Storie incantate di Natale. Le Fate del Monte Bianco

Le Fate. Creature del sogno e della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di alte montagne, di nevi perenni e poderosi ghiacciai, dove Madre Natura si fa severa, implacabile ed esigente, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli, sicuramente volubili.

Creature oniriche, impalpabili, che vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili. Luoghi dove le fate si nascondono sottraendosi alla vista, chiuse in un silenzio incantato che, però, se lo si sa ascoltare, a volte può lasciar sentire la melodiosa voce delle fate. Una voce simile ad un canto le cui note solo il vento sa suonare.

Il territorio del Monte Bianco vede la presenza di almeno due fate protagoniste di racconti locali, entrambe individuate in Val Veny: quella nascosta nei ghiacci della Brenva, in un luogo a monte di Plan Ponquet; ed una, forse più famosa, e forse non da sola, che ha stabilito la sua dimora nel lago del Miage.

La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)
La Fata del Lago del Miage-Courmayeur (Foto: Giuliana Cuneaz)

Le leggende narrano che vi fu un tempo in cui, dove ora si stendono le propaggini ghiacciate della Brenva e si apre il lago del Miage, vi fosse una conca verdeggiante ricca di fiori ed erbe profumate dove le splendide fate della grande montagna amavano riunirsi e danzare.

Un giorno, però, la loro voce incantevole e la loro straordinaria bellezza attirarono l’attenzione dei demoni annidati tra le rocce aguzze di quello che veniva chiamato, non a caso, il Mont Maudit (ossia il Monte Maledetto, primo nome della “spaventosa” montagna che diventerà Monte Bianco).

I demoni iniziarono ad insidiare le fate con profferte d’amore sempre più insistenti e sgradevoli.

Le fate fuggirono inorridite e trovarono rifugio nel ventre della montagna, protette da un cerchio di magia invalicabile.

I demoni, accecati dall’ira, scossero le alte vette facendo franare massi enormi e facendo raggelare la dolce vallata in un inverno senza fine. Solo il lago del Miage resistette all’avanzata del ghiaccio e, alcuni dicono, che laggiù, sul fondo da qualche parte, le fate vivano ancora.

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’aere, e fuor tra nube e nube

mostra pallido raggio…”

 

I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale dell’alta Val Veny di Courmayeur che viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Per non parlare dell’inverno: lungo, gelido, cristallino, che riveste la valle di una spessa e candida coltre ghiacciata, accompagnandola per mesi in un sonno ovattato ed impenetrabile. Quelle vette imponenti ed appuntite, scintillanti al sole e alla neve, sembrano davvero il regno della misteriosa regina dei ghiacci, ma anche la dimora di fate inafferrabili ed invisibili.

Pareti rocciose incombenti e tormentate, lavorate da antichi movimenti glaciali, sagomate dal vento che vi si annida e vi si rotola, accarezzate dalle piogge e levigate dalle gelate invernali. Ma c’è dell’altro.

Qui domina il silenzio, ma è un silenzio strano, che ti assale, ti avvolge, ti fa quasi il solletico, ti fa venire i brividi. Qui, tra le pieghe ghiacciate della grande Brenva, così come nelle mute acque argentate del Lago del Miage, dimorano le fate di queste montagne, signore di un regno inaccessibile e misterioso che va contemplato fermandovisi ai margini.

In pochi le sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista valdostana Giuliana Cunéaz, una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste credenze popolari, riportandole nei loro luoghi: 24 in tutta la Valle d’Aosta.

Nel progetto chiamato, appunto, “Il silenzio delle Fate” (1990), ha voluto evocare queste diafane presenze attraverso un particolare percorso circolare toccando località in cui si narra che una fata sia apparsa. In ognuno di questi luoghi Giuliana Cunéaz aveva installato un leggio in ferro su cui poggiava uno spartito in marmo bianco. Su ogni spartito era riportato uno stralcio di un brano musicale composto appositamente dal musicista torinese Armando Prioglio. A causa dell’uomo e della natura, oggi molti leggi non sono più al loro posto. Riunendo i 24 brani si otteneva un’unica melodia che, mescolandosi al vento, al fruscio dell’acqua e amplificata dalla grandiosità degli scenari naturali, evocava un antico canto, melodioso e silenzioso allo stesso tempo; evoca “il silenzio delle fate”.

Il drago, la quercia e il melograno.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore, ormai abbondantemente superata la metà della sua vita, si alzò dallo scranno intagliato e lentamente si incamminò verso la balconata del loggiato. Un loggiato magnifico, di gusto classico, le cui colonne riecheggiavano antichi volumi di gusto imperiale romano. Ma allo stesso tempo un loggiato gentile, aereo e luminoso, aperto su una campagna ondulata e verdeggiante, ricamata di frutteti e vigneti, punteggiata di villaggi tra i quali dominava il centro di Pinerolo, cittadella – fortezza sempre più strategica per gli scambi e le relazioni tra Italia e Francia.

Qui, nelle giornate limpide, vedeva la sagoma appuntita del Monviso svettare all’orizzonte. Là invece, dall’altra parte, a Varey, in lontananza si delineava il profilo massiccio di quello che da tutti era chiamato Mont Maudit. In un certo senso anche lui si riteneva una sorta di tramite tra questi due Paesi e l’aver deciso di trascorrere gli ultimi anni in questo luogo forse non era dovuto ad un semplice caso. Anzi, proprio non lo era! Così come, del resto, nulla nella sua vita era dovuto al caso…

Mais où sont les neiges d’antan ?

Sì, il signore, ricordando quel verso del poeta maledetto François Villon, nato quasi nei suoi stessi anni ma già prematuramente scomparso, spontaneamente andò col pensiero ai suoi trascorsi, alla sua gioventù.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Questo refrain della “Ballade des dames du temps jadisinserita all’interno dell’opera di Villon divenuta rapidamente celebre come “Testament, ben si adattava al suo presente. In quel suo amato rifugio, in quella dimora chiamata “Torione” che da un poggio guardava verso le mura di Pinerolo, il nobile signore riposava e scriveva; pensava e scriveva; ricordava e scriveva.

Appoggiato alla balaustra il signore respirò a lungo mentre il suo sguardo celeste indagava la campagna e l’orizzonte sfumato nei toni caldi del tramonto. Anche lui era intento a redigere le sue ultime volontà e inevitabilmente i ricordi affioravano. La sua vita era costellata di eventi importanti. Lui stesso era un uomo assai importante e a suo modo decisamente potente, pur non avendo mai maneggiato un’arma in battaglia.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Dove sono? Dove sono le nevi di un tempo? Dov’è la mia giovinezza? Il signore si scoprì scosso dall’emozione nel considerare quanto quella campagna assomigliasse al paesaggio di Varey, nel Bugey, a lui così familiare e così tanto caro.

Il suo cuore mai avrebbe potuto dimenticare quelle dolci colline, quei boschi, quel clima mite accarezzato dalle brezze di laghi non lontani, quei toni delicati. Terzogenito di un’illustre ed antica famiglia, fu lì che vide la luce. Oltre alla terzogenitura fu la sua precoce e fervida intelligenza a spingere il nobile padre Amedeo a ritenerlo assai adatto alla carriera ecclesiastica. E così, ancora adolescente, si ritrovò in seminario a Lione. E da qui a Losanna e poi ad Avignone. Da Torino a Roma…una formazione continua e decisamente arricchente. Ma la sede che più di tutte sentì davvero sua fu una sola: Aosta. A questa città legò strettamente il suo nome e la sua figura di mecenate.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Era l’estate del 1509. Era tardo pomeriggio e l’aria si era appena rinfrescata. Il nobile signore apprezzava quella dolce ora che si approssimava ai vespri e amava intrattenersi nel loggiato. A volte, se chiudeva gli occhi, quasi gli sembrava di essere affacciato sul cortile del suo amato castello valdostano di Issogne. Quasi gli sembrava di ricordare il fervere dei lavori, lo sciamare delle maestranze, il vociare dei piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati. Quanto amava quel piccolo giardino al’italiana impreziosito da un angolo dedicato alla coltura dei “semplici”… Un prezioso e appartato cameo nel cuore del castello, con le aiuole ben disegnate e sapientemente curate, con fiori meravigliosi ed essenze aromatiche. Già, la corte di Issogne… Quanto potente era il messaggio che lui aveva voluto imprimere in quel luogo. Quella corte doveva essere il perenne insegnamento per i discendenti di casa Challant. Era densa di simboli. Simboli di nobiltà, di fierezza aristocratica, di potenza. Simboli di amore e auspici di buona sorte.

Mais où sont les neiges d’antan ?

La neve. Anche lui aveva sempre amato la neve, quella fredda ma delicata coltre bianca che tutto ammantava di ovattato silenzio. E in Valle d’Aosta, in quella terra dolce e severa allo stesso tempo circondata da vette altissime, lui ne aveva vista e calpestata davvero tanta. Gli venne da sorridere pensando a quanto si divertivano i suoi nipotini rincorrendosi e scivolando sul tappeto bianco che ricopriva il giardino di Issogne…

Un soffio di vento più fresco del solito lo portò a stringersi nel mantello. Quel gesto gli ricordò immediatamente gli inverni a Sant’Orso, in quel chiostro così denso di sacralità, mistero e divina immanenza. Di chiostri nella sua vita ne aveva frequentati diversi, di qua e di là delle Alpi. Ma due su tutti erano rimasti scolpiti nel suo cuore: Sant’Orso, primo fra tutti, e il chiostro della Cattedrale di Aosta che nacque proprio sotto i suoi ancora giovani ma saggi occhi. Un piccolo chiostro prezioso e raffinato, luminoso nelle iridescenze cangianti del marmo grigio-argento e dell’alabastro appena dorato. Su uno di quei capitelli era riportato il suo nome, insieme a quelli di altri canonici committenti dell’opera. Era il 1460 e Giorgio aveva poco più di 25 anni. Un grande futuro lo aspettava.

Mais où sont les neiges d’antan ?

Il signore lentamente si voltò e tornò a sedersi. Il suo sguardo correva sulle sue ultime volontà. Quel documento era ancora lungi dal considerarsi terminato. Aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare soprattutto. Ascoltava il suo respiro, il battito del suo cuore, cullato dai rumori della campagna. Una terra operosa e fertile; villaggi animati e vivaci. Città ricche, strade sicure. Questo da sempre era stato il suo sogno, il suo progetto. Questo era il buon governo che volle raffigurato anche nelle lunette del porticato basso di Issogne.

La pace. Era la pace la vera signora di tutto. Solo in tempo di pace i soldati potevano riporre le armi e trascorrere il tempo a bere e divertirsi. Solo in tempo di pace si poteva andare tranquillamente dal sarto alla ricerca di stoffe preziose. In tempo di pace i magazzini erano pieni e la gente poteva vendere e comprare: ortaggi, frutta, carni, salumi e quelle grandi forme di buon formaggio d’alpeggio che lui tanto apprezzava sulla sua tavola…

Per scrivere le sue volontà, Giorgio doveva prima di tutto aver ben chiaro in mente cosa davvero avrebbe lasciato, e non solo in termini meramente materiali, ma anche culturali, identitari, sociali.

Princes, n’enquerez de sepmaine
Ou elles sont, ne de cest an,
Qu’a ce reffrain ne vous remaine:
Mais ou sont les neiges d’antan ?”

E con questo ritornello sempre in mente, il nobile priore decise di allegare al suo testamento una breve autobiografia. Sì, voleva trasmettere ai suoi posteri gli avvenimenti più significativi e salienti della sua vita e voleva indicare loro in quali luoghi e in quali dettagli avrebbero potuto ritrovare il suo pensiero e la sua personalità.

Era stato ed era ancora un grande uomo, un mecenate, una mente aperta e lungimirante. Aveva visto le più grandi città. Aveva frequentato le eleganti corti padane. Aveva studiato nei più prestigiosi atenei. Aveva conosciuto illustri intellettuali e fini politici.

Di tutto questo voleva lasciare esplicita testimonianza. Fu così che l’inchiostro iniziò a scorrere sul foglio bianco. Il nobile priore cominciò a delineare una sorta di itinerario alla ricerca di se stesso. Una sorta di mappa per chi avrebbe voluto ripercorrere la “sua” Valle d’Aosta.

“Bene, direi che potrei iniziare da qui”, pensò. “Era, appunto, il 1460…

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Il nobile Giorgio iniziò a vergare il foglio; si fermava spesso. Quindi per un attimo chiuse gli occhi cerulei ormai stanchi per l’età ma ancora vividi, accesi di quella luce tutta particolare che da sempre aveva contraddistinto il suo sguardo. Occhi grandi, di un azzurro chiarissimo ma non acqueo; un azzurro che ricordava la vastità del cielo, di quegli orizzonti che lui non si stancò mai di sondare, cercare, indagare. Ecco, sì, il suo era uno sguardo indagatore. Molto spesso gli avevano detto che i suoi occhi emanavano regalità, incutevano rispetto se non talvolta persino una sorta di timore. Il suo portamento era regale. Il suo incedere lento e diritto lo faceva apparire persino più alto ed accentuava la sua innata eleganza.

Quasi un sovrano. Gli veniva da sorridere… non avrebbe ambìto a tanto (o forse sì?), ma sicuramente nel suo campo era un solido punto di riferimento. Regalità. Una qualità forse derivatagli, oltre che dall’educazione ricevuta, anche da quel suo carattere, da quella sua naturale indole “leonina”. Non era forse solo una casualità se la prima luce che quegli occhi videro fu quella del 1 agosto 1439, sotto la costellazione del Leone, segno del Sole e della nobiltà.

Sguardo fiero e severo, seppur non privo di indulgenza e magnanimità. Mascella forte e volitiva, indice di carattere tenace e attitudine al comando. Capelli castano scuro che ancor più esaltavano il suo incarnato diafano. I suoi ritratti di profilo ben si allineavano alla ritrattistica aristocratica all’epoca in voga, derivata dallo studio di quella imperiale romana i cui nobili profili attraversarono le più ampie latitudini geografiche veicolati sulle monete e ben si impressero nelle consuetudini e nell’immaginario comune.

Si sentiva già nell’aria il profumo della primavera. Correva l’anno 1460 e lui era da poco giunto ad Aosta, entrando, ad appena 20 anni, nel Capitolo della Cattedrale.

Vi era un’atmosfera di grande fermento perché il nuovo chiostro, dopo quasi un ventennio di lavori, stava per essere consegnato dalle maestranze ed inaugurato dal nobile vescovo Antoine de Prez.

Fu l’anziano canonico François Rosset che gli raccontò le vicissitudini della fabbrica del chiostro. Lui, infatti, era presente al momento della stipula del venerabile patto tra il Capitolo della Cattedrale e il magister Petro Bergerii de Chamberiaco. Era l’8 giugno del 1442.

In quel giorno ormai lontano, otto canonici della Cattedrale stipularono il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con questo importante architetto savoiardo, sebbene l’inizio vero e proprio dei lavori prese avvio nel marzo 1443, quando era vescovo Johannes de Pringino.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procedeva a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale. Capo cantiere divenne il “lathomusMarcellus Gerardi di Saint Marcel.

Giorgio aveva conosciuto personalmente questo Marcellus e ne aveva pubblicamente riconosciuto e apprezzato le indubbie doti artistiche. La sua finezza nel plasmare i blocchi di alabastro cristallino che avrebbero costituito i capitelli del chiostro era davvero notevole.

Il nobile Giorgio si soffermò un istante. Mentre la brezza del tramonto accarezzava l’edera del giardino accesa di porpora e arancio, guardando le colline pensò ancora al suo glorioso passato.

Effettivamente c’erano tre siti che meglio di altri potevano riassumere le maggiori fasi della sua vita, e tutti e tre si trovavano nella sua petrosa ma tanto amata Valle d’Aosta, terra natia dei suoi avi, la nobile e potente casata dei siri di Challant.

Innanzitutto la Cattedrale di Aosta: la sua gioventù, il periodo dei grandi sogni, delle forti ambizioni.

Quindi il Priorato di Sant’Orso: il trionfo della sua maturità, il luogo che forse più di altri rappresenta la sua doppia identità transalpina e la sua raffinata apertura culturale.

Infine il castello di Issogne: icona della sua filosofia di vita, delle sue gesta, delle sue speranze nel futuro, dei suoi auspici… Una dimora sontuosa che doveva fungere da costante insegnamento e monito servendo, allo stesso tempo, da riflessione tanto sulla vita quanto sulla morte. Una senilità che altro non è se non la fulgida ed autorevole sintesi di una vita straordinaria.

“Ebbene”, pensò, “chi vorrà trovare il mio nome scolpito su uno di questi capitelli dovrà accedere al chiostro dal lato sud, direttamente dalla porta di collegamento con la navata nord della Cattedrale. A sinistra dell’ingresso, dopo il capitello recante il nome del canonico Ludovicus de Sancto Petro, ecco il “mio”: Dominus Georgius de Challant canonicus.

20 anni. Appena 20 anni e il mio nome, il nome della mia casata, veniva scolpito in quella pietra brillante, per sempre. La mia carriera era agli inizi, ma sapevo che mi aspettavano grandi successi. Sapevo che avrei fatto grandi cose nella mia vita; me ne ritenevo capace.

E non finisce qui. Entrate in Cattedrale e raggiungete il presbiterio dedicato a Santa Maria Assunta. Lì resterete abbagliati dall’eccezionale eleganza dei magnifici stalli gotici, vero capolavoro di ebanistica, opera di due scultori capaci di modellare il legno con tale fervore da conferirgli un cuore eternamente pulsante, un respiro, un’anima. 61 stalli realizzati dalle sapienti mani di Jean Vionin di Samoens e di Jean de Chetroz. Questo splendore venne portato a termine nel 1469.

