Animali fantastici, ambigue visioni e funghi “intrufolati”. L’altro grande mosaico della Cattedrale di Aosta

“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.

Lo so che l’avete letta canticchiando. Chi di noi non se la ricorda?? Bene, quando ci si affaccia sul mosaico superiore del coro della Cattedrale di Aosta (risalente al XIII secolo), una sequenza animalesca analoga ĆØ quella che può venire in mente. L’elefante c’ĆØ e, attenzione, qui c’ĆØ pure uno dei due liocorni, ossia un unicorno (sono la stessa cosa). Ma niente oranghi, serpenti o topi. No! Quello che ci si presenta davanti agli occhi ĆØ un ricco ed articolato campionario di bestie più o meno mitologiche, più o meno fantastiche (e più o meno terrificanti) partorite dalla fervida mente dell’uomo medievale. Questi “campionari”, avevano un nome ben preciso: bestiarii (con due -i alla fine perchĆ© l’ho scritto plurale latino).

DIMMI CHE BESTIA SCEGLI E TI DIRO’ CHI SEI...

Modello dei bestiari (potremmo dire il Bestiario dei Bestiari) ĆØ un trattato redatto in Egitto forse nel II secolo d.C. in lingua greca, e denominato Physiologos, dove si prendevano in considerazione circa cinquanta animali e si associavano a citazioni scritturali: si fondava in tal modo una tipologia cristiana dell’animale, scopo della quale era l’associazione di un’immagine zoologica e di un’idea cristologica. Per capirci: ad ogni animale veniva associata simbolicamente una qualitĆ , un carattere, una peculiaritĆ  interpretabile in chiave cristiana. Traduzioni del Physiologos si ebbero in siriano, armeno, etiopico e naturalmente – fin dal IV secolo d.C. – in latino.

Chi si stupisce per l’esotismo della fauna simbolica medievale deve tener conto di due cose: anzitutto che gli uomini e le idee (e le immagini con entrambi) viaggiavano a quel tempo molto più che non si ritenga oggi; in secondo luogo, che fonte principale per tale fauna simbolica ĆØ appunto il Physiologos, che traeva i suoi animali essenzialmente da due libri della Bibbia, Deuteronomio e Levitico. TuttaviaĀ la lettura allegorica degli animali andò complicandosi mediante l’uso di altre chiavi interpretative, fornite ad esempio da certe somiglianze esteriori dei vari animali, da rapporti numerici o cromatici, da elementi di tipo etimologico o pseudoetimologico (cioĆØ relativi all’origine della parola; se due parole si assomigliavano, doveva esserci un motivo!). Isidoro di Siviglia ad esempio, trattando degli animali nel libro XII delle Etymologiae, si serviva di Plinio e del Physiologus, ma anche di Varrone, di Virgilio, di Ovidio, e fondava o accoglieva leggende (o altre ne scartava) sulla base di accostamenti che la scienza del tempo definiva etimologici, e che noi definiremmo piuttosto omofonici o pseudomofonici: ad esempio, il “castoro” si chiamerebbe cosƬ perchĆ© si “castra” (!!), eccetera…

DA ORIENTE AD OCCIDENTE. TUTTA LA ZOOLOGIA IMMAGINARIA DEL MEDIOEVO

Nel corso del Duecento, si diffuse una grande quantitĆ  di Bestiari redatti nei vari idiomi volgari. La Bibbia, Fedro, le leggende e le immagini orientali penetrate in Europa dalle culture delle steppe o attraverso i testi narranti le vicende della spedizione di Alessandro in India (e, più tardi, attraverso i racconti dei viaggiatori), le figure allegoriche desunte dai passi scritturali d’argomento profetico, i segni che comparivano o che comunque venivano segnalati nei cieli, le visioni individuali e collettive, i simboli astrologici; la “zoologia immaginaria” del medioevo non ĆØ affatto una congerie disordinata di fantasie, anche se molte ed eterogenee sono le fonti alle quali essa attinse.

Siamo dinanzi adĀ un linguaggio, che ha la sua grammatica, la sua sintassi, il suo svolgimento etimologico: una vera e propria avventura semantica ed iconografica. Decodificarlo ĆØ possibile: e non si rischierĆ  cosƬ di dissacrarlo e “disincantarlo”, anzi ĆØ necessario conservare tutta la sacralitĆ  ( e anche per certi versi la magia) di queste immagini; ma soltanto un modo per comprenderlo e, per questo, apprezzarlo ancora di più.

MosaicoAnimaliAosta

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CHIMERE, UNICORNI, IPPOCAMPI

Concentriamoci ora sul nostro mosaico. Partiamo dal centro, dove, come in una sorta di gioco ottico, notiamo un concatenarsi di cerchi e quadrati.Ā Il quadrato: la Terra, l’ordine. Il cerchio: il Cosmo, certo, ma anche i cicli eterni di vita-morte-rinascita.Ā Queste forme sono poi connotate dal rincorrersi di due colori abbinati: bianco e nero ( o meglio, vista la pietra a disposizione, grigio scuro). GiĆ  in questo possiamo intravedere una chiave di lettura: gli opposti, i rimandi. Bene e male; sacro e profano; propizio ed avverso; fas et nefas. Noi uomini siamo cosƬ chiamati a scegliere; siamo messi davanti ai bivi della vita, alle scelte, spesso difficili e non prive di inganni ed insidie, di fuorvianti apparenze.Ā 

IL PESCE

Restando sempre nel cerchio centrale, vediamo quali animali lo popolano. Iniziamo da quello forse più famigliare: il pesce. Noto e consolidato simbolo di Cristo, della fede cristiana. Un segno utilizzato nelle catacombe per indicare, in codice, il nome di Cristo. In greco, infatti, “pesce” si diceĀ Ī¹Ļ‡ĪøĻĻ‚ (pronuncia: ikzùs con la u stretta, alla francese). Se interpretiamo questa parola come un acronimo, il risultato ĆØ: Gesù (Iesoùs), Cristo (Kristòs), di Dio (Theoù), figlio (uiòs), Salvatore (sotĆØr). Eccom perchĆ© per i primi Cristiani disegnare Ā un pesce equivalevaĀ ad una dichiarazione di fede! Inoltre, si sa, il pesce vive nell’acqua, e l’acqua ĆØ simbolo del battesimo cristiano.

IL CAVALLUCCIO MARINO (IPPOCAMPO)

Restando nell’acqua, di fronte al pesce troviamo un ippocampo. Antichi naturalisti, tra cui Galeno e Plinio, assicuravano che le ceneri di ippocampo avessero straordinarie virtù terapeutiche. Ancora oggi il corpo fossilizzato di un ippocampo viene visto come un potente talismano. In tutto il mondo classico l’ippocampo (un vero e proprio cavallo del mare) era visto come una sorta di genio protettore e guaritore, capace anche di accompagnare le anime nell’AldiLĆ . E’ pertanto interpretabile come un animale che simboleggia la guida che accompagna il fedele alla Resurrezione attraverso il procelloso mare della vita terrena, una guida “metĆ  di terra e metĆ  di acqua” in grado di consentirgli di avvicinarsi a Dio.

L’UCCELLO

Non a caso, tra l’ippocampo e il pesce, sulla sinistra, campeggia un uccello. Il suo volo mette in comunicazione cielo e terra e, quindi, anche in questo caso simboleggia il viaggio dell’anima immortale. Ma attenzione! Il volatile qui rappresentato (e che godette di ampia fortuna tra epoca Tardoantica e Medioevo) ĆØ probabilmente una pernice. Questo animale può avere sia valenze positive (la fedeltĆ  dell’anima a Dio) che negative( legate alle sue abitudini lussuriose..si credeva…). Quindi, tra il fedele e la Salvezza, la strada ĆØ sempre irta di insidie e di illusioni. Non a caso…

IL DRAGO

… di fronte alla presunta pernice campeggia un drago dal volto dichiaratamente satanico. Il drago ĆØ il Male, che col suo soffio venefico contamina le acque intorbidendole. Un mostro che con le sue spire stritola le sue vittime senza lasciare loro scampo. Rappresenta l’agguato del Maligno, da cui bisogna guardarsi. Sapendo appunto scegliere tra Bene e Male. Condivido con voi una mia personalissima impressione. Questo drago dall’aspetto caprino e dalla coda di pesce, a mio avviso ricorda assai da vicino il famoso Capricorno augusteo, cosƬ tanto diffuso in tutto l’impero romano. Potremmo pensare che quel simbolo del potere, naturalmente pagano, sia poi stato ripreso ed interpretato in chiave cristiana come simbolo del male? Secondo me ci può stare!

L’UNICORNO

Procediamo adesso con le quattro fiere situate agli angoli della cornice più esterna. In corrispondenza (per nulla aleatoria) col pesce, troviamo l’unicorno. Simbolo di purezza, di castitĆ  e di onestĆ , si narrava che questo animale potesse venire avvicinato e abbracciato soltanto da una Vergine. E, infatti, la Cattedrale di Aosta ĆØ dedicata proprio a Maria. Vi ĆØ un ulteriore livello iconologico: l’abbraccio, il contatto tra unicorno e vergine richiama anche la Santa Incarnazione. L’unicorno, simbolo di Gesù Cristo, trovo incarnazione in una Vergine: ĆØ la Santa Concezione. In più notiamo sopra la schiena dell’animale un fiore stilizzato, interpretabile come un giglio, simbolo di purezza. Nonostante le tante fantasie e leggende su questa creatura,Ā l’unicorno appare spesso nellaĀ simbologia antica e medievale poichĆ© considerato come realmente esistente.Ā ā€œNow I will believe that there are Unicorns, That inn Arabia there is one tree, the phoenix trone….ā€: cosƬ, nel III atto de La Tempesta, William Shakespeare associa gli unicorni e la fenice nel novero delle cose incredibili per l’uomo.Ā Si pensava inoltre che il suo corno avesse un forte potere curativo, in grado di guarire,qualora assunto in forma di polvere, qualunque tipo di veleno. Ma come procurarselo? Fino al XIX secolo, poteva esserne acquistata una porzione presso alcune “farmacie” le quali, in realtĆ , commerciavano denti di un grosso cetaceo: il narvalo.

