“Ci son due coccodrilli ed un orangotango; due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo e l’elefante…non manca più nessuno… Solo non si vedono i due liocorni!”.
Modello dei bestiari (potremmo dire il Bestiario dei Bestiari) ĆØ un trattato redatto in Egitto forse nel II secolo d.C. in lingua greca, e denominato Physiologos, dove si prendevano in considerazione circa cinquanta animali e si associavano a citazioni scritturali: si fondava in tal modo una tipologia cristiana dell’animale, scopo della quale era l’associazione di un’immagine zoologica e di un’idea cristologica. Per capirci: ad ogni animale veniva associata simbolicamente una qualitĆ , un carattere, una peculiaritĆ interpretabile in chiave cristiana. Traduzioni del Physiologos si ebbero in siriano, armeno, etiopico e naturalmente – fin dal IV secolo d.C. – in latino.
DA ORIENTE AD OCCIDENTE. TUTTA LA ZOOLOGIA IMMAGINARIA DEL MEDIOEVO
Nel corso del Duecento, si diffuse una grande quantitĆ di Bestiari redatti nei vari idiomi volgari. La Bibbia, Fedro, le leggende e le immagini orientali penetrate in Europa dalle culture delle steppe o attraverso i testi narranti le vicende della spedizione di Alessandro in India (e, più tardi, attraverso i racconti dei viaggiatori), le figure allegoriche desunte dai passi scritturali d’argomento profetico, i segni che comparivano o che comunque venivano segnalati nei cieli, le visioni individuali e collettive, i simboli astrologici; la “zoologia immaginaria” del medioevo non ĆØ affatto una congerie disordinata di fantasie, anche se molte ed eterogenee sono le fonti alle quali essa attinse.
Siamo dinanzi adĀ un linguaggio, che ha la sua grammatica, la sua sintassi, il suo svolgimento etimologico: una vera e propria avventura semantica ed iconografica. Decodificarlo ĆØ possibile: e non si rischierĆ cosƬ di dissacrarlo e “disincantarlo”, anzi ĆØ necessario conservare tutta la sacralitĆ ( e anche per certi versi la magia) di queste immagini; ma soltanto un modo per comprenderlo e, per questo, apprezzarlo ancora di più.
Ā
CHIMERE, UNICORNI, IPPOCAMPI
Concentriamoci ora sul nostro mosaico. Partiamo dal centro, dove, come in una sorta di gioco ottico, notiamo un concatenarsi di cerchi e quadrati.Ā Il quadrato: la Terra, l’ordine. Il cerchio: il Cosmo, certo, ma anche i cicli eterni di vita-morte-rinascita.Ā Queste forme sono poi connotate dal rincorrersi di due colori abbinati: bianco e nero ( o meglio, vista la pietra a disposizione, grigio scuro). GiĆ in questo possiamo intravedere una chiave di lettura: gli opposti, i rimandi. Bene e male; sacro e profano; propizio ed avverso; fas et nefas. Noi uomini siamo cosƬ chiamati a scegliere; siamo messi davanti ai bivi della vita, alle scelte, spesso difficili e non prive di inganni ed insidie, di fuorvianti apparenze.Ā
Restando nell’acqua, di fronte al pesce troviamo un ippocampo. Antichi naturalisti, tra cui Galeno e Plinio, assicuravano che le ceneri di ippocampo avessero straordinarie virtù terapeutiche. Ancora oggi il corpo fossilizzato di un ippocampo viene visto come un potente talismano. In tutto il mondo classico l’ippocampo (un vero e proprio cavallo del mare) era visto come una sorta di genio protettore e guaritore, capace anche di accompagnare le anime nell’AldiLĆ . E’ pertanto interpretabile come un animale che simboleggia la guida che accompagna il fedele alla Resurrezione attraverso il procelloso mare della vita terrena, una guida “metĆ di terra e metĆ di acqua” in grado di consentirgli di avvicinarsi a Dio.
L’UCCELLO
Non a caso, tra l’ippocampo e il pesce, sulla sinistra, campeggia un uccello. Il suo volo mette in comunicazione cielo e terra e, quindi, anche in questo caso simboleggia il viaggio dell’anima immortale. Ma attenzione! Il volatile qui rappresentato (e che godette di ampia fortuna tra epoca Tardoantica e Medioevo) ĆØ probabilmente una pernice. Questo animale può avere sia valenze positive (la fedeltĆ dell’anima a Dio) che negative( legate alle sue abitudini lussuriose..si credeva…). Quindi, tra il fedele e la Salvezza, la strada ĆØ sempre irta di insidie e di illusioni. Non a caso…
IL DRAGO
… di fronte alla presunta pernice campeggia un drago dal volto dichiaratamente satanico. Il drago ĆØ il Male, che col suo soffio venefico contamina le acque intorbidendole. Un mostro che con le sue spire stritola le sue vittime senza lasciare loro scampo. Rappresenta l’agguato del Maligno, da cui bisogna guardarsi. Sapendo appunto scegliere tra Bene e Male. Condivido con voi una mia personalissima impressione. Questo drago dall’aspetto caprino e dalla coda di pesce, a mio avviso ricorda assai da vicino il famoso Capricorno augusteo, cosƬ tanto diffuso in tutto l’impero romano. Potremmo pensare che quel simbolo del potere, naturalmente pagano, sia poi stato ripreso ed interpretato in chiave cristiana come simbolo del male? Secondo me ci può stare!
E alle spalle dell’ippocampo c’ĆØ l’orso, ossia l’uomo. Si diceva che l’ippocampo deve accompagnare l’uomo verso Cristo, giusto? E infatti a quest’ultimo viene non a caso abbinato. Sin dalla notte dei tempi l’orso ĆØ avvicinato all’uomo: per il suo aspetto quando si alza in posizione eretta, per il suo amore verso i suoi cuccioli e per (si credeva) il modo di “fare l’amore” (!!). E l’uomo, come l’orso, può rivelarsi tanto buono quanto malvagio. Coraggio, forza guerriera, ma anche una furia incontrollabile che per gli alchimisti lo aveva reso simbolo della nigredo (uno stadio di “morte necessaria”, di un “tutto nero” prima della redenzione). Non dimentichiamo infatti il suo lungo letargo invernale: una specie di “morte apparente” che prelude alla “rinascita”, alla primavera, ad un nuovo inizio. E chi se non noi Valdostani, innamorati di Sant’Orso, possiamo capire tutto questo?
LA IENA
Dicevamo della natura ambigua della pernice. Ebbene, dietro di lei si può individuare un altro animale dall’indole altrettanto doppia: la iena. All’epoca si riteneva fosse addirittura una animale ermafrodita e lussurioso! Doppia natura contaminata dal Male… Inoltre nel folclore cristiano medievale si pensava che la iena potesse addirittura imitare la voce umana, spesso ingannando uomini e cani che, se rispondevano al richiamo, venivano divorati. In qualche modo rappresenta la forza dell’illusione, dei falsi idoli, da cui occorre stare alla larga.
Proprio sotto di noi il grande riquadro del Tigri, fiume mesopotamico e legato al Paradiso terrestre. Acqua da cui la Vita ha avuto inizio. Per omofonia, vicino a lui vediamo la raffigurazione di una testa di felino che digrigna i denti e mostra la lingua: una tigre! Quanto al significato reale di questo nome in lingua iranica, invece, Ā ĆØ “freccia”, dovuto alla rapiditĆ delle sue acque. Come sempre i fiumi vengono raffigurati come dei giovani semisdraiati o seduti in parte nell’acqua, spesso nell’atto di versarla da una brocca che simboleggia la sorgente. Esattamente sul lato opposto ecco l’Eufrate. Ā Nell’angolo in alto a destra del fiume si nota una testa di toro; potrebbe rimandare al fatto che questo fiume in realtĆ nasce da due rami, quindi da due “corna”, oppure al nome della catena montuosa, il Tauro. Oppure ancora simboleggia la forza dirompente ed il potere fecondante delle sue acque. E’ un pò come se tutto quanto viene narrato (seppure per simboli) al centro del mosaico, abbia luogo nella Terra in mezzo ai fiumi, la Mesopotamia. Una Mesopotamia che da una parte ĆØ considerata quale “culla della civiltĆ ”, ma dall’altra rimanda alla cittĆ di Babilonia, ovvero al peccato e all’esilio. In questo il valore del messaggio ĆØ universale. Si parla dell’Uomo, della Creazione, del Peccato e della Redenzione. Tigri ed Eufrate, entrambi fiumi dell’Eden in virtù della loro copiositĆ .
LA CHIMERA
Sopra il Tigri troneggia una Chimera. Creatura fantastica e quanto mai ibrida: corpo di leone sormontato da una testa di capra ma con coda di serpente. Un discorso sulla chimera potrebbe cominciare proprio dalle parole di una canzone, molto celebre, degli Anni Trenta: Ā«Illusione, dolce chimera sei tu…Ā».Ā L’illusione, certo, ĆØ una chimera: ma un’espressione del genere ha senso solo nella misura in cui si ĆØ certi che la chimera sia a sua volta un’illusione. Ancora oggi usiamo il termine “chimera” per indicare qualcosa di assolutamente impossibile.Ā forse la prima menzione della chimera risale al VI libro dell’ Iliade, e l’iconografia “classica” registra parecchie incertezze nel darne la forma; talora leone con la testa di capra, tal altra al contrario capra con la testa di leone; la coda ĆØ comunque sempre serpentina, e il nome chimaira rimanda, evidentemente, alla capra. Le chimere (cosƬ come le sirene) erano oggetto abituale della condanna dei mistici medievali: esse appartenevano a quel tipo di difformitates raffigurate sui portali e sui capitelli dei chiostri romanici con le quali se la prendevano i cistercensi: a che cosa servono queste stranezze, questi mostri, se non a turbare il monaco, a eccitarlo, ad allontanarlo dalla meditazione e dalla preghiera?Ā In un orizzonte medievale in cui la chimera va progressivamente perdendo il suo appeal iconografico, pensate che una delle poche e rare immagini medievali della Chimera ĆØ proprio questa di Aosta!Ā
Dall’altra parte abbiamo un elefante.Ā Nel folclore cristiano medievale si credeva che lāelefante non potesse piegare le ginocchia, e per tale motivo doveva appoggiarsi a un albero per dormire. Se lāalbero si spezzava, lāelefante cadeva e non poteva più rialzarsi. E’ quindi simbolo del cattivo cristiano, vittima del suo stesso orgoglio, di quella che gli antichi Greci avrebbero chiamatoĀ Ļ Ī²ĻĪ¹Ļ (leggi ubris, sempre con la “u” francese), ossia “tracotanza”. Un cristiano solo di facciata che, in realtĆ , cercando appoggio nell’albero, si rifugia in simboli pagani. Ecco, dunque, il rischio di altre illusioni. Simpatico osservare come, non potendoli vedere dal vivo, questi animali venissero raffigurati più che altro in base ai cartoni di bottega desunti dai bestiarii enciclopedici e spesso modificati, per non dire “personalizzati”: qui il nostro pachiderma ha un corpo esile e delle zampe troppo lunghe, oltretutto con zoccoli bovini!