Naturalmente io non potevo mancare, essendo anche tra i committenti. Salite verso la testa della fila di sinistra e procedendo verso la navata, immediatamente dopo la raffigurazione di San Pietro, troverete quello da me donato riconoscibile innanzitutto grazie allo stemma della mia casata: “d’argento al capo di rosso con filetto nero in banda” sorretto da un angelo. Un angelo assai particolare che ritroverete anche altrove se saprete aguzzare la vista. Lo schienale vede la rappresentazione di re David. Un sovrano, dunque. Un indizio di aristocrazia che già poteva far intuire l’estrazione sociale di chi quello stallo aveva donato. Un re votato alla fede e amante, cultore, delle arti. Sì, in qualche modo, in quel devoto re David, era come se ritrovassi un pò di me.

Che anni furono quelli… Il Quattrocento vide il trionfo delle più importanti committenze artistiche che mutarono il volto della cattedrale anselmiana.

L’antica chiesa dedicata a San Giovanni Battista, la cui grande abside aggettava verso ovest, venne definitivamente demolita e il bel mosaico romanico con animali fantastici spostato nella zona presbiteriale a monte di quello, immenso, dedicato allo scorrere sempiterno dei mesi. Il corpo della navata di Santa Maria veniva allungato verso ovest di due campate e completamente voltato con una nuova copertura a crociera costolonata che andò a ricoprire quella lignea precedente nonché resti di affreschi molto antichi che, ormai, non rispondevano più al gusto della Chiesa.

Fu così che, ad occidente, si diede avvio al ripensamento di una nuova facciata che, però … purtroppo, io non vidi mai terminata.

Sempre nel coro il noto ed apprezzato scultore Stefano Mossettaz aveva creato un magnifico soffitto decorato adatto ad inquadrare in maniera decisamente scenografica la tomba di Francesco di Challant. Al grande orafo fiammingo Jean de Malines, inoltre, venne affidato l’incarico di portare a termine la monumentale cassa per le reliquie di San Grato, oltre a bastoni processionali, cibori, calici per la sagrestia…

Per non parlare delle vetrate del deambulatorio dove ai piedi della Vergine e di San Giovanni, i due dedicatari della Cattedrale, figurava nuovamente il mio stemma: sotto i piedi dell’Assunta sorretto da una coppia di angeli; sotto il Battista dal grifone e dal leone”.

Ecco, il signore poteva davvero affermare che la grande e vivace Fabbrica quattrocentesca della grande Cattedrale aostana ben sintetizzava la sua gioventù, fatta di studio, di preghiera, certo, ma anche di entusiasmi, di stimoli culturali, di voglia di scoprire, di sfide.

Tornò quindi a sedersi. Si strinse ancor più nel mantello. Ormai le ombre della sera si erano allungate e le prime stelle della notte facevano capolino in lontananza. Era ora di rientrare. Avrebbe proseguito domani, auspicando che, durante la notte, il Signore lo aiutasse nel nitore dei ricordi e gli desse la forza e la salute per redigerli.

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Un’insolita quanto densa coltre di nebbia avvolgeva la bella piana della Dora Baltea. Le vetuste mura di Aosta, costellate di torri, in buona parte rivestite di caseforti e dissimulate dalle dimore nobili su di esse arroccate, bucavano la caligine dichiarando la ricchezza e la potenza di questa città.

Il raccolto borgo di Porta Sant’Orso si rivelava come un prezioso cameo, vivace ed animato. Botteghe artigiane si susseguivano lungo la via e il continuo vociare dei mercanti difficilmente avrebbe potuto far credere che proprio lì, alle spalle della prima fila di edifici, si celava un luogo di grande silenzio e profonda contemplazione, l’Insigne Collegiata dei Santi Pietro e Orso.

Un’angusta stradella sfiorava i possenti piedi a scarpa delle mura e dei torrioni angolari; alzando lo sguardo immediatamente si veniva come ipnotizzati da quell’antica torre difensiva romanica ora divenuta campanile che dall’alto dei suoi 46 metri sorvegliava le umane vicissitudini.

Ma era solo dopo aver varcato l’alto muro di cinta che ci si ritrovava nel cuore di un complesso architettonico di abbagliante e disorientante bellezza.

E, il nobile priore poteva andarne fiero, quella bellezza era opera sua, del suo ingegno, della sua volontà. Correva l’anno 1468 e Giorgio di Challant veniva eletto Priore di Sant’Orso al posto di Humbert Angley, che diventava così suo vicario.

Ora che i lavori erano terminati, Giorgio poteva soffermarsi e godere di quel capolavoro che tanto di lui sapeva raccontare.

Sul piccolo cortile si apriva un elegante loggiato le cui arcate richiamavano antichi modelli romani sebbene leggermente ribassate; al di sopra di esse grandi finestre crociate ridondanti di decorazioni e poi, a salire, ancora fregi ricchi di preziosi altorilievi e poi ancora, al di sopra di tutto, lo svettare severo di quell’inconfondibile torre ottagonale di gusto prettamente borgognone. Tuttavia quel che forse più di ogni altro elemento colpiva i visitatori e aveva impressionato gli stessi confratelli, era quel materiale così inusuale per Aosta: il cotto!

Cotto che al nobile Giorgio piaceva moltissimo. Nei suoi numerosi viaggi in Italia lo aveva visto così spesso, così ben lavorato, così ampiamente utilizzato… Quel caldo colore aranciato, quella gentile porosità, quell’odore di terra umida, così particolare… tutto questo incontrava appieno il suo gusto e il suo desiderio di personalizzare il “suo” Priorato. Quell’edificio avrebbe dovuto parlare di lui, della sua nobile stirpe, delle sue illustri radici, delle gloriose alleanze. Avrebbe dovuto dichiarare una volta di più la doppia identità di quella sua amata terra di confine, di raccordo e di scambio tra mondo padano e mondo transalpino.

La nebbia mattutina si era pian piano dissolta, vaporizzata dai primi tepori solari. Quel velo lattiginoso era progressivamente scomparso consentendo una visione più nitida di quel luogo straordinario. Rilucevano le cornici ogivali delle finestre aperte sul prospetto nord e al primo piano della torre; finestre così simili a quelle del castello sforzesco di Milano… Un tocco voluto di esibita nobiltà, così come nella profusione di araldica affacciata sul cortile “scrigno”.

Stemmi priorali dipinti e in cotto; chiavi di volta conformate nella riconoscibilissima cifra Challant, sia nella loggia al pianterreno che nelle gallerie del piano nobile.

Osservando, dal basso verso l’alto, la facciata nord, si potevano riconoscere, in sequenza: lo stemma Challant completo, col ceffo di cinghiale, le ali di basilisco (figura mitologica simile ad un draghetto il cui nome richiama sovranità unita all’immortalità, anche noto come “re dei serpenti”) e le due colombe con le pergamene srotolate (filatteri), quindi lo stemma di casa Savoia con lo scudo torneario sormontato dal ceffo di leone alato e il motto “FERT”, e infine, più in alto, lo stemma del Papato con le due chiavi incrociate e la mitra.

L’altra facciata riportava, ai lati di una grande finestra del primo piano, lo stemma di Giorgio col bastone priorale seguito da quello del suo predecessore (e ora vicario) Humbert Angley.

Al pianterreno le radici di Giorgio di Challant: lo stemma Challant-Varey affiancato a quello relativo all’alleanza matrimoniale con i nobili De La Palud, la famiglia di sua madre Anne.

La sua storia era tutta lì. Le sue ambizioni, i suoi progetti, la sua potente personalità erano lì, in quel cortile rosso di cotto e acceso di colori sgargianti come il giallo ocra, il verde, l’azzurro… quei colori non sarebbero sopravvissuti all’impietoso scorrere del tempo, ma tutto il resto sì, e sarebbe forse diventato ancora più straordinario.

Quei nuovi volumi erano un potente biglietto da visita, portavano la firma di Giorgio di Challant.

E questo era “solo” l’esterno. Una volta entrati nell’edificio e raggiunta la galleria del secondo piano esposta a nord, si sarebbe rimasti letteralmente abbagliati dagli accesi cromatismi e dalle raffinate scene affrescate nella cappella.

Una pietra preziosa avrebbe brillato di meno. Le Petit Paradis: intimo e raccolto, ma non per questo meno raffinato e pregevole, luogo di meditazione e preghiera. Ma anche luogo di autocelebrazione ed espressione di ideali cortesi.

Sotto un cielo blu cobalto punteggiato da piccole stelle d’oro, sul fondo della stanza risplende una magnifica Madonna in trono, avvolta da preziose vesti damascate bordate d’oro e incoronata da un grande diadema tempestato di pietre preziose. Il delicato incarnato è ravvivato dal rosa delle guance ed esaltato dai lunghi capelli scuri. Sulle sue ginocchia siede il Bambino Gesù, nudo, con in mano il globo crociato. Entrambi guardano verso il nobile Giorgio inginocchiato che, a sua volta, rivolge lo sguardo verso di loro, in preghiera, vestito di porpora. Nessuno saprà mai che in quella dolce ma aristocratica Madonna bruna potrebbe forse celarsi il ricordo di sua madre Anne De La Palud.

In effetti corre una certa aria di famiglia tra i due, anzi tra i tre perché del Bambino il priore ha gli stessi vivi occhi chiari che, insieme a quei capelli castani rafforzano, per così dire, il muto ma intenso dialogo che sembra persino andare oltre la preghiera e la devozione.

Rivolgendo poi lo sguardo verso le due lunette della parete meridionale si riconoscerà il santo protettore ed eponimo del nobile priore. San Giorgio, prode cavaliere difensore dei deboli e difensore della fede. Rappresentante dei valori cavallereschi, San Giorgio (morto martire agli inizi del IV secolo d.C.) fu adottato dai Crociati come loro patrono.

Oniriche città murate e turrite si ergono a dominio di una spoglia e lunare campagna; uno stagno “grande quanto il mare” ospita il drago, temibile bestia pestifera affamata di giovani vite umane; la principessa, figlia del sovrano del luogo e vittima designata: esile, diafana ed elegante, cerca persino di fermare l’impeto di Giorgio affinché non muoia insieme a lei, divorato dal mostro. Ma San Giorgio, protetto a sua volta dalla Croce, incede coraggioso ed uccide la bestia. La Fede cristiana che uccide il Male, il demonio.

Conseguita questa vittoria, San Giorgio riesce a convertire al Cristianesimo tutta la popolazione ed il re del luogo (si diceva ben 20.000 persone!), scena raffigurata nella lunetta accanto.

Il nobile priore volle così omaggiare il suo santo protettore e contemporaneamente se stesso celebrando i suoi valori e la sua etica. Un nobile impavido, armato di solida fede e di grandi ideali.

Sul lato opposto, ai lati della finestra, i due titolari della Collegiata: San Pietro e Sant’Orso, quest’ultimo col bastone diaconale così come rappresentato anche sul capitello del chiostro a lui dedicato. Segue la scena dell’Annunciazione sorvegliata, al di sopra della finestra in posizione centrale, da Dio Padre.

Infine, la parete d’ingresso dove, accanto alla porta, si trova la Maddalena penitente, inginocchiata accanto al suo eremo roccioso, completamente nuda, vestita solo dei suoi lunghissimi capelli biondi. Una scelta assai particolare questa…

La Maddalena, controversa figura di donna. Ma chi si cela dietro quella misteriosa figura femminile? Una peccatrice, certo… ma forse non è tutto qui. Raffigurata a lato di quell’antro oscuro, di quella grotta aperta nella roccia, lei, così diafana e luminosa nonostante il suo essere macchiata dal peccato… potrebbe persino ricordare una dea pagana! Vicino ad un ingresso al sottosuolo, a richiamare antichissimi e forse mai del tutto sopiti culti pre-cristiani devoti alla Madre terra, a perdute dee della fertilità, a quel femminino sacro tanto seducente e ammaliante e per questo strenuamente combattuto e represso.

Qui nella cappella il priore Giorgio volle contrapporre una Maddalena nuda e sola, lontana tra le rocce, ad una Madonna sfarzosa e rilucente davanti alla quale lui stesso si inginocchia, seppur con uguali dimensioni. Una giovane donna bionda, avvolta nella sua chioma, additata comunemente come meretrice, qui trattata come una sorta di antica divinità della natura o come un’insolita ed emblematica “Eva” primogenitrice, un etereo ed ancestrale femminino divino contrapposto fortemente ad una Madonna, sempre giovane ma madre: bruna, luminosa, aristocratica.

Che vi sia una sorta di dichiarazione d’intenti? Io voglio combattere le ombre pagane; voglio che quelle divinità ritornino per sempre negli antri dai quali gli uomini volevano farle uscire. Combatterò, come San Giorgio, nel nome di Maria.

“Chissà” – pensava il nobile Giorgio – “chissà se mai qualcuno si accorgerà che l’unica donna mora in questo oratorio è la Madonna… mia madre…”.

Assorto in preghiera Giorgio vedeva quel volto sempre più splendente, sempre più vicino, vivo, palpitante… finché credette di avere un’allucinazione: la Madonna si accese di un fremito di vita. Il divin Bambino prese a muoversi su quelle ginocchia materne, a sorridere… sì, ne era certo.. entrambi gli stavano sorridendo. La Madonna tese una mano verso di lui; “Giorgio”, quel nome sembrò quasi un sospiro, un alito di vento, una carezza dell’anima… “Giorgio, sei un grande uomo e saprai cambiare il mondo. Il tuo nome verrà ricordato nei secoli a venire. Io ti sono accanto”.

La voce, quella voce… era proprio la voce di sua madre Anne. Giorgio non poteva credere a quel che stava accadendo, l’emozione era illogica, irrazionale, incontenibile, inspiegabile. Il cuore accelerò il suo battito. Ad un tratto la vista gli si offuscò e quell’immagine divenne evanescente. Tutto intorno a lui si muoveva… All’improvviso si ritrovò nella navata centrale della chiesa Collegiata, ma era disorientato da elementi che non riconosceva.

Gli apparve di fronte una sagoma di donna luminosa, ma stavolta non era Maria. La sagoma brillava di una luce lunare, fredda, intermittente. Piano piano prese maggiore consistenza… pallida, esile, diafana, bionda. I lunghi capelli le svolazzavano intorno al corpo creando una strana aureola; poi la giovane donna allargò le braccia, quasi dovesse spiccare il volo, balzò verso l’alto, al di sopra del presbiterio. Improvvisamente, in un bagliore indescrivibile, si accartocciò su stessa, divenne un bozzolo racchiuso nei capelli.

Quando la luce sparì, Giorgio vide una statua in pietra ai piedi di un Crocifisso, entrambi come sospesi a mezz’aria. Quella statua raffigurava una donna penitente dalla chioma inconfondibile; ma certo, era lei, la Maddalena! Eppure quella statua lui non l’aveva mai vista, non era a conoscenza della sua esistenza… chi l’aveva richiesta? Chi l’aveva realizzata? Era così insolita, diversa dalle statue che era abituato a vedere… E quel Crocifisso? Anche di quello non aveva memoria… Sì, era la chiesa di Sant’Orso, eppure era diversa…

Tutto riprese a girare, sempre più vorticosamente, finché…

Nel suo letto il nobile ed anziano priore si svegliò di soprassalto. Era stato un sogno. Il Priorato, Aosta, Sant’Orso… quei luoghi a lui così cari; quei luoghi per lui così emblematici, unici, speciali. Luoghi che, tuttavia, continuavano ad essere permeati da una sacralità antica e pervasiva, difficile da eliminare del tutto. Li aveva rivisti e rivissuti in sogno, sotto lo sguardo gentile di quella straordinaria Madonna bruna. 

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“Zio Giorgio! Zio! Dai, vieni a giocare con noi!!”, “Zio, zio… guarda! Guarda come salto in alto adesso!”… Eh, sì, Giorgio ricordava assai nitidamente quelle voci allegre e le risate argentine dei suoi adorati “nipotini” (in realtà cugini di secondo grado, ma era più semplice così).

I piccoli Philibert, Jacques, Charles e Louise, figli del cugino Louis e a lui affidati, erano la sua speranza, rappresentavano il futuro suo e dell’intera casata Challant. Quanto amavano giocare e rincorrersi nel cortile e nel giardino del castello di Issogne…

Già, Issogne… volendo quasi parafrasare questo nome: “il sogno”!

Un sogno fattosi realtà per il nobile priore. E certo non poteva immaginare che, a distanza di secoli, gli stessi abitanti del paesello intorno alla dimora lo avrebbero proprio chiamato così: “il castello dei sogni!”.

Sin dalla prima volta in cui aveva visto l’antica, ormai obsoleta, casaforte medievale fatta erigere dall’antenato Ibleto, signore di Verrès, sui resti di una ancora precedente casaforte di proprietà vescovile, aveva capito le potenzialità di quella dimora circondata da prati, non lontana dal fiume e dirimpettaia dell’avita fortezza di Verrès.

Morto il cugino Louis, padre dei suoi “nipotini”, Giorgio si impegnò al massimo per ottenere una dimora di raffinato gusto aristocratico, al passo coi tempi e con le eleganti corti padane da lui visitate in occasione dei suoi frequenti viaggi. Ogni parete, ogni stanza, ogni loggiato doveva esprimere l’elevata cultura, le ambizioni, i valori della sua dinastia.

Come in un potente abbraccio denso di significato, il cortile era avvolto su tre lati da pareti interamente rivestite da affreschi il cui insieme rispondeva al nome di Miroir pour les enfants de Challant. Quelle pareti, come un efficace libro di storia, avrebbero perennemente raccontato agli eredi Challant, quali fossero le loro nobili origini, le loro radici. E, non in ultimo, a quale importante compito fossero chiamati mantenendo sempre alto il nome di questa nobile famiglia.

