Nel piccolo e prezioso giardino del castello di Issogne. Il trionfo dell’amore.

Niente torri merlate. Niente caditoie né fossato. Niente feritoie, né inferriate, né ponti levatoi. Niente di tutto questo. Issogne splende in eleganza e raffinatezza. Ad Issogne rifulge la vita, non la guerra. Grandi e luminose finestre crociate, delicati affreschi ricchi di colore che mescolano realtà e fantasia…Lusso, ricercatezza, gusto del buon vivere: questo troverete ad Issogne. E’ una vera piccola corte dominata dalla cultura e dai fasti di una sontuosa dimora signorile. Un nobilissimo edificio che, ancora oggi, riflette lo stile, il gusto e l’intelletto del priore Giorgio di Challant, “uomo del Rinascimento”, sicuramente il più grandioso mecenate che la Valle d’Aosta ricordi.

IL GIARDINO ALL’ITALIANA

Non è nostra intenzione raccontarvi qui la lunga storia del castello, né illustrarvi le sue fasi architettoniche e decorative; né anticiparvi le tante meraviglie artistiche che incontrerete nelle sue stanze o sotto i suoi loggiati. Ci soffermeremo su un luogo molto particolare del palazzo. Un luogo “sempre verde” dove ogni elemento racchiude un simbolo. Un luogo che è un vero inno alla vita: il giardino.

Uno scrigno di luce dal disegno sapiente e geometrico. Un viridario umanistico profilato da siepi e stradelle ghiaiose. Uno spazio intimo, privilegiato, simbolico legame tra l’edificio e la natura che lo circonda. Qui uomo e natura si incontrano, si sposano ritrovando l’armonia. La corte di Issogne è ingentilita da un piccolo ma ben curato giardino all’italiana. Estraneo al mondo esterno ma pulsante di vita; animato da aiuole e vialetti, inondato dal sole e incorniciato dalla perfetta sequenza delle finestre e delle arcate.

LA FONTANA DEL MELOGRANO

Di fronte, in evidente allineamento, spicca un vero gioiello scultoreo ed iconografico:l’emblematica Fontana del Melograno.

Entrando, dopo aver superato l’ombra dei porticati e dell’androne, eccola lì, proprio davanti agli occhi. Quasi vi aspettava… Da più di mezzo secolo gorgoglia e rallegra la corte interna del castello. Di certo colpisce per l’eccezionale maestria che la produsse, per la sua fama che la fece addirittura riprodurre nel borgo medievale del Valentino di Torino.

Un capolavoro, senza dubbio. Ma, a ben guardare, c’è di più!

Partiamo dalla vasca. Perfetta, geometrica, ma soprattutto…ottagonale. Come i battisteri. L’8 simboleggia la vita, il ciclo infinito di nascita-morte-rinascita (l’ottavo giorno è infatti quello della Resurrezione). Ambizione ed augurio di eternità. Molti studiosi, per questo (ma anche per altri) motivi, vi avrebbero visto una sapiente e colta riproduzione della Fontana dell’eterna giovinezza, mistica e leggendaria sorgente di rinascita ed eterna gioventù spesso raffigurata nelle opere d’arte medievali. Pensiamo, solo per fare un esempio, a quella del Castello della Manta a Saluzzo (CN), non così distante da noi per area geografico-culturale, né per epoca di realizzazione. Ultimi decenni del XV secolo: Issogne viene plasmata dalla mani e dall’intelligenza di Giorgio di Challant. Quattro zampilli, interpretati come i 4 fiumi del mitico giardino dell’Eden: il Tigri, l’Eufrate, il Ghicon (forse il Nilo) e il Pison (probabilmente il Gange).

Questa fontana fu voluta come dono per le nozze del conte Filiberto con Louise d’Aarberg, avvenute nel 1502.

Un matrimonio che, quindi, si sperava felice, eterno (appunto) e prolifico. Sì, perché al centro di questa vasca si erge un albero. Nonostante il nome ormai noto, non è un semplice melograno. E’ un intrigante ibrido tra un melograno e una quercia. Chiaramente voluto. Noterete, infatti, le foglie della quercia unite ai frutti del melograno. E sapete perché?

La quercia è l’albero forte e robusto per antonomasia. E’ grande, imponente, coriacea. In piùracchiude in sè l’idea stessa di eternità perché sulla sua folta chioma nascono i fiori di entrambi i sessi. Per la civiltà classica (di cui il priore Giorgio era pregno) la quercia, robur alla latina, era l’albero scelto da Giove, l’albero cosmologico per eccellenza. Il più alto, quello che sapeva unire terra e cielo.

Il melograno da sempre simboleggia il matrimonio, la sessualità, la fecondità. Antica pianta sacra della dea Giunone, veniva regalata in occasione delle nozze (appunto). Il frutto del melograno rappresenta l’utero della donna al cui interno giacciono tanti semini, in attesa di dare l’atteso e molteplice frutto assicurando la continuità della famiglia.

In più, aguzzando la vista, si potranno distinguere, mimetizzati tra i rami, le foglie e le volute,piccoli esseri fantastici: dei draghi, ad esempio, il cui compito era quello di proteggere l’albero tenendo lontani il male e l’invidia.

Una continuità resa apossibile da fortunati matrimoni che vengono celebrati e ricordati dalla ricca sequenza di stemmi araldici dipinti tutt’intorno sulle pareti del cortile. E’ Le Miroir des Enfants de Challant, lo Specchio dei figli di casa Challant, altro espediente per sottolineare l’elevata nobiltà del casato e gli importanti ed illustri vincoli di parentela contratti per matrimonio.

E quindi, quale stagione migliore se non la primavera per visitare un simile palazzo? Tra gli ariosi e colorati loggiati, le scene di vita quotidiana si rincorrono, alternandosi all’araldica e a tutta una raffinata rete di simboli più o meno evidenti. Ma il tutto converge sulla Fontana. Vita, amore, augurio di eterna salute e felicità.

Stella

A Brescia per la mostra”Brixia, Roma e le genti del Po”. Preziosa, ricercata, colta…forse troppo?

Week-end a Brixia! Che città affascinante… Ops, scusate, forse è meglio chiamarla col suo nome attuale, Brescia! Un nome che racchiude in sè l’anima delle montagne, perché deriva da un’antica radice celtica -brig che significa, appunto, “altura”. Una radice che ha dato origine a diversi toponimi: oltre a Brescia si pensi a Brianza, Bressanone, ma anche alla vicina Bergamo che ricalca, invece, più da vicino, il nome di una divinità indigena venerata dal popolo dei Cenomani: Bergimus. Che sia -brig o -birg la valenza è la stessa; si parla di alture, di vette, ammantate dal sacro, punto di riferimento nel territorio, luoghi strategici di riparo e controllo.

