplare di epoca claudia realizzato scavando il versante settentrionale della collina del Puymin, cosa che ha assicurato al teatro un’ubicazione al riparo dai venti e, allo stesso tempo, fresca ed ombreggiata. Ulteriormente oggetto di abbellimenti nel II e nel III d.C., si pensa venne distrutto dopo l’emanazione dell’editto di Onorio nel 407 d.C. quando tutte le statue di dei e imperatori che ne ornavano la scaenae frons furono abbattute e/o volutamente sepolte. Durante il Rinascimento del teatro si conoscevano soltanto due arcate, uniche testimoni della grandezza passata. Oggi la cavea con le sue 32 gradinate è stata radicalmente ricostruita, ma il teatro è vivo e vissuto, splendida sede di eventi, spettacoli e manifestazioni.

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La cavea del teatro romano (da http://www.monumentum.fr)

Terra di Provenza. Una terra dove “romano” (in francese “romain”), va a braccetto con “romanico” (in francese “roman”). Due termini che nel gallico idioma sono separati e distinti solo da una semplice “i”. Due aggettivi che rievocano due epoche imprescindibili, due culture sfavillanti che forse qui più che altrove hanno saputo avvicinarsi e fondersi. Non di rado infatti accade che una cattedrale romanica altro non sia che il magnifico risultato, architettonico ma anche fortemente ideologico e simbolico, di sapienti e mirati reimpieghi dell’età di Roma.

E anche a Vaison vi consiglio di visitare la suggestiva cattedrale di Notre Dame de Nazareth col suo poetico chiostro; un luogo dello spirito dove fermarsi a guardare fuori ma soprattutto dentro di sé. Un luogo di silenzio e di pace dove la luce potente del Sud si infrange tra le arcate e le colonnine rimbalzando sulle bifore e saltellando sulle mostruose creature che ornano stipiti e portali.

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La facciata della Cattedrale di Notre Dame de Nazareth a Vaison (da http://www.vaucluse-visites-virtuelles.com)
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Il chiostro di Notre Dame de Nazareth (S. Bertarione)

E ancora il Museo Archeologico “Theo Desplans”. Non grande ma assai curato, luminoso, coinvolgente e con reperti di notevole interesse che ben raccontano i fasti passati di una cittadina dall’economia fiorente e vivace, per quanto vi sia esposto meno della metà di quel che ci si aspetterebbe… Ci viene detto, infatti, che nei secoli le collezioni sono andate disperse e che reperti provenienti dagli scavi di Vaison sono finiti in tutti i musei di Francia e anche oltre oceano! A tale proposito un’associazione locale ha creato un sito che consente di sapere dove questi si trovano e dove andarli a ricercare.

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Sala della statuaria

Vaison, Vasio Julia Vocontiorum. Una perla di Provenza che ben fa il paio con la forse più conosciuta Orange. Una terra dai forti contrasti dove il mare si perde nei monti e l’azzurro si confonde col verde, dove la dolcezza dei campi fioriti quasi improvvisamente lascia spazio alla rude severità delle rocce calcaree e dei manieri arroccati. Contrasti che, forse, stando a recenti studi storici, si possono persino ritrovare nella prosa del grande storico Tacito di cui si vociferano origini galliche. In effetti, a ben pensarci, la sua lucida analisi di un impero che pur nella sua struttura centralizzata doveva saper fare i conti con l’elemento “barbaro” forse è frutto di un gallo romanizzato piuttosto che di un autoctono romano purosangue… chi lo sa…

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Vi lascio quindi con questa poesia di Provenza e con questi colori negli occhi; ma soprattutto con la voglia di trascorrere delle “vacanze romane” molto particolari nella terra che venne a buon titolo definita sempre dal nostro amico Plinio Italia verius quam provincia”.

Stella

#OltreConfine. Una gita all’ “Alba” della storia tra torri, portici e prelibatezze!

Eccoci al terzo appuntamento di #OltreConfine. “Petites pastilles d’escapades” come direbbero i Francesi. “Pillole di viaggio” per oltrepassare i confini, per ora solo col pensiero e con un desiderio di viaggiare che aumenta ogni giorno di più!

Oggi si va nel vicino Piemonte: ad Alba, la regina delle Langhe!

Eh sì, lo so… viene subito quella certa acquolina in bocca, vero? Perché non appena nomini “Alba” sono innanzitutto queste le cose che vengono in mente… tartufo, battuta di fassona, un trionfo di carni squisite, di formaggi profumati, di vini eccezionali…per non parlare del risotto al Barolo (ne vado matta!), delle gentili nocciole locali e… insomma un vero “Bengodi”!

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Ma a queste immancabili leccornie non possiamo non abbinare l’interesse per la storia e l’arte di questa cittadina gioiello, rossa di cotto, calda ed accogliente. Dopo alcuni giri lungo le strade del Barolo e del Barbaresco punteggiate da manieri e sontuose dimore barocche, decidiamo di trascorrere una giornata ad Alba.

A 50 km a nord-est di Cuneo, Alba sorge sulla riva destra del Tanaro, in prossimità della sua confluenza col torrente Cherasca, in un’ariosa e verdeggiante conca pianeggiante bordata da dolci colline coltivate a vigneto. Un sito abitato sin da epoca preistorica; le prime tracce di insediamento, infatti, risalgono al Mesolitico (10.000-6.000 anni a.C.): piccoli gruppi dediti alla caccia e alla pesca. Effettivamente questa particolare posizione la rendeva quanto mai appetibile…

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Addentriamo nelle vie del centro storico dove un’infilata di bei palazzi medievali e barocchi ci accompagnano lungo tutto il percorso. Portici (quanto adoro i portici!), facciate in cotto ricche di decorazioni, chiese dai prospetti curvilinei, torri (non a caso Alba è anche chiamata “città dalle Cento Torri“!), campanili e immancabili (nonché imperdibili!) vetrine debordanti di mille golosità!

Alba ha 8.000 anni di storia e il territorio che la circonda è ricco di sorprese. Vieni a scoprirle!”

Merita senz’altro una visita il museo civico di archeologia e storia naturale “Federico Eusebio”, situato nella luminosa corte del complesso dell’antico convento della Maddalena.

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Le sue sale ospitano il retaggio della millenaria storia cittadina, fin dai suoi esordi risalenti al VI millennio a.C. (il villaggio preistorico è stata una stazione fondamentale del Neolitico del Nord Italia) per giungere ai suoi periodi di maggiore splendore, come quando sotto la dominazione romana assunse il nome di Alba Pompeia, o come quando, negli ultimi secoli del Medioevo fu Libero Comune.

Langhe all’Alba della storia

E’ qui, nel territorio dove sorgerà Alba, che si ha testimonianza della più antica colonizzazione del Piemonte meridionale datata agli inizi del Neolitico (6.000-5250 a.C.) con stretti e frequenti contatti coi vicini Liguri. Vivace l’attività agricola con coltivazioni di farro, orzo e frumento contestualmente al recupero di macine e macinelli.

Con l’epoca protostorica, Età del Bronzo antico (2.200-1.700 a.C.), notiamo significative analogie con Aosta. Anche qui è stato individuato un santuario in cui con tutta probabilità venivano venerate le spoglie mortali degli antenati o comunque di personaggi di rango elevato assai in vista nella società del tempo. Ci colpisce in particolare una sepoltura particolare detta “del Guerriero”, databile tra Bronzo medio e recente, quindi tra 1700 e 1300 a.C.; sicuramente una presa di possesso del territorio che anche nelle sepolture privilegiate dichiarava l’importanza e la forze dei clan, dell’élite guerriera locale.

Dalle “case degli antenati” del Neolitico e dell’Età del Rame, fino alle armi dell’Età del Bronzo (pugnali, spade), arriviamo all’Età del Ferro: siamo nella propaggine nord-orientale del territorio del popolo dei Bagienni (anticipo che Augusta Bagiennorum sarà tra le prossime mete #OltreConfine!)