Era tutto, infatti, un trionfo di araldica, un fitto e coloratissimo susseguirsi di stemmi e blasoni rappresentanti, oltre ai numerosi rami della casata, i tanti matrimoni e le proficue alleanze.

Al centro del cortile, una fontana. Ma non una fontana qualsiasi. Fu questo il dono che lui volle fare all’amato nipote Philibert nel giorno delle sue nozze con Louise d’Aarberg. Un albero, un ibrido tra quercia e melograno, simboleggiante la robustezza e la solidità del casato unita alla fecondità e al proliferare di eredi che si auspicava nei secoli a venire. La quercia, simbolo di forza eterna. Il melograno, frutto già sacro alla dea Giunone, simbolo dell’utero femminile ricco di ovuli fecondi; simbolo di matrimoni forieri di nuovi giovani virgulti.

Sui rami, qua e là dissimulati, dei draghetti (che piacevano così tanto ai piccoli!). O si trattava forse di basilischi, lo stesso animale mitologico presente nel suo stemma personale? Figure animali chiamate ad allontanare il male e l’invidia dei nemici, rappresentando al contempo l’immortalità di questa stirpe (quasi) regale.

E, per finire, la forma della vasca: un ottagono. Come fosse un fonte battesimale, simbolo di vita eterna, di rinnovamento e di rinascita nel segno della purezza dell’acqua.

E poi, il giardino. Uno scrigno prezioso. Piccolo, ma delizioso giardino all’italiana, con aiuole ben curate e geometriche, ricche di essenze variopinte e profumate, di fiori ed erbe aromatiche. Il tutto composto in un ricercato hortus conclusus cinto da mura decorate da affreschi con figure di saggi e di eroi evocanti le virtù della tradizione antica.

Dal suo “Torione” pinerolese, il nobile Giorgio, decisamente affaticato, scrutava l’orizzonte avvolto nelle ombre violacee del vespro. Respirava a pieni polmoni l’aria profumata di erba e terra proveniente dalla campagna circostante. Chiudeva i grandi occhi azzurri e si perdeva nei ricordi.

Issogne, il castello dei suoi sogni, della sua famiglia. Ricordava il fervere dei lavori, l’andirivieni costante e frenetico della maestranze, la curiosità dei villici e dei locali che, appena potevano, curiosavano fugaci oltre il grande portone d’accesso aperto nella torre orientale, proprio con affaccio sulla piccola ma vivace piazza del villaggio.

Ricordava i frequenti sopralluoghi al cantiere, i consigli ai capimastri, gli scambi di idee e di proposte con artisti e botteghe; e quel “maitre Colin” così talentuoso e creativo! Gli era piaciuto da subito!

Il bel portico al pianterreno, illuminato dalla luce del vicino cortile, doveva rappresentare il trionfo della pace e del “buon governo”: i soldati a riposo, le botteghe ricche di mercanzie, le donne al mercato, l’abbondanza… E, su tutto, raffigurato al centro delle volte a crociera, lo stemma degli Challant.

Le cucine, gli ambienti di servizio, la sala da pranzo…E come non ricordare quella gustosa e profumata zuppa di pane, cavolo e formaggio che preparava Enrietta, la sua cuoca preferita?!

Ma, innanzitutto, la “Salle Basse”, o “Sala di Giustizia”, che Giorgio volle affrescata con un finto colonnato in cui si alternano colonne lignee, di cristallo e di alabastro, arricchito da stoffe preziose e affacciato su paesaggi di gusto nordico con graziosi villaggetti e città con curiose case a graticcio, una miriade di personaggi occupati nelle più varie attività, stormi di uccelli in volo e insolite scene di commercio fluviale, da un lato, su uno scorcio dominato da una fortezza simile a quella di Verrès e dalla Città di Gerusalemme, sull’altro.

Gli veniva ancora da sorridere se ripensava all’espressione dei piccoli quando videro le navi dipinte sulla parete…

Sala bassa (L. Acerbi)

non ne avevano ancora mai viste davvero e Giorgio augurò loro di viaggiare molto e conoscere il mondo quanto più possibile, per arricchire la loro cultura e, soprattutto, per aprire le loro menti. Per quanto gli era possibile, compatibilmente coi suoi numerosi impegni. voleva essere lui ad istruire i piccoli, personalmente! In sua assenza si era premurato di individuare dei precettori referenziati e di alto livello. Solo e sempre il meglio per i discendenti di casa Challant!

Sulla parete di fondo, di fronte agli scranni dei giudici, una scena di soggetto mitologico: il giovane principe troiano Paride al cospetto di tre dee: Athena, Afrodite e Hera. “Molti penseranno immediatamente al famoso giudizio”, pensò tra sè il colto priore, “ma c’è dell’altro! Chissà se rifletteranno sul fatto che Paride, in questa scena, sta…dormendo! Ebbene, sì! E’ un sogno! Un monito, un avvertimento da non trascurare… pena la rovina!”.

Ma fu quella giovanile e istintiva intemperanza che, ahimé, diede inizio alla decennale ed epica guerra cantata da Omero.

Quanto occorre ponderare ogni singola scelta, anche quella apparentemente più scontata… quanta attenzione per saper correttamente distinguere tra verità e calunnia, tra realtà e finzione, divincolandosi tra insidiose menzogne costruite ad arte e falsi adulatori…

Già, quante volte nel corso della sua vita aveva dovuto stare in guardia, diffidare, soppesare, valutare le persone che gli stavano davanti e le parole che dicevano… Spesso le apparenze erano ingannevoli e beffarde. Spesso persino chi ritenevi amici si rivelavano infidi serpenti. Oppure poteva anche capitare il contrario: persone cui non avresti attribuito la minima fiducia che riuscivano a sorprenderti con gesti ed azioni encomiabili, e magari senza pretendere nulla in cambio!

E poi sorrise ancora pensando all’espressione del piccolo Philibert, il maggiore dei “nipotini” quando lo condusse a vedere il suo oratorio al secondo piano del castello, immediatamente al termine dei lavori. Ancora si sentiva l’odore dei pigmenti stesi di fresco. “Oh zio, un piccolo smeraldo istoriato!”, esclamò Philibert, abbagliato dal verde acceso che dominava in quel piccolo ambiente. “Ma quello sei tu! Zio, ma tu sei meglio dal vivo!!”.

Rise di gusto il nobile Giorgio e ringraziò per il bel complimento! “Qui nel dipinto sembri più vecchio…”, aggiunse il nipote. Giorgio allora gli illustrò le scene raffigurate (Crocifissione, Deposizione e Compianto), gli insegnò a riconoscere i santi osservando quali particolari oggetti recassero o quali altre creature eventualmente li accompagnassero.

Philibert rimase colpito da Santa Margherita e dal drago che l’aveva inghiottita ma dal quale lei, con l’aiuto di Dio, era riuscita ad uscire viva e vegeta! Giorgio nutriva, inoltre, una particolare attenzione verso la figura della Maddalena e qui, nel suo oratorio privato, ben la si riconosceva ai piedi della croce, ammantata dai suoi lunghi capelli biondi.

Una figura decisamente intensa, ricca di sfumature; una donna in cui peccato e redenzione, lussuria e santità si mescolavano misteriosamente; una peccatrice che, tuttavia, si era guadagnata un posto speciale nella vita e nel cuore di nostro Signore Gesù. Una figura da molti ecclesiastici rifiutata, additata, quasi temuta o utilizzata quale esempio di peccato; eppure… eccola, affranta, distrutta da un dolore senza limite, piangere la morte terrena del figlio di Dio. Nella Maddalena, Giorgio vedeva l’umanità intera.

E quella volta in cui, già anziano, era tornato ad Issogne per assistere alla posa del magnifico altare della cappella del primo piano. Una vera meraviglia. Affacciandosi dalla penombra del viret, attraverso il gioco di bussole e porte, rimase immediatamente colpito dal bagliore dorato del polittico in stile borgognone al centro del quale spiccava la scena della Natività. E le ante, così come gli affreschi alle pareti, sempre opera di quel maître Colin che già aveva illuminato coi suoi affreschi magistrali il porticato del pianterreno.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Che atmosfera, quell’anno stesso, la messa di Natale, in presenza dei suoi famigliari, davanti a quel gioiello tardogotico, risplendente nella sua solenne sacralità.

Perso nei ricordi e nei pensieri, si accorse quasi per caso che le ultime luci del tramonto erano ormai svanite, lasciando il posto alla notte, dominata da una luna incredibilmente grande e vicina, così luminosa da oscurare le stelle. Una notte terribilmente fredda, ammantata da uno strano silenzio… tutto sembrava ovattato, come se nevicasse… E, in effetti, nel pomeriggio aveva nevicato. La campagna pinerolese stava vestendo gli abiti invernali e risplendeva in quella fredda notte di fine dicembre. I rumori erano così vaghi, lontani…

Il nobile priore pensò fosse giunto il momento di ritirarsi in casa e andare a riposare.

Si stese sotto una coltre di coperte che pareva pesare come un cumulo di pietre. Si girava e si rigirava, ma i pensieri si affollavano nella mente. Nulla da fare. Proprio non c’era verso di prendere sonno.

Si alzò nuovamente. Gli pareva di soffocare; uscì nel loggiato e si sedette. La sua intensa vita continuava a passargli davanti agli occhi: luoghi, volti, gesti, momenti…

Si ricordò che doveva terminare il suo testamento. Si diresse allo scrittoio e lo estrasse da un cofanetto a doppio fondo nel quale lo aveva racchiuso. Lo lesse e lo rilesse più volte. Chissà se quelle sue volontà avrebbero trovato le orecchie giuste, ma soprattutto la mente e l’animo davvero capaci di ascoltarle e metterle in pratica pensando al bene di tutti e non al proprio tornaconto. Chissà se i suoi eredi sarebbero stati in grado di dare giusto seguito a quelle parole lasciate per iscritto. Prese il documento, dell’inchiostro, e tornò nel loggiato, il suo posto preferito. Quasi bastava la luce della dea Diana per accompagnare la sua scrittura…

Tutto ad un tratto ebbe come un sussulto; la sensazione come di un violento pugno allo stomaco, un dolore lancinante lo attanagliò, una stretta feroce gli serrò la gola. Il cuore prese a battere all’impazzata. Provò a chiamare soccorso, ma la voce non usciva. Le gambe non reggevano più, si aggrappò con tutta la forza che aveva alla balaustra del portico, cercando aria, cercando sollievo… Tutto intorno a lui girava vorticosamente. Perse l’equilibrio e, cadendo, urtò sedia e tavolino che caddero a loro volta; il rumore attirò un servitore dal pianterreno. Costui si precipitò in casa chiamando a gran voce le inservienti e il cerusico, che in quei giorni soggiornava al “Torione” in modo da essere pronto ad ogni evenienza.

Trovarono il nobile Giorgio in preda al delirio, madido di sudore, agonizzante… Stringeva forte nelle mani un foglio; non c’era verso di prenderglielo… Lo portarono di peso fin sul suo letto. Il priore a stento respirava e a stento riusciva ad aprire gli occhi.

“Anne! Anne, presto! Corri! Portami acqua calda e biancospino!”. Udendo quel nome, a lui così caro, il priore aprì gli occhi. Il suo sguardo incrociò il giovane volto di una cameriera, di nome Anne, accorsa per prestare aiuto con quanto richiesto dal cerusico.

Il nome e… quel volto, la pelle chiara, i grandi occhi azzurri, i lunghi capelli scuri… “Madre…madre!”, ansimò il priore, “siete qui!”. Tutti si guardarono, attoniti… stava perdendo il senno!

“Madre, Madonna del Petit Paradis“… Le espressioni dei presenti si fecero ancor più interrogative. “Tenete, solo voi potete prendervi cura di quanto scritto. Tenetelo voi, ma, vi prego, non datelo a nessuno! Tenetelo finché non sarete ad Aosta, in quel sacro luogo a me caro… Portate questo scritto fino lì e, quando sarete lì, riponetelo, in un luogo sicuro. Chi verrà, saprà. Ma solo chi avrà la capacità di capire, lo troverà. Qui ho scritto le mie volontà; qui ho raccontato la mia vita. Qui, infine, ho vergato le mie conoscenze…”.

Pose quindi il rotolo nelle mani della giovane servitrice, che, non capendo, si guardò intorno cercando aiuto e supporto. Il cerusico, interpretando le parole del nobile Giorgio, non solo suo illustre paziente, ma decennale amico, chiuse con la cera di una candela quel rotolo e lo timbrò col sigillo riportato sull’anello del priore che, per quanto gli era ancora consentito, riuscì persino ad abbozzare un sorriso, quasi per ringraziarlo.

La notte era alta. Ma, all’improvviso, quella grande luna che tutto illuminava del suo raggio d’argento, scomparve. Il buio più fitto avvolse la campagna. Non si sa da dove né come, ma una densa coltre di nubi aveva occultato la dea della notte. Il silenzio, se possibile, era ancora più intenso. Una folata di vento entrò furtiva dalla finestra; le candele si spensero, tutte contemporaneamente. Era il 30 dicembre 1509. Il nobile Giorgio esalò l’ultimo respiro.

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Il giorno seguente il cerusico accompagnò la giovane cameriera, designata ambasciatrice dal priore, fino al luogo sacro a lui caro. Spiegò al nuovo Priore l’accaduto e, nonostante un iniziale sospetto, le venne consentito di accedere, accompagnata dal cerusico, fino alla soglia del Petit Paradis.

Effettivamente, per quanto fosse semianalfabeta e assai timorosa, la giovane ancella si accorse immediatamente di una straordinaria somiglianza; una somiglianza che la fece sentire “accolta”, ancor più orgogliosa di essere stata scelta quale depositaria di una tale importante missione.

Anne“, la chiamò il cerusico, “deposita il documento nel luogo che a tuo avviso può ritenersi il più adatto e sicuro”. La giovane, che oltretutto portava lo stesso nome della madre di Giorgio di Challant, si guardò attentamente intorno.

Notò una sorta di piccola nicchia ai piedi dell’affresco raffigurante la Madonna in trono. Una specie di sportellino quasi mimetizzato dall’ingombro della grande mensa d’altare. Lo indicò e guardò il cerusico, chiedendo un’ultima volta conferma e autorizzazione. Da lontano, il Priore in carica sorvegliava il tutto; sapeva cos’era successo e si fidava del noto e sapiente cerusico, uomo di fiducia del nobile Giorgio. Sorvegliava ma in modo discreto; tutto doveva svolgersi così come Giorgio aveva indicato prima di morire.

La fanciulla, ora più sicura, rivolse un’ultima volta gli occhi a Maria e all’allora giovane Giorgio di Challant. Aprì lo sportellino, vide che celava un doppiofondo ricavato ancor più all’interno della parete: lì depose il documento. Una volta richiusolo con grande accuratezza, si fermò a pregare il buon Dio chiedendo la sua protezione.

Le ultime volontà del nobile Giorgio erano dove lui voleva che fossero:nel luogo sacro a lui così caro.

Lì sarebbe rimasto per molto tempo. Nessuno proferì mai parola in proposito né fu mai messo nulla per iscritto.

Ancora oggi ci si domanda che fine possa aver fatto quel testamento…

Castello Sarriod de La Tour. Le sirene gemelle, il magico forziere e un Grillo troppo curioso

La vita nella valle scorreva lenta e tranquilla. Il fluire delle stagioni e l’avvicendarsi delle costellazioni segnavano le consuete occupazioni contadine. Gli abitanti del piccolo borgo aggrappato alla roccia e circondato di viti erano felici di questa rassicurante quotidianità e i frutti della terra erano per loro la più grande soddisfazione.

Ma non era così proprio per tutti. C’era un giovane che non riusciva a digerire quella monotonia. No, lui avrebbe voluto di più! In realtà nemmeno lui sapeva esattamente a cosa aspirasse, ma stava di fatto che quelle quattro case, quelle quattro mucche e quelle solite facce gli stavano stretti.

E poi non andava d’accordo con nessuno! Rimasto orfano ancora in fasce, era stato cresciuto da un’anziana del paese che tutti additavano come strega (in fondo era solo una brava erborista molto più intelligente di tante “brave donne” angeli del focolare, ma si sa… la lingua della gente spesso non conosce freno né misura!). E proprio come lei, anche per lui le dicerie e i pettegolezzi erano all’ordine del giorno! Non solo per quel suo carattere strano, per le sue bizze, per quell’insana tendenza a ficcarsi sempre nei guai e a spiare nelle case degli altri, ma anche per quel suo non felicissimo aspetto fisico che gli era valso il soprannome di “grillo“.

Eh sì, purtroppo quelle gambe e quelle braccia eccessivamente lunghe e magre montate su un busto tozzo e squadrato, sormontato a sua volta da un testone veramente troppo grande con quella buffa bocca larga… beh… pareva proprio un grillo! In più, se si considera che di voglia di faticare non ne aveva (nonostante, quando decideva di impegnarsi, fosse un ottimo falegname!) e che trascorreva gran parte delle sue giornate a bighellonare in giro nei campi strimpellando la sua vecchia ghironda e cantando, beh.. un “grillo” fatto e finito!

E anche con le ragazze non andava bene…figuriamoci! Bruttino, tendenzialmente arrogante, un po’ “grezzo” e senza un lavoro…tutte gli stavano alla larga!

Fu così che una notte si alzò di scatto dal letto, prese due cose indispensabili, la sua ghironda e se ne andò di casa. Basta, quel villaggio noioso che non lo capiva non era il suo posto!

