Già da alcuni giorni, ormai, #laMusaallaFinestra mi indica il famigliare profilo dello Château Blanc che, con le sue “torri” di roccia, ghiaccio e neve sbircia in casa nostra ogni giorno.
In una mattina di maggior suggestione l’ho indicato a Costanza dicendole:” Vedi quella montagna laggiù proprio davanti a te? Si chiama “Castello Bianco”… magari è lì che si trova il palazzo di Elsa!”. E lei prontamente:” Un castello? Eh sì, allora ci abita la regina Elsa! Ma…si vede?”
“No, non si vede da qui, sai? Le regine delle nevi si nascondono! Non si fanno vedere facilmente e non è nemmeno semplice salire sulle montagne per cercarle!”
Già, quando non sono loro che, per qualche oscura ragione o per capriccio, decidono di venire a spiarti dalla finestra e … BRRR che brivido!
Scena dallo storico film di Lev Atamanov del 1957
Già, per me la sola “Regina delle nevi” è proprio quella inventata e descritta da Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1846. Quella, sì, faceva un po’ paura… a me bambina “un po’ tanta” per la verità! Algida, glaciale, enigmatica…anzi, direi pure perfida! Lei, assisa sul suo remoto trono di ghiaccio in un palazzo sperduto tra le nevi eterne dove eterna è la morsa del freddo.
Lei, abbigliata come una misteriosa e nordica Afrodite Sosandra inspiegabilmente trasferitasi dalle calde coste campane di Baia nella fredda Siberia;
lei, elmata come una sorta di dea Athena polare e sovieticamente robotica dallo sguardo magnetico (nella foto il confronto con la regale Athena Parthenos di Fidia del Museo Archeologico di Atene).
Già solo analizzando la commistione di queste due dee notiamo la sapiente alchimia di irresistibile bellezza, avvolgente fascino, ma candore virginale e severa austerità. Bene, ecco a voi una splendida metafora della montagna innevata. Quelle cime lontane, alte, irraggiungibili e irte di insidie che riescono, tuttavia, ad ammaliare gli uomini attirandoli a sé. Esiste una leggenda altoatesina che narra di fate misteriose vestite di bianco che, mimetizzate nella neve e nel ghiaccio, col loro canto suadente ed ipnotico attirano gli alpinisti che non possono fare a meno di salire, salire, salire… a rischio della vita. E,volubili come tutte le fate, talvolta li catturano e non li fanno tornare…mai più!
Lei, la prima Regina bianca, bellissima e irraggiungibile ma di indole malvagia che grazie ad uno specchio spiava gli uomini cogliendone debolezze e fragilità.
E sempre attraverso questo specchio, sua finestra sul mondo, notò Kai, ancora bambino; come una violenta tormenta di neve raggiunse il suo villaggio e gli conficcò un frammento di ghiaccio in un occhio e uno nel cuore. Da quel momento Kai cambiò diventando ombroso e irascibile. La Regina lo rapì e lo trascinò con sè al castello. Mille avventure dovete affrontare la piccola Gerda, sua amica del cuore per trovarlo e liberarlo.
Ecco,qualche elemento in comune con la più recente e popolare regina Elsa di Frozen c’è… ma ben poco a parte la familiarità con ghiaccio,freddo e neve e l’aver colpito al cuore la sorella Anna, partita alla sua ricerca. Elsa, un personaggio che da subito può anche non riscuotere molta simpatia ma che trova la salvezza nell’amore,anzi,il 2VERTO AMORE” come in tutti i film Disney, sia esso fraterno, pseudo-materno (come in “Maleficent”) o più tradizionale (vedi bacio del principe di turno).
Certo Elsa è più glamour con quei suoi abiti bellissimi, in particolare quello molto hollywoodiano da serata degli Oscar in paillettes azzurre iridescenti, tulle e profondo spacco. La regina di Atamanov mai si sarebbe scoperta in questo modo! Per non parlare della mossetta ancheggiante da soubrette!
Un mix riuscito e voluto di Barbie, dive del cinema e, naturalmente, PRINCIPESSE!
Elsa che fugge innanzitutto da se stessa lasciando dietro di sè solo freddo, neve e gelo. Passeggiando come nulla fosse, raggiunge un isolato sperone di roccia: la Montagna del Nord, (che trovo assai simili al nostro Dente del Gigante)
dove crea magicamente il suo straordinario palazzo di ghiaccio con una terrazza affacciata sui monti che mi ricorda tantissimo la terrazza dei ghiacciai in cima a Skyway!
E sempre riguardo alle montagne di Frozen I, vorrei proporvi un’altra suggestione. La cima doppia verso cui camminano Anna, Kristoff e Olav mi ricorda moltissimo le cosiddette “vedette del Rutor”, splendido ghiacciaio prossimo allo Château Blanc con cui ho iniziato il post. E tutto torna!
Cime dal fascino straordinario, oltretutto recentemente protagoniste di uno speciale sul numero 102 di Meridiani Montagnecorredato da foto eccezionali!
Guardate un pò qua… e ditemi voi!
Beh, che Elsa sia passata da queste parti? Sembrerebbe di sì, anche se la storia pare sia ambientata in Norvegia…dico “pare” se guardiamo le abitazioni, gli abiti, i motivi decorativi…ma… di fatto Arendelle esiste davvero e si trova in AUSTRIA!
Già, in una località che per noi archeologi rappresenta una pietra miliare nello studio della Protostoria europea: si tratta di Hallstatt!
Chi tra gli aspiranti archeologi, infatti, non si è trovato, anche solo per un esame, a studiare questa importante civiltà protostorica così chiamata in seguito alla scoperta, avvenuta nel 1846 da parte di Ramsauer, della grande necropoli situata a monte dell’omonimo centro situato nel Salzkammergut, nella regione montuosa dell’Alta Austria?
Nell’area di diffusione della cultura di Hallstatt – che comprendeva la Francia orientale, l’Altopiano svizzero, il Giura, la Germania meridionale, la Boemia, l’Austria inferiore e la Slovenia – le popolazioni erano protoceltiche, o quantomeno hanno costituito il substrato da cui, in quell’area geografica, negli ultimi secoli precristiani ebbero origine i Celti.
Ma adesso c’è di più!
Se fino ad alcuni anni fa Halstatt rappresentava, oltre ad un sito archeologico relativamente “elitario” anche un incantevole borgo alpino affacciato su uno splendido lago, l’Hallstatt See, patrimonio UNESCO per via dell’incredibile unione tra elementi storico-culturali e contesto naturale: una vera perla nel cuore del leggendario Salzkammergut, ai piedi dell’imponente Dachstein.
Un paesaggio strepitoso, pittoresco, fiabesco.
Appunto… FIABESCO, tanto da diventare la location prescelta per ambientarvi “Frozen”.
Ed ecco che il tranquillo borgo di Halstatt si è trasformato nel fantastico regno di ARENDELLE!
E, sotto lo sguardo basito degli archeologi attratti dal lago e dalle miniere di sale più antiche d’Europa, Halstatt è stata letteralmente presa d’assalto da migliaia di fans di Elsa, Anna, Olav, Kristoff e Swen!
Un fenomeno in costante ascesa. Ora i turisti a caccia dello scorcio perfetto sono davvero troppi e il sindaco cerca di frenare questa dilagante invasione!
Beh, che dire, le mie bimbe saranno felicissime di sapere che Arendelle esiste davvero e che potranno andarci anche loro!
Che viaggio fantastico abbiamo fatto! Ed è bastato affacciarsi alla finestra…
Nel piccolo borgo adagiato sui prati del fondovalle tutti aspettavano con ansia l’arrivo della primavera. Già da oltre vent’anni, infatti, gli inverni erano più lunghi e freddi che mai. Lì, ai piedi dei grandi monti boscosi dove comunque le ombre usavano attardarsi più a lungo rispetto ad altri luoghi della valle; Lì, nel villaggio raggomitolato tra le braccia pietrose della montagna, si sapeva che il sole faticava ad allungare i suoi raggi.
Ma da oltre vent’anni c’era un problema che gli abitanti non sapevano risolvere…
Vi fu un tempo, infatti, in cui con l’inizio di ogni primavera, con lo scioglimento delle nevi, dalle sorgenti nascoste nella foresta iniziava a sgorgare, copiosa, l’Acqua Verde!
Le Acque Verdi di Saint- Marcel (centrovalledaosta)
Un’acqua magica, che portava salute e prosperità, che faceva fiorire i campi e germogliare i raccolti. Un’acqua che, si narrava, era il magico dono di una fata generosa e potente: la fata Everda, la cui misteriosa dimora era da sempre custodita dalla folta vegetazione dei boschi.
Da oltre vent’anni, però, l’Acqua Verde non scorreva più. Il piccolo borgo di Saint-Marcel si stava lentamente spopolando…. chi resisteva le aveva provate tutte, ma della sorgente non vi era più traccia! La foresta, un tempo amica e accogliente, si era fatta ostile, scura e insidiosa. Chi vi si addentrava rischiava di non fare ritorno! Cos’era successo?!
Da oltre vent’anni, non solo l’Acqua Verde era sparita, trasformandosi in un maleodorante rigagnolo paludoso, ma anche il bel castello dei Signori del luogo era caduto in rovina. Con la morte dell’ultimo proprietario, infatti, il castello era passato in mano alla famiglia della perfida moglie: gente avida e assetata di potere.
In breve tempo l’eredità era stata letteralmente spazzata via e quel castello abbandonato, perché non più ritenuto all’altezza del rango e della ricchezza dei suoi nuovi abitanti che, mai amati, si erano da subito accaniti contro la gente del villaggio.
Avevano distrutto tutto! Avevano abusato del loro potere per sfruttare il territorio all’estremo, senza alcun rispetto per la natura! Avevano persino tentato di impossessarsi dell’Acqua Verde per venderla…ma senza riuscirvi! L’Acqua Verde era scomparsa. Il castello abbandonato, lasciato ai rovi e alle ortiche. Il paese nella miseria.
Anche quella volta, tutti speravano che qualcosa cambiasse; solo la vecchia Marcella, la saggia del villaggio, sentiva che non era ancora giunto il momento… e per questo veniva additata e ritenuta una porta-sfortuna!
Un pomeriggio, sul tardi, l’anziana donna passeggiava lungo quello che un tempo era il ruscello dell’Acqua Verde. Ad un tratto, ai piedi del grande castagno secolare, intravide un fagottino adagiato tra le felci. Si avvicinò con cautela e… “Oddio! Ma… è un neonato!”-esclamò incredula.
Prese quel fagottino tra le braccia: sembrava in buona salute, il colorito era roseo. Il piccolo fece un paio di smorfiette, socchiuse gli occhi e accennò un sorriso. La vecchia Marcella, che non aveva avuto figli, pensò fosse un dono del cielo e portò il bimbo a casa.
Apprestandosi a cambiarlo, però: “Ma sei una femminuccia!” esclamò Marcella, ancor più felice! Ma non credette ai suoi occhi quando si accorse di un particolare: sotto il piedino sinistro c’era una macchia… una voglia molto particolare!
“Il segno! Allora tu sei… E sei capitata a me! Dovrò educarti… ma soprattutto, piccola, dovrò difenderti!”, le disse la vecchia Marcella accarezzandole il visino. “Il segno di chi cammina sulle rocce, il segno di un’antica stirpe che si credeva perduta! Ti chiamerò Sylvette, perché sei figlia del bosco e lì ti ho trovata!”. La piccola sgranò due enormi occhi turchesi e sorrise allungando la manina verso “nonna” Marcella. La attendeva un destino importante!
Mia figlia Ottavia
Ma cosa aveva visto Marcella? Di che segno parlava? Era il cosiddetto “piede di strega”: una voglia a forma di piede sotto il piede, appunto! Una voglia che aveva la stessa forma di una strana impronta che si credeva fosse stata lasciata da una strega (o secondo altri una fata) secoli e secoli addietro sopra un enorme masso da tutti ritenuto magico! Sullo stesso masso una miriade di fori circolari che si pensava fossero stati lasciati dal bastone di quella misteriosa creatura, inafferrabile spirito delle rocce e delle miniere!
Il masso con coppelle e “impronta di piede” nel villaggio di Seissogne (SaintMarcel)-(www.archeosvapa.eu)
La fata era buona, ma gli uomini ne avevano paura e perciò lei si era rifugiata nel cuore della montagna. E infatti quei cunicoli segreti, illuminati da colori incredibili quasi come se fossero accesi da luci nascoste, erano creduti la sua misteriosa dimora.
La miniera di Servette (Saint-Marcel)
La scomparsa dell’Acqua Verde si pensava fosse un chiaro segnale che la fata se ne era andata, offesa per sempre! Ma adesso quella neonata poteva cambiare molte cose… se solo…
Passarono gli anni. Sylvette era un’adolescente molto sveglia, intelligente e curiosa. E anche molto bella! L’anziana Marcella l’aveva educata e istruita passandole tutte le sue conoscenze ma mettendola sempre in guardia:”Non girare mai scalza, mi raccomando! Non mostrare mai il tuo piede! A nessuno!”. Sylvette era obbediente, ma in cuor suo proprio non capiva il motivo di quel divieto…
Giacomo, il giovane figlio del borgomastro era poco più grande di Sylvette: bello e aitante, era corteggiato da tutte le ragazze della contrada…tutte, tranne quella che a lui interessava davvero: la bellissima, sfuggente, misteriosa Sylvette!
Suo padre lo aveva più volte messo in guardia su quella strana ragazza: “Non si sa nemmeno di chi sia figlia! E’ una trovatella raccolta nel bosco da quella pazza di Marcella! Sarà una strega come lei… stanne alla larga!”.