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Fu il console Gneo Pompeo Strabone, padre del più noto Pompeo Magno, a fondare Alba Pompeia. Siamo dunque in piena età repubblicana, ma purtroppo le fasi della città relative a questo suo periodo delle origini non sono note. E’ invece la fase augustea quella che ha restituito il maggior numero di resti; è con Ottaviano Augusto, infatti, che questo centro viene monumentalizzato e dotato di un perfetto impianto urbanistico ed architettonico.

Ma perché “Alba”? Non perché c’entri il colore bianco, ma perché questo termine di origine ligure indica l’insediamento principale di un certo territorio; pensiamo, infatti ad ALB-enga, l’antica ALB-ingaunum, o a Ventimiglia il cui nome antico era, non a caso, ALB-intimilium

Una posizione privilegiata che in breve tempo rese Alba un centro strategico per gli scambi commerciali, un ponte importante tra il Mar Ligure e le Alpi, tra il Mediterraneo e la piana del Po.

A questo si aggiunga l’efficiente e capillare rete stradale romana in cui le vie principali si affiancavano ad un incredibile reticolo di strade secondarie, assai spesso ricalcate su precedenti piste conosciute ed utilizzate sin dalla Preistoria.

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La città romana presenta una forma irregolarmente ottagonale; quasi al centro di uno spazio urbano suddiviso in 52 insulae sorgeva il foro nelle cui vicinanze si trovavano le terme ed il teatro.

Che fosse una città ricca ed opulenta è facile intuirlo: il museo dipana un’abbagliante sequenza di lacerti di pavimenti marmorei multicolori, di affreschi parietali straordinari, di frammenti di statuaria monumentale e non solo… per non parlare dei corredi funerari, del vasellame ceramico e vitreo, dei monili, dei gioielli, dei cippi funerari elegantemente decorati e le tante, tantissime, iscrizioni i cui nomi e i cui titoli aiutano a ritrovare gli albesi del tempo.

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Due sono le cose che più di tutte tenevo a vedere e che, come mi aspettavo, sono rimaste impresse nella mia mente. Innanzitutto l’incredibile affresco col Capricorno e i delfini proveniente dalla ricchissima domus di via Acqui. Sebbene la didascalia presente al museo parli di “animali marini fantastici”, io mi permetterei di azzardare che si tratta, senza troppi dubbi, di un Capricorno, mitico animale dalla doppia identità marina (coda di pesce) e terrestre (protome cornuta), se non addirittura dalla tripla identità in quanto trattasi di costellazione, quindi anche celeste!

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Sarà che negli ultimi anni di Capricorni ne ho studiati davvero tanti… ma mi sentirei di averne trovato un altro e decisamente notevole! Capricorno, simbolo dell’imperatore Augusto, accompagnato da delfini, non a caso mammifero marino scelto dal fidato Agrippa.

Altro elemento di forte attrattiva per me era la nota testa colossale raffigurante una divinità femminile diademata. Questa testa venne ritrovata nel 1839 nei pressi del Duomo (zona forense quindi). Purtroppo ad Alba si trova una copia poiché l’originale è esposto al Museo di Antichità di Torino…peccato… ma presto anche Augusta Taurinorum sarà protagonista di #OltreConfine! Tuttavia, al di là di complesse vicissitudini storiche, ritengo sia assolutamente importante che i pezzi, soprattutto se così rilevanti e in qualche modo “rari”, tornino nel luogo dove furono scoperti!

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Si tratta di una statua di culto realizzata con la tecnica detta dell’acrolito, ossia con diversi materiali; la testa, in lucente e prezioso marmo greco, andava inserita in un corpo realizzato in altro materiale, magari con altro colore per accentuare il contrasto tra le carni e le vesti. Si data tra la fine del II sec. a.C. e l’inizio del secolo seguente.

Quello sguardo rivolto verso l’alto, il possente collo leggermente ritorto, le corpose ciocche di capelli a fatica trattenute dal diadema, ma soprattutto quella bocca piccola ma carnosa leggermente socchiusa quasi stesse sussurrando antiche litanie, portano direttamente ai canoni stilistici di età ellenistica. Un sogno…

Quando si potrà, dedicate un week-end ad Alba, vi stupirà! E non solo per la sua straordinaria enogastronomia o per la sua accogliente atmosfera, ma anche per le ricche testimonianze del suo lungo e variegato passato, così come per il suo sottosuolo! Ebbene sì, non potete perdervi la visita di Alba sotterranea insieme agli archeologi!

Alba, capitale delle Langhe, un vero scrigno di arte e di storia da vivere… con gusto e “sottosopra”!

Stella

#OltreConfine. Da Aosta a Aoste nell’Isère seguendo un … prosciutto!

Cari amici di #Archeologando, da tempo ormai non riusciamo più a viaggiare! E così, proviamo a farlo coi nostri ricordi e racconti. Inauguro oggi la rubrica #OltreConfine!

Mi piacerebbe cominciare accompagnandovi alla scoperta (a meno che non ci siate già stati, e allora diventa un simpatico “amarcord”) di alcune “Aoste sorelle” del circondario.

Tutte quelle città fondate da Ottaviano Augusto di cui portano il nome e l’impronta. Inizieremo con quelle che, come Aosta, ancora oggi si chiamano così. E non andremo molto distanti, pur varcando i confini nazionali (somma trasgressione!). Ma siamo nell’impero romano, e quindi il problema non sussiste(va)!

Aoste_Percorso

La prima “sorellina” che vi invito a visitare si trova a circa 2 ore e mezza di auto da Aosta, poco più di 220 km. Dobbiamo andare nel département numero 38, l’Isère. Una città che oggi viene spesso confusa con la nostra Aosta, soprattutto per colpa di un prosciutto! Lì, infatti, viene prodotto un crudo marchiato “Aoste” che però nulla ha a che vedere col Jambon de Bosses-Vallée d’Aoste che, oltretutto, è anche un DOP!

Aoste_1

Avete già capito? Si tratta dell’attuale graziosa cittadina di Aoste, l’antico Vicus Augustus (denominazione attestata dalle numerose epigrafi della zona).

Aoste_VicusAugustus

Benché non ci sia stata tramandata dalle fonti l’anno esatto di fondazione, si ipotizza di poter collocare la nascita di questo insediamento negli anni tra il 16-13 a.C., quando Augusto si recò a Lugdunum (Lione) per organizzare l’apparato amministrativo delle province galliche. Effettivamente risalgono a questo periodo i depositi archeologici più antichi rinvenuti nel sito, in particolare l’interessante forno per ceramiche di cui vi dirò tra poco.

La cittadina conosce, lungo l’intero I secolo d.C., un momento di notevole ricchezza e prosperità, essenzialmente dovuta alle tante e floride attività commerciali ed artigianali presenti. Tale vitalità si mantiene almeno fino al IV d.C.

Intanto il nome: “vicus“, che sta ad indicare un gruppo di case disposte lungo una strada, una sorta di agglomerato viario. In Gallia i vici erano comunque dotati di specifica identità giuridica e amministrati attraverso un capoluogo che, nel caso in oggetto, era rappresentato dalla non distante città di Vienne, Colonia Julia Viennesis, capitale del territorio occupato dal popolo degli Allobrogi.

Vicus Augustus (o più comunemente Augustum) è riportata anche da documenti quali la Tabula Peutingeriana o l’Itinerarium Antonini. Era quindi un importante snodo di traffico, ubicato al centro di assi viari molto frequentati che univano la Gallia Transalpina alla Gallia Cisalpina, i monti e il mare, i grandi fiumi e le vaste pianure.

Purtroppo non si hanno né notizie né elementi fisici sufficienti a ricostruire l’aspetto originario dell’abitato; tuttavia il ritrovamento di un altare quadrifronte ubicato all’incrocio dei principali assi stradali attesta quello che era il centro dell’insediamento.