L’ORSO

E alle spalle dell’ippocampo c’ĆØ l’orso, ossia l’uomo. Si diceva che l’ippocampo deve accompagnare l’uomo verso Cristo, giusto? E infatti a quest’ultimo viene non a caso abbinato. Sin dalla notte dei tempi l’orso ĆØ avvicinato all’uomo: per il suo aspetto quando si alza in posizione eretta, per il suo amore verso i suoi cuccioli e per (si credeva) il modo di “fare l’amore” (!!). E l’uomo, come l’orso, può rivelarsi tanto buono quanto malvagio. Coraggio, forza guerriera, ma anche una furia incontrollabile che per gli alchimisti lo aveva reso simbolo della nigredo (uno stadio di “morte necessaria”, di un “tutto nero” prima della redenzione). Non dimentichiamo infatti il suo lungo letargo invernale: una specie di “morte apparente” che prelude alla “rinascita”, alla primavera, ad un nuovo inizio. E chi se non noi Valdostani, innamorati di Sant’Orso, possiamo capire tutto questo?

LA IENA

Dicevamo della natura ambigua della pernice. Ebbene, dietro di lei si può individuare un altro animale dall’indole altrettanto doppia: la iena. All’epoca si riteneva fosse addirittura una animale ermafrodita e lussurioso! Doppia natura contaminata dal Male… Inoltre nel folclore cristiano medievale si pensava che la iena potesse addirittura imitare la voce umana, spesso ingannando uomini e cani che, se rispondevano al richiamo, venivano divorati. In qualche modo rappresenta la forza dell’illusione, dei falsi idoli, da cui occorre stare alla larga.

IL GRIFONE

Animale fantastico dal becco e dalle ali d’aquila, ma dal possente corpo leonino, il grifone, raffigurato sin da epoche assai remote in tutto il Mediterraneo e nel Vicino Oriente (da dove proviene), ĆØ un altro animale dalla natura ibrida, contemporaneamente legato al cielo e alla terra. Nel mosaico può guardare in faccia, in una posa quasi araldica, proprio l’unicorno. Questo perchĆ© in lui predomina una natura benigna, ĆØ un simbolo solare: l’aquila di Dio vola fino al Sole e lei sola può fissarlo ad occhi aperti (ce ne parla anche Dante, no?!). Il corpo di leone rimanda ad un nobile felino simbolo di Dio e della Fede, ma anche di Satana. Come mai? Se da un lato Gesù viene definito “leone della tribù di Giuda” e si riteneva che i cuccioli di leone addirittura nascessero morti per ricevere il soffio vitale dalla bocca del padre, dall’altro si invocava l’Arcangelo Michele affinchĆ© liberasse le anime dei morti dalla bocca del leone… Ancora un’ambiguitĆ , una natura cangiante eternamente e fatalmente sospesa tra il Bene ed il Male. Allo stesso tempo si trova in posizione opposta all’orso, legato alla Luna e ben ancorato sulla terra, se non addirittura sotto-terra!

FIUMI E…

Proprio sotto di noi il grande riquadro del Tigri, fiume mesopotamico e legato al Paradiso terrestre. Acqua da cui la Vita ha avuto inizio. Per omofonia, vicino a lui vediamo la raffigurazione di una testa di felino che digrigna i denti e mostra la lingua: una tigre! Quanto al significato reale di questo nome in lingua iranica, invece, Ā ĆØ “freccia”, dovuto alla rapiditĆ  delle sue acque. Come sempre i fiumi vengono raffigurati come dei giovani semisdraiati o seduti in parte nell’acqua, spesso nell’atto di versarla da una brocca che simboleggia la sorgente. Esattamente sul lato opposto ecco l’Eufrate. Ā Nell’angolo in alto a destra del fiume si nota una testa di toro; potrebbe rimandare al fatto che questo fiume in realtĆ  nasce da due rami, quindi da due “corna”, oppure al nome della catena montuosa, il Tauro. Oppure ancora simboleggia la forza dirompente ed il potere fecondante delle sue acque. E’ un pò come se tutto quanto viene narrato (seppure per simboli) al centro del mosaico, abbia luogo nella Terra in mezzo ai fiumi, la Mesopotamia. Una Mesopotamia che da una parte ĆØ considerata quale “culla della civiltĆ ”, ma dall’altra rimanda alla cittĆ  di Babilonia, ovvero al peccato e all’esilio. In questo il valore del messaggio ĆØ universale. Si parla dell’Uomo, della Creazione, del Peccato e della Redenzione. Tigri ed Eufrate, entrambi fiumi dell’Eden in virtù della loro copiositĆ .

LA CHIMERA

Sopra il Tigri troneggia una Chimera. Creatura fantastica e quanto mai ibrida: corpo di leone sormontato da una testa di capra ma con coda di serpente. Un discorso sulla chimera potrebbe cominciare proprio dalle parole di una canzone, molto celebre, degli Anni Trenta: Ā«Illusione, dolce chimera sei tu…Ā».Ā  L’illusione, certo, ĆØ una chimera: ma un’espressione del genere ha senso solo nella misura in cui si ĆØ certi che la chimera sia a sua volta un’illusione. Ancora oggi usiamo il termine “chimera” per indicare qualcosa di assolutamente impossibile.Ā forse la prima menzione della chimera risale al VI libro dell’ Iliade, e l’iconografia “classica” registra parecchie incertezze nel darne la forma; talora leone con la testa di capra, tal altra al contrario capra con la testa di leone; la coda ĆØ comunque sempre serpentina, e il nome chimaira rimanda, evidentemente, alla capra. Le chimere (cosƬ come le sirene) erano oggetto abituale della condanna dei mistici medievali: esse appartenevano a quel tipo di difformitates raffigurate sui portali e sui capitelli dei chiostri romanici con le quali se la prendevano i cistercensi: a che cosa servono queste stranezze, questi mostri, se non a turbare il monaco, a eccitarlo, ad allontanarlo dalla meditazione e dalla preghiera?Ā In un orizzonte medievale in cui la chimera va progressivamente perdendo il suo appeal iconografico, pensate che una delle poche e rare immagini medievali della Chimera ĆØ proprio questa di Aosta!Ā 

Insomma, la tradizione medievale sembra non aver capito nĆ© ben metabolizzato il valore della Chimera, non avendo trovato per lei una valida interpretatio cristiana. E’ piuttosto la mitologia greca a darci indizi interessanti. Una lunga progenie di mostri ed esseri ibridi attraversa il Mito. E si nota un emblematico ricorrere del numero 3. Le tre Gorgoni, le tre Graie e le tre Esperidi; e che dire del terribile cane infernale Cerbero dalle tre teste?!Ā Senza dimenticare l’enigmatica Triplice Dea, Signora della Luna, delle acque e di tutti gli stati mutevoli dell’essere. Che si possa interpretare la Chimera come l’antitesi della TrinitĆ ? E in tal caso, sarebbe davvero un’illusione..dalle conseguenze radicalmente nefaste…

L’ELEFANTE

Dall’altra parte abbiamo un elefante.Ā Nel folclore cristiano medievale si credeva che l’elefante non potesse piegare le ginocchia, e per tale motivo doveva appoggiarsi a un albero per dormire. Se l’albero si spezzava, l’elefante cadeva e non poteva più rialzarsi. E’ quindi simbolo del cattivo cristiano, vittima del suo stesso orgoglio, di quella che gli antichi Greci avrebbero chiamato υβρις (leggi ubris, sempre con la “u” francese), ossia “tracotanza”. Un cristiano solo di facciata che, in realtĆ , cercando appoggio nell’albero, si rifugia in simboli pagani. Ecco, dunque, il rischio di altre illusioni. Simpatico osservare come, non potendoli vedere dal vivo, questi animali venissero raffigurati più che altro in base ai cartoni di bottega desunti dai bestiarii enciclopedici e spesso modificati, per non dire “personalizzati”: qui il nostro pachiderma ha un corpo esile e delle zampe troppo lunghe, oltretutto con zoccoli bovini!

E I FUNGHI?

Tutta questa complessa scena ĆØ a sua volta racchiusa da un’elegante cornice fitomorfa composta da trifogli e … funghi!Ā Il tutto alternato a cerchi concentrici. Questi ultimi rimandano ai cicli celesti, all’ordine universale regolato e garantito da Dio. I trifogli sono la TrinitĆ , quella vera… si pensi a San Patrizio!

E infine eccoli, i funghi! Si tratta di un elemento decisamente insolito, una ricercatezza! Il fungo vive nell’umido, quindi ha bisogno di acqua (di Vita), ma a ben vedere nasce dalla decomposizione organica. E’ una forma di vita che si genera dalla morte. Quindi questi funghi altro non sono che un simbolo di immortalitĆ .

Un monito divino (attenti alle illusioni), un messaggio di eternitĆ  e di speranza. Tutto questo sotto i vostri occhi, sotto i vostri piedi, ma al cospetto di Dio! Il potere delle immagini.

Ā 

Stella

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Il drago, la quercia e il melograno.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore, ormai abbondantemente superata la metĆ  della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.

Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. LĆ  invece, dall’altra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! CosƬ come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…

Mais où sont les neiges d’antan ?

Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadis” inserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament“, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.

Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontĆ  e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’ĆØ la mia giovinezza? Il signore si scoprƬ scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui cosƬ familiare e cosƬ tanto caro.

Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lƬ che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E cosƬ, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentƬ davvero sua fu una sola: Aosta. A questa cittĆ  legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. GiĆ , la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltĆ , di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.

Mais où sont les neiges d’antan ?

La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…

Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro cosƬ denso di sacralitĆ , mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di lĆ  delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà. Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.

La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…

Per scrivere le sue volontĆ , Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.

“Princes, n’enquerez de sepmaine
Ou elles sont, ne de cest an,
Qu’a ce reffrain ne vous remaine:
Mais ou sont les neiges d’antan ?”

E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità.

Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città. Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.

Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu cosƬ che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.

“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…“

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Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’etĆ  ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastitĆ  del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sƬ, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalitĆ , incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambƬto a tanto (o forse sƬ?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. RegalitĆ . Una qualitĆ  forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualitĆ  se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltĆ .

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimitĆ . Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva giĆ  nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.

Vi era un’atmosfera di grande fermento perchĆ© il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico FranƧois Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparƬ presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico cosƬ come di altri edifici del complesso capitolare. Venne cosƬ ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il ā€œlathomusā€ Marcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.

Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.

Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturitĆ , il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identitĆ  transalpina e la sua raffinata apertura culturale.

Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilitĆ  che altro non ĆØ se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrĆ  trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrĆ  accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. LƬ resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che giĆ  poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. SƬ, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.

L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonchĆ© resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu cosƬ che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però … purtroppo, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

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Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa cittĆ .

Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lƬ, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, l’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.

Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.

Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.

E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontĆ . Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava cosƬ suo vicario.

Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.

Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale cosƬ inusuale per Aosta: il cotto!

Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto cosƬ spesso, cosƬ ben lavorato, cosƬ ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porositĆ , quell’odore di terra umida, cosƬ particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identitĆ  di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.

La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre cosƬ simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltĆ , cosƬ come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.

Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.

Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranitĆ  unita all’immortalitĆ , anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.

L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.

Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.

La sua storia era tutta lƬ. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalitĆ  erano lƬ, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sƬ, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.

Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.

E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.

Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.

Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato ĆØ ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprĆ  mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.

In effetti corre una certa aria di famiglia tra i due, anzi tra i tre perchƩ del Bambino il priore ha gli stessi vivi occhi chiari che, insieme a quei capelli castani rafforzano, per cosƬ dire, il muto ma intenso dialogo che sembra persino andare oltre la preghiera e la devozione.

Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerĆ  il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.

Oniriche cittĆ  murate e turrite si ergono a dominio di una spoglia e lunare campagna; uno stagno “grande quanto il mare” ospita il drago, temibile bestia pestifera affamata di giovani vite umane; la principessa, figlia del sovrano del luogo e vittima designata: esile, diafana ed elegante, cerca persino di fermare l’impeto di Giorgio affinchĆ© non muoia insieme a lei, divorato dal mostro. Ma San Giorgio, protetto a sua volta dalla Croce, incede coraggioso ed uccide la bestia. La Fede cristiana che uccide il Male, il demonio.

Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.

Il nobile priore volle cosƬ omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.

Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale cosƬ come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.

Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…

La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non ĆØ tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, cosƬ diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilitĆ , a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.

Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinitĆ  della natura o come un’insolita ed emblematica ā€œEvaā€ primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.

Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinitĆ  ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.

“ChissĆ ” – pensava il nobile Giorgio – “chissĆ  se mai qualcuno si accorgerĆ  che l’unica donna mora in questo oratorio ĆØ la Madonna… mia madre…”.

Assorto in preghiera Giorgio vedeva quel volto sempre più splendente, sempre più vicino, vivo, palpitante… finchĆ© credette di avere un’allucinazione: la Madonna si accese di un fremito di vita. Il divin Bambino prese a muoversi su quelle ginocchia materne, a sorridere… sƬ, ne era certo.. entrambi gli stavano sorridendo. La Madonna tese una mano verso di lui; “Giorgio”, quel nome sembrò quasi un sospiro, un alito di vento, una carezza dell’anima… “Giorgio, sei un grande uomo e saprai cambiare il mondo. Il tuo nome verrĆ  ricordato nei secoli a venire. Io ti sono accanto”.

La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.

Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.

Quando la luce sparƬ, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena! Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era cosƬ insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… SƬ, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…

Tutto riprese a girare, sempre più vorticosamente, finchĆ©…

Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui cosƬ cari; quei luoghi per lui cosƬ emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralitĆ  antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna. 

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“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sƬ, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtĆ  cugini di secondo grado, ma era più semplice cosƬ).

I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

GiĆ , Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtĆ  per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato cosƬ: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di VerrĆØs, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietĆ  vescovile, aveva capito le potenzialitĆ  di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di VerrĆØs.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di “Miroir pour les enfants de Challant“. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la soliditĆ  del casato unita alla feconditĆ  e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto giĆ  sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e lĆ  dissimulati, dei draghetti (che piacevano cosƬ tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalitĆ  di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiositĆ  dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” cosƬ talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e cittĆ  con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attivitĆ , stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di VerrĆØs e dalla CittĆ  di Gerusalemme, sull’altro.

Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…

Sala bassa (L. Acerbi)

non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sĆØ il colto priore, “ma c’ĆØ dell’altro! ChissĆ  se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sƬ! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.

Ma fu quella giovanile e istintiva intemperanza che, ahimƩ, diede inizio alla decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra veritĆ  e calunnia, tra realtĆ  e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

GiĆ , quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.

Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santitĆ  si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanitĆ  intera.

E quella volta in cui, giƠ anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della NativitƠ. E le ante, cosƬ come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maƮtre Colin che giƠ aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralitĆ .

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralitĆ .

Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, cosƬ luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano cosƬ vaghi, lontani…

Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscƬ nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. ChissĆ  se quelle sue volontĆ  avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. ChissĆ  se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui cosƬ caro, il priore aprƬ gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finchĆ© non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lƬ e, quando sarete lƬ, riponetelo, in un luogo sicuro. Chi verrĆ , saprĆ . Ma solo chi avrĆ  la capacitĆ  di capire, lo troverĆ . Qui ho scritto le mie volontĆ ; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscƬ persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove nĆ© come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato la dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

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Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

“Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi cosƬ come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. AprƬ lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lƬ depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

Le ultime volontƠ del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui cosƬ caro.

LƬ sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferƬ mai parola in proposito nƩ fu mai messo nulla per iscritto.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento…

#AostaGranSanBernardo. In corsa verso il colle degli dei

100 anni!Ā  Oggi la Valle d’Aosta celebra il primo secolo di vita della gloriosa, per non dire mitica,“Aosta-Gran San Bernardo”. Certo, si sarebbe dovuto festeggiare 2 anni fa, nel 2020, ma la pandemia ha spento anche il rombo dei motori. Oggi, finalmente, organizzata dal CAMEVA, l’edizione XXXV di questa corsa leggendaria, torna a invadere le strade valdostane infiammandone animi e tornanti!

L’ “Aosta-Gran San Bernardo”, la storica corsa automobilistica in salita per decenni tra le più seguite e attese a livello internazionale, ĆØ la protagonista di questo post in cui la storia dell’automobilismo si sposa all’archeologia, dato che il luogo d’arrivo della gara e il percorso che conduce a questo storico passo, costituiscono il sito archeologico più alto d’Europa!

Un post che vuole anche essere un omaggio alla memoria di mio suocero,l’arch. Alessandro Acerbi, grande appassionato e profondo conoscitore di questa competizione che purtroppo ci ha lasciato proprio nel 2020.

Un post a quattro mani, dunque, scritto insieme a mio marito, Leonardo Acerbi, storico dell’arte, scrittore, autore di numerosi testi dedicati al mondo dell’automobile e delle corse e editorial manager presso la Giorgio Nada editore, casa editrice specializzata nel settore.

Partiamo insieme, allora, per un viaggio mozzafiato molto particolare in cuiĀ anche l’archeologia andrĆ  … a tutto gas!

DaĀ AostaĀ al colle delĀ Gran San BernardoĀ toccando Signayes,Ā Gignod,Ā Etroubles,Ā Sant-Oyen, eĀ Saint RhĆ©my… Sono questi i paesi che, ancora oggi, si incontrano risalendo la SS n. 27 che dai circa 600 metri di Aosta conduce al Gran San Bernardo,Ā uno fra i luoghi più suggestivi e carichi di storia non soltanto della nostra regione… Lungo questo tracciato, nel corso dei secoli, sono transitati eserciti, grandi condottieri, viaggiatori e… piloti. Proprio cosƬ, corridori che al volante di prestigiose automobili hanno dato vita,Ā fra il 1920 e il 1957, adĀ una delle corse in salita di maggior rilievo nel panorama sportivo internazionale;Ā una gara che, nell’ultima edizione, fu addirittura inserita nel calendario delĀ Campionato europeo della Montagna.

Adolfo Macchieraldo su Cisitalia
Adolfo Macchieraldo su Cisitalia

UNA STRADA FATTA DI STORIA

La strada detta ā€œdelle Gallieā€ fu la prima opera pubblica che i Romani realizzarono in
Valle d’Aosta alla fine del I secolo a.C. La frequentazione, documentata fin dall’epoca
preistorica, dei due valichi dell’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo) e dell’Alpis Poenina
(Gran San Bernardo), dimostra la persistenza dei tracciati di comunicazione, trasformati in età romana in una viabilità più strutturata, di cui si conservano ancora tratti significativi.

Sul piano della circolazione internazionale, la valle della Dora si inseriva nei percorsi
della rete delle vie imperiali, integrando l’asse nord-occidentale, in direzione di Lione e
della Gallia centrale, giĆ  attivo in etĆ  augustea, con la direttrice settentrionale del Gran San Bernardo, sistemata nel 47 d.C. per iniziativa dell’imperatore Claudio,
collegamento verso l’insediamento di Octodurus, poi denominato Forum Claudii
Vallensium (attuale Martigny, in Svizzera), da dove proseguiva per Aventicum (Avenches), capitale degli Elvezi, e la valle del Reno, alla volta della Germania.

ViadelleGallie

Salendo da Aosta alĀ Gran San BernardoĀ si può raggiungere il sito archeologico noto come Plan de JupiterĀ dove, a partire dall’ Ottocento, sono stati scoperti i resti di un tempio dedicato aĀ Juppiter Poeninus, e due edifici funzionali interpretati come appartenenti ad unaĀ mansio (area di sosta dove poter pernottare, rifocillarsi ed eventualmente riparare i carri o ferrare i cavalli). L’area archeologica misura complessivamente circa 1800 mq ed ĆØ caratterizzata anche dalla presenza ben visibile di resti dell’antica strada romana scavata nella roccia.

Il valico del “Grande” (come familiarmente viene chiamato dai Valdostani) ĆØ stato
per secoli uno dei luoghi di transito più importanti e strategici d’Europa malgrado
l’altitudine elevata (2.473 m).
Per raggiungere l’irregolare pianoro roccioso del Passo, il percorso ĆØ molto ripido e la
sua impostazione si ĆØ, come in molti altri casi, adeguata al severo ambiente alpino. Dell’intero percorso rimangono visibili solo pochi resti, che però hanno il vanto di essere le costruzioni romane più alte in quota di tutta l’Europa.
Un tratto dell’antica carreggiata ĆØ riconoscibile tra gli ultimi tornanti prima del valico, dove per una sessantina di metri la sede stradale ĆØ stata ricavata tramite una larga incisione nella roccia.

L'antica strada romana ricavata a scalpello nella roccia all'arrivo sul Plan de Jupiter
L’antica strada romana ricavata a scalpello nella roccia all’arrivo sul Plan de Jupiter

Nella conca del Plan de Jupiter si conservano, soltanto come debole traccia, anche diversi edifici di supporto alla sosta di viaggiatori e animali, ricavati spianando intere zone di roccia ed incidendone lo spessore con un progetto unitario. Questi circondano una rupe definibile come “sacraā€ dove sono state rinvenute numerose monete, presumibilmente lasciate come ex voto.

Nel cerchio evidenziato l'ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)
Nel cerchio evidenziato l’ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)

Un piccolo tempio romano-gallico aperto verso la strada ĆØ testimoniato solo dai tagli di fondazione nella roccia.Ā Ā Nei pressi di questo luogo di culto furono rinvenute parecchie tavolette votive in bronzo, lasciate per ringraziare Juppiter Poeninus del viaggio fortunato e per chiedere un ritorno sicuro (“PRO ITU ET REDITU”).