E I FUNGHI?
Tutta questa complessa scena ĆØ a sua volta racchiusa da un’elegante cornice fitomorfa composta da trifogli e … funghi!Ā Il tutto alternato a cerchi concentrici. Questi ultimi rimandano ai cicli celesti, all’ordine universale regolato e garantito da Dio. I trifogli sono la TrinitĆ , quella vera… si pensi a San Patrizio!
E infine eccoli, i funghi! Si tratta di un elemento decisamente insolito, una ricercatezza! Il fungo vive nell’umido, quindi ha bisogno di acqua (di Vita), ma a ben vedere nasce dalla decomposizione organica. E’ una forma di vita che si genera dalla morte. Quindi questi funghi altro non sono che un simbolo di immortalitĆ .
Un monito divino (attenti alle illusioni), un messaggio di eternitĆ e di speranza. Tutto questo sotto i vostri occhi, sotto i vostri piedi, ma al cospetto di Dio! Il potere delle immagini.
Il signore, ormai abbondantemente superata la metĆ della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.
Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. LĆ invece, dallāaltra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! CosƬ come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…
Mais où sont les neiges d’antan ?
Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.
Mais où sont les neiges d’antan ?
Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadis” inserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament“, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.
Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontĆ e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.
Mais où sont les neiges d’antan ?
Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’ĆØ la mia giovinezza? Il signore si scoprƬ scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui cosƬ familiare e cosƬ tanto caro.
Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lƬ che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E cosƬ, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentƬ davvero sua fu una sola: Aosta. A questa cittĆ legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.
Mais où sont les neiges d’antan ?
Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. GiĆ , la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltĆ , di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.
Mais où sont les neiges d’antan ?
La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…
Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro cosƬ denso di sacralitĆ , mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di lĆ delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.
Mais où sont les neiges d’antan ?
Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà . Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.
La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…
Per scrivere le sue volontĆ , Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.
“Princes, n’enquerez de sepmaine Ou elles sont, ne de cest an, Qu’a ce reffrain ne vous remaine: Mais ou sont les neiges d’antan ?”
E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità .
Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città . Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.
Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu cosƬ che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.
“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…“
_________________________________
Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’etĆ ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastitĆ del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sƬ, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalitĆ , incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.
Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambƬto a tanto (o forse sƬ?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. RegalitĆ . Una qualitĆ forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualitĆ se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltĆ .
Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimitĆ . Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.
Si sentiva giĆ nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.
Fu l’anziano canonico FranƧois Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.
In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.
Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che lāarchitetto transalpino sparƬ presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico cosƬ come di altri edifici del complesso capitolare. Venne cosƬ ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il ālathomusā Marcellus Gerardi di Saint Marcel.
Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.
Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.
Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.
Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.
Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturitĆ , il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identitĆ transalpina e la sua raffinata apertura culturale.
Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilitĆ che altro non ĆØ se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.
“Ebbene”, pensò, “chi vorrĆ trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrĆ accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.
20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.
E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. LƬ resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.
Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che giĆ poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. SƬ, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.
Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.
Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però ⦠purtroppo, io non vidi mai terminata.
Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…
Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.
Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.
Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.
__________________________
Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa cittĆ .
Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lƬ, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, lāInsigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.
Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.
Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.
E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontĆ . Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava cosƬ suo vicario.
Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.
Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale cosƬ inusuale per Aosta: il cotto!
Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto cosƬ spesso, cosƬ ben lavorato, cosƬ ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porositĆ , quell’odore di terra umida, cosƬ particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identitĆ di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.
La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre cosƬ simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltĆ , cosƬ come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.
Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.
Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranitĆ unita all’immortalitĆ , anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.
L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.
Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.
La sua storia era tutta lƬ. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalitĆ erano lƬ, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sƬ, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.
Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.
E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.
Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.
Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato ĆØ ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprĆ mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.
Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerĆ il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.
Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.
Il nobile priore volle cosƬ omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.
Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale cosƬ come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.
Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…
La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non ĆØ tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, cosƬ diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilitĆ , a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.
Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinitĆ della natura o come unāinsolita ed emblematica āEvaā primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.
Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinitĆ ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.
“ChissĆ ” – pensava il nobile Giorgio – “chissĆ se mai qualcuno si accorgerĆ che l’unica donna mora in questo oratorio ĆØ la Madonna… mia madre…”.
La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.
Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.
Quando la luce sparƬ, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena!Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era cosƬ insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… SƬ, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…
Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui cosƬ cari; quei luoghi per lui cosƬ emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralitĆ antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna.
________________________________
“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sƬ, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtĆ cugini di secondo grado, ma era più semplice cosƬ).
I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…
GiĆ , Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!
Un sogno fattosi realtĆ per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato cosƬ: “il castello dei sogni!”.
Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di VerrĆØs, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietĆ vescovile, aveva capito le potenzialitĆ di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di VerrĆØs.
Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.
Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di “Miroir pour les enfants de Challant“. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.
Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.
Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la soliditĆ del casato unita alla feconditĆ e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto giĆ sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.
Sui rami, qua e lĆ dissimulati, dei draghetti (che piacevano cosƬ tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalitĆ di questa stirpe (quasi) regale.
E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.
E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.
Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.
Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiositĆ dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.
Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” cosƬ talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!
Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.
Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!
Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e cittĆ con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attivitĆ , stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di VerrĆØs e dalla CittĆ di Gerusalemme, sull’altro.
Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…
non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!
Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sĆØ il colto priore, “ma c’ĆØ dell’altro! ChissĆ se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sƬ! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.
Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra veritĆ e calunnia, tra realtĆ e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…
GiĆ , quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!
E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.
Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.
Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.
Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santitĆ si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanitĆ intera.
E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività . E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maître Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.
Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralitĆ .
Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralitĆ .
Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, cosƬ luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano cosƬ vaghi, lontani…
Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.
Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.
Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscƬ nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…
Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. ChissĆ se quelle sue volontĆ avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. ChissĆ se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…
Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.
Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.
“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui cosƬ caro, il priore aprƬ gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.
Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!
Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscƬ persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.
Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.
Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.
“Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.
Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi cosƬ come Giorgio aveva indicato prima di morire.
La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. AprƬ lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lƬ depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.
Le ultime volontà del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui così caro.
100 anni!Ā Oggi la Valle d’Aosta celebra il primo secolo di vita della gloriosa, per non dire mitica,“Aosta-Gran San Bernardo”. Certo, si sarebbe dovuto festeggiare 2 anni fa, nel 2020, ma la pandemia ha spento anche il rombo dei motori. Oggi, finalmente, organizzata dal CAMEVA, l’edizione XXXV di questa corsa leggendaria, torna a invadere le strade valdostane infiammandone animi e tornanti!
L’ “Aosta-Gran San Bernardo”, la storica corsa automobilistica in salita per decenni tra le più seguite e attese a livello internazionale, ĆØ la protagonista di questo post in cui la storia dell’automobilismo si sposa all’archeologia, dato che il luogo d’arrivo della gara e il percorso che conduce a questo storico passo, costituiscono il sito archeologico più alto d’Europa!
Un post che vuole anche essere un omaggio alla memoria di mio suocero,l’arch. Alessandro Acerbi, grande appassionato e profondo conoscitore di questa competizione che purtroppo ci ha lasciato proprio nel 2020.
La strada detta ādelle Gallieā fu la prima opera pubblica che i Romani realizzarono in
Valle dāAosta alla fine del I secolo a.C. La frequentazione, documentata fin dallāepoca
preistorica, dei due valichi dellāAlpis Graia (Piccolo San Bernardo) e dellāAlpis Poenina (Gran San Bernardo), dimostra la persistenza dei tracciati di comunicazione, trasformati in etĆ romana in una viabilitĆ più strutturata, di cui si conservano ancora tratti significativi.
Sul piano della circolazione internazionale, la valle della Dora si inseriva nei percorsi
della rete delle vie imperiali, integrando lāasse nord-occidentale, in direzione di Lione e
della Gallia centrale, giĆ attivo in etĆ augustea, con la direttrice settentrionale del Gran San Bernardo, sistemata nel 47 d.C. per iniziativa dellāimperatore Claudio,
collegamento verso lāinsediamento di Octodurus, poi denominato Forum Claudii Vallensium (attuale Martigny, in Svizzera), da dove proseguiva per Aventicum (Avenches), capitale degli Elvezi, e la valle del Reno, alla volta della Germania.
Salendo da Aosta alĀ Gran San BernardoĀ si può raggiungere il sito archeologico noto come Plan de JupiterĀ dove, a partire dallā Ottocento, sono stati scoperti i resti di un tempio dedicato aĀ Juppiter Poeninus, e due edifici funzionali interpretati come appartenenti ad unaĀ mansio (area di sosta dove poter pernottare, rifocillarsi ed eventualmente riparare i carri o ferrare i cavalli). Lāarea archeologica misura complessivamente circa 1800 mq ed ĆØ caratterizzata anche dalla presenza ben visibile di resti dellāantica strada romana scavata nella roccia.
Il valico del “Grande” (come familiarmente viene chiamato dai Valdostani) ĆØ stato per secoli uno dei luoghi di transito più importanti e strategici dāEuropa malgrado lāaltitudine elevata (2.473 m).
Per raggiungere lāirregolare pianoro roccioso del Passo, il percorso ĆØ molto ripido e la
sua impostazione si ĆØ, come in molti altri casi, adeguata al severo ambiente alpino. Dellāintero percorso rimangono visibili solo pochi resti, che però hanno il vanto di essere le costruzioni romane più alte in quota di tutta lāEuropa.
Un tratto dellāantica carreggiata ĆØ riconoscibile tra gli ultimi tornanti prima del valico, dove per una sessantina di metri la sede stradale ĆØ stata ricavata tramite una larga incisione nella roccia.
L’antica strada romana ricavata a scalpello nella roccia all’arrivo sul Plan de Jupiter
Nella conca del Plan de Jupiter si conservano, soltanto come debole traccia, anche diversi edifici di supporto alla sosta di viaggiatori e animali, ricavati spianando intere zone di roccia ed incidendone lo spessore con un progetto unitario. Questi circondano una rupe definibile come “sacraā dove sono state rinvenute numerose monete, presumibilmente lasciate come ex voto.
Nel cerchio evidenziato l’ingombro del tempio di Giove Pennino (S. Bertarione)
Un piccolo tempio romano-gallico aperto verso la strada ĆØ testimoniato solo dai tagli di fondazione nella roccia.Ā Ā Nei pressi di questo luogo di culto furono rinvenute parecchie tavolette votive in bronzo, lasciate per ringraziare Juppiter Poeninus del viaggio fortunato e per chiedere un ritorno sicuro (“PRO ITU ET REDITU”).
Tracce del tempio di Giove Pennino incassato nella roccia (foto S. Bertarione)
Statuetta miniaturistica in bronzo raffigurante Giove Ottimo Massimo seduto in trono rinvenuta al Gran San Bernardo (scavi Framarin 2006, foto S. Galloro)
Oggi, grazie alla statale e al comodo tunnel, inaugurato nel 1964, può non essere immediato immaginare l’immane fatica e gli incredibili lavori fatti dal genio Romano per realizzare un simile percorso in un ambiente cosƬ ostile dove, nonostante le temperature più miti e gli inverni più brevi e meno nevosi dovuti al cosiddetto optimum climaticum, il pericolo di slavine e frane era letteralmente incombente.