Si deve poi all’archeologo Stephane Bleu l’individuazione di una piattaforma sopraelevata di circa m 300 x 160 situata dove oggi sorgono la chiesa e il municipio, quindi nel cuore dell’abitato. Scavi passati qui condotti hanno restituito fusti di colonne ed epigrafi al genius dell’imperatore. Si sarebbe pertanto tentati di ravvisarvi il centro monumentale, magari composto da un tempio e da un mercato.

L’elemento che emerge maggiormente è la quantità di forni per ceramica: ben 9! Uno di questi, situato nei pressi di una casa rifugio per anziani, è stato oggetto di valorizzazione in un’area verde. Si può entrare e vedere la struttura del forno col piano di cottura forato e le scale dirette alla fossa di argilla.

Aoste_Forno

Gli ateliers dei vasai dominano la scena artigianale del vicus. A questo si aggiunge la quantità straordinaria di anfore e vasi in genere rinvenuta nella zona e ben rappresentati nel locale Museo archeologico.

Il territorio era fortunato. Sono presenti, infatti, ben due tipi di argilla, diversamente utilizzate dai mastri vasai dell’antica Aoste. Una più calcarea e resistente alle sollecitazioni meccaniche per la produzione di vasellame da tavola; un’altra, refrattaria, per quello da cucina e da fuoco.

Ma i vasai di Aoste erano riusciti a specializzarsi soprattutto nella produzione di un oggetto: il mortaio. Numerosi infatti quelli contrassegnati dalla scritta Atisii, una famiglia di notabili allobrogi. Almeno tre di loro risultano proprietari di figlinae nella zona. I mortai di Aoste sono stati ritrovati un pò tutte le province occidentali dell’impero romano, anche in aree esse stesse produttrici di ceramiche (e di mortai). Era forse legato alla preparazione di un cibo particolare? O forse rientrava in circuiti commerciali molto ben controllati dagli Atisii? Sono comunque tre le aree di commercializzazione privilegiate: l’altopiano elvetico, la valle della Saona e la via del Reno. Certamente i grandi fiumi si rivelavano assi di circolazione delle merci assai utilizzati.

Stando ai ritrovamenti, è noto che ad Aoste si producevano anche vetro e oggetti in metallo. In più era un vivace centro di scambio e mercato. Vi è poi una sorta di produzione “di nicchia” costituita da un gruppo di anfore di piccole dimensioni, forse legate ai “grands crus” allobrogi, a quanto pare molto apprezzati anche a Roma!

E’ l’enciclopedista Plinio il Vecchio, nel libro XIV della sua Naturalis Historia, a descrivere un ceppo di uva nera chiamata “allobrogica” o ancora “picata(traducibile come “resinato”, “piccante”), assai adatta ai climi freddi e capace di maturare anche durante le gelate. Chissà che non vi sia qualche “parentela” con uve attuali valdostane; è comunque curiosa la somiglianza etimologica con la qualità “picotendro”, no?! Anche se è il Fumin quello dall’aroma più “pepato”… Agli esperti di viti chiedo di approfondire!

Tra gli dei più venerati, accanto a quelli ufficiali del pantheon romano, ve ne sono di locali “romanizzati”. Tra questi quello il cui culto risulta maggiormente e più capillarmente diffuso (come del resto un pò in tutta la Gallia) è Mercurio, protettore delle strade, dei viaggi, dei mercati e dei mercanti. I suoi attributi ricorrenti sono lo stambecco (!) e il galletto (!!). Perché ho messo dei (!!)? Ma non vi vengono in mente gli animali “totemici” identificativi della Valle d’Aosta? Non vi viene in mente l’esercito di galletti tradizionali che fanno bella mostra di sé nella Fiera di Sant’Orso e in tutte le vetrine di negozi di artigianato?! Per non parlare dello stambecco… insomma, vi ho fatto venire qualche curiosità?

Mercure_coq_bouc

Ulteriore curiosità: da Beaucroissant, cittadina poco a nord di Grenoble, proviene un’epigrafe in cui Mercurio è associato all’epiteto Artaios, ossia un’associazione ad una divinità autoctona degli orsi (in greco antico, non a caso, ἄρκτος (leggi arktos) è “orso”) e della caccia. Il risultato è una sorta di “Mercurio Ursino”. Unite questa suggestione ai simboli di cui sopra e… viene voglia di andare oltre, no?!

Un’ultima menzione la merita il Museo Archeologico di Aoste. Piccolo ma molto curato, ricco e coinvolgente. In effetti rimarrete stupiti dalla ricchezza e varietà delle sue collezioni, soprattutto inerenti ritrovamenti di epoca romana (anzi, “gallo-romana”!). Dopo Vienne e Saint-Romain-en-Gal è un sito di tutto rispetto assolutamente da visitare.

aoste_musee-batim

Il museo è un’istituzione molto attiva; diversi gli ateliers rivolti ai più piccoli e alle famiglie. Non mancano inoltre manifestazioni di rievocazione storica in costume, sempre molto simpatiche e apprezzate!

E con questo mi sentirei di chiudere questo primo post sulle “Aoste”. Abbiamo quindi visto la piccola ma super interessante Aoste.. quale sarà la prossima? Non vi dico niente se non che saremo nuovamente oltre confine! Buon viaggio, allora!

Stella

Il fantastico mondo del “Gamba”

“E tu? Qual è il tuo mondo?” Può suonare strana come domanda, vero? Eppure era questo il modo curioso che Irene usava, sin dalla scuola dell’infanzia, per chiedere a qualcuno… beh, quale fosse il suo mondo! Cioè dove abitava, cosa faceva, come viveva insomma!

E spesso si domandava quale fosse il mondo del proprietario della grande casa nel parco…

“Non devi avvicinarti a quella casa! E’ pericoloso! Dicono sia abitata da un vecchio spaventoso, zoppo e gobbo! E’ sempre da solo e non ama ricevere visite! Men che meno da bambini ficcanaso! Stanne alla larga!”.

Glielo ripetevano ogni giorno, ma più ne sentiva parlare, e più la curiosità di entrare in quel vastissimo parco nascosto da un labirinto di alberi e cespugli, la tentava moltissimo. Era come se qualcuno la chiamasse… Mettici anche quella sua innata insofferenza alle regole e alle imposizioni; mettici quell’indole ribelle e controcorrente…mettici pure tutto, ma lei sarebbe riuscita a entrare là dentro!

Irene era fatta così! Anche se aveva solo 7 anni, possedeva già un caratterino notevole! Testarda e cocciuta, certo, ma anche molto intelligente e soprattutto irrimediabilmente curiosa! Proprio per questo motivo quella misteriosa villa seminascosta dagli alberi costituiva per lei un irresistibile richiamo.

Un immenso parco circondava da ogni lato quella strana dimora apparentemente disabitata. Una nebbia fitta avvolgeva costantemente le piante e i cespugli: quel luogo sembrava impenetrabile. Tutti ne stavano alla larga!

Ma Irene era diversa! E così, un giorno, decise che sarebbe riuscita ad entrare in quell’immenso giardino, anzi, che sarebbe riuscita persino ad entrare in quello strano “castello”.

“Voglio vedere questo sig. Gamba di cui tutti hanno paura! Insomma, sarà pure vecchio, brutto, gobbo e zoppo ma…dai! E’ pur sempre un uomo! Cosa potrebbe mai farmi? Al limite posso scappare: sono sicuramente molto più agile e veloce di lui!”, pensò la bambina.

Sembrava impossibile trovare l’ingresso di quella vastissima proprietà, ma dopo alcuni tentativi, Irene si accorse di un cancello mai notato prima. L’edera lo avvolgeva quasi del tutto, ma era stranamente aperto! Rimediò qualche graffio, si strappò la giacca, ma riuscì ad entrare! Non poteva crederci: finalmente era in quel parco! Emozionata ed eccitata, iniziò ad esplorare, quasi in punta di piedi, quel giardino incredibile così a lungo sognato. E presto si rese conto che, ad ogni passo, la nebbia si alzava lasciandole vedere, poco a poco, il paesaggio intorno a lei.

