Lo scavo, il mare, il sole, il vento. NORA, ricordi senza tempo

Oggi ritornerò con voi indietro nel tempo..per la precisione agli autunni 2001 e 2002. In entrambi i casi un settembre caldo, praticamente estivo, se non fosse stato per le temperature serali e notturne già fresche ma gradevoli. Giornate di un sole abbagliante, con la brezza del mare che ti solleticava il naso e faceva un pò pizzicare gli occhi, che ti si aggrovigliava nei capelli intrecciandoli con la sabbia… Profumo di salsedine, di macchia mediterranea..profumo di sole… La foto iniziale e del 2002..mi riconoscete? Sì, sono quella con la bandana rossa (per me quasi un talismano..non potevo non averla!)

NORA, questo il luogo. Nora (Pula), non distante da Cagliari, adagiata su un promontorio a forma di coda di rondine allungato nello splendido mare sardo.  A ovest Sa Punta ‘e Su Coloru (la punta del serpente coi resti di un tempio (il tempio di Eshmun, probabilmente dedicato ad una divinità assimilabile ad Asclepio), e ad est la Punta del Coltellazzo, di fronte all’isoletta omonima.

Nora, una città dalla storia lunghissima: prima fenicia, poi punico, e poi romana, e poi… altro ancora. Con le Università di Pisa, Padova, Genova, Milano, Venezia e Viterbo era quello un cantiere “scuola” ambitissimo dove si trascorrevano almeno 3 settimane imparando a scavare. Il primo giorno si veniva smistati in modo da socializzare e, lavorando con studenti di altri atenei, confrontarsi ed entrare in contatto con altri specialisti apprendendo il più possibile.

E’ un’area archeologica vastissima che va dalle domus romane all’area del teatro (set scelto da Ligabue per il video della sua “Un colpo all’anima”); dalla zona dell’antico foro fino ai resti delle casupole fenicie e poi sù, fino alla severa torre di guardia spagnola che tutto domina dall’altura del Coltellazzo.

L’antichità di questo insediamento è testimoniata dall’omonima stele datata tra il IX e l’VIII secolo a.C., documento super interessante anche perché vi compare, per la prima volta, il nome della Sardegna: “SHRDN”. Ad ogni modo le abitazioni più antiche risalgono al VII secolo a.C. e i resti sono stati scavati al di sotto dei livelli del successivo foro romano; era questo il cosiddetto “feniciume” (con tutto il rispetto), in maniera bonaria quando “quelli del tempio” ci additavano dall’alto del podio… Ecco, i Fenici abitavano Nora prevalentemente in due aree: quella più a ridosso della spiaggia (dove scavavo anch’io) e quella sulla cosiddetta “altura di Tanit” alle spalle del teatro. Tecniche costruttive già fenicie, come i muri ” a telaio”, l’uso del pisé (argilla umida compattata, talvolta addizionata di paglia o erba secca, dentro particolari casseforme di legno smontabili) e il ricorso ad impianti abitativi con porticato, sopravviveranno anche in epoca romana.

Ecco, in questi 2 anni io ho sempre operato nella zona del foro, seppure ai livelli fenici. Alla fine della settimana si faceva un giro dove i responsabili di saggio, spesso con l’aiuto di studenti, illustravano a tutti i risultati del loro lavoro spiegando le metodologie adottate e il perché delle scelte fatte.

All’ingresso del sito, vicino ad un maestoso pino ad ombrello, c’era la “baracca”, il magazzino, dove si custodivano i “cocci” e dove venivano riposti gli attrezzi a fine giornata..tranne alcune strumentazioni “sacre” come la livella ottica e altre simili attrezzature che, invece, dovevano essere super sorvegliate…pena la vita!!

Ma non voglio annoiarvi spiegandovi la ricchezza del sito… vi voglio solo dire che è un luogo assolutamente magico, denso di quel fascino che ti avvolge e quasi ti ipnotizza…se ne avrete modo, visitatelo! E’ sulla spiaggia! E infatti, alle 16.45 o giù di lì, quando si smetteva di lavorare..niente di più bello che tuffarsi e fare 2 bracciate in quel mare cristallino “sorvegliati” dalla graziosa chiesetta di Sant’Efisio, a pochi passi dal mare, sorta dove, in passato, c’era il tofet ( cimitero) punico del IV secolo a.C. Eccezion fatta per gli incaricati dei vari turni di corvée per la cena..in cantiere, si sa, ognuno ha un ruolo e si turna! Solitamente, però, data la mia facilità a svegliarmi molto presto, ero l’addetta alla corvée mattutina, quindi preparavo le caffettiere, allestivo il tavolone della colazione e passavo a “sbrandare” tutti.

Che ridere se ripenso alle modalità di lavaggio piatti serale: almeno in 4 con uno che reggeva la torcia (vaisselle in esterna…), uno che reggeva la canna dell’acqua, uno che si “buttava” letteralmente dentro i pentoloni (enormi) per lavarli e un altro che faceva da contrappeso sull’instabile asse di legno su cui chi lavava doveva stare in equilibrio e non scivolare; l’asse era infatti ubicato approssimativamente su una sorta di buco dove colava l’acqua in eccesso…le scene! Ve le potete immaginare!

I nostri alloggi erano delle vecchie “casermette” del corpo di guardia dei Barracelli (addetti al controllo delle zone rurali e dei reati di abigeato), ricavati dove prima c’erano dei ripari utilizzati durante la Seconda Guerra mondiale: stanzette ricavate in corpi di fabbrica bassi e allungati, in pietra a vista  costruiti quasi contro terra.

Ma due cose, su tutte, ricordo con grande emozione: il nostro “pre-cena”, una sorta di ritrovo, dopo la doccia (e dopo aver riacquisito un aspetto umano), brindando alla giornata con del vino Monica le cui bottiglie vuote andavano a comporre, poco per volta, la nostra personale “necropoli”, tutte esposte come fossero stele! Dopo cena, invece, altro momento di totale sublimazione, era quello notturno del ritrovo su un’altura isolata affacciata sul mare, sempre usata per i trasporti su rotaia durante la guerra… Tutti in cerchio, cullati dallo sciabordio delle onde e, talvolta, dalle canzoni di Guccini, a guardare le stelle, a passarci la bottiglia di mirto e a sognare il futuro…

Grazie Nora!

Stella

Alpis Graia. Le pietre degli dei tra Italia e Francia

Il 19 marzo 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni del Traforo del Gran San Bernardo. E quest’anno, il 16 luglio, celebreremo i 50 del Tunnel del Monte Bianco. Opere grandiose, anni di lavoro e fatica per unire Paesi confinanti in modo più rapido ed agevole. Frutto dei tempi moderni e della necessità di velocizzare ed incrementare i transiti. Ma prima? Da sempre le montagne uniscono i popoli..sì, li uniscono! Dall’alba della sua esistenza l’uomo le attraversa, le abita, le vive.

