L’enigma di Orso e il codice del chiostro. Cap. 2

Alla fine capì. Sebbene non tutto il lavoro fosse ancora giunto a termine.

Nei capitoli che avevano richiesto maggiore impegno, padre Ardagh descriveva il suo chiostro ideale, un chiostro dove vivere, meditare, pregare, invocare la vittoria del Dio della Luce sulle tenebre. Il Sole della fede che combatte le ombre del male, lo stesso tema che Arnolfo chiese venisse rappresentato all’interno della chiesa in un grande ed emblematico mosaico al cui centro avrebbe dovuto troneggiare Sansone, il cui nome racchiude la parola ebraica “sole” e i cui lunghi capelli avrebbero simboleggiato i raggi, intento a lottare contro una fiera obbligandola a guardare verso l’alto, verso Dio.

Riga dopo riga, parola dopo parola, Arnolfo comprese: Ardagh aveva illustrato un vero e proprio programma didattico ed iconografico e lui decise che lo avrebbe concretizzato! Non sapeva quando, ma presto ne avrebbe avuto l’occasione…

Nel giro di pochi mesi Arnolfo venne nominato priore. Tra le sue prime iniziative vi fu il voler abbracciare e proporre ai suoi confratelli l’abbandono della vita secolare a favore della regola di Sant’Agostino. E anche questo obiettivo venne raggiunto, nel giubilo generale, nell’anno del Signore 1133 dall’Annunciazione alla Vergine (anno 1132 dalla Natività).

La comunità si ingrandì e perciò anche il convento necessitava di nuovi spazi tra cui, non a caso, un chiostro, il vero cuore dell’intero complesso ursino, uno spazio fondamentale per le necessità della vita claustrale. Si scelse il lato sud della chiesa, quello meglio esposto al sole; qui prima non c’era mai stato nulla, ma l’area era esigua e perciò fu necessario eliminare tre contrafforti della chiesa voluta precedentemente dal vescovo Anselmo. La forma sarebbe stata rettangolare, ma non perfettamente regolare in quanto si rivelava necessario assecondare alcune preesistenze che andavano legate al nuovo chiostro, tra cui anche la biblioteca e lo scriptorium. Al centro ci sarebbe stato un pozzo, l’acqua, simbolo di purezza, di vita, di rigenerazione. Ogni elemento, ogni particolarità, ogni dettaglio descritto nell’oscuro testo di padre Ardagh doveva essere riprodotto.

Arnolfo chiamò i migliori maestri lapicidi di Provenza e Lombardia, addirittura un noto magister iberico, tale Petrus, che si misero immediatamente all’opera. Il nuovo priore volle seguire personalmente la scelta dei marmi che richiese fossero di varie tessiture e sfumature, così come di diverse forme dovevano essere i capitelli. Tutto doveva rispecchiare l’armonia e l’equilibrio. Le scene raffigurate avrebbero dovuto richiamarsi, specularmente, simili nel messaggio seppur diverse nei personaggi, sui lati nord e sud, entrambi da fruire procedendo da est verso ovest, ab solis ortu usque ad occasum, seguendo il naturale ritmo del sole con direzione antioraria, quindi in armonia col moto sempiterno delle sfere celesti, allo stesso modo in cui gli antichi Romani fondavano le città.

La galleria nord

Arnolfo stabilì che si cominciasse dal lato nord, quello attaccato alla chiesa e meglio illuminato dal sole. Quello in cui dovevano prevalere le figure sulle epigrafi. Il lato settentrionale avrebbe raccontato per immagini l’origine dell’uomo e il peccato originale, la rinuncia al paganesimo e l’avvento del Salvatore con scene dell’Annunciazione, dell’Incarnazione e della Santa Natività fino all’annuncio ai pastori e ai Magi d’Oriente per poi approdare al tragico episodio della strage voluta da Erode. Il racconto sarebbe continuato con la fuga in Egitto, posta in corrispondenza del varco verso l’area centrale. Si sarebbe quindi proseguito col martirio di Stefano, primo testimone della vera fede ucciso a colpi di pietre, di cui il convento custodiva anche due sacre reliquie.

La raffigurazione avrebbe inoltre previsto una scena di quotidianità monastica dominata da una grande ruota di pozzo: il mandatum, ossia la lavanda dei piedi che veniva praticata il sabato pomeriggio a voler ricordare lo spirito di umiltà e di servizio. Era infatti questo un rito cui Arnolfo teneva moltissimo e che veniva regolarmente eseguito.

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La volpe e la cicogna (dal sito http://www.viaggioneltempo.eu)

Non sarebbe inoltre dovuto mancare un capitello dedicato alla nota favola della volpe con la cicogna, emblematica per insegnare che “chi la fa, l’aspetti”. Un primo velato riferimento ad un annoso dissidio con i confratelli del Capitolo della Cattedrale. Chissà come aveva fatto padre Ardagh ad individuare la favola più adatta… mah… quell’uomo era ammantato da un alone di mistero difficile da definire. Quegli occhi sapevano vedere sempre oltre, in dimensioni che le umane facoltà spesso trascuravano o addirittura ignoravano. Un grande uomo.

E neppure dovevano mancare capitelli occupati da specie vegetali, frutti o animali di fantasia, solo in apparenza meramente figurativi ed esornativi, ma in realtà densi di significati tutti da scoprire. Occorrerà saper guardare oltre le apparenze perché i fiori e i frutti scelti non sono casuali. Arnolfo, ad esempio, aveva in mente il fico: se produce solo foglie senza frutti, per quanto siano queste belle e grandi, allora è un fico cattivo e bisogna guardarsene!

Giunti all’estremità ovest Arnolfo avrebbe voluto un capitello dedicato ad esseri per metà uomini (sia imberbi che barbati) e per metà aquile: un invito ai suoi monaci a comportarsi come le aquile, ossia a saper guardare verso il cielo, verso Dio, grazie allo studio e alla preghiera.

Ma c’era un “problema”, o meglio una sorta di inspiegabile assenza. Nel codice non era stata considerata la decorazione destinata al grande pilastro dell’angolo nord-est. Arnolfo aveva capito che l’ingresso al chiostro avrebbe dovuto effettuarsi da quel punto, sempre in armonia col moto celeste e solare, ma si chiedeva come mai padre Ardagh non avesse dato indicazioni sul tema da raffigurare in un punto così significativo ed importante. Eppure non vi erano lacune nel testo. Lo aveva letto e riletto con estrema attenzione. Forse una dimenticanza? Davvero strano! Forse un addendum alla fine del codice? E perché mai? Ad ogni modo i lavori dovevano iniziare. Arnolfo condivise le tematiche coi maestri lapicidi e con le maestranze tralasciando temporaneamente la questione del pilastro angolare. Che lo tenessero grezzo per il momento, ci sarebbero tornati in seguito.

Il cantiere di Saint Denis (dal sito RestaurArs)
Il cantiere di Saint Denis (dal sito RestaurArs)

Il cantiere prese vita. Un formicolio di operai, manovali, mastri carpentieri per le capriate di copertura, scultori, scalpellini, marmisti… era tutto un “via vai”. Arnolfo era decisamente soddisfatto. Di notte, anziché riposare, continuava nel suo lavoro di decodifica e decorazione miniata del codice di Ardagh.