Era ancora più grande di quanto si immaginasse. Alberi altissimi, siepi folte e delle specie più diverse incastonavano viali e sentieri che si infilavano nelle nuvole e nel verde in un orizzonte confuso e oltremodo invitante.

Irene iniziò a correre ridendo, a braccia aperte: le sembrava di essere “Alice nel paese delle meraviglie”, si sentiva libera e felice in quell’immenso spazio tutto per lei, finché non sentì uno strano rumore alle sue spalle. Dei passi. Ma passi strani, diversi… Coraggiosa si voltò, pronta a tutto. Ma non vide nessuno.

Con grande meraviglia, però, vide che il sentiero alle sue spalle era coperto di neve! “Ma com’è possibile? Ci sono appena passata!”, osservò incredula. Era proprio così: davanti a lei la nebbia svelava una sgargiante primavera; dall’altra parte tutto era avvolto in un candido e silenzioso inverno.

Irene guardò con più attenzione il sentiero innevato: “Orme! Qualcuno è passato di qua! Era proprio dietro di me! Ma… che razza di impronte sono? Sono…diverse…Sembrano un piede e…una zampa? No! Forse è un bastone?… Ma certo! E’ lui! E’ Gamba! Mi stava seguendo!”

Prendo in prestito la piccola e coraggiosa Lucy Pevensie delle “Cronache di Narnia” cui il personaggio di Irene si ispira

Irene seguì l’istinto e d’impulso decise di seguire quelle tracce sulla neve. Il sentiero prese leggermente a salire in mezzo ad una galleria di alberi dalle fronde cariche di soffice e gelato candore. Raggiunse quindi una scalinata che la portò in cima alla collina.

Eccola, lì davanti a lei si ergeva possente quella grande casa scura. Per un attimo ebbe paura. “E se fosse meglio tornare indietro?”, pensò. Si voltò, ma la nebbia era di nuovo calata fitta e non si vedeva nulla. Ad un tratto il lampione accanto a lei si accese. Come una specie di lanterna, emetteva una rassicurante luce calda in tutto quel freddo candore. Istintivamente Irene vi si appoggiò: con un lento scricchiolìo il grande portone d’ingresso si aprì.

Col fiato sospeso, la bimba si diresse, quasi in punta di piedi, verso la porta semiaperta. Tutto era avvolto da quel particolare silenzio ovattato che solo la neve sa creare. Si voltò ancora. Il lampione non c’era più! Guardò all’interno. “Ehi…c’è nessuno’ Sig. Gamba… è permesso?”.

E, una volta varcata la soglia, il portone si richiuse immediatamente.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire se mettersi a urlare o a piangere, che l’androne fu invaso dalla luce di decine di lampade e una dolce melodia iniziò a diffondersi quasi invitando e “spingendo” la bimba a salire la prima rampa di scale.

“Ma..è una vera casa! Ed è anche molto bella!”, si disse Irene, inspiegabilmente a suo agio in quel luogo sconosciuto ma famigliare allo stesso tempo.

Si trovò quindi in un corridoio azzurro su cui si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Poi, una di queste si aprì. Irene entrò e si trovò in un salone enorme dal soffitto altissimo, con le pareti di un rosso acceso. Al centro una statua nera, lucida e colossale: un uomo gigante dallo sguardo fisso e i piedi smisurati. “Chissà chi è…?”, pensò. “Ti chiedi chi sono?”: la profonda voce del colosso riempì la stanza e Irene non potè trattenere un grido. “Io sono il guardiano di questo palazzo! A te è stato concesso di entrare, dopo molti, molti anni! Solo tu, piccola Irene, potrai rompere l’incantesimo che avvolge questa casa, un tempo felice, e far sì che il sole torni a scaldarla, l’arte a colorarla e il sorriso sul volto del suo signore…”.

“Io?!”, esclamò Irene, “ma come…”. Non terminò la frase che la stanza iniziò a riempirsi di strani sassi, rocce dalle forme più diverse e dai colori cangianti. Le pietre aumentavano velocemente e il colosso, sebbene immobile, sembrava in lotta contro di loro per non farsi soffocare. Cercando una possibile via d’uscita, Irene notò la porta-finestra che dava sul loggiato. Vi si precipitò e la aprì. I grandi vasi di tulipani sistemati sulla loggia immediatamente si pietrificarono.

L’opera “vegetale” di Marina Torchio per l'”Assalto al castello” Gambas

Fu così, però, che le creature di roccia smisero di invadere il salone e le sembrò che il nero gigante le sorridesse.

L’installazione di Massimo Sacchetti per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Una luce irruppe, quindi, dalla stanza accanto: strane pareti doppie, con entrambe le superfici dipinte. Figure di donne, di bimbi, di madri… Le pareti iniziarono a muoversi e, da distanziate, cominciarono ad avvicinarsi le une alle altre. La stanza iniziò a rimpicciolirsi. A Irene di nuovo mancò l’aria. Il suo sguardo istintivamente cadde sull’unico dipinto a colori e lo toccò; sempre istintivamente chiamò “Mamma!” e le pareti si bloccarono! Osservò con maggiore attenzione: sempre le stesse figure. Madri e bimbi piccoli raffigurati ovunque, quasi ossessivamente. Il quadro colorato prese vita e la donna le parlò: “Brava Irene… tranquilla! Ora vai pure a giocare!”.

L’installazione di Pasqualino Fracasso per “Assalto al castello” Gamba

Irene non credeva ai propri occhi, nè alle proprie orecchie. Come sapeva il suo nome? E come mai quella voce le suonava famigliare?

Ma calò il buio e subito un’altra sala si illuminò.

Una stanza dalle pareti gialle con bellissimi quadri di paesaggi e montagne. A terra, invece, una distesa di grandi rocce lisce e piatte, mentre, appesi al soffitto, i fiori, chiusi in teche di vetro, sembravano le tristi farfalle di una crudele collezione. La bambina vide che quelle strane rocce iniziavano a muoversi… “Oh no! Anche qui!, esclamò! La superficie rocciosa iniziò a salire sui muri, tentando di coprire i quadri. Le venne spontaneo cercare di fermarla con le mani e la coltre di roccia si frantumò lasciando apparire, qua e là, un bellissimo e variopinto prato fiorito. Fiori che sembravano fatti di pietra. Petali di roccia.

L’installazione di Patrick Passuello per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

Le farfalle si liberarono all’improvviso e in un turbinìo di colori, le pareti si aprirono lasciando il posto ad un’altra incredibile stanza. Questa volta Irene si trovò in un salotto. Era molto caldo e accogliente, pieno di libri. Incuriosita si avvicinò, fece per prenderne uno ma… era finto! L’intero salotto era un’illusione! Stando al centro della stanza sembrava reale, ma quando ci si avvicinava agli oggetti, si rivelava la finzione. Una sorta di gioco, di doppia realtà. La casa vera e quella immaginaria insieme come in un grande gioco di scatole cinesi.

L’installazione di Barbara Tutino per l'”Assalto al castello” Gamba

Superato questo senso di straniamento insolitamente piacevole (“Mi sentivo come dentro un quadro!”, si disse Irene), ecco che la porta successiva dava su una scala che non scendeva, ma saliva soltanto. “Beh, non ho scelta!, pensò la bambina. Si ritrovò quindi immersa in un ambiente spazioso ma molto buio. Fece per voltarsi, ma anche la scala da cui era appena salita era avvolta nel buio. “Ho capito sig. Gamba! Nella sua casa non si sa mai cosa può accadere! E va bene, ci sto!”, esclamò Irene ad alta voce.