Immaginando Sylvette (wattpad)
Ma più il padre insisteva, e più lui proprio non riusciva a levarsela dalla testa. Finché un giorno la seguì di nascosto: Sylvette aveva imboccato il sentiero nel bosco, si era fermata davanti al grande castagno forato e lì si era tolta le scarpe (certa di essere sola!). Poi aveva proseguito inerpicandosi sù per le rocce più agile di un camoscio!
Il giovane Giacomo faticava a starle dietro – “ma dove diavolo sta andando?!”, si chiedeva sospettoso. Sylvette giunse in un posto nel bosco noto come Eteley, “il campo delle stelle” – come le aveva insegnato Marcella – e lì si fermò. Si sedette su una strana protuberanza tonda sporgente dalla parete rocciosa e chiuse gli occhi. WE fu in quel momento che Giacomo vide il suo piede!
macine-SaintMarcel (AndarperSassi)
“Ma che diamine!…”. “Allora sei tu! Sei la strega delle miniere! Aveva ragione mio padre! E’ colpa tua! Restituiscici l’Acqua Verde, maledetta!!”, le urlò a squarciagola il ragazzo, totalmente fuori di sè.
Sylvette, terrorizzata, cercò rifugio all’interno di una galleria che si infilava nel ventre della montagna. Giacomo la inseguì, ma non avendo la stessa agilità, né conoscendo l’oscura galleria, precipitò in una voragine che per magia si richiuse immediatamente sopra la sua testa.
Sylvette aveva osservato la scena esterrefatta, senza parole! Si avvicinò con cautela al punto in cui Giacomo era precipitato e toccò la roccia venata di turchese.
La galleria si illuminò improvvisamente. Le rocce splendevano d’azzurro, giallo oro e viola acceso. La voragine si riaprì e ne uscì un vortice di nebbia azzurra che, poco a poco, prese la forma di una donna.
“Eccoti Sylvette. Sei giunta a me. Ora hai l’età giusta. Sono Everda, la strega (come mi chiamano gli uomini che non sanno) delle miniere! Io non sono una strega; sono lo spirito protettore di questi luoghi e dei tesori che custodiscono. Per anni uomini senza scrupoli hanno torturato la natura e le montagne accecati dalla peggiore delle illusioni: il denaro e il potere! Finché non verrà posta mano al castello al cui interno si cela la porta che conduce alle sorgenti dell’Acqua Verde, vivranno miserabili e senza speranza!
“Ma io cosa posso fare, Everda?” – chiese Sylvette disorientata.
Everda le mostrò il suo piede:” Tu sei come me, sei una figlia delle rocce! Se riuscirai a convincere il popolo del paese a darti ascolto e a restaurare l’antico castello, potrai aiutarmi a ridare loro l’Acqua Verde. Sarà difficile, ma qualora ne avessi bisogno, mostra questo amuleto: è un granato color rubino. E’ il segno della pietra, è il gioiello dimenticato! Forse, e sottolineo forse, capiranno… Buona fortuna figlia mia!”.
granato grezzo
E la saggia Everda scomparve in un vortice di luce turchese. La galleria tornò buia e silenziosa.
Tornata in paese Sylvette fu accolta da una gran confusione. Qualcuno aveva visto il giovane Giacomo seguirla nel bosco senza fare ritorno.
Venne aggredita dal borgomastro:” Maledetta strega! Cos’hai fatto a mio figlio?! Lo sapevo che avresti portato sciagure! Avrei dovuto cacciarti molto tempo fa! Tu e quella vecchia pazza che ti ha cresciuta!”.
“Ma no… Marcella non…”. Sylvette non riuscì a finire la frase che, spintonata, venne condotta verso le prigioni. “No! Se mi imprigionate non potrò aiutarvi! Io posso salvare vostro figlio e tutti voi! Io posso far tornare l’Acqua Verde!!” – urlò Sylvette. “Portatemi al castello! Per favore!” – supplicò.
Sollevata di peso, tutti indicavano il suo piede e la maledicevano; fu in quel momento che Sylvette mostrò l’amuleto. “E questo? Questo non vi dice nulla? Siete davvero diventati tanto sciocchi? Avete dimenticato il vostro passato?”.
Tutti urlavano,. Ma nel frastuono generale si levò, incredibilmente, la voce tonante del borgomastro:” Il granato! Il granato magico! L’amuleto dei nostri antenati, maestri cavatori e abili intagliatori. Il segno del popolo delle macine di pietra! Come fai ad averlo?!”. E allora, sceso il silenzio, Sylvette con voce ferma disse:” Seguitemi e capirete”.
Si recò quindi al castello, ormai ridotto a rudere: scuro, vuoto, pericolante. Alcuni lo credevano persino maledetto e abitato da fantasmi. Sylvette vi entrò, leggera come un gatto. Il borgomastro provò a seguirla, ma il pavimento scricchiolava paurosamente e una trave si spezzò sotto il suo peso. Capì che non avrebbe potuto proseguire. I suoi occhi incrociarono quelli di Sylvette; solo allora si rese conto di quanto quelle due gemme turchesi brillassero anche nel buio. E si fidò. “Per favore, ciò che più mi sta a cuore è che tu riporti a casa mio figlio!”.
Sylvette sorrise e come un’ombra scivolò tra le macerie infilandosi nei sotterranei del maniero.
Si trovò davanti ad una parete di roccia: nel mezzo una protuberanza tonda a lei nota. “Eccola! La macina!”. E incastrò il granato rubino nel foro al centro della macina. Quest’ultima scricchiolando cominciò a girare fino a che si bloccò: si aprì un varco tra le rovine. Sylvette vi si addentrò. Dal fondo una luce turchese si fece sempre più viva e avvolgente. La ragazza si ritrovò nel cuore di una miniera; tutt’intorno la roccia brillava di mille colori e sfumature preziose.
Miniere turistiche di Saint-Marcel (foto di Fabio Marguerettaz)
Continuò a camminare. Si voltò per vedere il varco da cui era entrata, ma non c’era più! Proseguì: iniziò a udire delle voci e nella semi-oscurità iniziò a distinguere delle figure umane;: erano tutti quelli che negli anni si erano avventurati alla ricerca delle sorgenti dell’Acqua Verde, mossi però da fame di ricchezza. Ora, sorvegliati da Everda, lavoravano legati nel cuore della miniera accatastando macine su macine. Ad un tratto Sylvette riconobbe anche Giacomo. Lui non lavorava con gli altri, ma era stato imprigionato sotto l’Acqua Verde: poteva respirare, era vivo, ma addormentato!
Non appena lo vide, Sylvette sfiorò l’acqua che per magia evaporò. Il giovane si risvegliò di soprassalto; vide Sylvette e si mise a piangere. I due si guardarono. Non servirono altre parole. “Ti aiuterò, Sylvette! Conta su di me!”-le disse Giacomo abbracciandola.
“Sono qui per liberarvi, amici!” – esordì la ragazza – “Sarete presto a casa, ma dovrete impegnarvi tutti per ricostruire il castello e rispettare le ricchezze della natura! Solo così tornerà l’Acqua Verde, il benessere e la felicità!”.
L’intero paese aspettava, assiepato intorno al castello… all’improvviso un chiarore: e uno dopo l’altro i compaesani smarriti uscivano dai detriti del maniero crollato, sani e salvi! Ne uscì anche Giacomo, abbracciato alla sua Sylvette. Il padre lo accolse in lacrime. “Da domani tutti qui! Lavoreremo uniti e il castello risorgerà tornando anche più bello di prima! E sarà nostro, di tutta la comunità! Sarà la dimora della nostra storia!”.
Il castello di Saint-Marcel oggi (lavori in corso) – centrovalledaosta
In breve tempo il castello di Saint-Marcel tornò al suo antico splendore. Niente più streghe né fantasmi. Niente più miseria o superstizione.
Le Acque Verdi di Saint-Marcel (da mapio.net)
L’Acqua Verde era tornata a scorrere, i campi a fiorire, i raccolti a germogliare. La magica porta delle sorgenti custodita nei sotterranei del maniero, protetta dalla magia di Everda e del misterioso granato rubino.
Aveva appena 17 anni, Giovanna. Era bella, molto. Era piena di sogni e progetti, maturati crescendo tra Ivrea, Torino e, soprattutto, Nizza dove suo padre, ricchissimo mercante, influente Tesoriere di corte e potente Magistrato del mare, occupava posizioni di notevole importanza. E lei aveva Nizza nel cuore; aveva quel mare dentro gli occhi (di un azzurro brillante e mutevole) e dentro l’anima.
Lungomare nei pressi di Nizza
Le dolci colline canavesane che avevano segnato la sua infanzia erano state presto soppiantate dalla sua profonda passione per il mare; un mare che si rifletteva anche in quel carattere volubile, a volte capriccioso, in quel suo essere imprevedibile e dotata di un fascino magnetico.
Guardava fuori dal finestrino della carrozza, Giovanna: il mare era ormai lontano e davanti ai suoi occhi si innalzavano montagne incombenti, rivestite di boschi. Un paesaggio bellissimo, per carità, ma lei, lì, non ci voleva proprio stare!
Arnad-paesaggio
Aveva fatto una breve sosta nella sua amata Ivrea, dai parenti; aveva preso le ultime cose, alcuni oggetti cui era legata, abiti sontuosi fatti cucire su misura con stoffe preziose, gioielli… Ma tutto questo non le dava gioia. Giovanna si chiedeva a cosa le sarebbero serviti, lassù, in quella borgata a lei sconosciuta. Giovanna guardava fuori dalla carrozza e ad un tratto si accorse che stava piangendo. Stava andando ad Arnad, dove avrebbe raggiunto un uomo assai più grande di lei, esponente di un’antica stirpe, che però lei non conosceva. Quest’uomo si chiamava Charles-François-Félix de Vallaise-Romagnano. Di quest’uomo, a lei, non importava nulla… Eppure, per volontà di suo padre e di suo fratello, lo stava raggiungendo per diventarne la moglie! E purtroppo sapeva che non aveva possibilità di scelta: avrebbe dovuto obbedire! Ma… c’erano tanti “ma” che si agitavano in lei come le onde in tempesta!
§§§§
Era da poco arrivata in Valle d’Aosta la piccola Giovanna. Aveva 10 anni e fino a quel momento aveva vissuto in Liguria, in un grazioso paese sul mare. Per ragioni di lavoro i suoi genitori avevano dovuto trasferirsi e a lei quelle montagne proprio non piacevano. Non riusciva ad ambientarsi, Giovanna: le mancavano i vasti orizzonti, le distese azzurre, le voci dei gabbiani…
Anche coi suoi coetanei non riusciva a legare… nel paese dove abitava, Arnad, c’era un gruppetto di ragazzini con cui ogni tanto si trovava a giocare. Un giorno, però, volendo metterla alla prova, alcuni di loro la portarono al “castello”.
Chateau Vallaise-Una porzione del castello non ancora restaurata
Era un grande edificio abbandonato, semi diroccato e in gran parte avvolto da erbe infestanti, rovi e ortiche. Nel giardino, ormai in preda all’incuria, ancora spuntavano qua e là alcuni cespugli di rose e di ortensie azzurre.
“Vediamo se hai il coraggio di entrare! Devi riuscire ad attraversarlo tutto, entri dalla parte della grotta stregata ed esci dal rudere tra le vigne! Sai, dicono che sia infestato di fantasmi!
La grotta artificiale di gusto romantico nel giardino
E che ci sia pure una terribile strega capace di trasformarsi in mille donne diverse, una più bella dell’altra, ma cattivissime… e che possa attirare tutti nella sua stanza segreta prendendo le forme di un grande e meraviglioso uccello bianco: si fa seguire e… ZAN!! Sei spacciato! Ti trasforma in un dipinto e rimani lì appiccicato al muro, per sempre! Si narra che diverse donne di cui era gelosa abbiano fatto quella fine…”.
Giovanna si vide costretta ad entrare; doveva dimostrare di essere coraggiosa! E lei, che era testarda e caparbia, non si tirò indietro! Si graffiò, si sbucciò un ginocchio, ma voleva superare quell’intrico di vegetazione e trovare la porta di ingresso. Ad un certo punto sentì un fruscio improvviso che la fece spaventare… poi le sembrò di intravedere un movimento in mezzo alle foglie. “Un uccellino vuole accompagnarmi!”, pensò, e continuò ad avanzare. L’imponente facciata di quello che un tempo era un palazzo sfarzoso ed elegante comparve tra gli alberi.
Chateau Vallaise prima dei restauri esterni
Udì nuovamente un fruscio e, per un attimo, tentennò: “E se fosse una biscia? Un ragno gigante, o un topo o… uno scorpione??!!”, pensò coi sudori freddi. Intravide, invece, delle lunghe piume bianche a terra e si rassicurò. Sentiva in lontananza le voci del gruppetto: chi la incitava, chi la scherniva… solo una bimba la pregava di tornare indietro!
All’improvviso, dietro una fitta e scura cortina di edera, Giovanna sentì un alito di aria fredda accompagnata da un odore di muffa, funghi, erba…”Ecco, ci siamo! Ho trovato l’ingresso!”. Si fece coraggio e, dopo un lungo respiro, entrò.
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La carrozza si fermò. Giovanna, elegantissima nel suo frusciante abito celeste che metteva ancor più in risalto il colore dei suoi occhi, i capelli biondi raccolti sulla nuca in un morbido chignon, scese dando la mano al padre e si guardò intorno. Quella antica dimora di famiglia attaccata alla collina le parve subito troppo scura, triste e buia.
Portrait d’une jeune femme (parismuseescollections.fr)
Ad un tratto si fece avanti lui, Charles – che lei chiamerà sempre Carlo -: alto, moro, di corporatura abbastanza robusta. Era evidentemente più maturo di lei, e questo la spaventava moltissimo, ma per qualche minuto incontrò il suo sguardo: due occhi verdi, buoni, ma ritrosi e velati di timida tristezza, accompagnati da un sorriso che, sebbene appena accennato, comunicava una profonda gentilezza.