Tracce del tempio di Giove Pennino incassato nella roccia (foto S. Bertarione)
Tracce del tempio di Giove Pennino incassato nella roccia (foto S. Bertarione)

Statuetta miniaturistica in bronzo raffigurante Giove Ottimo Massimo seduto in trono rinvenuta al Gran San Bernardo (scavi Framarin 2006, foto S. Galloro)
Statuetta miniaturistica in bronzo raffigurante Giove Ottimo Massimo seduto in trono rinvenuta al Gran San Bernardo (scavi Framarin 2006, foto S. Galloro)

Oggi, grazie alla statale e al comodo tunnel, inaugurato nel 1964, può non essere immediato immaginare l’immane fatica e gli incredibili lavori fatti dal genio Romano per realizzare un simile percorso in un ambiente cosƬ ostile dove, nonostante le temperature più miti e gli inverni più brevi e meno nevosi dovuti al cosiddetto optimum climaticum, il pericolo di slavine e frane era letteralmente incombente.

traforo GSB

Il tracciato storico resta poco al di sotto della strada statale: esce dal villaggio di Saint-RhĆ©my e risale la stretta valle lambendo il torrente Artanavaz. Superato il congiungimento con la statale e oltrepassati diversi ruscelli, si abbandona la traccia principale (variante napoleonica) e si affronta la salita più impegnativa con sei tornanti. A tratti, dall’erba, affiorano il selciato e le canalette in pietra per lo scolo delle acque.

Superata la conca di Fonteinte, dove pochi anni fa sono stati individuati altri resti relativi a strutture di sosta di epoca romana, fra imponenti pareti di roccia e reconditi nevai inizia la lenta traversata del pendio di Tzermanaire, ai piedi dell’inquietante guglia rocciosa detta Tour des Fous, che la leggenda locale ritiene un rifugio di demoni o di razziatori saraceni.

A destra la minacciosa Tour des Fous (foto Enea Fiorentini)
A destra la minacciosa Tour des Fous (foto Enea Fiorentini)

Forse quegli stessi terribili demoni responsabili di immani tragedie, le vittime della montagna travolte da scariche di sassi e spaventose valanghe che fu proprio San Bernardo a catturare ed annientare!

La statua di San Bernardo al Gran S. Bernardo (HervƩ Eklablog)
La statua di San Bernardo al Gran S. Bernardo (HervƩ Eklablog)

Ma ora, dopo una doverosa presentazione del percorso in chiave storico-archeologica, lasciamo spazio al rombo dei motori e agli eroi protagonisti di questa corsa: i piloti!

IN SALITA TRA ALLUNGHI E TORNANTI

Da subito,Ā l’Aosta-Gran San Bernardo si distingue per la lunghezza e le difficoltĆ  tecniche del tracciatoĀ che per circa 34 chilometri alternaĀ improvvisi allunghi ad impegnativi tornanti, inerpicandosi verso il Colle, con la linea del traguardo posta nei pressi dell’Ospizio dove la strada, ancora nel 1957, ĆØ sterrata!

Aosta-Gran San Bernardo. Una Fiat 514 alla partenza (attuale viale Ginevra, Aosta) nel 1939 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Aosta-Gran San Bernardo. Una Fiat 514 alla partenza (attuale viale Ginevra, Aosta) nel 1939 (foto concessa da Massimo Acerbi)

ā€œLa dolce pendenza con ampie curve che dalla linea di partenza conduce a Gignod, consente ai motori il massimo sviluppo; su di essa le macchine hanno filato a più di cento chilometri all’ora. Poi la strada si fa più stretta e resa pericolosa da curve assai difficili, specialmenteĀ il passaggio tra i casolari di Etroubles e di Saint-Oyen appare quanto mai arduoā€, riportava il cronista, giĆ  all’ indomani della prima edizione del 1920, vinta da Conelli su FAST.

Partenza dall'attuale viale Ginevra di fronte all'ospedale "U. Parini"; ancora esistente il vecchio cimitero di Santo Stefano con la cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran - - 1956 (foto gentilmente concessa da Massimo Acerbi
Partenza dall’attuale viale Ginevra, di fronte all’ospedale “U. Parini”; ancora esistente il vecchio cimitero di Santo Stefano con la cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran – 1956 (foto gentilmente concessa da Massimo Acerbi

GRANDI AUTO E INDIMENTICABILI PILOTI

Le altre sette edizioni che si disputano prima della Seconda guerra mondiale vedono imporsiĀ nomi del calibro di Ferdinando Minoia su Mercedes nel 1921Ā (stesso anno in cui, al via,Ā si presenta anche ā€œun certoā€ Enzo Ferrari, all’epoca ancora soltanto nei panni di pilota) oĀ Alfieri Maserati su DiattoĀ nel biennio 1922-1923 (poi fondatore dell’omonima Casa automobilistica nel 1926).

Il curvone di Etroubles nel 1955- foto di P. Marchetti gentilmente concessa da Sandra Moschella
Il curvone di Etroubles nel 1955- foto di P. Marchetti gentilmente concessa da Sandra Moschella

Ma ĆØĀ nel dopoguerraĀ che, anno dopo anno,Ā l’importanza e la notorietĆ  della ā€œsalitaā€ al Gran San Bernardo crescono in maniera esponenziale.Ā Ben lo sanno i vertici dell’Automobil Club di Aosta che dal 1947 al 1957 la organizzeranno ininterrottamente ed ĆØĀ in quel periodoĀ che, per alcuni giorni all’anno,Ā la Valle d’Aosta diventa capitale dell’automobilismo internazionale. In piazza Chanoux ad AostaĀ ruggiscono i motori delle Case più importantiĀ con le primeĀ FerrariĀ che arrivano giĆ  nel 1948, cui si aggiungonoĀ Alfa Romeo,Ā Cisitalia,Ā Gordini,Ā Lancia e Maserati.

Aosta-Gran San Bernardo. Verifiche tecniche in piazza Chanoux ad Aosta-1951 (foto concessa da Massimo Acerbi)
Aosta-Gran San Bernardo. Verifiche tecniche in piazza Chanoux ad Aosta-1951 (foto concessa da Massimo Acerbi)

AltrettantoĀ prestigiosi i pilotiĀ che le guidano: da Giovanni Bracco ad Hans Stuck, da Piero Taruffi a Willy Daetwyler senza dimenticareĀ ā€œgenteā€ del calibro di Eugenio Castellotti che nel 1954 nella sua trionfale salita al colle, ā€œbruciaā€ il tratto Aosta–Etroubles a 100,017 km/h di media, o il grandissimoĀ Umberto Maglioli che nel ’55 a bordo della sua Ferrari fila dal capoluogo al Colle in 22’36ā€4 a 89,946 km/h di media,Ā record poi rimasto imbattuto.

Aosta-Gran San Bernardo. Spettatori assiepati a Fonteinte, 1955-foto Moisio
Aosta-Gran San Bernardo. Spettatori assiepati a Fonteinte, 1955-foto Moisio

Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative d’Europa, atmosfere d’altri tempi che si rinnovano con le auto d’epoca e l’ereditĆ  di una gara dal sapore unico; dall’elegante piazza Chanoux, parterre d’eccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito,Ā sabato 18 e domenica 19 giugnoĀ correranno e romberannoĀ i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!

Ciao (nonno) Sandro!

(Stella Bertarione e Leonardo Acerbi)

Alla ricerca del tempo ma non perduto! Il senso proustiano dell’archeologia

Una madeleine. Quel dolcetto morbido, dall’inconfondibile profumo di burro e vaniglia e dalla particolare forma a conchiglia. Un dolcetto che sa di casa, di thĆØ davanti al camino, di coccola. Un dolcetto squisitamente materno e femminile proprio per quella forma allusiva alla dea dell’amore e della bellezza.

E non avrebbe potuto scegliere un dolce diverso, Marcel Proust, per far scatenare quell’avvolgente e stordente turbinio di ricordi, sentimenti ed emozioni che tesseranno il raffinato e complesso ordito della sua poderosa Recherche.

Rileggiamo insieme quel denso passaggio:

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tĆØ. Dapprima rifiutai, poi, non so perchĆ©, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tĆØ nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevitĆ  della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tĆØ e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. ƈ chiaro che la veritĆ  che cerco non ĆØ in essa, ma in me. ƈ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta […]”

Ecco, quella piccola madeleine ĆØ un simbolo potentissimo! E’ il dolce viatico della memoria che spinge ognuno di noi involontariamente, inaspettatamente e istintivamente a ricercare qualcosa dentro di sĆØ, a “scavare” nel proprio animo, nel proprio io.

Il noto ritratto di Marcel Proust realizzato da Jacques-Emile Blanche nel 1892 (MusĆ©e d’Orsay)

La Recherche ĆØ il romanzo più lungo del mondo. Anzi, sono tanti romanzi in uno. Tante vite e tante storie, atmosfere, attimi e intrecci. Dopotutto la vita stessa di ognuno di noi ĆØ fatta da un’infinitĆ  di intrecci e di incontri con altrettante infinite persone che lasciano traccia in noi.

Un’opera che ho letto, amato e (odiato) per intero in lingua francese. PerchĆ©, vi chiederete? O forse no, forse non ve lo state chiedendo ma ve lo dico lo stesso. Era il 1996: ero a Pisa, al secondo anno di universitĆ , e avevo intrapreso il percorso di Lettere classiche con indirizzo archeologico. Ebbene, vidi che quell’anno il corso di Lingua e Letteratura francese aveva un corposo monografico interamente centrato sulla Recherche di Proust tenuto dal compianto prof. Francesco Orlando.

Qualcosa ĆØ scattato in me. E’ vero, il mio obiettivo era diventare archeologa, ma, oltre ad aver sempre amato profondamente la lingua e la cultura francese, sentivo che forse, in quell’analisi della Ricerca del tempo perduto, avrei potuto trovare elementi che mi avrebbero aiutato a capire anche me stessa, il mio desiderio di cercare e di viaggiare nel passato. O meglio, di usare il viaggio a ritroso per capire chi io fossi, per capire il presente e provare a immaginarmi nel futuro. E di fatto, cos’ĆØ la ricerca archeologica se non un viaggio a ritroso? SƬ, cercare il tempo “perduto” per ritrovarlo e raccontarlo era il mio obiettivo e quella grande opera mi chiamava, mi attirava a sĆ© nello squisito incantesimo al burro di una madeleine per darmi una sorta di brouillon, di “schema” e di senso. Questo pensavo.