Colli. Valichi. Vere e proprie “terre di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. Sono le terre dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono. Luoghi dove sembra che tutto rallenti. Luoghi dove, solo in certi casi più fortunati, alla natura si mescolano le tracce di una Storia grandiosa dal respiro millenario.

Cominciamo il nostro viaggio dal Piccolo San Bernardo; lì dove Italia e Francia si guardano, si toccano e si parlano. In antico veniva indicato come Alpis Graia, in omaggio al Graium numen, al (semi)dio greco, Ercole che, secondo molti miti e credenze, da qui passò. Interessante ricordare un passo del Satyricon di Petronio che, stando a molti, si riferirebbe proprio a questo colle:

“Alpibus aeriis, ubi Graio numine pulsae descendunt rupes et se patiuntur adiri, est locus Herculeis aris sacer : hunc niue dura claudit hiemps canoque ad sidera uertice tollit. Caelum illinc cecidisse putes: non solis adulti mansuescit radiis, non uerni temporis aura, sed glacie concreta rigent hiemisque pruinis: totum ferre potest umeris minitantibus orbem”. (Petr., Satyricon, 122)

E’ bello tradurre questi versi per assaporarne l’intensa e, direi, visiva poesia.

Là, sulle Alpi vicine al cielo, dove, spinte da una divinità greca, le rocce si abbassano tollerando di lasciarsi avvicinare, si trova un luogo sacro agli altari di Ercole: qui l’inverno chiude i luoghi con una dura coltre di neve e solleva il capo candido verso le stelle. Potresti pensare che il cielo sia attaccato a quelle cime: né il sole, nel pieno delle sue forze, né le brezze di primavera possono addolcire questo clima rigido, ma ogni cosa è indurita dal ghiaccio e dai rigori invernali: (sembra che) l’intera volta celeste possa essere sorretta sulle spalle di queste vette minacciose”.

É la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente secondo alcuni all’Età del Rame (III millennio a.C.), secondo altri all’Età del Ferro iniziale (IX-VI secolo a.C.) composto da una cinquantina di pietre che, simbolicamente, sottolinea una zona di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. E’ vero che, nei secoli, molte volte queste pietre sono state prese, spostate, maneggiate..ma alcune sono ancora in posizione primaria; una in particolare che, stando ad alcuni studiosi, avrebbe aiutato ad individuare l’orientamento astronomico del cerchio litico al solstizio d’estate. E da alcuni anni ormai, al tramonto del 21 di giugno, c’è sempre un folto gruppo di appassionati che si reca lassù ad assistere al fenomeno della proiezione di due falci d’ombra che progressivamente si abbracciano quando gli ultimi raggi di sole scivolano dietro la sella del Lancebranlette, all’orizzonte nord-occidentale.

É quel limes, ossia quell’invisibile ma presidiata linea di confine voluta dalle legioni romane che qui, a 2.188 metri di quota, dal I secolo a.C. si sono insediate costruendo due mansiones (punti tappa lungo la via delle Gallie). Oggi ne abbiamo una in terra italiana ed un’altra già oltre il confine francese, ma è una situazione venutasi a creare solo dopo lo sfortunato esito del Secondo Conflitto Mondiale: prima, infatti, erano entrambe su suolo nazionale! La strada romana passava alta, più o meno in linea col monumento ai Caduti e, di conseguenza, gli accessi delle mansiones si aprivano su quel lato. Ma è chiaro: lassù la strada era al sicuro dai pantani che si creavano al disgelo! Le mansiones prevedevano una corte centrale su cui si affacciavano una serie di ambienti utili al riposo di uomini ed animali. La mansio orientale (quella “nostrana”) presenta, inoltre, in corrispondenza dell’angolo sud-ovest, fino a poco tempo fa a bordo strada (ora la strada compie un giro più ampio e non taglia più il cromlech a metà), i resti (l’esatta metà) di un fanum: un piccolo tempio di forma quadrangolare, a pianta centrale, costituito da una cella circondata da un corridoio. Si tratta di un edificio di culto tipicamente gallico di cui si può apprezzare un altro bell’esempio a Martigny nella Fondation Gianadda.

Gli scavi condotti negli anni Trenta del XX secolo da Piero Barocelli avevano interessato entrambe le mansiones portando altresì al ritrovamento delle lamine votive e del noto busto in argento di Iuppiter Dolichenus ora conservati al MAR di Aosta. E’ insolito questo aggettivo “Dolichenus“: che mai vorrà significare? Si tratta di un appellativo aggiuntosi al nome di Giove tra il II ed il III secolo d.C. andando così a sovrapporre alla principale divinità latina un dio orientale, proveniente dalla città anatolica di Dolico. Una sorta di Baal, di dio trionfatore, protettore dei soldati, reggitore del mondo umano e cosmico. Il suo culto restò in sordina fino al regno di Marc’Aurelio per poi toccare l’apice sotto Commodo e i Severi. Il busto del “Piccolo” ci offre una divinità matura, dal volto barbuto e dalla folta chioma riccioluta; lo sguardo è ieratico e penetrante: grandissimi gli occhi con la pupilla ben delineata, tratto tipico della ritrattistica tardo-imperiale che proseguirà in epoca costantiniana. Indossa una corazza e, appena sotto la spalla destra, si riconosce l’immancabile fascio di fulmini.

Ospitalità e sacralità: caratteristiche da sempre abbinate nei valichi lungo percorsi di particolare risalto. In quell’atmosfera “sospesa” delle mitiche “terre di mezzo”.

Stella

Quello che scaviamo è la vostra Storia

Ebbene sì…è davvero così! Ogni cantiere nasconde un’équipe di ricercatori del passato che ogni giorno si confrontano con un lavoro affascinante e coinvolgente: l’ARCHEOLOGO. Un mestiere incredibile nel quale si mescolano attività intellettuale (lo studio, l’analisi, la ricerca) e attività fisica (si scava, si spala, si suda, talvolta ci si fa pure male…) ad una terza attività: quella immaginativa! La scienza, la consapevolezza, la ratio si uniscono ad una forte capacità speculativa ed intuitiva…alla capacità di immaginare il passato, di ricostruirlo nella propria testa per poi veicolarlo agli altri!

E dicendo “veicolarlo” non intendo solo riferirmi ai classici ( e sacerrimi) bollettini, alle notizie scavi, agli atti di paludati e rigorosissimi convegni..no, non è più sufficiente! Viviamo nell’epoca della fast communication, siamo immersi nel digitale come pesci nel mare e abbiamo bisogno di sapere, abbiamo sete di conoscenza e di aggiornamenti.