Portrait d’un gentilhomme inconnu-XVII siècle
“Benvenuta madamigella Gabuti”, le disse Carlo inchinandosi e sfiorandole la mano con le labbra, “la sua presenza illumina la mia umile dimora”.
Imbarazzata e a disagio, Giovanna ritrasse la mano forse troppo bruscamente e non rispose al saluto, ma abbassò lo sguardo, infastidita. Senza troppi complimenti il padre le strinse il braccio con forza e le fece capire quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Carlo, anch’egli visibilmente a disagio, per l’intero pomeriggio non le rivolse più neppure una parola.
Una volta sistematasi nella sua camera, Giovanna pianse amare lacrime: “In che posto sono finita? Perché proprio io? Io non voglio stare qua e men che meno voglio sposare quel tipo insipido e… vecchio! Vecchio come questa dimora ammuffita, fredda, umida, lugubre!”. E la notte trascorse tra mille tormenti in attesa dell’indomani, quando sarebbe diventata, per forza, la baronessa di Vallaise-Romagnano.
Chiesa parrocchiale di San Martino ad Arnad
Una cerimonia lunghissima, esagerata e pomposa che la piccola chiesa del paese a stento riusciva a contenere. L’intera borgata e villaggi limitrofi accorsi a vedere la giovane e ricca Giovanna, la sposa giunta da lontano che avrebbe risollevato le sorti della nobile ma sventurata casata dei Vallaise. Ospiti illustri appartenenti all’aristocrazia valdostana e piemontese: tutti a spettegolare, giudicare, commentare. Volti falsi, sorrisi bugiardi.
E Carlo? Sempre dimesso e silenzioso; elegantissimo, persino oggettivamente di bell’aspetto, pulito e curato… ma… quel suo sguardo triste e perso… no, Giovanna proprio non riusciva a sopportarne la vicinanza!
Lei, radiosa e più bella che mai! Svettava in altezza; risplendeva nel suo meraviglioso abito in seta e damasco: stoffe preziose cucite da sarte incaricate apposta da Madama Reale in persona, gioielli mozzafiato, che nessuno lassù, in quello sperduto villaggio, si era mai neppure sognato! Accanto a lei il padre e il fratello: duri, severi, inflessibili. Nei loro volti di pietra tutta la durezza dell’obbligo cui era chiamata e da cui non poteva esserci scampo. Sarebbe diventata nobile, ma a che prezzo?
Un prezzo altissimo, non fosse altro per la dote immensa che recava con sé e che avrebbe consentito al miserabile Carlo di sollevare la schiena e la testa – sempre se ne fosse stato capace – pensava amaramente Giovanna.
Dopo festeggiamenti e convenevoli che le parvero eccessivi, insopportabili ed interminabili, facendo ritorno all’oscura casaforte, Giovanna venne assalita da forte nausea e giramenti di testa. Si ritirò immediatamente nella sua stanza dove, accusando un persistente malore, rimase chiusa per giorni e giorni.
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Seguendo il misterioso volatile dalle ali bianche, Giovanna era quindi riuscita ad entrare nel maniero. Avvolte nella penombra stanze neppure troppo ampie ma completamente ricoperte di dipinti, purtroppo consunti dal tempo, molto rovinati e lacunosi. Le lunghe finestre rotte, sommerse di polvere e oscurate da spesse ragnatele. Giovanna fu lì lì per tornare indietro, ma la viva curiosità ebbe la meglio e si impose di andare avanti.
Pavone bianco
Si guardava intorno meravigliata: quel palazzo era davvero strano: da un lato sembrava ci avessero vissuto fino al giorno prima, e dall’altro, invece, mostrava tutti i segni di un secolare abbandono.
La luce che qua e là riusciva a penetrare illuminava volti di donna dipinti sulle pareti…e notò che si assomigliavano tutti! “Sembra sempre la stessa modella!”, pensò.
Ad un tratto Giovanna si fermò. Davanti a lei un lungo corridoio e il grande uccello bianco e oro comparve da una porta socchiusa sul fondo. Le volò vicino: pareva invitarla a seguirlo ancora! La bambina stavolta non ebbe tentennamenti. La porta immetteva in una stanzetta quadrata sempre ricoperta di dipinti, anche sul soffitto. Da lì si proseguiva in un altro breve corridoio con una grande cancellata di legno dipinto, una cosa che lei non aveva mai visto!
L’alcova della baronessa
L’uccello si posò al di là della cancellata e aprì le sue ali; inaspettatamente ne uscì una luce dorata che illuminò la stanza. Era una camera da letto: c’era tutto! Un grande letto a baldacchino, un mobile con la specchiera, bauli e persino una specie di piccolo pianoforte! Solo che… come si faceva ad entrare? Giovanna si accorse infatti che il pavimento aveva tutte le assi sollevate e proprio al centro era sfondato! Allora l’uccello bianco le volò vicino, le si posò su una spalla e come per incanto si accese una luce a terra che le indicava la giusta via da percorrere e la luce terminava in corrispondenza di un grande baule accanto al letto.
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Chiusa nella sua camera ormai da oltre dieci giorni, Giovanna si rifiutava di incontrare chiunque, ad eccezione della sua fidata dama di compagnia che le portava acqua, cibo e notizie. Aveva udito i rimproveri di suo padre, le minacce apocalittiche del fratello, le suppliche della madre… Solo Carlo non aveva mai neppure tentato di bussare a quella porta… niente… Aveva anche pensato di fuggire ma sapeva di essere sorvegliata giorno e notte.
Venne quindi a sapere che presto avrebbero cominciato i lavori per trasformare quella vecchia casa soffocante in un palazzo. Le dissero che Carlo non voleva badare a spese – “certo, coi suoi soldi faceva quel che voleva! – pensò Giovanna! In breve giunsero ad Arnad squadre di architetti, scalpellini, stuccatori… si diceva ottime maestranze chiamate dalla Valsesia, terra di artisti!
Quindi, per consentire l’avvio del cantiere, bisognava temporaneamente trasferirsi. E lei insistette per tornare dalla madre a Ivrea dove sperava di trovare un po’ di serenità e comprensione. Carlo rimase ad Arnad per seguire i lavori e gli affari di famiglia. Neppure quando Giovanna partì lui si fece vedere… anche se in realtà la stava guardando da una finestra, piangendo in silenzio… “Vedrai mia sposa” – disse tra sé e sé – “riuscirò a darti la dimora che meriti e, col tempo, a renderti felice!”.
Ma anche lontana da Carlo, Giovanna non trovava pace! Padre, fratello e stavolta persino sua madre la rimproveravano e redarguivano ogni santo giorno! E lei deperiva e piangeva. Una cameriera notò la cosa e un giorno si permise di rivolgerle la parola: “Madamigella Giovanna, perdonate se oso parlarvi, ma se avrete il buon cuore di darmi ascolto, so che potrei aiutarvi”.
Giovanna stava per sbottare e cacciarla, ma poi rimase ipnotizzata dallo sguardo di quella donna, già in là con gli anni: due occhi nerissimi e affilati, con lunghe ciglia scure tradivano origini lontane e una strana voglia a mezzaluna accanto al labbro superiore la rendeva assolutamente magnetica.
“So il tormento che da tempo vi agita, Madamigella… io vedo e sento cose ignote ad altri.. se vorrete, potrò aiutarvi… Sognate la libertà, vero?”. Giovanna vide un inatteso spiraglio di luce: “Potete dunque aiutarmi a fuggire?!”.
“Sì… diciamo di sì… questa notte sarà scura, senza luna; Quando udirete tre rintocchi uscite sul balcone e… aspettatemi!”.
Ormai disperata, Giovanna decise che non avrebbe lasciato nulla di intentato e volle affidarsi a quella strana donna. Un po’ ne aveva paura, ma tanto, non aveva niente da perdere!
Tre rintocchi. Notte fonda e buia. Sul balcone si respirava un’aria fresca e profumata di campagna. Ma come avrebbe fatto la donna a raggiungerla lì? Improvvisamente: “Eccomi Madamigella!”. Giovanna sobbalzò col cuore in gola: “Ma, da dove… come..?”. Non fece in tempo a finire la frase che la donna la abbracciò fortissimo sussurrando oscure parole. Quando la lasciò… Giovanna non c’era più!
Al suo posto, sul balcone, un grande, splendido uccello bianco screziato d’oro simile ad un pavone con una coda infinita stava aprendo le sue ali per volare via, come desiderava!
Cercarono Giovanna per mesi, anni… Nessuno poteva immaginare cosa fosse accaduto. Lei volò sul mare, volò sui colli e sui monti. Certo, era libera, ma ad un prezzo troppo alto! Aveva ceduto alla magia e quell’incantesimo sembrava impossibile da spezzare… Aveva l’eternità, la libertà… ma non era più lei!
Volò ad Arnad e vide che il palazzo era stato terminato. Era bellissimo! Bianco e luminoso risplendeva tra i vigneti e i boschi. All’interno era… un sogno! Un susseguirsi sontuoso di affreschi e stucchi dipinti, mobili raffinati, tessuti preziosi…
Chateau Vallaise di Arnad dopo il restauro della facciata
Carlo si era chiuso in un silenzio colmo di dolore… aspettava ogni giorno che Giovanna tornasse, o perlomeno di averne notizie. Aveva però notato lo splendido volatile dalla lunga coda che dal termine dei lavori stazionava nei pressi del palazzo; “Che meraviglia” – pensava – “Sembra un uccello del paradiso, anzi, uno splendido candido pavone!”.
Col tempo si era affezionato moltissimo a quell’animale, lo cercava e gli parlava. Gli aveva raccontato di sé, del suo profondo amore per Giovanna, che mai nessun’altra donna avrebbe potuto prenderne il posto, che tutti i dipinti del castello volevano celebrarla, non solo ricordandola nei volti, ma anche omaggiarne le virtù… Lui era sicuro che, prima o poi, la sua Giovanna sarebbe tornata e per lei sarebbe cambiato!
Purtroppo Carlo morì senza rivedere la sua sposa, ma con la costante muta compagnia di quel meraviglioso uccello bianco…
§§§§
La piccola Giovanna raggiunse il baule indicatole dall’uccello luminoso e capì che avrebbe dovuto aprirlo. Il coperchio era sommerso di polvere e pesantissimo, ma ci riuscì! Quando fu aperto, vide che all’interno vi era un abito ripiegato: era molto rovinato ma era da principessa. Lunghissimo, sontuoso, in origine doveva essere bianco e oro… un momento: bianco e oro! Giovanna guardò l’uccello e vide che svolazzava turbinosamente intorno all’abito. Aprendolo completamente la bambina si accorse che si trattava di un abito da sposa! Dalle pieghe infine cadde qualcosa che fece un rumore metallico: era un anello d’oro!
Fede nuziale XVII secolo
L’uccello sembrava come impazzito e cercava di infilare l’anello nelle zampe senza tuttavia riuscirci.
Giovanna, allora, prese l’anello e glielo infilò alla zampa sinistra: “ecco… sei contento?”.
In quell’esatto istante la stanza rifulse di luce. L’uccello divenne luminosissimo fino a diventare di fuoco: una favolosa fenice! Giovanna urlò e si protesse dietro il baule chiudendo gli occhi…
“Lo sai che ti chiami come me, piccola? E mi assomigli molto! Non avere paura, apri gli occhi!”. Una dolce voce di donna rassicurò Giovanna che non poteva credere a ciò che vedeva: davanti a lei non c’era più l’uccello bianco ma una giovane bellissima, coi capelli biondi raccolti in un morbido chignon e due immensi occhi celesti. Alla mano sinistra una fede d’oro luccicante.
“Sono Giovanna Gabuti, moglie di Carlo, o meglio, del barone Charles-François-Félix de Vallaise Romagnano, padrone di questo palazzo e di molteplici feudi tra la bassa Valle d’Aosta e il Canavese. Io non ho saputo vedere, né capire… ma ora, dopo secoli, finalmente sei arrivata tu a rompere l’incantesimo. Venni trasformata in un’immortale Fenice, ma ora sono risorta. Finalmente posso raggiungere il mio sposo e dirgli che ho imparato anch’io ad amarlo! Grazie piccola Giovanna venuta dal mare…”.
E pronunciate queste parole la dama Fenice la accompagnò verso l’uscita attraverso stanze meravigliose; con lei Giovanna vide il castello come doveva di fatto essere quando venne realizzato. E stanza dopo stanza il suo stupore aumentava!
Chateau-Vallaise-Galleria “des Femmes fortes”
Giunte nel giardino Madama Giovanna le accarezzò il volto e le disse: “Guarda, io e il mio sposo ci affacceremo per sempre dalle due finestre lassù e ti aspetteremo con piacere ogni volta che vorrai!”.
Giovanna alzò lo sguardo e vide che da una finestra si staccò l’ombra di un uomo: alto e robusto, molto elegante, capelli lunghi neri secondo la moda del suo tempo. Due occhi verdi buoni e timidi. Giovanna e Carlo, finalmente, si abbracciarono.
Chateau Vallaise oggi, agosto 2019
All’epoca non poteva sapere, la piccola Giovanna, che quel palazzo cadente e abbandonato sarebbe stato restaurato. Dopo anni, quando venne riaperto al pubblico, lei già adulta vi entrò piena di emozione: non poteva dire che, in realtà, lo aveva già visto insieme alla baronessa di Vallaise, la Dama della Fenice.
Ad un mesetto dalla Pasqua vorrei suggerirvi una breve ma spero interessante gita “fuori porta” nel vicino Vallese svizzero, ad una manciata di km da Martigny: Saint Maurice d’Agaune, l’antica Agaunum, centro dei Galli Veragri. Un luogo assolutamente strategico, già noto ai Romani, che qui avevano creato uno snodo viario e militare lungo l’asse di collegamento tra Roma e le regioni germaniche.