Alcune notti dopo, durante questo appassionante ma sfiancante lavoro, Arnolfo si accorse di aver terminato un colore importante, il blu, quello ottenuto dalla preziosa polvere dei lapislazzuli e che veniva usato in gran quantità per il manto della Vergine e per la sopravveste del Cristo, simbolo di nobiltà spirituale e trascendenza. Arnolfo decise di trasferirsi nello scriptorium dove erano conservate le scorte di pigmenti utili ai miniaturisti. Lavorò con estrema concentrazione per tutta la notte. Non andò nemmeno a riposare, ma dallo scriptorium si portò direttamente in chiesa per le prime preghiere dell’alba.

Assediato dai diversi magistri e preso dalle incombenze che il suo ruolo gli imponeva, Arnolfo non si accorse nemmeno del tempo che passava fino a che…

“Accorrete! Accorrete! Aiuto! Al fuoco, al fuoco!!! Lo scriptorium!!! Presto, sta bruciando tutto!!”…

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Dal sito http://www.scrivolo.it

Stella

L’enigma di Orso e il codice del chiostro. Cap. 1

Ricordo benissimo quella notte. Era pieno inverno, il vento soffiava a raffiche e portava con sè una strana sabbia di ghiaccio che rapidamente si depositava su ogni cosa accentuando l’ovattato silenzio delle ore del riposo. Il terziere di Sant’Orso dormiva nel buio; tutti rintanati nelle case per ripararsi dal gelo di quest’ultima lunghissima notte di gennaio. Un’atmosfera sospesa, una quiete quasi surreale dopo due giorni di mercato e di festa.

Il monastero era pronto per festeggiare all’indomani, 1 febbraio, il suo santo protettore: Orso.

A quell’epoca ero giovane, un adolescente; mio padre, potente nobile della Valle, mi aveva indirizzato sin da bambino alla carriera ecclesiastica. Ma ammetto di essere sempre stato una testa calda: spesso insorgevo, rifuggivo le ore del lavoro e talvolta arrivavo tardi sia a messa che allo scriptorium…per non parlare delle innumerevoli volte in cui avevo tentato la fuga! Dopo l’ennesimo rimprovero, il priore aveva deciso di punirmi obbligandomi a trascorrere queste gelide notti nella guardiola insieme ad un confratello più anziano. Erano gli anziani, infatti, solitamente ad occuparsi dell’eventuale accoglienza di mendicanti e pellegrini così come delle prime cure per i neonati abbandonati sul sagrato della chiesa. Questo perché noi novizi eravamo ritenuti più fragili e vulnerabili davanti alle insidie provenienti dal contatto precoce col mondo esterno.

D’accordo, però se quella notte non ci fossi stato io… fratello Deodatus si era addormentato durante il nostro Rosario e c’erano voluti un paio di scossoni per destarlo dal suo cantilenante russare. La campanella aveva già suonato 3 volte: evidentemente là fuori, oltre le mura del convento, qualcuno aveva bisogno di aiuto!

Fratello Deodatus corre alla porta. Lo spiffero di aria gelata arriva a lambire i miei polpacci. Sento un breve dialogo tra i due. Rientra in compagnia di un uomo molto alto, completamente coperto da un pesante mantello da viaggio. Il viandante era assai affaticato e lamentava un dolore insopportabile alla gamba destra; si appoggiava ad un bastone leggermente ricurvo che, in un certo senso, poteva quasi ricordare il lituo del vescovo. Poche parole ma mi sono bastate per notare un accento insolito; parlava latino correttamente, questo sì, ma il suo accento… mi era del tutto nuovo!

Lo accompagniamo vicino al focolare. Lo straniero si scopre la testa, si passa stancamente una mano sul viso indurito dal freddo. Poi mi guarda. Quegli occhi… quegli occhi non li dimenticherò mai. Due occhi lunghi e affilati di un colore indefinibile: o meglio, un azzurro ghiaccio che, a seconda di come la luce li colpiva, brillavano di strani riflessi color lavanda. Un paio di spesse sopracciglia rosse ne accentuavano l’espressione burbera ma buona allo stesso tempo. La fronte alta, ma non stempiato. Capelli fulvi leggermente lunghi gli ricadevano ai lati delle orecchie fino a sfiorargli il collo.

“Grazie miei cari fratelli! Non so come avrei fatto se non avessi trovato questo monastero. Sto compiendo un lungo viaggio di ritorno da Roma. Sono diretto a casa, al nord, molto… molto lontano da qui! La mia strada è ancora lunga e purtroppo la mia gamba duole moltissimo. Avrei necessità di riposare un po’ presso di voi… e che Dio nostro Signore vi benedica!”.

Io avrei voluto fargli decine di domande, ma fratello Deodatus mi fece cenno di zittirmi. Non era il momento. Il pellegrino aveva bisogno di dormire e rifocillarsi. Con calma l’indomani ci sarebbe stato tempo per le presentazioni dettagliate.

Il giorno seguente il priore convocò tutti nella sala capitolare subito dopo le preghiere del mattino. “Cari confratelli, con grande piacere vi presento il nostro ospite giunto ieri da Roma. Padre Ardagh, del prestigioso ed antico monastero di Clonard, nella verde terra di Hibernia, anche detta Scotia. Raffinatissimo miniaturista, padre Ardagh si fermerà da noi alcuni giorni in modo da rimettersi dalle fatiche sin qui accumulate. Quindi riprenderà il viaggio verso la sua casa madre. Oggi festeggerà con noi il nostro santo patrono Orso”.

Padre Ardagh mi stette subito simpatico. Avevo voglia di conoscerlo meglio e chiedergli tante cose…sulle sue origini, sulla sua terra, su Roma… Cercavo di stargli attaccato come un cagnolino. Veniva anche lui allo scriptorium; aveva voluto vedere la nostra biblioteca, sfogliare i volumi, analizzare i codici…

Io ero un discepolo; stavo imparando l’arte dell’amanuense, ma devo dire che mi è sempre piaciuto di più il disegno rispetto alla scrittura. E’ tuttavia pur vero che l’arte della miniatura aiuta la bella grafia, bisogna imparare a rendere i capolettera come dei piccoli capolavori artistici, come fossero dei camei figurati incastonati all’inizio del testo.

Ero appena un neofita, oltre che un novizio… ma volevo impegnarmi. Padre Ardagh si accorse di questa mia inclinazione e mi prese sotto la sua ala. Io temevo il giorno in cui la sua gamba sarebbe guarita consentendogli di rimettersi in cammino. Avevo addirittura pensato di chiedergli di portarmi con sé…anche se immaginavo con orrore l’ira di mio padre!

Padre Ardagh aveva un carisma fuori dal comune. In breve tempo era riuscito ad accattivarsi la simpatia, l’affetto, la stima di tutti i confratelli. Collaborava in tutte le attività del monastero, anche quelle nel giardino (dove un paio di volte l’ho trovato intento a dialogare persino con gli uccellini!). Mai si tirava indietro e per noi era diventato un esempio.

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Sotto la sua guida ero nettamente migliorato; anche sotto l’aspetto della condotta! Il Priore era felicissimo di tutto questo e mio padre assolutamente orgoglioso! Mi ero appassionato allo studio, alla lettura e stavo piano piano impratichendomi con la miniatura.

Padre Ardagh mi aveva mostrato i suoi lavori: erano splendidi! Veri capolavori di arte insulare della sua terra “presa direttamente dal patrimonio figurativo dell’antica gente celtica“, mi ripeteva lui. Racemi intrecciati, fiori, foglie, gemme… un trionfo di motivi vegetali che creavano dei giochi ottici tanto da ricordare persino forme animali! Ma non solo… padre Ardagh aveva una mano fantastica anche nelle raffigurazioni di scene delle Scritture. Quei capolettera erano “letteralmente” cesellati! I volumi parevano istoriati, quasi delle piccole sculture!