Superata la conca di Fonteinte, dove pochi anni fa sono stati individuati altri resti relativi a strutture di sosta di epoca romana, fra imponenti pareti di roccia e reconditi nevai inizia la lenta traversata del pendio di Tzermanaire, ai piedi dellāinquietante guglia rocciosa detta Tour des Fous, che la leggenda locale ritiene un rifugio di demoni o di razziatori saraceni.
A destra la minacciosa Tour des Fous (foto Enea Fiorentini)
Forse quegli stessi terribili demoni responsabili di immani tragedie, le vittime della montagna travolte da scariche di sassi e spaventose valanghe che fu proprio San Bernardo a catturare ed annientare!
Ma ora, dopo una doverosa presentazione del percorso in chiave storico-archeologica, lasciamo spazio al rombo dei motori e agli eroi protagonisti di questa corsa: i piloti!
IN SALITA TRA ALLUNGHI E TORNANTI
Da subito,Ā lāAosta-Gran San Bernardo si distingue per la lunghezza e le difficoltĆ tecniche del tracciatoĀ che per circa 34 chilometri alternaĀ improvvisi allunghi ad impegnativi tornanti, inerpicandosi verso il Colle, con la linea del traguardo posta nei pressi dellāOspizio dove la strada, ancora nel 1957, ĆØ sterrata!
Aosta-Gran San Bernardo. Una Fiat 514 alla partenza (attuale viale Ginevra, Aosta) nel 1939 (foto concessa da Massimo Acerbi)
āLa dolce pendenza con ampie curve che dalla linea di partenza conduce a Gignod, consente ai motori il massimo sviluppo; su di essa le macchine hanno filato a più di cento chilometri allāora. Poi la strada si fa più stretta e resa pericolosa da curve assai difficili, specialmenteĀ il passaggio tra i casolari di Etroubles e di Saint-Oyen appare quanto mai arduoā, riportava il cronista, giĆ allā indomani della prima edizione del 1920, vinta da Conelli su FAST.
Partenza dall’attuale viale Ginevra, di fronte all’ospedale “U. Parini”; ancora esistente il vecchio cimitero di Santo Stefano con la cappella neogotica di Saint-Jean-de-Rumeyran – 1956 (foto gentilmente concessa da Massimo Acerbi
GRANDI AUTO E INDIMENTICABILI PILOTI
Le altre sette edizioni che si disputano prima della Seconda guerra mondiale vedono imporsiĀ nomi del calibro di Ferdinando Minoia su Mercedes nel 1921Ā (stesso anno in cui, al via,Ā si presenta anche āun certoā Enzo Ferrari, allāepoca ancora soltanto nei panni di pilota) oĀ Alfieri Maserati su DiattoĀ nel biennio 1922-1923 (poi fondatore dellāomonima Casa automobilistica nel 1926).
Il curvone di Etroubles nel 1955- foto di P. Marchetti gentilmente concessa da Sandra Moschella
Ma ĆØĀ nel dopoguerraĀ che, anno dopo anno,Ā lāimportanza e la notorietĆ della āsalitaā al Gran San Bernardo crescono in maniera esponenziale.Ā Ben lo sanno i vertici dellāAutomobil Club di Aosta che dal 1947 al 1957 la organizzeranno ininterrottamente ed ĆØĀ in quel periodoĀ che, per alcuni giorni allāanno,Ā la Valle dāAosta diventa capitale dellāautomobilismo internazionale. In piazza Chanoux ad AostaĀ ruggiscono i motori delle Case più importantiĀ con le primeĀ FerrariĀ che arrivano giĆ nel 1948, cui si aggiungonoĀ Alfa Romeo,Ā Cisitalia,Ā Gordini,Ā Lancia e Maserati.
Aosta-Gran San Bernardo. Verifiche tecniche in piazza Chanoux ad Aosta-1951 (foto concessa da Massimo Acerbi)
AltrettantoĀ prestigiosi i pilotiĀ che le guidano: da Giovanni Bracco ad Hans Stuck, da Piero Taruffi a Willy Daetwyler senza dimenticareĀ āgenteā del calibro di Eugenio Castellotti che nel 1954 nella sua trionfale salita al colle, ābruciaā il tratto AostaāEtroubles a 100,017 km/h di media, o il grandissimoĀ Umberto Maglioli che nel ā55 a bordo della sua Ferrari fila dal capoluogo al Colle in 22ā36ā4 a 89,946 km/h di media,Ā record poi rimasto imbattuto.
Aosta-Gran San Bernardo. Spettatori assiepati a Fonteinte, 1955-foto Moisio
Paesaggi straordinari, curve tra le più belle ed impegnative dāEuropa, atmosfere dāaltri tempi che si rinnovano con le auto dāepoca e lāereditĆ di una gara dal sapore unico; dallāelegante piazza Chanoux, parterre dāeccezione, fino allo storico valico avvolto nel mito,Ā sabato 18 e domenica 19 giugnoĀ correranno e romberannoĀ i ricordi e le emozioni di una corsa da non dimenticare!
Una madeleine. Quel dolcetto morbido, dall’inconfondibile profumo di burro e vaniglia e dalla particolare forma a conchiglia. Un dolcetto che sa di casa, di thĆØ davanti al camino, di coccola. Un dolcetto squisitamente materno e femminile proprio per quella forma allusiva alla dea dell’amore e della bellezza.
E non avrebbe potuto scegliere un dolce diverso, Marcel Proust, per far scatenare quell’avvolgente e stordente turbinio di ricordi, sentimenti ed emozioni che tesseranno il raffinato e complesso ordito della sua poderosa Recherche.
Ecco, quella piccola madeleine ĆØ un simbolo potentissimo! E’ il dolce viatico della memoria che spinge ognuno di noi involontariamente, inaspettatamente e istintivamente a ricercare qualcosa dentro di sĆØ, a “scavare” nel proprio animo, nel proprio io.
La Recherche ĆØ il romanzo più lungo del mondo. Anzi, sono tanti romanzi in uno. Tante vite e tante storie, atmosfere, attimi e intrecci. Dopotutto la vita stessa di ognuno di noi ĆØ fatta da un’infinitĆ di intrecci e di incontri con altrettante infinite persone che lasciano traccia in noi.
E oggi, nel centenario della Recherche e nel 150mo anniversario della nascita di questo straordinario autore, sento di aver fatto bene a seguire quell’istinto. Indagare il passato significa immergersi nel tempo e nelle vite degli altri; significa tentare di ricostruire fatti ed esistenze attraverso frammenti, indizi e ipotesi. Possiamo sentirci soddisfatti o restarne delusi. Possiamo trovare conferme oppure smentite.
Come nella Recherche: l’importanza di quei cenni, di certi abbozzi apparentemente secondari o trascurabili che poi, alla fine, si rivelano fondamentali per lo sviluppo di una storia e per il definirsi di un’identitĆ .
Questāopera, non ĆØ solo il lungo racconto della vita e dellāapprendistato di qualcuno a nome Marcel, ma parla di tutti noi. Invita tutti noi a capire ciò che siamo, quello che dobbiamo fare, e ad esserlo. Ci invita a finirla ādi pulirci gli occhialiā e a diventare ciò che dobbiamo diventare.
Il gusto di quella madeleine ĆØ il gusto stesso della ricerca. E’ il gusto stesso della vita che, nonostante tutto o grazie a tutto, va assaporata al meglio! E non ĆØ un caso se la Recherche ĆØ, in primis, lo specchio di un’epoca dal nome emblematico: Belle Epoque.
Chiudo con una riflessione. La ricerca nel proprio io e nel passato non ĆØ mai la ricerca di un tempo perduto. Quel tempo ĆØ stato, ma non ĆØ perduto. Qualcosa rimane sempre tra le righe, tra le pieghe, sotto traccia, pronto a riaffiorare nel voluttuoso sapore di un’inconsapevole madeleine.
Cime rocciose, burroni, strapiombi, torrenti impetuosi e ampie zone paludose: questa era laĀ Valle dāAosta, quello spicchio di TranspadanaĀ che le valide armate legionarie si trovarono a dover obbligatoriamente domare, organizzare e gestire per poterlo finalmente attraversare.
“Il legato Aulo Terenzio Varrone Murena non amava particolarmente quelle terre. La neve, che in alcuni momenti dell’anno pareva soffice albume d’uovo montato; le immense distese verdi come smeraldo che si perdevano all’orizzonte; il silenzio […]”.Ā (da “La legione occulta dell’impero romano” di R. Genovesi).
SƬ, il silenzio: un silenzio strano, che quasi tappava le orecchie, rotto solo a tratti dal sibilo di quel vento gelido e feroce che rovesciava giù da nord, da quella valle che si diceva “Valle Fredda”. Le province alpine: ecco cos’erano.Il regno delle rocce, dei ghiacci e delle aquile. Terre strategiche, abitate da popoli sfuggenti che facevano delle montagne le loro roccaforti inespugnabili e che trasformavano quella Natura, per loro cosƬ famigliare, in una vera e propria arma.
Ma l’esercito, le legioni, dovevano passare. A tutti i costi. Le legioni avrebbero superato quegli infidi crepacci, quegli scuri burroni e quelle forre scoscese. Avrebbero superato le fitte foreste di pini e i cangianti boschi di betulle. E la paura. Le Alpi spaventavano la maggior parte dei soldati, soprattutto quelli provenienti dalle campagne laziali e dalle coste tirreniche, non avvezzi a simili luoghi e a simili temperature; in particolare la neve li terrorizzava, quella neve che, incontrollata, rovinava a valle con boati tremendi. Le compagini di stirpe gallica e pannonica, invece, erano più preparate al gelo e alla fatica delle lunghe marce.
Ma l’imperatore voleva il passaggio. Un ordine inappellabile. I Salassi sarebbero scesi a patti? I vari clan disseminati nelle impenetrabili vallate di quella terra, si sarebbero messi d’accordo? Si sarebbe trovato un compromesso? O sarebbero stati scontri e rappresaglie continue? Non importava; si sarebbe affrontata ogni situazione. Ormai non si poteva rimandare: doveva essere avviata la costruzione di una strada militare e commerciale che fosse sicura e funzionale. Quella sarebbe diventatala Via delle Gallie.Nonostante tutto.
E lì. nel cuore di quella cintura di monti, sarebbe nata una nuova città . Nonostante tutto!
Saint-Vincent, nota località della valle centrale, famosa per il suo Casinò e per le Terme, conosciute sin dal XVIII secolo col nome di Fons Salutis.
Saint Vincent (foto: Enrico Romanzi)
Saint-Vincent ĆØ anche chiamata la āRiviera delle Alpiā in virtù del suo clima mite e della sua esposizione a sud che sfrutta una vera e propria balconata verdeggiante aperta sul fondovalle. Affacciata su un paesaggio arioso, a breve distanza da Aosta, ben collegata alla Valtournenche e alla Val dāAyas, Saint-Vincent ĆØ da sempre sinonimo di ospitalitĆ , benessere e ricettivitĆ .