Arrivo a Brescia nel primo pomeriggio; dopo un buon gelato artigianale si procede a passo svelto alla volta del Museo di Santa Giulia. Si imbocca quindi Via dei Musei sulla quale, ad un certo punto, si affaccia il maestoso Capitolium di età flavia (73 d.C.). Mi fermo, e osservo, rapita da quei resti affascinanti e coinvolgenti… Già la gente si assiepa all’ingresso in attesa dell’apertura, ma io procedo alla volta del museo (tornerò dopo) perché voglio iniziare dalla mostra “Brixia, Roma e le genti del Po. Incuriosita dal clamore e dall’attesa di questa importante rassegna, nonché da sempre profondamente interessata dalle tematiche legate al processo di romanizzazione nelle diverse regioni dell’impero, eccomi qui! Occasione fantastica anche perché mi consente di rivedere un carissimo amico e collega della Scuola di Specializzazione in Archeologia, bresciano: Paolo Bonini!

Si entra e si viene subito immersi in una sorta di foresta virtuale: questo per ricreare l’ambiente e il paesaggio che connotava le terre padane all’alba della romanizzazione. Quelle foreste che di certo non aiutavano l’incedere degli eserciti romani e che, al contrario, erano valide alleate dei popoli che le abitavano. Nel caso di Brescia i Cenomani (Cenòmani, alla greca, o Cenomàni alla latina??mah…); gli Insubri più a ovest, in terra milanese, i Veneti a est. Si prosegue con una panoramica sulla cultura materiale di questi popoli di stirpe e cultura celtica: i vasi ” a trottola”, alcune piccole marmitte tripodi, le armille in vetro blu e alcuni esemplari di torques in bronzo mi rimandano immediatamente alle parures salasse valdostane… emerge una sorta di “koiné” (comunità) celtica cisalpina!

Mi colpisce un magnifico diadema in oro con decoro a “tetes coupées”, motivo ampiamente utilizzato e documentato in tutta l’area celtica occidentale. Lo stesso disegno che arricchisce le splendide falere (decorazioni militari metalliche decorate applicabili sia su divise che su finimenti per cavalli) di Manerbio. Giri di “teste mozzate” su dischi con umbone centrale vivacizzato, in un paio di casi, dall’inconfondibile “triscele” celtica. E sempre da Manerbio il famoso “tesoretto”: oltre 4000 dracme d’argento padane, per un peso di circa 30 kg!

E via con corredi funerari di guerrieri, produzione vascolare con chiare “immissioni” di provenienza etrusca fino al panorama numismatico, indicativo dei frequenti transiti e scambi commerciali che interessavano quest’area.

Continuiamo il giro scoprendo stipi votive e santuari; splendidi decori architettonici in terracotta, fino a frammenti di statue monumentali tra cui l’emozionante testa di dea (Giunone?) proveniente da Alba (CN): un volto dal pathos ellenistico con quello sguardo struggente, la bocca socchiusa, girata di 3/4… echi “scopadei”… E cosa dire di quella commovente ed emblematica (anche proprio sul piano del messaggio che implica) mezza testa di dea diademata (sempre Giunone?) in terracotta? Quello sguardo nobile e sereno, che guarda lontano, alto, protetto da una profonda arcata orbitale…e quelle labbra carnose, appena dischiuse, quasi ad emanare un soffio di divinità…il tutto bruscamente interrotto, spezzato, dallo scorrere dei secoli, dal mutare delle menti…

Una terra di matrice culturale celtica ma toccata da flussi ellenizzanti che, in qualche modo, hanno preparato il terreno alla successiva romanizzazione; questo è percepibile, visibile, tangibile grazie a queste oltre 500 testimonianze attestanti l’evolvere, o meglio, il progressivo mutare di una società. Tra pianura padana e Appennino fino a Talamone (GR) da cui proviene il magnifico decoro in terracotta ad altorilievo e statue a tuttotondo del frontone del tempio etrusco-ellenistico: qui, dove un esercito composto da diverse tribù celtiche (Boi e Insubri alleati con Taurisci e Gesati) venne circondato e distrutto da quello romano settant’anni dopo Sentino, quindi nel 225 a.C.

Emblematica per comprendere la “rivoluzione” portata dalla romanizzazione la stele funeraria  di Ostiala Gallenia proveniente dall’area veneta dalla quale si evince tutta la forza della commistione tra elementi autoctoni e apporti romani: l’epigrafe è in latino, le due figure maschili indossano tunica e toga, mentre la donna è raffigurata ancora nel suo costume venetico.

Altri elementi interessanti le simulazioni digitali del suburbio e della campagna: pareti trasformate in maxischermi su cui girano le immagini digitali della Brixia di età romana…in lontananza si ode rumore di ruote..sempre più vicine…peccato, però, non vedere il carro che passa, ma solo la strada..(!!) Comunque bello e suggestivo il risultato complessivo…come nella sezione dedicata alla campagna: vedi le ville rustiche con i torchi nel cortile e senti l’abbaiare dei cani e il canto degli uccelli… Sei fuori città e, progressivamente, dai campi centuriati e coltivati, dai piccoli sacelli agli incroci, ecco che ritorni nel bosco, lungo il fiume…in quella pianura dalla quale avevi cominciato…

Un’esperienza bella e sicuramente formativa, ma… qualche piccola “pecca” a mio avviso, c’è. Vengo immediatamente colpita dalle scritte sulle pareti: che si tratti di citazioni latine o di frasi utili alla contestualizzazione, sono realizzate su un tono appena più scuro del grigio dei muri o, per la versione inglese, in bianco e posizionate a nostro avviso troppo in alto…si fa davvero fatica a leggerle! In più le scritte in latino sono distribuite in maniera insolita: quasi a voler ricordare il fusto di una colonna con degli “a capo” inspiegabili ( e talvolta discutibili proprio sul piano della correttezza linguistica…eppure di spazio ce n’è!!) che complicano ulteriormente la lettura…E, sempre in merito a tali citazioni: non si sa perché ma alcune hanno accanto ( o sotto) la traduzione, altre no…evidentemente si presume che, dopo alcune frasi, uno abbia imparato il latino!!

Altra nota: le didascalie dei pezzi. Scarne e difficili. Forse pensate dando tutto per scontato; pensate per un pubblico “addetto ai lavori”, colto, un filo “elitarie” come dire… Sono scelte, per carità, ma non è comunque funzionale al grand public, senza dubbio!

Concludo, quindi, sottolineando come questa sia effettivamente una grande mostra a livello di pezzi scelti e di alcune soluzioni “immersive” molto suggestive, ma risulti un pò fragile sotto l’aspetto del “racconto”…secondo me manca un fil rouge chiaro che aiuti davvero il visitatore medio ad orientarsi tra questi materiali (ad esempio i corredi funerari..li trovi all’inizio, ma poi ritornano anche alla fine..mah..); sembra una mostra suddivisa per temi non bene concatenati tra loro. E, ancora una volta, sempre secondo me ( e secondo il parere di alcuni visitatori non addetti ai lavori che hanno fatto la visita insieme a noi), chi non possiede adeguate basi storico-archeologiche o linguistiche, molto difficilmente comprende gli oggetti anche perché, ripeto, le “dida” non sono state tarate sul visitatore “medio” ( un solo esempio: se la “dida” recita: “Antefissa fittile con Potnia Theron” e nulla più, mi dite quanti tra chi legge capiscono fino in fondo a cosa si riferisce??). Quindi, apparato informativo decisamente migliorabile seppure la straordinaria bellezza di molti pezzi riesca lo stesso ad appagare la vista e lo spirito.

