Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

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#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

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Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

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E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

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E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

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Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

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E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

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E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella

 

Porta Praetoria. Imago Urbis

“Per terre ignote vanno le nostre legioni
a fondare colonie a immagine di Roma […]

[…] Iam resultent musica
unda, tellus, sidera
personantes organis iubilate, iubilate.”

Con queste emblematiche parole tratte da “Delenda Carthago” di Franco Battiato, voglio iniziare questo mio post dedicato alla Porta Praetoria di Aosta. Ingresso principale all’antica colonia augustea, si apre nel tratto orientale della magnifica cinta muraria incastonata tra due possenti torri quadrate e, cosa non così frequente, dotata di cavaedium, cioè di un cortile d’armi centrali.

Ma procediamo con ordine.

L’ITALIA DELLE CITTA’ MURATE

Con l’avvento al potere di Ottaviano Augusto, e col contestuale dilagare dell’idea di PAX, oggettivamente non ci si sarebbe aspettati un fiorire così diffuso di muraglie a difesa delle città. Eppure, non solo in Italia, ma anche nelle province galliche (soprattutto nella Gallia Narbonense, l’attuale Provenza..allargata!) e ispaniche, in epoca augustea si assiste ad un pullulare di nuove fondazioni, tutte regolarmente dotate di cortine murarie. Si pensa ad un probabile legame ideologico tra la presenza delle mura e lo statuto giuridico della città. Si è ritenuto per lungo tempo che il potersi fregiare dello ius romanum implicasse il diritto di costruire le mura attorno alla colonia, sacralmente preceduto dalla cerimonia solenne del sulcus primigenius. Forse non è così automatico, ma ad ogni modo occorre considerare la volontà di autorappresentazione delle singole comunità urbane e delle rispettive élites attraverso una limitatio decisamente monumentale.

La fondazione di una nuova città, specie in aree da poco romanizzate,è un momento importante, in cui si ripetono gli stessi gesti che Romolo, secondo la tradizione, aveva compiuto nel fondare Roma: in questo modo il legame simbolico fra l’Urbs e la nuova città diveniva ancora più forte.
MURA CHE DIFENDONO LA PACE E CONNOTANO L’IDEA DI CITTA’

Coi primi anni del Principato è come se il paesaggio si “rimilitarizzasse” in chiave simbolica; come se ci dovesse “armare” per difendere la Pace… quasi un controsenso, ma all’epoca era assolutamente normale e comunemente accettato. Un universo pacificato dove, però, si moltiplicavano le cinte murarie e le torri difensive. Come non pensare a Virgilio che, nelle Georgiche, canta l’Italia delle urbes i cui costumi e la cui cultura sono garantiti dai loro stessi bastioni e dalla solennità degli accessi?

Per chi si metteva in viaggio da Roma lungo le grandi vie di comunicazione verso il Nord (ma anche il Sud) della penisola, il viaggio era costellato di città murate. Il nord-ovest d’Italia corrispondeva alla Regio XI Transpadana all’interno della suddivisione del territorio operata da Augusto: terra di grandi e fertili pianure, di fiumi, di colline ondulate e montagne innevate. Perno strategico fu la colonia di Eporedia (Ivrea) già creata nel 100 a.C.; fondamentale la rete viaria, in particolare quella Via delle Gallie che, da Mediolanum (Milano) avrebbe condotto sia fino a Lugdunum (Lione) sia fino a Mogontiacum (Magonza).

Nel caso di Torino (Augusta Taurinorum, fondata nel 27 a.C.) e di Aosta (Augusta Praetoria Salassorum), fondata appena 2 anni dopo, le mura potevano forse avere ancora una certa minima utilità, dato che le popolazioni locali (Taurini e Salassi) non erano state proprio del tutto pacificate e probabilmente si temevano subbugli o rivolte. Ma in altre realtà italiche, e penso a Saepinumnell’attuale Molise, o a Hispellum (Spello) in Umbria oppure ancora alle colonie del nord-est, in primis Verona, la presenza di una possente cinta suggellava visivamente il cambiamento sociale in atto o appena concluso, la nuova concezione dell’idea di urbs e di civis romanus. I prodromi del concetto di Impero romano.

ARRIVO AD AUGUSTA PRAETORIA

Le strade incernieravano il territorio alle città e i punti di contatto erano sottolineati dalle porte urbiche. Ad Aosta la Via delle Gallie faceva il suo ingresso in città arrivando da est: questo il lato più importante, la vera “vetrina” della città. Ecco perché la Porta Praetoria si erge proprio qui. Immaginate: al posto dove oggi si allunga Corso Ivrea, la strada passava in mezzo ad una densa area funeraria: probabilmente la più ricca ed elegante delle quattro aree di necropoli. Perché? Sempre per lo stesso motivo: perché questo è il lato nobile della colonia e l’avvicinamento alle mura doveva già far capire il rango, l’importanza e la munificenza delle classi più abbienti e più in vista della città.  Ecco, avete appena superato il torrente Buthier (l’antico Bauthegius) passando sul massiccio ponte a schiena d’asino in grossi blocchi di arenaria da dove, in lontananza, il vostro sguardo è stato ammaliato dalla mole dell’Arco onorario dedicato al princeps Augusto. Una studiata infilata prospettica che porta fino alla porta d’accesso principale della colonia; sin da lontano trionfa all’orizzonte coi suoi tre passaggi ad arco e l’alta facciata a galleria inquadrata dalle due torri laterali.

Lo sguardo all’epoca poteva spaziare libero e abbracciare d’un sol colpo tutta la piana, l’intero lato orientale della splendida cortina muraria brillante di travertino e disegnata dai chiaroscuri di ben venti torri: due ai lati di ogni porta, quattro angolari e altre due per lato. Probabilmente una funzione anche decorativa e non solo meramente difensiva.

IL PRINCIPALE INGRESSO DELLA COLONIA

Ma ora avviciniamoci alla Porta Praetoria. Concentriamoci su questo grandioso esempio di architettura romana. La strada è ampia, quasi 13 metri in tutto; la Porta vi si aggancia definendo le modalità di transito: pedoni sui lati, carri al centro in doppio senso di marcia.

Come le mura, che le si appoggiano, si data all’età della fondazione, quella di Augusto. Dopo aver tracciato il sulcus primigenius e quindi individuato il perimetro sacro della città, come prima cosa venivano erette le porte (così chiamate per il fatto che dove sarebbero sorte, l’aratro del sulcus veniva “portato” e non trascinato sul terreno). Una Porta decisamente imponente, in grossi blocchi di puddinga di fiume: un’opera quadrata che accentua ancora di più la sua volumetria, il suo ingombro, facendola apparire, se possibile, ancora più massiccia.