I giorni trascorsero velocemente, anche troppo… Padre Ardagh doveva riprendere il suo viaggio. Ero triste, affranto, un senso di abbandono si stava impossessando di me! Per me lui era stato più padre di mio padre…

Prima di partire volle farmi un dono: ” tieni mio giovane Arnolfo, nobile come un’aquila e forte come un lupo, così come recita il tuo stesso nome di radice germanica. Ti lascio questo codice. Io vi ho scritto i testi e ho imbastito le miniature. Ma tu dovrai completarlo e rifinirlo in base agli insegnamenti che ti ho impartito. Quando sarà finito, in quello stesso giorno io tornerò da te qui ad Augusta“.

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Misericordia! Quel codice era impressionante tanto era spesso e pesante! Mi ci sarebbe voluta tutta la vita per terminarlo… non avrei mai più rivisto Padre Ardagh, se non nella grazia di Dio.

Passarono giorni, settimane, mesi, anni, lustri. E le diverse missive inviate al convento di Clonard non avevano mai ricevuto risposta.

Il giovane Arnolfo divenne un uomo colto e raffinato, di solida dottrina e gran temperamento. Un uomo dotato di elevata intelligenza non priva di sensibilità, acuto ma giusto in politica, abile nella gestione degli affari del monastero, fine consigliere per i confratelli, illuminato teologo. Grande la sua passione per Sant’Agostino di cui leggeva e rileggeva, spiegava e rispiegava i passi salienti de “La Città di Dio”.

Nemmeno per un solo giorno aveva tralasciato il lavoro sul codice di padre Ardagh. Quello era un pò il suo momento privato. Pagina dopo pagina era riuscito a decifrare le scritture dell’amico e aveva quasi completato le illustrazioni. Si trattava di una sorta di “convento ideale”, di comunità di uomini legati dalla stessa fede e dagli stessi obiettivi.

La parte più difficile ed oscura era quella che stava affrontando ora: un intreccio enigmatico, quasi un rebus in cui disposizioni architettoniche, artistiche e letterarie si mescolavano nell’intento di delineare un luogo particolare. Sacre Scritture e antiche favole greche miste ad animali fantastici e leggende. Indicazioni topografiche, orientamenti, punti cardinali, percorsi, sensi di lettura.

“Riuscirò mai a dare un senso a tutto ciò?”, si chiese perplesso Arnolfo. Non sapeva che la soluzione non avrebbe tardato…

 

Stella

 

Liebster Award. Alla ricerca di nuovi bloggers emergenti. Nominata… e neppure me ne ero accorta!

Mi ritengo un’apprendista archeo-blogger. Insomma, è nato tutto per passione e anche un pò per lavoro. Sì, perché da archeologa “nuda e cruda” quale ero fino al 2012, negli ultimi anni, lavorando nel settore turistico, mi sono aperta (e mi sto ancora impratichendo) alla comunicazione/divulgazione on-line. Social, blog, siti web… insomma, passare dall’essere un topo di biblioteca un pò old style ai blog per me è stato un salto notevole. E pensare che molti ancora non accettano che una disciplina così seria ed impostata come l’archeologia possa essere comunicata in questo modo e con questi mezzi… mah.. prima o poi si svecchieranno! Basta che non si perdano treni importanti però!

La passione del “comunicare” l’ho sempre avuta ed un primo banco di prova fondamentale è stato per me l’aver insegnato a scuola per 4 anni; sia in un liceo che alle medie. Una missione, non un ripiego! Una professione che mi ha dato tanto in termini umani visti i riscontri positivi ricevuti dagli alunni! Ma anche in termini professionali, aiutandomi nel declinare i vari registri per far capire le cose, per riuscire a mediare contenuti in sè ostici per alunni di diverse età e capacità. Il voler a tutti i costi far capire; il voler allargare le conoscenze dei ragazzi, aiutarli nei collegamenti interdisciplinari, il voler riuscire a rendere meno noiose materie come  ad esempio il latino usando l’appeal dell’archeologia… ecco.. tutto questo credo abbia affinato non poco la mia innata voglia di comunicare. Passione per la comunicazione e per la divulgazione!

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Da quando opero nel settore del Turismo in Valle d’Aosta, sto cercando di dedicarmi il più possibile (anche se non è semplice) a fare da tramite tra Turismo, appunto, e Cultura (che purtroppo in questa regione sono enti diversi). Mi occupo nello specifico di Turismo culturale seguendo progetti e comunicando on line sui canali ufficiali tutto ciò che nel settore dei BBCC può costituire occasione di visita e di vacanza. Ne approfitto quindi per segnalarvi il nostro sito web: http://www.lovevda.it e il nostro blog dove io personalmente seguo in particolare il canale “Cultura”: http://www.vdamonamour.it

Ma potete seguirci anche su Facebook e su Twitter

Ma veniamo al mio personalissimo archeo-blog: ARCHEOLOGANDO!

Ho cominciato quasi 2 anni fa a maturare l’idea. Non sapevo neppure da che parte iniziare e così ho cominciato a guardare gli archeoblog su Internet. Ammetto che Professione Archeologo mi ha dato una bella ispirazione! Così come ArcheoPop! Poi, dopo aver avuto la fortuna di conoscere queste fantastiche archeologhe dal vivo a Firenze… beh, la voglia è aumentata a dismisura!

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Ma io non volevo parlare solo di archeologia… volevo creare un blog di turismo archeologico con l’intenzione di raccontare agli amici i miei viaggi e soprattutto la mia regione, la Valle d’Aosta, sotto una luce totalmente diversa dal solito quadretto “mucche, neve, montagne”. Sì, volevo in qualche modo contribuire a far nascere la voglia di venire quassù per scoprire, oltre alla natura, anche un patrimonio culturale decisamente notevole ed inaspettato! Quante volte, accompagnando per lavoro dei press-tour in visita alla città di Aosta, ho potuto notare lo stupore di trovarsi davanti a monumenti di epoca romana così grandiosi che mai avrebbero immaginato! Aosta è questo: una piccola “Roma delle Alpi” che ti regala scorci di pura classicità romana incorniciata da vette innevate.. e non è come dirlo! E non solo romanità! Una Preistoria ed una Protostoria particolarissime ed ammalianti… un Medioevo sorprendente…
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Quindi, rispondiamo alle domande che le altre archeo-bloggers mi hanno rivolto:

  1. Qual è il target di riferimento del tuo blog?      

Mah, direi un target decisamente vasto e multiforme! Naturalmente occorre avere un minimo di curiosità verso l’archeologia e verso i viaggi culturali, ma cerco di usare un linguaggio semplice, immediato e sufficientemente narrativo adatto a nutrire aspettative ed interesse. Dai ragazzi delle scuole fino ai gruppi “silver” over 65 passando dal turista di passaggio, occasionale, spesso inconsapevole che quasi per caso si trova a passare in questa Valle. Ma non parlo solo di Valle d’Aosta.Spesso, da turista, racconto i miei viaggi, le mie scoperte, le mie “avventure” sperando di dare spunti di viaggio ad altri.