La Cultura è di tutti e a tutti va comunicata; con tutti va condivisa!

Ci rivediamo al prossimo post, sempre “bresciano”, interamente dedicato al sito del Capitolium la cui lunga storia e preziosità dei resti hanno portato alla creazione e all’inaugurazione (pochi giorni fa) del più esteso Parco Archeologico a Nord di Roma.

Stella

#Liberiamola Cultura. #CondividiamoBellezza. L’Aosta romana dei ragazzi: #InvasioniDigitali 2015!

Sì, è vero..manco da circa una settimana…ma, sapete, invadere per tre giorni di fila una città romana non è proprio cosa abituale!!

Sì, perché la scorsa settimana sono stata impegnata nelle vesti di “invasore digitale”!! Con prodi manipoli di ragazzi delle scuole superiori di Aosta, Verrès e Moncalieri (TO) la città di Aosta romana è (forse) riuscita a diventare “virale”!!

Conoscete il progetto “invasioni digitali”? Se ancora la vostra risposta è “NO”, allora andate subito sul sito www.invasionidigitali.it per capirne di più! E’ un’iniziativa di carattere internazionale che vuole “liberare la cultura” per superare la vecchia visione del “pubblico” a favore del “turista protagonista”.

Le Invasioni vogliono far sì che tutti possano avvicinarsi al nostro splendido patrimonio culturale “personalizzandolo” con foto o video densi di personalità e creatività da diffondere su tutti i canali social disponibili e invadere la rete!

Abbiamo voluto #condividerebellezza diffondendo gli angoli romani della nostra bella e antica città! Dal ponte romano fino al monumentale Arco di Augusto; dall’imponente Porta Praetoria fino al quartiere degli spettacoli col magnifico Teatro romano e col vicino ma segreto Anfiteatro, racchiuso all’interno del convento di Santa Caterina e protetto dai meli e dal giardino delle suore. Da lì fuori lungo le mura rasentando la suggestiva Torre dei Balivi, gelosa custode della nascita di Augusta Praetoria, fino a raggiungere piazza della Cattedrale: qui si incontra un vero gioiello: il Criptoportico forense, tra i meglio conservati e meglio fruibili tra i 36 censiti in tutte le province occidentali dell’Impero romano. E ancora al MAR (il Museo Archeologico Regionale) che, per l’occasione, ci ha persino aperto i suoi sotterranei.

Conclusione in Via Croce di Città, l’antico Kardo Maximus della città romana dove abbiamo puntato sguardo e obiettivi verso sud, verso quei monti da cui, nei giorni del solstizio d’inverno, sorge il sole di Aosta celebrando, anno dopo anno, secolo dopo secolo, il suo antico rito di fondazione e ricordandone l’orientamento “sub signo Capricorni” in omaggio ad Ottaviano Augusto, suo fondatore.

Ma cominciamo dall’inizio… Punto fisso di ritrovo l’Arco di Augusto..impossibile sbagliarsi e impossibile non trovarsi! Da lì subito a est, fuori dal pomoerium, al ponte romano che scavalca l’antico letto del torrente Buthier, poi spostatosi in seguito ad una terribile alluvione avvenuta nel Medio Evo. Ma dai, un ponte qui? E perché? E possiamo andarci sotto? Ma certo…e via di foto! Ma sempre con la nostra simpatica mascotte, lo space invader (gioco digitale giapponese del 1978). Dal culmine del ponte siamo in asse con l’Arco, laggiù…certo era un’infilata unica e, in lontananza, dovevano comparire le mura di Augusta Praetoria!

Lasciamo quindi il “Ponte di Pietra” ed il suo grazioso grappolo di case per incamminarci nuovamente alla volta dell’Arco… e naturalmente ci andiamo sotto! Certo! Perché l’Arco va fruito così, in maniera storicamente e filologicamente corretta! Gli Invasori dilagano nell’aiuola e scattano! Selfie, belfie, foto di gruppo, particolari “installazioni” umane per ottenere simpatici giochi ottici… e notare, con sorpresa, che sotto il cornicione sporgente, ancora ci sono delle decorazioni: motivi floreali inseriti dentro cornicette romboidali, piccole gocce e palmette sugli angoli…ma chi l’avrebbe mai detto?!

Ragazzi, non dimenticate che qui siamo ancora fuori città! Non abbiamo ancora superato le mura e la Porta Praetoria ci aspetta là in fondo, davanti a voi! Piccola ma utile “spiega” su com’è fatta, com’è stata costruita, con che materiali, le fasi di monumentalizzazione, gli scavi, i restauri… i ragazzi chiedono informazioni sull’ultima campagna di scavo che tante polemiche ha generato…il perché, il “per come”…e le passerelle, e cosa c’è esattamente lì sotto e quando sarà possibile vedere tutti i resti…quante cose, quante curiosità! E’ uno spunto, uno stimolo da cogliere…questo cantiere così strategico ed importante non è stato capito fino in fondo, non è stato comunicato né sufficientemente condiviso…Alla fine, molti mi han detto: ” Ah…adesso è chiaro perché è così! Speriamo che si possano presto finire i lavori”.

Finito lo “shooting” alla Porta, pieghiamo a destra verso il Teatro. Tutti i ragazzi di Aosta lo conoscono, quelli di Moncalieri naturalmente no… e non se lo sarebbero mai aspettato così! “Cavoli, sembra di essere a Pompei”!, esclama qualcuno! “Sì, ma con le montagne e la neve tutt’intorno!”, chiosa qualcun altro… Enorme, immenso, con quel muro di facciata alto 22 metri! Sì, ma nessuno di loro, nemmeno gli aostani, sapevano che, in origine, l’interno doveva essere tutto un rifulgere di marmoree policromie: orchestra pavimentata con almeno tre diversi tipi di marmo colorato (cipollino, porfido e giallo di Numidia), proscaenium e scaenae frons su due piani colonnati…immaginate, ragazzi..immaginate… wow!!

L’ultimo giorno di Invasioni, con un gruppo di sole donne appassionate e molto reattive, dato lo scarso numero, e il tempo a disposizione, abbiamo deciso un’invasione “last minute” all’Anfiteatro di Aosta. Busso alla porta del convento e la suora, molto gentile, ci permette di entrare. “Lei sa già dove andare?”, “Sì, non si preoccupi, ci penso io!”… Ed eccoci in un giardino invaso dal sole, verde di un verde abbagliante dopo la pioggia del giorno prima, i meli e, in lontananza, la facciata del Teatro. Il giardino ha una pendenza particolare, verso il centro, e una forma indiscutibilmente ellissoidale. “Ragazze, siamo nell’Anfiteatro!”. Meraviglia, stupore..un posto fantastico…vaghiamo nel prato alla ricerca dei resti delle gallerie anulari che occhieggiano qua e là! E già che ci siamo, perché non spendere 2 parole anche sulla Torre dei Balivi che ci domina da nord-est? “Sì, avevo letto qualcosa sui giornali…”, ma sentirlo raccontare è tutta un’altra cosa! “Ma quando si potrà vedere la famosa pietra decorata?”…ragazze, non perdiamo la speranza…magari si riuscirà a costruire un accesso in quel punto!! Un ultima attenzione alle 8 arcate superstiti poi riutilizzate come appartamenti o depositi… e via! Si procede alla volta del MAR!