Ad un certo punto, nel cuore di una notte che più scura non si può, smarrito il sentiero, si accorse di essere giunto sulle scoscese rive di un fiume impetuoso; le sue acque gonfie e turbolente rumoreggiavano e biancheggiavano sbattendo contro le rocce. Grillo era stanco, aveva fame e, non neghiamolo, aveva anche paura. Si sedette sul bordo del fiume e per tranquillizzarsi si mise a suonare canticchiando sommessamente.

Dopo pochi istanti gli parve di udire delle voci, una sorta di controcanto… voci femminili, soavi, leggere. Smise di suonare e ascoltò con attenzione. Nulla. Riprese a suonare fissando l’acqua.

Ecco, ancora quelle voci! Fissò l’acqua e dalla spuma argentea gli parve di vedere levarsi dei bagliori cangianti: subito sembravano due trote iridescenti, poi, no, due creature con testa di donna ma coda di pesce, no..ecco: erano due luminose ragazze. Pensò ad allucinazioni. E invece, no! Davanti ai suoi occhi presero forma due splendide fanciulle che cantavano in un modo difficile da descrivere. Voci angeliche. Una coppia di giovani donne dai lunghissimi capelli talmente chiari da sembrare fili di luce lunare, con una pelle quasi trasparente, magnifiche vesti intessute col brillìo delle onde e degli enormi occhi azzurri dalle mille sfumature; occhi maliardi, che potevano ipnotizzare per sempre un uomo.

glaisting

Spiriti? Sirene? Fate? ” Buonasera giovane amico, benvenuto sulle nostre acque, sei un gradito ospite. La tua musica ci ha risvegliato e la tua voce ci ha stupite. Siamo le fate del fiume, le fate gemelle, e siamo felici della tua compagnia”.

Grillo era rimasto immobile, non riusciva neppure a sbattere le palpebre, le due gemelle erano perfettamente identiche e parlavano all’unisono, come se fosse una voce unica. Una voce suadente e ammaliante, capace di stordirti.

Le due fate uscirono dal fiume e si sedettero accanto a Grillo instillando in lui la sensazione del sentimento d’amore, della passione che diventa presto vera e propria dipendenza. Grillo prese ad andare ogni notte in quel luogo, una sorta di rada ai piedi di una balza di roccia strapiombante, raggiungibile dopo aver superato campi in pendenza e un’enorme ghiaione. Grillo era convinto di amare smodatamente le due sorelle che, almeno lui lo credeva, sembravano ricambiarlo entrambe in ugual misura. Finalmente si sentiva apprezzato, lusingato, considerato!

Dopo alcune notti, però, le fate iniziarono a chiedere a Grillo prove del suo amore, pena l’abbandono e la maledizione di una vita raminga e senza affetto. Grillo senza esitazione si disse pronto a superare per loro qualsiasi prova.

“Molto bene. Allora per prima cosa portaci la trota più grossa e colorata che esiste in questo fiume. Ma attento, non è una trota qualsiasi: è una trota magica e colui che riuscirà a pescarla diventerà l’uomo più ricco al mondo!”.

Grillo si mise in marcia e perlustrò il fiume dalla sorgente alla foce, perlustrò ogni suo affluente e, alla fine, riuscì a stanare il grosso pesce nascosto sotto alcuni ripari di roccia, in un luogo di piscine naturali color verde smeraldo. Catturata la trota, tutto baldanzoso la portò alle fate aspettandosi grandi ricompense.

Ma le due, non soddisfatte, capricciose com’erano, chiesero a Grillo altre prove. Inizialmente vollero che portasse loro il più grande noce esistente nella valle, un noce capace di dare frutti tutto l’anno e dalla cui corteccia stillava un olio profumato, introvabile altrimenti.

Grillo girò in lungo e in largo, ma alla fine riuscì a trovarlo, cresciuto non si sa bene come quasi sull’orlo di un precipizio. Ci vollero ben 3 giorni per tagliarlo e trasportarlo fino a valle.

Ma le fate sirene non erano ancora soddisfatte e diventavano sempre più volubili.

Gli chiesero di catturare il grande stambecco bianco tricorno che viveva sulle vette dei monti. Grillo, comunque assai tenace e totalmente plagiato dalle fate, ci riuscì anche stavolta seppur dopo oltre un mese di ricerche e appostamenti.

Le due fate, che in fondo, ormai stufe, speravano solo di liberarsi di lui, gli chiesero quindi di costruire, in una sola notte, una torre possente ed altissima sull’orlo della ripida balza rocciosa che strapiombava sul fiume, proprio lì dove loro vivevano, perché volevano finalmente dimorare in un castello. Se non ci fosse riuscito, per lui sarebbe stata la fine!

Questa volta Grillo era disperato; il luogo era pressoché inaccessibile e lui non era per niente un bravo muratore: non ce l’avrebbe mai fatta!

Si sedette sulla riva del fiume e scoppiò a piangere disperato chiedendo al cielo che gli inviasse un aiuto, un segno…

Ad un certo punto notò un vortice al centro del fiume che diventava sempre più ampio e turbinoso; si sollevarono onde altissime ed una violenta raffica di vento scosse gli alberi. Grillo dovette tenersi ad una roccia per non cadere in acqua…

Ecco che dalle profondità del fiume si alzò un gigante: simile al dio Nettuno, si erse dall’acqua un uomo alto quasi tre metri, con la barba blu scura e i lunghi capelli bagnati simili a piante palustri. Indossava un corta tunica color dell’acqua e si appoggiava ad un bastone di legno tutto intagliato ancora più alto di lui.

“Grillo, anche tu, con la tua ingenuità e la voglia di arricchirti in fretta, sei caduto vittima di quelle due terribili fate sirene! Sono furbe e malvagie, e ti hanno fatto credere di amarti e di agire per il tuo bene, ma non è così! Sono qui per aiutarti. Ma dovrai obbedirmi ed eseguire i miei ordini, altrimenti sarà peggio per te!”.

Grillo, attonito ed incredulo, si mise subito al servizio di questo omone immenso che, in quella stessa notte, lo aiutò a costruire una torre solida e bellissima esattamente nel punto indicato dalle fate. Quando le due se ne accorsero, irritate, tentarono di penetrare nella torre per distruggerla, ma il gigante intervenne prontamente: le catturò in una rete incantata e le rinchiuse in un forziere magico.

Quindi il gigante aiutò Grillo a riportare al loro posto la trota magica, il grande noce e lo stambecco bianco dai tre corni. Grillo era sereno, finalmente si sentiva appagato dalle sue buone azioni. Il gigante era buono con lui e gli chiedeva di aiutarlo ad ingrandire sempre più la torre per farla diventare un castello vero e proprio. In più gli ordinò di iniziare a scolpire delle figure di legno molto particolari di cui lui gli dava i disegni: dovevano essere fatte esattamente in quel modo e, una volta realizzate, doveva lasciargliele fuori dalla porta della sua stanza privata.

Inizialmente Grillo obbedì senza alcun problema. Poi, però, la sua indole ribelle e curiosa, allergica alla monotonia, ricominciò a fare capolino in lui. Grillo si chiedeva come mai il gigante non voleva farlo entrare in quella stanza… chissà cosa nascondeva, chissà quali ricchezze vi conservava… e comunque non era giusto perché era lui l’abile intagliatore, era lui a scolpire quelle figure alla perfezione e non poteva nemmeno entrare ma restare come un cane fuori dalla porta!

Il gigante si accorse che Grillo stava cambiando. Aveva capito e decise di metterlo alla prova. Gli disse che da quella sera avrebbe potuto entrare nella sua stanza in sua assenza e lasciare le statuine sul tavolo.

Grillo era soddisfatto e lusingato di questa tanto attesa novità. Entrò e si ritrovò in una grande stanza… vuota! Sì, completamente vuota! Al centro un enorme tavolo e sopra di esso un forziere: un forziere gigante come il suo proprietario, magnifico, interamente rivestito di bizzarre figure ad altorilievo. Un vero capolavoro!

Per alcune sere Grillo si attenne ai patti: lasciava le sculture sul tavolo e se ne andava. Ma non c’era niente da fare; la sua natura curiosa e impicciona emerse ancora.

“Chissà cosa nasconde in quel forziere! Chissà quali splendidi tesori che vuole tenere solo per sé! Ed io che sono un bravo e zelante artigiano non vengo neppure pagato! Non è giusto! Devo aprire quel forziere!”.

Grillo provò a cercare la serratura, ma non ve ne era traccia! Possibile? Prese allora un grosso piede di porco e iniziò a forzare in corrispondenza del coperchio. Niente! Gettò il forziere a terra e tentò di romperlo con violenza. Ad un certo punto gli parve di udire delle voci provenire dall’interno della cassa. Voci a lui note… ma certo! Erano le fate del fiume!

“Grillo, Grillo, amato Grillo, per favore aiutaci! Il perfido gigante ci ha catturate e ci tiene segregate qui dentro dove è buio e fa freddo! Grillo, ripeti ciò che ti diciamo per tre volte, poi gira tre volte su te stesso e batti per tre volte a terra prima il piede sinistro poi il destro. Solo così il forziere magico si aprirà!”.

“Siamo sorelle, le fate gemelle, siam le più belle, luce di stelle. Siamo sirene e dal fiume proviene un potere incantato che il gigante ha rubato”.

Grillo obbedì e, finita la formula, improvvisamente tutto intorno a lui prese a girare, il forziere si aprì e …

… oltre alle due sirene, ne uscirono mostri, demoni, spiriti, esseri deformi e creature sconosciute. In un frastuono insopportabile, Grillo si trovò circondato da questi esseri mentre le due sorelle si prendevano gioco di lui ridendo a squarciagola. Il poveretto invocò l’aiuto del gigante. Una luce azzurra fortissima entrò dalle finestre e, nella sua immensità, apparve il gigante. Agitando il suo altissimo bastone intagliato ingaggiò una lotta con le sirene e le altre creature uscite dal forziere. Dopo scontri indescrivibili, per fortuna il gigante ebbe la meglio.

I mostri e le varie creature vennero trasformate in figure di legno e intrappolate per sempre sul soffitto della stanza che, successivamente, venne battezzata “Sala delle Teste”.

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Le due terribili fate sirene furono trasformate in dipinti e immobilizzate nei muri della cappella, sorvegliate in eterno dallo sguardo divino.

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E Grillo? Grillo venne punito per la sua intemperanza e, trasformato in un essere buffo e ridicolo, imprigionato anche lui nel muro della cappella, proprio in mezzo alle due fate sirene, la sua ossessione. Lì sconterà la sua pena col compito di proteggere quel luogo dal malocchio e dalle invidie.

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E il gigante? Lui prese dimora all’esterno della cappella, in modo da proteggere e controllare per sempre quel castello che, sapeva, sarebbe appartenuto per secoli ad una famiglia potente.

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Un castello fatato, insolito, apparentemente disordinato, ma che racchiudeva un fascino tutto particolare.

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Quel castello esiste ancora! E’ il castello Sarriod de La Tour a Saint-Pierre, in Valle d’Aosta. Sarete in grado di ritrovare Grillo, le fate, il gigante e i vari esseri usciti dal magico forziere?

Ringrazio l’amico Enrico Romanzi per la splendida foto che ho usato come copertina. Sarriod de La Tour visto dal basso, dal fiume, forse dal luogo dove vivevano le due fate sirene…

Stella

Montjovet. L’oscuro castello fantasma

Sin dai tempi più lontani quell’altura rocciosa si ergeva nel fondovalle, in origine bucando la coltre ghiacciata, poi dominando l’ampio letto del fiume circondato da estese paludi e acquitrini.

Sin da quando l’uomo iniziò ad abitare quelle terre, quell’altura era stata ritenuta sacra: nessuno vi poteva costruire! Soltanto i sacerdoti, i saggi druidi, potevano salirci percorrendo un ripido sentiero nascosto, segreto ai più, che si inerpicava sul versante illuminato dal sole.

Solo i saggi druidi, incaricati di scrutare il cielo, studiare le stelle e consultare gli dei.

E così effettivamente fu, per secoli; fino a che…

Fino a che, nelle epoche oscure, costellate di battaglie, inimicizie e acerrime rivalità tra le tante potenti famiglie locali, quell’altura non fu violata da un signore avido, perfido e incurante di ogni legge: il terribile Feidino De Mongioveto.

Quell’altura rocciosa, ripida e ben protetta, a picco sulla stretta gola del fiume, costituiva un punto di controllo assolutamente prezioso e strategico. Da lì Feidino poteva controllare tutti i transiti e i commerci della regione esigendo, così, dei salati pedaggi.

Pur essendo stato messo in guardia da molti, Feidino procedeva coi suoi progetti e, dopo aver acquartierato il grosso delle truppe nel piccolo borgo ai piedi di quella straordinaria torre naturale, chiamò i migliori architetti per realizzare la più grande e la più possente e inespugnabile fortezza che si fosse mai vista.

Ma non appena si diede inizio ai lavori incidendo la roccia sulla cime, innumerevoli segnali nefasti iniziarono a manifestarsi: tempeste, terribili esondazioni, frane, slavine… Le mura che venivano erette, nel giro di una notte crollavano.

Un giorno giunse da Feidino un anziano, abbigliato come un frate, con una lunga barba grigia ed uno strano bastone in mano. “Sire Feidino, te lo chiedo in nome degli dei della montagna, del cielo e del fiume: interrompi immediatamente i lavori in questo luogo o peggio sarà per te e per la tua discendenza!”.

“Chi sei vecchio menagramo?! Cosa vuoi? Soldi? Chi ti manda? Me ne infischio delle tue sciocche parole! Io non ho paura! Anzi, ti metterò a tacere per sempre! Guardie! Sbattetelo nelle segrete! Domani penserò a come liberarmi di questo stregone! Ah ah ah!!!”.

“Tu non sai ciò che fai Feidino! Io comunque mi chiamo Chenalio, non sono uno stregone, ma un sapiente. Del resto, cosa vuoi saperne tu dei nostri antenati? Scommetto che neppure conosci i sacri segni che da secoli sono incisi nelle rocce qui vicino… e con la tua superbia mai li troverai!”.

Le guardie gli si gettarono addosso, ma all’improvviso, in una spirale di denso fumo grigio, Chenalio svanì.

“Vecchio pazzo stregone! Avete visto tutti, no?! Era il demonio in persona!”.

E Feidino proseguì con la sua costruzione. Piogge infinite, smottamenti, incendi si ripeterono uno dopo l’altro, ma caparbiamente lui non mollava. Cercò anche di trovare le incisioni sulle rocce di cui Chenalio parlava ma non trovò mai nulla sfogando così la sua rabbia sui villaggi e sulle coltivazioni.

Ma da un luogo remoto sotto quelle rocce, il saggio Chenalio seguiva le vicende della nuova fortezza:” Povero Feidino. Ora dunque lascerò che tu finisca. Lascerò che tu raggiunga il potere cui ambisci…per poi toglierti tutto quando meno te l’aspetti! Da quel momento tutti i tuoi sforzi saranno resi vani e il tuo prezioso castello, pur continuando ad esistere, non sarà visibile a nessuno. A meno che…”

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

E fu così che Feidino riuscì ad ottenere ciò che voleva: tutti lo temevano, lo lusingavano, lo riempivano di doni pur di avere la sua protezione. Il suo castello era magnifico: dall’alto dominava sulla valle e, come un faro, si vedeva sin da molto lontano. Purtroppo però Feidino non smise di compiere malefatte e la sua fortezza divenne ben presto un luogo di terrore: si temevano le sue prigioni, da cui, una volta entrati, non si sarebbe più usciti vivi!

Ma col tempo, Feidino si ammalò; un morbo fino ad allora sconosciuto, impossibile da curare. Sua moglie, perfida quanto lui ma assai ricca, per questo motivo lo abbandonò; Feidino contagiò in poco tempo tutti coloro che gli rimasero vicini. Morì tra indicibili sofferenze e tutti i suoi sudditi con lui. Il castello cadde in rovina, nessuno voleva più avvicinarvisi; quasi si aveva paura persino ad alzare lo sguardo verso la torre, sempre più nera, buia e minacciosa. La fortezza di Feidino diede così origine a sinistre leggende; divenne un luogo maledetto, dove regnavano solo il silenzio e l’oscurità.

La gente della contrada vicina chiese che venisse costruita una chiesa nei pressi dell’altura affinché il male fosse allontanato.

Passarono anni, decenni, secoli.

L’oblio era infine calato sul castello di Feidino De Mongioveto, ormai ridotto in rovina, ad eccezione della torre che si ostinava a svettare sulla vallata, quasi a voler ricordare la triste fine di quel maledetto signore.

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Era una calda giornata estiva e un giovane archeologo da poco giunto nella valle stava percorrendo la Via Francigena per motivi di studio. Giunto nei pressi del castello, si trovò davanti ad un bivio privo di indicazioni. Dubbioso guardò la mappa ma continuava a non capire… quel bivio non era neppure segnalato! Ad un certo punto, dal folto di un giardino uscì un uomo: era in là con gli anni, aveva una folta barba grigia ed indossava una specie di saio lungo fino ai piedi. “Ti sei perso, ragazzo? A molti capita quando arrivano in questo luogo…”; “Effettivamente sì… da che parte vado per la Francigena?”.

“Ah, la Francigena…certo…pensavo cercassi il sentiero segreto che conduce al castello abbandonato…”, rispose il vecchio guardando il giovane con la coda dell’occhio, ben sapendo che ne avrebbe solleticato la curiosità.

“Castello abbandonato?!! Ma… come… a quale castello si riferisce? No, no.. ora voglio andarci! Sa, sono un archeologo…anzi, piacere, mi chiamo Gabriele!”. “E’ un piacere conoscerti, Gabriele. Credo tu sia la persona più adatta per salire al castello… di qua, non esitare!”.