2. Quali sono o qual è il post che ha avuto più successo? E perché, secondo te?

Sicuramente quello dedicato alla mia più importante scoperta: l’orientamento astronomico di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta) al solstizio d’inverno: https://archeologando.wordpress.com/2015/12/20/aosta-citta-del-solstizio-dinverno/    che ha totalizzato ben 1322 visualizzazioni! Un vero record per me!

Intanto si tratta di archeoastronomia fatta in prima persona sul campo… ( e io ci scherzo dicendo che non poteva capitarmi una cosa diversa dato che faccio l’archeologa e mi chiamo Stella!!).

Tutto nato da un lavoro di routine: una sorveglianza archeologica per la realizzazione di una cabina elettrica interrata! Era il febbraio 2012. Quando emersero quegli altorilievi non potevo credere ai miei occhi! Da lì è stato tutto un appassionante e totalizzante crescendo di studio e ricerca condotti, a partire da un certo momento in poi, insieme al Prof. Giulio Magli, ordinario di Archeoastronomia al Politecnico di Milano. Una torre angolare di origine romana. Livelli da secoli interrati e mai rimessi in luce. Un blocco angolare con le due facce a vista istoriate. Simboli emblematici. Augusto. Il Capricorno. Un aratro… vi è venuta un pò di curiosità? Una ricerca che ha dato immensa soddisfazione riuscendo ad essere accettata e pubblicata anche sul Cambridge Journal of Archaeology!

E anche questo, ossia la possibilità di apprezzare ancora oggi l’allineamento del sole sul Kardo Maximus nelle giornate tra il 21 ed il 24 dicembre, è un’ottima motivazione di turismo archeoastronomico, quindi… venite ad Aosta!

3. Polemiche, troll, flame sono parte integrante del mondo social (purtroppo). Hai avuto esperienze dirette e come te la sei cavata?

Fortunatamente fino ad ora non ne ho avuta esperienza.. almeno sul mio blog! Altrove sì, e rispondo sempre con garbo ed educazione. Mai lasciare critiche sospese… Quanto al mio blog, invece, diciamo che si tenta di offuscarlo con l’indifferenza… ma io persevero! Ma sì, diciamo che il mio archeo blog è, appunto, “mio” e per alcuni questo non consentirebbe di diffondere contenuti prodotti da enti pubblici… ma siamo alla follia!

4. Cosa ti ha spinto a creare il tuo blog? Raccontaci la tua backstory!

L’ho già detto prima. La voglia e la passione di comunicare contenuti apparentemente non alla portata di tutti “traducendoli” in un linguaggio più immediato e quotidiano facendo venir voglia di viaggiare per venire a vedere il nostro patrimonio dal vivo. E anche perché qui da noi spesso (troppo spesso, ahimé) l’archeologia è vista come “spesa inutile”, come “fumo negli occhi” da un’opinione pubblica stanca di lavori lunghissimi, di blocchi della circolazione, di “buchi per strada” ecc… quindi vorrei, assai ambiziosamente, riaccendere interesse positivo insomma.

Ma non mi occupo solo di Valle d’Aosta, sia chiaro! Io mi muovo preferibilmente in contesto alpino nord-occidentale… Roma sulle Alpi, direi! Con alcune spigolature in Francia (mia terra d’elezione) e Svizzera. Ha riscosso un buon successo di pubblico la serie di quest’estate dedicata alle “Auguste” intorno a noi, ad esempio! Questo, molto probabilmente, si deve al fatto di essermi laureata in “Archeologia delle Province romane”..

Protagonista principale però è la Valle d’Aosta dove questo genere di comunicazione archeologica è ancora sostanzialmente “nuova”, comunque poco utilizzata e poco percepita, per quanto sia utile ed efficace così come facile da veicolare! Servirebbe solo un pizzico di visibilità in più…

5. Consigli per aspiranti archeoblogger: DOs and DONTs dell’archeoblogging secondo te.

Il mondo dell’archeologia è vastissimo. Una multidisciplinarietà immensa che può consentire di scrivere pagine e pagine cercando di far conoscere sempre meglio questa materia così ricca e affascinante. Quindi, fatevi sotto!

Siate entusiasti; appassionati e appassionanti! Siate curiosi ed incuriosenti. Siate motivati e motivanti! Metteteci del vostro, abbiate un vostro stile, un vostro colore. Non limitatevi a descrivere un sito, una mostra, un museo credendo che più si è accademici e meglio è! parlate come se foste al bar, al supermercato. Parlate come se doveste convincere un vostro amico ad andare a visitare un luogo o a fare un viaggio… I notiziari di scavo, i bollettini, gli atti di convegno.. sono altra cosa e hanno altre sedi, altri destinatari, altre occasioni. liebster-award-main

Ringrazio nuovamente per la graditissima nomination e… Buon lavoro a tutti!

 

Stella

 

 

 

Natività. La grotta della Luce

Inizio subito con una data: 12 ottobre 2016. Era un mercoledì. Erano le 14,04. Veniva alla luce la mia adorata bambina: Costanza. Una creaturina di puro amore e dolcezza che, come non faticherete a capire, assorbe tutto il mio tempo e la mia dedizione. Ecco perché ormai da tempo non arricchisco questo mio blog…

Adesso che la piccola ha compiuto i 2 mesi e che la mamma sta riguadagnando un minimo di ispirazione, rieccomi!

Non vi nego che in questo post che vi accingete a leggere, una grossa parte di merito è proprio della mia bimba. Già, perché si parla di Natività.

Un paio di giorni fa stavamo allestendo il nostro piccolo presepe e Costanza un po’ sonnecchiava e un po’ osservava quanto stessi facendo su quel davanzale coi suoi occhietti vispi e curiosi.

Tenevo tra le mani quelle statuine e nel sistemarle nella grotta mi sono venuti in mente interi millenni di fede, di culti, di ricerca del sacro.

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Da mamma mi ha colpito, per la prima volta, quel bimbo seminudo disteso nella paglia, così, con le braccine sollevate verso il cielo che, se da un lato simbolicamente richiamano il triste futuro di sacrificio in croce che lo attende, dall’altro ripetono la più istintiva e naturale richiesta di affetto dei neonati: “Mamma, mi abbracci? Mi riscaldi contro il tuo cuore?”. Ma la giovane e ancora sconcertata Maria non lo fa… almeno in questa scena. Lo guarda, a mani giunte, e non le viene neppure in mente di togliersi il velo per coprire quel corpicino esposto al gelo della notte. Un’immagine che davvero già richiama quella che sarà la più classica iconografia del Golgota: la Madre, affranta, ripiegata su se stessa, da una parte, e un San Giovanni a capo chino dall’altra al posto dello sbigottito ed incredulo San Giuseppe.

Ho pensato a quanto antica sia questa scena, a quanto indietro nel tempo occorre risalire per riviverla e ritrovarla. E non mi fermo a Greccio, a quel primo presepe inventato da San Francesco. Vado ancora più indietro. Anche oltre la “grotta” di Betlemme. In quella grotta (o stalla secondo altre versioni) ritroviamo la Luce, quella del solstizio d’inverno, quella con la “L” maiuscola che vince le tenebre più oscure e che porta l’Amore e la Pace. Una Luce che da sempre, ogni anno ritorna e si rinnova rinvigorendo le speranze degli uomini, inverno dopo inverno.

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Vorrei infatti ora condividere con voi alcune riflessioni, alcune “spigolature”, chiamiamole così.