Nell’oscurità, in fondo alla stanza, ecco quindi apparire un lontano bagliore azzurro. La bimba non si mosse, ma ebbe l’impressione che quella luce si stesse avvicinando da sola. Ad un certo punto si fermò. “Benvenuta, piccola avventuriera. Dunque sei tu colei che riporterà la gioia tra queste mura… avvicinati, forza”. Una melodiosa voce femminile riempì la stanza. Quasi un canto, come se provenisse dalle profondità del mare. Anzi, ascoltando con attenzione, Irene ebbe la netta percezione del rumore delle onde. Si avvicinò e il punto luminoso “esplose”: un’intera parete si aprì e, illuminato da una sfolgorante luna piena, davanti a lei, Irene aveva proprio… il mare! Quasi lo avrebbe potuto toccare… ne sentiva l’odore, la salsedine. E da quelle onde emerse lei, una creatura metà pesce e metà uccello e… anche metà donna! Proprio così: tre nature convivevano in quell’essere insolito e ipnotico. “Chi sei tu?”, chiese Irene, stranamente per nulla spaventata, “una fata? O forse una specie di sirena?”, incalzò.

Amabie interpretata da Paola Corti nell’installazione di Giuliana Cuneaz per la mostra “Assalto al castello” al Gamba

“Io sono Amabie. Sono tutto e nulla di ciò che tu dici. Io posso vivere negli abissi marini come in quelli celesti. Io volo sott’acqua e oltre le nuvole. Io porto salute e serenità. E, se vuoi, posso anche farti giocare con la luna!”, le propose ammiccante. A Irene venne spontaneo allungare le braccia e tendere le mani verso quella magica sfera lucente che Amabie le stava offrendo. Non ci poteva credere! Stava davvero toccando la luna! “Brava piccola”, le disse, “d’ora in poi, per molti anni, finalmente dopo difficoltà e sofferenza, le lune saranno amiche e benevoli. I raccolti saranno abbondanti e la gioia tornerà a riempire le case. Le ricchezze, prima perdute, ora possono essere recuperate e messe da parte! Prosegui il tuo cammino in questa dimora che, in sé, racchiude i simboli del mondo!“.

La luce scomparve. Amabie anche. Ma a Irene rimase la luna in mano! La luna che, come una magica lanterna, la guidò alla stanza accanto. Tutto buio; la bambina sbatté la testa contro degli strani oggetti che pendevano dal soffitto.

Un forte profumo di erba, fieno ed essenze aromatiche riempiva l’aria. “Mi sembra di essere in campagna da mia nonna!”, pensò la bambina incuriosita. Alzò la “sua” luna e… “Oohh…”: una vera e propria pioggia di delicate scatoline trasparenti ricadeva dall’alto. Scatoline apparentemente molto fragili, ma che in realtà, al tatto, non sembravano di vetro.

L’opera di Chicco Margaroli per “Assalto al castello” Gamba

“Che strane! Ma…cosa sono?!”, si chiese Irene. Osservandole più attentamente si accorse che racchiudevano qualcosa al loro interno. Dopo essersi assicurata di non essere vista, afferrò quella più vicina a lei e tirò; la misteriosa scatolina si staccò e si aprì tra le sue mani! Al suo interno c’era del fieno: era straordinariamente profumato! Su ogni scatolina notò che era scritta una parola. Una sola. In ognuna era racchiuso un valore, uno dei tanti sensi della vita. A ognuno scoprire il proprio. Irene illuminò il soffitto e le scatoline trasparenti cominciarono a brillare come se fosse una pioggia di stelle. Nell’apparente silenzio che avvolgeva quel luogo, le parole sulle scatoline risuonavano emanando, col fieno, tutto il profumo dei loro numerosi significati. Davvero in quella pazzesca dimora, quasi simile ad un castello, erano racchiusi tutti i simboli del mondo!

A Irene venne spontaneo respirare, allargare le braccia e mettersi a roteare. Si sentiva felice!

Un’improvvisa brezza la sfiorò e la indusse a cambiare stanza. Seguendo quello strano vento arrivato da chissà dove, Irene si ritrovò in un incredibile salone blu. Le pareti si accesero e presero a muoversi creando disegni, forme e profili quasi stordenti. La bambina continuava a girare su se stessa in mezzo a quelle sorprendenti pareti in movimento. Si muovevano come fasci luminosi. Le sembrava di essere tra le onde, oppure no… forse tra le nuvole…oppure, no… forse stava scivolando in una galleria di ghiaccio!

L’installazione di Andrea Carlotto per l’Assalto al castello” Gamba

“Ecco, vedi? Di nuovo sono io che posso vedere in questi segni tutto ciò che voglio! E comunque mi parlano e vogliono dirmi qualcosa”, riflettè Irene in cuor suo. “Chissà però come faccio adesso a uscire da qui…non vedo porte…”, si disse un po’ preoccupata.

“Beh? Cosa fai lì impalata? Non sali?”. Una possente ma gentile voce maschile irruppe nella stanza. Irene si guardò attorno per capire da dove provenisse, ma invano. Poi dal soffitto scese una scala che conduceva al piano di sopra. “Ma…chi é?”, chiese. “Come chi sono?! Sei entrata in casa mia, e mi chiedi chi sono’!”.

“Sig. Gamba!! E’ davvero lei? Mi aspetti!”, gridò Irene. Ma non ottenne più risposta.

Era una scala decisamente insolita: tutta di vetro e acciaio. Lieve e massiccia allo stesso tempo. Mentre saliva, aveva la netta sensazione che la scala ondeggiasse…o era forse quello che le stava intorno a muoversi? Finalmente raggiunse un corridoio in legno. Ai lati due pareti che, a prima vista, sembravano rivestite di quadri dai colori accesi e vivaci. Ma, avvicinandosi, Irene si accorse che quei quadri…erano vivi! Come se stesse guardando attraverso un vetro, restò stupita nel vedere animarsi una sorta di circo: scimmie e scimmiette, una piccolina su una capra nera, un’altra più grande con un vezzoso ombrellino orientale a fiori e un’altra ancora in piedi…

Un’opera di Marco Bettio per la mostra “Assalto al castello”

Tutte a bocca spalancata coi denti bene in mostra. C’era silenzio, ma quegli animali stavano urlando: forte il bisogno di comunicare, ma anche di avvertire e recepire la risposta, forse soprattutto emotiva, di chi forse le stava guardando. A Irene non sfuggì poi, a metà del corridoio, una sorta di doppio ritratto che divideva quello spazio esattamente in due. Da una pare uno scimpanzé con l’espressione pensierosa ma serena, quasi compiaciuta. E, come contraltare, un bellissimo viso di donna, dai capelli neri raccolti e grandi occhi grigio-verdi. “Sembra quell’attrice che piace tanto a mia nonna… come si chiama? Quella che aveva interpretato Cleopatra… Liz, Liz… sì ecco! Sembra proprio lei, Liz Taylor!” esultò la bambina.

Dal circo al cinema! Irene guardò con grande curiosità gli altri quadri, opere che colpivano immediatamente l’attenzione per i loro colori forti e sgargianti. Per non parlare delle figure femminili: bellissime, sinuose, affascinanti. Tuttavia, sotto quell’abbagliante bellezza sembravano nascondere altro, una sorta di tristezza, un senso di attesa e sospensione.

Fino al dipinto di una fanciulla distesa in un avvolgente tappeto di fiori rossi e rosa. “Sembra davvero Alice nel paese delle meraviglie” E’ vestita allo stesso modo!” esclamò Irene.

Una delle opere di Sarah Ledda per l’Assalto al castello

Irene osservava rapita quella figura abbandonata nel sonno, o forse in un sogno… A metà tra Alice o Dorothy, la protagonista del Mago di Oz. Il mondo delle fiabe. Il mondo delle meraviglie. Il mondo irreale per alcuni, ma non per tutti…fortunatamente! La fantasia: questa è una delle parole più importanti per Irene. La fantasia può darti la chiave per aprire mille porte, mille stanze, case, mondi!

“Forza, sali! Vieni sù nell’altana!”. Di nuovo quella voce. “Sig. Gamba! Arrivo subito! Lei mi aspetti, però! Non scompaia!”.