UNA RUVIDA IMPONENZA

Arrivati al suo cospetto oggi notiamo immediatamente (da via Aubert) le eleganti lastre di marmo bardiglio grigio-azzurro e di candido marmo lunense (fatto dunque arrivare appositamente dalle cave di Luni, tra Toscana e Liguria) che la impreziosiscono. Ma attenzione! Questo rivestimento non appartiene all’età augustea, bensì all’epoca dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.) con il quale la città acquisì ancora maggior importanza in funzione del potenziamento della rete viaria diretta Oltralpe (in particolare il ramo stradale del Summus Poeninus, il Gran San Bernardo, che consentì non a caso la fondazione di Forum Claudii Vallensium, l’attuale Martigny). Un arricchimento che andava a sottolineare ulteriormente l’importanza ed il prestigio di questa tanto strategica e vivace colonia alpina.

Ma prima, allora? Com’era? Beh, diciamo che la struttura chiaramente era la stessa; solo la cornice al di sopra del triplice accesso cambiava. Niente marmi, ma come all’Arco, una lavorazione dell’arenaria stessa. In occasione di un restauro con pulitura della Porta avvenuto sul finire degli anni Novanta, fu visto un breve ma significativo segmento della cornice decorativa precedente l’attuale: di gusto dorico, nel solco del più ortodosso classicismo, una rigorosa sequenza di metope e triglifi appena al di sotto della fila di finestrelle. Oggi, però, questo elemento non è a vista.

ANCOR PIU’ PREZIOSA

Claudio, abbiamo detto, decide di dare maggior risalto a questa colonia. Siamo nella prima metà del I secolo d.C.; possiamo immaginare che Augusta Praetoria sia già una realtà urbana consolidata dalla doppia identità: militare, quale importante presidio all’imbocco delle vie dirette ai valichi (il cui controllo era in effetti uno dei principali obiettivi di Augusto anche per completare quanto già avviato dallo zio Cesare in Gallia); economica, in virtù del suo essere una sorta di emporio alpino al centro di continui passaggi, scambi commerciali, per non parlare delle esigenze legate all’ospitalità dei viandanti e al rifornimento delle truppe.

Cosa succede alla Porta Praetoria? Purtroppo oggi noi possiamo apprezzare unicamente quanto preservatosi sulla facciata orientale; quella ad ovest, infatti, ha evidentemente subito una spoliazione ben più radicale (sebbene si vedano ancora, sui blocchi di arenaria, le tracce lasciate dai perni che agganciavano le lastre del rivestimento).

Le arcate sono state sottolineate da blocchi di bel marmo venato locale (probabilmente il bardiglio che veniva cavato tra Aymavilles e Villeneuve): grigio-azzurro, dall’effetto madreperlato. Lo stesso materiale, ma lavorato in lastre, è stato utilizzato per rivestire l’intera facciata coprendo la rustica arenaria. Non ancora soddisfatti, si è proceduto ad agganciare sull’arco centrale delle raffinate modanature in lastre di marmo lunense (zona di Carrara per capirci).

Ma non bastava ancora. Al di sotto delle finestre della galleria di ronda (oggi scomparsa, in parte rievocata dai restauri del Ventennio) venne realizzata un’elegante e luminosa cornice marmorea capace, oltre che di ingentilire il tutto, anche di riecheggiare una certa aria di Grecia, sospesa tra Classicismo ed Ellenismo. Quella stessa aria che si può ritrovare nei capitelli corinzi e nelle delicate decorazioni a palmetta dell’Arco.

MARMI PREGIATI E DECORI ELLENIZZANTI

Dopo un livello di lastre lisce, la cornice comincia ad aggettare con quello che si chiama (in gergo tecnico) kyma lesbio (da Lesbo, isola dell’Egeo nord-orientale) trilobato, ovvero una modanatura lavorata ad elementi floreali: notate una serie di “archetti” trattati come fossero delle campanule con due petali lanceolati ed il pistillo centrale più tondeggiante.

Al di sopra delle “campanule” si appoggia un altro tipo di modanatura detta kyma ionico (coste microasiatiche). Una sequenza di cosiddetti “dentelli“(piccoli elementi parallelepipedi a sezione quadrata) e, sopra questi ultimi, una serie di “ovuli” tondeggianti separati da altre decorazioni dette “sgusci” con elemento centrale a lancetta. So che tutto questo può apparire un pò noioso.. ma va visto come un ricamo dal sapore mediterraneo utile a rendere questa ruvida porta urbica più gentile e simile ai nobili edifici delle più importanti città dell’Impero.

Continuiamo con una serie di mensole decorate da foglie di acanto (tipiche dell’ordine corinzio) tra le quali occhieggiano dei lacunarii (cioè dei cassettoni) riempiti al centro da un fiore a quattro petali cuoriformi con grosso bottone centrale. Ancora più in alto quel che resta di un cornicione decorato a bassorilievo da una fila continua di grandi foglie di acanto.

DETTAGLI TECNICI

Ma adesso è tempo di entrare in città. Se sollevate lo sguardo noterete che la volta degli archi presenta un solco centrale: lì scorrevano le cataractae, ossia le inferriate con cui le porte venivano chiuse e protette. Se vi affacciate dalla passerella centrale sulla destra, in corrispondenza del livello stradale romano in grosse lastre di bardiglio (le poche, ahimé, conservatesi), aguzzate la vista: ne individuerete una sulla quale vi è una grossa “V” incisa. Stando alle prime ipotesi si potrebbe trattare di un marchio di cava; questi marchi potevano indicare o la cava di provenienza o la partita di merce che andava contrassegnata a seconda della destinazione o del numero d’ordine.

Gli scavi più recenti, finalizzati a rimettere in luce il piano stradale originario e, quindi, l’intera volumetria della torre a partire da quello che si indica come “piano di spiccato” antico, purtroppo non hanno trovato una situazione semplice. La strada non si è conservata se non in minime porzioni e a “macchia di leopardo” in quanto nei secoli sempre modificata, rifatta, spoliata, rifatta un’altra volta, cambiata, rabberciata e rattoppata. In più all’interno del cortile centrale, sempre lungo i secoli, si sono avvicendate numerose costruzioni tra il residenziale e l’artigianale che hanno radicalmente compromesso l’identità romana originaria dell’insieme e che ora è assai arduo valorizzare e far comprendere.

UNA SORTA DI DOGANA INTERNA

Il cortile centrale, dicevamo. Il cavaedium. Questo nome, intanto, è stato derivato da Varrone (De lingua latina, I, 161) e dal noto architetto Vitruvio (De architectura, VI, 3) che lo spiegano come un equivalente dell’atrium per le case romane. La tipologia del cavaedium in ambito pubblico comincia con la Porta del Ceramico di Atene (famosa la Porta detta “del Dypilon”). Inizialmente il cortile era aperto frontalmente, quindi dobbiamo immaginarci delle porte precedute da spazi aperti, accessibili. Poi lo schema evolve e diventa chiuso su tutti i lati (Herdonia, in Puglia, Pompei e Paestum). Con gli ultimi decenni della Repubblica si vedono comparire le torri laterali, e non solo verso l’esterno, ma anche sul lato città. Torri perlopiù poligonali. E’ come se questo spazio, questo cortile, sia una specie di “limbo” passando nel quale si dovesse fare mente locale su tutti i doveri e gli obblighi dell’entrare in città. Un cortile altresì assai utile per l’esazione dei pedaggi, il controllo dei carichi o per la raccolta delle truppe di guardia.