E proprio a Pasqua è il momento migliore per visitare la splendida e antichissima Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, fondata da San Sigismondo, re dei Burgundi, nel 515 d.C. e di cui nel 2015 si sono festeggiati i 1500 anni!
Sigismondo, miracolosamente toccato dalla grazia divina, decise di venire a chiedere perdono dei suoi peccati sulle tombe dei martiri della mitica legione Tebea, soldati dell’esercito romano convertitisi al Cristianesimo, primo su tutti, San Maurizio che, coi suoi fedeli compagni, venne martirizzato proprio in questo luogo nel III sec. d.C.
Il complesso dell’Abbazia visto dall’alto
Già prima del burgundo Sigismondo, nel 380 d.C., San Teodulo, primo vescovo di Martigny, rende onore a questi martiri facendo deporre le loro spoglie in un santuario apposito ai piedi della roccia di Agaunum, non solo semplice insediamento abitativo, ma anche importante luogo sacro dei Celti indigeni. I Romani, precedentemente, vi avevano ricavato sia una necropoli che un ulteriore santuario dedicato alle Ninfe dell’acqua. Il complesso voluto da Sigismondo venne quindi danneggiato da una terribile incursione longobarda nel 574 d.C.; seguì una terza chiesa poi ancora ampliata. Finché, sul finire dell’VIII secolo d.C., si realizzò una quarta chiesa ancora più grande e connotata dalla particolarità di avere l’abside ad Occidente anziché, come di solito, ad Oriente.
Ma i guai non erano finiti: appena un secolo più tardi l’intero complesso fu nuovamente vittima della barbarie saracena. Quindi, nell’XI secolo fu ancora ricostruito dall’abate Burcardo I che volle, come emblematico ingresso monumentale alla chiesa, un originale campanile-nartece.
Qui ingenti e complesse campagne di scavo (tra cui le più significative condotte dall’archeologo Louis Blondel negli anni ’40 – ’60 del secolo scorso) hanno permesso di riportare in luce questo millennio e mezzo di vita monastica con resti architettonici che vanno dal IV al XVII secolo d.C. … una rarità!
Un denso ed intricato sovrapporsi di architetture sempre volute, costruite e ricostruite addosso a quello sperone roccioso impregnato di antica sacralità. Un baluardo naturale che, però, fu anche la causa di una devastante rovina.
Nel 1611, infatti, proprio da lì si staccò quell’enorme macigno che distrusse completamente la bella chiesa romanica obbligando i monaci a farne costruire una nuova ma con diversa collocazione, ruotata di 90° sebbene sempre adiacente alla parete rocciosa. Quello che si vede oggi è lo scavo aperto tra la parete rocciosa e l’edificio seicentesco che risulta privo di facciata, poiché è inglobata nella roccia.
Della prima chiesa del IV secolo solo poche tracce sono, ahimè, giunte fino a noi e con fatica riconosciute e rilevate da Blondel. Ad ogni modo, oltre a datarla grazie al metodo del Carbonio14 agli anni compresi tra 380 e 390 d.C., è stato anche possibile calcolarne l’orientamento, elemento assai curato e al quale si prestava sempre grande attenzione. Insomma, questa prima chiesa (quella del vescovo Teodulo per capirci) risulta allineata sull’orizzonte locale con il sorgere della Luna piena al lunistizio estremo superiore, evento che, negli anni della presunta costruzione, era associato alla Luna piena il 22 dicembre del 386 andando così a coincidere col solstizio d’inverno, un momento astronomico (come si è già osservato più volte) decisamente ricercato e carico di aspettative per i popoli dell’Antichità.
In quell’anno, il 386 d.C. appunto, la Luna sorgeva verso le 15:40 sull’orizzonte astronomico e appariva dietro la montagna ben visibile nel cielo circa due ore dopo, nel momento in cui il Sole stava tramontando. Che impatto straordinario doveva essere vedere quel grande disco luminoso spuntare dietro il profilo aguzzo ed incombente della montagna…
La chiesa voluta da Sigismondo, invece, parrebbe allineata verso il tramonto del Sole nel giorno della festa di San Maurizio, ossia il 22 settembre: “Agaune Natalem sanctorum Mauricii“.
Decisamente rilevante, inoltre, come l’antico edificio battesimale burgundo, oggi non più visibile ma di cui sono state rilevate ed analizzate le tracce in fondazione, risulti allineato al sorgere del Sole del 19 aprile del 515 d.C.: Pasqua!
Siccome si tratta di una ricorrenza mobile, è difficile dimostrare, in assenza di testimonianze scritte incontrovertibili, che la prima pietra sia stata posata proprio in quella circostanza, ma alcuni studi recenti dimostrano come in diversi casi di fondazione di battisteri (e non solo) ricorrano allineamenti analoghi.
Per chi desiderasse approfondire l’argomento, segnalo l’interessante articolo della dott.ssa Eva Spinazzè dal titolo “Un Santo, una Pasqua e un lunistizio a Saint Maurice d’Agaune“, pubblicato negli Atti del Convegno “Il Cielo in Terra ovvero dalla giusta distanza” promosso dalla Società Italiana di Archeoastronomia e tenutosi a Padova nel 2013.
Allora, vi va di andare a vedere di persona?
Vi troverete davanti ad un vero gioiello assai ben valorizzato la cui visita, almeno per me, ha occupato più di 2 ore! Imperdibile anche il Museo del Tesoro con preziosi oggetti di arte sacra (oltre 100!) che vanno dall’età merovingia ai giorni nostri.
Da qui passa la Via Francigena e l’Abbazia, da sempre, costituisce una tappa di tutto rilievo dove risanare corpo e spirito e respirare tutto il sacro della roccia, dell’acqua, del Sole e, soprattutto, della Luna.
Possono spuntare dove meno te l’aspetti! E non soltanto nel folto di una foresta, nel mezzo di una distesa verdeggiante o in cima ad un’impervia scogliera avvolta nella leggenda… No! I megaliti possono comparire anche in pieno centro! Da un giorno all’altro, uscendo di casa, potresti imbatterti in un megalite ben piantato in mezzo alla strada! E pensate che, in alcuni luoghi, molti sostengono che siano caduti dal cielo, proprio come una pioggia di mega-meteoriti! Qualcuno, Oltralpe, si è trovato l’auto letteralmente sfondata!
Auto colpita da un misterioso megalite in centro a Parigi- da lebonbon.fr
“Per Toutatis!! Che danno!” e di chi è la colpa? All’inizio di aprile sono state diverse le città francesi a registrare simili incredibili accadimenti! Parigi, Lione, Nantes, Lille…
Quella mattina la gente non riusciva a credere ai propri occhi… E sì che i “cugini” transalpini sono ben più abituati di noi ad avere a che fare coi megaliti, ma così…forse era troppo! Solo dopo lo sbalordimento iniziale han fatto mernte locale e con un pizzico di lucidità in più hanno capito!
Era il 1 APRILE!!!
Un’idea straordinaria! Uno “scherzo” tra il ludico e il culturale che ha sorpreso tutti e ha attirato l’attenzione e l’interesse verso un nuovo parco divertimenti a tema “megalitico”, anche se non proprio scientificamente corretto dato che, pur essendo tali megaliti dei prodotti di statuaria preistorica datati tra il 3000 ed il 2000 a.C. circa (dipende dai luoghi), questo nuovo parco ha come protagonisti due vero eroi, anzi quasi dei Super Eroi per i Francesi: avete capito? Asterix e Obelix!
E’ il Parc Astérix dove è astata appunto da poco inaugurata la nuova attrazione “Attention Menhirs!”: un’esperienza 4D immersiva dove sentirsi davvero dei “piccoli” (ma non troppo) novelli Obélix!
Certo ad alcuni “puristi” simili attrazioni fanno storcere il naso, ma al di là della genialità dell’operazione di street marketing attuata per pubblicizzarlo, questo parco divertimenti gioca interamente sulla storia degli antichi Galli e, si sa, “nos ancêtres les Gaulois” coi Francesi funzionano sempre! Allo stesso tempo si è fatto ricorso ai menhirs che, al di là di Obéluix, hanno stimolato una dilagante curiosità anche da parte di chi, fino a quel momento, aveva vissuto tranquillamente anche senza sapere di cosa si trattasse… Ebbene sì, uscire di casa al mattino e trovarsi un menhir in mezzo alla strada ha scatenato un effetto “sasso nello stagno” suscitando curiosità verso questo genere di reperti preistorici con gran gioia dei tanti siti megalitici di Francia (Bretagna su tutti!).
E divertirsi imparando si può! Certo i parchi a tema sono “non-luoghi” del puro divertimento ma è il tema protagonista che ci interessa. E i megaliti, queste “grandi pietre” ammantate di mistero, singole o più spesso allineate, anche a decine, o centinaia come a Carnac, riescono sempre, nella loro essenzialità, per altro così vicina a certi linguaggi dell’arte contemporanea, a lasciarci senza parole, forse disorientati ma senza dubbio affascinati.
I megaliti, i silenziosi ed enigmatici “volti” della Preistoria, riescono a “sfondare” ancora oggi, nel 2019 d.C. quando potremmo dirci abituati a tutto e forse fin troppo bersagliati da messaggi ed immagini.
I megaliti, invece, nel loro naturale color grigio pietra, a volte scabro e nudo, a volte incredibilmente decorato e ricco di dettagli, pur senza parlare, anche laddove privi di particolari prolisse didascalie, anche se in mezzo al nulla, riescono a dirci qualcosa, a far comunque sentire una silenziosa voce di grandiosità, potenza e sacralità!
Una voce reboante quella che ha scosso gli amici vicini di casa del Vallese svizzero tra l’aprile 2017 e l’aprile 2019.
Sempre loro, i megaliti! E anche stavolta: #MegalitiinCittà!
In tal caso la città è Sion, già nota ai cultori “megalitomani” per la scoperta, avvenuta nel luglio 1961, del sito preistorico del “Petit-Chasseur“, così chiamato dal nome della via lungo cui si affacciava. Un sito di rinomanza internazionale i cui ritrovamenti (tombe dolmeniche, menhirs, stele antropomorfe) hanno funto da base di partenza per numerosi studi scientifici, confronti e approfondimenti sul megalitismo alpino. Una straordinaria necropoli preistorica utilizzata dal 2900 al 500 a.C.!
Allineamenti di “copie” ricostituiti a Sion (le nouvelliste.ch)
Un’area archeologica urbana, inserita oggi in un quartiere amministrativo-residenziale dove una parte del sito è stata ricostituita ma che non è più il vero sito a suo tempo scoperto. Infatti le stele e i vari corredi nonché alcuni dolmen sono stati ricollocati, pur con una musealizzazione d’effetto, presso il Museo cantonale del Vallese.
Sala delle Stele al Museo cantonale del Vallese
Una sistemazione che oggi, dopo gli ultimi incredibili ritrovamenti avvenuti proprio a Sion, ha scatenato polemiche sottolineando che, in questo modo, quasi si trattasse di un’installazione contemporanea, Sion rischia di perdere memoria e coscienza dei suoi tesori!
Quali sono questi recenti ritrovamenti? Metti un movimentato cantiere urbano per la realizzazione di un grande parcheggio pluripiano nel quartiere “Don Bosco”, in pieno centro e, come per il fratello maggiore del “Petit-Chasseur”, occupato da edifici residenziali e scuole.
La prima fantastica scoperta è avvenuta ad aprile 2017 con la tomba del guerriero accompagnata da altre sepolture complete di ricco corredo.
Ed ecco che, poche settimane fa, viene scoperta la terza grande stele… un sito decisamente strepitoso! Come trovare ed aprire un forziere preistorico i cui tesori hanno ulteriormente implementato il già notevole patrimonio cittadino!
La più vasta area megalitica COPERTA d’Europa estesa su una superficie totale di ben 18.000 mq! Un sito imperdibile per chi viene ad Aosta capace di regalare emozioni insolite anche in virtù di un contenitore avanguardista, futuribile, dal sapore potremmo dire quasi “spaziale”.
Una sorta di cittadella fortificata in pietra verde e vetro apparentemente inaccessibile, così voluta per sottolineare il distacco con quanto la circonda e la notevole specificità dei resti preistorici (ma anche protostorici e romani) presenti al suo interno.
Un sito “gemello” del Petit-Chasseur di Sion ma anche, in buona parte, del Don Bosco! Un’area talmente vasta e complessa che ha richiesto un quarantennio di scavi, studi e ricerche nonché un notevole impegno per progettarne e realizzarne la copertura. Che poi solo copertura non è, anzi! E’ un sito rimasto al suo posto musealizzato ed “emozionalizzato” ad hoc!
Un sito che, a differenza degli esempi elvetici, ha restituito anche le rare e fragili tracce di rituali di aratura propiziatoria datati al V millennio a.C.!
Per non dilungarsi, poi, sulle 46 stele antropomorfe, molte delle quali decorate, in buona parte già esposte nel sito ma che, a lavori terminati, quando si mostreranno tutte insieme, lasceranno i visitatori paradossalmente “muti come pietre”, anche se invece le pietre, loro, parlano eccome!
Testimonianze impossibili da asportare (anche perché spostandole le si priverebbe di senso) e troppo delicate per esser lasciate alla mercé degli elementi e dell’inquinamento.
Per tutti i dettagli dell’Area Megalitica aostana vi rimando ad altri post del blog; in questa sede, infatti, voglio insistere sulla presenza dei #MegalitiinCittà! Che se ci pensiamo, resta sempre qualcosa di insolito e difficile da gestire perché trattasi di reperti davvero assai complicati da individuare (spesso, soprattutto se in cantieri edili senza opportuna sorveglianza archeologica scambiati per mere lastre di pietra), da scavare (il rischio fratture non è secondario), da interpretare (i “misteri” su chi rappresentino sono ancora molti e forse tali rimarranno) e da comunicare al grande pubblico (spesso si sente dire “non sono che grosse pietre..”) ahimé!