Decidiamo di percorrere via San Giocondo che, in una giornata di primavera com’era quella di giovedì 30 aprile, è un’oasi di vera campagna in pieno centro! A destra lo sguardo spazia dai campanili della Cattedrale sù sù fino alle vette di Aosta: la Becca di Nona e l’Emilius… Più basse le chiome degli alberi da frutta e i glicini che si rincorrono sui muri di cinta delle case…

Arriviamo alle spalle del Criptoportico. Ragazze, siamo sulla terrazza sacra del foro: qui sorgevano i due templi gemelli dedicati, probabilmente, ad Augusto divinizzato e alla dea Roma. Da qui, verso sud, il foro si sviluppava nella platea commerciale con le botteghe e i porticati (attuale piazza S. Caveri) e procedeva ben oltre la stretta via De Tillier. Non è ancora chiaro dove sia la basilica, ma è certo che non era sul lato corto opposto ai templi; molto probabilmente si allungava parallelamente al Kardo Maximus, quindi dovete immaginarvela sul lato orientale di via Croce di Città…un foro immenso, non c’è che dire!! “Ma a cosa serviva esattamente questo Criptoportico??”… Innanzitutto aveva una funzione edile: doveva contenere l’apporto artificiale di terreno creato per realizzare la terrazza dei templi; ma aveva anche una funzione processionale che si presume collegata alla liturgia del culto imperiale. Non doveva assolutamente essere un magazzino (horreum in latino)!! Ma voi mettereste mai un deposito di cereali nella cripta di una cattedrale? Sarebbe più o meno così…I Romani stavano molto attenti a queste cose! E poi gli horrea erano fatti diversamente: un corridoio con delle cellette sui lati ( o su uno solo) utili allo stoccaggio ordinato delle merci. E poi i tanti confronti e i casi di studio offerti da altri criptoportici forensi sparsi in varie zone dell’attuale Europa, hanno permesso di capire che si trattava comunque di ambienti di prestigio dove potevano persino trovare posto dei cicli statuari imperiali (statue ritratto dinastiche) così come delle iscrizioni menzionanti le élites cittadine. In alcuni casi le gallerie presentano affreschi o stucchi, indice di una destinazione d’uso di alto livello. La mascotte di InvasioniDigitali appare e scompare giocando tra le arcate. Le ragazze girano persino un time laps… Ok, fatto! Ora tutti al MAR!!

La luminosa facciata gialla dell’ex caserma Challant ci accoglie in piazza Roncas. Entriamo mostrando in bella vista le nostre mascotte digitali e i cartelli da Invasori…sguardi curiosi e divertiti ci accompagnano all’interno del Museo Archeologico Regionale. Cominciamo subito dai sotterranei. Ancora chiusi al pubblico, per l’occasione gli Invasori sono riusciti ad accedervi! Si apprezzano i resti della Porta Principalis Sinistra di Augusta Praetoria, ossia la Porta nord che si apriva in direzione della strada diretta al Gran San Bernardo, e di alcune murature appartenenti alle fondamenta di un corpo scenografico a forma di cavea di teatro che chiudeva il complesso forense a nord. Illuminato da calde luci arancioni tutto ciò che è di epoca romana; in luce bianca il post-romano. I ragazzi sono stati particolarmente impressionati dall’effetto “labirinto”, secondo alcuni simile ad una “casa degli spettri”, per non parlare di quel pozzo…così profondo…

Risaliti ci dedichiamo alle sale del museo: da quella delle stele antropomorfe di Saint-Martin-de-Corléans (cosa sono? cosa rappresentano? a cosa servivano? quando sarà aperta l’area megalitica?? ops!!), ai monili salassi (e quindi cosa c’è esattamente nell’area dell’ospedale? chi è il guerriero trovato nel tumulo?)…quante domande, quante curiosità!! E’ bello però che i giovani, i teen-agers, abbiano questa voglia di sapere e di conoscere meglio la loro città! Entusiasmo al grande plastico della città romana…come se la riscoprissero di nuovo vedendola ” a volo d’uccello”.. E poi ancora: le necropoli, la sala dei culti (“Ah…ecco cos’è un balteo!!); e poi ancora verso gli ambienti domestici, gli oggetti di una quotidianità passata, ma non perduta!

E con la foto finale suggelliamo, nel cortile del MAR, l’ #InvasioneCompiuta!! Un’esperienza divertente e didattica; ricreativa ma non solo…anche creativa! Un progetto di marketing umano, prima ancora che digitale! Grandi ragazzi!! Abbiamo vissuto Aosta, anzi, Augusta Praetoria, non come semplici turisti, ma da veri protagonisti!!

Stella

Archeo-story-telling per passione! Il mio mondo (antico) a colori!

Amici, forse alcuni di voi si saranno chiesti quale sia l’obiettivo di questo mio archeo-blog

Insomma, non è propriamente un blog di aggiornamento in materia; non è un blog di critica ma è una specie di “archeo-TRAVEL” blog! è l’archeologia “a modo mio”.

E’ l’archeologia ” a colori” che da sempre mi ha spinto a studiarla, a ricercarla, a viverla e farla vivere.

Sì, l’avrete capito, mi piace un sacco raccontare e raccontarmi. In ogni sito dove ho avuto la fortuna di lavorare, in ogni viaggio, quelle pietre, quegli orizzonti hanno saputo raccontarmi una storia lasciandomi immagini vivissime nel cuore e nell’anima.

Posso ricordare un soffio di vento, un odore, un sapore…e naturalmente posso ricordare i colori…un mondo come una tavolozza. Un passato in HD che sempre mi ha fatto sentire emozionalmente in “3D” e i cui ricordi ed impressioni sono ancora adesso tanto profondamente incisi dentro di me che non posso non comunicarveli.

A volte qualcuno sottolinea un mio stile un pò “fantasy”.. verissimo! Non lo nego e non lo abbandonerò mai! Forse la mia è un’archeologia un tantino “romanzata”, ma è la mia archeologia a colori!

Ve l’avevo detto sin dai primi post: mi ritengo un’archeologa “narrante” che, se proprio è costretta a fermarsi dal viaggiare, non potrà mai fermare la propria fantasia!

Oggi è noto, il mondo antico non rifulgeva di un niveo ed algido candore, ma di una brillante e quasi disorientante policromia! I templi, le statue… paesaggi assolutamente colorati ricchi di vita, privi di assurdi tabù! Ebbene, questa è ancora oggi la mia archeologia. Viva, colorata, comunicante ed emozionante!