Oggi gli archeologi non possono più permettersi di rinchiudersi nella loro antica ed inespugnabile torre d’avorio perché se la gente non capisce quel che fanno (e se soprattutto sono loro i primi a non divulgarlo o a farlo in codice), è chiaro che non sarà mai compreso! Se si continua a “dire e non dire” o a centellinare le informazioni con un linguaggio a metà tra il dotto e l’occulto, la gente comune, i “non addetti ai lavori” (che poi sono il nostro pubblico, e non solo, sono i finanziatori dei lavori), saranno sempre convinti che gli archeologi scavino per loro stessi, per arricchire il loro CV e il loro personale “palmarès” di pubblicazioni. E invece NO! Non è così! L’archeologia è una scienza meravigliosa che tira fuori da sotto terra le persone che in quella terra vissero centinaia se non millenni di anni or sono! L’archeologia dà voce anche agli ultimi coi suoi cocci comuni, coi resti anche di umili case e non solo di sontuosi palazzi, di povere tombe e non solo di raffinati mausolei! L’archeologia ci svela quel che si mangiava, come si viveva e come si moriva. E allora…apriamo i cancelli! Liberiamo la cultura e lasciamola fluire!

L’archeologia deve nutrirsi del suo pubblico, deve affascinarlo, deve coinvolgerlo…deve fargli capire che quei cancelli non stanno solo chiudendo un parcheggio o bloccando il traffico, ma sono lì come una sorta di “incubatrice” dalla quale nasceranno nuove conoscenze e soprattutto nuove emozioni! E comunichiamole queste emozioni! L’archeologo vive di queste: l’ansia di scoprire, poco a poco, come si svilupperà una certa situazione, l’ansia di capire, di leggere quegli strati ricostruendo una scena, un vissuto…l’emozione di trovare anche solo un orlo, un’attacco d’ansa…per non parlare di cose ben più grandi!

L’archeologo trova antiche storie ed è chiamato a tradurle nel presente..per TUTTI! L’archeologo deve saper essere un appassionato story teller di ciò che fa e di ciò che sente! Ma dato che non tutti gli archeologi vi sono portati per natura, per carattere o per inclinazione, allora perché non fare come in Francia dove sui cantieri ci sono “les archéologues chargés de la communication”? Si tratta di figure che se da un lato sanno perfettamente cosa sta succedendo in cantiere e capiscono le motivazioni di una precisa strategia piuttosto che di una certa metodologia, dall’altra si mettono al servizio del pubblico, dei curiosi, dei visitatori. E’ ovvio che chi scava non ha sempre né il tempo né la voglia né la pazienza di intrattenersi coi passanti…ma a questo servono le figure specificamente dedicate! E sempre questo genere di figure potrebbe dedicarsi all’aggiornamento di pagine social dedicate, piuttosto che a blog di cantiere..insomma, #liberiamolaCultura!

E chiudo con questa citazione: “Dis-moi, n’as-tu pas observé, en te promenant dans cette ville, que d’entre les édifices dont elle est peuplée, les uns sont muets, les autres parlent ; et d’autres enfin, qui sont les plus rares, chantent ? “. (Paul Valéry, Eupalinos ou l’architecte, 1924,)

Tradotto: una distesa di pietre e muri rasati non è dissimile da un qualsiasi cantiere edile maltenuto..quindi sta agli archeologi far parlare quelle pietre!!

Stella

La solitudine della bellezza. Le maestose “vestiges” di Koudelka al Forte di Bard

La bellezza dell’eternità. Una bellezza straordinaria e letteralmente senza tempo quella che pervade le fotografie di Josef Koudelka in mostra al Forte di Bard fino al 3 maggio 2015. Le sale delle Cannoniere ospitano un lavoro fino ad oggi inedito in Italia dal titolo evocativo: “Vestiges 1991-2014”. Una sessantina di fotografie dedicate ad alcuni tra i più importanti, sebbene forse non comunemente noti, siti archeologici del Mediterraneo che ha richiesto a Koudelka, membro della prestigiosa Magnum Photos, un impegno durato oltre 20 anni.

E’ un viaggio dalle insolite emozioni quello in cui ci accompagna questo creativo fotografo nomade di origini ceche, affascinato dai gitani e dal cambio di orizzonti. Un viaggio lungo quelle sponde del Mediterraneo che, avvolte dal Mito, hanno visto il nascere della nostra civiltà.

SCATTI DI ETERNITÀ

Paesaggi del Mito, appunto. Paesaggi della Storia. Paesaggi che fissano un’epoca. Scatti di eternità che ci raccontano il fascino ancestrale di luoghi assoluti, unici.

Quelle imponenti colonne del tempio di Poseidone a Capo Sounio (Grecia) che quasi sembrano voler sfidare il mare e toccare il cielo; o le complesse geometrie del santuario di Apollo a Delfi, frammiste a rocce e ginestre. Le ariose prospettive colonnate di Apamea e Palmira (Siria), nitidi esempi di  architettura ellenistica. L’eleganza inaspettata dei colonnati di Leptis Magna,Sabratha e Apollonia, in Libia.

Gli scenari maestosi del passato romano di Dougga (Tunisia) e di Timgad (Algeria); fino ad approdare sulle sponde anatoliche di Side (Turchia) passando dalle rosse gole della nabateaPetra (Giordania), scrigno di inimmaginabili tesori.

E l’Italia. Roma e la sua campagna dove le imponenti rovine si ergono nel mezzo di ariose solitudini. Un “rovinismo” fotografico comunque privo di malinconia, ma denso di suggestione. Un vero e proprio tributo ad un Passato glorioso, lontano ma sempre presente. Ha quasi il tocco del reportage lo scatto sui gradini dei Fori  imperiali appena umidi per la rugiada nella luce ovattata del mattino; o quello che si concentra sui solchi impressi da secoli di passaggi sul basolato dell’Appia; fino alla struggente solitudine della Villa dei Quintilii.

VALLE D’AOSTA SENZA TEMPO

Per arrivare, poi, tra le montagne della Valle d’Aosta dove cogliere il segno di Roma in quei tagli nella roccia che hanno disegnato la strada delle Gallie e dove restare ammaliati dall’insospettabile ricchezza dell’antica Augusta Praetoria. Qui il maestro Koudelka ha realizzato uno shooting site specific dal quale sono scaturite due nuove immagini legate alle significative vestigia romane presenti nella regione alpina che sono ora entrati a far parte integrante del progetto Vestiges: la prima realizzata, appunto, lungo la Strada romana delle Gallie a Donnas, la seconda al Teatro Romano di Aosta. Il site specific intende anche essere un omaggio alle celebrazioni del bimillenario della morte dell’imperatore Augusto, fondatore diAugusta Praetoria nel 25 a.C..