Mentre la mia bimba se la dorme avvolta nella sua copertina preferita, penso al grembo materno, quello nel quale io, come miliardi di altre donne da sempre, racchiudiamo la vita per 9 mesi. E il legame con la “grotta” è fortissimo. Pensiamo alle prime forme di culto, o se preferite di sciamanesimo, di magica ritualità, attestate nelle grotte frequentate dall’uomo preistorico. Mi viene in mente un viaggio fatto tempo fa in Ardèche e in Périgord, nel Sud-Est della Francia. Un viaggio alla ricerca delle più remote radici umane, un viaggio alla scoperta delle grotte dipinte da mani sconosciute, popolate dai neri profili di animali diversi: uri (buoi preistorici), tigri, pantere, bufali, orsi… Grotte profonde e scure; antri pericolosi che non erano di norma abitati (al massimo le tracce di frequentazione umana si fermano al loro ingresso), ma venivano perlustrati in occasioni particolari. Grotte che, sala dopo sala, parlano il linguaggio della più arcana e pervasiva sacralità. Molti sono infatti gli studiosi che ne parlano come di veri e propri santuari paleolitici. Va comunque detto che, anche al di là di incontrovertibili prove archeologiche (assai difficili da ottenere in questo ambito), una volta penetrati nella penombra di queste caverne e messi a fuoco quei disegni, il fiato si mozza, il cuore rallenta… quell’atmosfera sospesa prepara al sacro. E’ un fatto emozionale, di pelle e di pancia; non servono prove! Istintivamente abbassi la voce e cammini come in punta di piedi, proprio come si fa in una chiesa o in una moschea. L’udito si affina, così come l’olfatto; è l’enfatizzazione del nostro essere sensibile. Si ha davvero la percezione di essere “circondati” da presenze impalpabili ma immanenti, di essere inglobati nel sacro più arcaico e viscerale, potentemente viscerale. E ci si guarda intorno cercando di bucare l’oscurità, in attesa di qualcosa, di una sorta di “ierofania”.

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Ditemi voi se la grotta non può rappresentare al meglio l’idea di manifestazione del sacro ad un gruppo di uomini spaventati ma partecipi, di uomini in attesa della Luce nel buio. Un grande ed inspiegabile interrogativo, un profondo mistero, che di secolo in secolo, di cultura in cultura, di credo in credo, si è ripetuto, trasformato e protratto fino ai nostri giorni, al nostro Natale.

E una grotta prevede quasi sempre la presenza di acqua, di polle sorgive, di falde affioranti, di stillicidi. Acque purissimi, acque… “vergini”. Questo è la Madonna, la Vergine, all’interno della grotta del nostro presepe: la purezza. Purezza e fecondità unite in un’unica presenza, quella della Madre del Signore.

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Una madre insolita, che per partenogenesi divina ha partorito un Dio. Un episodio assai antico, presente anche in altre religioni, tra cui in primis il Mitraismo. Iniziatosi a diffondere nel mondo romano fin dal I secolo a.C., ma esistente in Oriente, in particolare in Persia, sin dal II millennio a.C. . Mitra, un dio Sole, un dio della luce, che nasce nel cuore dell’inverno, il 25 di dicembre, da una Vergine. O, secondo altre versioni, da una roccia. E qui ritorna un fortissimo legame tra rocce e fecondità, altresì attestata da tanti luoghi emblematici delle nostre montagne, da tanti “berrio” ammantati di ineffabile sacralità. E le grotte sono comunque di roccia… Inoltre può apparire strano che un dio solare come Mitra venga venerato all’interno di grotte e di luoghi appositamente ricavati e allestiti nei seminterrati come i Mitrei. E’ la Luce che deve vincere le tenebre, che deve apparire e manifestarsi.

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Giuseppe è il sacerdote, colui grazie al quale la ierofania si rende possibile, non solo quella del Bambino, ma anche quella della Vergine. E’ l’uomo scelto da Dio e capace di ascoltarlo al fine di facilitarne la manifestazione in terra e di mediarlo agli uomini “in attesa”.

Il bue, da sempre simbolo del sacro, delle antiche religioni. Nell’economia dei personaggi del presepe rappresenta il paganesimo (ricordate gli dei dal corpo taurino, i tori sacri, i Minotauri, le tauroctonie mitraiche, fino al “vitello d’oro” contro cui si scagliò l’irato Mosé?). Ebbene, anche il popolo ancora pagano assiste all’avvento della Luce.

L’asino, il più umile delle bestie al servizio dell’uomo. L’asino qui rappresenta il gradino più basso della società, il popolo degli uomini ancora incapaci di ascoltare e capire, oppure dotati di indole buona e perciò in grado di mettersi al servizio e all’ascolto di Dio (si pensi alle lunghe orecchie). Meditiamo anche sul fatto che quando Gesù farà il suo ingresso trionfale a Gerusalemme (la domenica delle Palme), lo farà proprio a cavallo di un asino!

Tutto questo lungo excursus per poi tornare alla realtà. In fin dei conti cos’è la scena davanti a me? E’ quella di una famiglia nella quale è appena venuto al mondo un bambino. E ogni bambino che nasce è la Luce, e porta il Sole nelle vite dei suoi genitori che lo guardano intimoriti ed estasiati, in attesa di ogni suo sguardo, di ogni suo piccolo gesto, di ogni suo dolce sorriso.

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Ecco, questo è il Natale. L’arrivo e il rinnovarsi della più luminosa forma di Amore, al di là dei secoli e delle culture.

Auguroni a tutti amici miei!

Stella

 

 

 

ROMA / Apre per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO] — Storie & ArcheoStorie

ROMA / Apre finalmente per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO]

via ROMA / Apre per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO] — Storie & ArcheoStorie

Una AUGUSTA “per BENE”. L’Augusta dei Bagienni in provincia di Cuneo

Ed eccoci nuovamente pronti a partire col trolley o con lo zaino in spalla… oppure, semplicemente, con la fantasia e l’immaginazione. Quello che vi propongo oggi è un viaggio breve, un’idea per una domenica oppure, vista la zona, per un fine settimana in cui coniugare archeologia e gusto! Eh sì, siamo nel triangolo “Fossano-Alba-Bra”, terra di delizie, di ottimi vini, di carni succulente, di funghi e tartufi! Quindi, fate come ho fatto io: una bella gita autunnale di un paio di giorni a… Bene Vagienna! O meglio, ad AUGUSTA BAGIENNORUM!

Da Aosta a Bene Vagienna (Via Michelin)
Da Aosta a Bene Vagienna (Via Michelin)

In poco più di 2 ore d’auto sarete in questa sorprendente cittadina tutta rossa di cotto, scrigno di raffinate dimore medievali e barocche, poetica e appartata nelle sue infilate di portici ad arco ribassato. Una cittadina sorta nel Medioevo col nome di Bene, cui nel 1862 venne aggiunto Vagienna, a ricordo e omaggio al suo bimillenario passato. Già, perché l’insediamento medievale si trova in un luogo diverso da quello che vide l’imperatore Ottaviano Augusto fondare la “sua “Augusta…

Bene Vagienna - porticati
Scorcio dei porticati del centro di Bene Vagienna

Se volete trovare le vestigia del municipium augusteo, allora dovete recarvi in località Roncaglia, ad appena 4 km fuori dal centro cittadino verso nord-est. Zona di campi aperti, di stradelle chiare, di cascine in mattoni e piccoli campanili sparsi. Eppure, sotto questa parvenza di contadina sobrietà, si celano i resti di una gloriosa colonia di veterani, fondata, come la “nostra” Aosta, nel 25 a.C. e, stando a recenti studi condotti dal prof. Piero Barale, come Augusta Praetoria, orientata al sorgere del sole al solstizio d’inverno. L’ideologia augustea che ritorna, anche qui, a manifestarsi nel templum celeste, in un momento dell’anno astronomico ben specifico, simbolo di rinnovamento e novità e in una costellazione emblematica dell’imperatore fondatore: quella del Capricorno. Per la scoperta dell’orientamento astronomico di Augusta Praetoria (fatta da chi scrive e dal Prof. Giulio Magli) vi segnalo questo link.