Insomma, cerco di far emozionare anche chi mi legge come, in una certa situazione ed occasione, mi sono emozionata io… Io riesco ad immergermi in un sito, in un’atmosfera, in un’epoca per quanto lontana. E’ come se vedessi gli edifici rialzarsi, la gente aggirarsi tra le colonne, nelle piazze, sulle scalinate… come se le sentissi parlare… è una specie di magia totalmente coinvolgente! E vorrei farla sentire anche a voi.

E se questi miei racconti riusciranno a farvi venire voglia di partire per visitare un luogo o per apprezzare da vicino un’opera o calpestare la millenaria terra di un sito…beh…nessuno sarà più felice di me!!

E concludo con questa frase che trovo assolutamente calzante: “Il lavoro di un pittore non finisce nel suo quadro; finisce negli occhi di chi lo guarda”  (A. Sughi)

#LiberiamolaCultura!

Stella

Alpis Graia. Le pietre degli dei tra Italia e Francia

Il 19 marzo 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni del Traforo del Gran San Bernardo. E quest’anno, il 16 luglio, celebreremo i 50 del Tunnel del Monte Bianco. Opere grandiose, anni di lavoro e fatica per unire Paesi confinanti in modo più rapido ed agevole. Frutto dei tempi moderni e della necessità di velocizzare ed incrementare i transiti. Ma prima? Da sempre le montagne uniscono i popoli..sì, li uniscono! Dall’alba della sua esistenza l’uomo le attraversa, le abita, le vive.

Colli. Valichi. Vere e proprie “terre di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. Sono le terre dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono. Luoghi dove sembra che tutto rallenti. Luoghi dove, solo in certi casi più fortunati, alla natura si mescolano le tracce di una Storia grandiosa dal respiro millenario.

Cominciamo il nostro viaggio dal Piccolo San Bernardo; lì dove Italia e Francia si guardano, si toccano e si parlano. In antico veniva indicato come Alpis Graia, in omaggio al Graium numen, al (semi)dio greco, Ercole che, secondo molti miti e credenze, da qui passò. Interessante ricordare un passo del Satyricon di Petronio che, stando a molti, si riferirebbe proprio a questo colle:

“Alpibus aeriis, ubi Graio numine pulsae descendunt rupes et se patiuntur adiri, est locus Herculeis aris sacer : hunc niue dura claudit hiemps canoque ad sidera uertice tollit. Caelum illinc cecidisse putes: non solis adulti mansuescit radiis, non uerni temporis aura, sed glacie concreta rigent hiemisque pruinis: totum ferre potest umeris minitantibus orbem”. (Petr., Satyricon, 122)

E’ bello tradurre questi versi per assaporarne l’intensa e, direi, visiva poesia.

Là, sulle Alpi vicine al cielo, dove, spinte da una divinità greca, le rocce si abbassano tollerando di lasciarsi avvicinare, si trova un luogo sacro agli altari di Ercole: qui l’inverno chiude i luoghi con una dura coltre di neve e solleva il capo candido verso le stelle. Potresti pensare che il cielo sia attaccato a quelle cime: né il sole, nel pieno delle sue forze, né le brezze di primavera possono addolcire questo clima rigido, ma ogni cosa è indurita dal ghiaccio e dai rigori invernali: (sembra che) l’intera volta celeste possa essere sorretta sulle spalle di queste vette minacciose”.

É la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente secondo alcuni all’Età del Rame (III millennio a.C.), secondo altri all’Età del Ferro iniziale (IX-VI secolo a.C.) composto da una cinquantina di pietre che, simbolicamente, sottolinea una zona di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. E’ vero che, nei secoli, molte volte queste pietre sono state prese, spostate, maneggiate..ma alcune sono ancora in posizione primaria; una in particolare che, stando ad alcuni studiosi, avrebbe aiutato ad individuare l’orientamento astronomico del cerchio litico al solstizio d’estate. E da alcuni anni ormai, al tramonto del 21 di giugno, c’è sempre un folto gruppo di appassionati che si reca lassù ad assistere al fenomeno della proiezione di due falci d’ombra che progressivamente si abbracciano quando gli ultimi raggi di sole scivolano dietro la sella del Lancebranlette, all’orizzonte nord-occidentale.

É quel limes, ossia quell’invisibile ma presidiata linea di confine voluta dalle legioni romane che qui, a 2.188 metri di quota, dal I secolo a.C. si sono insediate costruendo due mansiones (punti tappa lungo la via delle Gallie). Oggi ne abbiamo una in terra italiana ed un’altra già oltre il confine francese, ma è una situazione venutasi a creare solo dopo lo sfortunato esito del Secondo Conflitto Mondiale: prima, infatti, erano entrambe su suolo nazionale! La strada romana passava alta, più o meno in linea col monumento ai Caduti e, di conseguenza, gli accessi delle mansiones si aprivano su quel lato. Ma è chiaro: lassù la strada era al sicuro dai pantani che si creavano al disgelo! Le mansiones prevedevano una corte centrale su cui si affacciavano una serie di ambienti utili al riposo di uomini ed animali. La mansio orientale (quella “nostrana”) presenta, inoltre, in corrispondenza dell’angolo sud-ovest, fino a poco tempo fa a bordo strada (ora la strada compie un giro più ampio e non taglia più il cromlech a metà), i resti (l’esatta metà) di un fanum: un piccolo tempio di forma quadrangolare, a pianta centrale, costituito da una cella circondata da un corridoio. Si tratta di un edificio di culto tipicamente gallico di cui si può apprezzare un altro bell’esempio a Martigny nella Fondation Gianadda.

Gli scavi condotti negli anni Trenta del XX secolo da Piero Barocelli avevano interessato entrambe le mansiones portando altresì al ritrovamento delle lamine votive e del noto busto in argento di Iuppiter Dolichenus ora conservati al MAR di Aosta. E’ insolito questo aggettivo “Dolichenus“: che mai vorrà significare? Si tratta di un appellativo aggiuntosi al nome di Giove tra il II ed il III secolo d.C. andando così a sovrapporre alla principale divinità latina un dio orientale, proveniente dalla città anatolica di Dolico. Una sorta di Baal, di dio trionfatore, protettore dei soldati, reggitore del mondo umano e cosmico. Il suo culto restò in sordina fino al regno di Marc’Aurelio per poi toccare l’apice sotto Commodo e i Severi. Il busto del “Piccolo” ci offre una divinità matura, dal volto barbuto e dalla folta chioma riccioluta; lo sguardo è ieratico e penetrante: grandissimi gli occhi con la pupilla ben delineata, tratto tipico della ritrattistica tardo-imperiale che proseguirà in epoca costantiniana. Indossa una corazza e, appena sotto la spalla destra, si riconosce l’immancabile fascio di fulmini.

Ospitalità e sacralità: caratteristiche da sempre abbinate nei valichi lungo percorsi di particolare risalto. In quell’atmosfera “sospesa” delle mitiche “terre di mezzo”.