Qualche esempio di porte urbiche con cortile centrale del periodo a cavallo tra fine della Repubblica e inizi del Principato augusteo? La Porta dei Leoni di Verona, la Porta Palatina di Torino, la Porta Venere di Spello, la Porta Praetoria di Como e la Porta Veronensis di Trento (ma solo per citarne alcune).

RAPPRESENTANZA

Concludiamo immaginando la presenza, nell’area, di diversi monumenti onorari dedicati tanto al o agli imperatori, a membri della famiglia imperiale, quanto ad evergeti o a persone in vista della comunità. Non sarebbe fuori luogo immaginare anche la collocazione in zona di eventuali trofei, nel senso di monumenti dedicati ad importanti vittorie belliche condotte contro le popolazioni del posto. Questo per ricomporre, almeno nella nostra mente, come doveva presentarsi la Porta in età romana.

TRACCE DI MEDIOEVO

Un ultimo accenno alla nicchia oggi presente sul lato est al cui interno venne ricavato un altare come fosse una sorta di piccola cappella. Questa nicchia fu realizzata in seguito ai lavori condotti sulla Porta negli anni Venti del XX secolo quando furono, purtroppo, rimosse tutte le strutture non romane addossatesi nel tempo. In particolare va ricordata una singolare cappella dedicata alla Trinità il cui abside sporgeva al di sopra della galleria di ronda ripristinata nel Medioevo proprio sul lato est. La cappella, infatti, era correttamente orientata e, pertanto, accessibile da ovest. Una sorta di cappella privata all’interno del complesso fortificato dei Signori De Porta Sancti Ursi  (così si chiamava la Porta nel Medioevo in quanto ingresso al borgo di Sant’Orso e ancora porta questo nome la Torre nord) che proprio sui resti della Porta avevano realizzato la loro dimora urbana nel XII secolo. Uno status symbol: poter abitare sui, se non addirittura dentro, a resti di edifici così antichi non poteva che accentuare il prestigio della famiglia che li occupava. I Signori di Porta Sant’Orso vi risiedettero fino al 1185 quando poi si trasferirono fuori città, nel castello di Quart, da cui presero la loro nuova denominazione.

INDIZI STRADALI

Ma prima di lasciare questa magnifica Porta, diamo un’ultima occhiata a come si presenta oggi la viabilità. La Porta si trova a cavallo tra le vie Aubert (proveniente da est, con l’Arco sullo sfondo) e Porta Praetoria (che prosegue verso ovest fino a piazza Chanoux). Queste due vie sono una parte dell’antico Decumanus Maximus che continua fino alla Porta Decumana (i cui resti sono nel piano interrato della Biblioteca Regionale). Bene, se all’epoca romana l’intera ampiezza della Porta coincideva con quella del Decumano, adesso potete vedere come l’asse pedonale sia in linea solo col passaggio che sta sul lato dell’Ufficio del Turismo, cioè quello che corrisponde al fornice (arco) nord. Gli altri due archi,. infatti, quello grande centrale e l’altro piccolo verso il ristorante, è come se fossero stati “chiusi” dalla progressiva occupazione del sedime stradale da parte degli edifici medievali e moderni. Questo indizio è importante: ci fa capire innanzitutto che, a partire da un certo periodo, si passava esclusivamente su quel lato e come questa Porta, nei secoli, sia sempre stata oggetto di manomissioni, modifiche, chiusure, riaperture a seconda dei suoi proprietari, delle esigenze sociali, del particolare momento storico.

Insomma, in questa Porta è condensata la storia di Aosta, una città dalla storia bimillenaria che ha continuato a vivere sempre nel medesimo posto, nutrendosi di se stessa. E che continua a regalarci finestre sul suo glorioso, lungo e travagliato passato.

Stella

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Romana, romanica e oltre. La grande fabbrica della Cattedrale di Aosta

Si vedono da lontano: alti e slanciati i due campanili della Cattedrale di Santa Maria Assunta disegnano l’orizzonte della quasi bimillenaria città di Aosta innalzandosi, arditi, verso il cielo.

Sono un punto di riferimento nel paesaggio urbano cittadino; inconfondibili, indicano il primo luogo di culto cristiano dell’antica Augusta Praetoria quando ormai l’impero di Roma volgeva al tramonto.

I suoi grandiosi e monumentali edifici iniziavano a decadere e a servire come cave di pietra a cielo aperto; il suo fulgido e perfetto impianto urbanistico veniva progressivamente occupato da nuove dimore e costruzioni, certo meno ambiziose, e i suoi dèi, celesti e inferi, cominciavano a dissolversi e ad impallidire davanti al dilagare di nuovi culti salvifici concentrati su singole figure, divine e non: dal più violento e militaresco culto solare di Mitra, fino alla speranza di salvezza e rinascita proclamate e diffuse dal Cristianesimo nascente .

RADICI ROMANE

Siamo nella piazza del Foro, per la precisione sulla terrazza sacra che, in epoca romana, era occupata da due templi gemelli sede del culto ufficiale della colonia: oggi piazza San Giovanni XXIII. Questa terrazza era circondata da un doppio sistema di porticati: uno superiore che fungeva da scenografica cornice alla coppia di templi, ed uno inferiore, seminterrato, nascosto: il criptoportico. E’ quest’ultimo un gioiello, un prezioso cameo del patrimonio archeologico della città: un cuore antico che lascia ogni volta esterrefatti e stupiti per la sua eccezionale monumentalità, per la sua aurea geometria, e per quell’incredibile ed inaspettata infilata prospettica sotterranea, “segreta”, delle sue arcate ribassate in dorato travertino.                                                                                                                             Ed è proprio sull’ala orientale del criptoportico che va ad innestarsi la potente fabbrica della chiesa cattedrale, lì dove, in origine, sorgeva una ricca domus patrizia affacciata sul Foro.

LA DOMUS ECCLESIAE

Una domus che poi, con la metà del IV secolo d.C. e in seguito all’Editto di Costantino, divenne sede della prima comunità cristiana della città: quella che si dice “domus ecclesiae”, “casa dell’assemblea”. A questo edificio si può associare anche un primo fonte battesimale le cui tracce sono visibili all’interno del braccio est del criptoportico: era un’ampia vasca per immersione…e in effetti “battesimo”, parole di origine greca, significa proprio questo. Come Gesù era entrato nel fiume Giordano, così, nei primi tempi cristiani, già in età adulta si entrava nell’acqua fino alla vita.

Prima della fine del IV secolo era nata la diocesi di Aosta. Con essa vide la luce la prima cattedrale: è ormai l’alba del V secolo.

Ma non possiamo abbandonare la tarda Antichità senza un accenno allo splendido dittico eburneo di Onorio. Questa sorta di “libro” d’avorio presenta due valve legate da una cerniera. Su entrambe figura all’incirca la medesima rappresentazione:  l’imperatore Onorio (395-423 d.C.) viene raffigurato in piedi sotto un arco, armato secondo lo stile classico, tipico della simbologia del potere consolare tardoantico. Indossa la tunica corta con il motivo del gorgoneion sul petto, il paludamentum che ricade sulla spalla sinistra, la cintura, la spada, i calzari ornati da teste e zampe leonine, la lancia e lo scudo posato a terra. Nella valva sinistra, invece, viene rappresentato appoggiato al labarum, sul quale è appesa una bandiera che riporta l’iscrizione «In nomine Chri(sti) vincas semper», con il globo nella mano sinistra reggente una Vittoria che gli porge una corona con la destra e tiene nell’altra mano una palma.