AMMALIATI DAL MITO

Le voci degli uomini, degli dei e degli eroi riecheggiano tra queste rovine, perfette pur nella loro incompletezza, monumento di se stesse e di ciò che ancora rappresentano.

Viaggi di scoperta da fare e da rifare per vivere (e ri-vivere) la poesia e la magia, sempre diverse, di luoghi eterni ma mutevoli nello scorrere delle stagioni e nel variare della luce.

In mostra al Forte di Bard oltre sessanta fotografie di cui 22 panoramiche di grandissime dimensioni. Un allestimento che coniuga il minimalismo dell’approccio e del personale stile fotografico di Koudelka alla suggestiva sensazione di camminare realmente tra le rovine. La disposizione delle immagini rievoca un percorso alla scoperta di luoghi straordinari che Koudelka ha voluto immortalare per documentarne e promuoverne la bellezza, da vero maestro dell’immagine e del paesaggio quale è.

Alla costante ricerca di una luce migliore, di un’essenza diversa, di uno scorcio particolare, Koudelka trasmette tutta la sua ammirazione per le vestigia dell’antico, rivestite di una bellezza unica e senza tempo; una bellezza “che spinge a visitare quei luoghi molte volte”.

Stella

La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)
La bellezza dei siti archeologici (J. Koudelka)

Courmayeur. Insospettabili (ma non così tanto) presenze romane ai piedi del Bianco

Ciao! Oggi elargirò alcune “pillole” della lunga storia del mio paese d’origine: Courmayeur. Certo, dici “Courmayeur” e subito pensi alle montagne più alte d’Europa, alle splendide piste da sci, ai negozi alla moda, ai locali VIP…. agli hotel 5 stelle…al turismo di lusso. Ma Courmayeur ha un’anima antica, tutta da scoprire nei suoi angoli più nascosti e meno appariscenti. Come la piccola frazione di La Saxe.

La Saxe, un grappolo di case annidato alle pendici dell’omonimo monte che lo sovrasta. Un villaggio leggermente defilato rispetto alla viabilità principale, che conserva tutta la poesia ed il fascino di un tempo. La Saxe: nata dalla roccia, come il suo stesso nome, del resto, dichiara.

Guardiamoci attorno: la candida muraglia del Monte Bianco, la piramide rocciosa del Mont Chétif, le umide pendici boscose del Mont Cormet e, infine, il macigno pietroso del Mont de La Saxe. Quest’ultimo, probabilmente, quel “saxum” (anzi, “saxa”, al plurale) che ha dato nome a questa piccola e suggestiva frazione.

ROCCE ROMANE

Un nome antico; un nome che, se vogliamo, in qualche modo anticipa, seppur velatamente, l’antica frequentazione di questo discreto lembo montano.

Nei pressi della graziosa cappella dedicata ai Santi Leonardo, Michele e Anna, si insinua una stradina dal nome a dir poco evocativo: Rue Trou des Romains (Via [del]Buco dei Romani), che prende nome proprio dalle miniere che si dicono romane. Fu lungo questa via che, nel 1927, in occasione di alcuni lavori edili, fu rinvenuta una tomba romana ad incinerazione databile, grazie agli oggetti del corredo ritrovati al suo interno, tra la fine del I secolo a.C. e la metà del secolo successivo. La tomba, infatti, aveva restituito diversi materiali ceramici tra cui una lucerna, ed una significativa armilla (ossia un bracciale) in pietra ollare: un monile tipico delle parures galliche alpine. All’epoca la scoperta ebbe una certa risonanza tanto che si decise di collocare temporaneamente gli oggetti nel Museo Alpino Duca degli Abruzzi in modo che potessero essere apprezzati anche dai sovrani d’Italia, Re Umberto II e Maria José.

Purtroppo non si hanno ulteriori informazioni storico-archeologiche su quest’area, ma pare impossibile pensare ad una tomba isolata anche in considerazione del fatto che tale fortuito ritrovamento parlerebbe di oggetti sia maschili che femminili, quindi si può supporre la presenza di  almeno un nucleo famigliare. Quindi “insospettabili”, forse, ma non poi così tanto dato che la Strada romana delle Gallie da Pré-Saint-Didier girava sù verso l’attuale La Thuile (l’antica Ariolica) diretta al valico dell’Alpis Graia (il colle del Piccolo San Bernardo), quindi non transitava lontano. In più questa era, allora molto più che adesso, una zona meravigliosa coi suoi pianori soleggiati, i pascoli, le folte foreste, protetta dai venti e ricca di acque..insomma, un luogo ideale dove fermarsi e vivere coltivando la terra e dedicandosi, come già i predecessori Salassi, alle attività minerarie.

Ci piace immaginare che, sia per l’origine chiaramente latina del nome del villaggio, sia per quanto ci narra lo storico Strabone in merito alle fantastiche miniere d’oro ambite dai Romani ( le note “aurifodinae” ipotizzate proprio nella zona del Mont de La Saxe), qui vi fosse un piccolo insediamento frutto della convivenza tra Romani (perlopiù militari) e popolazione autoctona.

ANTICHI LABIRINTI SOMMERSI

La via Trou des Romains si trasforma in un piacevole sentiero che si inoltra in un bosco di latifoglie; oltrepassato il torrente Tsapy si raggiunge la vicina frazione del Villair superiore e, da qui, si può attaccare la salita verso la selvaggia Val Sapin. E’ questa una vallata severa e scarna, ma ricca di un certo fascino antico e quasi dimenticato, tipico di quei luoghi montani appartati dove protagonista è solo la Natura. Dove oggi si odono perlopiù i muggiti delle mandrie e il lontano vociare degli escursionisti, in antico questa zona doveva risuonare degli echi metallici delle forge e delle voci dei minatori. Ci siamo. Queste sono le pendici delle “aurifodinae”, miniere di piombo argentifero probabilmente già conosciute e sfruttate dai nativi Salassi prima che da Roma.

Nel XVIII secolo queste miniere erano state definite il “Labyrinthe” proprio per il loro intricato sviluppo sotterraneo ed il difficile ingresso. In effetti è un luogo pericoloso: appena oltre la bocca d’entrata, infatti, un baratro protegge i segreti di queste antichissime gallerie.

Stella

Tutto cominciò da un nuraghe e… dai lentischi!

Buongiorno amici!

Stamattina ho voglia di raccontarvi come tutto è cominciato..o meglio, quel’è stato il mio primo scavo… Ero al 2° anno di università ma d’estate non mi era possibile partecipare alle campagne organizzate dall’Ateneo per noi studenti perché lavoravo (obbligata, altrimenti…): facevo “la stagione” a Courmayeur..allora ho pensato di risolvere questo mio folle desiderio di “picco e pala”diversamente.