E oggi, nel centenario della Recherche e nel 150mo anniversario della nascita di questo straordinario autore, sento di aver fatto bene a seguire quell’istinto. Indagare il passato significa immergersi nel tempo e nelle vite degli altri; significa tentare di ricostruire fatti ed esistenze attraverso frammenti, indizi e ipotesi. Possiamo sentirci soddisfatti o restarne delusi. Possiamo trovare conferme oppure smentite.

Come nella Recherche: l’importanza di quei cenni, di certi abbozzi apparentemente secondari o trascurabili che poi, alla fine, si rivelano fondamentali per lo sviluppo di una storia e per il definirsi di un’identitĆ .

Quest’opera, non ĆØ solo il lungo racconto della vita e dell’apprendistato di qualcuno a
nome Marcel, ma parla di tutti noi. Invita tutti noi a capire ciò che siamo, quello che
dobbiamo fare, e ad esserlo. Ci invita a finirla ā€˜di pulirci gli occhiali’ e a diventare ciò che
dobbiamo diventare.

Henri Gervex (1852-1929). “Une soirĆ©e au PrĆ©-Catelan”. Huile sur toile, 1909. Paris, musĆ©e Carnavalet.

Il gusto di quella madeleine ĆØ il gusto stesso della ricerca. E’ il gusto stesso della vita che, nonostante tutto o grazie a tutto, va assaporata al meglio! E non ĆØ un caso se la Recherche ĆØ, in primis, lo specchio di un’epoca dal nome emblematico: Belle Epoque.

Chiudo con una riflessione. La ricerca nel proprio io e nel passato non ĆØ mai la ricerca di un tempo perduto. Quel tempo ĆØ stato, ma non ĆØ perduto. Qualcosa rimane sempre tra le righe, tra le pieghe, sotto traccia, pronto a riaffiorare nel voluttuoso sapore di un’inconsapevole madeleine.

Stella

STRADA ROMANA DELLE GALLIE. LEGIONI… “INTO THE WILD”

Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era laĀ Valle d’Aosta, quello spicchio di TranspadanaĀ che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.

“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”.Ā (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).

SƬ, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano. Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro cosƬ famigliare, in una vera e propria arma.

Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.

Eporedia era stata fondata nel 100 a.C. ed era diventata una cittĆ -baluardo, un’utile “testa di ponte” per penetrare in quella valle di roccia solcata dall’imprevedibile Duria Maior. Quella valle abitata da tribù imprendibili, quasi degli spiriti capaci di vivere in perfetta simbiosi con le montagne, con le caverne, con il vento. Ecco, sƬ, quasi figli di quel vento e di quelle rocce, i Salassi dominavano i transiti verso le Gallie. Impossibile passare senza pagare un caro prezzo, o in soldi, o in sangue. I Salassi, nascosti in villaggi pressochĆ© irraggiungibili, mimetizzati tra i pascoli e nelle morene. Lassù, come nidi d’aquila, tutto vedevano e tutto controllavano. Invisibili ed imprevedibili, in una notte potevano sbarrare un passaggio creando slavine, distruggendo ponti. Loro che tra quelle gole sapevano muoversi con agilitĆ  anche nel buio più nero. Capitava, infatti, a volte, dal fondovalle, di vedere degli sciami luminosi, fugaci, muoversi rapidamente, come fuochi fatui, lungo le pareti di roccia. Erano loro: i Salassi, i signori delle vette.

Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? I vari clan disseminati nelle impenetrabili vallate di quella terra, si sarebbero messi d’accordo? Si sarebbe trovato un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventata la Via delle Gallie. Nonostante tutto.

E lì. nel cuore di quella cintura di monti, sarebbe nata una nuova città. Nonostante tutto!

Stella

Chiesa parrocchiale di Saint Vincent. Storia, arte, fede (e relax!) lungo la Via delle Gallie

Saint-Vincent, nota località della valle centrale, famosa per il suo Casinò e per le Terme, conosciute sin dal XVIII secolo col nome di Fons Salutis.

VALLE D'AOSTA - Saint-Vincent (foto Enrico Romanzi)-0791
Saint Vincent (foto: Enrico Romanzi)

Saint-Vincent ĆØ anche chiamata la ā€œRiviera delle Alpiā€ in virtù del suo clima mite e della sua esposizione a sud che sfrutta una vera e propria balconata verdeggiante aperta sul fondovalle. Affacciata su un paesaggio arioso, a breve distanza da Aosta, ben collegata alla Valtournenche e alla Val d’Ayas, Saint-Vincent ĆØ da sempre sinonimo di ospitalitĆ , benessere e ricettivitĆ .

UN PO’ DI STORIA

Ma non va dimenticato l’illustre e ricco passato di questo luogo, attraversato dalla strada romana delle Gallie sin dal I secolo a.C. (a poca distanza dal centro si trovano i resti del ponte in localitĆ  Cillian), un itinerario ben organizzato e sicuro poi divenuto, col Medioevo, la Via Francigena.

Cillian
Resti del ponte romano lungo la Via delle Gallie in loc. Cillian (S. Bertarione)

E un percorso cosƬ importante da sempre ha richiesto una capillare organizzazione in termini dipunti-tappa, ricoveri per uomini e animali, fonti d’acqua e altre infrastrutture.

ChissĆ  quanti di voi sanno che sotto la bella chiesa parrocchiale di Saint-Vincent, si cela proprio uno di questi luoghi strettamente legati al transito e al riposo dei viandanti…

VALLE D'AOSTA - Saint-Vincent (foto Enrico Romanzi)-0740
La parrocchiale di San Vincenzo (Foto: E. Romanzi)

L’attuale Via Roma, infatti, in buona parte, sebbene con larghezza ridotta, ricalca il tracciato della via romana lungo la quale, proprio dove oggi sorge la chiesa, si apriva una mansio, cioĆØ un edificio deputato all’accoglienza dei viaggiatori, oltretutto dotata di balnea, cioĆØ di un piccolo ma funzionale impianto termale. Un primo complesso, databile al I sec. d.C., poi ampliatosi nel secolo successivo (II-III d.C.) e rimasto attivo almeno fino al IV secolo d.C.

Un sito giĆ  noto e frequentato da molto tempo prima dell’arrivo dei Romani, dato che lƬ dove sorse questa mansio, sono state individuate tracce di abitazioni e oggetti riferibili al lungo periodo che va dalla Tarda EtĆ  del Bronzo fino a tutta l’EtĆ  del Ferro (XI-V sec a.C.).

Durante il V secolo d.C., il complesso ricettivo-termale era ormai in abbandono e cominciarono ad essere realizzate le prime sepolture tra le quali si distingue un mausoleo, una sorta di grande tomba di famiglia, attorno cui vennero moltiplicandosi e stringendosi le altre sepolture.

UNA PICCOLA ā€œSPAā€ SULLA VIA DELLE GALLIE

E’ un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo quello che potrete fare nel sito archeologico sotto la chiesa di Saint-Vincent, oltretutto abbellito e arricchito da un recente intervento di valorizzazione e musealizzazione che ne ha reso più evidenti e comprensibili le singole fasi cronologiche e le rispettive destinazioni d’uso.

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La prima parte del percorso di visita (da Akhet)

Dalla lunga fila dei poderosi pilastri della chiesa romanica di XII secolo, si arriverĆ  di fronte al mausoleo e non senza alcune…sorprese! Da qui il cammino prosegue verso le testimonianze dell’etĆ  romana dove sarete accolti da un’atmosfera molto particolare, oserei dire ā€œacquaticaā€!

La sequenza di ambienti era quella canonica: dallo spogliatoio (apodyterium) alla piscina fredda (frigidarium), quindi la vasca tiepida (tepidarium) per poi terminare nel calidarium vero e proprio, la vasca con l’acqua calda!

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La zona dei balnea (L. Acerbi)

Certo noi non abbiamo inventato niente! I Romani erano maestri nei sistemi di riscaldamento… sia a pavimento (grazie alle collaudatissime suspensurae) che a parete (mettendo all’interno di un’intercapedine risparmiata nel muro dei particolari mattoni cavi, i tubuli, al cui interno passava l’aria calda). Non so se mi spiego… Tutto grazie al calore prodotto dalla combustione di legname nel praefurnium collegato all’ipocausto (ossia il livello inferiore del pavimento del calidarium).Ā Quest’ultimo era un ambiente “tecnico”, definiamolo cosƬ, spesso collegato anche ad una cucina; questo accadde anche a Saint Vincent con certezza nell’ultima fase di vita del complesso, tra IV e V secolo d.C.

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Il calidarium (L. Acerbi)

La scoperta dell’impianto termale e del suo antico funzionamento vi condurrĆ , poi, verso l’epoca protostorica (EtĆ  del Bronzo Finale e del Ferro) dove sono state allestite belle vetrine didattiche con i reperti meglio conservati e più significativi ritrovati nel sito.

E pensare che tutto emerse per puro caso.. in una notte del 1968 un ordigno esplosivo piazzato all’esterno dell’abside aprƬ una ferita nel sottosuolo che mise in luce reperti inaspettati!

E POI?

Durante il V secolo, probabilmente in concomitanza con l’abbandono della funzione termale dell’impianto romano, la zona orientale dell’antico complesso viene utilizzata come area cimiteriale. All’interno del probabile mausoleo, infatti,Ā sono state ritrovate alcune sepolture ad inumazione, orientate est-ovest, con il capo rivolto ad est e totalmente prive di corredo, tipiche dei primi tempi cristiani. In particolare si rileva la presenza di una tomba più imponente delle altre, in muratura e intonacata, forse appartenuta ad un personaggio di spicco della comunitĆ , la cui tipologiaĀ rimanda ad esemplari rinvenuti durante gli scavi delle chiese aostane di Sant’Orso, San Lorenzo e Santo Stefano ed ĆØ databile, sulla base di confronti con le sepolture tardo-antiche di tutto l’arco alpino, proprio al V secolo d.C. Una tomba che ha funto da attrattore per altre sepolture che volevano “starle vicino”, una sorta di sepoltura “ad martyres“. Si ĆØ cosƬ formato un primo gruppo cui nel tempo se ne sono aggiunti altri denotando una continuitĆ  funeraria orbitante intorno ad un primitivo edificio di culto utilizzato verosimilmente fino alla costruzione della chiesa romanica nel XII secolo.

Quest’ultima, dotata di tre navate desinenti in altrettanti absidi e liturgicamente orientata a est con ingresso da ovest, richiama la tipologia di altre importanti chiese romaniche della Valle, quali quelle di Santa Maria di Villeneuve e di San Martino ad Arnad.

Al di sotto dell’area presbiteriale si trova anche una cripta, suddivisa sempre in tre navatelleĀ e comunicante con il coro e con le navate tramite due accessi laterali. Le cripte, si sa (almeno, per me ĆØ cosƬ), presentano sempre un’atmosfera tutta particolare, pregna di appartato misticismo e spesso si rivelano preziosi scrigni di camei artistici. Qui vanno apprezzati senz’altro i capitelli scolpiti con motivi ad intrecci e foglie di acanto stilizzate, prettamente romanici sebbene figli di una più antica ereditĆ  iconografica carolingia.