Irene percorse tutto d’un fiato gli ultimi scalini e si ritrovò al centro della torre del palazzo. Era più grande di quanto pensasse. Non vi era nulla. Dalle ampie finestre si poteva volare sul fondovalle, sopra i prati, sopra le case, sopra i boschi, fin sopra le nuvole sfiorando le vette dei monti.

Il bellissimo panorama dall’altana del Gamba guardando verso est

Si guardò attorno; “Sig. Gamba…dov’è?…” (“Ecco…è sparito di nuovo! Ma come fa?!”), pensò sconcertata. Poi un movimento. Come una piccola ombra scura davanti agli occhi. Pensò si trattasse di un insetto… Di nuovo! Irene osservò con attenzione. “Ma… sono scritte!”. Sul vetro comparivano e scomparivano delle parole: sembravano messe a caso, ma alla componevano delle frasi. Potevano sembrare sconclusionate, ma, anche questa volta, il senso lo dava chi leggeva. “Come nelle poesie!“, esclamò Irene; “sembrano scritte in modo strano, ma non è così! E ognuno ci legge, in fin dei conti, quello che sente nel suo cuore!”.

“E come nelle fiabe…vero Irene?”. Il sig. Gamba era lì! Irene si voltò: lui era davvero lì! Di spalle, in piedi affacciato alla finestra dietro di lei. Una sagoma scura ma che non incuteva alcun timore. In realtà non era zoppo, ma si appoggiava ad un bastone.

“Ti aspettavo, sai? Da quando te ne sei andata, molto tempo fa…poco più che in fasce, così, fragile, incapace di lottare contro quel terribile male e noi, tua madre Angélique ed io, incapaci di aiutarti. Io, cheavevo volutonquesta grande casa e questo immenso parco solo per voi…in poco tempo mi sono ritrovato solo. Sì, tua madre, la mia adorata Angélique, non seppe sopravvivere senza di te. Il suo cuore non era forte abbastanza. E io mi sono ritrovato solo. E mi sono chiuso sempre di più. Il mio spirito triste vagava tormentato tra le sale di questa dimora, senza un senso, senza pace. Una casadivenuta simbolo della mia vita, del mio mondo sognato e brutalmente perduto.

Ma adesso sei qui, mia piccola Irene! E posso trovare la mia dimensione, lasciare queste mura e raggiungere le mie donne. Tu, con lo stesso nome e gli stessi occhi della mia piccola, sei stata capace di superare paure e pregiudizi. La mia casa ti ha accolto e tu le hai ridato luce e colore. Adesso questo è tornato il mio fantastico mondo!

D’ora in poi sarà sempre aperta, a tutti, ma soprattutto agli spiriti liberi e all’arte, che soggiace ad ogni cosa rivestendola di senso e valore.

Grazie, Irene!”.

E svanì.

Da quel momento la grande casa nel parco non venne mai più richiusa e risplende accogliendo le persone in un avvolgente vortice di forme e colori, oltre le apparenze, oltre le consuetudini, cavalcando l’insolito, la fantasia e la creatività.

Quello che era lo scuro “castello” del “Gamba”, oggi è tornato a vivere e a regalare emozioni.

Il castello Gamba nell’ultima edizione di Plaisirs de Culture 2020

Storie incantate. Le Fate del Monte Bianco

Le Fate. Creature del sogno e della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di alte montagne, di nevi perenni e poderosi ghiacciai, dove Madre Natura si fa severa, implacabile ed esigente, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli, sicuramente volubili.

Creature oniriche, impalpabili, che vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili. Luoghi dove le fate si nascondono sottraendosi alla vista, chiuse in un silenzio incantato che, però, se lo si sa ascoltare, a volte può lasciar sentire la melodiosa voce delle fate. Una voce simile ad un canto le cui note solo il vento sa suonare.

Il territorio del Monte Bianco vede la presenza di almeno due fate protagoniste di racconti locali, entrambe individuate in Val Veny: quella nascosta nei ghiacci della Brenva, in un luogo a monte di Plan Ponquet; ed una, forse più famosa, e forse non da sola, che ha stabilito la sua dimora nel lago del Miage.

La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)
La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)

Le leggende narrano che vi fu un tempo in cui, dove ora si stendono le propaggini ghiacciate della Brenva e si apre il lago del Miage, vi fosse una conca verdeggiante ricca di fiori ed erbe profumate dove le splendide fate della grande montagna amavano riunirsi e danzare.

Un giorno, però, la loro voce incantevole e la loro straordinaria bellezza attirarono l’attenzione dei demoni annidati tra le rocce aguzze di quello che veniva chiamato, non a caso, il Mont Maudit (ossia il Monte Maledetto, primo nome della “spaventosa” montagna che diventerà Monte Bianco).

I demoni iniziarono ad insidiare le fate con profferte d’amore sempre più insistenti e sgradevoli.

Le fate fuggirono inorridite e trovarono rifugio nel ventre della montagna, protette da un cerchio di magia invalicabile.

I demoni, accecati dall’ira, scossero le alte vette facendo franare massi enormi e facendo raggelare la dolce vallata in un inverno senza fine. Solo il lago del Miage resistette all’avanzata del ghiaccio e, alcuni dicono, che laggiù, sul fondo da qualche parte, le fate vivano ancora.

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’aere, e fuor tra nube e nube

mostra pallido raggio…”

 

I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale dell’alta Val Veny di Courmayeur che viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Per non parlare dell’inverno: lungo, gelido, cristallino, che riveste la valle di una spessa e candida coltre ghiacciata, accompagnandola per mesi in un sonno ovattato ed impenetrabile. Quelle vette imponenti ed appuntite, scintillanti al sole e alla neve, sembrano davvero il regno della misteriosa regina dei ghiacci, ma anche la dimora di fate inafferrabili ed invisibili.

Pareti rocciose incombenti e tormentate, lavorate da antichi movimenti glaciali, sagomate dal vento che vi si annida e vi si rotola, accarezzate dalle piogge e levigate dalle gelate invernali. Ma c’è dell’altro.

Qui domina il silenzio, ma è un silenzio strano, che ti assale, ti avvolge, ti fa quasi il solletico, ti fa venire i brividi. Qui, tra le pieghe ghiacciate della grande Brenva, così come nelle mute acque argentate del Lago del Miage, dimorano le fate di queste montagne, signore di un regno inaccessibile e misterioso che va contemplato fermandovisi ai margini.

In pochi le sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista valdostana Giuliana Cunéaz, una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste credenze popolari, riportandole nei loro luoghi: 24 in tutta la Valle d’Aosta.

Nel progetto chiamato, appunto, “Il silenzio delle Fate” (1990), ha voluto evocare queste diafane presenze attraverso un particolare percorso circolare toccando località in cui si narra che una fata sia apparsa. In ognuno di questi luoghi Giuliana Cunéaz aveva installato un leggio in ferro su cui poggiava uno spartito in marmo bianco. Su ogni spartito era riportato uno stralcio di un brano musicale composto appositamente dal musicista torinese Armando Prioglio. A causa dell’uomo e della natura, oggi molti leggi non sono più al loro posto. Riunendo i 24 brani si otteneva un’unica melodia che, mescolandosi al vento, al fruscio dell’acqua e amplificata dalla grandiosità degli scenari naturali, evocava un antico canto, melodioso e silenzioso allo stesso tempo; evoca “il silenzio delle fate”.

Il MAR che non ti aspetti!

19.00: fine turno. Chiusura. Ma stavolta non solo del museo, ma di tutti… Tutti i musei, i siti, i castelli, le mostre… Tutto! Quella maledetta pandemia aveva colpito ancora dopo un’illusoria ed effimera tregua estiva. Leo era custode del MAR, il Museo Archeologico Regionale di Aosta. Da diversi anni lavorava nei Beni culturali; aveva prestato servizio in numerosi siti, ma il Museo Archeologico esercitava su di lui un fascino tutto particolare.