Stella

La solitudine della bellezza. Le maestose “vestiges” di Koudelka al Forte di Bard

La bellezza dell’eternità. Una bellezza straordinaria e letteralmente senza tempo quella che pervade le fotografie di Josef Koudelka in mostra al Forte di Bard fino al 3 maggio 2015. Le sale delle Cannoniere ospitano un lavoro fino ad oggi inedito in Italia dal titolo evocativo: “Vestiges 1991-2014”. Una sessantina di fotografie dedicate ad alcuni tra i più importanti, sebbene forse non comunemente noti, siti archeologici del Mediterraneo che ha richiesto a Koudelka, membro della prestigiosa Magnum Photos, un impegno durato oltre 20 anni.

E’ un viaggio dalle insolite emozioni quello in cui ci accompagna questo creativo fotografo nomade di origini ceche, affascinato dai gitani e dal cambio di orizzonti. Un viaggio lungo quelle sponde del Mediterraneo che, avvolte dal Mito, hanno visto il nascere della nostra civiltà.

SCATTI DI ETERNITÀ

Paesaggi del Mito, appunto. Paesaggi della Storia. Paesaggi che fissano un’epoca. Scatti di eternità che ci raccontano il fascino ancestrale di luoghi assoluti, unici.

Quelle imponenti colonne del tempio di Poseidone a Capo Sounio (Grecia) che quasi sembrano voler sfidare il mare e toccare il cielo; o le complesse geometrie del santuario di Apollo a Delfi, frammiste a rocce e ginestre. Le ariose prospettive colonnate di Apamea e Palmira (Siria), nitidi esempi di  architettura ellenistica. L’eleganza inaspettata dei colonnati di Leptis Magna,Sabratha e Apollonia, in Libia.

Gli scenari maestosi del passato romano di Dougga (Tunisia) e di Timgad (Algeria); fino ad approdare sulle sponde anatoliche di Side (Turchia) passando dalle rosse gole della nabateaPetra (Giordania), scrigno di inimmaginabili tesori.

E l’Italia. Roma e la sua campagna dove le imponenti rovine si ergono nel mezzo di ariose solitudini. Un “rovinismo” fotografico comunque privo di malinconia, ma denso di suggestione. Un vero e proprio tributo ad un Passato glorioso, lontano ma sempre presente. Ha quasi il tocco del reportage lo scatto sui gradini dei Fori  imperiali appena umidi per la rugiada nella luce ovattata del mattino; o quello che si concentra sui solchi impressi da secoli di passaggi sul basolato dell’Appia; fino alla struggente solitudine della Villa dei Quintilii.

VALLE D’AOSTA SENZA TEMPO

Per arrivare, poi, tra le montagne della Valle d’Aosta dove cogliere il segno di Roma in quei tagli nella roccia che hanno disegnato la strada delle Gallie e dove restare ammaliati dall’insospettabile ricchezza dell’antica Augusta Praetoria. Qui il maestro Koudelka ha realizzato uno shooting site specific dal quale sono scaturite due nuove immagini legate alle significative vestigia romane presenti nella regione alpina che sono ora entrati a far parte integrante del progetto Vestiges: la prima realizzata, appunto, lungo la Strada romana delle Gallie a Donnas, la seconda al Teatro Romano di Aosta. Il site specific intende anche essere un omaggio alle celebrazioni del bimillenario della morte dell’imperatore Augusto, fondatore diAugusta Praetoria nel 25 a.C..

AMMALIATI DAL MITO

Le voci degli uomini, degli dei e degli eroi riecheggiano tra queste rovine, perfette pur nella loro incompletezza, monumento di se stesse e di ciò che ancora rappresentano.

Viaggi di scoperta da fare e da rifare per vivere (e ri-vivere) la poesia e la magia, sempre diverse, di luoghi eterni ma mutevoli nello scorrere delle stagioni e nel variare della luce.

In mostra al Forte di Bard oltre sessanta fotografie di cui 22 panoramiche di grandissime dimensioni. Un allestimento che coniuga il minimalismo dell’approccio e del personale stile fotografico di Koudelka alla suggestiva sensazione di camminare realmente tra le rovine. La disposizione delle immagini rievoca un percorso alla scoperta di luoghi straordinari che Koudelka ha voluto immortalare per documentarne e promuoverne la bellezza, da vero maestro dell’immagine e del paesaggio quale è.

Alla costante ricerca di una luce migliore, di un’essenza diversa, di uno scorcio particolare, Koudelka trasmette tutta la sua ammirazione per le vestigia dell’antico, rivestite di una bellezza unica e senza tempo; una bellezza “che spinge a visitare quei luoghi molte volte”.

Stella

La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)
La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)

Courmayeur. Insospettabili (ma non così tanto) presenze romane ai piedi del Bianco

Ciao! Oggi elargirò alcune “pillole” della lunga storia del mio paese d’origine: Courmayeur. Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come la piccola frazione di La Saxe.

La Saxe, un grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

ROCCE ROMANE

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella dedicata ai Santi Leonardo, Michele e Anna, si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane. Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. Quindi “insospettabili”, forse, ma non poi così tanto dato che la Strada romana delle Gallie da Pré-Saint-Didier girava sù verso l’attuale La Thuile (l’antica Ariolica) diretta al valico dell’Alpis Graia (il colle del Piccolo San Bernardo), quindi non transitava lontano. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

ANTICHI LABIRINTI SOMMERSI

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che si inoltra in un bosco di latifoglie; oltrepassato il torrente Tsapy si raggiunge la vicina frazione del Villair superiore e, da qui, si può attaccare la salita verso la selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Stella

Fuori e dentro. Sopra e sotto. Luce ed ombra. E’ il Criptoportico di Aosta!

CITTÀ ROMANA IN FILIGRANA

La città romana traspare in maniera abbastanza nitida: è facile riconoscere l’incrocio tra Decumano e Cardo Massimi, le antiche vie principali di questa strategica colonia augustea ai piedi delle Alpi occidentali, estremo baluardo dell’impero prima di sconfinare nelle terre galliche ed elvetiche. Queste vie urbane principali, in origine ampie fino a 12 metri, nei secoli si sono ristrette, progressivamente occupate da case, chiese e palazzi; in certi punti la strada non sarà più larga di 4 metri … Da est a ovest: Via Saint Anselme, Via Porta Praetoria, fino a sbucare nella raffinata, ampia e luminosa Piazza Emile Chanoux, vero salotto della città, dominato dal grandioso Hotel de Ville, il Municipio, eretto in puro stile neoclassico all’inizio del XIX secolo. E pensare che prima, in questa stessa piazza sorgeva un complesso monastico, con chiostro, giardini ed una delle più grandi chiese gotiche del nord-ovest alpino: intitolata a San Francesco era la sacra dimora funeraria della potente famiglia locale degli Challant. Oggi, alle spalle del municipio, c’è una scuola che ricorda questa passata presenza portando il nome del Santo di Assisi.