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Quando si arriva all’area archeologica, in prossimità della graziosa chiesetta campestre di San Pietro, una passerella in legno (percorribile o a piedi o in bici) accompagna il visitatore nel suo progressivo addentrarsi nello spazio (antico) e nel tempo, risalendo a oltre 2000 anni fa. Da una parte i resti delle antiche mura, ben restaurati e accessoriati di utile pannellistica bilingue in italiano ed inglese; dall’altra erbe e spesso canneti alti quanto te. Ti senti in aperta campagna, ma sai che a poche spanne sotto i tuoi piedi dorme la Storia.

Qui, tra il Tanaro e la pianura Padana, lungo antiche vie dirette ai valichi di confine con le Gallie, così come verso il non distante mar Ligure; qui, non lontano dall’antica Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo) dove veniva esatta la Quadragesima Galliarum prima di inerpicarsi verso i colli alpini occidentali, sorse Julia Augusta Bagiennorum. Sorse nel luogo dove già doveva svilupparsi l’antico oppidum dei Liguri Bagienni, presumibilmente denominato “Bennae” o “Baginna“, probabiklmente risalente alla seconda Età del Ferro. Coi Bagienni non sembra vi siano stati scontri o guerriglie, ma prevalse l’interesse economico di entrambe le parti nell’avere la possibilità, grazie a questa nuova fondazione, di veder incrementare i traffici commerciali.

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Citata dall’incontenibile enciclopedista Plinio il Vecchio, è però frutto dell’attività di ricerca e dell’entusiasmo di due studiosi locali, Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta, tra la fine dell’Ottocento ed il 1925, l’individuazione della sua esatta ubicazione: la fertile piana della Roncaglia, appunto. Inoltre, dal 1993, a seguito della Legge Regionale di costituzione dei Parchi Naturali, l’area archeologica di Augusta Bagiennorum  è diventata Riserva Naturale Speciale e fa parte del Parco Naturale del Marguareis. Perciò vedete come l’interesse storico-archeologico si abbini a quello paesaggistico e naturalistico, un pò come succede al ponte-acquedotto romano di Pont d’Ael (all’imbocco della Valle di Cogne), dove questo straordinario capolavoro di ingegneria idraulica antica si inserisce in un’Area naturalistica protetta dove vivono ben 96 specie diverse di farfalle! #DaVedere!

Ma non divaghiamo e concentriamoci su Augusta Bagiennorum.

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Planimetria generale dell’area archeologica (da “Augusta Bagiennorum” a cura di C. Preacco)

Gli archeologi hanno individuato il Cardine Massimo e un tratto affidabile del Decumano Massimo; al loro incrocio sorgono i resti dell’antico foro,  riportato alla luce con gli scavi effettuati nel 1941 (poi ricoperti), che hanno rivelato un fondo selciato e un portico che incorniciava i due lati lunghi e su cui si affacciavano alcuni locali intonacati, probabilmente identificabili con botteghe e uffici a conferma della funzione anche commerciale del complesso stesso; il complesso presenta una forma molto allungata, dominato sul lato breve di nord-ovest, da un tempio su alto podio incorniciato da una scenografica porticus triplex, identificabile probabilmente come Capitolium. Sul lato opposto sarebbe attestata la presenza della basilica, fabbricato a tre navate dove si amministrava la giustizia, considerato uno dei rari esempi dell’Italia settentrionale seppure di non facile ricostruzione planimetrica.

Il foro risultava quindi diviso in due aree dal tracciato del Decumano Massimo: una civile, con funzioni politiche, amministrative ed economiche nel settore meridionale ed una religiosa in quello settentrionale, ad ulteriore evidenza di scelte urbanistiche non casuali ma derivate da una precisa pianificazione. Come vedete un’altra stringente analogia col foro di Aosta, sebbene l’esempio aostano vedesse la presenza di una coppia di templi gemelli e, al di sotto del porticato superiore, di un maestoso criptoportico. Come già detto, ad Aosta occorre ancora individuare con certezza la basilica che, però, parrebbe svilupparsi sul lato lungo occidentale, quindi tra le attuali Via Lostan e Via Croce di Città.

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Ricostruzione del foro (disegno di F. Corni)

A nord del foro, cui era collegato in un unico complesso monumentale tramite un largo viale, si colloca il teatro, unico edificio di Augusta Bagiennorum, unitamente all’annesso “tempio minore”, oggi pienamente visibile. Costruito in epoca augustea (I sec. d.C.) interamente fuori terra, poteva ospitare circa 3000 spettatori andando ad occupare due insulae vicine: una per la cavea ed una per l’edificio scenico (composto dal palco, dalla scaenae frons alle sue spalle e dagli ambienti di servizio retrostanti). Completano il quadro numerosissimi frammenti di decorazioni scultoree in marmo colorato, cosa che fa immaginare quanto dovesse essere ricco e ricercato l’interno dell’edificio scenico (un pò come accade anche ad Aosta).

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L’area del teatro e del cosiddetto “tempietto minore” divenuto chiesa romanica (da Il Giornale dell’Arte)

Dietro alla scena, larga circa 40 m, si apriva una piazza porticata quadrata di quasi 70 m di lato, che collegava la struttura con il centro cittadino. Tale struttura è identificabile con la porticus post scaenam, con funzione di “foyer” e di riparo per gli spettatori ed al cui interno si elevava un secondo tempio, forse un semplice sacello, più piccolo di quello forense, e per questo definito “tempio minore”, di incerta attribuzione, anche se la connessione con il teatro ha indotto ad ipotizzare che fosse dedicato a Dioniso.

Proprio questo tempietto venne adibito, tra IV e V sec. d.C., a luogo di culto cristiano che, successivamente nel X sec. d.C., divenne una vera e propria chiesa a tre navate absidate, in passato identificata come Pieve di Santa Maria di Bene (ma tale intitolazione risulta  ancora sub iudice).

Al di fuori della cinta urbana sorge l’anfiteatro, realizzato a metà del I d.C. (e confrontabile con l’esemplare di Libarna (AL), di cui oggi sono apprezzabili i resti della porzione occidentale. Nei pressi sorge oggi un orto “alla romana”: un progetto storico-botanico ispirato alla tradizione romana dei giardini con scopo utilitaristico del I-II secolo a.C., dedicati alla coltivazione di ortaggi, frutta ed erbe aromatiche, utili per la vita domestica della casa. Il centro dell’antica arena, invece, è ancora occupato da campi coltivati e dalla Cascina Ellena (sì, con 2 “L”).

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La passerella intorno ai resti dell’anfiteatro

Significativi anche i resti del poderoso acquedotto (contro i quali si appoggia la chiesetta di San Pietro già citata), di cui si è ritrovato un tratto di circa 2 km, per metà interrato, proveniente da sud-est e quindi, probabilmente, alimentato dal fiume Stura. Si può apprezzare un tratto del muro di sostegno della lunghezza di oltre 1 km e della larghezza media di 1,5 m, che corre su contrafforti con direzione nord-sud. Al termine della condotta è stato rinvenuto anche l’antico castellum aquae, una sorta di cisterna generale, da cui si dipartivano i diversi collettori secondari con tubature in piombo dirette ad alimentare le diverse zone della città.