Era settembre 1996 (non metto foto perché ero..impresentabile!!). Sulla nota rivista “Archeologia Viva” noto un annuncio: campagna di scavo a “Nuraghe Mannu, in comune di Dorgali (NU) con l’ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche)…pagando, naturalmente… Non importa! Tanto avevo lavorato tutta l’estate, quindi le mie “vacanze” me le sarei fatte a modo mio e a spese mie! Ecco, il “battesimo” sul cantiere è stato questo: 2 settimane in questo meraviglioso villaggio nuragico affacciato panoramicamente sul mare!

All’inizio non sapevo neppure da che parte girarmi…Oltretutto durante il primo anno di università avevo volutamente iniziato con tutti gli esamoni fondamentali (Italiano 1, Latino 1, Greco 1, Storia Greca, Geografia, Glottologia, et alia mirabilia)…niente archeologia ancora…me li sarei tenuti per dopo! Prima volevo togliermi le cosiddette “mappazze”!!

Che si fa? Beh, si tagliano i lentischi!!! Dio mio..una fatica improba!! Il lentischio (pistacia lentiscus) è un simpatico arbusto sempreverde, aromatico, tipico della flora mediterranea e da secoli utilizzato nella medicina tradizionale sarda. Questa pianta è tenace (fingi che sia un tuo nemico e accanisciti), robusta, “rustica” diremmo. Si adatta a qualsiasi tipo di suolo e ricopre i terreni formando una specie di coltre impenetrabile; ebbene il sito del nuraghe Mannu di Dorgali era sepolto da lentischi in “assetto di guerra”! E via di falcetto..e non tirare! Perchè, si sa, le radici potrebbero portarsi via qualcosa di importante..e controlla tutte le zollette di terra rimaste attaccate..non si sa mai! Non faceva caldo, ma c’era un vento che, ti giuro… simile a quello tremendo che in questi giorni sta spazzolando allegramente la Valle d’Aosta. Era il Maestrale, quello sardo, quello che non ti da tregua..mai!

Intabarrati come talebani nel deserto lavoravamo alacremente sotto lo sguardo severo ma benevolo di archeologi professionisti e della dott.ssa Maria Ausilia Fadda della Soprintendenza di Nuoro e Oristano, donna di grande professionalità e raffinata cultura, che controllava l’avanzamento dei lavori!

La seconda settimana è andata meglio perché avevamo liberato una certa porzione di sito dove avremmo finalmente potuto concentrarci con operazioni di scavo vero e proprio… non ne potevo più dei lentischi! Se proprio devo sentirmi “filo-botanica” allora…mirto! Mirto tutta la vita!

Altra presenza immancabile che vivacizzava le nostre giornate era quella di pecore e capre! Sì, perché lì a breve distanza da noi c’era un ovile e le “signorine” (tra l’incuriosito e l’infastidito) venivano a trovarci ogni giorno..te le trovavi alle spalle o di vedetta sulla rupe!

E impara a tenere correttamente in mano gli strumenti del mestiere! Ma, scusa, non hai mai palato in vita tua?? Sì..la neve d’inverno…aiuto papà nell’orto..ma..Che vergogna! Già, si fa presto a dire “spalo”, ma c’è tutta una tecnica dietro, utile anche a non farsi venire l’ernia o la sciatalgia! Per non parlare del piccone: bisogna saper dosare la forza, saper vibrare il colpo senza rischiare di vibrare tu stesso come un diapason o di ficcarti la punta negli stinchi! Che scene! Per fortuna ero con altri volontari e senza “prof”! Usa i guanti che ti aiutano! Io? I guanti? ma va!! E invece..a fine turno avevo dei calli da vera “lady”…altro che “french”…direi piuttosto “dig manicure”.

E a seguire tutti gli altri: il cosiddetto “malepeggio” (perché da una parte fa male e dall’altra fa peggio) o picconcino; la mitica trowel che non è una normale cazzuola perché è più piccola, romboidale e sicuramente più maneggevole. Un attrezzo da giardino che si rivela ottimo per pulire le superfici, per rimuovere piccole quantità di terra, per rifinire i limiti tra US (Unità Stratigrafiche). Alla tua trowel ti ci affezioni..non la lasci mai, le incidi sopra a fuoco il tuo nome, la personalizzi! E quando la testa si stacca dal manico..è una tragedia e devi al più presto portarla a saldare altrimenti stai male tu! E quando la testa si consuma e diventa piccolina, allora sei costretto ad acquistarne una nuova, ma quella vecchia non la butti certo! Io le ho ancora tutte e 3 le mie troweline!!

Insomma…vi ho parlato di questo “battesimo” senza dirvi niente del sito in sè. Un villaggio nuragico agglutinato intorno ad un nuraghe monotorre con fasi di frequentazione che arrivano fino all’epoca romana, di sicuro, anche perché questo nuraghe sorge in posizione decisamente strategica, come fosse stato un faro, un punto di riferimento per questo tratto di costa da Cala Gonone a Cala Fuili, fino a Cala Luna… scavare con la brezza di mare e la salsedine che ti si insinua nelle narici è una sensazione unica. E l’avrei rivissuta altre volte…ma ve le racconterò più avanti!

Stella

Fuori e dentro. Sopra e sotto. Luce ed ombra. E’ il Criptoportico di Aosta!

CITTÀ ROMANA IN FILIGRANA

La città romana traspare in maniera abbastanza nitida: è facile riconoscere l’incrocio tra Decumano e Cardo Massimi, le antiche vie principali di questa strategica colonia augustea ai piedi delle Alpi occidentali, estremo baluardo dell’impero prima di sconfinare nelle terre galliche ed elvetiche. Queste vie urbane principali, in origine ampie fino a 12 metri, nei secoli si sono ristrette, progressivamente occupate da case, chiese e palazzi; in certi punti la strada non sarà più larga di 4 metri … Da est a ovest: Via Saint Anselme, Via Porta Praetoria, fino a sbucare nella raffinata, ampia e luminosa Piazza Emile Chanoux, vero salotto della città, dominato dal grandioso Hotel de Ville, il Municipio, eretto in puro stile neoclassico all’inizio del XIX secolo. E pensare che prima, in questa stessa piazza sorgeva un complesso monastico, con chiostro, giardini ed una delle più grandi chiese gotiche del nord-ovest alpino: intitolata a San Francesco era la sacra dimora funeraria della potente famiglia locale degli Challant. Oggi, alle spalle del municipio, c’è una scuola che ricorda questa passata presenza portando il nome del Santo di Assisi.