AD FORUM

Da qui si procede alla volta della Cattedrale che si innalza sulla stessa piazza che, oltre 20 secoli fa, ospitava il Foro di Augusta Praetoria. In particolare qui sorgeva la terrazza sacra coi due templi gemelli, probabilmente dedicati alla dea Roma e ad Augusto divinizzato. L’unico edificio concretamente visibile è quello attualmente occupato dal Patronato ACLI e da alcuni alloggi; ebbene, provate a “svestirlo”..togliete l’intonaco, le finestre, le risarciture di muratura recente, il tetto..andate fino nell’anima e ritroverete uno splendido tempio esastilo di ordine corinzio con scalinata frontale, eretto al di sopra di un podio insieme ad un tempio a lui uguale. Oggi non esistono più, al di là della porzione del basamento di quello orientale. Ma come possiamo immaginarceli? Basta pensare a templi di epoca augustea come la famosa Maison Carrée di Nîmes o al tempio di Augusto e Livia (la moglie) a Vienne, non lontano da Lione.

Pochi scalini consentono di scendere al livello di un grazioso giardino con rovine al cui centro sorge un rigoglioso tiglio: si dice sia stato piantato qui nel primo ventennio del Novecento da un archeologo (in realtà un egittologo): tale Ernesto Schiaparelli. Fu lui ad intuire la reale identità del raro e prezioso monumento che si cela sotto queste aiuole curate e ricche di colori. Sì, perché da una breccia aperta in una delle gallerie seminterrate si entra in un mondo molto particolare, quasi ovattato. Si entra nel magnifico Criptoportico forense di Aosta. Un sistema di 3 gallerie disposte a “U” rovesciata che, in origine, doveva contenere e sostenere il terreno su cui si impostava la terrazza sacra del foro.

IL CRIPTOPORTICO: EMOZIONI… IPOGEE!

Se venite ad Aosta, non potete perdervelo! Non capita così spesso di visitarne uno… oltretutto così ben conservato e valorizzato! Dicevo: si scende ancora qualche scalino e si raggiunge la galleria orientale. Qualche secondo per abituarsi alla penombra e per apprezzare la mite e fresca temperatura dell’interno, un sollievo dal caldo dei pomeriggi estivi! Davanti agli occhi si para una sobria ma elegante sequenza di arcate; la luce e le ombre si mescolano in un gioco di chiaroscuri ingentiliti da luci dorate.

Solo pochi passi, accompagnati da una ricca ed esaustiva pannellistica, per raggiungere un angolo e…mai ci si aspetterebbe un simile spettacolo! La lunga teoria di archi ribassati costruiti in possenti conci di calcare sembra quasi perdersi all’infinito. La galleria settentrionale, la più lunga, lascia esterrefatti; quasi in punta di piedi ci si avvia alla scoperta di questo luogo insolito e misterioso. Alti soffitti voltati a botte, intonaco color avorio alle pareti, finestrelle strombate aperte sull’area interna (oggi il giardino) per la luce e l’aria.

Per lungo tempo e da molti studiosi è stato creduto un granaio militare, un magazzino…ma non è possibile! In epoca romana i magazzini erano fatti diversamente (basti pensare agli “horrea” di Narbonne) e poi..insomma, siamo nel luogo più sacro della città antica, lì dove veniva celebrato il culto imperiale…

Ed è un’aria avvolta di sacralità quella che si respira qui dentro; e viene quasi spontaneo immaginarsi le solenni processioni dei flamines augustales (sacerdoti del culto di Augusto) magari accompagnati dai cittadini più illustri, alla luce delle fiaccole: una marcia che è praticamente una preghiera, scandita dal ripetersi di frasi ed inni dal sapore arcano.

Giunti nella galleria occidentale la visita si interrompe contro un muro oltre il quale permane la proprietà privata. Si torna sui propri passi, ma la magia non muta.

Il Criptoportico: un portico nascosto, un portico segreto. Impossibile lasciare Aosta senza averlo visto.

Stella

A spasso per Aosta…piccola Roma tra i giganti delle Alpi

Valle d’Aosta: vi riempirete gli occhi (ed il cuore) di pascoli, sentieri, boschi, alpeggi e… mucche! Paesaggi a dir poco incantevoli; una natura selvaggia, basica, dove l’essenziale è tutto ciò che ti serve! Ma se un giorno, per mille motivi, deciderete di non salire in quota, magari solleticati da scorci fugaci intravisti nelle rapide ma frequenti passeggiate in centro, allora è tempo di scoprire Aosta, colonia augustea dal nome altisonante: Augusta Praetoria Salassorum.

E cito il “maestro” Battiato nella sua “Delenda Carthago”: “Per terre ignote vanno le nostre legioni a fondare colonie a immagine di Roma”.

2000 ANNI DI GRANDE BELLEZZA

Ha più di 2000 anni questa città fondata nel 25 a.C. dall’ imperatore Ottaviano Augusto e, oltre a portarli molto bene, li sa anche raccontare a chi vuole conoscerla più da vicino!

Volendo essere “topograficamente” e filologicamente corretti, occorre entrare in città dall’antico ponte romano che attraversa il torrente Buthier. Corso Ivrea, “periferia” est della città: qui è facile individuare la sagoma arcuata di questo bel ponte in grossi blocchi di arenaria locale che, oggi, è inserito in un grazioso giardino fiorito. Ebbene sì, una disastrosa alluvione dell’XI secolo ha letteralmente spostato il corso del Buthier di alcune decine di metri e il ponte costruito dai Romani si è poco a poco trasformato nel cuore di une vero e proprio piccolo borgo.
Da qui l’occhio corre immediatamente all’ imponente Arco onorario di Augusto: la città, con le sue mura, ormai è vicinissima! Un’infilata prospettica dall’assialità inappuntabile collega il ponte all’arco e quest’ultimo al Decumano Massimo, la via principale che da est portava alla porta ovest della città romana. Certo nei secoli la città è cresciuta e le case, dal Medioevo in poi, si sono “mangiate” l’ampia strada romana, ma nonostante tutto leggere il reticolato antico non è così difficile.

LA CITTA’ DI AUGUSTO NELLA TERRA DEI SALASSI
I negozi della vivace via Sant’Anselmo ci conducono alla scoperta della Porta Praetoria: fantastica! Una delle pochissime porte romane doppie col cavaedium, il cortile d’armi centrale! Solo da poco è stata rimessa a nudo la sua intera volumetria, quella verticialità che gli accumuli secolari dovuti ad esondazioni e lavori edili avevano mutilato; oggi si può nuovamente apprezzare la sua notevole mole attraversandola su passerelle ancorate alla strada attuale. Purtroppo alcuni problemi e ritardi hanno impedito di portare a termine l’intervento di valorizzazione del sito e, per ora, sotto le passerelle vedrete dei mucchi di sacchi di sabbia il cui compito è quello di proteggere la strada romana dalle intemperie (e non solo)…o meglio, “le strade” e non solo romane…tanti sono stati gli interventi e i rimaneggiamenti che hanno interessante questo luogo cruciale della città! Immaginando l’effetto scenografico originario, è facile comprendere l’impressione che doveva suscitare negli antichi…L’immagine della potenza di Roma ai piedi delle Alpi!
Siamo sul lato est delle mura; ma lo sapete che Aosta può vantare un circuito di mura romane quasi completo?! E con un totale, sull’intero perimetro, di ben 20 torri!
Svoltiamo a destra ed entriamo nell’antico quartiere degli spettacoli. L’inaspettata facciata del teatro romano ci accoglie dall’alto dei suoi 22 metri… incredibile! Augusta Praetoria non aveva un teatro come tanti, all’aperto, ma inserito in un perimetro di mura: che fosse coperto? La suggestione di vedervi una sorta di odeion è forte, ma va anche detto che sarebbero servite travi per il solaio lunghe almeno 42 metri… Dunque ancora l’incertezza è tanta… ma il fascino è abbagliante! Siamo in Valle d’Aosta, eppure le tracce di Roma antica sono ovunque, palpabili e avvolgenti! L’Anfiteatro, invece, si nasconde al di là di un muro di recinzione che separa l’area del teatro dal giardino-frutteto delle Suore di San Giuseppe. L’anfiteatro non è mai stato oggetto di campagne di scavo specifiche e non è inserito negli abituali circuiti di visita; ma se provate a suonare il campanello del convento, le suore, sempre molto gentili ed ospitali, saranno liete di aprivi e di accompagnarvi in questo luogo fuori dal tempo…i resti delle volte si ergono tra i meleti e alcuni tratti di ambulacra oggi ospitano galline e conigli. E’ come entrare in una stampa del ‘700 o in un disegno del Newdigate!