E’ decisamente più “facile” quando invece “appaiono” in natura dove l’intorno stesso, incontaminato e selvaggio, li valorizza senza bisogno d’altro. E in effetti, quando si parla di cromlech, dolmen o menhir, la nostra mente vola a Stonehenge, a Carnac o alle possenti tombe dei Giganti sarde…
Ma, facciamocene una ragione, i #MegalitiinCittà esistono eccome! Van trattati coi guanti di velluto e, di pancia, o li ama o li si ignora… ma col tempo, cercando di capirli, si può arrivare ad apprezzarli perché, pur nella loro ingombrante sobrietà, indicano l’estrema importanza e l’ancestrale sacralità del luogo che li ha restituiti!
Megaliti in città! Meraviglia, fascino, stupore. Le grandi pietre della Preistoria che riescono a farsi spazio tra condomini, strade trafficate, scuole e negozi.
Fare attenzione? Sì, certo! Ma per trattarli bene!
“Capitano!! La navicella ha un guasto! Stiamo perdendo quota… sempre più rapidamente! Abbiamo incontrato una terribile tempesta magnetica… Cordylus non ce la fa! Presto, presto… urgente piano di evacuazione! Tutti alle scialuppe di coda!”
Una tempesta. Piogge di meteoriti e polveri incandescenti stavano investendo la navicella spaziale Cordylus. L’equipaggio, pur se ben addestrato e avvezzo a viaggi rischiosi e non privi di incognite, era sopraffatto dall’agitazione. Le mappe erano completamente saltate e il suono martellante dell’allarme era intollerabile. Il loro viaggio, e soprattutto l’esito della missione era drasticamente compromesso. Solo il Comandante, Lythicus, riusciva a mantenere i nervi saldi e continuava ad impartire ordine affinché i suoi uomini potessero mettersi in salvo nonostante la concitazione generale.
“Forza, presto! Tutti nelle scialuppe! Piano evacuazione avviato! E che la forza di Akronos ci assista!… 3, 2, 1: ESPULSIONE IMMEDIATA!”.
Fu un attimo. La navicella Cordylus, che in tanti viaggi e tante missioni aveva trasportato gli uomini di Lythicus, esplose in migliaia di frammenti simili a stelle luminose. Fortunatamente le scialuppe riuscirono a staccarsene in tempo, ma volteggiavano come impazzite perché quella maledetta, terribile e devastante tempesta magnetica aveva mandato completamente in tilt i comandi di bordo. Lythicus, però, riusciva a comunicare telepaticamente coi suoi e a guidarli: non dovevano assolutamente separarsi e solo i vecchi comandi manuali avrebbero potuto supportare la caduta.
L’atterraggio fu brusco ed impattante. Le scialuppe subirono danni irreversibili. Fu Lythicus ad uscire per primo dalla sua. Si guardò intorno, leggermente stordito, con un forte dolore al fianco destro. La testa gli girava, la vista era ancora in parte annebbiata e il cuore batteva all’impazzata. Chissà dove erano precipitati. Che luogo era mai quello?
Cercando di riordinare i pensieri, dopo essersi assicurato che i suoi uomini stessero bene, o meglio, che fossero tutti vivi, il comandante si sedette e, con la testa tra le mani, provò a riflettere sul da farsi. Non voleva perdere quella missione. Non poteva permetterselo! Il suo pianeta, Akronos, era in grave pericolo: una profonda crisi aveva portato subbuglio nella sua gente. Se non avesse portato a termine l’incarico affidatogli, Akronos sarebbe stato divorato dal caos delle ere e dal turbine della non-memoria. Tutti i ricordi, le tradizioni, tutto sarebbe andato perduto, sommerso nelle profonde acque dell’imperscrutabile oceano senza nome, avvolto da nebbie invalicabili.
Il grande re di Akronos, il nobile Aeternum, lo aveva scelto tra altri per inviarlo alla ricerca di un luogo. Un luogo sacro dove il potere della stirpe degli uomini si era manifestato nei secoli in forme e linguaggi di volta in volta diversi, ma che nessuno sapeva esattamente dove fosse. Il sovrano, con l’aiuto del potente sciamano Daimon, gli aveva consegnato una profezia:
” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenzioso volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove ti imbarcherai su una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.
Questa profezia risuonava nelle orecchie di Lythicus e gli batteva in testa come un martello incessante.
Si alzò e cercò un’altura per avere la visuale più ampia. I fumi delle scialuppe distrutte si mescolavano alla nebbia e all’umidità. Il freddo attanagliava le ossa. Udiva, come ovattati, i lamenti dei suoi uomini e ne percepiva lo smarrimento e la paura. Quella terra appariva ostile.
Ad un certo punto uno squarcio di luce: davanti a lui si ergeva un edificio monumentale, scintillante, quasi fosse fatto di vetro. Forme a lui ignote ma che trasmettevano un senso di potenza, quasi fosse una sorta di reggia aliena. Due imponenti corpi di fabbrica divisi da una strada, circondati da un paesaggio simile ad una città ma… disabitato e silenzioso.
Scese dalla collinetta e radunò l’equipaggio. Si divisero in due squadre ed iniziarono a perlustrare la zona. Davanti ai loro occhi si dispiegava uno scenario decisamente disorientante. Certo, quella doveva per forza essere una città, ma sicuramente da poco era successo qualcosa di terribile. Solo questa immensa reggia di vetro e pietra verde si ergeva al di sopra delle abitazioni; a parte un’altra costruzione, più piccola, proprio accanto.
Quella Lythicus la conosceva: si trattava di una chiesa, un luogo sacro per gli uomini del pianeta Terra. Che poi, da quell’antico pianeta proveniva anche la stirpe di Akronos che da lì era fuggita quando il passato rischiava di venire fagocitato e distrutto, quando la Memoria iniziava ad essere dimenticata. Lo sentiva come un “nostos“, come una sorta di ritorno a casa… ma chissà in quale area della Terra erano finiti.
Queste riflessioni, passi circospetti e, piano piano, le nuvole si alzarono lasciando comparire una montagna a sud. Anzi si trattava di una coppia di montagne, una muraglia di rocce e neve che cingeva quella città a meridione.
Quando la luce del giorno fu piena, si accorsero di essere osservati: gruppi spauriti di persone si erano radunati qua e là, armati alla bell’e meglio, visibilmente provati da fame e stenti. Ne videro altri che uscivano dal sottosuolo; altri che scendevano dalle alture circostanti.
“Chi siete?” – chiesero quegli uomini. Lythicus, che aveva la facoltà di interpretare ogni lingua, rispose: “Giungiamo dal pianeta Akronos, la nostra navicella Cordylus è esplosa nel cielo e abbiamo dovuto atterrare in emergenza. Veniamo in pace. Siamo i cercatori del passato. Siamo Preistonauti. Ma non sappiamo dove ci troviamo”.
“Preistonauti? Mai sentiti! Il pianeta Akronos… ma non è quello dove molti uomini emigrarono anni addietro?”.
“Sì, noi ne siamo i discendenti. Ma il pianeta è allo sbaraglio. Dobbiamo ritrovare la nostra identità affinché le epoche storiche ritrovino il loro ordine. Stiamo cercando un luogo sacro assai particolare, ma… la tempesta magnetica ci ha fatto perdere la rotta”.
” Beh, qui vi trovate in quella che tutti chiamano Aosta. E’ una città antichissima, ma allo sbaraglio, come il vostro pianeta. Per fortuna è rimasta in piedi la chiesetta che vedete laggiù; è il nostro unico punto di riferimento.”
” Ma… e l’edificio monumentale accanto alla chiesetta?”. “Quello? E’ come una fortezza. Racchiude un luogo molto particolare. Nessuno ci vuole più entrare. Tutti ne hanno paura. Nessuno lo capisce. Si dice che emani energie negative… non so.
Tutto era cominciato bene; ma si tratta di centinaia di anni fa! Sì, circa 250 anni fa (pare fosse il 1969 della nostra era), venne ritrovato dagli uomini che vi videro un’area sacra, un luogo dal potere antichissimo dove stirpi perdute avevano lasciato le loro tracce. Pietre, grandi pietre con la faccia appena abbozzata, armate e vestite con abiti strani… di più non so. Sta di fatto che nessuno oggi riesce più ad accedervi; si è perso l’ingresso! Secondo noi solo entrandovi si potrà spezzare il malvagio incantesimo in cui è caduta la nostra città. Ma la paura è troppa, amico mio di Akronos… Quelli (pochi) che ci hanno provato o non ne sono più usciti oppure son diventati pazzi!”
Lythicus pensò a lungo e meditò su quel luogo così particolare ed imperscrutabile, avvolto nel mistero e temuto dagli uomini. Condivise i suoi pensieri con l’equipaggio e tutti cercarono tra i loro ricordi e le loro conoscenze un modo per entrare in quella roccaforte di vetro e pietra apparentemente inaccessibile.
Decisero di iniziare con accurati sopralluoghi lungo l’articolato perimetro dell’area. Niente, sembrava davvero privo di accessi!
La mattina seguente Lythicus rimase colpito dal riflesso della grande montagna a sud che si specchiava sulla lucida parete dell’edificio senza porte. Il suo occhio notò per la prima volta dei resti di una scritta… sì, sulla parete rivolta a sud un tempo c’era una scritta accompagnata da strani segni circolari. Ma era troppo in alto. Coi suoi costruì una scala e raggiunse quegli strani segni consumati dal tempo.
La luce radente lo aiutò nell’impresa. Riconobbe così cinque segni circolari allineati che formavano una leggera curvatura. Riuscì poi ad individuare questa scritta “S–nt –r-in -e Co—an-“.
“Ne sapete qualcosa? O almeno, a qualcuno di voi ricorda qualcosa?” chiese Lythicus alla gente del luogo. Tutti si guardavano sconcertati… “Bisognerebbe chiedere al vecchio della chiesa… è tremendamente anziano tanto che nessuno sa esattamente quanti anni abbia. Ormai la chiesa è diventata la sua dimora; non ne esce mai! Provate!”.
Lythicus e i suoi andarono a cercare questo anziano. “Salve stranieri! Sapevo della vostra presenza in città. E sapevo che non avreste tardato a cercarmi. Qui nessuno sa nulla della nostra storia più antica. La nostra distruzione è anche colpa loro e non se ne rendono conto, miserabili!”. “Chi sei, anziano?”, chiese Lythicus. ” Il mio nome vi suonerà…come dire… famigliare! Mi chiamo… Kordylus!”.
Lythicus e i suoi, increduli, strabuzzarono gli occhi. “Kordylus??!! Ma è il nome della nostra navicella perduta!”. “Lo so. Così come sapevo che prima o poi sareste arrivati. I miei avi fuggirono da Aosta e trovarono rifugio su un altro pianeta; solo mia nonna, all’epoca incinta di mia madre, rimase qui accanto al suo uomo che non voleva andarsene. Mia madre nacque qui. E io pure. Ci sentiamo i custodi di questo luogo e sono sicuro che presto risorgerà! Il mio è un nome antico, un nome di famiglia che ci passiamo di generazione in generazione”.
“Ma, allora, tu sai come entrare nel grande edificio Kordylus?”. ” Certo. Ma non posso farlo da solo. Ho bisogno di un valido aiuto. Ho bisogno di qualcuno che, fino ad oggi, ancora mancava. Quel qualcuno sei tu Lythicus, perché conosci il passato e sei in grado di riordinarlo. Perché sai leggere ed interpretare i segni delle antiche civiltà. Perché hai una missione da compiere, vero?”.
“Eh… sì… tu conosci tutte queste cose, vecchio! Come le sai?”. I due si fissarono intensamente e.. si riconobbero! Non ci fu più bisogno di altre parole”.
Kordylus aprì allora un grosso baule; ne tirò fuori un medaglione su cui era disegnata una spirale. “Questa è una forma ancestrale, Lythicus. Una forma disegnata da Madre Natura. Una forma che rappresenta l’acqua, la terra, la vita. La forma delle ammoniti fossili, delle conchiglie figlie dei mari, dei petali dei fiori. La spirale è il nostro DNA. La spirale indica l’eternità”.
Lythicus prese il medaglione tra le mani e fissava quella linea concentrica come ipnotizzato. “Prendi anche questo.” Kordylus gli porse un frammento di corno di bue semicarbonizzato; “ti servirà!”.
“E i segni sulla parete sud dell’edificio? Tu sicuramente sai interpretarli, giusto?”. ” Sì, ma solo tu sei riuscito a notarli e riportarli alla luce. Saint-Martin-de-Corléans! E’ questo il nome di quest’area. E’ anche il nome di questa vecchia chiesetta che, tenace, sola resiste a questi tempi sconvolti e confusi! I cinque segni rievocano gli allineamenti. Quel luogo fu sacro agli uomini che ci precedettero e che qui costruirono cattedrali il cui soffitto era nient’altro che la volta celeste”.
“Ma come mai questa gente ne ha così paura?”. “Si ha paura di ciò che non si conosce. Se avessero voglia di sapere anziché fermarsi alle apparenze, allora la paura svanirebbe. Ma tale iniziativa deve nascere da loro, non può essere imposta. Solo così le porte del Tempo si apriranno e la città ritroverà il suo Passato ricominciando a vivere”.
La notte servì a Lythicus per elaborare il piano. Ma una strana sensazione gli fece sorgere il dubbio che forse quel luogo poteva servire anche a lui. La profezia di Daimon si ripeteva nella sua testa.