UN POā DI STORIA
Ma non va dimenticato lāillustre e ricco passato di questo luogo, attraversato dallastrada romana delle Gallie sin dal I secolo a.C. (a poca distanza dal centro si trovano i resti del ponte in localitĆ Cillian), un itinerario ben organizzato e sicuro poi divenuto, col Medioevo, la Via Francigena.
Resti del ponte romano lungo la Via delle Gallie in loc. Cillian (S. Bertarione)
E un percorso cosƬ importante da sempre ha richiesto una capillare organizzazione in termini dipunti-tappa, ricoveri per uomini e animali, fonti dāacqua e altre infrastrutture.
La parrocchiale di San Vincenzo (Foto: E. Romanzi)
Lāattuale Via Roma, infatti, in buona parte, sebbene con larghezza ridotta, ricalca il tracciato della via romana lungo la quale, proprio dove oggi sorge la chiesa, si apriva una mansio, cioĆØ un edificio deputato allāaccoglienza dei viaggiatori, oltretutto dotata di balnea, cioĆØ di un piccolo ma funzionale impianto termale. Un primo complesso, databile al I sec. d.C., poi ampliatosi nel secolo successivo (II-III d.C.) e rimasto attivo almeno fino al IV secolo d.C.
Un sito giĆ noto e frequentato da molto tempo prima dellāarrivo dei Romani, dato che lƬ dove sorse questa mansio, sono state individuate tracce di abitazioni e oggetti riferibili al lungo periodo che va dalla Tarda EtĆ del Bronzo fino a tutta lāEtĆ del Ferro (XI-V sec a.C.).
Durante il V secolo d.C., il complesso ricettivo-termale era ormai in abbandono e cominciarono ad essere realizzate le prime sepolture tra le quali si distingue un mausoleo, una sorta di grande tomba di famiglia, attorno cui vennero moltiplicandosi e stringendosi le altre sepolture.
UNA PICCOLA āSPAā SULLA VIA DELLE GALLIE
Eā un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo quello che potrete fare nel sito archeologico sotto la chiesa di Saint-Vincent, oltretutto abbellito e arricchito da un recente intervento di valorizzazione e musealizzazione che ne ha reso più evidenti e comprensibili le singole fasi cronologiche e le rispettive destinazioni dāuso.
La prima parte del percorso di visita (da Akhet)
Dalla lunga fila dei poderosi pilastri della chiesa romanica di XII secolo, si arriverĆ di fronte al mausoleo e non senza alcuneā¦sorprese! Da qui il cammino prosegue verso le testimonianze dellāetĆ romana dove sarete accolti da unāatmosfera molto particolare, oserei dire āacquaticaā!
La sequenza di ambienti era quella canonica: dallo spogliatoio (apodyterium) alla piscina fredda (frigidarium), quindi la vasca tiepida (tepidarium) per poi terminare nel calidarium vero e proprio, la vasca con l’acqua calda!
La zona dei balnea (L. Acerbi)
Certo noi non abbiamo inventato niente! I Romani erano maestri nei sistemi di riscaldamento… sia a pavimento (grazie alle collaudatissime suspensurae) che a parete (mettendo all’interno di un’intercapedine risparmiata nel muro dei particolari mattoni cavi, i tubuli, al cui interno passava l’aria calda). Non so se mi spiego… Tutto grazie al calore prodotto dalla combustione di legname nel praefurnium collegato all’ipocausto (ossia il livello inferiore del pavimento del calidarium).Ā Quest’ultimo era un ambiente “tecnico”, definiamolo cosƬ, spesso collegato anche ad una cucina; questo accadde anche a Saint Vincent con certezza nell’ultima fase di vita del complesso, tra IV e V secolo d.C.
Il calidarium (L. Acerbi)
La scoperta dellāimpianto termale e del suo antico funzionamento vi condurrĆ , poi, verso lāepoca protostorica (EtĆ del Bronzo Finale e del Ferro) dove sono state allestite belle vetrine didattiche con i reperti meglio conservati e più significativi ritrovati nel sito.
E pensare che tutto emerse per puro caso.. in una notte del 1968 un ordigno esplosivo piazzato all’esterno dell’abside aprƬ una ferita nel sottosuolo che mise in luce reperti inaspettati!
E POI?
Durante il V secolo, probabilmente in concomitanza con lāabbandono della funzione termale dellāimpianto romano, la zona orientale dellāantico complesso viene utilizzata come area cimiteriale. All’interno del probabile mausoleo, infatti,Ā sono state ritrovate alcune sepolture ad inumazione, orientate est-ovest, con il capo rivolto ad est e totalmente prive di corredo, tipiche dei primi tempi cristiani. In particolare si rileva la presenza di una tomba più imponente delle altre, in muratura e intonacata, forse appartenuta ad un personaggio di spicco della comunitĆ , la cui tipologiaĀ rimanda ad esemplari rinvenuti durante gli scavi delle chiese aostane di SantāOrso, San Lorenzo e Santo Stefano ed ĆØ databile, sulla base di confronti con le sepolture tardo-antiche di tutto lāarco alpino, proprio al V secolo d.C. Una tomba che ha funto da attrattore per altre sepolture che volevano “starle vicino”, una sorta di sepoltura “ad martyres“. Si ĆØ cosƬ formato un primo gruppo cui nel tempo se ne sono aggiunti altri denotando una continuitĆ funeraria orbitante intorno ad un primitivo edificio di culto utilizzato verosimilmente fino alla costruzione della chiesa romanica nel XII secolo.
Quest’ultima, dotata di tre navate desinenti in altrettanti absidi e liturgicamente orientata a est con ingresso da ovest, richiama la tipologia di altre importanti chiese romaniche della Valle, quali quelle di Santa Maria di Villeneuve e di San Martino ad Arnad.
Al di sotto dell’area presbiteriale si trova anche una cripta, suddivisa sempre in tre navatelleĀ e comunicante con il coro e con le navate tramite due accessi laterali. Le cripte, si sa (almeno, per me ĆØ cosƬ), presentano sempre un’atmosfera tutta particolare, pregna di appartato misticismo e spesso si rivelano preziosi scrigni di camei artistici. Qui vanno apprezzati senz’altro i capitelli scolpiti con motivi ad intrecci e foglie di acanto stilizzate, prettamente romanici sebbene figli di una più antica ereditĆ iconografica carolingia.
La parrocchia di Saint-Vincentviene citata per la prima volta in una bolla di papa Eugenio III datata 26 febbraio 1153, che ne attesta lāappartenenza allāabbazia lionese di Ainay. Il legame col celebre centro monastico francese, attuato attraverso la dipendenza dal priorato di Nus, sottolinea il prestigio di questa parrocchia, tra le più ricche e popolose della Valle dāAosta sin da epoche remote. Ā
Naturalmente non ha potuto mantenere, lungo i secoli, il suo primitivo aspetto romanico, ma ha subito, destino comune a moltissime chiese, numerosi rifacimenti. Dal radicale rifacimento dell’abside centrale (con contestuale riduzione del catino absidale interno) eseguito nel XV secolo, fino alle nuove volte secentesche resesi indispensabili dopo un incendio che devastò il precedente solaio, per concludere con la facciata nuova di zecca realizzata nel 1889 insieme al prolungamento dell’edificio verso ovest di ben 2 campate, opera dell’architetto Camillo Boggio, lo stesso che seguƬ gli interventi neo-gotici al Castello di Saint Pierre.
Quante storie dietro ( e sotto) una chiesa. Quante vite, quanti volti, quante persone passate o vissute stabilmente in questo tratto soleggiato di fondovalle valdostano.
Un patrimonio di tutti da non dimenticare, ma continuare a condividere e a tramandare. Un patrimonio che, a partire da dopodomani 22 gennaio 2022, verrĆ ulteriormente valorizzato dalla riapertura in grande spolvero del bel Museo parrocchiale dove restare stupiti dalla monumentale statua lignea di un San Maurizio quattrocentesco proveniente dalla splendida chiesa romanica di Moron.
Per una Saint Vincent diversa, forse insolita; una Saint-Vincent in filigrana tutta da scoprire (e, magari, ri-scoprire).
La Valle d’Aosta ĆØ ricca di santuari, cappelle ed eremi. Una religiositĆ che pervade la storia di questa terra dalla particolare vocazione mariana, capace di ergere croci e cappelle votive anche nei luoghi più aspri e difficili per invocare protezione contro lāimprevedibile furia della natura, o per favorire la clemenza del tempo e la feconditĆ dei campi. E oggi, nel giorno in cui si celebra la tanto amata e miracolosa Madonna della Neve, vorrei offrirvi questa panoramica sulla presenza della Santa Vergine sulle nostre montagne.
La leggenda narra che nel 1690 una donna savoiarda ( o forse una donna di Courmayeur costretta per necessitĆ a lavorare in Savoia), fece collocare una statuetta della Vergine allāinterno di una nicchia ricavata tra le rocce nel luogo noto come āBerrierā o ācroix du Berrierā, lungo la strada che saliva verso il Col de La Seigne attraversando la boscosa Val Veny. Nel patois locale ālo berrioā ( o āberrierā) ĆØ il masso; e qui di massi ce ne sono a miliardi! Ma evidentemente ce nāera uno, diverso dagli altri, che per le genti del posto aveva un valore ed un significato in particolare.
LA “VERGINE DELLE ROCCE”
Sono numerosi i luoghi in Valle dāAosta contraddistinti da questo toponimo e fin qui nulla di insolito. Ma spesso capita che alla presenza di un masso particolare sia associato un luogo sacro, frequentato sin da epoche ben anteriori lāera cristiana. Si trattava dei cosiddetti āculti liticiā, ossia culti delle pietre con finalitĆ salvifiche e terapeutiche. Se ci si pensa il cuore pulsante del Santuario della Madonna Nera di Oropa, nel vicino Biellese, ĆØ proprio un enorme masso erratico morenico contro cui venne costruito il primissimo sacello del vescovo Eusebio. E si dice che ancora oggi vi siano fedeli che tentano di intrufolarsi in una stretta intercapedine lasciata tra il masso e la parete attuale pur di riuscire a toccare la pietra salvifica.
A proposito, conoscete la processione? Dal Pillaz di Fontainemore, solitamente intorno alle 23.00, parte la lunga processione che, alle 12,30 circa del giorno dopo, raggiungerĆ il santuario. Fantastica l’alba al Colle della Barma... toglie il fiato (sempre che se ne abbia ancora naturalmente…). E dico di più: il percorso che dalla cappella dl Pillaz porta al Colle ĆØ un percorso antichissimo lungo il quale si trovano anche dei massi con coppelle; quindi un itinerario frequentato sin da tempi remotissimi e conduceva al “Masso” con la “M” maiuscola, quello di Oropa.
Analoga la storia del santuario dedicato a San Besso, situato in territorio giĆ piemontese ma raggiungibile (alta Val Soana), seppur con maggiore fatica, anche da Cogne. La chiesetta si stringe contro un masso imponente; un āberrioā ritenuto carico di forza e di energie benefiche. Ancora adesso vi ĆØ la consuetudine di staccare un pezzettino di roccia e trasformarlo in bijou da portare al collo, come un amuleto protettore.