La nostra passeggiata archeologica prosegue alla volta di piazza della Cattedrale, luogo anticamente occupato dall’immenso foro romano. Effettivamente si vede poco; si intuisce appena il podio di uno dei due templi gemelli che dovevano svettare sulla terrazza sacra ( e volendone immaginare l’antico aspetto, pensate al tempio di Augusto e Livia a Vienne o alla nota Maison Carrée di Nimes), ma la sorpresa è tanta quando ci accorgiamo che Aosta possiede un vero e proprio gioiello segreto: il criptoportico! Già il nome suona un po’ “esotico” e misterioso; scendiamo alcuni gradini che ci portano alla quota del piano di spiccato dei templi e, da qui, scendiamo ancora attraverso una breccia aperta in epoca basso-medievale… Ci ritroviamo improvvisamente in una galleria a due navate con un’imponente fila centrale di pilastri. Sarà anche l’illuminazione soffusa, la musica in sottofondo scelta ad hoc… ma c’è un’atmosfera che è difficile descrivere… bisogna venirci! Si trattava di un sistema di gallerie a forma di U rovesciata che i Romani avevano costruito per sopraelevare la terrazza dei templi contenendone il terrapieno; ma contemporaneamente era un luogo di elegante passeggio dove, forse, gli imperatori e i “VIP” di Augusta Praetoria esponevano i loro ritratti o comunicavano le loro iniziative a favore della comunità. In tutta Europa di criptoportici forensi ce ne sono in realtà più di 30, ma quello di Aosta è sicuramente tra i meglio (per non peccare di superbia dicendo “il meglio”) conservato!

IL “MAR.. nostrum”
Questo giro ci ha fatto scoprire una città dalla storia lunghissima che si rivela poco a poco, che va scoperta…E non è finita: salendo verso la prima collina possiamo visitare anche i resti di una enorme villa privata, che in origine era parecchio fuori città trovandosi a 400 metri in linea d’aria dalle mura settentrionali: una villa rustica di campagna, ma molto raffinata (ha addirittura piccole terme private!). La villa della Consolata: è questo il nome della località in cui si trova. Chissà chi ci aveva abitato qui..sicuramente qualcuno di molto ricco ed importante…lavorando di fantasia mi piace pensare sia stato, almeno per un certo periodo, proprio Aulo Terenzio Varrone Murena, cioè il generale che riuscì a domare definitivamente i fieri Salassi.
Si torna quindi in città, per l’esattezza si può raggiungere “Croce di città”, ossia il punto in cui Decumano e Cardo Massimi si incrociano; da qui si prende verso nord per arrivare in piazza Roncas e visitare l’interessante Museo Archeologico Regionale, il MAR, dove vedere alcuni dei tanti oggetti che il sottosuolo di Aosta e della Valle restituisce ad ogni scavo. Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi.
Questa visita sarà un’esperienza “a ritroso” che, davvero, non ci si potrebbe aspettare in una cittadina alpina ai piedi dei famosi ” 4 4000″ d’Europa!
E voi? Avete mai visitato Aosta? Capirete in fretta perché la chiamano “Roma delle Alpi”!

Stella

Tra boschi, rocce ed acque: Pont d’Ael… l’archeologia che non t’aspetti!

Poco visibile e defilato, il grazioso villaggio di Pondel, nonostante la sobria apparenza, è invece una tappa importante per ogni viaggiatore appassionato di storia e archeologia che desideri scoprire il patrimonio valdostano. E lo è ancora di più in quest’estate 2014, cioé nell’anno in cui ricorre il bimillenario della morte dell’imperatore Augusto.

È qui, infatti, che sorge il Pont d’Aël, un impressionante ponte-acquedotto risalente all’anno 3 a.C., frutto dell’ingegno e dell’operosità del padovano Caius Avillius Caimus.

Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio situato all’ingresso del villaggio, si percorrono poche decine di metri passando nella stretta viuzza che si insinua tra le case; sulla sinistra si noterà la cappella e, un poco oltre, sulla destra, la vecchia scuola del villaggio da poco ristrutturata: una casetta rosata, su due piani, con gli infissi azzurri. Gerani color rosso brillante, giardini e abbaiare di cani vi accompagneranno fino ad una strettoia fiancheggiata da una rimessa e da un rudere quasi completamente crollato. Ma voi, andate avanti!

Quasi all’improvviso, increduli, davanti ai vostri occhi si aprirà uno scenario assolutamente inatteso. Il villaggio finisce e la sponda rocciosa si getta, ripida, nel torrente Grand Eyvia che, impetuoso e gonfio, scende veloce dalla valle di Cogne.

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di fitte edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, ma che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua; un altro sottostante, coperto, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita a lettere cubitali l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles. Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo.

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Un glassfloor davvero originale ed inatteso!Quel vetro sostituisce l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata “a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

La passerella conduce quindi all’interno di un piccolo edificio che, da rudere dismesso, è ora un piccolo ed accogliente centro visitatori dove poter reperire le informazioni essenziali. Il suo allestimento, certo, non è ancora completo, ma i lavori fatti sono stati ingenti.

Una visita incredibile…un’archeologia romana alpina che davvero non ti aspetteresti mai!Oltretutto in un sito che possiede anche un’altra particolarità: il Pont d’Ael è pure un’Area naturale protetta abitata da oltre 96 specie diverse di splendide farfalle. Senza dimenticare che, da qui, passano numerosi sentieri…perciò, le passeggiate, con tutta la famiglia, sono assicurate!

Possiamo quindi dire che il Pont d’Aël, con la sua inaspettata grandiosità, il suo incredibile stato di conservazione, e una straordinaria cornice paesaggistica che senza dubbio ne aumenta fascino e valore, ha tutte le carte in regola per ricominciare a raccontare la sua storia bimillenaria anche ai più esigenti visitatori del XXI secolo.

Stella