” Troverai una terra cinta da vette eternamente rivestite di ghiacci e candide nevi. Vette che arrivano finanche a sfiorare la volta celeste. Una terra solcata da un tormentato e grande fiume d’argento. Una terra dove persino i limi sono argentei e riflettono la luce della Luna. In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei. In quella terra il suolo confonde la vista come fosse fatto di onde marine. In quella terra le Ombre si allungano potenti e si intrecciano tra enigmatici e misteriosi allineamenti. In quella terra, dove dovrai trovare una nave di pietre, un sol giorno può durare millenni”.
Alle prime luci dell’alba Lythicus si avviò verso la roccaforte imprendibile di Saint-Martin-de-Corléans. Si fermò davanti ai resti dell’antica scritta e puntò il medaglione contro di essa. Non appena i primi raggi di sole colpirono la parete, il riverbero si specchiò nel medaglione che, a sua volta, si riflettè sulla parete di lucida pietra verde.
E una porta si aprì!
Lythicus entrò immediatamente, si voltò, ma la porta si richiuse immediatamente alle sue spalle. Si ritrovò immerso in un’avvolgente penombra che quasi gli dava come un senso di sonnolenza, di pesantezza. Non volle tuttavia cedere a quella insolita sensazione e cercò di capire da che parte doveva andare. Riconobbe un corridoio in leggera discesa; su un lato quel che restava di antiche vetrate gli diede un riferimento: serviva a scendere nel sottosuolo, proprio accanto alla chiesa.
I suoi passi rimbombavano nella semi oscurità. Inconsciamente si rese conto di tenere in mano il medaglione come se fosse una torcia fino a che, stupito, si rese conto che quel medaglione emanava luce davvero! Si accorse di una serie di porte, e capì, da come erano fatte, che erano delle “timegate”, delle porte del Tempo, come aveva detto Kordylus la sera prima: “le porte del Tempo si apriranno…”. Una dopo l’altra le superò tutte, compiendo un viaggio che lo condusse dalla sua epoca fino ad un passato remoto, un passato in cui la Storia ed il Mito si fondevano e si confondevano, un Passato che molti non avevano saputo leggere, né capire.
Ecco, all’improvviso una vasta distesa si aprì davanti a lui. Al centro una costruzione di pietra si ergeva al di sopra di una piattaforma di pietrame più minuto. Ma Lythicus era lontano… non vedeva bene, non capiva… si sentiva come atterrato nuovamente su un pianeta sconosciuto; un naufrago approdato non si sa bene come su un’isola aliena e disorientante.
No, da lì non avrebbe individuato la strada. Doveva trovare un punto elevato e guardare dall’alto per avere una mappa, diciamo, da cui partire. Si accorse di alcune scale e di corridoi rialzati tutti intorno a lui. Ma tutto era come disequilibrato; era come muoversi nel grosso relitto di una nave naufragata. Sinistri scricchiolii, rumori lontani, vacillamenti delle strutture… Non senza fatica riuscì a portarsi al piano più alto da cui godere di una vista panoramica su quel luogo inaspettato.
Si affacciò dalla balconata e… rimase senza fiato! La terra non era piana, ma solcata da tracce profonde e parallele, “simili a onde marine”.
Perché il suolo era inciso in quel modo? Chiuse gli occhi e si concentrò cercando tra le sue conoscenze di Storia: un’aratura! Ma certo! Quel suolo era stato consacrato per mezzo di un’aratura in tempi in cui l’agricoltura era ancora una conquista “recente” e il buon raccolto era considerato il frutto della benevolenza delle forze sotterranee. Un buon raccolto significava una forte stirpe ed una solida comunità.
Vide poi tutt’intorno gli allineamenti di cui gli aveva parlato Kordylus. Alcuni buchi più grandi e profondi; altri più piccoli e, tra questi, alcuni di forma quasi circolare e altri di forma più o meno rettangolare. Da nord-est verso sud-ovest: questa era la direzione prescelta.
Una direzione che richiamava il moto del sorgere del sole in estate. Certo, l’estate: la stagione dell’abbondanza, del trionfo della Natura! I buchi più grandi erano dei pozzi, ma non vennero utilizzati per l’acqua, bensì per deporre nel sottosuolo offerte alle divinità ctonie, quelle che muovevano le forze del ventre della terra e potevano far germogliare i semi.
Fermandosi a meditare concentrato sulle singole tracce, Lythicus poteva visualizzarne le origini, l’identità e la funzione. Si avvicinò quindi ai buchi circolari più piccoli; osservandoli con attenzione vide che sul fondo di uno di essi vi era un frammento di corno bovino bruciato. Capì e vi depose il corno che gli aveva dato Kordylus: una sequenza luminosa si accese ai suoi piedi e dei fasci tubolari si innalzarono dai buchi verso il cielo. Il soffitto, fino a quel momento buio, si accese di centinaia di luci cangianti che mutavano colore ed intensità: dal bianco argenteo, lunare, fino al rosso infuocato del tramonto, continuando a ripetersi all’infinito. Era il respiro dei millenni che si muoveva intorno a lui e pervadeva quell’immenso spazio punteggiato di… grandi pietre!
La scia luminosa dei fori circolari ad un certo punto si spense per spostarsi sulla sequenza delle fosse rettangolari da cui si ersero enormi lastre di pietra sagomate a forma d’uomo, alcune appena accennate, altre più definite. La luce invase un corridoio parallelo e Lythicus rimase senza fiato: davanti ai suoi occhi si paravano, maestose ed enigmatiche, ben 46 grandi stele di pietra da cui emanava luce vera. Volti silenziosi, immutabili, avvolti da un’aura di ancestrale sacralità.
“In quella terra le stelle diventano pietra e assumono silenziosi volti di dei.”
Quasi incredulo, tremante, si avvicinò ad una di queste e vide che sulla sua superficie era riportato un doppio medaglione a spirale.
Non ebbe più dubbi: il destino, il caso, aveva voluto che l’esplosione del Cordylus paradossalmente li portasse proprio nella giusta destinazione! Era quella la terra indicatagli dalla profezia di Daimon: e lì avrebbe trovato la nave di pietra che avrebbe portato in salvo gli abitanti di Akronos… ma dove?
Si avvicinò ad un’altra stele e ne osservò le armi: quel pugnale, era decisamente… uguale al suo! Quella forma particolare dell’impugnatura semilunata… ma certo! Prese il suo, che portava sempre alla cintola, e lo avvicinò a quello raffigurato sulla pietra: i due pugnali si “riconobbero” e si illuminarono. Dal suo un raggio puntò verso la grande costruzione lapidea al centro dell’area.
Lythicus si incamminò su quel corridoio di luce e raggiunse quello strano cubo con una sorta di oblò d’ingresso dal quale, però, lui non riusciva a passare. Girò intorno a quello strano cubo e le sue facoltà gli fecero capire che si trattava di una tomba; una tomba fatta con grandi pietre e che aveva contenuto i corpi di molti uomini, ma anche di donne e bambini. Una tomba di clan. Una tomba che, a distanza di millenni, ancora riusciva ad esprimere la forza e la potenza di un gruppo di uomini. Scavalcò i lastroni laterali per entrarvi. Non appena vi fu dentro gli parve che la terra sotto di lui si muovesse… era forse un capogiro? No, la terra aveva preso davvero ad ondeggiare! Era come il … mare… un mare di terra! Ad un certo punto la costruzione di pietra iniziò a sollevarsi su quelle strane onde e lui ne era come il nocchiero in tolda!
La prua appuntita prese a muoversi verso una direzione precisa: si stava dirigendo a nord-ovest, verso la terra delle lunghe Ombre eterne.
Fu così che Lythicus, senza neppure rendersene conto, si ritrovò oltre il tempo e lo Spazio al cospetto di re Aeternum che, felice, lo accolse e gli riservò tutti i massimi onori. Lythicus aveva salvato Akronos dall’autodistruzione! Aveva restituito la Memoria ai suoi abitanti. Lythicus, da quel momento, detto “il Grande”.
E ad Aosta? Nessuno quella mattina si accorse di nulla. Tutto si era svolto come se non avesse occupato altro che lo spazio di un sogno. Un sogno di cui al risveglio tutti in città si erano già dimenticati. La sede dell’area megalitica brillava al sole e, nonostante fosse ancora mattina presto, si stava formando una lunga coda all’ingresso. La fama di quel sito si era diffusa; dopo un primo momento di difficoltà e di incomprensione ora veniva gente da ogni parte per visitare quel luogo così insolito.
Si conclude così il viaggio appassionante di Lythicus (e nostro) alla scoperta di questa complessa area megalitica ritornando, a ragion veduta, sul continuo rincorrersi di vita e morte, riassunto alla perfezione dalla nitida eternità della pietra che qui domina incontrastata. Vita e morte che ritornano nell’archetipica figura di San Martino, qui venerato santo eponimo del quartiere, portatore di luce e combattente delle tenebre.
La profezia si è avverata. Gli uomini hanno ritrovato memoria ed identità perdendo le loro cupe paure e la loro ritrosia.
E voi, non vi va di provare l’emozione di un viaggio da Preistonauti in quel luogo dalle grandi pietre dove un sol giorno può durare millenni?
Pochi giorni fa, il 25 febbraio, si è conclusa la sempre attesa e super seguita Milano Fashion Week.
Non sono certo una fashion-blogger, ma la moda mi ha sempre interessato molto. Sono curiosa delle tendenze, delle diverse declinazioni che l’abbigliarsi assume nel tempo e nello spazio.
Sarà che nei miei variegati trascorsi ci sono anche studi di canto lirico nel cui ambito ho approfondito la storia del costume…
Si fa presto a dire “vestito” quando invece dietro ad ogni abito si muove un mondo, una società, una (o più) culture che proprio quell’abito hanno prodotto e creato per dare un segnale, per comunicare, per sottolineare un modo di essere, di vivere, di apparire.
Da brava archeologa mi è sempre piaciuto moltissimo studiare i cambiamenti di foggia d’abito o di acconciatura che sempre hanno contraddistinto non solo epoche ben precise, ma connotato socio-culturalmente uomini, personaggi, siano essi stati capi, guerrieri, sciamani e sacerdoti.
I mutamenti nelle acconciature delle primedonne dell’antica Roma, ad esempio, aiutano ad individuare un’epoca: dal sobrio ciuffo rigonfio tirato sulla fronte alla moda di Livia, moglie di Augusto,
fino alle complesse, direi barocche, acconciature ridondanti di riccioli, boccoli e “extensions” dell’epoca flavia,
fino alle pettinature “a melone” del III secolo d.C. sdoganate dall’imperatrice Giulia Domna, una vera “influencer” del suo tempo!
Eh già, regine, principesse e star non lanciano tendenze solo oggi, ma da sempre.. pensiamo all’inimitabile Cleopatra, non bellissima ma super affascinante e magnetica erede della dinastia tolemaica, indiscussa ammaliatrice di uomini … e che uomini!
Dopotutto l’ultima sovrana d’Egitto è glam ancora oggi; potrebbe essere benissimo una “it-girl” da milioni di followers su Instagram!
O, procedendo nel tempo, alle mode lanciate da donne di potere come Caterina de’ Medici che vestiva sempre di nero e, cosa assolutamente nuovissima, indossava lingerie! Per non parlare dei profumi, altra sua passione insieme al gelato e… ai veleni!
Oppure come non pensare alla grande Elisabetta I d’Inghilterra, una vera trend-setter del XVI secolo! Le sarebbe servita non una cabina, ma una villa armadio se pensate che, si dice, possedesse almeno 2000 guanti! La sua moda era così scandalosa in termini di volumi e stravaganza che solo lei, la regina, poteva permettersi di indossarli.
Dopo le sue apparizioni le sue dame iniziavano a copiare i suoi abiti, utilizzando però materiali meno preziosi. Un pò quello che accade oggi: guardando le Fashion Weeks ci innamoriamo di un capo, e non potendocelo permettere, lo cerchiamo nella grande distribuzione o sulle bancarelle del mercato. Ma questa è tendenza! E anche questo parla di noi che ci rifacciamo ad un look per poi reinterpretarlo e adattarcelo su misura.
Non voglio qui dilungarmi su questo sito straordinario, inaugurato nel 2016 dopo oltre 40 anni di scavi e ricerche. Scoperto fortuitamente nell’estate del 1969, guarda caso un mese prima che l’uomo mettesse piede sulla Luna e, in Valle d’Aosta, una coppia di archeologi atterrava sull’inatteso pianeta delle grandi pietre! Ecco, anni ’60-’70: e già questo lo rende squisitamente, irresistibilmente vintage!
Non insisterò sul fatto che si tratta dell’area megalitica coperta più vasta d’Europa (oggi sono visitabili 10.000 mq ma al termine dei lavori l’intera area si estenderà su qualcosa come 18.000 mq!), oltretutto in pieno contesto urbano: uno urban style dove un’Antichità senza tempo strizza l’occhio al futuribile contemporaneo.
Ma riallacciandomi a quanto visto sfilare alla FashionWeek 2019, vorrei attirare la vostra attenzione su quanto siano trendy le misteriose statue-stele dal profilo umani risalenti al III millennio a.C.!
Ci hanno detto che nella stagione “fall-winter 2019” torneranno le giacche over-size con le spalline imbottite e vagamente a punta che conoscevamo nei ruggenti anni ’80.
Ebbene, senza ombra di dubbio le nostre stele antropomorfe hanno le spalle larghe con quella nitida forma trapezoidale intrisa di severo distacco.
Abbiamo visto strizzare l’occhio a pellicce sempre sovradimensionate, spesso create a patchwork con ritagli diversi o comunque ispirate ad indumenti antichi, quasi dei capispalla preistorici che non avrebbero sfigurato indosso a Ötzi e compagni. E se fino all’anno scorso i colori erano super sgargianti, quest’anno c’è il ritorno del naturale: dalla sabbia al cammello fino ai marroni più scuri.