Volendo citare un altro esempio piemontese possiamo indicare il sito della splendida abbazia di SantāAntonio di Ranverso (a Buttigliera Alta-TO), da visitare anche per le forti analogie architettonico-artistiche con quella aostana dei SS Pietro e Orso. Sul sagrato si trova ancora oggi un grosso masso, trascinato quaggiù dal ritiro dei grandi ghiacciai quaternari. Bene, anche in questo caso parrebbe trattarsi di un āberrioā sacro poi ācristianizzatoā con lāaggiunta di un crocifisso, ma mai rimosso.
I pellegrinaggi ripresero fino ad aumentare in modo considerevole, tanto che si rese necessario ampliare ulteriormente l’edificio: oltre 200Ā mc di roccia furono spianati a colpi di mine e maglio. La nuova cappella fu terminata nel 1867 con l’aspetto che vediamo ancora oggi. Solenne la benedizione del 25 agosto 1878 e altrettanto rilevante la cerimonia dell’incoronazione della statua miracolosa avvenuta il 12 settembre 1909 alla presenza del legato papale, card. Richelmy.
E che ancora oggi questo sia una meta di numerose e sentite processioni ĆØ testimoniato anche dalle centinaia di ex-voto affissi alle pareti interne della chiesa: dipinti, sculture, bassorilievi, ricami, dediche, cuori d’argento, piccozze… una miriade di oggetti per ringraziare la Vergine del suo miracolo aiuto ricevuto nelle situazioni più tragiche e difficili, in particolare per incidenti di montagna e per malattie.
ECHI LONTANI DAL VENTRE DELLA MONTAGNA
Pochi passi e, procedendo verso monte, si raggiunge la localitĆ di Purtud. Il nome di questa localitĆ dovrebbe derivare dal latino “pertugium“, poi mutata nel francese medievale “perthuis“, cosa che lo renderebbe riconducibile ad una cavitĆ . Alcune leggende parlano di antiche miniere salasse; altre, invece, di una grotta che accolse un eremo, poi divenuto cappella nota come Saint Jean de Purtud. Forse una vera e propria chiesa non ĆØ mai esistita, ma il supporre la frequentazione da parte di eremiti alla ricerca del distacco dal mondo, ĆØ giĆ più probabile. CosƬ come piace anche pensare all’antichissima presenza di culti in grotta.
La Dea Madre, le pietre, le forze naturali; le molteplici manifestazioni del sacro di cui le montagne sono sempre state pregne, fino ai santuari cristiani, fino alla Vergine che, non a caso, proprio nel giorno della sua Assunzione al cielo il 15 di agosto, accompagna e protegge, in qualitĆ di patrona, le nostre Ā guide alpine.
(Stella)
“La Vergine delle rocce” – Leonardo da Vinci (National Gallery of London)
Il condominio Brenta, cosƬ chiamato dal nome del suo costruttore, fu realizzato nei primi anni ’60 dopo aver tragicamente distrutto, raso al suolo, il precedente albergo, sorto a sua volta sulle vestigia del castello (o forse piuttosto una casaforte) risalente al XIII secoloā, le aveva spiegato la nonna scuotendo la testa. Roba da far drizzare i capelli! Nessun vincolo, nessuno scavo preventivo, niente di niente su un’area dalla storia cosƬ intensa! E quante volte la nonna le aveva raccontato dei nobili De Curia Majori, dei La Cort, dei Piquart de la Tour, dei Malluquin… insomma, di quelle antiche famiglie che nei secoli del Medioevo avevano stabilito la loro residenza ai piedi di un temuto ed invalicabile Monte Maledetto, non ancora Bianco, popolato da streghe e fate, da giganti e demoni, insomma da tutte le molteplici forme della paura dell’uomo davanti all’immensa e sovrastante forza della montagna.
Gli anni erano passati. La sua amata e divertente nonnina era partita per le nuvole (come diceva lei…) lasciandole tutti i suoi racconti e quella voglia di scoperta e di mistero!
Ma uno su tutti fece centro! “Un castello?! Questa casa?! Coi soldati, i cavalieri… Ti prego, portami a vederli da vicino!”. “Ma no, Giovanni… non ĆØ possibile… non esistono più! Dobbiamo accontentarci di immaginarli, proprio come nelle favole…”, cercò di spiegargli Bianca.”Ma no! Secondo me li troviamo! Dai, giochiamo al castello! Saliamo sulla torre!”. “Quale torre? Dici sul balcone?”; “No! Ho sentito mio papĆ che parlava di una soffitta! Sù, nel sottotetto! Dai, andiamo a vedere com’ĆØ?! Per favore!! ResterĆ il nostro segreto!”.
Curiosa com’era, Bianca acconsentƬ e i due salirono fino all’ultimo piano. Tuttavia nulla lasciava supporre la presenza di una soffitta… “Giovanni, mi sa che dobbiamo…”; “Bianca! Vieni, presto! C’ĆØ una porta!” esclamò il bambino. Bianca si avvicinò. “Ma, ĆØ tutto buio, Giovanni…”. “No no! Tranquilla! Ho il mio portachiavi con la torcia!”. La piccola porta era dura e arrugginita; evidentemente non veniva aperta da tempo! Bianca tirò con tutte le sue forze e, finalmente, con sinistri cigolii, riuscƬ ad aprirla.
Come un fulmine Giovanni si lanciò sù per le scalette e ben presto Bianca ne perse le tracce. “Giovanni! Giovanni, dove sei?! Sù, non fare scherzi, eh?! Dai, per favore… non farmi preoccupare! Vieni fuori!”. Ma Giovanni non rispondeva… Bianca sentiva dei passi, delle risate soffocate, ma nulla più. Procedeva nell’oscuritĆ con cautela, sudando freddo nel timore che fosse accaduto qualcosa al bambino e continuando a chiamarlo. Ad un certo punto intravide una lama di luce che penetrava da un abbaino socchiuso. Lo spalancò e sentƬ l’aria fresca della sera.
UscƬ su un terrazzo; “Dai, esci sù! Ti ho trovato!… ehi…”. Guardandosi attorno con più attenzione si accorse che il panorama intorno a lei non era il solito… O meglio, le montagne sƬ, certo, ma… il paese, la “sua” Courmayeur, non c’era più… Era davvero in cima ad una torre che svettava su un villaggio di poche case avvolte nelle ombre della notte.
Poco distante, la sagoma del campanile rivaleggiava in altezza superando i tetti dell’edificio su cui lei si trovava…Ā “Eccomi! Ti sei spaventata?”. Bianca aguzzò lo sguardo. Ma davanti a lei non c’era il bimbetto che credeva.
“Giovanni…?”.”SƬ, sono Giovanni De Curia Majori. E’ un onore averti mia ospite. Da tempo aspettavo di trovare qualcuno abbastanza sensibile da farmi tornare qui, nel mio castello… nella mia amata dimora perduta. Ma un modo per darmi pace, c’ĆØ! Ho bisogno che tu mi accompagni nelle segrete! LĆ avevo nascosto un amuleto: un gioiello di famiglia cui tengo moltissimo e che non ho mai avuto modo di recuperare. Devo assolutamente riprenderlo. Solo cosƬ mi quieterò!”.
Bianca era sconvolta. Credeva di sognare. Ma quel giovane uomo elegante dai capelli rossi le si avvicinò prendendola per mano. “Le… segrete? Ma, quali segrete?”, balbettò la ragazza incredula. “Dai, scendiamo!E’ l’unico angolo che non ĆØ stato distrutto…per fortuna!” E fu cosƬ che Bianca si trovò a seguire il nobile Giovanni De Curia Majori attraverso le sale di quell’antica dimora.
Mura spesse e finestre crociate con sedute interne; solai bassi e grosse travi di legno; le cucine al pianterreno coi grandi camini e un fortissimo odore di fumo e carne arrostita. Attraversarono velocemente la corte interna del maniero. Bianca si fermò solo un attimo e si rese conto di quanto assomigliasse alla piazzetta porticata dove passeggiava da sempre. Più piccola, circondata da mura, ma con un breve portico che dava accesso ai magazzini e alle stalle. Si infilarono nell’angolo opposto e, giù per un ripido viret (scala a chiocciola), raggiunsero i sotterranei. Erano assai più ampi di quanto lei potesse pensare. Giovanni la precedeva con una torcia.
Arrivò davanti ad una sorta di cassaforte a muro chiusa da un elaborato lucchetto. La aprƬ e ne estrasse un sacchetto di velluto giallo e grigio. “Eccolo! Finalmente!”. All’interno vi era un prezioso ciondolo d’oro a forma di scudo con un leone rampante in argento e rubini. “Ma, ĆØ lo stemma di Courmayeur!”, esclamò Bianca. “Esatto! Dovevo rientrarne in possesso. Ma finora nessuno era stato in grado di capire e di sentire la mia presenza. Hanno raso al suolo il mio castello. Solo questo angolo di segrete ĆØ rimasto, ma ĆØ invisibile ai più… Ma ora saliamo. Ci aspettano!”.”Ci aspettano?! E chi? Non sono ancora finite le sorprese stanotte?!”, commentò una Bianca sempre più esterrefatta.
Questa volta, però, per salire non dovettero attraversare la corte, ma imboccarono un’altra ripidissima scala a chiocciola che si avvitava vertiginosamente all’interno di una stretta torretta circolare. Bianca faticava non poco a star dietro a Giovanni… Tentò di fermarsi per un momento, si voltò e con stupore vide che dietro di lei… non c’era nulla! Il vuoto! La scala scompariva mano a mano che si saliva! “Eccoci al piano nobile, Bianca! Qui si trova la mia sala delle udienze. Entro per primo. Ti farò chiamare!”.
Bianca non riuscƬ nemmeno a rendersi conto di dove fosse, che una voce cupa e tonante la chiamò. Entrò, ma…Davanti a lei si apriva un vasto salone affrescato che, grazie a tre finestre a crociera, si affacciava sulla corte interna. La ragazza vi si avvicinò per guardare e notò immediatamente che la corte non era giĆ più quella da dove era passata poco prima con Giovanni. Solo la forma vagamente trapezoidale era quella; i loggiati si aprivano su tutti i lati e grandi vasi in terracotta decoravano un grazioso giardino interno pavimentato in acciottolato.
“Benvenuta, madamigella Bianca! Ero davvero curioso di fare la sua conoscenza!”. A Bianca venne spontaneo mettersi sull’attenti. “Sono il nobile Roux Favre, vice Balivo di Aosta! Questa ora ĆØ la mia dimora nell’abbraccio delle più alte montagne della Valle.” Era un omone alto e grosso, dai capelli rossi e ricci, il viso rubizzo illuminato da due acuti occhi azzurri e un sorriso largo. “Avverte un accento forestiero, vero? Sono di origini elvetiche infatti; la mia famiglia ha le sue radici nel vicino Vallese. Ma prego, mi segua! Con immenso piacere le mostrerò la dimora. Sa, dispongo di tali ingenti ricchezze che ho potuto rilevare l’intero feudo di Courmayeur e possiedo un’altra casaforte rustica nel ridente villaggio di Dolonne”.