Gabriele si incamminò, poi quasi subito si voltò per ringraziare quello strano individuo, ma non c’era più!

Il sentiero era abbastanza impervio, ripido, a volte paurosamente affacciato sul vuoto! Giunse nei pressi di quello che doveva essere un arco d’accesso nella cinta ed entrò. Iniziò a scattare foto e a prendere appunti sul taccuino che portava sempre con sé; quindi, al tramonto, tornò sui suoi passi e fece ritorno a casa. Pieno di entusiasmo si precipitò al computer per scaricare le foto: “Ma … no…no! Ma, come … non ce n’è nemmeno una!! Ma cos’è successo? Tutte bianche… che diamine! Maledetto cellulare!”. Prese allora il taccuino, ma…. I suoi appunti erano completamente spariti! Gabriele rimase senza parole; passò la notte facendo ricerche su quel maniero, ma non trovò molto. Appena fu giorno decise di farvi ritorno.

Giunto al bivio imboccò senza esitazione il sentiero del giorno precedente; tuttavia, mano a mano che procedeva, il cammino si faceva sempre più impervio e scivoloso, la vegetazione molto più fitta di come la ricordava e improvvise spaventose sporgenze. Per arrivare al castello gli ci volle l’intera giornata; “Ma com’è possibile? Ieri ci ho messo un’oretta…”, rimuginava Gabriele, sfinito ma non rassegnato. Giunse in vista delle mura che era già il tramonto. Ad un tratto si sentì chiamare: “Sei tornato, eh? Ce ne hai messo di tempo!”. Il vecchio barbuto vestito da monaco apparse dal nulla, avvolto da una luce verde.

“Ma si può sapere chi sei? Mi stavi aspettando?” chiese il giovane archeologo non senza paura.

Il vecchio si avvicinò; sul volto una specie di ghigno. Estrasse dal saio un sacchetto di velluto nero e lo svuotò su una roccia; ne uscì una ventina di pietre colorate e luminose simili a dadi. “Ma che razza di dadi sono’ Quante facce hanno?!”, Gabriele era disorientato.

“Sù, non perdere tempo. Fai il tuo tiro!”, esclamò il vecchio.

Gabriele li prese e li tirò. “Fermo! Non stare al suo gioco giovane archeologo! O cadrai nel suo malvagio incantesimo! Lo stesso che ha portato alla rovina questo luogo e il suo antico proprietario!”.

Gabriele si voltò di scatto: un altro vecchio identico al primo col medesimo abbigliamento se ne stava dritto in piedi accanto a lui brandendo un bastone con una gemma rossa in cima.

“Io sono il saggio Chenalio, protettore del luogo e delle sacre incisioni che disegnano la grande roccia non lontano da qui. Lui è il mio gemello: Rodo. E’ uno stregone malvagio. Quando era il suo tempo ha usato male le sue doti e ha fatto cadere in mano al feroce Feidino questo luogo! E ancora tormenta questa altura impedendo che venga purificata!”.

“E cosa volete da me? Sono un archeologo, non un guerriero!”.

“Certo”, disse il malvagio Rodo, “proprio perché sei archeologo puoi aiutarmi a ricostruire correttamente il castello e a trovare la sala del potere!”.

“Tu hai l’intelligenza e la pura conoscenza, Gabriele”, disse Chenalio, “solo tu puoi individuare quella sala. Feidino la fece costruire in un luogo segreto del castello, inavvicinabile senza il suo nulla osta. Ma ora che il castello è distrutto, forse la tua capacità di leggere le rovine e le loro fasi, potrà aiutarci. Poi starà a me impadronirmi di quella sala prima di mio fratello!”.

Gabriele era esterrefatto, ma quella sfida lo incuriosiva! Dopotutto lui aveva sempre amato i giochi di ruolo.

Fu una notte lunghissima, passata a perlustrare le creste dei muri, i brandelli di pareti ancora in piedi, le porte, le finestre, i merli, le sopraelevazioni. Da una parte Chenalio che lo guidava con la luce del suo bastone. Dall’altra il truce Rodo, pronto a sferrare il suo attacco non appena venisse trovata quella sala.

Ore ed ore, ma niente. Gabriele era riuscito ad isolare il corpo di fabbrica residenziale, ma nulla lasciava supporre la presenza di una simile sala.

Poi, all’improvviso, la terra sotto i suoi piedi cedette: si aprì una voragine e Gabriele vi precipitò.

La cosa strana era che là sotto i poteri dei due gemelli erano vani… Gabriele, incolume, si guardò intorno: il buio venne lentamente illuminato da fiammelle azzurre che vagavano a mezz’aria. Aguzzò la vista: si trovava al centro di un salone vastissimo, con due file di seggi splendidamente intagliati ai lati ed uno scranno più alto sul fondo. Si avvicinò al posto d’onore ed una fiammella si posò sul sedile. Gabriele si accorse che il sedile era a coperchio: lo alzò e…

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figure-di-pendagli-ad-occhiale-dell’età-del-Rame-sulla-prima-roccia-incisa-di-chenal (da ResearchGate.net)

al suo interno era custodita una tavola di pietra verde levigata con una coppia di incisioni a cerchi concentrici. La prese.

In quel preciso istante la voce possente di Chenalio rimbombò nella sala: “Grandioso! L’hai trovata! Feidino le aveva rubate con l’aiuto di Rodo per impossessarsi del potere! Ora finalmente una mente pura votata alla scoperta l’ha ritrovata! Il potere delle sacre incisioni è salvo!”. Chenalio si avvicinò, prese la tavola e la alzò al cielo. “Ora meriti una ricompensa. Usciamo da qui, e vedrai!”.

Tornato in superficie Gabriele si ritrovò ai piedi della torre. Il castello era … perfetto! Era esattamente come appena costruito. La cinta, gli edifici, le scuderie… Gabriele non poteva credere ai suoi occhi e girava come impazzito.

Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo - LYTD11)
Il castello di Saint-Germain a Montjovet (Foto di Emi Dattolo – LYTD11)

“Questa visione è solo per te. Solo tu puoi vedere il castello fatto e finito, ma sappi che non ti è permesso riprodurlo, scriverne o parlarne. Non appena te ne sarai andato, infatti, tutto tornerà come prima. Solo di notte la luce illuminerà questo luogo incredibile perché di notte, con le tenebre, il sentiero non è percorribile, quindi nessuno vi si può avvicinare. E qualora vi riuscisse, tante sono le trappole e le cavità nascoste in cui potrebbe cadere in trappola!

La tavola delle incisioni tornerà al suo posto, sotto la sacra roccia di Chenal, dove finalmente anch’io potrò ritirarmi e trovare pace.”

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la-prima-roccia-incisa-di-chenal-foto-a-arcaro

“E Rodo?”, chiese Gabriele, frastornato da tutti quegli eventi; “Rodo ha avuto la fine chi si meritava”, rispose Chenalio, “nel momento in cui tu hai sollevato la tavola di pietra, la sua stessa magia gli si è ritorta contro e lo ha scagliato dalla parte opposta della gola, per sempre ancorato ad un masso pericolante sul ciglio del baratro”.

“Ma è ora che tu vada. Il sole sta per sorgere e le luci devono spegnersi. I fuochi azzurri ti accompagneranno rapidamente alla tua auto”, e detto questo, il vecchio Chenalio sparì.

In men che non si dica Gabriele era al parcheggio.

Driiiiiiiinnnn, driiiiiinnnnn la sveglia sembrava impazzita. Gabriele aprì gli occhi ancora impastati di sonno… “Ma che diavolo… ma…come…?”. Il giovane archeologo si guardò attorno: la sua stanza, la giacca, lo zaino… “ma, quindi, era tutto un sogno?”. Forse sì, forse no!

Stella

Questo racconto, un pò più lungo e articolato, vuole rendere omaggio all’affascinante e misterioso castello di Saint Germain a Montjovet. Un sito tanto visibile quanto non sufficientemente conosciuto e ancor meno valorizzato.

Anche il nome del malvagio Rodo trova eco in quello del villaggio abbandonato di Rodoz, appunto, situato sul versante opposto della gola di Montjovet.

E protagonista il mio grande Amico, nonché Archeologo (entrambi con la A maiuscola) Gabriele Sartorio!

Castello di Fénis. Lo stregone mutaforma e il bosco degli inganni

Un’altra splendida giornata di sole illuminava la verde valle Baltea. Era già autunno inoltrato, ma quell’inizio di novembre aveva tutto il sapore di un gradevole strascico d’estate. Il grande fiume, gonfio e rumoroso, solcava fiero la distesa di campi e prati nel suo lungo viaggio verso le ampie pianure. Gli uomini erano felici e il piccolo borgo rumoreggiava di vita e feste campestri.

Ma purtroppo quella felicità era destinata ad interrompersi assai presto. Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere…

Alcune notti prima, sulle vette ricoperte di roccia e neve, un malvagio signore assetato di potere aveva usato il suo sapere e le sue conoscenze per appropriarsi di una magia potentissima e da lungo tempo dimenticata: la magia oscura delle comete a otto punte.

Quel perfido signore, nel suo rifugio perso tra i ghiacci, aspettava solo la notte giusta, la notte in cui sopra quelle montagne sarebbe passata la magica cometa capace, se imprigionata, di dare un potere immenso, di dare la quasi totale invulnerabilità.

Eccola, finalmente! La volta celeste, prima nera ed impenetrabile, improvvisamente rifulse di bagliori dorati, di fiamme e di lunghe scie di polvere di stelle.

“Eccola! Sei qui! Ora sarai mia!”. Il malvagio signore raggiunse un picco di roccia e da lì, urlando un’antica formula, aprì il suo immenso mantello nero e si gettò nel vuoto al passare della cometa.

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Un fulmine di fuoco squarciò le tenebre. Un boato riecheggiò nella valle. Il grande astro a otto punte si gonfiò e si rimpicciolì; divenne una spirale, poi una specie di labirinto pentagonale fino a diventare un punto brillante all’orizzonte. La potente cometa era stata catturata. Un falco, con una stella d’oro al collo, volteggiava riempiendo il buio di acute e ripetute strida.

Era Kymarion, signore delle tenebre e delle nebbie, terribile e crudele mutaforma la cui magia ingannava gli uomini e li rendeva suoi schiavi facendoli cadere nell’oblio.

Da quel momento la valle venne avvolta da una fitta, fredda e nera coltre di nubi; Kymarion volava sulle terre e sui villaggi cambiando il suo aspetto a seconda di chi incontrava. Egli, infatti, era in grado di capire immediatamente quale fosse il più grande sogno o desiderio di una persona; lo incarnava e così attirava il malcapitato nelle spire risucchiandone la linfa vitale per sempre. E la sua forza aumentava giorno dopo giorno. Uomini, ma anche animali e vegetali: Kymarion poteva annientare tutto e di ogni cosa assumere la forma. Poteva anche trasformarsi in esseri mostruosi, in creature generate dagli incubi o dalle paure…

La valle si trasformò ben presto in un luogo tetro e desolato, battita da una pioggia ioncessante che poteva solo diventare neve, ghiaccio, fango.

Kymarion alla fine placò il suo volo scegliendo un luogo dove fissare la sua dimora. Era quello in origine un posto bellissimo, dove ampi prati scendevano dolcemente verso il fiume. Lì, circondata da fiori e meleti, sorgeva un’antica torre merlata di brillante cristallo cinta da altissime mura che, si diceva, fosse la dimora dei Saggi e dei Sapienti.

La lotta fu terribile e, ahimé, la furia diabolica di Kymarion ebbe la meglio. Gli abitanti del vicino villaggio vivevano nel terrore e nella diffidenza; avevano paura di tutto, ogni cosa o persona poteva, in realtà, essere Kymarion.

La dimora turrita dei Saggi venne trasformata in un palazzo oscuro, inespugnabile, circondato da un bosco stregato abitato da sinistre presenze, spiriti maligni, fantasmi spaventosi… Una vera cortina di alberi neri dai rami intricatissimi e dalle grosse radici da cui la nebbia non scompariva mai.

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I poveretti che per caso vi si avventuravano, ignari, credendo di vedere un loro caro, un parente, un amico, oppure il loro bestiame o ancora pentole colme d’oro e gioielli, vi si addentravano senza farne mai più ritorno.Uomini, donne, persino bambini: Kymarion non faceva preferenze… tutti gli servivano per nutrirsi e aumentare il suo potere.

Qualcuno aveva tentato di ucciderlo, ma questo era un errore! Kymarion era invulnerabile grazie al suo potente talismano: la stella d’oro a otto punte da cui non si separava mai, qualsiasi forma prendesse! Fino a che…

Un giorno giunse alla locanda del villaggio un giovane soldato. Veniva da nord, da molto lontano, da una grande isola oltre il mare. Disse di chiamarsi Giorgio. Era molto bello, Giorgio, dai folti capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare. Dopo dolorosi fatti di sangue che lo avevano coinvolto, aveva deciso di partire per ritrovare se stesso, per ritrovare la pace, per redimersi. Per questo motivo si era messo in viaggio affrontando un percorso lungo e assai pericoloso che, se Dio avesse voluto, lo avrebbe portato fino a Roma, se non addirittura fino a Gerusalemme: questo cammino era chiamato Via Francigena.

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Dopo aver oltrepassato con grande fatica l’alto valico Pennino si rifocillò fortunatamente nell’ospizio voluto dal saggio Bernardo, uomo santo e coraggioso che aveva sconfitto l’essere oscuro che infestava quei monti tempo addietro.

Giunto nella piana, dopo alcune ore di marcia, venne bloccato da una terribile tempesta di grandine, proprio nei pressi del villaggio vicino al bosco infestato. Ma Giorgio non lo sapeva.

Entrato nella locanda, subito ebbe tutti gli occhi addosso e l’oste lo redarguì, invitandolo a partire l’indomani stesso. Altri gli spiegarono per filo e per segno che quello era un luogo maledetto, gli dissero del bosco “mangia-uomini”, del palazzo nero e di Kymarion.

Giorgio non riuscì a chiudere occhio. Quei racconti lo avevano turbato, eppure c’era qualcosa che gli diceva di non partire, di restare lì, che avrebbe potuto fare qualcosa per quelle brave persone, anche se non sapeva come…

La mattina dopo la tempesta era cessata; un freddo pungente avvolgeva la valle e la nebbia bassa si infilava tra gli alberi e le case. Stava per uscire quando venne chiamato da qualcuno. Si guardò attorno e subito non vide nessuno. La sala sembrava vuota.. “Sei tu Giorgio, il cavaliere pellegrino?”. Giorgio notò allora una figura: un uomo, avvolto in un pesante pastrano grigio e con uno strano copricapo a cono, se ne stava seduto in un angolo e lo guardava.

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Giorgio, sulla difensiva, si avvicinò. L’uomo aveva una lunga barba rossiccia, capelli crespi dello stesso colore e penetranti occhi chiari, quasi color ghiaccio. “Ti aspettavo, cavaliere”, gli disse.

“Ma, ci conosciamo forse? Chi sei?”, chiese Giorgio. “Ora mi conoscerai, cavaliere. L’importante è che tu ti sieda e ascolti quanto ho da dirti!”, sentenziò l’uomo dal cappello a cono.

“Devi sapere che io, e i miei antenati prima di me, viviamo in questo luogo da sempre e per secoli lo abbiamo protetto. Purtroppo l’arrivo del malvagio Kymarion, uno stregone-guerriero, un abile ed imprevedibile mutaforma, un ingannatore senza scrupoli, ci ha colto di sorpresa! Nulla abbiamo potuto perché il suo potere deriva dalla grande cometa a otto punte che lui ha imprigionato in un talismano che tiene sempre al collo! Si è impossessato della nostra dimora e l’ha protetta circondandola con un bosco stregato i cui incantesimi annullano le volontà umane. Kymarion sa agire anche sull’inconscio, penetra nei pensieri, nei sogni, nei desideri… sa illudere, sa incantare e così attira a sé gli uomini… per sempre! Quella che era la torre della saggezza e della sapienza, è diventata la triste dimora del maligno… Ma tu puoi aiutarmi! Le profezie della fata Everda me lo avevano indicato. E io ti stavo aspettando!”.

Giorgio aveva ascoltato ogni parola con estrema attenzione. Era allibito, frastornato… Ma chi era costui? Un povero pazzo? Un visionario? Un mago? Lui non sapeva cosa pensare, eppure… eppure c’era qualcosa nello sguardo fermo e limpido di quell’uomo che lo aveva convinto a dargli ascolto! Tanto, pensò, non aveva nulla da perdere!

“Ma almeno mi dici il tuo nome?”, chiese Giorgio. L’uomo lo guardò e rispose “Non ancora, lo saprai al momento opportuno! Ora seguimi, come prima cosa dobbiamo consultare nuovamente la fata delle acque smeraldine”.

Giorgio, interrogativo e perplesso decise comunque di seguirlo e aiutarlo in questa assurda vicenda. Nel bardare il cavallo, il suo sguardo venne attratto da una bellissima fanciulla bionda che stava attingendo acqua al pozzo. La poveretta era intirizzita dal freddo, aveva le mani congelate e non riusciva a tirare sù il secchio. Ci stava impiegando troppo tempo e perciò venne sgridata dal suo padrone che la trattò malissimo lì, davanti a tutti. Giorgio non esitò e intervenne in sua difesa. La giovane, imbarazzata, lo ringraziò; i loro occhi si incrociarono e fu subito amore. La fanciulla dai grandi occhi nocciola aveva rapito il suo cuore e, di ritorno, l’avrebbe cercata per portarla via con sé.