AD FORUM

Da qui si procede alla volta della Cattedrale che si innalza sulla stessa piazza che, oltre 20 secoli fa, ospitava il Foro di Augusta Praetoria. In particolare qui sorgeva la terrazza sacra coi due templi gemelli, probabilmente dedicati alla dea Roma e ad Augusto divinizzato. L’unico edificio concretamente visibile è quello attualmente occupato dal Patronato ACLI e da alcuni alloggi; ebbene, provate a “svestirlo”..togliete l’intonaco, le finestre, le risarciture di muratura recente, il tetto..andate fino nell’anima e ritroverete uno splendido tempio esastilo di ordine corinzio con scalinata frontale, eretto al di sopra di un podio insieme ad un tempio a lui uguale. Oggi non esistono più, al di là della porzione del basamento di quello orientale. Ma come possiamo immaginarceli? Basta pensare a templi di epoca augustea come la famosa Maison Carrée di Nîmes o al tempio di Augusto e Livia (la moglie) a Vienne, non lontano da Lione.

Pochi scalini consentono di scendere al livello di un grazioso giardino con rovine al cui centro sorge un rigoglioso tiglio: si dice sia stato piantato qui nel primo ventennio del Novecento da un archeologo (in realtà un egittologo): tale Ernesto Schiaparelli. Fu lui ad intuire la reale identità del raro e prezioso monumento che si cela sotto queste aiuole curate e ricche di colori. Sì, perché da una breccia aperta in una delle gallerie seminterrate si entra in un mondo molto particolare, quasi ovattato. Si entra nel magnifico Criptoportico forense di Aosta. Un sistema di 3 gallerie disposte a “U” rovesciata che, in origine, doveva contenere e sostenere il terreno su cui si impostava la terrazza sacra del foro.

IL CRIPTOPORTICO: EMOZIONI… IPOGEE!

Se venite ad Aosta, non potete perdervelo! Non capita così spesso di visitarne uno… oltretutto così ben conservato e valorizzato! Dicevo: si scende ancora qualche scalino e si raggiunge la galleria orientale. Qualche secondo per abituarsi alla penombra e per apprezzare la mite e fresca temperatura dell’interno, un sollievo dal caldo dei pomeriggi estivi! Davanti agli occhi si para una sobria ma elegante sequenza di arcate; la luce e le ombre si mescolano in un gioco di chiaroscuri ingentiliti da luci dorate.

Solo pochi passi, accompagnati da una ricca ed esaustiva pannellistica, per raggiungere un angolo e…mai ci si aspetterebbe un simile spettacolo! La lunga teoria di archi ribassati costruiti in possenti conci di calcare sembra quasi perdersi all’infinito. La galleria settentrionale, la più lunga, lascia esterrefatti; quasi in punta di piedi ci si avvia alla scoperta di questo luogo insolito e misterioso. Alti soffitti voltati a botte, intonaco color avorio alle pareti, finestrelle strombate aperte sull’area interna (oggi il giardino) per la luce e l’aria.

Per lungo tempo e da molti studiosi è stato creduto un granaio militare, un magazzino…ma non è possibile! In epoca romana i magazzini erano fatti diversamente (basti pensare agli “horrea” di Narbonne) e poi..insomma, siamo nel luogo più sacro della città antica, lì dove veniva celebrato il culto imperiale…

Ed è un’aria avvolta di sacralità quella che si respira qui dentro; e viene quasi spontaneo immaginarsi le solenni processioni dei flamines augustales (sacerdoti del culto di Augusto) magari accompagnati dai cittadini più illustri, alla luce delle fiaccole: una marcia che è praticamente una preghiera, scandita dal ripetersi di frasi ed inni dal sapore arcano.

Giunti nella galleria occidentale la visita si interrompe contro un muro oltre il quale permane la proprietà privata. Si torna sui propri passi, ma la magia non muta.

Il Criptoportico: un portico nascosto, un portico segreto. Impossibile lasciare Aosta senza averlo visto.

Stella

Perché questo (ARCHEO)BLOG?

Già…perché? Come fai a star dietro anche ad un blog con tutte le cose che hai da fare?? Molti dei miei amici sono rimasti allo stesso tempo entusiasti ed interdetti…Io sono una che “mi piace chiacchierare”..da sempre!

Ma di certo non è solo questo! Io, come ho già scritto, sin da piccola ho l’archeologia nel cuore e ho sempre e solo voluto fare questo mestiere…e l’ho fatto in tanti modi! Del resto gli amici di Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta, lo hanno raccontato e descritto: l’archeologo è multitasking, polivalente, eclettico e adattabile!!

Proprio sabato mattina parlavo con tre studenti di un liceo che hanno chiesto di “intervistarmi” in quanto rappresentante di una professione considerata “insolita”…dire che si è archeologi lascia sempre tutti un pò affascinati, incuriositi, esterrefatti! “Ah, anch’io da bambino volevo fare l’archeologo, ma poi…”. Già, ma poi… Poi si pensa ad un lavoro che dia guadagno, un lavoro sicuro! Io sono cocciuta e mi sono incaponita! Papà mi ha sempre appoggiata, mamma …meno..lei avrebbe sperato mi iscrivessi a “Giurisprudenza” o ad “Economia e Commercio”..per carità! Sarei solo stata un danno! Mi viene l’orticaria solo a far l’estratto conto..figuriamoci!

Ok, archeologa. Cosa vuol dire? O meglio: cosa vuol dire per me? Vuol dire innanzitutto passione. Passione per la Storia, per l’Antico. Passione per culture e luoghi lontani, nel tempo e nello spazio. Passione per lo studio di tutto questo e per comunicarlo agli altri. Mi piaceva fare l’insegnante, perché potevo trasmettere queste cose ai ragazzi…ma non nel modo in cui avrebbero potuto tranquillamente, e con minor impegno, trovare le informazioni su Internet a casa, ma con quel qualcosa in più…io per prima mi emoziono a raccontare il passato e posso emozionarmi per decine di volte di seguito. Prendi una visita guidata, per esempio un “cantiere-evento”: ore ed ore con centinaia di persone sempre diverse però, e quindi ogni volta è come fosse la prima. Pura emozione, coinvolgimento, pathos!

Quindi, dopo aver fatto l’archeologa sul campo per alcuni anni, sono passata a farlo da funzionario per poi approdare al settore del Turismo culturale. In questi ultimi 2 anni ho scoperto i social, i blog e..gli archeo-blog! Sì, perché innazitutto scrivo…e tanto! E mi sono detta: dai, voglio provarci! Voglio un archeo-blog tutto mio!

Voglio diffondere l’archeologia “a modo mio” , che mi ritengo un’archeologa “narrante”, scrivendo di cose “di casa” e non, di viaggi, di visite, di opere che mi hanno particolarmente suggestionato… una sorta di “archeo-travel blog” che cercherò di farcire e personalizzare con aneddoti, curiosità e personalità!

E allora, pronti! (Curios)Archeologando è on line!