Ma se Onorio è protagonista della raffigurazione, il console Anicio Petronio Probo ne era il proprietario (406 d.C.) che decise di celebrare la propria investitura al Consolato d’Oriente attraverso questo raffinatissimo dittico, ora custodito nel bel Museo del Tesoro della Cattedrale.

LA FABBRICA DI ANSELMO

Poche le trasformazioni occorse nell’Alto Medioevo. Una figura però troneggia con la sua autorità e la sua immensa cultura: il vescovo Anselmo, che resse la diocesi tra il 994 e il 1026. Con lui la Cattedrale si ampliò e si arricchì enormemente. Pianta basilicale, 3 navate, 8 campate e un’altezza interna che andava dai 9 ai 15 metri. Non c’erano volte, ma capriate di legno che sostenevano il tetto. Sotto il coro, una magnifica cripta, densa di suggestione.

Ma ora saliamo dal sottosuolo fino al sottotetto. E’ qui che si cela un importante tesoro: un ciclo di affreschi, rinvenuto dagli studiosi nel 1979, che rappresenta una delle più importanti testimonianze della cultura pittorica e figurativa degli anni intorno al Mille. Una committenza raffinata e colta; maestranze di altissimo livello. Siamo alla metà dell’XI secolo e questo atelier di pittori è attivo sia qui che nel sottotetto di Sant’Orso. Naturalmente quello che oggi corrisponde al sottotetto, all’epoca era assolutamente a vista; dobbiamo quindi immaginarci una cattedrale molto più alta di quella attuale, coronata da un soffitto di solide capriate lignee.

PREZIOSI AFFRESCHI E…NON SOLO

Gli affreschi visibili in Cattedrale si sviluppano nella parte alta delle pareti laterali della navata centrale romanica. Si va dagli “Antenati di Cristo” ai Vescovi di Aosta”; dalle “Storie di Sant’Eustachio”, soldato romano poi convertitosi e martirizzato, fino alle “Storie di Mosè”. La visita consente di riscoprire una parte della chiesa oggi non più visibile perché occultata dal ribassamento del soffitto; visite guidate conducono alla scoperta di questo prezioso ciclo iconografico che fa di Aosta uno dei massimi centri di arte Ottoniana in Europa.

Sempre nel corso dell’XI secolo si procedette alla costruzione di un’abside occidentale al di sopra del criptoportico affiancata da una coppia di campanili; i resti affrescati dell’originario arco trionfale sono anch’essi visibili nel sottotetto.

Doveva essere una chiesa semplicemente grandiosa, imponente, con le 4 torri campanarie, e i suoi due catini absidali (uno, ad est, intitolato alla Vergine e l’altro, a ovest, oggi scomparso, dedicato a San Giovanni Battista). Nel presbiterio si conserva parte del raffinato pavimento musivo del XII secolo; di eccezionale qualità  la raffigurazione dell’Anno circondato dai Mesi con, ai quattro angoli, le raffigurazioni dei Fiumi del Paradiso. Si nota l’espressività delle figure, la vivacità dei colori, la tecnica, chiaramente mutuata dall’arte musiva romana, ma qui reinterpretata con tutto il sapore dell’immaginifico medievale e cristiano. Più a est ancora un mosaico, generalmente ritenuto di un secolo più tardo, dominato però dai bestiarii medievali, da tutto quel repertorio immaginario e fantastico che popolava le conoscenze, le credenze e spesso le paure dell’uomo medievale. Uno schema geometrico composto da un quadrato che racchiude un cerchio suddiviso in spicchi, e a seguire un altro cerchio, un altro quadrato ed infine un cerchio ancora. All’interno dominano le rappresentazioni di quattro animali chiaramente ibridi, ossia frutto della fusione di animali viventi in ambienti ed elementi tra loro assai diversi. All’esterno del quadrato altre bestie “strane”: una chimera, un unicorno, un grifo ed un orso. Ancora più all’esterno il Tigri e l’Eufrate, fiumi della culla di ogni civiltà e due dei fiumi del Paradiso. Si riconoscono infine con certezza in quanto corredati da didascalie, un elefante (l’Africa?) ed una Chimera analoga alla nota statua rinvenuta ad Arezzo e, quindi, di indiscutibile matrice etrusco-orientalizzante.

Un rebus, un inganno, un dedalo? Cornici apparentemente ordinate che racchiudono una fantasia in cui retaggi del mondo classico di mescolano ad invenzioni medievali.

Insolito e particolare l’accesso principale posto al centro della navata sud e ancora oggi esistente ed utilizzato. E sempre di epoca romanica era il chiostro presente sul lato nord, ma in seguito sostituito da quello tardo-gotico ancora oggi fruibile.

Una Cattedrale medioevale semplicemente monumentale che coniugava modelli transalpini e carolingi al più autentico stile romanico di tradizione italica. Una Chiesa, quindi, che già evocava e riassumeva l’identità culturale di questa piccola ma focale regione ritagliata nel cuore stesso delle più alte vette alpine.

Vi do appuntamento ad un prossimo post per approfondire fasi successive ed ulteriori aspetti della chiesa “madre” della diocesi augustana.

Stella

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22 febbraio 1300. Giubileo di papa Bonifacio VIII. Passaggio in Valle d’Aosta

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN S. BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricoveroper i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso diBosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITA’

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis(oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, mail paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella)

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Courmayeur. Tra le pieghe (e gli strati) di San Pantaleone

Oggi voglio accompagnarvi alla scoperta della chiesa parrocchiale di Courmayeur intitolata a San Pantaleone, edificio religioso dalla storia lunga (più di quanto si immagini) e complessa che, tra il 1997 ed il 1999, è stata oggetto di indagini archeologiche preliminari ad un’opera di consolidamento e restauro resa necessaria dal suo essere sorta sopra una paleofrana.

APPUNTI DI STORIA E DI SCAVO
Le prime attestazioni storiche risalgono al 1227 in occasione di una controversia tra la parrocchia ed il Capitolo della Cattedrale di Aosta; successivamente, nel 1302, viene annoverata nel Liber Redditum capituli Auguste. L’evoluzione architettonica di questo edificio può riassumersi in cinque grandi fasi cronologiche comprese tra l’età romanica (secoli XI-XII) ed il cantiere settecentesco che condusse alla sua consacrazione il 13 luglio 1742.
Gli scavi archeologici hanno evidenziato come, da un edifico stretto e allungato ascrivibile all’XI secolo, si sia passati ad un secondo ben più ampio, datato da analisi dendrocronologiche ai secoli XII-XIII, per giungere ad una terza chiesa di epoca gotica (secoli XIV-XV) per la quale furono costruite cinque cappelle funerarie addossate al muro perimetrale occidentale. In relazione a questa furono rinvenuti anche numerosi frammenti di intonaco dipinto tra cui lo stemma della nobile famiglia dei De Turre. Le maggiori trasformazioni del monumento, tuttavia, si attribuiscono alla sua fase barocca (secoli XVI-XVII), quando l’originaria abside semicircolare viene sostituita da una quadrangolare e un ampliamento di tutto l’impianto porta ad inglobarvi anche il campanile. Centinaia le sepolture pertinenti a questa fase, tutte distribuite in spazi appositi: le analisi hanno evidenziato molti individui sofferenti di patologie articolari dovute soprattutto a faticosi spostamenti su pendii con aggravio di carichi. In seguito, col XVIII secolo, la chiesa assume le dimensioni e l’aspetto attuale.