“Allora ragazzo, ti ci vuole ancora molto?!”. L’uomo “senza nome” lo stava richiamando all’ordine con insistenza. Giorgio saltò in sella e i due partirono verso la grotta delle acque smeraldine per consultare la fata Everda. Entrati in un fitto bosco verde-oro, dove il freddo non c’era e la natura sembrava immune ai malefici di Kymarion, Giorgio notò con grande stupore che le acque del torrente erano di un turchese talmente brillante da sembrare finto e che le rocce tutt’intorno erano di colore viola! Ma che strano posto era mai quello? Tuttavia era pervaso da una piacevole sensazione di serenità.

Giunsero infine davanti ad un anfratto che si apriva nella roccia dal quale usciva l’acqua. L’uomo “senza nome” lo invitò a seguirlo e i due entrarono nella grotta camminando nel torrente. Il sentiero si faceva sempre più buio, rischiarato solo dal riverbero dell’acqua. Poi l’uomo “senza nome” si fermò in corrispondenza di uno slargo dove l’acqua formava una specie di piscina.

“Mostrati splendida e saggia Everda! Ti invochiamo. Abbiamo bisogno del tuo aiuto e dei tuoi consigli!”. L’uomo “senza nome”, sempre stretto nel suo pesante mantello grigio, evocò la fata che, in un abbagliante chiarore color smeraldo, sorse dalle acque e si offrì ai loro occhi.

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“Oh cavaliere pellegrino, Giorgio, giunto qui da terre remote, che tu sia il benvenuto. Ti stavamo aspettando. Solo insieme a te sarà possibile scacciare Kymarion, vero Fenisio?!, disse la fata guardando l’uomo dalla barba rossa.

“Fenisio, allora è questo il tuo nome?!”, esordì Giorgio. L’uomo lo guardò:”Sì, Giorgio. La mia stirpe deve tornare in possesso del palazzo e di queste terre, altrimenti la rovina dilagherà!”.

“Bene valoroso Giorgio. Ora segui attentamente le mie indicazioni, o per te, come per molti prima di te, sarà la fine! Sulle sponde del mio torrente smeraldino nasce un’erba: è molto speciale! I suoi fiori sono piccoli e viola; trovala, raccogline cinque steli e portali con te! Appena prima di entrare nel bosco incantato che circonda il castello di Kymarion, mangiala! E’ l’erba-bussola! Grazie a lei saprai vedere tra le nebbie, saprai trovare il giusto percorso e, soprattutto, saprai resistere alle allucinazioni e alle visioni che creerà lo stregone mutaforma!”.

Dette queste parole, la fata Everda si inabissò.

Giorgio e Fenisio non persero tempo. Raccolsero i cinque steli (“uno per ogni lato delle mura”, gli spiegò Fenisio) e si diressero verso il bosco stregato.

Già nei pressi la natura era assai diversa; il paesaggio era nudo, brullo, bruciato dal freddo e divorato dal ghiaccio. Una densa cortina di nebbia si parò improvvisamente davanti a loro. Per un attimo Giorgio ebbe paura e lo sfiorò l’idea di rinunciare. Ma Fenisio capì i suoi dubbi, si avvicinò e, abbracciandolo come un padre, lo incoraggiò.

“Giorgio, io da solo non posso entrare… ho bisogno di te! Non avere timore; io sono al tuo fianco. La fata Everda ci sostiene e ci proteggerà. Tu devi solo magiare l’erba-bussola. Stai saldo, mi raccomando, perché Kymarion proverà ad incantarti non appena metterai piede nel bosco!”.

L’erba-bussola aveva uno strano sapore, come di aceto… Giorgio però, anche se disgustato, la mangiò. Subito gli sembrò che lo strozzasse, ma poi… poi i suoi occhi si aprirono e, come un gatto, si accorse che poteva vedere distintamente nelle ombre e nella nebbia. Davanti a lui si illuminò un vero e proprio sentiero che si infilava nella boscaglia.

Fenisio si levò il cappello a cono dal quale uscì un fascio di luce. “E’ la luce della Sapienza, Giorgio. Ci aiuterà a vincere e riconoscere le illusioni maligne”.

E le illusioni non tardarono ad arrivare. Forzieri colmi di ricchezze. Armature brillanti. Cibo in straordinaria quantità. Persino la visione di Roma e di Gerusalemme. Nulla! Su Giorgio non avevano effetto! Fino a che Kymarion non gli si presentò nelle vesti della splendida fanciulla vista al pozzo. Sembrava lei… era lei! E gli chiedeva aiuto perché si era persa e aveva paura. Ma Fenisio gli gridò “Giorgio! Guarda i suoi occhi! I suoi occhi!!”

Giorgio si sforzò di scrutare quel volto e si rese conto che gli occhi erano rossi, ardenti come dei bracer! Non erano i dolci occhi nocciola che ricordava! Si scagliò quindi contro la finta ragazza urlando a pieni polmoni e agitando la spada!

Kymarion allora, vistosi scoperto, si trasformò in tutti i peggiori e più orripilanti mostri mai esistiti. Ma Fenisio parlava a Giorgio”Non mollare! Sono solo illusioni, Giorgio! E’ il buio della mente che genera questi mostri! Coraggio! Non sono veri!”.

Fenisio aveva ragione. Giorgio si ricordò anche di un altro importante consiglio: non bisognava assolutamente uccidere Kymarion colpendolo a morte con un’arma perché era invulnerabile. Per annientarlo occorreva impossessarsi del talismano, della stella a otto punte!

Kymarion infine si trasformò in un drago gigantesco, terribile: sputava fuoco e braci ardenti e con la lunga coda squamata sferrava colpi violentissimi.

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Giorgio gli si avvicinò e, con coraggio e intelligenza, a sangue freddo, riuscì con la punta della spada a spezzare la catena che reggeva il talismano e che il drago portava al collo. Kymarion, nel trasformarsi in questa terribile bestia, aveva dimenticato di coprire l’amuleto con qualche artificio e lo aveva lasciato bene in vista. Un errore che gli costò caro!

Non appena Giorgio gli ebbe sfilato la stella, il drago cominciò a contorcersi e a ripiegarsi su se stesso. La terribile creature assunse decine di forme diverse fino a tornare ad essere Kymarion. Lo stregone urlava e si dimenava furiosamente finché iniziò ad infuocarsi ed incenerirsi.

Dopo un ultimo lampo accompagnato da un assordante boato, di Kymarion non restò che un mucchietto di cenere.

Di colpo la nebbia si dissolse, la luce squarciò l’oscurità e il nero palazzo tornò ad essere un magnifico castello cinto su cinque lati da alte mura merlate. Il bosco incantato svanì lasciando il posto a prati baciati dal sole.

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Fenisio fece cenno a Giorgio di seguirlo. Superate due cortine di mura, accedettero in un cortile splendidamente decorato, cuore del castello. Lì Fenisio aprì finalmente il suo mantello: apparve una ricca decorazione multicolore a rombi che rivestiva tutte le pareti.

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“Grazie nobile Giorgio. Hai eliminato il drago stregone e ci hai restituito la nostra dimora. Il tuo ricordo rimarrà impresso nei secoli e il tuo atto di coraggio verrà raffigurato qui, nel nostro castello”.

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Uno straordinario affresco apparve proprio in cima allo scalone principale. Giorgio il cavaliere, il drago e la dolce fanciulla, che poi Giorgio portò davvero via con sé.

Dette queste parole, Fenisio si fece spirito e la sua immagine si impresse su una parete del piano nobile, insieme a quelle dei suoi antenati, dei Saggi e dei Sapienti protettori del palazzo.

E il magico talismano?

Una voce portata dal vento disse: ” Là dove la luce accede e il volto di Giorgio si vede, dove la fluida geometria verso settentrione invita, un astro di pietra a otto punte addita“.

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Provate anche voi, dunque, muovendovi sulle orme del prode Giorgio, ad entrare nel magico castello di Fénis e, una volta entrati, a ritrovarvi l’affresco di Giorgio che uccide il drago, l’enigmatico volto di Fenisio e, infine, il magico amuleto: un’antica cometa dall’immenso potere, una misteriosa stella a otto punte, impressa per sempre nella pietra, nel cuore della nobile dimora…cercatela!

Stella

Anche per questo racconto, un grande GRAZIE all’amico fotografo Enrico Romanzi per la suggestiva immagine di copertina.

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Immergersi nel MAR di Aosta … e scoprire oltre 5000 anni di storia!

Siete ad Aosta e vi propongono di andare al…MAR?! Tranquilli, non è uno scherzo: si tratta del Museo Archeologico Regionale, un vero scrigno di tesori e conoscenze inaugurato il 15 ottobre del 2004.

LA SEDE

Racchiuso nell’elegante sede della ex Caserma Challant, creata in epoca napoleonica dal precedente complesso monastico delle suore Visitandine, insediatesi qui nel XVII secolo, è questo un edificio che sorge in un luogo significativo: al di sotto dell’attuale piazza Roncas, infatti, si celano i resti della Porta Principalis Sinistra, cioè la porta di epoca romana che si apriva sul lato nord delle mura. Nel sottosuolo del Museo è inoltre possibile apprezzarne le vestigia, recentemente oggetto di un accurato intervento di valorizzazione e musealizzazione. Illuminati in arancione tutti i resti di epoca romana; in bianco le murature cronologicamente successive. E si scopre, già scendendo, il prospetto orientale della torre est di questa porta urbica; da lì, come in una sorta di suggestivo labirinto, ci si inoltra tra le mura illuminate; dalla penombra riemergono le testimonianze di antichi monumenti oggi non più visibili, come le fondazioni di un grande corpo confomato a cavea che doveva chiudere, in maniera davvero scenografica, il lato nord del complesso forense, innalzandosi alle spalle della terrazza sacra già circondata dalla porticus triplex impostata sul sottostante criptoportico.

ENTRIAMO…

Il luminoso corridoio di accesso vi farà cominciare la visita dalla sala dedicata al collezionismo: cosa ti fa venire voglia di iniziare una collezione? Qui avrete modo di vedere anche degli oggetti “insoliti”…che ci fanno delle tavolette sumere e delle formelle africane in Valle d’Aosta? Venite e lo scoprirete!

DALLA PREISTORIA…

Si prosegue con la Sala della Preistoria e Protostoria: resterete affascinati dalle magnifiche stele antropomorfe del III millennio a.C. provenienti dall’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans! Le stele sono delle enormi lastre di pietra sagomate a forma di figura umana: queste rievocano, in forma stilizzata, un corpo sormontato da una testa e la superficie presenta delle incisioni che riproducono elementi dell’abbigliamento e ornamenti. Antenati? Eroi? Divinità?

Conoscerete i Salassi, ovvero la popolazione celto-ligure che abitava queste montagne già secoli prima della conquista da parte dei Romani; li conoscerete attraverso oggetti come vasi, suppellettili e gioielli (splendide le armille in pietra ollare o in bronzo), ma anche grazie ad iscrizioni di epoca romana e a monete.

… ALL’EPOCA ROMANA E OLTRE

Proseguendo entrerete nella Sala del Plastico dove potrete immaginare di sorvolare sull’antica città romana di Augusta Praetoria Salassorum divertendovi ad individuare i monumenti che già conoscete o a scoprirne di ignoti. Il vostro percorso di scoperta sarà corredato inoltre da video, da ricostruzioni in scala 1:1 di botteghe artigiane o atelier di scultori e da particolari esperienze tattili grazie alle riproduzioni degli oggetti esposti.

La progressiva scoperta della città avverrà attraverso gli oggetti ritrovati nelle tombe in decenni di scavi e ricerche: dalle urne alle lucerne, dai gioielli alle pedine da gioco fino alle decorazioni in osso di uno straordinario letto funebre.

La Sala delle Epigrafi vi farà conoscere qualcuno degli antichi abitanti della città romana e, dai loro nomi, talvolta esotici o “barbari”, potrete capire come l’antica Augusta Praetoria fosse un vivace centro multietnico!

La suggestiva Sala dei Culti vi condurrà al cospetto delle divinità maggiormente testimoniate su queste vette: domina Giove, mirabilmente rappresentato da uno splendido busto in argento ritrovato al colle del Piccolo San Bernardo. Nella stessa sala, sin da lontano, noterete il magnifico balteo in bronzo (“balteo”= pettorale da parata per cavallo, in tal caso appartenente ad una statua equestre) decorato da una concitata scena di battaglia tra Romani e Barbari ad altissimo rilievo con parti a tutto tondo, databile tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio di quello successivo.

E poi la vita quotidiana, domestica. Com’erano le case a quel tempo? Com’erano arredate? Cosa si mangiava? E le terme? A tutte queste curiosità il MAR saprà darvi una risposta.

Il giro si conclude con un assaggio dell’Aosta paleocristiana e altomedievale, in una sala dominata da un meraviglioso ambone marmoreo decorato da animali araldicamente affrontati, risalente all’VIII secolo d.C. e ritrovato durante scavi condotti in Cattedrale. Interessanti i due speroni e la spada rinvenuti nella tomba di un cavaliere sepolto nella chiesa dei SS. Pietro e Orso nel XIV sec. d.C.; infine, tra i corredi funerari notiamo alcuni graziosi monili femminili, tra cui spiccano due finissime fibbie burgunde.

E non finisce qui. Gli appassionati di monete non potranno perdersi la Collezione Numismatica Pautasso, ricca di ben 720 monete tra le quali spiccano quelle celtiche e preromane.

E si finisce con l’ultima “new entry”: la sala della Collezione Carugo, con reperti della civiltà etrusca, dell’Antico Egitto e della Mesopotamia. Un piccolo “cameo” per gli amanti del Vicino Oriente allestito come fosse uno studiolo, in base al concept della “casa-museo”.

Anche il MAR di Aosta si affaccia sul Mediterraneo!

Un museo non grande ma molto ben curato e strategicamente allestito, a ingresso gratuito, dove viaggiare indietro nei millenni e conoscere la lunga e densa storia di queste montagne, di questa regione di confine piccola ma cruciale, luogo di transito e di scambio per popoli e culture al di qua e al di là delle Alpi. Se ne volete un primo assaggio, cominciate con la visita virtuale!

Stella

Castello di Quart. Il grande Orso e le nove profezie dell’albero secco

In epoche remote la valle Baltea era abitata da coraggiose e tenaci stirpi di uomini capaci di muoversi con agilità sulle rocce e sul ghiaccio, nei boschi e nelle paludi, percorrendo le montagne con sicurezza sia di giorno che durante la notte, tanto in estate quanto in inverno.

La più forte di queste stirpi era quella della gente del Grande Orso che occupava gran parte dei pendii affacciati sul fondovalle estendendo il suo controllo fino agli alti valichi verso nord.

Per secoli il potere di questo clan rimase intatto e il Grande Orso fu considerato un animale sacro, venerato, fiero simbolo di valore e nobiltà.

Ma seguì, ahimè, un tempo, in cui la valle degli Orsi venne invasa da uomini venuti da lontano, da sconosciute terre del sud. Uomini che conoscevano assai bene l’arte della guerra, uomini organizzati in eserciti compatti ed invincibili. Gli Orsi tentarono di opporre resistenza usando, invece, la sola arma che conoscevano oltre all’astuzia: la natura!

Ma dopo lunghe ed estenuanti rappresaglie, nulla poterono contro la strategia di questi scaltri soldati e dovettero, in molti, ritirarsi sempre più nel cuore dei monti, cercando riparo nei boschi più fitti e nel ventre di oscure caverne.

Altri secoli passarono in cui gli uomini venuti da quella lontana potente città chiamata Roma vissero nel cuore sacro della valle Baltea costruendo strade, ponti, acquedotti ed edifici sfarzosi mai visti prima.

Ma tutto, prima o poi, ha una fine. Il potere può trasformarsi in rovina se male amministrato. La splendida città eretta dove la Dora si unisce al Bautegio venne assalita da orde di barbari senza scrupoli. I suoi palazzi e le sue mura caddero in un impietoso e progressivo degrado. Gli abitanti si davano alla fuga, cercando salvezza sia dalle feroci scorribande di genti straniere, sia da un clima che si faceva sempre più rigido ed ostile.

Gli uomini se ne andarono e la città, ridotta ad un accumulo di macerie e di vuoti edifici invasi da erbe e semisommersi dal fango depositato da frequenti tremende alluvioni, restò abbandonata diventando il fantasma di se stessa.

Fu in quel momento che gli Orsi decisero di tornare. Scesero dai loro rifugi nascosti tra le rocce e poco a poco si stabilirono tra le antiche mura deserte. Il Grande Orso si acquartierò dove le mura erano più possenti e maestose, ricavando la sua vasta tana sotto enormi arcate.

Ma da lontano, da un luogo oltre le montagne, un grande Re decise che quelle terre dovevano essere sue. Gli esploratori però lo misero in guardia: ”Sire, quella terra è infestata da gruppi di orsi feroci. Non è possibile avvicinarsi!”.

“Orsi?! Ma non fatemi ridere! Emanate un appello a tutte le nobili stirpi del regno: chi riuscirà per primo a sconfiggere quelle bestiacce e a scacciarli, diventerà mio vassallo d’onore aggiudicandosi quel feudo!”.

In molti tentarono l’impresa; quasi nessuno fece ritorno… Fino a che…

Durante l’ennesimo attacco al clan degli Orsi, un giovane di nome Jacques, partito al seguito di un ambizioso signore, non si trovò per caso ad assistere ad una scena destinata a cambiare il corso della sua vita.