Ecco, anche per le nostre statue stele gli studiosi non escludono la raffigurazione di dettagli lavorati che in origine potevano essere proprio di pelliccia, magari lavorate a check o a triangoli.
Ci hanno detto che molti stilisti o fashion designer hanno riproposto lo stile optical con abiti profusi di quadretti, righe e triangoli.
Ebbene, osservate con attenzione alcune delle nostre stele e noterete la presenza di abiti ed ornamenti decorati proprio con questo stile!
Una curiosità in più: stando agli studi più recenti, parrebbe che i quadretti siano esclusivo appannaggio delle stele maschili!
E anche sotto questo aspetto le nostre statue stele sono di moda: non presentano, infatti, peculiarità specifiche che distinguono al primo sguardo i personaggi maschili da quelli femminili. I caratteri spiccatamente sessuali risultano annullati. Maschio e femmina appaiono quasi sovrapponibili se non fosse per alcuni dettagli legati agli abiti o, ancor di più, agli accessori (armi, gioielli, borselli…)!
Abbiamo poi notato come si sia confermata la tendenza dell’unibrow, cioé del monosopracciglio, folto e apparentemente non curato alla moda di Frida Kahlo.
Beh, osservate, laddove ancora riconoscibili, i volti definiti “a T” delle nostre stele… eh?!
Una caratteristica ulteriormente accentuata e talvolta esasperata da un make-up geometrico che va a scolpire letteralmente la zona occhi conferendole un fascino insolito, tra lo statuario e il robotico!
Un dialogo-contrasto, quello tra l’Antico e il Contemporaneo che nell’arte preistorica trovo che si sublimi raggiungendo un linguaggio essenziale, muto ma pervasivo, sottile ma potente.
L’enigma delle statue-stele dell’Area megalitica di Aosta. Divinità? Capi tribù? Guerrieri? Sciamani? Difficile a dirsi ma sprigionanti un fascino magnetico capace di ipnotizzare superando le barriere del tempo e dello spazio.
Caterina aveva otto anni. Abitava in un grazioso villaggio in alta Val d’Ayas, ai piedi di montagne mozzafiato, tra prati e boschi. Caterina amava molto andare a scuola e adorava disegnare. Ogni attimo di tempo libero prendeva un foglio, le sue matite e iniziava a volare con la fantasia. La nonna le raccontava spesso storie e leggende e lei si divertiva a fantasticare su quelle streghe, quei diavoli, i folletti, i principi, i draghi… non avrebbe mai smesso!
Le piaceva immaginare come sarebbe stato vivere in un castello, indossando vestiti eleganti e sontuosi, innamorata di un principe bellissimo e coraggioso!
I suoi genitori, però, lavoravano duro; non era semplice mandare avanti la stalla, seguire il bestiame, i campi, la produzione di burro e formaggi… E lei, la maggiore di quattro figli, doveva saper fare un po’ di tutto, studiare e naturalmente badare ai tre fratellini. Che stanchezza! Ecco che il disegno, per il quale oltretutto era molto dotata, era la sua unica valvola di sfogo. Doveva solo stare attenta a non perdere la cognizione del tempo, altrimenti suo papà la richiamava all’ordine con modi, diciamo, bruschi…
Un pomeriggio, infatti, il papà le aveva detto di scendere in paese per alcune commissioni, tra cui andare dal calzolaio a far riparare le scarpe invernali.
Lei era andata ma… il calzolaio le aveva detto che ci sarebbe stata un’oretta da aspettare e così… beh… Caterina si era messa a girovagare nei dintorni, poi si era seduta su una panchina e aveva iniziato a passare il tempo nel modo a lei più congeniale: disegnando!
Una, due, tre ore erano passate e ormai era quasi buio! Solo in quel momento Caterina si rese conto del pazzesco ritardo che aveva accumulato! Si precipitò alla bottega del calzolaio, ma era già chiusa! Corse più veloce che poteva per tornare a casa e, quando aprì la porta, fu accolta dai suoi genitori preoccupati e arrabbiatissimi; con loro c’era anche il calzolaio che, non vedendola tornare, pensava fosse a casa.
“Ora basta, Caterina!!”, urlò il padre, “stai davvero esagerando! Ne ho abbastanza dei tuoi disegni e della tua perenne distrazione! Ma quando imparerai a stare coi piedi per terra?!” e, detto questo, le prese dallo zaino fogli e matite e glieli lanciò nella stufa; “e per un bel pezzo, stanne certa, di matite e roba simile non se ne parla!”, tuonò infine il papà.
Trascorsero alcuni giorni, ma Caterina, pur obbedendo in silenzio ai genitori, non era più la stessa; aveva perso il sorriso, non aveva più voglia né di parlare né di mangiare.
Una sera in cui era più triste del solito, andò a letto prestissimo e crollò sfinita in un sonno profondo.
“Ehi, ehi, Caterina! Caterina mi senti? Sono qui, in fondo al tuo letto!”.
La bambina aprì gli occhi e… ai suoi piedi era seduto un nano! Ma certo, era proprio un nano! Piccolino e cicciottello con una lunga barba bionda, due occhietti verdi vispi e furbi e ai piedi uno splendido paio di sabots d’oro!
”Sei triste, vero, Caterina? Eh, io lo so perché!”, disse il nano avvicinandosi; “guarda, so come aiutarti. Lascio sotto il tuo letto una sacca: domattina aprila e vedrai! Stai serena, piccola! E non smettere di credere ai tuoi sogni!”.
La mattina seguente, di buon’ora, Caterina si svegliò; si sentiva strana, quasi non riuscisse a svegliarsi del tutto… “Che strano sogno che ho fatto!”, pensò, “chissà se c’è davvero qualcosa sotto il letto!”.
Caterina si chinò e… un sacchetto di velluto verde giaceva in attesa che lei lo trovasse.
“Allora era vero! Cosa ci sarà qui dentro?”; la bimba aprì freneticamente il sacchetto e vi trovò … “Una matita!!”. Sì, dentro c’era una matita, una sola, più lunga e più spessa delle normali matite, tutta dorata. La mina era davvero spettacolare: aveva dentro tutti i colori dell’arcobaleno! “Wow! Che meraviglia! Voglio provarla subito!”.
Caterina prese allora un pezzo di carta e vi disegnò un gattino. Il gattino risultò di colore arancio, come se quella matita sapesse a quale colore lei stesse pensando…
Si voltò un attimo e “Miao miao…!!”, Caterina vide con grande stupore che il micio era vero! Era uscito dal foglio e aveva preso vita: “Oddio! Ma è una matita magica! Non ci posso credere!”.
Provò a disegnare un vaso di fiori e dopo alcuni istanti esattamente quel vaso coi colori cui lei pensava faceva bella mostra di sé sul davanzale della finestra.
Caterina era fuori di sé dalla felicità ma sapeva che doveva tenere tutto nascosto, altrimenti sarebbe stato un bel guaio!
Da quel giorno ogni momento di solitudine era buono per disegnare ciò che desiderava: cagnolini, farfalle, bambole, ma anche vestiti, scarpe, torte e biscotti!
Tutto però veniva accuratamente nascosto: guai se i suoi genitori l’avessero scoperta! E guai se la notizia si fosse diffusa…
Un giorno, però, mentre guardava le mucche al pascolo, venne allarmata dall’abbaiare del cane: un vitello era scivolato in un dirupo e si era ferito.
Caterina fu assalita dal panico: cosa poteva fare’ Lassù non c’era nessuno!
Decise di provare a disegnare una lunga corda annodata attorno al vitello e agganciata ad una carrucola. Funzionò! Il marchingegno si materializzò e il povero animale fu in salvo! Però aveva una zampa rotta… Solito sistema: disegnò il vitello con tutte e quattro le zampe sane: il risultato non tardò ad arrivare!
“Per fortuna non mi ha visto nessuno!”, sospirò la bambina, ma… qualcuno invece aveva assistito alla scena!
Sulla via di ritorno Caterina incontrò una vecchietta: era disperata!
“Oh povera me… povera me… sono disperata! Chi mai potrà aiutarmi? Oh che sciagura! Sono rovinata!”
Caterina si fermò e le chiese cosa fosse accaduto.
“Sono una sarta. Avevo ricevuto ordini importanti! Avevo finito ieri di confezionare abiti meravigliosi… E’ scoppiato un terribile incendio e ho perso tutto! Come faccio?! Sono rovinata!”.
Caterina ci pensò un po’ su e, buona com’era, offrì il suo aiuto alla nonnina. “Tu?! Aiutarmi? Ma sei solo una bambina… come puoi aiutarmi?”, disse la vecchietta.
“Non preoccuparti. Domattina verrò qui e tu mi accompagnerai a casa tua dove si trovava il tuo laboratorio”.
Il giorno dopo le due, come d’accordo, si incontrarono all’incrocio del vecchio noce e la vecchina accompagnò Caterina a casa sua. Cammina, cammina… non si arrivava mai!
“Ma, scusi signora, è ancora molto lontano?” chiese la bimba iniziando a preoccuparsi.
“No. No… forza! Sei giovane! Cosa dovrei dire io allora?!”.
Un’ultima ripida salita e giunsero su un altipiano arido e roccioso; tutt’intorno le rovine di quello che doveva essere stato un grande edificio… “E’ questa casa tua?” chiese dubbiosa Caterina; “sembrano rovine molto antiche e non vedo traccia di incendi recenti… dove siamo?!”.
La vecchietta, che le dava le spalle, improvvisamente aprì le braccia e si voltò: un violento turbine nero la avvolse, il suo viso si trasformò in una maschera diabolica con gli occhi rossi e la donna divenne altissima, circondata da nuvole nere e fiamme. Una risata raggelante riempì la vallata.
“Sciocca bambina! Sono la potente strega del lago di Villa! Per secoli ho dovuto nascondermi in fondo alle scure acque del lago, privata del mio castello! Ma ti ho vista! Ho visto il potere della tua matita magica! E ora quella matita sarà mia per sempre! E potrò riavere il mio castello e tornare a dominare incontrastata la valle! Come nei secoli passati prima che arrivasse quel dannato cavaliere che mi ha relegata nel lago!”.
Il lago di Villa (Comune di Challand-Saint-Victor))
In men che non si dica la strega fu addosso a Caterina e, immobilizzatala con un incantesimo, le rubò il sacchetto con la preziosa matita.
Caterina non poteva muoversi né urlare. La strega prese la matita e iniziò a disegnare il suo castello, solo che … non ne era capace! Proprio così, lei non aveva il dono di Caterina e i disegni non restavano sul foglio: dalla matita uscivano solo righe nere e brutte chiazze disordinate.
Il castello di Villa (comune di Challand-Saint-Victor)
“Maledizione!”, urlò la vecchia furiosa, “Che magia è mai questa?! Ma non importa: ora tu disegnerai per me! Obbedisci! Altrimenti ti trasformo in una rana e ti caccio in fondo al lago!”.
Ma Caterina era molto intelligente e non priva di furbizia. Iniziò a disegnare ma chiese alla strega di non guardare, altrimenti la matita non avrebbe funzionato. E così, avendo ascoltato con attenzione la storia della strega, anziché disegnare il castello, iniziò a delineare sul foglio il profilo di un prode cavaliere.
Fu così che, non appena ebbe finito, in lontananza si udì un nitrito e all’orizzonte apparve lui, il prode cavaliere.
“Maledetta ragazzina! Mi hai ingannata!” urlò la vecchia tentando di trasformarla in una rana. Ma i suoi gesti erano disordinati e frettolosi e così non fece altro che trasformare pietre e cespugli in rospi gracidanti.
Nel frattempo giunse il cavaliere che, rapidamente, mise davanti alla strega uno specchio: in questo modo lei stessa fu vittima della sua magia. Tornò ad essere rana e venne scagliata, stavolta per sempre, in un gorgo sul fondo del lago di Villa.
“Complimenti Caterina! Sei stata davvero coraggiosa!”, disse il cavaliere, “per ricompensarti vorrei aiutarti ad esaudire il tuo grande sogno. Non vorresti forse un castello tutto tuo? Un castello disegnato da te’”.
“Oh, certo! Sarebbe bellissimo, ma… dove? Io… come faccio?”, chiese ancora confusa la piccola.
“Non preoccuparti! Vieni, dai, salta sul mio destriero. Ti accompagnerò nel luogo migliore dove, vedrai, abita un amico che già conosci!”.
Stretta al cavaliere Caterina si godette quella fantastica cavalcata; le sembrava di volare sui prati, di accarezzare le chiome degli alberi, di riuscire ad afferrare il vento e toccare il sole.
Giunsero quindi su una collina, un’altura che dominava tutte le vie che, provenendo dai colli intorno, si congiungevano nel fondovalle non lontano dal villaggio di Brusson.
Scesa da cavallo la bimba si guardò attorno: che posto magnifico! Poi guardò nuovamente il cavaliere e si accorse di un particolare: “Ops, ma il tuo mantello è tagliato! E’ stata la strega?”.
“No, piccola”, sorrise il cavaliere, “è così da molti molti secoli; io stesso lo tagliai dividendolo a metà per aiutare un mendicante a riscaldarsi. Io mi chiamo Martino e ho attraversato più volte l’intera Europa per liberare le terre da demoni e streghe. Questo luogo è strategico, da qui si può controllare l’intera vallata: un castello serve proprio!”.
“Ehi voi due! Ci sono anch’io, eh?! Questa collina è casa mia!”; il nano! Ma certo! Era proprio il nano dagli zoccoli d’oro che aveva regalato la matita magica a Caterina!
“Le leggende narrano che qui sotto vi sia un immenso tesoro… in realtà è casa mia! E da qui, da un punto segreto che conosco solo io, si può accedere alle nostre straordinarie miniere d’oro!”, spiegò il nano. “Mi chiamo Greno! Piacere di rivedervi!”.