UN CAMPANILE IN ROSA
Il campanile, anch’esso oggetto di restauro nel 2007, si inserisce nella tipologia dei “clochers porches” (cioè campanili d’accesso) realizzati tra l’XI ed il XIII secolo; la cuspide, dalla forma particolare, richiama quella del campanile di Valgrisenche e ricorderebbe il soggiorno dei papi ad Avignone, collocandosi cronologicamente tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. L’aspetto attuale restituito dal restauro si è basato su una preventiva e scrupolosa analisi delle murature che ha consentito di individuare proprio l’originaria presenza di intonaco su tutti e quattro i lati del manufatto ad eccezione della cuspide.

SAN PANTALEONE E SAN VALENTINO. LA SALUTE PRIMA DI TUTTO!

Il 27 luglio Courmayeur festeggia il suo patrono principale, San Pantaleone. Un patrono “estivo” cui, in seguito, si è affiancato un secondo patrono “invernale”: San Valentino.

Il culto di S. Pantaleone, attestato soprattutto nell’alta Valle, dovrebbe provenire dalla vicina Francia, in quanto si ricorda la presenza di una reliquia del santo a Lione. Pantaleone, originario di Nicomedia, dove nacque nel III secolo d.C., divenne uno stimato medico; a causa della sua fede cristiana fu condannato a morte e martirizzato. I suoi simboli, infatti, sono: la palma del martirio, i rotoli su cui studiava e l’astuccio dei medicinali. Un santo taumaturgo invocato contro le malattie e le pestilenze molto popolare non solo in Occidente, ma anche, se non di più, nell’Oriente cristiano.
È nel V secolo d.C. che compare nelle fonti storico-letterarie la figura di S. Valentino, il cui nome contiene chiaramente la radice del verbo latino valeo, ossia “stare bene, stare in buona salute” e che, perciò, ben si accompagna al medico S. Pantaleone. Cittadino e vescovo di Terni nel II secolo d.C., divenne famoso per la sua carità ed umiltà, ma anche per le sue facoltà guaritrici. La festa del santo si riallaccia ad antichi culti della fertilità che le genti italiche celebravano il 15 febbraio, legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. La Chiesa decise di cristianizzare queste pratiche anticipandole di un giorno e collegandole alla morte del martire ternano, cui si chiedeva la protezione delle unioni favorendo la nascita di figli. Curioso inoltre sottolineare come, proprio a partire dal 14 febbraio, il sole illumini il paese per un’ora in più passando alto sopra la vetta del Crammont. Questa piazza, cuore del paese, è un vero balcone affacciato sulle prime piste dello Chécrouit e su Dolonne, i cui prati un tempo erano intensamente coltivati a canapa, lino, orzo e segale; l’orizzonte risulta dominato e protetto dalla lontana sagoma scura della Madonna Regina della Pace che si erge sulla vetta del Mont Chétif.

Stella

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Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella

La collina “VIP” di Augusta Praetoria

Aosta romana aveva anche una sua “Beverly Hills”. La prima collina doveva essere punteggiata di ville eleganti e raffinate. Solo una, però, è arrivata fino a noi.  Si tratta di una sontuosa villa urbano-rustica, cioé in parte residenziale e in parte agricola, splendidamente esposta a sud sulla prima collina di Augusta Praetoria. Riuscite ad immaginarvi il contesto? Prati, orti, frutteti e vigneti; una villa terrazzata aperta verso sud, un trionfo di cortili, porticati, giardini e giochi d’acqua. Una dimora elegante, raffinata, ariosa, invasa dal sole…

Prendete via Xavier de Maistre che da piazza Chanoux prosegue verso nord. Uscirete attraversando la cinta muraria romana in corrispondenza di una tozza torre oggi occupata da un asilo, il Mons. Jourdain, anticamente nota come Tour Perthuis, cioé Torre del Pertugio, l’angusta apertura che consentiva di fuoriuscire dalle mura in questo punto. Guardate con attenzione il lato occidentale di questa torre (quello che prospetta sulla strada): noterete una parte di intonaco mancante che consente di apprezzare “cosa c’è sotto”. In pratica: sotto l’intonaco attuale, sotto i secoli moderni e medievali, ancora sopravvive il “fantasma” della torre romana“gemella” (se vogliamo) della Tour du Pailleron che le corrisponde sul lato sud, vicino alla stazione dei pullman.

Una distanza pari a circa 400 metri in linea d’aria dalla cinta romana, in falso piano e, nella parte finale, in leggera salita. Sempre dritto lungo C.so Padre Lorenzo, sottopasso di Via Parigi e sù per Strada dei Cappuccini che deve il suo nome alla presenza, sulla vostra destra, del Seminario Minore oggi sede dell’Università della Valle d’Aosta e di un liceo. Alla prima svoltate a destra e percorrete una graziosa stradella incorniciata da villette e giardinetti fino ad arrivare ad uno spiazzo con alberi e aiuole dove spicca, sempre sulla destra, un edificio basso in cemento evidente meta di molti writers cittadini. Potrete chiedervi come mai una copertura tanto invadente; è perché negli anni ’80 da qui avrebbe dovuto passare una strada, una “bretella” tra Via Parigi e Via Gran San Bernardo. Ma gli abitanti della zona si ribellarono e riuscirono a bloccarne la costruzione, sebbene la copertura della villa, adatta a sostenere appunto il peso di una strada, era già stata fatta. Siete arrivati! Siamo in regione “Consolata” così chiamata per la presenza dell’oratorio dedicato a Nostra Signora della Consolazione, tappa lungo il percorso che portava alla collina de “Les Fourches” luogo deputato alle impiccagioni.

ARIOSI AMBIENTI DI RAPPRESENTANZA

Appena entrati affacciatevi alla ringhiera: siete sul lato est, immersi nella penombra, su un corridoio che si sviluppa alto rispetto ai resti della villa che individuerete sotto i vostri piedi. Davanti a voi un ampio cortile quadrangolare con una cavità quadrata al centro: si tratta dell’atrium, o meglio, di uno dei (probabili) due atria che davano luce e aria alle varie stanze della villa. La cavità centrale è quanto resta dell’antico impluvium, cioè la vasca utile alla raccolta delle acque meteoriche; al di sopra, infatti, il tetto non c’era. Questo spazio era invaso di aria e luce.