Stella

A spasso per Aosta…piccola Roma tra i giganti delle Alpi

Valle d’Aosta: vi riempirete gli occhi (ed il cuore) di pascoli, sentieri, boschi, alpeggi e… mucche! Paesaggi a dir poco incantevoli; una natura selvaggia, basica, dove l’essenziale è tutto ciò che ti serve! Ma se un giorno, per mille motivi, deciderete di non salire in quota, magari solleticati da scorci fugaci intravisti nelle rapide ma frequenti passeggiate in centro, allora è tempo di scoprire Aosta, colonia augustea dal nome altisonante: Augusta Praetoria Salassorum.

E cito il “maestro” Battiato nella sua “Delenda Carthago”: “Per terre ignote vanno le nostre legioni a fondare colonie a immagine di Roma”.

2000 ANNI DI GRANDE BELLEZZA

Ha più di 2000 anni questa città fondata nel 25 a.C. dall’ imperatore Ottaviano Augusto e, oltre a portarli molto bene, li sa anche raccontare a chi vuole conoscerla più da vicino!

Volendo essere “topograficamente” e filologicamente corretti, occorre entrare in città dall’antico ponte romano che attraversa il torrente Buthier. Corso Ivrea, “periferia” est della città: qui è facile individuare la sagoma arcuata di questo bel ponte in grossi blocchi di arenaria locale che, oggi, è inserito in un grazioso giardino fiorito. Ebbene sì, una disastrosa alluvione dell’XI secolo ha letteralmente spostato il corso del Buthier di alcune decine di metri e il ponte costruito dai Romani si è poco a poco trasformato nel cuore di une vero e proprio piccolo borgo.
Da qui l’occhio corre immediatamente all’ imponente Arco onorario di Augusto: la città, con le sue mura, ormai è vicinissima! Un’infilata prospettica dall’assialità inappuntabile collega il ponte all’arco e quest’ultimo al Decumano Massimo, la via principale che da est portava alla porta ovest della città romana. Certo nei secoli la città è cresciuta e le case, dal Medioevo in poi, si sono “mangiate” l’ampia strada romana, ma nonostante tutto leggere il reticolato antico non è così difficile.

LA CITTA’ DI AUGUSTO NELLA TERRA DEI SALASSI
I negozi della vivace via Sant’Anselmo ci conducono alla scoperta della Porta Praetoria: fantastica! Una delle pochissime porte romane doppie col cavaedium, il cortile d’armi centrale! Solo da poco è stata rimessa a nudo la sua intera volumetria, quella verticialità che gli accumuli secolari dovuti ad esondazioni e lavori edili avevano mutilato; oggi si può nuovamente apprezzare la sua notevole mole attraversandola su passerelle ancorate alla strada attuale. Purtroppo alcuni problemi e ritardi hanno impedito di portare a termine l’intervento di valorizzazione del sito e, per ora, sotto le passerelle vedrete dei mucchi di sacchi di sabbia il cui compito è quello di proteggere la strada romana dalle intemperie (e non solo)…o meglio, “le strade” e non solo romane…tanti sono stati gli interventi e i rimaneggiamenti che hanno interessante questo luogo cruciale della città! Immaginando l’effetto scenografico originario, è facile comprendere l’impressione che doveva suscitare negli antichi…L’immagine della potenza di Roma ai piedi delle Alpi!
Siamo sul lato est delle mura; ma lo sapete che Aosta può vantare un circuito di mura romane quasi completo?! E con un totale, sull’intero perimetro, di ben 20 torri!
Svoltiamo a destra ed entriamo nell’antico quartiere degli spettacoli. L’inaspettata facciata del teatro romano ci accoglie dall’alto dei suoi 22 metri… incredibile! Augusta Praetoria non aveva un teatro come tanti, all’aperto, ma inserito in un perimetro di mura: che fosse coperto? La suggestione di vedervi una sorta di odeion è forte, ma va anche detto che sarebbero servite travi per il solaio lunghe almeno 42 metri… Dunque ancora l’incertezza è tanta… ma il fascino è abbagliante! Siamo in Valle d’Aosta, eppure le tracce di Roma antica sono ovunque, palpabili e avvolgenti! L’Anfiteatro, invece, si nasconde al di là di un muro di recinzione che separa l’area del teatro dal giardino-frutteto delle Suore di San Giuseppe. L’anfiteatro non è mai stato oggetto di campagne di scavo specifiche e non è inserito negli abituali circuiti di visita; ma se provate a suonare il campanello del convento, le suore, sempre molto gentili ed ospitali, saranno liete di aprivi e di accompagnarvi in questo luogo fuori dal tempo…i resti delle volte si ergono tra i meleti e alcuni tratti di ambulacra oggi ospitano galline e conigli. E’ come entrare in una stampa del ‘700 o in un disegno del Newdigate!

La nostra passeggiata archeologica prosegue alla volta di piazza della Cattedrale, luogo anticamente occupato dall’immenso foro romano. Effettivamente si vede poco; si intuisce appena il podio di uno dei due templi gemelli che dovevano svettare sulla terrazza sacra ( e volendone immaginare l’antico aspetto, pensate al tempio di Augusto e Livia a Vienne o alla nota Maison Carrée di Nimes), ma la sorpresa è tanta quando ci accorgiamo che Aosta possiede un vero e proprio gioiello segreto: il criptoportico! Già il nome suona un po’ “esotico” e misterioso; scendiamo alcuni gradini che ci portano alla quota del piano di spiccato dei templi e, da qui, scendiamo ancora attraverso una breccia aperta in epoca basso-medievale… Ci ritroviamo improvvisamente in una galleria a due navate con un’imponente fila centrale di pilastri. Sarà anche l’illuminazione soffusa, la musica in sottofondo scelta ad hoc… ma c’è un’atmosfera che è difficile descrivere… bisogna venirci! Si trattava di un sistema di gallerie a forma di U rovesciata che i Romani avevano costruito per sopraelevare la terrazza dei templi contenendone il terrapieno; ma contemporaneamente era un luogo di elegante passeggio dove, forse, gli imperatori e i “VIP” di Augusta Praetoria esponevano i loro ritratti o comunicavano le loro iniziative a favore della comunità. In tutta Europa di criptoportici forensi ce ne sono in realtà più di 30, ma quello di Aosta è sicuramente tra i meglio (per non peccare di superbia dicendo “il meglio”) conservato!