Il suo signore, urlando e brandendo lo spadone si avventò su un’orsa femmina che gli si gettò addosso a sua volta con tutte le sue forze; rimasero uccisi entrambi. Ma fu Jacques a trovare, nascosto, ferito e tremante dietro il corpo della madre, un cucciolo, un orsetto spaventato che lo fissava, nonostante la paura, con quel po’ di coraggio che ancora aveva.

Ma Jacques era diverso. A lui non interessava il potere. Si avvicinò rassicurando il piccolo e accarezzando la madre esanime. Il cucciolo si lasciò prendere in braccio e Jacques lo portò via con sé.

Fu quel gesto, tuttavia, che indusse gli Orsi superstiti ad andarsene. Improvvisamente, la mattina seguente, di Orsi non ce n’era più nemmeno uno. In pochissimi giorni la notizia si sparse nel regno, superando le alte montagne e arrivando alle orecchie del Re al quale venne detto che il merito era tutto di questo giovane chiamato Jacques, non nobile ma dall’immenso coraggio.

E fu così che il Re si mise in viaggio alla volta della città distrutta per conoscere questo Jacques e riconoscerne il gesto valoroso dandogli quanto promesso.

Il giovane Jacques divenne nobile e decise di far costruire la sua residenza proprio nel luogo dove aveva salvato l’orsetto: sui resti della grande triplice porta e delle torri che le sorgevano accanto, nuovo cuore di quanto restava dell’antica città devastata. Una volta terminato il suo solido palazzotto fortificato, Jacques divenne, tra i nuovi nobili, il più forte e potente. Era convinto che la sua fortuna derivasse tutta da quel cucciolo di orso che aveva salvato e che ancora teneva con sé. Naturalmente era cresciuto, ma viveva nel palazzo ed era diventato il simbolo di Jacques e della sua famiglia tanto da essere raffigurato, sotto la grande porta, nello stemma creato apposta per la nuova casata.

Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi
Lo stemma dei De Porta Sancti Ursi

In molti credevano che quell’orso fosse la reincarnazione dell’antica divinità del mitico clan che per secoli aveva dominato la valle. Molti avevano persino tentato di ucciderlo o di catturarlo senza mai riuscirci, anzi, pagandone amare conseguenze. Ormai era assodato: Jacques era protetto da un grande Orso sacro.

Una notte, non riuscendo insolitamente a dormire, Jacques si recò dal suo amico Orso e istintivamente gli parlò, confidandogli i suoi timori per le invidie e le ostilità che si agitavano intorno a lui avvelenando la città.

Fu in quel momento che l’Orso … gli parlò!

“Cosa?! Tu parli?!! Ma com’è possibile? Tu mi capisci? Tu..tu…”. “Certo Jacques! Sin dal primo istante in cui ho fiutato il tuo odore. Tu sei l’eletto. Tu sei il prescelto per proseguire la stirpe del Grande Orso”.

“Io? Io cosa?! Ma io non sono nobile di nascita…io…io devo essere pazzo per star qui a parlare con te…un orso…io…”.

“Non sei pazzo, Jacques, tutt’altro! Come noi abbiamo scelto te, tu hai scelto noi venendo a risiedere proprio qui e facendoci raffigurare sul tuo stemma. Ma soprattutto…salvandoci! Ora verrai ricompensato. E’ una notte fredda ma serena. Gelida ma illuminata da una luna speciale, piena, una luna profetica, antica. La luna del Grande Orso. Questa notte tu dovrai seguirmi, Jacques!”, gli ordinò l’orso.

“Ma siamo in pieno inverno! Congeleremo là fuori!”, provò ad obiettare Jacques, ancora frastornato da quanto stava accadendo e riflettendo sul fatto che quella era la notte tra il 30 ed il 31 gennaio, la più fredda dell’anno.

L’Orso non gli rispose neppure e, fissatolo dritto negli occhi, gli fece capire che doveva obbedirgli.

Uscirono dalla torre arroccata sulla porta antica, uscirono dal borgo e presto si ritrovarono in aperta campagna. Oltrepassato il torrente Bautegio, iniziarono a salire infilandosi in un sentiero a mezzacosta che si inoltrava tra prati, sterpaglie e boschi.

A fatica Jacques riusciva a stargli dietro; l’Orso correva verso un luogo preciso che però lui ignorava. Ad un certo punto raggiunsero uno sperone roccioso proteso sul fondovalle, incorniciato da boschi di latifoglie e ben protetto a monte da ripide pareti sassose.

“Eccoci. E’ questo il luogo!”. L’Orso si era fermato accanto ad un albero. Jacques riprese fiato e mise a fuoco quanto si presentava davanti ai suoi occhi. Nel mezzo di questa sorta di ripiano naturale, in una posizione strategica di controllo sia sulla strada di fondovalle che sui sentieri campestri, esattamente nel punto più elevato si ergeva un albero, uno solo. Un albero assai strano, nodoso e apparentemente rinsecchito.

“Ma che albero è questo?”, chiese Jacques sempre più disorientato, “sembra secco, morto…”.

A destra: raffigurazione dell'arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
A destra: raffigurazione dell’arbor sica coi suoi nove volti nel donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

“Dici?”, rispose sarcastico l’Orso. In quel momento sui nove rami più esterni si materializzarono nove volti simili a lune piene, come quella, decisamente straordinaria, che illuminava a giorno una notte unica!

Una ad una le nove facce-luna si rivolsero a Jacques, ciascuna con una profezia:

Come il Magno Alessandro, condottiero antico,

per innalzare qui la tua torre

farai quel ch’io ti dico.

Dalle occulte visioni difenderti dovrai,

e se alberi o funghi distinguer saprai.

L’Anno sovrano 12 mesi sempre ha

E la tua possente torre elencarli dovrà.

Alcuni dei mesi ancora visibili all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Alcuni dei mesi ancora visibili all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

Anche il Sole ha i suoi nemici,

tenebre e nubi posson essere truci,

come quel Sansone dai lunghi capelli

che le forbici della falsa Dalila ridussero in brandelli.

Sansone che smascella il leone raffigurato all'interno del donjon (foto: S. Bertarione)
Sansone che smascella il leone raffigurato all’interno del donjon (foto: S. Bertarione)

La città Santa è Gerusalemme, si sa,

ma ogni castello una solida cinta avere dovrà;

il male si nasconde, ogni signore lo sa,

e da prode cavaliere vincerlo saprà.

Se per le nostre profezie rispetto mostrerai,

nel tempo la tua stirpe crescere vedrai.

L’antico clan dell’Orso più forte diventar potrà,

se nel nobile mastio sua immagine avrà.

Dalla solida torre un elegante castello nascerà

E tra le sue mura quasi un piccolo villaggio crescerà.

Il castello di Quart
Il castello di Quart

Tra i tuoi discendenti grandi uomini vanterai:

tra questi il valoroso Enrico nel castello regnerà

una sposa dal nome di Amazzone prenderà

e cinque principesse al mondo donerà.

Ma attento! Il 1378 un orribile anno per la tua famiglia sarà:

le ire del Principe d’Oltralpe Enrico solleverà

e la stirpe dei Siri di Quart mai più la stessa sarà.

Pronunciate le ultime parole, i nove volti si richiusero su loro stessi. Disse l’Orso: ”Questo è l’albero sacro, Jacques, che vive anche se secco. E’ l’asse del mondo; il canale supremo dell’energia! Un albero che è anche un confine: quello tra il mondo noto e l’ignoto; tra la vita e la morte. Una morte apparente che nasconde e protegge la vita, come accade a noi orsi durante il nostro letargo. Arriverà un tempo, Jacques, in cui proprio davanti alla chiesa del Santo che porta il nostro nome, verrà piantato un tiglio. Questo albero sarà quindi sventrato da un fulmine ma, nonostante il fuoco, continuerà a vivere. Oppure una vita che nasce dalla morte, come i funghi. E’ un ciclo, il ciclo dell’eterno rinnovarsi.

E’ la forza vitale del Grande Orso. E tu sei chiamato ad onorare la nostra stirpe erigendo in questo luogo, per noi sacro, una nuova roccaforte, simbolo di potere. Proprio qui, dove ora sorge l’albero secco, dovrà elevarsi un possente torrione. Al suo interno sarà tuo compito far raffigurare quanto descritto dalle lune. Ma attento! Un solo errore, anche minimo; una sola dimenticanza o trascuratezza e la tua stirpe tanto in alto salirà quanto rapidamente rovinerà.

L'ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)
L’ingresso del donjon del castello di Quart (foto: S. Bertarione)

Jacques si impegnò per seguire alla lettera le indicazioni dell’Orso che, da quella magica notte, scomparve. Il primitivo torrione splendeva nelle sue severe forme scabre e geometriche: tanto sobrio all’esterno quanto sorprendente e raffinato all’interno dove un particolare ciclo di affreschi dichiarava la ricca e vasta cultura del suo proprietario. Sì, apparentemente non mancava nulla. Jacques si era fatto consigliare da famosi eruditi e aveva assoldato maestranze qualificate che ben conoscevano la fabbrica della Cattedrale e di Sant’Orso. Eppure…

Eppure giunse la fine. Col 1378, per i Siri del meraviglioso castello di Quart giunse la fine. Quale fu l’errore?

Cercate l’orso nella torre … Una dimenticanza che si rivelò fatale.

Stella

San Lorenzo di Aosta. Antiche storie all’ombra del grande tiglio

Correva l’anno del Signore 451 d.C.; ero ancora un giovane presbitero a quel tempo, cresciuto e nutrito spiritualmente nel cenobio del santo vescovo Eusebio, in quella città di pianura circondata dalle acque chiamata Vercelli. Mio compagno di studi e di formazione, sebbene più grande, il sapiente Eustasio. Ed era proprio lui vescovo di Aosta quando, bloccato da motivi di salute, mi incaricò di rappresentarlo nella grande Milano, nostra sede metropolitana, in occasione dell’importante concilio provinciale.

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Veduta attuale di Vercelli

Un incarico di prestigio col quale Eustasio mi manifestò tutta la sua stima ed il suo apprezzamento. Un onore che, tuttavia, non mancò di farmi venire i tremori per l’ansia di dover, ancora così inesperto, prendere parte ad un incontro di siffatto rilievo.

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Ricostruzione di Mediolanum nel IV secolo d.C. (da Romano Impero)

Il mio nome, Grato, suona l’accento ellenico; ebbene sì, la mia famiglia paterna affonda le sue origini nella terra di Omero. Nonostante sia giovane ho molto viaggiato e ancora bambino giunsi nella sconfinata e ubertosa pianura del grande fiume Po, immenso nastro d’argento che scaturisce dalle alte vette alpine per arrivare a tuffarsi nel mare Adriatico.

Ero da poco entrato in convento quando, una notte, una di quelle dal sonno tormentato scosso da sogni ricorrenti, apparentemente illogici e non privi di angoscia, ebbi una strana visione.

Davanti a me si apriva una valle verdeggiante, solcata al centro da un ampio fiume le cui acque riflettevano un azzurro argenteo e si attorcigliavano in mille gorghi tra le rocce. Intorno a me un panorama insolito: montagne, montagne altissime ammantate di candida neve. Non lontano dal fiume, una città. Una città che doveva essere stata molto importante in passato vista l’entità dei grandi edifici che, seppure in rovina, ancora si ergevano al di sopra di un mare di povere casupole e di orti. In sogno mi sentii chiamare. La gente di quella valle mi aspettava, ma io non sapevo dove si trovavano né come raggiungerli.

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Ricostruzione veduta da est di Aosta in epoca imperiale romana (da Cadran Solaire, 2012)

Questo strano sogno si ripresentò anche negli anni successivi; rimasi esterrefatto quando mi resi conto che questo sogno capitava sempre nella stessa notte, quella tra 6 e 7 settembre.

Finché, già ventenne, venni convocato dal saggio Eustasio: doveva darmi uno notizia importante: lo avrei seguito ad Aosta.

Giunto in questa per me ignota città, capii: era questa la destinazione cui ero stato assegnato dal volere divino. Quella vallata, quel fiume, quelle vette. La Vallis Augustana mi stava aspettando da tempo e finalmente vi ero giunto.

Lavorare e studiare sotto la guida di Eustasio, anch’egli di origine greca come me, era fonte continua di accrescimento intellettuale e spirituale, ma anche di arricchimento umano vista la sua immensa generosità, il suo buon cuore, la sua costante attenzione verso i più deboli e sventurati.

Spesso con lui ci si recava fuori dalle nobili e vetuste mura della città per visitare le contrade più lontane e sperdute portando la Parola di Dio, conforto e ascolto.

La gente delle campagne viveva poveramente, questo sì, ma devo dire con grande serenità e dignità. Mi piaceva molto fermarmi con loro, accettare l’invito ad entrare nelle loro umili abitazioni, condividere un tozzo di profumato pane di segale spalmato di buon burro o accompagnato da un pezzo di saporito formaggio. A volte mi veniva offerto persino un piatto di zuppa di cavolo, porri e cipolle davvero deliziosa.

Notavo che il saggio Eustasio si incupiva quando si accorgeva che molti contadini ancora mescolavano la vera fede con antiche credenze, magari recandosi a pregare in prossimità di enormi roccioni, di grotte, di anfratti piuttosto che nelle chiese e nelle cappelle. Così come spesso invocavano antiche divinità pagane se, per disgrazia, una tempesta o un’alluvione arrivavano a distruggere il raccolto. Eustasio li ammoniva severamente, ma io mi rendevo conto che più utilizzava toni veementi e meno veniva ascoltato, anzi, otteneva spesso l’effetto contrario.

Pensai così di adottare i metodi degli antichi Romani, provando ad insegnare loro che divinità apparentemente diverse potevano fondersi e convivere. Insegnai loro ad invocare il buon Dio; insegnai loro l’importanza di rivolgersi al cielo, nome stesso che racchiude in sé le radici di tante parole poi passate a designare dei e Dio. Un pomeriggio d’estate, mentre mi trovavo con loro in un piccolissimo villaggio affacciato sulla piana di Aosta, il cielo si coprì all’improvviso di fosche e minacciose nubi scure. In poco tempo tutto si rabbuiò e vidi la paura negli occhi dei contadini. Istintivamente iniziarono ad invocare antichi dei pagani della tempesta e del tuono. Io, con tutta la voce che avevo, intonai un canto al Signore. La pioggia iniziò a cadere, prima fine e poi sempre più forte. I contadini mi fissavano, temendo il peggio, ma nessuno osava andarsene perché mi vedevano lì, immobile, in mezzo al prato. Continuavo a pregare cantando, addirittura ringraziando Dio per il dono della pioggia. Finché, così velocemente come era arrivata, la tempesta quasi per miracolo si allontanò verso sud, riempiendo l’aria di brontolii e di tuoni, ma risparmiando quelle terre.

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Da quel giorno si sparse rapida la voce, di villaggio in villaggio, che io ero capace di bloccare la tempesta e di sedare il temporale. Mi imitarono. Iniziarono a pregare Dio.

Da quel momento ogni volta che mi recavo nelle campagne, venivo accolto come fossi il papa, tra giubilo e festa; ogni volta la gente mi chiedeva di fermarmi a pregare con e per loro. Eustasio capì e ne fu felice.

E fu così che, dopo la morte del venerabile Eustasio, ne divenni il sostituto sulla cattedra aostana.

Tra le mie diverse attività ed impegni, ad un progetto ero particolarmente affezionato: la basilica intitolata a San Lorenzo, morto martire per la fede appena quasi due secoli prima. I lavori iniziarono già con Eustasio che, però non riuscì a vedere l’opera completata. La piccola chiesa sorgeva fuori le mura, in una zona di necropoli utilizzata sin dalla tarda epoca romana. Alcune di queste tombe erano più grandi ed importanti delle altre, veri e propri mausolei di personaggi di rilievo o di famiglie nobili. Si diceva fossero tombe di martiri e, di conseguenza, il potersi far seppellire vicino a loro era considerato un efficace “vademecum” verso il Cielo, verso la Salvezza eterna.

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Ricostruzione delle due chiese funerarie di S. Lorenzo e S. Orso nel V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Sorgeva quindi la basilica di San Lorenzo extra muros sul lato orientale della città, vicinissima ad un’altra chiesa intitolata a San Pietro ( e successivamente, ma io non potevo ancora saperlo, intitolata anche a Sant’Orso). Erano quasi allineate. Una coppia emblematica di chiese funerarie, dedicate al culto dei morti o, meglio, della Vita eterna. Contemporaneamente, sul lato ovest, sempre fuori le mura, stava nascendo una piccola basilica analoga, in un’area oltre la Porta Decumana di romana memoria.

Data al 400 d.C. la costituzione della santa diocesi di Aosta contestuale alla costruzione del primo complesso episcopale della Cattedrale, chiesa madre della città con cura d’anime. Fu poi con la sistemazione delle antiche aree funerarie fuori le mura che si pervenne alla costruzione delle basiliche funerarie tra cui, appunto, anche San Lorenzo.

Consolidati i lavori in città, ci si rivolse alle campagne procedendo alla realizzazione delle prime chiese con cura d’anime, ovvero dotate di fonti battesimali, a Villeneuve, a Morgex e a Saint-Vincent, tutte dislocate lungo l’importante arteria della Strada romana ad Gallias, la stessa che utilizzò, non molto tempo fa, il nobile vescovo Martino di Tours nella sua strenua ed indefessa missione di evangelizzazione dei pagi.

Ben presto San Lorenzo e San Pietro (poi Orso) divennero un unico complesso funerario denominato Concilia Dominorum Sanctorum Martyrum.