Bianca attese che la carrozza si fermasse, curiosa di vedere un personaggio cosƬ importante di cui aveva sentito parlare più di una volta. La porta si aprƬ. Con incedere autoritario scese il potente barone Roncas: un bell’uomo, alto e snello, avvolto in un elegante mantello di velluto blu, il volto semi-coperto da un cappello piumato a tesa larga. Il barone alzò lo sguardo su di lei scrutandola da capo a piedi con occhi affilati e indagatori. Bianca si voltò per cercare supporto nel sorriso bonario di Roux, ma … era sparito! “Madamigella Bianca, i miei omaggi! E’ rimasta colpita dai miei destrieri, nevvero? Sono bestie magnifiche! Quello bianco, maschio, si chiama Apollo; mentre la femmina, scura come la notte, Diana. Immagino lei conosca i divini gemelli dell’Olimpo, il Sole e la Luna! Non a caso i simboli da me scelti per il mio stemma famigliare il cui emblematico motto ĆØ “Omnia cum lumine”. Lei conosce il latino, vero?”
Bianca era nervosa come in un’interrogazione a sorpresa senza aver studiato! Quell’uomo le metteva soggezione… “SƬ, un pò… vuole dire, mi pare, “ogni cosa con lume”, ..vero?!” balbettò la ragazza. “Bene, signorina. Noto che almeno le basi ci sono! SƬ, “ogni cosa con lume”! Il lume di un fine, acuto e lungimirante intelletto: fulgido in pieno giorno e ugualmente capace di illuminare le tenebre. Quelle dell’ignoto, dell’inganno, della menzogna… Sa, il mio ruolo richiede una mente vigile, svelta e strategica! Ma, prego, mi segua, inizia a far fresco…”. Bianca lo seguƬ e subito notò che l’ambiente d’ingresso era di nuovo cambiato: più ampio e prezioso con un grande scalone che portava al piano superiore.
Il barone Roncas si accorse dello stupore di Bianca:” SƬ, ho fatto abbattere due tramezzi e ampliare l’accesso principale eliminando quell’angusto e scomodo viret, decisamente obsoleto! Le mie dimore devono rispecchiare la mia figura e il mio gusto!”. Bianca trovò un minimo di coraggio:” Barone, sa, proprio 3 anni fa ho visitato il suo palazzo di Aosta: ĆØ stupendo, raffinato…non credevo…”.
“Ah, sƬ?”, chiese il barone decisamente incuriosito, “e sarebbe?”. “Beh, io non la so spiegare bene, ma, ecco, secondo la nonna quei segni, disposti in quell’insolita sequenza, avrebbero in realtĆ indicato un quadro astrale ben preciso…
“Sono felice che, nei secoli, qualcuno abbia colto questo messaggio, oscuro a chi si sofferma sulla superficie, ma interpretabile da chi riconosce la multiforme forza dei simboli. Nulla ĆØ a caso! Tua nonna non mancava certo di fine intuito…Avrei voluto conoscerla!”
Al ricordo della nonna, Bianca si emozionò e guardò fuori dalla finestra. Poi, improvvisamente si sentƬ chiamare:” Benvenuta mademoiselle, necessita di aiuto?” Bianca si voltò. Il barone era sparito e l’androne d’ingresso era ancora una volta cambiato! Aveva perso quell’aura di eleganza e ricercatezza; tutto era decisamente più sobrio e spartano.
Di fronte a lei un sacerdote la guardava sorridente; indossava un’insolita tunica rossa decorata da una grande croce bianca e oro sul petto.”Ma, io, ecco… il barone Roncas…”. “Certo mademoiselle, il barone Roncas ĆØ stato proprietario dell’edificio tempo fa. Poi lo ereditò l’unico figlio, il barone Pierre-Philibert Roncas, quindi passò alla di lui figlia che, seguendo il suggerimento del nobile marito, lo vendette al nostro Ordine”.”Ordine? Ma quindi adesso ĆØ … un convento?”, chiese Bianca disorientata.
“Oh, no, mademoiselle! L’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, fondato ben 2 secoli orsono, nel 1572, da Sua Eccellenza il duca Emanuele Filiberto di Savoia – nostro Gran Maestro – ha natura religioso-militare; siamo una “sacra milizia” i cui valori si ispirano all’insegnamento dell’antica valorosa Legione Tebea! In questo luogo ci occupiamo di servire Casa Savoia con un valido presidio in un luogo tanto impervio quanto assai strategico. Nel contempo offriamo supporto e ospitalitĆ ai pellegrini, ai viandanti, ai bisognosi…”.
“Ah, non…sapevo, ecco…io sono un pò confusa e…”; “Non si preoccupi, la faccio accompagnare da una consorella in una camera dove poter riposare. Quando si sentirĆ meglio, potrĆ scendere nel refettorio per la cena, se vorrĆ ”.
E così, accompagnata da una suora silenziosa, Bianca attraversò nuovamente quel nobile e vasto edificio, sempre considerevole, curato e pulito, ma privo della particolare impronta artistica voluta dal barone Roncas. A questo punto era ancor più curiosa. Sarebbe scesa per cena! Si rinfrescò il viso, si aggiustò i capelli e si diresse verso il refettorio.
Quello sembrava in tutto e per tutto un hotel, un magnifico ed elegantissimo hotel. Tavoli riccamente preparati e imbanditi. Donne elegantissime con abiti straordinari che lei aveva visto solo sui libri o, si ricordava, nei quadri di Giovanni Boldrini. Un’atmosfera da sogno. e lei si sentiva un pesce fuor d’acqua coi suoi jeans, la felpa e le sneakers… Stava per andarsene quando: “Signorina, posso esserle d’aiuto? Ha smarrito qualcosa?” Bianca si trovò di fronte un uomo sui cinquant’anni dall’aspetto curato e molto elegante. “Buonasera, io sono Michel-Joseph Ruffier, proprietario di questo hotel: l’Hotel de l’Union! Mi hanno informato del suo arrivo; so che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e faticoso. Se posso esserle utile, al suo servizio!”
“Una signorina bella come lei starĆ benissimo con tutto! Mi segua”. E in men che non si dica, Bianca si ritrovò vestita come una principessa: un abito sontuoso azzurro polvere lungo fino ai piedi; morbidissimo con balze e pizzi, la vita strettissima fasciata da un largo nastro di raso blu, e impreziosito da una stola impalpabile. Jeanne le aveva anche acconciato i capelli raccogliendoglieli in un alto e gonfio chignon decorato con nastri e piume.
“Ah ragazza mia, ti guarderanno tutti!” cinguettò Jeanne soddisfatta. Bianca la guardò bene in viso: quegli allegri occhi blu, il naso spruzzato di lentiggini, i ricci rossi… le sembrava che, bene o male, tutti i personaggi incontrati in quella serata unica e surreale, avessero dei tratti comuni.”Forza! Cosa fai lƬ tutta imbambolata?! La cena ti aspetta!”, la esortò Jeanne spingendola nel corridoio. Investita dalla luce e dalla musica, Bianca dovette riconoscere di sentirsi particolarmente a suo agio in quegli abiti e in quel luogo; “Eh, sƬ – pensò – in un posto cosƬ verrei volentieri in vacanza. Certo, non ĆØ un hotel 5 stelle come quelli di adesso, ma… ha un fascino, una raffinatezza e un’atmosfera impareggiabili!”.
Un bel ragazzo sui vent’anni, distinto, e dai modi educati, ad un certo punto le si avvicinò e, in un francese incerto, la invitò a ballare. Bianca arrossƬ e, per toglierlo dall’imbarazzo, essendosi accorta di quale fosse la sua lingua madre, gli rispose senza titubanze in inglese. Il ragazzo restò piacevolmente sorpreso. I due iniziarono a danzare; la serata era splendida, anzi, letteralmente magica.
Le disse di chiamarsi John, unico figlio di un ricco lord delle Midlands, di avere 24 anni e di essere partito per un Grand Tour in Italia. Era rimasto talmente colpito dalla grandiosa, imponente, ancestrale bellezza di quelle montagne, da volersi fermare il più possibile per conoscerle a fondo. Era a Courmayeur, ospite dell’Hotel de l’Union giĆ da 2 settimane e affermava di trovarsi davvero bene. L’hotel disponeva di tutti i conforts possibili, e il paese era “pittoresco” e delizioso, circondato da una natura “selvaggiamente romantica”.
John era molto diverso dai ragazzi che conosceva e Bianca cadde vittima di un immediato colpo di fulmine! Quella sera avrebbe dovuto durare un’eternitĆ . Uscirono nel cortile. Bianca notò ulteriori cambiamenti. Non era più circondato da mura, ma lungo la strada c’era un’elegante cancellata in ferro battuto. Ricche carrozze stazionavano nei pressi del locale loro riservato dov’era anche possibile ricoverare i cavalli e prendersene cura (cibo, strigliatura, cambio o riparazione dei ferri).
“Ti andrebbe una passeggiata?”, le propose John. E come rifiutare? Anzi, essendo lei del posto, era entusiasta di poter ri-scoprire il suo paese insieme a lui. Quant’era diverso!
La chiesa si stagliava sull’unica piazza quasi in solitaria. Poche semplici case e i servizi essenziali. Altri fantastici alberghi come l’Hotel de l’Ange, sviluppato su più edifici disposti a “L” e dotato di un favoloso giardino d’inverno con padiglione danzante.
“E’ meravigliosa questa Courmayeur”, disse Bianca; “ma tu lo sei mille volte di più”, rispose John fissandola negli occhi. “Se questo ĆØ un sogno, non svegliatemi più!”, pensò Bianca abbandonandosi al suo abbraccio.
A notte fonda, quando ormai tutte le feste erano terminate e il paese era avvolto nel silenzio, i due fecero ritorno all’Hotel. Un ultimo bacio con la promessa di rivedersi il giorno dopo a colazione. John si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo libretto: “Questo ĆØ il mio taccuino, tienilo a ricordo del nostro incontro” e ci infilò dentro un bocciolo di rosa colta all’esterno. Bianca, stordita ed estasiata, entrò nella sua stanza ma… ecco, era di nuovo diversa! Un arredo moderno e colorato; sul tavolo un giornale di “Benvenuto” con tanto di data: 27 luglio 1958.”1958?! Ma come?”.
Nel cortile udƬ parlottare due camerieri:” Eh, ormai l’Union non funziona più! E’ antiquato e la gente preferisce altri alberghi, magari con solarium, giardino, piscina… eh, ho giĆ sentito dire che presto chiuderanno definitivamente!”.”No! No! John! “, disperata Bianca provò ad uscire dalla camera ma la porta era bloccata. Alla fine, stremata, si accasciò sul letto tra le lacrime.
“Bianca…Bianca…”. La ragazza aprƬ gli occhi a fatica. “SƬ?… chi ĆØ adesso?”. “Siamo noi. Scusaci, abbiam fatto più tardi del previsto… e’ quasi l’1 di notte!”. Bianca si destò: era nell’appartamento del Brenta, vestita coi suoi abiti, col piccolo Giovanni addormentato con lei sul divano. La testa le girava all’impazzata!