IL “MAR.. nostrum”
Questo giro ci ha fatto scoprire una città dalla storia lunghissima che si rivela poco a poco, che va scoperta…E non è finita: salendo verso la prima collina possiamo visitare anche i resti di una enorme villa privata, che in origine era parecchio fuori città trovandosi a 400 metri in linea d’aria dalle mura settentrionali: una villa rustica di campagna, ma molto raffinata (ha addirittura piccole terme private!). La villa della Consolata: è questo il nome della località in cui si trova. Chissà chi ci aveva abitato qui..sicuramente qualcuno di molto ricco ed importante…lavorando di fantasia mi piace pensare sia stato, almeno per un certo periodo, proprio Aulo Terenzio Varrone Murena, cioè il generale che riuscì a domare definitivamente i fieri Salassi.
Si torna quindi in città, per l’esattezza si può raggiungere “Croce di città”, ossia il punto in cui Decumano e Cardo Massimi si incrociano; da qui si prende verso nord per arrivare in piazza Roncas e visitare l’interessante Museo Archeologico Regionale, il MAR, dove vedere alcuni dei tanti oggetti che il sottosuolo di Aosta e della Valle restituisce ad ogni scavo. Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi.
Questa visita sarà un’esperienza “a ritroso” che, davvero, non ci si potrebbe aspettare in una cittadina alpina ai piedi dei famosi ” 4 4000″ d’Europa!
E voi? Avete mai visitato Aosta? Capirete in fretta perché la chiamano “Roma delle Alpi”!

Stella

Tra boschi, rocce ed acque: Pont d’Ael… l’archeologia che non t’aspetti!

Poco visibile e defilato, il grazioso villaggio di Pondel, nonostante la sobria apparenza, è invece una tappa importante per ogni viaggiatore appassionato di storia e archeologia che desideri scoprire il patrimonio valdostano. E lo è ancora di più in quest’estate 2014, cioé nell’anno in cui ricorre il bimillenario della morte dell’imperatore Augusto.

È qui, infatti, che sorge il Pont d’Aël, un impressionante ponte-acquedotto risalente all’anno 3 a.C., frutto dell’ingegno e dell’operosità del padovano Caius Avillius Caimus.

Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio situato all’ingresso del villaggio, si percorrono poche decine di metri passando nella stretta viuzza che si insinua tra le case; sulla sinistra si noterà la cappella e, un poco oltre, sulla destra, la vecchia scuola del villaggio da poco ristrutturata: una casetta rosata, su due piani, con gli infissi azzurri. Gerani color rosso brillante, giardini e abbaiare di cani vi accompagneranno fino ad una strettoia fiancheggiata da una rimessa e da un rudere quasi completamente crollato. Ma voi, andate avanti!

Quasi all’improvviso, increduli, davanti ai vostri occhi si aprirà uno scenario assolutamente inatteso. Il villaggio finisce e la sponda rocciosa si getta, ripida, nel torrente Grand Eyvia che, impetuoso e gonfio, scende veloce dalla valle di Cogne.

Un’unica arcata, poderosa e tenace, ampia quasi 15 metri, scavalca la forra ad un’altezza di 56 metri dal corso d’acqua sottostante. Tutt’intorno irte e strapiombanti pareti rocciose ricoperte di fitte edere e boschi, latifoglie e conifere, quasi a perdita d’orizzonte. E’ il Pont d’Ael. Il Pons Avilli,qui realizzato da un intraprendente e ricco padovano attivo nel settore dell’edilizia ormai più di 2000 anni fa, in piena epoca augustea.

Un grandiosa opera idraulica. Un ardito ponte-acquedotto suddiviso su due livelli: un percorso scoperto superiore, oggi percorribile a piedi, ma che in origine costituiva il canale idrico dove passava l’acqua; un altro sottostante, coperto, utile al transito di uomini e animali. Un’infrastruttura privata, come recita a lettere cubitali l’epigrafe ancora in posto al centro della facciata che guarda verso valle, probabilmente voluta per incanalare l’acqua verso le cave di marmo di Aymavilles. Il tracciato completo, in parte ancora esistente, in parte obbligatoriamente ricostruito a tavolino, vede un’opera di presa situata a 2,5 km più a monte rispetto al ponte, lunghi tratti, ancora percorribili, ritagliati nel banco roccioso e sapientemente adattati al profilo morfologico della montagna e, il punto sicuramente più spettacolare, Pont d’Ael, dove l’acqua cambia versante.

Un percorso di visita ad anello realmente emozionante. Si passa in quello che gli archeologi chiamano “specus“, cioé l’antico condotto idrico, risalendo a ritroso rispetto all’originario senso di scorrimento dell’acqua. Giunti in sinistra orografica si scendono alcuni scalini per raggiungere uno dei due ingressi originali del camminamento coperto pedonale. Una vista che mozza il fiato; un cambio di prospettiva che fa sembrare questo monumento ancora più imponente, così aggrappato sulle rocce, umide e lucide per la risalita del vapore acqueo.

Una volta entrati…aspettate che gli occhi si abituino alla penombra e poi…Poi vi renderete conto che sotto i vostri piedi c’è il vetro, illuminato dal basso, e vedrete un vuoto profondo ben 3 metri. Un glassfloor davvero originale ed inatteso!Quel vetro sostituisce l’antica presenza del tavolato ligneo dove gli operai e il dominus Avillius camminavano, ma al di sotto oggi si può apprezzare la struttura stessa del ponte-acquedotto. Un’infilata impressionante di spazi cavi e tramezzi in muratura: una struttura, quindi, organizzata “a camerette” in modo da essere leggera ed elastica, senza però rinunciare alla necessaria stabilità!

Si percorrono in trasparenza i 50 metri di lunghezza del ponte e si ritorna in destra orografica; si supera l’altro accesso d’origine, rimasto per lunghi secoli chiuso e inutilizzato, e si esce..di nuovo sul vuoto! Sì, perché là dove un tempo i Romani passavano su un ampio sentiero ritagliato nel banco roccioso e poi franato nel torrente, oggi c’è una panoramica passerella in acciaio che consente di ripercorrere il loro stesso tragitto! Una cosa che da secoli non si poteva più fare!

La passerella conduce quindi all’interno di un piccolo edificio che, da rudere dismesso, è ora un piccolo ed accogliente centro visitatori dove poter reperire le informazioni essenziali. Il suo allestimento, certo, non è ancora completo, ma i lavori fatti sono stati ingenti.

Una visita incredibile…un’archeologia romana alpina che davvero non ti aspetteresti mai!Oltretutto in un sito che possiede anche un’altra particolarità: il Pont d’Ael è pure un’Area naturale protetta abitata da oltre 96 specie diverse di splendide farfalle. Senza dimenticare che, da qui, passano numerosi sentieri…perciò, le passeggiate, con tutta la famiglia, sono assicurate!

Possiamo quindi dire che il Pont d’Aël, con la sua inaspettata grandiosità, il suo incredibile stato di conservazione, e una straordinaria cornice paesaggistica che senza dubbio ne aumenta fascino e valore, ha tutte le carte in regola per ricominciare a raccontare la sua storia bimillenaria anche ai più esigenti visitatori del XXI secolo.

Stella