A ciò si deve aggiungere l’individuazione della rete fognaria, sviluppata per almeno 250 metri, dalla quale si è potuti risalire anche al sistema viario urbano, articolato in strade principali e secondarie.

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Una delle sale del MAB di Bene Vagienna

Non si può lasciare Bene Vagienna senza aver completato la visita dell’antica Augusta Bagiennorum con quella al ricco Museo Archeologico locale, istituito agli inizi del Novecento dalla coppia di studiosi Assandria e Vacchetta, nelle preziose sale settecentesche del Palazzo Lucerna di Rorà. Il Museo raccoglie unicamente ciò che proviene dal sito e ne fornisce una panoramica completa e dettagliata. La ricchezza dei reperti aiuta ad immaginare come effettivamente dovevano essere edifici come il teatro o complessi monumentali come il foro, il cui tempio presentava al colmo del tetto una ricercata decorazione a palmette in cotto, o i cui portici dovevano rifulgere di statue onorarie in bronzo dorato e di marmi. A maggio 2016 è stato inoltre inaugurato il nuovo allestimento e le sale dedicate agli ateliers didattici. Ugualmente densa la sezione dedicata alle necropoli e alla ricostruzione della vita quotidiana.

Infine, per chi fosse interessato ad approfondire con una pubblicazione agile ma scientificamente seria ed affidabile, propongo di scaricare questo pdf.

Alla prossima!

Stella

Abbagliati dall’ “Aosta” lusitana. Mérida, l’antica Augusta Emerita

Eccoci amici! Pronti per partire di nuovo? Vi avviso che oggi il viaggio si fa lungo… eh, sì! Dalla nostra Augusta Praetoria voglio portarvi fino in Spagna, in quella che era l’antica provincia di Lusitania. E’ vero che oggi con l’aggettivo “lusitano” si intende qualcosa di “portoghese” e in effetti il grosso dell’antica Lusitania è proprio l’attuale Portogallo. In epoca imperiale romana, però, questa meravigliosa città che oggi visiteremo insieme ne faceva parte e oggi solo per pochi km è in terra iberica. Si tratta di Augusta Emerita, oggi Mérida, patrimonio UNESCO dal 1993! Ricordo che in una puntata di “Passaggio a Nord-Ovest” Alberto Angela la definì la “Roma di Spagna”, da visitare sotto quel sole accecante che accende gli orizzonti iberici e quel calore capace di creare miraggi. Il miraggio di Roma antica in Extremadura.

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Inforchiamo dunque l’ormai famigliare Strada romana delle Gallie fino a Lugdunum (Lione). Da qui proseguiamo verso ovest, verso l’Atlantico, in direzione di Burdigala (Bordeaux) passando da Augustonemetum (letteralmente il “bosco sacro di Augusto”, attuale Clermont-Ferrand) e Augustoritum (ossia “guado di Augusto”, attuale Limoges) per poi seguire la costa oceanica fino a Donostia-San Sebastiàn. Da qui la strada rientra di nuovo in direzione Burgos, Valladolid e Salamanca fino ad arrivare, finalmente, a Mérida. Un viaggio non da poco: quasi 1800 km!

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Augusta Emerita-ricostruzione grafica (da romeonrome.com)

Una città abbagliante, come ho scritto nel titolo. Bella, anzi, strepitosa! Colorata, vivace, piena di attività e manifestazioni. Ormai sono trascorsi parecchi anni da quando ci sono stata, ma il ricordo è vivissimo! Per certi aspetti il centro può ricordare quello di Aosta. Strade dense di bar e ristoranti sulle quali si aprono, quasi inaspettatamente, dei vicoli che ti incuriosiscono; li prendi e, in fondo, ti ritrovi affacciato su un maestoso tempio romano.

Oppure, passeggiando in una sera d’estate, decidi di perderti davanti allo spettacolo di un incredibile teatro romano illuminato da un trionfo di luci colorate.

Oppure ancora dover attraversare un ponte romano per entrare in città… Sono tanti gli elementi che accomunano Mèrida ad Aosta, tra cui anche l’anno stesso di fondazione: il 25 a.C.! E non solo; anche il tipo di fondazione, ossia una colonia assegnata a “emeriti” veterani meritevoli dell’esercito (da noi rappresentati dai veterani della Guardia Praetoria al servizio personale dell’imperatore). Qui ad Augusta Emerita si trattava dei veterani delle Legiones X Gemina e V Alaudae, che avevano strenuamente combattuto nelle battaglie cantabriche (tra 29 e 19 a.C.). La X Gemina era – si dice – la preferita di Giulio Cesare, o quantomeno la prima di cui si servì nelle guerre in Gallia; emblema il Toro, simbolo di Venus Iulia, dea protettrice della gens omonima. Anche la V Alaudae era una legione creata da Giulio Cesare e composta in prevalenza da soldati di origine provinciale arruolati tra i Galli Transalpini. Suo emblema l’elefante, in memoria del coraggio dimostrato contro i fieri pachidermi sul campo di battaglia di Tapso (in Tunisia) nel 46 a.C.

Ma dedichiamoci alla visita della città.

Due le visite solitamente considerate “imperdibili”: quella al “quartiere degli spettacoli” composto da teatro ed anfiteatro, e quella al meraviglioso Museo Nazionale di Arte romana. Anche se a mio avviso è tutto imperdibile… Vogliamo parlare dello straordinario acquedotto di Los Milagros?! O del maestoso ponte sul fiume Guadiana?! Per non parlare del circo, edificato sul modello del Circo Massimo di Roma, con oltre 400 m di lunghezza e 100 m di larghezza…

Ma andiamo con un certo ordine. Il “quartiere degli spettacoli”, dicevamo. So che questa indicazione topografica vi suona famigliare; sì, perché anche ad Aosta l’accoppiata “teatro-anfiteatro” viene di norma indicata così! E, come ad Aosta, anche a Mèrida i due edifici sono abbinati; sorgono, infatti, tra loro ravvicinati e confinati nell’angolo nord-est della colonia (come da noi!). Certo la pianta di Mèrida è più irregolare e movimentata rispetto a quella di Aosta, ma la posizione in rapporto al reticolato urbano è la stessa, naturalmente all’interno delle mura.

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Il teatro, eretto tra 16 e 15 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro e luogotenente di Augusto, poteva ospitare ben 6000 spettatori ed è un vero trionfo di spettacolare monumentalità. Conservatosi benissimo, ancora oggi si mostra in tutta la sua struggente, emozionante bellezza, fatta di marmi preziosi e decori scultorei. Incredibile la scaenae frons (ossia il muro di scena che chiude il palco alle spalle e che purtroppo ad Aosta è del tutto scomparso), alta oltre 30 metri, leggibilissima nei suoi due livelli di colonnato e nella distribuzione dei tre ingressi riservati agli attori: la porta regia, al centro (per gli attori principali) e le due hospitales ai lati. Doveste mai capitare qui in prossimità del tramonto, godetevi questa meraviglia avvolta nelle calde luci aranciate degli ultimi raggi: vi toglierà il fiato!