La parrocchia di Saint-Vincent viene citata per la prima volta in una bolla di papa Eugenio III datata 26 febbraio 1153, che ne attesta l’appartenenza all’abbazia lionese di Ainay. Il legame col celebre centro monastico francese, attuato attraverso la dipendenza dal priorato di Nus, sottolinea il prestigio di questa parrocchia, tra le più ricche e popolose della Valle d’Aosta sin da epoche remote. Ā 

Naturalmente non ha potuto mantenere, lungo i secoli, il suo primitivo aspetto romanico, ma ha subito, destino comune a moltissime chiese, numerosi rifacimenti. Dal radicale rifacimento dell’abside centrale (con contestuale riduzione del catino absidale interno) eseguito nel XV secolo, fino alle nuove volte secentesche resesi indispensabili dopo un incendio che devastò il precedente solaio, per concludere con la facciata nuova di zecca realizzata nel 1889 insieme al prolungamento dell’edificio verso ovest di ben 2 campate, opera dell’architetto Camillo Boggio, lo stesso che seguƬ gli interventi neo-gotici al Castello di Saint Pierre.

Quante storie dietro ( e sotto) una chiesa. Quante vite, quanti volti, quante persone passate o vissute stabilmente in questo tratto soleggiato di fondovalle valdostano.

Un patrimonio di tutti da non dimenticare, ma continuare a condividere e a tramandare. Un patrimonio che, a partire da dopodomani 22 gennaio 2022, verrĆ  ulteriormente valorizzato dalla riapertura in grande spolvero del bel Museo parrocchiale dove restare stupiti dalla monumentale statua lignea di un San Maurizio quattrocentesco proveniente dalla splendida chiesa romanica di Moron.

Per una Saint Vincent diversa, forse insolita; una Saint-Vincent in filigrana tutta da scoprire (e, magari, ri-scoprire).

Stella

Dalle rocce sacre alle “Vergini delle rocce”. Culti litici e santuari mariani in Valle d’Aosta

La Valle d’Aosta ĆØ ricca di santuari, cappelle ed eremi. Una religiositĆ  che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi più aspri e difficili per invocare protezione contro l’imprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la feconditĆ  dei campi. E oggi, nel giorno in cui si celebra la tanto amata e miracolosa Madonna della Neve, vorrei offrirvi questa panoramica sulla presenza della Santa Vergine sulle nostre montagne.

Da Notre Dame de La GuĆ©rison nella Val Veny di Courmayeur a Notre Dame de La Garde di Perloz; dalla Madonna della Neve di Machaby (Arnad), fino a quello intitolato a ā€œNotre Dame du Tout Pouvoirā€ a Plout (Saint Marcel). E ancora: da Notre Dame de Rochefort (Arvier), alla Madonna delle Grazie di Voury (Gaby). Fino a salire in quota ai suggestivi santuari mariani del lago Miserin (2578 mt), in comune di Champorcher, e del CunĆ©y (2652 mt) in comune di Nus, il più alto santuario mariano d’Europa. E questi solo per citare i più noti, perchĆ© l’elenco potrebbe continuare a lungo… tanto sono dense di fede e spiritualitĆ  queste cime.

NOTRE DAME DU BERRIER

Oggi, però, voglio concentrarmi su un santuario a me molto caro: quello intitolato a Notre Dame de la GuĆ©rison (Nostra Signora della Guarigione), arroccato sul versante roccioso della Val Veny di Courmayeur, affacciato sulla grande morena della Brenva. E’ questo un luogo cui sono legata fin da quando ero bambina; era consuetudine, infatti, fare visita a Notre Dame più volte durante tutta l’estate, quando coi miei si andava in baita in Val Veny e, obbligatoriamente, l’8 settembre, “compleanno” della Madonna (come dicevo io).

La leggenda narra che nel 1690 una donna savoiarda ( o forse una donna di Courmayeur costretta per necessitĆ  a lavorare in Savoia), fece collocare una statuetta della Vergine all’interno di una nicchia ricavata tra le rocce nel luogo noto come ā€œBerrierā€ o ā€œcroix du Berrierā€, lungo la strada che saliva verso il Col de La Seigne attraversando la boscosa Val Veny. Nel patois locale ā€œlo berrioā€ ( o ā€œberrierā€) ĆØ il masso; e qui di massi ce ne sono a miliardi! Ma evidentemente ce n’era uno, diverso dagli altri, che per le genti del posto aveva un valore ed un significato in particolare.

LA “VERGINE DELLE ROCCE”

Sono numerosi i luoghi in Valle d’Aosta contraddistinti da questo toponimo e fin qui nulla di insolito. Ma spesso capita che alla presenza di un masso particolare sia associato un luogo sacro, frequentato sin da epoche ben anteriori l’era cristiana. Si trattava dei cosiddetti ā€œculti liticiā€, ossia culti delle pietre con finalitĆ  salvifiche e terapeutiche. Se ci si pensa il cuore pulsante del Santuario della Madonna Nera di Oropa, nel vicino Biellese, ĆØ proprio un enorme masso erratico morenico contro cui venne costruito il primissimo sacello del vescovo Eusebio. E si dice che ancora oggi vi siano fedeli che tentano di intrufolarsi in una stretta intercapedine lasciata tra il masso e la parete attuale pur di riuscire a toccare la pietra salvifica.

A proposito, conoscete la processione? Dal Pillaz di Fontainemore, solitamente intorno alle 23.00, parte la lunga processione che, alle 12,30 circa del giorno dopo, raggiungerĆ  il santuario. Fantastica l’alba al Colle della Barma... toglie il fiato (sempre che se ne abbia ancora naturalmente…). E dico di più: il percorso che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle ĆØ un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi e conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.

Analoga la storia del santuario dedicato a San Besso, situato in territorio giĆ  piemontese ma raggiungibile (alta Val Soana), seppur con maggiore fatica, anche da Cogne. La chiesetta si stringe contro un masso imponente; un ā€œberrioā€ ritenuto carico di forza e di energie benefiche. Ancora adesso vi ĆØ la consuetudine di staccare un pezzettino di roccia e trasformarlo in bijou da portare al collo, come un amuleto protettore.

Volendo citare un altro esempio piemontese possiamo indicare il sito della splendida abbazia di Sant’Antonio di Ranverso (a Buttigliera Alta-TO), da visitare anche per le forti analogie architettonico-artistiche con quella aostana dei SS Pietro e Orso. Sul sagrato si trova ancora oggi un grosso masso, trascinato quaggiù dal ritiro dei grandi ghiacciai quaternari. Bene, anche in questo caso parrebbe trattarsi di un ā€œberrioā€ sacro poi ā€œcristianizzatoā€ con l’aggiunta di un crocifisso, ma mai rimosso.

PELLEGRINAGGI, EX-VOTO E GRAZIE RICEVUTE

Ma torniamo in Val Veny, a Notre Dame de la GuĆ©rison. All’inizio del Settecento un certo Michel Joseph Lanier, detto “la bontĆ©”, fece costruire un piccolo oratorio a mò di cappella dotato di una cassetta per le offerte; le numerose oblazioni, però, scatenarono una disputa tra il Lanier ed il parroco su chi dovesse amministrarle; per un certo periodo di tempo, come conseguenza, fu impedito ogni pellegrinaggio al Berrier.

Nel 1781 Jean-Michel Truchet decise di far erigere a sue spese un nuovo oratorio più grande che venne benedetto il 28 maggio 1792. Purtroppo, dopo pochi anni, un notevole ingrossamento del ghiacciaio della Brenva arrivò a causare il crollo della chiesetta. Nel 1821 se ne costruƬ un’altra situata, però, per precauzione, “50 passi a levante dal sito ov’era quella del Truchet” (G. BrĆ©an, 1941).

I pellegrinaggi ripresero fino ad aumentare in modo considerevole, tanto che si rese necessario ampliare ulteriormente l’edificio: oltre 200Ā mc di roccia furono spianati a colpi di mine e maglio. La nuova cappella fu terminata nel 1867 con l’aspetto che vediamo ancora oggi. Solenne la benedizione del 25 agosto 1878 e altrettanto rilevante la cerimonia dell’incoronazione della statua miracolosa avvenuta il 12 settembre 1909 alla presenza del legato papale, card. Richelmy.

E che ancora oggi questo sia una meta di numerose e sentite processioni ĆØ testimoniato anche dalle centinaia di ex-voto affissi alle pareti interne della chiesa: dipinti, sculture, bassorilievi, ricami, dediche, cuori d’argento, piccozze… una miriade di oggetti per ringraziare la Vergine del suo miracolo aiuto ricevuto nelle situazioni più tragiche e difficili, in particolare per incidenti di montagna e per malattie.

ECHI LONTANI DAL VENTRE DELLA MONTAGNA

Pochi passi e, procedendo verso monte, si raggiunge la localitĆ  di Purtud. Il nome di questa localitĆ  dovrebbe derivare dal latino “pertugium“, poi mutata nel francese medievale “perthuis“, cosa che lo renderebbe riconducibile ad una cavitĆ . Alcune leggende parlano di antiche miniere salasse; altre, invece, di una grotta che accolse un eremo, poi divenuto cappella nota come Saint Jean de Purtud. Forse una vera e propria chiesa non ĆØ mai esistita, ma il supporre la frequentazione da parte di eremiti alla ricerca del distacco dal mondo, ĆØ giĆ  più probabile. CosƬ come piace anche pensare all’antichissima presenza di culti in grotta.

La Dea Madre, le pietre, le forze naturali; le molteplici manifestazioni del sacro di cui le montagne sono sempre state pregne, fino ai santuari cristiani, fino alla Vergine che, non a caso, proprio nel giorno della sua Assunzione al cielo il 15 di agosto, accompagna e protegge, in qualitĆ  di patrona, le nostre Ā guide alpine.