A sud dell’atrio un ampio pavimento color albicocca con delle irregolarità: si tratta dell’imponente tablinum , cioè un salone di rappresentanza dove accogliere gli ospiti. Il pavimento si mostra oggi completamente svestito delle “piastrelle” di marmo bianco e nero che lo decoravano; ciò che si vede è la preparazione in cocciopesto (malta con tritume di mattoni). Questo salone doveva essere aperto verso sud dove possiamo immaginare la presenza di un peristilio (cortile porticato) con giardini.

TERME PRIVATE E RICERCATEZZE “POMPEIANE”

Esattamente sotto i vostri piedi vedrete i resti degli antichi balnea: ebbene sì, questa villa possedeva delle piccole ma lussuose terme private composte da un piccolo spogliatoio, uncalidarium (collegato alla cucina tramite la bocca del forno attraverso cui passava l’aria calda nelle suspensurae), un tepidarium ed infine, seppure quasi del tutto scomparso, unfrigidarium. Questa era la sequenza canonica. Quindi, per capirsi, bagni di acqua calda, tiepida e infine fredda. L’ambiente era dunque riscaldato sia a pavimento che a parete, con l’aria calda che correva in speciali mattoni forati sistemati in un’intercapedine apposita.Aguzzando la vista riuscirete a notare l’impiego dell’opus reticulatum, cioè i muri sono composti da una “rete” vera e propria di piccoli blocchetti di pietra. Tale tecnica è tipica del centro-sud Italia e non certo di queste latitudini. Anche perché i blocchetti, per essere così tagliati e sagomati, dovevano essere in una pietra tenera come ad esempio il tufo, che qui è presente solo in scarsissime quantità. Questo significherebbe che la villa è stata costruita da maestranze non locali e, molto probabilmente, in un momento antecedente o in parte coincidente con la fondazione della città, notoriamente avvenuta nel 25 a.C. Che fosse un notabile, un comandante, comunque una personalità di spicco di origine centro-italica insediatosi qui durante la costruzione della nuova colonia? Ciò è assolutamente verosimile!

E perché farla proprio qui? In primis perché il posto doveva essere meraviglioso, e inoltre perché appena a monte della villa correva una strada, già pre-romana, che portava si allacciava al percorso diretto al colle del Gran San Bernardo. In questo luogo dovevano esserci già insediamenti salassi confermati dal ritrovamento di sepolture. Quindi una zona strategica e ben servita dalla viabilità già esistente.

GLI AMBIENTI A NORD

Procedete quindi lungo il corridoio: in successione vedrete sotto di voi la cucina (culina) col praefurnium (l’imboccatura del forno) collegata al calidarium e il bancone per la preparazione dei cibi; quindi una serie di ambienti nei quali, durante le epoche tardoantiche, contro il grande muraglione di contenimento verso nord (la vostra destra) vennero sistemate delle sepolture. Infine, sull’angolo, vedrete un ambiente con delle basi quadrate sul pavimento: si tratta di basi per dei sostegni che, forse, reggevano un soppalco in legno: si tratta di un ambiente che ha subito diversi rimaneggiamenti. In epoca romana, quando la villa era in uso, questo grande vano si presentava diviso in due ambienti di cui uno, quello più vicino al triclinium, possedeva un pavimento in cementizio, mentre quello accanto ha restituito solo un piano in terra battuta. L’ambiente più vicino al triclinium avrebbe potuto essere un piccolo soggiorno o una stanza di servizio collegata alla sala da pranzo. Quello più a nord, invece, un vano più rustico, forse già un deposito, poi ampliato e rimaneggiato quando ormai la villa, già in disuso e in parziale abbandono, aveva perso la sua destinazione residenziale di lusso per privilegiare quella agricola.

I MOSAICI

Svoltate quindi sul lato est. Sotto di voi noterete il triclinium, la sala da pranzo, così chiamata per la presenza dei canonici tre letti a due posti con mensa centrale. La collocazione dei tre letti è intuibile dai relativi posti disegnati sul pavimento dalle tessere rosa. Aguzzate la vista: il suolo è rivestito da delicate tessere chiare con una decorazione a fiorellini sparsi. Si differenzia solo il corridoio di collegamento con le stanze vicine. Una stanza di passaggio, un disimpegno e, più in là, verso la base della copertura, la zona “notte.

Qui sono visibili (seppure troppo da lontano e con una luce non sufficiente), due camere da letto, una doppia a due letti ed una singola: sono i cubicula. Qui i pavimenti sono in tessere scure con disegni in tessere bianche. La camera doppia presenta un grande motivo a rosetta centrale circondato da fasce a meandro; la singola è vivacizzata da motivi a squame, meandri e rombi. I cubicula non avevano finestre perché ci si stava unicamente per dormire e solitamente le dimensioni erano ridotte all’essenziale.

Dovete usare molto la vostra immaginazione e la fantasia per ridare a questa dimora tutti i suoi colori, la sua luce, i suoi spazi aperti sul paesaggio circostante. E’ comunque un sito notevole ed importante: unico in Valle d’Aosta. Voluptas, luxuria et amoenitas sulla collina “VIP” di Aosta romana.

Concludo regalandovi questo suggestivo viaggio virtuale in una villa romana (generica).

Stella

La Fata della morena di Gressan. Una passeggiata tra natura, leggende e musica.

Solo una manciata di km da Aosta risalendo il corso della Dora; solo una manciata di km per ritrovarsi immersi in uno scenario da favola. Prati in leggero pendio i cui confini sfumano nei freschi boschi dell’envers, riccioluti meleti e vigne ordinate ricamano il territorio di Gressan.

Il capoluogo e tante frazioni, gruppetti di case strette le une alle altre; strade, stradine che si inerpicano tra antichi fontanili, ruscelli, orti, giardini e venerande cappelle. E ancora torri, antiche dimore, granai e fienili sorvegliati dalla mole tondeggiante del Castello di Villa.

Al centro di questo paesaggio si erge un’altura: la morena della Côte de Gargantua. Allungata e sinuosa si dice conservi il dito mignolo del leggendario gigante Gargantua, figlio di Grandgousier sovrano del regno di Utopia. La Côte è una lingua morenica che si allunga nella pianura dividendo i villaggi di Gressan; è una riserva naturale protetta nata da depositi di origine glaciale contraddistinta da un ambiente steppico, prevalentemente arido, regno di numerose specie animali e vegetali. Qui  si possono incontrare la lucertola muraiola, il ramarro, il biacco e molte specie di lepidotteri e coleotteri.

NELLA TERRA DELLE FATE

Ma non solo. Questo è un posto magico, denso di leggende e di racconti popolari. Se da un lato si crede che la morena sia legata ad un Gigante, altre voci la vogliono creata dalle Fate. Si narra infatti di due Fate tessitrici che, coi loro fili, scesero a valle dai ghiacciai e, tessendo tessendo,formarono un enorme gomitolo: la morena di Gressan. Qui si stabilirono, ma poi vennero cacciate da San Grato perché ritenute creature malvagie.