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Planimetria a croce latina del V secolo d.C. (da Cadran Solaire, 2009)

San Lorenzo presentava una forma a croce latina, sulla scorta di quanto fortemente voluto dal grande padre Ambrogio di Milano per affermare la vittoria del simbolo della Croce nella sua lotta contro l’eresia ariana. E non era un caso che i legami con la diocesi mediolanense fossero molto forti e sentiti anche perché Aosta, così come Vercelli, facevano riferimento alla sede metropolita di Mediolanum. Stringente in effetti la ricercata somiglianza di San Lorenzo con l’impianto della Basilica Apostolorum di Milano (oggi, 2017, San Nazaro in Brolo).

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Ricostruzione dell’interno del V secolo (da Cadran Solaire, 2009)

Grandi edifici romani ormai in disuso e in stato di abbandono vennero utilizzati come cave a cielo aperto per la costruzione di questa come di altre chiese in città; i grandi e bei blocchi romani, già tagliati e sagomati, erano perfetti per essere reimpiegati. Ma l’azione del reimpiego dell’antico, non dimentichiamolo, non aveva solo finalità pratiche, bensì una forte valenza ideologica perché stava a significare che la nuova Aosta cristiana poggiava le sue radici sull’Aosta romana di cui si faceva chiaro ed innegabile vanto.

Ricordo ancora l’atmosfera di estrema sacralità che si respirava, che si sentiva sulla pelle, quando si entrava in San Lorenzo, appena illuminata dalle lampade a olio appese al soffitto, dalla tenue luce filtrante dalle lastre di alabastro delle finestre; i marmi romani rifulgevano di nuova vita e nuovo significato in questo nuovo luogo di culto cristiano.

Vorrei raccontarvi un altro episodio assai particolare che ha poi segnato fortemente il ricordo che la gente ha mantenuto di me.

Un giorno, durante una delle mie numerose visite nel contado, mentre tenevo un’omelia venni bruscamente interrotto da urla strazianti. Una donna disperata corse verso di me, verso il resto delle persone assiepate nella piazza del villaggio urlando e piangendo: suo figlio Giovanni, un piccolo di appena 3 anni, era tragicamente scivolato dentro un pozzo lasciato inavvertitamente aperto ed incustodito. Ci precipitammo sul posto; io per primo mi sporsi oltre il bordo chiamando il bambino: era vivo, piangeva e si lamentava, ma era ancora vivo. Per fortuna quel pozzo era semivuoto, seppure assai profondo.

Non esitai e mi offrii volontario ad aiutare altri uomini. Con delle corde ci attrezzammo e a mò di scala riuscimmo a calarci e a portare in salvo il piccolo. Ritornai tenendo avvolto il bimbo tremante nelle mie vesti; sporgeva solo la testa con quei grandi occhi neri colmi di paura.

La madre lo prese e lo strinse a sè ringraziandomi in tutti i modi che conosceva. Tornai ad Aosta scortato dall’intera popolazione di quel villaggio e la mia fama presso le genti della valle aumentò considerevolmente. Non potevo immaginare che, nei secoli che seguirono, questo episodio venne a tal punto trasformato ed ingigantito nei racconti da diventare leggenda. La leggenda che vorrebbe fossi stato io a ritrovare la testa di San Giovanni Battista in fondo ad un pozzo di Gerusalemme… e infatti vengo spesso raffigurato così, con la testa del Battista in mano, semiavvolta dal mio mantello.

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Si avvicinavano ormai gli anni finali di questo V secolo dalla nascita di Cristo. Giunse anche la fine dell’estate; da tempo non stavo bene, ero molto affaticato e sempre meno riuscivo a recarmi fuori città. La gente veniva a cercarmi, pur di ascoltare le mie omelie.

La notte tra il 6 ed il 7 settembre rifeci quel sogno (erano anni che non mi si ripresentava più): la grande vallata solcata dal fiume. In sogno ero tranquillo stavolta: conoscevo quel luogo ormai a me così caro. Conoscevo quelle case, quelle persone…

Vidi Aosta dall’alto, vidi la zona delle due chiese funerarie di San Lorenzo e San Pietro, ma era diversa da quella che conoscevo. Le chiese erano cambiate: San Pietro veniva indicata dalla gente della città con un altro nome, col nome di un santo a me ignoto: Sant’Orso. Su uno spiazzo compreso tra le due chiese si ergeva una pianta monumentale: un  tiglio dal tronco squarciato ma dalla folta chioma. Vidi un edifico a me sconosciuto, vero trionfo di abilità artistica nel lavorare la terracotta. Vidi che San Lorenzo aveva mutato il suo ingresso spostandolo sul lato orientale dove io ricordavo la curva dell’abside, e sottolineandolo con un portico.

La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)
La chiesa sconsacrata di S. Lorenzo, oggi sede espositiva (regione.vda.it)

Mi svegliai, disorientato; il cuore batteva all’impazzata. Cercai un sorso d’acqua, presi in mano il mio breviario tentando di ritrovare la pace. La vista era come annebbiata ed un senso di torpore presto si impadronì di me.

Il sonno giunse nuovamente e con esso, altri sogni, oppure visioni… non saprei. Mi vidi all’interno di San Lorenzo, ma improvvisamente il pavimento che conoscevo scompariva, diventava come invisibile. Sotto i miei piedi delle tombe, tante, innumerevoli… tombe aperte nelle quali si vedevano i resti umani dei Cristiani qui lasciati nel sonno eterno, alcuni coi loro monili, collane, fibbie. Cristiani qui sepolti nel corso di secoli.

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Alcune tombe a ridosso della zona presbiteriale (foto E. Romanzi)

Vidi degli uomini chini con pale e picconi che scavavano quelle tombe, che compilavano taccuini; li chiamavo per fermarli, ma non mi sentivano! Ad un certo punto mi voltai e vidi … il mio nome: Gratus Episcopus. Era riportato su un’epigrafe, un’epigrafe funeraria: “hic requiescit in pace...” Quella era la lastra della mia morte.

VALLE D'AOSTA-Chiesa San Lorenzo Aosta (foto Enrico Romanzi)-8060
Epigrafe del vescovo Grato in San Lorenzo (foto: E. Romanzi)

Mi ritrovarono il giorno seguente, 7 settembre, sconvolto da tremori, sudori freddi, febbri altissime, in preda al delirio. Rivedevo la Grecia natia, Vercelli, il maestro Eusebio e il saggio Eustasio. Rivedevo la bellissima vallata solcata dal fiume argenteo, la Dora Baltea. Rivedevo gli occhi del piccolo Giovanni. Rivedevo lo stupore sui volti dei contadini risparmiati dalla tempesta.

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Sono Grato, vescovo di Aosta. Riposo qui, nella mia amata chiesa di San Lorenzo, sotto l’ombra di questo grande tiglio, cullato dall’allegro vociare dei bimbi che giocano felici nel giardino sopra di me. Le mie spoglie mortali non sono qui, non più; ma il mio spirito e il mio nome qui rimarranno per sempre, o almeno finché ci sarà anche solo uno tra di voi che avrà desiderio e cuore di venire a farmi visita.

 

Stella

La leggendaria magia dei cristalli. Dalla Preistoria a SkyWay!

Da sempre amo le pietre, e non solo intese in senso strettamente archeologico (“i sassi di mamma” non a caso…). Sin dall’adolescenza ho una vera passione per le pietre dure, siano esse preziose o meno. Studiandole dal mio personale punto di vista, beh… non potevo non rimanere letteralmente incantata dalle tante leggende e antiche conoscenze sui loro poteri terapeutici, persino magici. Una sorta di “magia naturale” che mette in sinergia terra e influssi celesti in una visione globale e armonica del cosmo che, attraverso talismani naturali quali, appunto, pietre, erbe, fiori o alberi, può influire sulla vita stessa dell’uomo.

Ma non addentriamoci in complesse teorie neoplatoniche che, tuttavia, non poco hanno influenzato più moderne filosofie New Age e, in contrapposizione ad un’inquietante avanzata di modernismo tecnologico, hanno parallelamente riportato in auge un ancestrale attaccamento alla terra, al voler dialogare con essa attraverso la natura nelle sue varie manifestazioni, alla necessità di ascoltare se stessi trovando il proprio equilibrio e le proprie armoniche vibrazioni col grande diàpason energetico dell’universo.

Le pietre, dicevamo. Una delle mie preferite è sempre stata l’ametista, con quelle particolari sfumature dal viola intenso al lilla. Ricordo un bellissimo anello di mia mamma; lei diceva che la pietra cambiava colore a seconda del suo umore e che, tenendolo anche di notte, la aiutava a dormire serena.

Altra mia passione è la pietra di luna, davvero ammaliante con quelle delicate cromie dal bianco argento all’azzurro, per arrivare talvolta ad un brillante blu ghiaccio.  E’ una delle pietre più amate e antiche. Ha proprietà importanti e si rivela di eccellente aiuto per lavorare su diversi piani della vita, come per esempio la crescita personale e il sapersi adattare ai ritmi della vita. Come suggerisce il nome stesso, è profondamente legata agli influssi lunari, ai movimenti delle acque e, di conseguenza, ai bioritmi femminili.

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In cristalloterapia viene utilizzata per accompagnare chi la utilizza in un viaggio interiore, alla scoperta delle proprie verità nascoste. Aiuta a recuperare quella parte di se che è andata persa, spesso la più vera. Porta luce la dove (nel mondo interiore) è calata l’oscurità. Ed è in buona parte per questo motivo che l’ho sempre amata, cercata e indossata preferendola nella sua qualità azzurrata e montata su castoni d’argento di foggia antica e ispirazione celtica.

E poi arriviamo al cristallo di rocca, splendido e ipnotico! Detto anche “queen of stone“, e non a caso! Le sue proprietà sono conosciute da secoli, sin da quando era considerato acqua solidificata (ghiaccio). Un’etimologia che risale a “kryos“, ossia ciò che i Greci intendevano per definire quella varietà di quarzo perfettamente trasparente ed incolore (il quarzo ialino o cristallo di rocca) ritenuto, appunto, ghiaccio pietrificato o “vetrificato”, sempre dal greco ὕαλος / ialos (vetro, pietra trasparente).

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Beh, fino a pochi mesi fa non potevo immaginare quanto questa sua origine linguistica potesse affascinarmi! La causa? Beh… Frozen II naturalmente, sequel cult del primo Frozen (e anche meglio!) che la mia Costanza mi fa vedere e rivedere quasi quotidianamente!

Non sto certo a riassumervi la trama, ma credo sia noto che nel film, oltre alle mitiche sorelle Elsa e Anna, protagonisti sono i cristalli e il ghiaccio inteso, qui, come grande fiume ghiacciato: Ahtohallan, il ghiacciaio custode delle più antiche e apparentemente perdute memorie. Elsa, regina dei ghiacci, i cui poteri straordinari arrivano a portarla nel cuore del ghiaccio stesso all’interno del quale ritrova il suo passato e la sua vera natura.

Frozen II - la pioggia di cristalli
Frozen II – la pioggia di cristalli

Lei non è destinata al mondo degli uomini (per questo c’è Anna che diventerà regina al posto suo), bensì a quello della natura, dei grandi Spiriti, dei 4 Elementi primordiali. Lei, Elsa, capisce nel ventre del ghiacciaio, di essere il Quinto Spirito: il ghiaccio (o Cristallo) che conserva la memoria e sprigiona energia!

Frozen II - Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan
Frozen II – Elsa nel ghiacciaio di Ahtohallan

E se poi, ai cristalli, uniamo la potenza evocatrice dei megaliti, come i 4 colossali menhir a difesa della foresta incantata…beh…

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possiamo davvero dire che il nostro territorio, dominato da megaliti grandiosi (cosa c’è di più MEGAlitico di una montagna?!) e da preziosi (quanto delicati) ghiacciai, è la “montagna sacra” del Regno dei Cristalli!

cristalli - MonteBianco montagna sacra
cristalli – MonteBianco montagna sacra

Tanto per cominciare uno degli strumenti divinatori per eccellenza è proprio la sfera di cristallo! Perché è attraverso questa sorta di “vetro” naturale, originatosi nelle profonde viscere della terra, che si possono avere particolari visioni o pre-visioni. Dotato di virtù ipnotiche e divinatorie, quando assume determinate forme (tra cui, la più “forte”, è appunto la sfera), induce in stato di trance la persona che la fissa, permettendo così di viaggiare tra passato, presente e futuro.

Gli aborigeni australiani, inoltre, identificavano il quarzo con mabain, la sostanza utilizzata dai saggi per ottenere e potenziare i loro poteri.

Per non parlare di alcuni tra gli oggetti in cristallo più misteriosi e controversi: i Teschi Maya! Narra un’antica leggenda di questa popolazione sudamericana dell’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, sparsi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, lo scopo e il destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del mondo e l’esistenza dell’umanità sarà in pericolo, solo riunendo insieme i teschi si potrà accedere a un messaggio in grado di salvare il nostro pianeta. Si tratta di manufatti assolutamente enigmatici di cui molti studiosi mettono in dubbio la veridicità, o meglio, l’appartenenza a epoche così passate. Secondo alcuni sarebbe stato impossibile scolpire e levigare un materiale come il quarzo producendo forme così complesse e accurate senza l’ausilio di strumenti moderni.

Ma quello che ci interessa in questa sede è la materia stessa: il cristallo!

Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Ma non solo!

Nelle nostre montagne questo minerale viene sfruttato sin dalla Preistoria. I gruppi di cacciatori raccoglitori che frequentavano la Valle nel Mesolitico (dal 10000 a.C. al 6800-5500 a.C.) andavano alla ricerca del cristallo di rocca nel comprensorio del Monte Bianco così come in cima alla Valle del Gran San Bernardo.

Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)
Localizzazione del Mont Fallère (settimanaterra.org)

Per questo orizzonte cronologico risulta assolutamente emblematico il sito del Mont Fallère (in comune di Saint-Pierre) dove l’industria in quarzo arriva a proporzioni del 98% e dove gli studi relativi all’approvvigionamento della materia prima dimostrano che l’uomo ha percorso diversi chilometri per giungere al ghiacciaio del Miage dove individuare e raccogliere questo prezioso minerale.

ghiacciaio

Nella nostra zona il cristallo veniva cercato soprattutto per realizzare punte di freccia e utensili per la caccia in sostituzione della selce (altra pietra “vetrificata” ma di origine lavica) qui totalmente assente.

Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., scriveva: “il cristallo di quarzo nasce su rocce delle Alpi così impervie, che lo debbono ricavare appesi a delle funi. Agli esperti sono noti dei segni e degli indizi particolari esistenti nelle rocce che indicano la presenza di quel che van cercando” (Naturalis Historia XXXVII, 27).

Va sottolineato, inoltre, come la ricerca dei cristalli non sia di fatto mai terminata arrivando fino ai nostri giorni attraverso figure come i “cristalliers”, ossia i “cercatori di cristalli”, esperti e fini conoscitori della montagna e delle sue “pieghe” più segrete.

E cos’è la montagna se non la “pietra” per antonomasia? E’ un luogo in cui rocce, ghiacci e acque si mescolano, si fondono e si trasformano in una continua alchimia offrendo, a chi sa individuarli, doni imperituri.

Quello tra l’uomo e la pietra è un legame strettissimo che affonda le sue radici in epoche assai remote, quando ancora non si può nemmeno parlare di Homo sapiens ma di ominidi.

Dai primissimi grezzi ma intuitivi utensili, come i choppers, fino alle costruzioni megalitiche; dai semplici ripari in caverna o sotto roccia, fino alle monumentali architetture romane e medievali. Dalla volontà insita e spontanea di voler comunicare le proprie idee, paure o speranze incise sulle rocce, fino ai più raffinati capolavori di statuaria.

Nei millenni pietre e uomini hanno sempre dialogato in un’intensa e osmotica convivenza fatta sicuramente di necessità e funzionalità, ma per questo non priva di una certa costante ricerca di equilibrio e resa estetica.

Dalle cave a cielo aperto fino a quelle più nascoste e labirintiche. Dai calcari ai marmi fino ai durissimi graniti. Per spingersi in quegli anfratti, spesso mimetizzati nelle zone più ardue e pericolose da raggiungere alla ricerca dei cristalli. Due famosi cristallier erano proprio Jacques Balmat Michel Paccard, che per primi, nel 1786, conquistarono la vetta del Monte Bianco.

Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard
Chamonix-La statua dedicata a Balmat e Paccard

Il Monte Bianco è sempre stato il bacino d’elezione dei cristalliers della zona, regalando, a chi sa cercare, splendidi quarzi ialini, fumé e i più scuri morioni. Oggi una suggestiva sala panoramica della Funivia SkyWay è dedicata proprio a questo importante minerale e alla lunga storia di cui è ambasciatore. E’ la “Sala dell’Energia” dove i meravigliosi cristalli esposti emanano tutta la forza della montagna da cui sono stati originati.

SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli
SkyWay-PuntaHelbronner-Sala dei Cristalli

I cristalliers, ancora oggi attivi, restano personaggi leggendari, quasi mitologici esploratori delle profondità montane alla ricerca del loro cuore di brillante “pietra ghiacciata”. Persone capaci di addentrarsi nelle zone più isolate per individuare quei doni del ventre montano che sono i cristalli, vere e proprie gocce di un’ancestrale memoria concretizzatasi nelle viscere della terra, in quell’ambiente così apparentemente immobile, ma di fatto così incredibilmente mutevole che è la montagna.

E comunque…in un modo o in un altro… Elsa su SkyWay ritorna sempre…!

 

Stella

Alla finestra. Cercando le Regine delle nevi…

Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.

In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”

“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”

Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!

Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957

Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.

Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;

Afrodite Sosandra da Baia

lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).

Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!

Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.

E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.

Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).

Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!

Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!

Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)

dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!

E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!

Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagne corredato da foto eccezionali!

Guardate un pò qua… e ditemi voi!

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Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!

Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!

Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!

Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…

Stella