“Ah, no si figuri… tanto dormivamo da un pezzo…”. Chiudendosi quindi la porta alle spalle, Bianca aveva un certo timore a scendere quelle scale: cosa sarebbe successo ancora? Se almeno avesse potuto riabbracciare John…avrebbe voluto dirgli tante cpse!
Finalmente uscƬ in piazzetta dove la veillĆ era ancora nel vivo. I locali erano pieni e c’era gente ovunque. Ma lei non aveva nessuna voglia di fare festa, voleva solo andare a casa. Troppe emozioni e non poteva credere che fosse stato solo un sogno. Cercò nello zainetto il suo cellulare, ma trovò un’altra cosa: “Non… non ĆØ possibile! E’ il taccuino di John!! Oddio, ma allora…” Era persa in queste folli considerazioni che quasi non si accorse che stava per andare a sbattere contro la sua amica Cinzia. “Ehi! Ma ci vedi?! E’ da un pezzo che ti sto chiamando! Dai, vieni con noi a fare un giro? All’Ange si balla ancora e devo presentarti un tipo da urlo!”
“Oh no, Cinzia, grazie ma sono stanca morta! Preferisco andare a casa…dai!”.”E sù! Non hai 80 anni, dai! Solo 10 minuti!”. “Ok, ma davvero 10 minuti, eh?!”
Cinzia la prese sottobraccio e la trascinò all’Ange dove impazzava la disco-dance; “Vieni, c’ĆØ un gruppetto di ragazzi stranieri e tu sai bene l’inglese! Devi darci una mano!”
Bianca la seguƬ controvoglia. “Bianca, ti presento Andrew, William e John! Arrivano da Leicester, nelle Midlands!”. “John?! Midlands?!” – pensò Bianca sobbalzando.
I suoi amici esplosero a ridere allungandogli sonore pacche sulle spalle. Ma Bianca sapeva, in cuor suo, che stava dicendo la veritĆ e gli rispose: “Lo penso anch’io. Evidentemente abbiamo fatto lo stesso sogno…“
La vallata era stretta e difficile da penetrare. Il torrente scorreva in una profonda gola di rocce lisce e insidiose mimetizzate in una fitta vegetazione. La gente del fondovalle aveva da sempre timore di quel luogo:” E’ abitato da spiriti malvagi! Chi si addentra in quei boschi e tenta di scendere nella gola per risalire il corso d’acqua… non torna più!” raccontavano a chiunque avesse in animo di esplorare quei luoghi inaccessibili.
Augusta Praetoria era stata fondata da oltre 25 anni e fervevano le iniziative, imperiali e private, per l’infrastrutturazione del territorio, il miglioramento della rete stradale, l’individuazione e il successivo sfruttamento delle materie prime. Continuavano ad arrivare coloni e l’importanza commerciale della novella cittĆ alpina era alle stelle!
Il facoltoso e spregiudicato Avillio, proveniente dalla lontana cittĆ di Patavium (Padova), era noto per la sua mancanza di scrupoli, nonostante l’ancora giovane etĆ . Aveva da poco compiuto 28 anni, ma per fare buoni affari era un vero maestro! Aveva fiuto, astuzia, capacitĆ strategiche. E non poteva non notare quel luogo, non cosƬ distante dalle preziose cave di marmo grigio-azzurro per il cui sfruttamento aveva ottenuto l’ambito appalto, conteso da molti.
Avillio poteva contare su una cospicua ereditĆ e aveva al suo servizio un vero “esercito” di lavoranti, schiavi, manovali e, naturalmente, esploratori scelti presso la popolazione locale e profumatamente pagati.
In molti, tuttavia, l’avevano ammonito:” Dominus, quella gola ĆØ maledetta! Forze malvagie e imprevedibili la governano! La foresta ĆØ zeppa di spiriti. Gli dei non sono favorevoli. E’ necessario cambiare zona…”.
E cosƬ fu fatto. Ma giĆ quella notte stessa, gli operai furono svegliati da un rumore sordo, sempre più forte: un’improvvisa onda di piena del torrente scendeva verso valle ad incredibile velocitĆ erodendo le sponde e trasportando sassi e tronchi.
“Ecco! Il primo segnale, dominus, dobbiamo andarcene!”. “Non se ne parla! Alle prime luci avviamo i lavori”.
La mattina svelò agli sbigottiti manovali una situazione pazzesca: una nebbia impenetrabile riempiva la foresta e, cosa ancor più grave, la sponda non c’era più! La gola era diventata ancora più profonda e dirupata. Sul lato dove avrebbero dovuto avviare il cantiere del ponte-acquedotto non vi era altro che roccia! Nudi lastroni di roccia… impraticabili!
Il torrente Grand Eyvia dal Pont d’Ael guardando verso nord. La sponda destra ĆØ viva roccia. (S. Bertarione)
Avillio allora chiamò il migliore ingegnere di ponti reperibile in zona, addirittura indicatogli dall’imperatore stesso! Venne cosƬ deciso di scalpellare il banco roccioso dall’alto e ricavarvi degli incassi dentro cui fondare la spalla destra del ponte.
Ma gli “incidenti” erano all’ordine del giorno… Frane, smottamenti, incendi e furti più o meno misteriosi… Molti operai, soprattutto originari del luogo, avevano iniziato a disertare e a non presentarsi più al lavoro. “La gente del posto dice che stiamo offendendo gli spiriti dell’acqua, dominus… parlano in particolare di una dea: la ninfa Eyvia… mi pare sia questo il nome…”, gli riferƬ Servio, il suo fidato intendente.
“Ah, sƬ? Bene, vorrĆ dire che le costruiremo un sacello al termine dei lavori! Noi dobbiamo andare avanti! Ogni giorno sono sesterzi che se ne vanno… in acqua!!”, tuonava Avillio sempre più infastidito.
Il montaggio del ponteggio era giĆ un’operazione complicata di suo… se poi ci si mettevano condizioni meteorologiche nefaste con un incredibile freddo fuori stagione, pioggia, grandine, raffiche di vento fortissime… beh, il lavoro diventava impossibile!
Avillio insisteva, ma quando un operaio perse la vita cadendo dall’impalcatura con un volo di 50 metri che lo fece precipitare nel torrente… beh, solo in pochissimi rimasero in cantiere.
La farfalla prese a volteggiargli intorno. Qualcosa lo indusse ad alzarsi e a seguirla. Fuori non c’era nessuno. La farfalla volò sulla gola e continuava a fare “avanti e indietro” poggiandosi sulla spalla di un Avillio più incredulo che mai. Le sue leggere ali azzurre fendevano la nebbia indicando ad Avillio una specie di varco. Come ipnotizzato il Romano iniziò a seguire quella creatura di luce senza neppure guardare dove metteva i piedi. Ad un certo punto la farfalla lo costrinse a voltarsi e, con indescrivibile stupore, Avillio si rese conto di aver attraversato la gola… nel vuoto!! Ma com’era stato possibile?!
Davanti a lui quella strana e magnetica luce azzurra diventava sempre più forte e, come una lucerna, gli indicava il cammino. Fu cosƬ che Avillio, sospinto da una forza segreta, salƬ attraverso quei boschi tanto temuti fino a raggiungere un cornicione di roccia strapiombante… un luogo degno degli Inferi. Rocce dai colori incredibili, striate di viola e porpora, venate di ocra e grigio-verde si gettavano con un salto impressionante verso un baratro apparentemente senza fine.
La farfalla, sempre più grande e luminosa, volava leggera davanti a lui trascinandolo come in un sogno; Avillio riusciva a muoversi su quei pericolosi pendii con straordinaria facilità .
Quando li riaprƬ, credette di essere al cospetto di una dea. Davanti a lui, fluttuante sull’acqua, si ergeva una fanciulla eterea, di eccezionale bellezza, avvolta in un abito candido, come fosse fatto di luce. Sembrava a tratti persino trasparente… come se fosse fatta di acqua, aria e luce…
Quell’inaspettata voce profonda e suadente lo lasciò letteralmente stordito. Ci mise alcuni minuti a riordinare le idee e ad elaborare una pur minima e sensata risposta. “Ecco, io… io mi chiamo Caio Avillio Caimo, sono un cittadino romano. Sto cercando di costruire un canale per portare l’acqua alle cave di marmo qui a valle…non ho fatto nulla di male…”.
“La “tua” gente? Ma, chi sei tu?” balbettò Avillio.
“Io sono Eyvia, la ninfa di questo torrente, guardiana della gola e dell’acqua che vi scorre; protettrice di questa vallata e di tutte le creature che vi abitano”.
“Eyvia… ti chiedo perdono. Ma io ho bisogno di quest’acqua. Come posso fare?”.
“Te la dovrai guadagnare, Romano! Tu sei abituato ad avere subito tutto ciò che vuoi. Stavolta dovrai saper aspettare!”.
E cosƬ, per diversi giorni Avillio rimase prigioniero di Eyvia che lo costrinse ad esplorare l’intera vallata ma senza aiuti “magici”. Avillio, che sempre aveva detestato fare fatica e men che meno apprezzava le montagne, fu obbligato ad inerpicarsi, a camminare per ore tra boschi, prati e pietraie. Non poteva fermarsi quando voleva, ma doveva ubbidire a Eyvia. Fare ciò che lei gli ordinava. Ribellarsi, opporsi… non serviva a nulla. Lui, poi, che proprio non era abituato ad eseguire, ma solo ad impartire consegne…
In questo modo, però, giocoforza apprese a conoscere, osservare, ammirare le mille sfumature di quanto lo circondava. Apprese che, portando il giusto rispetto, si possono ottenere molte più cose che non con la forza e la prepotenza. Iniziò ad amare profondamente quei luoghi, tanto da rimanerne incantato e non volersene più andare. E non solo i luoghi conquistarono il suo cuore…
Poco a poco Avillio si accorse che Eyvia esercitava su di lui un potere ammaliante. Certo, era una dea, ma ĆØ risaputo che gli amori tra dee e mortali possono accadere, no?!
Da parte sua Eyvia imparò a capire meglio il mondo degli uomini: i loro bisogni, i loro pensieri, le loro paure… E imparò ad affezionarsi anche a quel ruvido Romano supponente e brontolone.
“Andare? – le rispose tentennando – ma, e tu? Resti qui? Non vieni con me?”
Eyvia non solo aveva ben inteso i reali sentimenti del giovane Romano, ma li condivideva temendo, tuttavia, quell’imprevisto ma dirompente amore nei confronti di un uomo mortale…
Avillio, terrorizzato all’idea di non poter più abbracciare la sua ninfa, le giurò che quello sarebbe stato il loro prezioso segreto per sempre! E quell’ultima notte senza luna, insieme, fu la più felice e appassionata che mai avrebbero potuto credere…
Il mattino seguente Avillio ricomparve improvvisamente in cantiere, lasciando tutti sorpresi e senza parole. Alcuni manifestarono istintivamente gioia nel rivederlo; altri meno, in particolare Servio, il “fidato” intendente che, nel frattempo, aveva ampiamente approfittato della sua assenza sperando, in cuor suo, che fosse morto, disperso nei gorghi del torrente.