“Bene”, riprese il cavaliere Martino, “disegna ora il tuo castello, Caterina!”.
La bimba lasciò correre la sua fantasia e la matita fece il resto. Ecco che intorno a loro presero forma alte mura merlate, edifici, una cappella. Il punto più alto restò vuoto.
“Quassù, esattamente sopra l’ingresso della mia dimora sotterranea, devi piantare la tua matita”, disse Greno, “come fosse un albero!”.
Caterina lo fece, ma pareva non succedere nulla.
“Non avere fretta, piccola”, la rassicurò il cavaliere, “ora vai a casa. Questa notte resterò io qui a sorvegliare. Domattina avrai il tuo castello! Abbi fiducia!”.
Greno fece tre salti sbattendo gli zoccoli e, in un battibaleno, Caterina si ritrovò nel suo letto… ma com’era possibile?
“Sei ancora sveglia?”, chiese sua mamma aprendo la porta, “forza, dormi, che domattina dobbiamo partire presto per il mercato!”.
Sfinita da una giornata incredibile, Caterina sprofondò in un sonno pesantissimo, Quando si svegliò era ormai l’alba e sentiva i suoi genitori che trafficavano tra la cucina e la stalla.
Il castello di Graines (Foto: Enrico Romanzi)
“Caterina, ti abbiamo lasciato il latte sul tavolo! Sbrigati a far colazione!”, disse il padre. Caterina andò in cucina, si sedette e mentre sorseggiava il suo latte, il suo sguardo fu attratto da un libro che non aveva ancora visto. Parlava dei castelli della Valle d’Aosta. Lo sfogliò curiosa e, fatalmente, il libro si aprì sul “Castello di Graines”… era il suo! Come segnalibro, una luccicante matita dorata…
Stella
Un omaggio non solo all’affascinante castello di Graines ma all’intera Val d’Ayas in questo mio racconto.
La bimba si chiama Caterina in ricordo dell’impavida Caterina di Challant che qui si asserragliò in occasione della guerra contro il cugino Giacomo.
Il nano si chiama Greno, come appunto il villaggio di Graines. Un nano, leggendario custode e abitante delle miniere d’oro di cui questa vallata è ricca.
San Martino, cavaliere, soldato dell’impero romano il cui Cammino, di valenza europea alla stregua della Via Francigena, attraversa la nostra regione e il cui culto è assai diffuso in Valle d’Aosta. Uno dei luoghi emblematici è appunto la cappella castrense di Graines (castrum Sancti Martini).
Ammantato di magia il non lontano castello di Villa, culla d’origine della famiglia Challant, le cui rovine dominano dall’alto lo splendido Lago di Villa, Riserva naturale protetta.
Già… chi è? E soprattutto che ci fa in Cattedrale ad Aosta? Per cominciare il nostro viaggio alla ricerca del misterioso Gion, iniziamo col recarci nella zona del presbiterio dove, alle spalle dell’altare, si sviluppa il bellissimo mosaico dei Mesi e dell’Anno, vero capolavoro di tecnica musiva risalente alla fine del XII secolo.
LO SCORRERE DEL TEMPO
Era una moda assai diffusa quella di ricordare l’eterno ciclo del Tempo attraverso la raffigurazione dei dodici mesi; un tempo naturalmente sorvegliato e protetto da Dio. E anche qui in Cattedrale è Cristo, raffigurato giovane (un’eterna giovinezza) in trono a dominare il Tempo degli uomini scandito dalle ben note attività dei campi.
Cristo è il centro dell’universo e governa i moti celesti tenendo nelle mani il Sole e la Luna. Tutt’intorno i moti sempiterni e circolari dell’universo in rapporto ai quali la vita di un uomo non è che un attimo, un battito di ciglio. Ma l’uomo misura il suo tempo con lo scorrere dei giorni, dei mesi, delle stagioni. E ogni stagione ha i suoi ritmi, le sue precise attività. In un tempo in cui l’agricoltura occupava gran parte della vita umana, era importante calcolare le lune e le levate di determinate stelle che servivano a capire se era giunto il tempo oppure no. E tutto questo era monitorato e garantito dalla superiore ed imperscrutabile potenza divina.
ANTICA TRADIZIONE
Il ciclo dei Mesiè un’antica tradizione iconografica che compare già all’inizio del XII secolo tra le decorazioni scultoree delle Cattedrali europee. Ma l’usanza risale ad una ancor precedente tradizione ellenistica di illustrare con miniature i calendari, in cui i mesi apparivano sotto forma di personificazioni legate a modelli iconografici di età classica.
La tradizione di raffigurare i Mesi fu trasmessa al Medioevo che apportò alcune modifiche iconografiche legate al carattere agricolo, feudale e cristiano della società; in epoca carolingia (IX secolo) le personificazioni vengono sostituite da figure ritratte nello svolgimento di un’attività lavorativa caratteristica di ciascun mese dell’anno. Tra l’XI e il XII secolo il rinnovato ciclo dei Mesi acquista sempre maggiore importanza e si struttura in serie iconografiche diversificate da regione a regione, in relazione alla varietà del clima e del ciclo agricolo. Il lavoro nella società comunale recupera un valore positivo e viene considerato un’attività nobilitante e salvifica, attraverso cui l’uomo può riscattarsi e partecipare al piano della Redenzione. E’ il lavoro, infatti, a garantire un nuovoslancio alla civiltà europea, un rinnovatobenessere che viene celebrato attraverso le grandi decorazioni; l’immagine dei Mesi nei cicli decorativi degli edifici romanici esprime proprio questo nuovo ruolo del tempo del lavoro umano, la cui sacralità viene ribadita attraverso le rappresentazioni dei Segni zodiacali e delle costellazioni che, spesso, affiancano le immagini dei Mesi nelle decorazioni.
PARENTESI GUCCINIANA
Scusate, ma ci sta davvero bene! La splendida “Canzone dei Dodici Mesi” di Guccini… se volete ascoltarla
Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato…
Sono distese lungo la pianura bianche file di campi, son come amanti dopo l’avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi…
Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza… L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza..
Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il velo, porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgelo… Riempi il bicchiere, e con l’inverno butta la penitenza vana, l’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana…
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare.
Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene, quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele… Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l’amore, come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole…
Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera, il nuovo amore getti via l’antico nell’ ombra della sera, nell’ ombra della sera… Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore, mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore…
Giugno, che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio: in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io… E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro, con le tue spighe doni all’ uomo il pane, alle femmine l’ oro, alle femmine l’ oro…
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…
Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone, riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione… Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore…
Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età, dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità… Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…
Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza: nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza… Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze, lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale, la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…
Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti, lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti… Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada…
E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte, lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte… Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre, ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre…
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare che non sai mai giocare, che non sai mai giocare che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…
TORNIAMO IN CATTEDRALE
Si comincia (o almeno, noi oggi siamo abituati a cominciare perché un tempo l’anno iniziava con Marzo/Aprile, ossia con la primavera dominata dal segno dell’Ariete) con Gennaio. Ianuarius è raffigurato come il dio romano Giano: bifronte, rivolto tanto al vecchio quanto al nuovo; per una porta che si chiude, ce n’è un’altra che si apre.
Gennaio. Mosaico inferiore della Cattedrale (foto di Enrico Romanzi)
Februarius ci ricorda che il clima è ancora rigido e che è preferibile dare la priorità alle attività domestiche; una donna si scalda davanti al fuoco acceso. Febbraio, mese del fuoco, della Candelora, della prima tanto attesa luce dal sapor di primavera.
Febbraio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
E arriva Marzo. Si torna in campagna per dedicarsi alla potatura e alla cura della vigna. Tuttavia, poiché il vento è freddo e il clima mutevole, il contadino indossa ancora il caldo mantello invernale.
Marzo. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Aprile, il mese preferito dall’uomo medievale (anche da me perché ci sono nata!), riempie i prati di fiori invitando a stare più tempo all’aperto.
Aprile. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Maggio incede cavalleresco: è il trionfo della primavera e il signore può finalmente tornare in sella al suo cavallo e dedicarsi alla caccia.
Maggio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
In Giugno si falciano i prati; l’11 del mese, San Barnaba, tradizionalmente si avviava questa attività. E qui vediamo il contadino che conficca con vigore la sua falce nel folto dell’erba. E’ estate.
Giugno. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
A Luglio prosegue il lavoro nei campi e il contadino compone le fascine.
Luglio. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Agosto è il mese della battituradel grano e infatti lo vediamo con l’attrezzo abituale; i chicchi venivano così separati dalla pula e dalla paglia.
Agosto. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Arriva Settembre. Il contadino ha appena il tempo di riprendere fiato e già comincia la vendemmia. Qui vediamo il vignaiolo che danza allegramente nella tinozza con le gambe nude.
Settembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
A Ottobre torna a soffiare quel vento già freddo di fine autunno; il contadino ha nuovamente indossato il mantello invernale e si appresta alla semina. Il grano riempie il suo grembiule e il braccio si prepara a spargere il seme che dovrà dormire in terra, protetto dalla coltre nevosa, per tutto l’inverno. “Sotto la neve il pane” dicevano i nonni!
Ottobre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Con Novembre occorre prepararsi all’arrivo dell’inverno e il contadino va a fare provvista di legna. Qui lo vediamo tornare a casa con la schiena curva sotto il peso dei rami raccolti.
Novembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta (foto di Enrico Romanzi)
Ed ecco infine Dicembre. E’ il momento di uccidere il maiale in vista sia dei grassi e festosi banchetti natalizi che delle necessarie scorte domestiche per la brutta stagione. Dal freddo ci si ripara anche coi cibi “giusti” e, si sa, del maiale non si butta via niente!
Dicembre. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
SI’… MA CHI E’ GION??
Abbiamo ripercorso tutto l’anno. Ma ancora non abbiamo capito “chi è Gion”!!
Se aguzzate la vista, allora lo noterete. Ma sì, lassù in alto nell’angolo a destra. Eccolo il nostro Gion che si sporge curioso ad osservare le umane vicende. Sospeso ad una corda guarda verso l’angolo opposto da cui si affaccia l’amico Fison. Gion e Fison, insieme ai ben più noti Tigri ed Eufrate, sono gli altri due fiumi del Paradiso terrestre. Gion (anche chiamato Geone o Ghione) è stato interpretato come il Nilo, mentre Fison, qui rappresentato mentre porge una brocca, dovrebbe essere il Gange o l’Indo.
Il fiume Gion. Mosaico inferiore della Cattedrale di Aosta. (foto di Enrico Romanzi)
Ecco chi è Gion! Dal folto dell’Eden sgorga portando la vita. Quella che poi ogni Uomo, sorvegliato da Dio, vive anno dopo anno nella speranza dell’altra vita, quella eterna…appunto.
Musée départemental de l’Arles antique. Arles, Provenza, Francia
E questi sono solo alcuni dei musei archeologici tra i migliori in Europa.
Ebbene, vi sembra ancora così inguardabile, così brutta, così vergognosamente sovradimensionata e inappropriata l’Area Megalitica di Aosta? Sì? Beh, sui gusti personali di ognuno certo non voglio entrare, ma vorrei solo spingervi a riflettere su come ormai da alcuni anni, se non di più, la tendenza sia quella di inserire e musealizzare siti archeologici, in particolare preistorici e protostorici, in contenitori dal sapore nettamente futuristico che volutamente contrastano con quanto li circonda.
Questo perché? Perché l’intento è di segnalare incisivamente la presenza di testimonianze assai diverse dalla nostra quotidianità, dalla nostra rassicurante “comfort zone”. Testimonianze provenienti da un mondo lontano se non remoto, da civiltà che si credevano perdute ma che ancora vogliono raccontarci qualcosa di loro, da epoche decisamente diverse, “altre” dalla nostra.
Ecco che i contenitori sono filosofia fatta architettura, sia all’esterno che all’interno.
Esternamente con forme e materiali spesso inusuali, stravolgenti, futuristiche, scabre, taglienti, essenziali. In fondo, scusate, ma cosa c’è di più essenziale, sobrio, basico e concettuale del passato più remoto? Quali forme sono giunte a noi da quelle epoche?
Quanto ancora riesce a sconvolgerci la preistoria coi suoi linguaggi spesso criptici e per nulla immediati?
Per non parlare degli interni. Rampe improvvise e pozzi del tempo da cui riemergere con percorsi a spirale, a zigzag o concentrici. Linee, a volte spezzate, a ricordo della lunga e non semplice evoluzione umana. Giochi di luce,di specchi e di riflessi perché in questo modo siamo chiamati a confrontarci con quello che dopotutto è il nostro stesso passato, con quelli che altro non sono che i nostri antenati più visceralmente lontani.
Giochi inattesi di luci, ombre, lampi e buio. Il lento ma continuo ed inesorabile scorrere delle stagioni, delle costellazioni, dei giorni e delle notti, dei soli e delle lune. Albe millenarie e tramonti senza fine su vestigia apparentemente fredde e mute ma dall’eloquente, sebbene enigmatico, silenzio.
E’ su tutto questo che edifici del genere, così disorientanti e impattanti vogliono giocare.
E cosa c’è di più simile alla Preistoria dell’Arte Contemporanea, coi suoi tagli, le sue nude geometrie, i suoi sconcertanti accostamenti, la sua difficile essenzialità?
Lo ha cantato persino Francesco Gabbani un paio di Festival di Sanremo orsono: “Contemporaneo come l’uomo del Neolitico” e non è solo uno scherzo o una similitudine azzardata da tormentone radiofonico.
Scusate, ma cosa c’è di più essenziale e nudo di più splendidamente ed eloquentemente concettuale, di più decisamente contemporaneo di una stele?!