Un’altra versione parla invece di un’unica Fata, abilissima nel lavorare la lana, che chiese ospitalità agli abitanti di Gressan i quali, però, timorosi, gliela negarono. Per vendetta la fata raccolse nel suo gomitolo magico la terra e le vigne creando una barriera che divise per sempre i villaggi della piana.

Un luogo insolito questa morena. Un luogo dove, comunque siano andate le cose, la fata si era ritirata in solitudine e, silenziosa, si era negata per secoli. In pochi la sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista Giuliana Cunéaz: una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste arcane credenze popolari, riportandole nei loro luoghi.

Le Fate. Creature del sogno, della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di montagne, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli a seconda dell’atteggiamento e della natura degli uomini. Vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili.

E  sabato 7 giugno 2014 è tornata a parlare la Fata della morena di Gressan e la sua voce riesce a ha trasportare in un’altra dimensione; ognuno col suo sentire, ma tutti uniti da un “filo rosso”, il filo del gomitolo, simbolo della Fata tessitrice.

E’ trascorso oltre un anno, ma la Fata sa ancora farsi sentire da chi la va a cercare con animo aperto al dialogo con la natura.

Una volta saliti sulla cresta morenica troverete il leggio incantato: provate ad ascoltare…

Stella

Girali, fogliami e bestiari. Tra Medioevo e Rinascimento nel chiostro “segreto” della Cattedrale di Aosta

Esco oggi con questo mio contributo al bellissimo chiostro quattrocentesco della Cattedrale di Aosta perché, in qualche modo, proprio ieri (8 giugno) era il suo “compleanno”… o quasi! Eh sì, infatti fu proprio l’8 di giugno del 1442 che otto canonici della cattedrale stipulavano il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con l’architetto savoiardo Pierre Berger di Chambéry. Inizio vero e proprio dei lavori previsto per marzo 1443.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procede a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale.

Appena 4 anni più tardi, nel 1460, il chiostro era effettivamente terminato. Capo cantiere il “lathomus” Marcel Gérard di Saint Marcel.

Bene, dopo questo necessario avant-propos, entro subito in medias res. Due domeniche fa, complice una mostra sulla vita di Santa Teresa d’Avila allestita proprio nel chiostro, riesco a rientrarci e ad apprezzarne nuovamente la particolare luce e l’atmosfera raccolta. Quella porta nella navata nord, purtroppo sempre tragicamente chiusa, era aperta! Quella porta che consente l’accesso a questo vero e proprio gioiello quattrocentesco. Naturalmente non è il primo e l’unico! Prima di questo qui sorgeva un altro chiostro di epoca romanica, quello che si decise di sostituire a causa della sua imbarazzante vetustà e i cui materiali superstiti vennero reimpiegati nelle fondazioni dei “nuovi” muri perimetrali.

Una pianta rettangolare ma irregolare; uno spazio relativamente ridotto e assolutamente violentato dalla costruzione dell’ingombrante cappella neogotica del Rosario che lo ha radicalmente defunzionalizzato interrompendo il corridoio sud.

L’occhio immediatamente viene attratto dalla luminosità dell’insieme, dominato dall’argento dei pilastri e delle colonnine e dall’oro degli archi e dei capitelli. Sì, perché queste sono le sfumature cromatiche cui rimandano i materiali qui impiegati: l’argento del marmo bardiglio e l’oro dell’alabastro unito a quello, più caldo, del travertino. Poi, a guardare con più attenzione, ci si rende conto che sono almeno due le qualità di bardiglio utilizzate: una più ruvida e omogenea, l’altra con delle splendide venature madreperlate. In tanti aspetti si potrebbe riconoscere l’alternarsi dei due gruppi di maestranze: dalla scelta del marmo, fino allo stile dei capitelli e dei due portali d’accesso che collegano il chiostro alla navata nord della cattedrale.

Già, i capitelli. Appena entrati si viene accolti, sulla destra, da un “mostriciattolo”, una sorta di doppio diavoletto cornuto, naturalmente posto in angolo, quasi a voler controllare le due direzioni e a voler simboleggiare le scelte umane, spesso “diaboliche”, spesso ingannevoli…

Ci si potrebbe aspettare una serie di capitelli istoriati e figurati, un pò sulla scorta di quanto magari già visto a Sant’Orso. E invece no! Intanto non dimentichiamo che questo chiostro è del XV secolo! Sì, ma qui si assiste ad un ibrido affascinante… Niente di gotico innanzitutto! Una sequenza armonica di arcate a tutto sesto rimanda subito all’orizzonte classico romanico, a quelle teorie di arcatelle così frequenti sui sarcofagi… Linee nitide, geometricamente pulite, dall’aria famigliare e addirittura “mediterranea”, ravvisabile soprattutto nei decori a fogliame di molti capitelli. Non solo figure o animali insoliti, infatti, ma tanti elementi vegetali, dalla vite (coi suoi pampini ricchi di evangelico senso), al colto e raffinato girale d’acanto corinzieggiante. Per approdare, infine, ai numerosi capitelli recanti il nome dei canonici, così come dei maestri d’arte operanti in cantiere.

La lavorazione dei pilastrini binati delle arcate, poi, è davvero un capolavoro d’arte e maestria. Guardateli con attenzione: sono sfaccettati come fossero pietre preziose! E inoltre notate la straordinaria ricercatezza: il lato interno e quello esterno non sono lavorati alla stessa maniera: qui linee tondeggianti e poligonali si alternano, volumi cilindrici si contrappongono e si richiamano arrivando a comporre quasi un chiostro “double face” di eccezionale eleganza.

Possibili confronti? Certo, entrambi savoiardi: Il chiostro della cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne e quello (ahimé solo parzialmente conservatosi) del priorato del Bourget du Lac.

Un luogo assolutamente suggestivo in cui si fondono le eredità del medioevo alpino, le solide reminiscenze classiche e le influenze del primo Rinascimento. Questo chiostro va considerato come uno dei monumenti più significativi ed emblematici del tardo gotico delle Alpi occidentali, come già sottolineò Bruno Orlandoni (“Architettura in Valle d’Aosta. Il Quattrocento”, 1996).

Con tutti questi pensieri e queste riflessioni arrivo fino a dove mi è concesso, fino al portale orientale, quello col profilo modanato che, forse, si attribuisce a Marcel Gérard. Peccato non poter compiere l’intero percorso, da veri aspiranti “peripatetici”. Peccato questa cappella proprio nel mezzo! Mi fermo, mi siedo sotto un’arcata. Guardo, cerco di assaporare il gusto di ogni minimo dettaglio: i chiaroscuri della luce che rimbalza tra le arcate dei portici, le ombre dei rilievi che profilano i decori dei capitelli così come le venature cangianti dei materiali lapidei, il beige poroso e “romaneggiante” del calcare, la solida trasparenza dell’alabastro (che si dice cavato a Courmayeur, forse alle falde del Mont Chétif), l’eleganza imperitura del bardiglio (Aymavilles o Villeneuve?) e la lontana voce dei riempieghi…alcune lastre forse in origine appartenenti alla pavimentazione del foro romano, passate poi nel chiostro del XII secolo e poi…forse ero seduta proprio su una di quelle!