“Amici! Eccomi! Ho vagato per giorni nella foresta. Ho esplorato io stesso le sponde del torrente individuando il punto più adatto all’opera di presa del canale! E sono vivo! Come vedete sono tornato, quindi non abbiate timore! Gli dei ci saranno benevoli”.
Tali parole instillarono forza e coraggio. La voce di sparse rapidamente e gli operai tornarono in cantiere. Da quel giorno, infatti, la nebbia non scese più nella gola e le condizioni meteorologiche favorirono l’avanzare dei lavori. Tutti erano convinti di collaborare ad un’opera eccezionale, mai vista prima. Servio, però, tramava nell’ombra, per nulla convinto di quel racconto e di quel repentino cambiamento generale.
I giorni scorrevano veloci e proficui. Avillio era sempre di ottimo umore e Eyvia, sotto forma di farfalla, quotidianamente svolazzava sul cantiere sfiorandogli le spalle e il viso, spesso posandovisi quasi a lasciargli un lieve bacio fugace.
E Avillio aspettava con ansia le notti senza luna per poterla riabbracciare…
Ma, a lungo andare, quella particolare farfalla azzurra non era sfuggita allo sguardo attento e indagatore di Servio che decise di pedinare Avillio notte e giorno accampando ogni sorta di scusa.
“Dimmelo tu cos’ĆØ successo, Avillio! Da quale misteriosa divinitĆ sei protetto? Da quando sei tornato fila tutto inspiegabilmente troppo liscio… non me la racconti giusta! E la storia che vai raccontando non mi ha mai convinto! Con quale oscura tribù salassa ti sei alleato? Quali ricchezze ti hanno promesso? Suvvia, Avillio… io sono Servio, il tuo fidato collaboratore da anni…”
Avillio rispose all’attacco con forza; i due lottavano come tigri. Eyvia, nascosta nella vegetazione, seguiva la scena con profonda angoscia. Servio, più robusto, stava per avere la meglio ma, complice il buio, mise inavvertitamente il piede su una striscia di malta ancora fresca. I chiodini della suola fecero presa e rimase incastrato.
Pont d’Ael. Impronta della parte anteriore di una scarpa chiodata romana sulla malta di allettamento delle lastre del condotto
I due si avvinghiarono e, purtroppo, persero contemporaneamente l’equilibrio sbilanciandosi: entrambi, contemporaneamente, caddero nel vuoto…
Ma Eyvia accorse immediatamente: come fanciulla alata afferrò prontamente Avillio portandolo in salvo. Tuttavia ciò avvenne durante la caduta e Servio, ancora vivo, la vide… e questo, ahimĆØ, bastò! “Avillio… amore mio… io dovevo salvarti ma adesso, per me, per noi, ĆØ finita! E’ la legge del mio popolo… sono stata vista come ninfa da chi non avrebbe dovuto vedermi e ora devo scomparire…per sempre…”, piangeva Eyvia disperata.
“Ma no! Eyvia, Servio ĆØ morto! Non potrĆ rivelare a nessuno di te, di noi…”. “Non ha importanza! Lui mi ha comunque vista. Per me ĆØ finita. Questa ĆØ la mia ultima notte… Da domattina, col primo sorgere del sole, io sarò trasformata in roccia per sempre!”.
Fu allora,però, che ad Avillio venne un’idea:”Eyvia, abbiamo ancora alcune ore… Andiamo lassù alla piscina, nella “nostra” grotta… e aspettiamo lƬ insieme che arrivi il nuovo giorno”.
Quando Avillio si svegliò si trovò sdraiato ai piedi di una strana statua di pietra che prima non c’era… la toccò, la accarezzò… “Eyvia… amore mio…eccoti… io ti proteggerò comunque! Nessuno oserĆ mai disturbare il tuo sonno. Questo luogo ĆØ sacro: da qui nascerĆ il mio acquedotto e sarĆ posto sotto la tua protezione. Nessuno oserĆ mai violare questa sacra sorgente!!” E piangendo tutte le sue lacrime, si strinse con tutte le sue forze a quella pietra tanto amata.
Pont d’Ael. La”scultura” della ninfa (comune.aymavilles.ao.it)
Stava per andarsene quando un movimento attirò il suo sguardo. “Eyvia!! Sei qui!”. Una splendida farfalla azzurra dalle ali brillanti come seta era posata sulla statua; si levò in volo e gli si posò sulla spalla.
“Mia amata Eyvia, anche se come una farfalla, so che sarai sempre al mio fianco…”.
Il cantiere non ebbe mai interruzioni. In breve tempo il magnifico ponte-acquedotto di Caio Avillio Caimo fu terminato nell’ammirazione generale.Persino l’imperatore gli fece pervenire i suoi più vivi complimenti.
Pont d’Ael (foto Enrico Romanzi)
Ancora oggi restiamo stupiti davanti a tanta raffinata ingegneria. Un’opera sorprendente e maestosa che ha saputo attraversare i millenni, grazie alla maestria dei suoi costruttori.
Ma c’ĆØ dell’altro. Il ponte di Avillio, oggi noto come Pont d’Ael, sorge in una zona naturalistica protetta caratterizzata da una presenza assai particolare: tra fine maggio e metĆ giugno, qui, si possono vedere oltre 96 specie di farfalle! E chissĆ che, tra queste, non si celi anche una ninfa innamorata di nome Eyvia…
Ebbene, eccoci a 6 metri sottoterra, avvolti nella penombra cangiante che, ad intervalli regolari, si accende e si colora ricordando lo scorrere dei giorni e delle notti. Ma dove siamo?
Guardando verso sinistra, laggiù sul fondo,Ā emerge una struttura di grosse pietre circondata da strati di pietrame più minuto. Eā una tomba, la cosiddetta āTomba 2ā.Ā Una tomba megalitica, appunto, costruita al di sopra di una particolare piattaforma di pietre a forma di freccia. Da qui ancora non la si vede bene, la scoperta avverrĆ progressivamente. Si cammina intorno a questo sito incredibile, forse un poā distanti, ĆØ vero, ma ĆØ quasi simbolico dellāeffettiva distanza che ci separa da quelle epoche avvolte nella notte dei tempi, da quei riti, da quelle preghiere, da quelle persone.
Ā Una cosa si avverte: il senso del sacro. Il senso di un luogo non certo abitativo, ma contraddistinto daĀ una sorta di flusso comunicativo tra il āsottoā e il āsopraā, tra la terra e il cielo.
Chiudete gli occhi. Immaginate una musica, una di quelle epiche, dalle sonorità prima soffuse che si fanno poi via via sempre più imponenti, coinvolgenti, trionfali. Una musica capace di accompagnarvi in questo viaggio a ritroso facendovi percepire la forza della Storia.
ANTICHISSIME ARATURE
E ora immaginate una piana. Verso sud, sul fondo, lo scintillio di un fiume incorniciato da ampie zone paludose. La Dora Baltea. Lo sguardo sale fino ad incontrare i boschi e poi raggiungere le alte vette. In particolare due, molto alte, a ridosso della pianura alluvionale, cosƬ simboliche, cosƬ presenti⦠chissĆ con quale nome venivano chiamate in quei tempi lontani. Oggi sono lāEmilius e la Becca di Nona, sentinelle del Sud, monumentali gnomoni di roccia puntati verso il cielo, meridiane naturali per il fluire delle ore e delle stagioni.
Ed ora delle voci. Voci di uomini intenti adĀ un gesto antico: lāaratura. Un gesto consueto ma che gli uomini avevano appreso non da molto.Ā Una prima mattina di un giorno di inizio estate sul finire del V millennio a.C., quegli uomini stanno arando questa vasta pianura. Lenti movimenti avanti e indietro, e poi ancora avanti e indietro; lunghe strisce ininterrotte aprono il terreno e solcano i depositi limosi lasciati dal fiume e dai movimenti dei ghiacciai.Ā La terra si apre sotto il passaggio del vomere in legno.
Ma questaĀ non ĆØ unāaratura qualsiasi.Ā Qui lāagricoltura si fa rito, si fa preghiera.
Un viaggio che li condurrĆ nelle ostili terre della Colchide, alla conquista del vello dāoro.Ā Gli Argonauti, i marinai che fecero lāimpresa. Giasone chiese il vello dāoro al re Eeta, il quale acconsentƬ a concederglielo, ma solo dopo che fosse stato arato un campo per seppellire i denti di un drago ucciso da Cadmo.Ā Questa sepoltura doveva garantire la nascita di uomini armati.Ā Le antiche leggende parlano di draghi; quiĀ si parla di uomini. Delle loro ambizioni, delle loro credenze e delle loro speranze.
Storie antiche frammiste al mito e alla leggenda che, però, ci narrano di eroi, di aventure, di lunghi viaggi verso terre sconosciute, di draghi e sovrani avidi e superbi, di alberi carichi di frutti più o meno proibiti (storia ben nota!), di tori furenti e indomabili, di serpi e draghi spaventosi. Storie che ci raccontano di intrepide ricerche: di terre, di metalli, di ORO!
10.000 mq (ma diventeranno 18.000!) che racchiudonoĀ oltre 6000 anni di storiaĀ dove tutto ebbe inizio dalla terra, da molteplici e ripetute arature. In campagna non vi ĆØ gesto forse più famigliare e consueto. Che però, qui, assume tutto un altro sapore.Ā Qui lāaratura si fa rito, si fa culto, si fa preghiera. Merita una riflessione la ricchezza di significato di unāazione agricola apparentemente semplice come quella dellāarare.
E non solo di aratura si tratta. La nostra scoperta del sito ci porta ad incontrareĀ una serie di grandi fosse (o pozzi)Ā che, in alcuni casi, arrivano a ben 2 metri di profonditĆ .Ā
Tra IV e III millennio a.C., mani devote non solo hanno scavato queste cavitĆ , ma sul fondo vi hanno deposto cereali, resti di frutti e macine. Leguminose come vecce e cicerchie; cereali come il farro e il frumento. Carboni di quercia e di pino. Resti che ci parlano diĀ un paesaggio agrario remotoĀ e di contadini che lavoravano la Natura venerandone le forze imperscrutabili.Ā
Probabilmente offerte alle divinitĆ della terra: divinitĆ ctonie e feconde. Quegli deiĀ che presiedevano agli eterni cicli di vita, morte e rinascita. Un seme nella terra muore e rinasce per germogliare di nuovo. Una speranza di vita che obbligatoriamente doveva passare attraverso una morte inevitabile.
A ben pensarci ĆØ lo stesso dualismo che, in altre epoche e ad altre latitudini, si ritrova nelle più note dee greche Demetra e Persefone, tra loro madre e figlia. Demetra, la Madre terra portatrice di messi e la figlia Kore-Proserpina-Persefone, simbolo della primavera, della nuova vita che germoglia, ma anche sposa di Ade e signora dellāOltretomba.
ER’ l’eterno ciclo del seme che di fatto tornerĆ anche nel Cristianesimo: il seme deve “morire”, essere sepolto, per poi rifiorire in una nuova vita e dare frutto. La vita che passa da una morte necessaria vista, però, come transito e mutamento.