Innanzitutto da sempre amava i musei: “le dimore senza tempo delle Muse”, come li definiva lui. Ma l’Archeologico aveva un “quid” in più: tutti quegli oggetti… avevano attraversato i secoli, erano stati in chissà quante e quali mani, avevano visto chissà quante cose… tutti quegli oggetti avevano una storia da raccontare. Forse anche più di una. In quelle vetrine c’era vita, tante vite! Ogni monile, ogni lucerna, ogni ciotola o bottiglia, erano uomini del passato che, però, grazie al lavoro degli archeologi, riuscivano a far parlare di sé ancora oggi, dopo secoli e secoli. Ecco, questo lo entusiasmava e lo stimolava. Quel museo era diventato per Leo come una seconda casa e con infinito piacere accoglieva i visitatori, le scolaresche o semplici curiosi.

Ma quella “fine turno” lo rattristava tremendamente. Lo preoccupava e lo incupiva.

Ok, aveva spento tutto, controllato ogni cosa, inserito gli allarmi; ultimo giro di chiave e… “Ma come? C’è una luce accesa?!”, si stupì, “eppure sono passato dappertutto… che strano!”.

Rientrò; rifece scrupolosamente il giro. La luce nella prima saletta era accesa. “Mah, davvero strano…!”, rimarcò. Spense. Fece per uscire quando gli venne l’istinto di girarsi: un’altra luce era accesa!

“Ma che diamine succede stasera?!”, sbottò.

Rientrò e vide che stavolta era la grande sala del plastico ad essere illuminata. “Questo me lo devono proprio spiegare! Non era mai capitato! Forse c’è qualche contatto… boh!”.

Rifece il giro e, per scrupolo, scese anche nel sottosuolo: “Non si sa mai che sia rimasto acceso qualcosa anche lì!”. Ripercorse con la pila l’intera sezione sotterranea. Tutto a posto. Chiuse la porta, fece i primi scalini, ma la porta del sottosuolo si riaprì! Leo iniziò ad avere qualche insolito “brivido”.

Con cautela e circospezione scese quei pochi scalini e richiuse la porta. Questa volta salì all’indietro per controllare che non si riaprisse. Sembrava finalmente tutto a posto. “Stai a vedere che le leggende sulla povera monaca Visitandina murata viva qui a fine Seicento non so dove… erano vere! Meglio andarsene per stasera, vah!”.

Aveva quasi raggiunto l’uscita quando udì dei passi. Si fermò immediatamente pensando di avere le allucinazioni, di essersi troppo suggestionato. Immobile, aspettò qualche secondo… Ecco! Di nuovo i passi! “Ma chi diavolo… Chi è’?!”, urlò, “Insomma, basta con gli scherzi, eh?! Forza! C’è qualcuno?”.

Nel frattempo la saletta delle epoche preromane si era illuminata. “Adesso però basta!”, esclamò Leo tra il nervoso e un inizio di timore. Si precipitò sul posto. La luce non si spense. Si avvicinò istintivamente alla vetrina con le armille celtiche. “Ma che diavolo…”. Si stropicciò gli occhi un paio di volte. Quella a doppio filo di bronzo dorato con le perle in pasta vitrea… scintillava! Improvvisamente fu tutto buio.

Solo quel bracciale brillava! Lo guardò incredulo e ipnotizzato: le decorazioni “a occhioni” si muovevano… giravano, come due vortici! E le perle sfavillavano! Poi, altrettanto improvvisamente, lo sfavillìo si spostò. Leo seguì quel baluginìo: stavolta, a brillare nel buio pesto, era la scritta incisa sull’epigrafe detta “dei Salassi incolae”.

L’intera scritta era illuminata. Leo si avvicinò, fece per toccare l’oggetto quando la parola “Salassi” si fece ancora più luminosa; udì nuovamente quel rumore di passi accanto a lui. Si voltò di scatto e… fu di nuovo tutto buio. Rumore di passi. Si girò e la luce, stavolta, lo attirava verso il grande plastico della città di Augusta Praetoria.

©RAVA-PGabriele 2013_sala plastico

Quel grande plastico in scala 1:200 era da sempre una delle attrazioni preferite dei visitatori di tutte le età. La sorpresa di trovarsi la città romana, dalla fondazione fino al II secolo d.C., letteralmente a portata di mano: poterla toccare, poter aprire gli edifici vedendo cosa ne resta e come dovevano essere… beh, un gioco di conoscenza e approfondimento capace, pur nella sua semplicità, di coinvolgere e divertire tutti.

Leo si avvicinò. L’iniziale sgomento stava piano piano lasciando il posto alla pura curiosità, quasi come si fosse ritrovato catapultato in un videogioco.

Si accorse che il modellino del Criptoportico era smontato; allungò una mano per rimetterlo a posto quando alle sue spalle: “Buonasera! Mi scusi per il trambusto…non volevo spaventarla. Sono nuovo…sa…!”.

Leo sobbalzò. Chi era quel giovane? “Chi è … chi sei? Come sei entrato?!”. Un giovane sui 25 anni al massimo, non eccessivamente alto, capelli corti con una frangetta scomposta, tipica aria da “bravo ragazzo” gli rispose con tranquillità e tono pacato: “Sì, ha ragione. Ho iniziato uno stage da pochi mesi… non ci eravamo mai incontrati prima. Sa, io sono archeologo… sto finendo la Specializzazione. Ho iniziato un tirocinio qui e ne sono davvero felice. Stavo esaminando alcuni oggetti esposti nel sottosuolo e ho perso la cognizione del tempo. Quando ho capito che stava chiudendo, mi sono spaventato e… ho fatto pasticci!”.

Leo era perplesso; non sapeva che dire. Possibile che nessuno lo avesse avvisato? Eppure lui era sempre lì! Strano che non lo avesse mai incrociato, anche se… quel volto gli risultava incomprensibilmente famigliare.

“E’ splendido il Criptoportico, vero?”, disse il giovane. “Un vanto per le colonie possedere un simile edificio nel foro… Gli accessi monumentali collegavano la terrazza sacra con la parte bassa, la piazza giuridico-commerciale. Augusta Praetoria… una colonia alpina incredibile: grande, ricca, vivace! Soldati, mercanti, notabili; un vero “porto” tra le montagne. Affascinante!”

Leo si rese immediatamente conto della profonda passione con cui quel giovane parlava e si ritrovò ad ascoltarlo con grande trasporto. “Sei di Aosta?”, gli chiese. Il ragazzo fissava un punto lontano… “diciamo che è come se lo fossi…”.

“E vogliamo forse parlare del quartiere degli spettacoli? Venne realizzato in un secondo momento quando la città aveva un ruolo e un’identità già consolidati. Le vie di transito erano state potenziate. Gente che andava e veniva… dotarsi di un teatro e di un anfiteatro era fondamentale… forse non tanto per effettive esigenze quanto per necessità di immagine. Occorreva trasmettere al primo sguardo potenza e ricchezza!”.

Leo era ammutolito. Quel giovane gli spiegava la città antica come se davvero vi avesse vissuto… Improvvisamente scomparve. Leo credette fosse passato nella sala accanto, ma…non c’era più!

E non gli aveva neppure chiesto come si chiamava!

Entrò quindi nella sala delle necropoli. Di nuovo scese l’oscurità. Leo si immobilizzò. Ancora quel rumore di passi; poi le scritte di antiche epigrafi funerarie iniziarono a illuminarsi una dopo l’altra. Una voce iniziò a declamarle in latino: era quel ragazzo! “Ehi, ma dove sei?!” chiese Leo disorientato. “Seguimi!, gli rispose, “ apprezziamo insieme quanta vita c’era anche nell’estremo saluto. Le tombe non erano solo tombe: erano occasioni per celebrare la vita ravvivando il ricordo delle persone. Ai monumenti funerari ci si avvicinava col desiderio di conoscere la persona defunta, sapendo che anche in questo modo poteva raccontare un pezzo di città e di comunità; non solo per piangere… e i corredi? Sono strepitosi! Frammenti di vita: una quotidianità che continuava oltre la morte!”.