Trascorrere del tempo qui, in questo chiostro appartato e ricco di storia, è un’esperienza meditativa dal sapore insolito e mistico… peccato sia praticamente sempre (tristemente) chiuso… appena visibile attraverso la grata di un cancello.

Stella

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Castello di Montmayeur. Storia di un (lungo) assedio

E’ arrivata l’estate? Mmmh… quasi. Ma un sabato mattina col meteo accettabile, per quanto non proprio totalmente sereno, decidiamo di infilare gli amati (ma parecchio trascurati) scarponcini da trekking e..via! Si parte alla volta dell’Alta Valle, più precisamente verso Arvier (circa a metà strada tra Aosta e Courmayeur).

Voglio portare Leo a visitare la Riserva naturale del Lago di Lolair e poi al Castello di Montmayeur. Il programma è accolto con grande entusiasmo per fortuna! Tappa al supermercato di Arvier per procacciare il pranzo (dove oltretutto incontro una mia ex alunna dei tempi in cui insegnavo al Liceo Linguistico di Courmayeur e questo mi fa un immenso piacere!).

Sicuri che non saremmo rimasti digiuni, via verso la frazione di La Ravoire, a 3 km da Arvier lungo la strada che porta in Valgrisenche. Accolti dalla graziosa cappella con la facciata affrescata in vivaci colori tra il blu ed il rosa, parcheggiamo appena sulla destra e inforchiamo il sentiero che, dopo aver attraversato il bel villaggio, sale nei boschi di latifoglie verso il lago di Lolair.

E’ una splendida passeggiata lungo la quale incontriamo solo 2 persone (decisamente più “agonistiche” di noi visto quanto “corrono” sù per i tornanti!!); sì, effettivamente noi siamo del club “montagna meditativa” e assolutamente non ci sogneremmo mai e poi mai di metterci a correre..anzi, ci fermiamo spesso per ammirare la natura, annusare l’aria apprezzandone i profumi e le sfumature, bere un goccio di thé (il thermos è immancabile!) e scattare foto!

ASSEDIO – PARTE I

Arriviamo ad un bivio evidenziato da una cappellina azzurra dedicata alla Vergine e a S. Antonio “per grazia ricevuta”; verso destra si sale verso Planaval (e oltre), stando a sinistra si continua in direzione Lolair. Da qui la vista spazia verso est aprendosi sui boschi e sui villaggi fino alla piana di Aosta. Ed eccola, solitaria, severa, lapidea…la torre di Montmayeur svetta in lontananza sulle cime dei pini e dei larici indicando l’altura rocciosa su cui sorgono i resti dell’antico maniero. Foto di rito. E’ partito l’assedio! Da lontano studiamo l’avvicinamento al castello!!

Presi dalla chiacchiera ci inoltriamo lungo un sentiero che, da un certo punto in poi, si fa sempre meno evidente fino a condurci all’interno di una boscaglia pazzesca…mah..vedrai che poi migliora, in fondo è primavera, il sentiero magari non è ancora così frequentato…sì, ma il lago dov’è?! Eppure il cartello lo dava assolutamente vicino… stufi di giocare ai “vietkong” in mezzo alle invadenti ramaglie (per poco non ci lascio un occhio…), decidiamo di tornare sui nostri passi. Prova di là: vedi c’è un ponticello? Sì, ma un ponticello verso il nulla…poi, scrutando verso l’orizzonte, noto il baluginare della superficie d’acqua: ecco il famoso lago!! Caspita, gli eravamo passati accanto, ma la folta vegetazione e i canneti lo mimetizzano a tal punto da renderlo invisibile!! Proviamo ad avvicinarci…attenzione che non si capisce dove inizia l’acqua…poi quando il piede affonda nel fango, allora la trovi!

Bene, dai..comunque l’abbiamo trovato! Peccato però non potersi avvicinare alla riva o fare il periplo…magari si torna in autunno!

Breve ma necessaria pausa pranzo al sole e poi via di nuovo; si scende a La Ravoire per far scattare l'”assedio – parte II”!

ASSEDIO – PARTE II

Arrivati sulla strada per Valgrisenche facciamo un pò “avanti-indietro” per trovare l’imbocco del sentiero di collegamento con Montmayeur…sapevo che c’era, deve esserci!! Macché…non l’abbiamo trovato! Caspita, oggi è giornata! Il lago invisibile, il sentiero invisibile… Alla fine “tagliamo la testa al toro”: auto e via verso Arvier per prendere il sentiero (più sicuro) che parte dal villaggio di Grand Haury!

ASSEDIO – PARTE III

La stradina che sale a Grand Haury richiede molta attenzione nella guida: tante curve e curvette, e la carreggiata è un pò “giustina”..diciamo così..poi se ci si mettono i ciclisti..il gioco è fatto! All’inizio del villaggio un piccolo parcheggio è provvidenziale; subito i segnavia indicano per il Castello di Montmayeur appena 12 minuti di cammino..woww!! Benissimo! Ci infiliamo nella via centrale del villaggio ammirando, prima di tutto la bella cappella da poco restaurata, e una serie di case davvero graziose. Qui ci sono anche 2 B&B: la “Méizon de Felise” (che in realtà sono appartamenti per vacanze)e “Les Chevreuils”..un luogo incantato..io, venissi qui in ferie, alloggerei volentieri quassù! Guarda qui, guarda lì..arriviamo in fondo al villaggio; superiamo un mulino sulla destra e la strada finisce…della deviazione per Montmayeur neppure l’ombra! Ma insomma, cos’è?! Un “karma” tremendo oggi! Proviamo a proseguire imboccando un largo sentiero che si inoltra in salita nel bosco…dopo 3 tornanti decidiamo che sicuramente la strada è sbagliata, anche perché il castello era abbondantemente alle nostre spalle! Torniamo sui nostri passi aguzzando la vista; di certo la deviazione doveva aprirsi sulla nostra sinistra..ma dove?? Cavoli! Montmayeur è un castello che si vede benissimo da lontano, ma diventa invisibile quando gli sei vicino…

Finalmente noto uno spigolo di muro su cui qualche anima pia ha segnato una freccia gialla seguita da un cartello di legno con scritto “Montmayeur”!! Eureka!! Da non credere…prima davvero ci era sfuggito! Imbocchiamo un passaggio coperto che ci porta nel giardino di un’abitazione…e adesso? L’istinto dice di prendere a sinistra attraversando un prato..proviamo, al limite torneremo indietro..tanto oggi va così a quanto pare… Uno steccato che si insinua nel folto del bosco ci lascia ben sperare…evviva!! E’ il sentiero che stavamo cercando! Costeggiamo un ruscello in leggera e costante discesa fino ad un bivio dove i segnavia indicano l’arrivo del sentiero proveniente da … La Ravoire!! Ma allora c’era!! Lo sapevo! Chissà però da dove avremmo dovuto prenderlo…io vorrei scendere solo per il gusto di togliermi questa curiosità..ma Leo ha male ad un ginocchio e da sola non mi va…amen! Ma ci torno, ah se ci torno! Ed eccoci, infine, ai piedi della rocca tanto agognata! Montmayeur…ci siamo!!

Stella

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