(Stella)

C’era una volta Courmayeur. Il sogno del castello perduto

Bianca aveva 17 anni e abitava a Courmayeur da sempre. Frequentava il liceo linguistico del paese e l’anno prossimo avrebbe avuto la maturitĆ . Amava molto studiare: conoscere tante lingue diverse le apriva la testa ma anche il mondo! Viaggiare … un grande sogno da sempre! Ma ugualmente aveva una forte passione per l’arte, la storia… conoscere il passato la incuriosiva e la affascinava; forse l’aveva ereditata dalla nonna archeologa, chissĆ ! Ed era stata proprio la nonna a raccontarle innumerevoli storie e leggende non solo sul suo paese, ma su tutta la Valle d’Aosta. Ben presto aveva iniziato a incuriosirsi sui tanti castelli, torri, caseforti che punteggiavano quelle montagne. FinchĆ© un giorno, ancora bambina, le chiese; ā€œMa, nonna, e qui a Courmayeur? Non c’era un castello?ā€. ā€œCerto che c’era, Bianca! Solo che purtroppo oggi non esiste più… si trovava nei pressi della chiesa, sai? La sua mole incombeva sull’attuale piazzetta del Brenta e sovrastava una via Roma, un tempo chiamata via Margherita di Savoia, assai più stretta di quella che percorriamo adesso!

Il condominio Brenta, cosƬ chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secoloā€, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia cosƬ intensa! E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, popolato da streghe e fate, da giganti e demoni, insomma da tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.

Gli anni erano passati. La sua amata e divertente nonnina era partita per le nuvole (come diceva lei…) lasciandole tutti i suoi racconti e quella voglia di scoperta e di mistero!

Aveva 17 anni e, come giĆ  faceva da un paio d’anni, l’estate cercava sempre qualche lavoretto per “arrotondare”. E a Courmayeur il lavoro non mancava! Era fine luglio, per l’esattezza il 27 (festa patronale di San Pantaleone). Quell’anno, però, avrebbe perso la “veillĆ ” perchĆ© di sera doveva fare la baby-sitter.

Una coppia di turisti l’aveva contattata per badare al piccolo di 5 anni dalle 19 alle 24. Perfetto! Nessun problema! E a pensarci bene, se non fosse stata troppo stanca, sarebbe anche riuscita a raggiungere le sue amiche! Bianca amava i bambini e conosceva un sacco di giochi da fare insieme! Questa famiglia abitava al condominio Brenta. Caspita! Ne sentiva parlare fin da quando era piccola ma non ci era mai entrata! Non sapeva perchĆ©, ma si sentiva insolitamente agitata. Appena entrata, quel vano ampio e semi buio avvolto nel silenzio le mise un pò di inquietudine. Non volle prendere l’ascensore e, salendo le scale fino al 4° piano, le venne spontaneo guardarsi attentamente intorno, quasi alla ricerca di un qualche indizio del castello scomparso (“magari qualche pietra, qualche stipite…”- pensava – memore dei racconti della nonna). Ma niente!

Improvvisamente un botto alle sue spalle. Bianca si voltò di scatto. Sembrava che qualcuno avesse chiuso bruscamente una porta, ma… non vide nulla nĆ© sentƬ nessuno. Era quasi arrivata. Una raffica di vento gelido la fece rabbrividire. Eppure, da dove poteva essere entrata? Non vedeva finestre aperte e, oltretutto, era un luglio decisamente caldo… Era assorta nei suoi pensieri quando la porta davanti a lei si aprƬ: “Bianca, ĆØ lei? Posso darti del tu?”. Bianca sobbalzò; “SƬ, sƬ… mi scusi… io non… certo! Sono in anticipo!”. “Perfetto! Hai fatto bene! Il piccolo Giovanni non vedeva l’ora che arrivassi. Entra pure che ti mostro la casa…”.Giovanni era un bel bimbo paffutello coi capelli rossi e un paio di grandi occhi blu! Fu un vero piacere stare con lui e Bianca riuscƬ presto ad incantarlo con i racconti della nonna.

Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non ĆØ possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.”Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papĆ  che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’ĆØ?! Per favore!! ResterĆ  il nostro segreto!”.

Curiosa com’era, Bianca acconsentƬ e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’ĆØ una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, ĆØ tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscƬ ad aprirla.

Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”. Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscuritĆ  con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentƬ l’aria fresca della sera.

UscƬ su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sƬ, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte.

Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava…Ā “Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva.

“Giovanni…?”.”SƬ, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’ĆØ! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! LĆ  avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo cosƬ mi quieterò!”.

Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo!E’ l’unico angolo che non ĆØ stato distrutto…per fortuna!” E fu cosƬ che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora.

Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare. Giovanni la precedeva con una torcia.

Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprƬ e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini. “Ma, ĆØ lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete ĆØ rimasto, ma ĆØ invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.”Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta.

Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva! “Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.

Bianca non riuscƬ nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era giĆ  più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.

“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”. A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti. “Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora ĆØ la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.

Roux (non avrebbe potuto chiamarsi in altro modo, del resto) era dilagante! Parlava come un fiume in piena e si capiva subito di che pasta era fatto: un leader dal carisma travolgente! Bianca passò per le stesse sale viste prima con Giovanni, ma erano diverse! Diversi i soffitti: non più travi in legno, ma volte a unghia e ad ombrello. Un maggior numero di camini, ma più piccoli. E, al piano nobile, persino una piccola galleria ingentilita da decori dipinti e stucchi. Scesero nell’elegante corte proprio nel momento in cui una splendida carrozza trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, entrava dal grande cancello.”Bene”, esordƬ Roux Favre, “ecco il futuro proprietario del mio palazzo: il barone Pierre-LĆ©onard Roncas! Anche lui di origini vallesane… eh, buon sangue!! Un uomo che si ĆØ fatto da solo, sai? I suoi nonni erano semplici macellai! Poi suo padre ha avuto la fortuna, la possibilitĆ  e l’intelligenza di studiare e diventare un medico affermato, molto noto in Aosta. E lui, beh… in Valle non esiste un uomo più ricco e potente! Ti dico solo che ĆØ il Primo ministro e Consigliere di Sua Eccellenza il Duca di Savoia… e non occorre dilungarsi oltre, mia cara!”

Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio cosƬ importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprƬ. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori. Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito! “Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto ĆØ “Omnia cum lumine”. Lei conosce il latino, vero?”

Bianca era nervosa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “SƬ, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, ..vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! SƬ, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica! Ma, prego, mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguƬ e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore.

Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca:” SƬ, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”. Bianca trovò un minimo di coraggio:” Barone, sa, proprio 3 anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: ĆØ stupendo, raffinato…non credevo…”.

“Esatto!”, irruppe il barone, ” sobrio all’esterno, ricco e trionfale all’interno! E, mi dica, cosa l’ha colpita di più?”. “Beh, gli affreschi a grottesche! Mi hanno sorpresa! Non se ne vedono molti qui in Valle, anzi… inoltre soggetti mitologici,vedute di paesi esotici, marine… davvero inaspettato! E sono rimasta incantata dalle raffigurazioni astrologiche del loggiato superiore. Subito credevo fossero sbagliate perchĆ© i segni zodiacali non rispettano l’ordine canonico, ma poi mia nonna mi ha illustrato una sua ipotesi interessante e suggestiva…ā€

“Ah, sƬ?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtĆ  indicato un quadro astrale ben preciso…

“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla ĆØ a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito…Avrei voluto conoscerla!”

Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentƬ chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?” Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano.

Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.”Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas ĆØ stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.”Ordine? Ma quindi adesso ĆØ … un convento?”, chiese Bianca disorientata.

“Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben 2 secoli orsono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalitĆ  ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”.

“Ah, non…sapevo, ecco…io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirĆ  meglio, potrĆ  scendere nel refettorio per la cena, se vorrĆ ”.

E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas. A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio.

Tuttavia, giĆ  nelle scale qualcosa non era più come prima: si sentiva un allegro vociare, della musica e un profumo di buon cibo. I corridoi erano tutti illuminati con mobilio ricercato in stile “rĆ©tro” (secondo lei, naturalmente…), dei graziosi salottini dalle tinte pastello e dalle forme panciute che, nel salire, non c’erano affatto! Alle finestre splendidi tendaggi damascati color cipria e un numero imprecisato di comò con altrettante lampade deliziose a forma di fiore o in vetro multicolore. Il vocƬo era sempre più forte. Giunta sulla porta della sala da pranzo rimase senza parole.

Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldrini. Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?” Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”

Bianca si sentƬ immediatamente a suo agio e confessò il suo imbarazzo nel non avere abiti adeguati. “Non si preoccupi. Posso provvedere io, se mi consente… La affido a Jeanne: ha delle mani d’oro e saprĆ  trovare la soluzione più adatta!”. Jeanne era una cameriera “factotum” dell’hotel, nonchĆ© bravissima sarta! AvrĆ  avuto circa 30-35 anni, bassina, paffutella e con una massa di ricci color rame che scappavano ribelli fuori dalla cuffia. Le stette subito simpatica!

“Una signorina bella come lei starĆ  benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un alto e gonfio chignon decorato con nastri e piume.

“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!” cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.”Forza! Cosa fai lƬ tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sƬ – pensò – in un posto cosƬ verrei volentieri in vacanza. Certo, non ĆØ un hotel 5 stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.

Un bel ragazzo sui vent’anni, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossƬ e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze in inglese. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica.

Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union giĆ  da 2 settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.

John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternitĆ . Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).

“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter ri-scoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso!

La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante.

“E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo ĆØ un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.

A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo ĆØ il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno. Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.”1958?! Ma come?”.

Bianca corse alla finestra: infatti il cortile era nuovamente cambiato: l’ingresso era sottolineato da una colorata tenda parasole; sulla piazzetta tavolini, dondoli, sedie a sdraio con grandi vasi di gerani ovunque. Aveva bisogno d’aria e aprƬ. A ulteriore conferma del periodo, Bianca vide 3 auto parcheggiate nei pressi di un “Auto-Garage”: una Lancia Flaminia, una Giulietta Spider e una Ferrari 250 Gt (le conosceva bene perchĆ© le auto d’epoca erano la passione di suo nonno!).

Nel cortile udƬ parlottare due camerieri:” Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina… eh, ho giĆ  sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.”No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.

“Bianca…Bianca…”. La ragazza aprƬ gli occhi a fatica. “SƬ?… chi ĆØ adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiam fatto più tardi del previsto… e’ quasi l’1 di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!

“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…avrebbe voluto dirgli tante cpse!

Finalmente uscƬ in piazzetta dove la veillĆ  era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa, voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “Non… non ĆØ possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…” Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”

“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa…dai!”.”E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”

Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’ĆØ un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”

Bianca la seguƬ controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando.

Mise a fuoco quel ragazzo dai capelli rossi e dagli occhi blu…non era possibile, era proprio lui, il “suo” John! Bianca gli porse la mano inebetita, incapace di dire una sola parola. Ma ci pensò lui, in uno stentato italiano: “Piacere Bianca, non so perchĆ© ma mi sembra di conoscerti giĆ …forse ti ho incontrata nei miei sogni?”

I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la veritĆ  e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…“

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Pont d’Ael. La ninfa e il Romano. Storia di un amore (quasi) impossibile

La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.

Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella cittĆ  alpina era alle stelle!

Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana cittĆ  di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane etĆ . Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacitĆ  strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non cosƬ distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.

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Avillio poteva contare su una cospicua ereditĆ  e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.

In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola ĆØ maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta ĆØ zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.

“Cosa?! Ma voi siete tutti pazzi, amici miei!”, rideva Avillio, “io non indietreggio davanti a niente e nessuno, figurarsi davanti a delle ombre nate dalle vostre superstizioni! Saranno animali… sarĆ  il vento… suvvia! Domani iniziamo a stabilire il primo cantiere e offriamo sacrifici a Mercurio affinchĆ© protegga i nostri affari e commerci!”.

E cosƬ fu fatto. Ma giĆ  quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocitĆ  erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.

“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.

La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!

Il torrente Grand Eyvia dal Pont d'Ael guardando verso nord. La sponda destra ĆØ viva roccia. (S. Bertarione)
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra ĆØ viva roccia. (S. Bertarione)

Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne cosƬ deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.

Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferƬ Servio, il suo fidato intendente.

“Ah, sƬ? Bene, vorrĆ  dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.

Il montaggio del ponteggio era giĆ  un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!

Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.

FinchĆ© la mattina seguente, quando le prime luci dell’alba faticavano a bucare una coltre di nebbia ancor più fitta del solito, Avillio venne svegliato da uno strano fruscio. Qualcosa stava sfiorando con insistenza il suo viso. Pensava fosse una mosca e cercava di scacciarla, ma invano… Alla fine aprƬ gli occhi e vide, posata sulla sua coperta, una meravigliosa farfalla azzurra dalle ali di seta, lucide, brillanti e cangianti. Il corpo, argentato, brillava come fosse illuminato dall’interno.

farfalla blu

La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!

Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu cosƬ che Avillio, sospinto da una forza segreta, salƬ attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.

La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità.

FinchĆ© non raggiunse un’insenatura sul fondo della gola dove il vorticoso torrente si placava allargandosi in una sorta di piscina naturale le cui acque azzurrissime e trasparenti illuminavano le rocce intorno. La farfalla si posò su una balza di pietra e, improvvisamente, un’abbagliante luce blu obbligò Avillio a chiudere gli occhi.

Quando li riaprƬ, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…

ninfa-acqua

“Dimmi, dunque, straniero, chi sei? E perchĆ© ti ostini a voler varcare impunemente i confini del mio regno senza permesso e senza rendermi omaggio? Cosa cerchi?”

Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.

“Nulla di male?! Sei forse cieco e sordo? Non sei stato capace di interpretare i molti segnali che ti ho inviato? Questo ĆØ il mio regno! La mia acqua! Qui tu non entri e non passi! Non ti permetterò di costruire alcunchĆ©! L’acqua ĆØ pura, sacra… non va utilizzata per mero guadagno! Tu non hai mostrato il minimo rispetto per questa terra e hai ignorato i consigli della mia gente!”.

“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.

“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.

“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.

“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.

E cosƬ, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…

In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…

Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma ĆØ risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!

Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.

FinchĆ© un giorno Eyvia gli disse: “Bene Avillio, ora puoi andare. Torna pure al tuo mondo, al tuo lavoro. Se avrai bisogno, io ti aiuterò”. Ma, stranamente, Avillio non fu felice; non voleva separarsi da lei… l’unica ad aver saputo conquistare il suo cuore!

“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”

Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…

“Sai che non mi ĆØ permesso… Io posso seguirti solo come una farfalla e senza essere vista… Verrò durante le notti senza luna; tu mi seguirai e, da soli, tornerò ad essere Eyvia… altro non posso fare ahimĆ©… Ma tu devi stare molto attento, Avillio! Non dovrai mai rivelare a nessuno… nessuno! della mia esistenza… mai! Altrimenti io scomparirò per sempre… promettimelo!”

Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…

Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.

“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.

Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.

“Dev’essere successo qualcosa… per forza!” – rimuginava tra sĆ© e sĆ©; “Secondo me ha ottenuto qualche aiuto, da chi non so ma di certo non ĆØ tutta opera sua! ChissĆ  chi avrĆ  pagato, chi avrĆ  convinto… ah, ma lo scoprirò! Sono sicuro che nasconde qualcosa!”.

I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.

E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…

Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.

E avvenne che, durante una di quelle notti scure, Servio vide Avillio uscire e allontanarsi dall’accampamento. “Ma dove va da solo in piena notte? Lo sapevo che nasconde qualcosa… ma questa volta lo scoprirò!”. Certo faticava non poco a stargli dietro in quell’oscuritĆ  finchĆ© si accorse che Avillio seguiva una piccola luce azzurra.

Eyvia, però, percepƬ quella presenza negativa e immediatamente scomparve. Avillio si voltò di scatto ed esclamò: “Servio! Che fai? PerchĆ© mi segui? E’ successo qualcosa?”.

“Dimmelo tu cos’ĆØ successo, Avillio! Da quale misteriosa divinitĆ  sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”

“Caro Servio, tanto “fidato” che non ti fidi… mi sembra logico…PerchĆ© mi segui? Non mi ĆØ forse permessa una passeggiata notturna per riflettere in pace?!”.

“Ma chi vuoi prendere in giro?! E quella strana luce azzurra che ti guidava?! L’ho vista, sai? Quale strano artificio ĆØ mai questo?!”.

“Luce azzurra?! Questa sƬ che ĆØ buona! Caro il mio Servio… mi sa che devi cedere meno alle insidie di Bacco…”, lo schernƬ Avillio.

Ma Servio non aveva alcuna voglia di scherzare, né di perdere altro tempo. Con un balzo lo aggredì e gli saltò addosso intenzionato a scaraventarlo giù dal ponte. Il canale era in via di ultimazione e si stavano posando le grandi lastre di pavimentazione.

Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.

Pont d'Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto

I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…

Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimĆØ, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, ĆØ finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.

“Ma no! Eyvia, Servio ĆØ morto! Non potrĆ  rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me ĆØ finita. Questa ĆØ la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.

Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lƬ insieme che arrivi il nuovo giorno”.

Pont d'Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La presa (comune.aymavilles.ao.it)

Eyvia acconsentƬ. Quelle ultime ore trascorsero lacerate tra amore e profonda, irrimediabile, tristezza, finchƩ entrambi si addormentarono.

Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserĆ  mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo ĆØ sacro: da qui nascerĆ  il mio acquedotto e sarĆ  posto sotto la tua protezione. Nessuno oserĆ  mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.

Pont d'Ael. La"scultura" della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)

Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; si levò in volo e gli si posò sulla spalla.

“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.

Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.

Pont d'Ael (foto Enrico Romanzi)
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)

Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.

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Ma c’ĆØ dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metĆ  giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissĆ  che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…

Stella

MEGALITICA. Nel “solco” della (PRE)iStoria

Riprendiamo, quindi, il nostro viaggio alle origini attraverso il sito megalitico di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta. Ricordate la discesa lungo la rampa del tempo?

Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?

Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo,Ā emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. E’ una tomba, la cosiddetta ā€œTomba 2ā€.Ā Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrĆ  progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un po’ distanti, ĆØ vero, ma ĆØ quasi simbolico dell’effettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.

Ā Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto daĀ una sorta di flusso comunicativo tra il ā€œsottoā€ e il ā€œsopraā€, tra la terra e il cielo.

Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonorità prima soffuse che si fanno poi via via sempre più imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.

ANTICHISSIME ARATURE

E  ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, cosƬ simboliche, cosƬ presenti… chissĆ  con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono l’Emilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.

Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti adĀ un gesto antico: l’aratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto.Ā Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai.Ā La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.

Ma questaĀ non ĆØ un’aratura qualsiasi.Ā Qui l’agricoltura si fa rito, si fa preghiera.

La terra solcata viene invocataĀ affinchĆ© sia nutrice di genti eroicheĀ e di una solida stirpe di guerrieri. Quegli stessi solchi non restituiranno però dei semi, maĀ denti umani, perlopiù incisivi. Quella terra doveva dare il cibo a uomini forti e valorosi. In questo gesto, che a noi può apparire tanto insolito,Ā riemerge il mito di quel gruppo di circa 50 eroi che, sotto la guida del prode Giasone, intraprese l’avventuroso viaggio a bordo della nave Argo.

Un viaggio che li condurrĆ  nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello d’oro.Ā Gli Argonauti, i marinai che fecero l’impresa. Giasone chiese il vello d’oro al re Eeta, il quale acconsentƬ a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo.Ā Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati.Ā Le antiche leggende parlano di draghi; quiĀ si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.

Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!

10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudonoĀ oltre 6000 anni di storiaĀ dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi ĆØ gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore.Ā Qui l’aratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di un’azione agricola apparentemente semplice come quella dell’arare.

Significa delimitare una porzione di terreno per farla in qualche modo ā€œpropriaā€. SignificaĀ incidere la Madre Terra affinchĆ© accolga quei semi da cui dovrĆ  nascere una nuova realtĆ , in termini di raccolto cosƬ come in termini di insediamento.Ā La portata sociale e religiosa di questo gesto ĆØ incredibile; si perde nella notte dei tempi e attraversa le epoche. Un gesto anticamente “nuovo”, NEOlitico, e per questo profondamente rivoluzionario; l’uomo da nomade cacciatore-raccoglitore si ĆØ stabilizzato e ha imparato a coltivare e ad addomesticare. Un cambiamento epocale! E quella terra era ed ĆØ SACRA. Terra da invocare, pregare, venerare… affinchĆ© sia benevola e non “matrigna”. Una terra che più MADRE non si potrebbe! E, perciò, sacra!

I ā€œPOZZIā€. OFFERTE NEL SOTTOSUOLO

E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrareĀ una serie di grandi fosse (o pozzi)Ā che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profonditĆ .Ā 

Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavitĆ , ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano diĀ un paesaggio agrario remotoĀ e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili.Ā 

Probabilmente offerte alle divinitĆ  della terra: divinitĆ  ctonie e feconde. Quegli deiĀ che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.

A ben pensarci ĆØ lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dell’Oltretomba.

Due dee che ben rappresentano il ciclo della natura: 6 mesi di sonno, di morte apparente (autunno ed inverno); 6 mesi di fioriture e raccolti (primavera ed estate). Ecco perché anche le forze divine nascoste nel sottosuolo andavano invocate e blandite affinché fossero benigne.

ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerĆ  anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.

Saint-Martin-de-CorlĆ©ans: un luogo davvero particolare, doveĀ vita e morte dialogano e si rincorrono fin quasi a sovrapporsi. Seguiteci, il nostro viaggio non ĆØ ancora finito…

Stella