Leo si guardava intorno stranito come se passasse per la prima volta in quelle sale. Forse fu un’allucinazione… un sogno… ma il letto funebre rivestito di raffinate sculturine in avorio era… intatto! Fu un attimo ma gli parve davvero di vederlo come doveva essere. Provò a tornare indietro per verificare ma una fitta oscurità glielo impedì. Il ragazzo continuava a precederlo senza, però, rendersi raggiungibile.

Giunto nella sala dei culti ebbe un sobbalzo. Davanti a lui si ergeva un’imponente statua di Giove Graio: molto più grande del busto che ben conosceva! Quegli occhi enormi lo fissavano e Leo si sentì letteralmente ipnotizzato da quel sacro volto divino. All’improvviso una folgore, un fulmine squarciò l’atmosfera sospesa di quell’inatteso incontro per riportarlo alla realtà, davanti a quell’oggetto in argento così carico di arcana ieraticità proveniente dal colle dell’Alpis Graia, il Piccolo San Bernardo.

“Eccomi!”. Quell’inafferrabile ragazzo gli avrebbe fatto venire un infarto, prima o poi! “Davanti a questo oggetto potrei sostare delle ore, sei d’accordo?”, disse indicandogli lo splendido balteo bronzeo decorato, altro “pezzo forte” del MAR.

“E’ incredibile la raffinatezza e l’eleganza di questo pettorale, vero? Un pettorale in bronzo da parata destinato al cavallo di un personaggio decisamente importante! Sai, Leo, io sono quasi certo che non fosse nemmeno pensato per un cavallo in carne e ossa, quanto piuttosto per una statua equestre. Magari non era un “semplice” ex-voto… ma qualcosa di più!

Un pezzo che ancora oggi ci regala tutto il pathos di una battaglia cruenta, di uno scontro senza esclusione di colpi tra Romani, molti a cavallo, e barbari. I Romani occupano praticamente l’intero registro superiore della raffigurazione: netta ed inequivocabile superiorità. I soldati a terra indossano anche un elmo, utile a farli apparire più alti e temibili.

I barbari sono assai riconoscibili e ben caratterizzati: barba lunga, chioma fluente – pensiamo alla famosa Gallia Comata, appunto… tribù di nerboruti Celti capelloni dalle lunghe barbe: un look decisamente lontano dal composto civis Romanus sbarbato e dal taglio inappuntabile!-, pantaloni, le brachae, il sagum, cioè un corto mantello in lana grezza o in pelliccia, o alternativamente una semplice corta tunica stretta in vita da un laccio, e l’immancabile torquis al collo.

E poi lui, l’imperator! Il comandante svetta al centro della scena troneggiando letteralmente sul suo destriero lanciato al galoppo. Senza alcuno scrupolo travolge i nemici, ormai destinati alla disfatta. Questo generale cavalca senza elmo, a viso scoperto, dichiarando col suo particolare taglio di capelli e la frangia corta e geometrica, l’appartenenza all’età di Traiano (inizi II secolo d.C.). Anzi, diciamo che persino i tratti somatici lo avvicinano all’imperatore Ulpio, mitico domatore dei terribili Daci!”.

“Certo che questo ragazzo è molto preparato! E come spiega le cose! Sembra un film!”, pensò Leo compiaciuto. Voleva chiedergli il nome, ma… “ecco! Sparito di nuovo!”.

Leo passò velocemente nella sala dell’edilizia pubblica… velocemente ma non abbastanza per non rendersi conto che mancava qualcosa! Con la coda dell’occhio aveva notato uno spazio insolitamente vuoto, ma era come se non avesse avuto né tempo né modo di fermarsi. Beh, sarebbe tornato indietro dopo. Intanto sentiva i passi e la voce del giovane in lontananza: “ Ah…i thermopolia! Come gli attuali take away, ma… molto più autentici e ruspanti! Focacce di farro intrise di olio profumato e cosparse di salsa di olive o, per i palati più robusti, di garum… ne esistevano molte qualità, sai? Secondo me la migliore era quella a base di acciughe! E poi uova sode, zuppe di legumi, formaggi, olive nere e verdi! Veri e propri piccoli ristorantini di strada pieni di gustose leccornie. Come lo street food! Ecco, vedi? Quante anfore circolavano! Tante forme, altrettanti contenuti e provenienze! Quante informazioni ci può dare una semplice anfora: chi l’ha prodotta, chi l’ha riempita, che viaggio ha fatto, cosa ha contenuto…

Ah, l’uomo moderno crede di aver inventato chissà cosa, invece… i Romani già sapevano vivere alla grande con tutti i confort! Basti pensare alle terme, al riscaldamento a parete e a pavimento, all’eleganza degli spazi verdi, alla cura delle città… mica come oggi!”.

“Anche ad Aosta ce n’è uno…” sottolineò Leo, orgoglioso di dirgli di esserne a conoscenza. “Certo!”, gli fece eco il giovane, “ben più di uno, caro mio! Solo uno è stato trovato, ma… fidati che una città come Augusta Praetoria ne aveva diversi! Sai, i Romani avevano l’abitudine del fast food, del pranzo veloce fuori casa, quindi puoi solo immaginarti quanto fossero utili i thermopolia! Tra Cardo e Decumano, tra foro e terme, nei quartieri o nei pressi delle principali porte della città, queste piccole trattorie di strada pullulavano e riempivano l’aria di succulenti profumini!”.

Leo non fece fatica a immaginare quell’Aosta antica: viva, dinamica, piena di gente proveniente da ogni parte dell’impero…

Pochi secondi e… era già scomparso di nuovo! “Ehi, ma dove sei finito ancora?”, lo chiamò Leo, “non mi hai neppure detto come ti chiami! Magari potremmo scambiarci il numero di telefono… potremmo restare in contatto!”.

Calò di nuovo il buio nel museo. Solo una luce attirava Leo verso la sala 9. “Ecco! Proprio dove avevo notato una mancanza!”, si ricordò il custode. Giunto nel passaggio delle stampe antiche si immobilizzò, esterrefatto!

Il giovane era lì, davanti a lui: indossava una toga romana dal bianco abbagliante. Gli rivolse un sorriso e gli disse: “E’ stato un vero piacere parlare con te! Tenete sempre vivo il passato perché è solo avendo ben presente il passato che si può guardare al futuro. Volevi sapere il mio nome? Beh… non serve che te lo dica… ci arriverai da solo”.

Il ragazzo si mise di profilo e la sua immagine luminosa si impresse sul fondo rosso della teca vuota. Leo, abbagliato, chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, il nobile profilo del ritratto bronzeo del giovane principe giulio-claudio era tornato al suo posto! Chissà chi è in realtà: il giovane Ottaviano, oppure uno dei suoi sventurati eredi?

Con questo dubbio, Leo ancora frastornato, fece un giro del museo, sperando in cuor suo di rivedere quel giovane. Nulla, tutto era tornato come sempre. O forse no?

Stella

Castello Sarriod de La Tour. Le sirene gemelle, il magico forziere e un Grillo troppo curioso

La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le consuete occupazioni contadine. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.

Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.

E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e i pettegolezzi erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo“.

Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un busto tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un “grillo” fatto e finito!

E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!

Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!

Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.

Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.

Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.

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Spiriti? Sirene? Fate? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.

Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.

Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!

Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.

“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.

Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.

Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.

Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.

Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.

Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.

Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!

Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!

Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…

Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…

Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.

“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.

Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.

Quindi il gigante aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.

Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!

Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.

Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!

Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.

“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.

Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!

“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.

“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.

Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e …

… oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.

I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.

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Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.

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E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.

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E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.

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Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.

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Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?

Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…

Stella

Montjovet. Il mistero del castello fantasma

Sin dai tempi più lontani quell’altura rocciosa si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume circondato da estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! Da quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò; Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

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Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

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figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

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“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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