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Il teatro romano (da nationalgeographic.com)

Il vicino anfiteatro venne costruito nell’8 a.C. (come da iscrizione rinvenuta in loco), poteva contenere circa 15.000 spettatori ed è separato dal teatro per mezzo di una strada secondaria di servizio. Oggi risulta ben conservata solo l’ima cavea (quindi le gradinate inferiori) e solo alcune parti dei gradoni mediani. Un podio in granito separava le gradinate dall’arena, a protezione degli spettatori. Visibili resti di ambienti utilizzati per la custodia delle belve e/o dagli stessi gladiatori. Lungo 126 mt per una larghezza di 102, supera (seppure non di molto) le dimensioni dell’esemplare aostano con i suoi 94.50 mt di lunghezza per 73,60 di larghezza.

Ben due i fori della colonia. Uno legato probabilmente ai riti della provincia (con la persistenza di culti autoctoni “rivisitati”) ed un altro dedicato al culto imperiale e alle necessità amministrativo-commerciali della colonia. In quest’ultimo trova posto il tempio cosiddetto “di Diana”: un magnifico esastilo su podio di ordine corinzio intitolato, in origine, al culto imperiale. I suoi resti vennero utilizzati come base per la costruzione del palazzo dei conti di Corbos, cosa che lo protesse dalla distruzione.

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Cosiddetto “Tempio di Diana” (da balneariodealange.com)

Impressionante l’acquedotto detto de “Los Milagros”. Con i suoi 3 ordini di arcate alte 25 metri e uno sviluppo in lunghezza di ben 827 metri, attraversa la vallecola dell’Albarregas e vede il suo caput aquae nel cosiddetto “lago di Proserpina”, un bacino artificiale (ancora conservata la diga di età romana!)posto a 4 km dalla città.

L'acquedotto "Los Milagros" (da www.repelando.com)
L’acquedotto “Los Milagros” (da http://www.repelando.com)

 

Ma di certo non finisce qui. La passeggiata lungo i monumentali bastioni conduce all’affaccio sul Rio Guadiana, solcato dal poderoso ponte romano, lungo ben 762 mt, alto 11 sul pelo dell’acqua, largo 5 e composto da una successione di 60 arcate in granito.

Il ponte romano sulla Guadiana (da wikimapia.org)
Il ponte romano sulla Guadiana (da wikimapia.org)

 

E infine il MNAR (Museo Nacional de Arte Romano). Nato da una piccola collezione locale oltre 170 anni fa, oggi il MNAR è un museo all’avanguardia che con i suoi ben 36.000 pezzi sa coinvolgere ed affascinare i visitatori. Vasto, arioso ed elegante nella sua raffinata sobrietà erede delle forme architettoniche antiche; ampi corridoi voltati in cotto che volutamente ricordano le arcate dell’acquedotto. Reperti esposti sapientemente in modo da dare loro evidenza e risalto senza stancare l’occhio del visitatore.

Il MNAR di Merida (da www.turismoextremadura.com)
Il MNAR di Merida (da http://www.turismoextremadura.com)

Mèrida, la “Roma di Spagna”, perla dell’Extremadura, vi conquisterà!

Stella

Da Aosta a Autun, l’antica Augustodunum. La “fortezza di Augusto” nella verde Borgogna

Eccoci qui con il nostro secondo appuntamento dedicato alle “Aoste” dell’impero romano. Oggi faremo un viaggio di poco più di 4 ore alla volta della bella città francese di Autun, nel dipartimento Saône-et-Loire, regione della Borgogna.

Opzioni di viaggio da Aosta ad Autun (da www.viamichelin.it)
Opzioni di viaggio da Aosta ad Autun (da http://www.viamichelin.it)

Augustodunum, dicevamo. Toponimo in cui si fondono il nome di Ottaviano Augusto e la parola gallica dunum, ossia “fortezza”. Ci troviamo nel territorio dei Galli Haedui che, a differenza di molti popoli loro vicini, sin da subito, si mostrarono amici e alleati di Roma.

La posizione strategica e commerciale degli Edui era eccellente: controllavano, infatti, le vie che uniscono il bacino della Loira con quello della Saône da una parte, con quello della Senna dall’altra; le comunicazioni più comode fra nord e sud, fra Mediterraneo e Oceano, passano attraverso la Borgogna, che era proprio il loro paese. Erano quindi invidiati dai popoli vicini. Quando i Romani ebbero fondato in Gallia la provincia della Gallia Narbonese e vinto il re arverno Bituito, trovarono facilmente negli Edui degli alleati (121 a. C.), cui conferirono il titolo eccezionale di “fratelli e consanguinei del popolo romano”. L’alleanza servì sommamente gli interessi politici e commerciali di Roma, e diede d’altra parte agli Edui il primo posto fra i popoli della Gallia.

Tuttavia, nel 52 a.C. quando l’intera Gallia insorse contro Cesare, anche loro decisero di schierarsi contro Roma. Il loro centro di riferimento, il loro oppidum, era poco distante da dove poi verrà fondata la nuova colonia romana. Si tratta di Bibracte, luogo avvolto nel mito dove ancora oggi riecheggia il clangore delle armi e lo strepito delle battaglie tra Galli e Romani. Oggi il sito, in località Saint-Léger-du-Mont-Beuvray (e si noti come l’antico toponimo di Bibracte si sia francesizzato in Beuvray, “cristianizzandosi” sotto la tutela del burgundo San Leodegario!), è una vasta area archeologica super attrezzata dotata di un museo davvero ricco, interessante, ben strutturato, di moderna concezione e parecchio coinvolgente!.

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L’intera zona visitabile è talmente ampia che si può decidere di visitarla a piedi con belle passeggiate lungo i sentieri boscosi punteggiati di tappe emblematiche, oppure con comode navette ecologiche.

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Ci troviamo nel cuore della Gallia celtica, nel territorio che diverrà la provincia della Lugdunense, “la più gallica delle Gallie”, orbitante intorno all’importante centro nevralgico di Lugdunum (Lione), capitale politica, economica e religiosa, sede del sacro altare delle Tres Galliae (La Lugdunense, appunto, la Comata e la Belgica).

Era all’incirca il 15 a.C. quando Ottaviano Augusto decise di sfruttare questa posizione strategica fondando la colonia di Augustodunum.

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Ricostruzione acquarellata da Golvin

Una cinta muraria poderosa e monumentale, lunga quasi 6 km e conservatasi per oltre i 2/3 del suo perimetro originale ci accoglie con le sue aggettanti torri circolari e l’altezza dei suoi bastioni.

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Delle 4 porte urbiche originarie se ne conservano solo 2: la Porte d’Arroux, all’estremità nord del Kardo, e la Porte Saint André, sita all’ingresso est della città. Assai simili tra di loro, presentano entrambe quattro fornici: 2 più grandi, centrali, per i veicoli, e altrettante, ma più piccole, laterali, per i pedoni.

La Porte d'Arroux (lato sud) - S. Bertarione
La Porte d’Arroux (lato sud) – S. Bertarione
La Porte Saint-André (lato ovest) - S. Bertarione
La Porte Saint-André (lato ovest) – S. Bertarione

Il centro cittadino è ammaliante, ma soprattutto in virtù delle splendide testimonianze di un Medioevo dorato. Imperdibile gioiello cluniacense è la cattedrale di Saint-Lazare, costruita tra 1120 e 1130, annunciata e dominata dall’altissima cuspide quattrocentesca del campanile.

La cattedrale di Autun (S. Bertarione)
La cattedrale di Autun (S. Bertarione)

Ma torniamo, per non uscire di tema, alla città augustea. Un’area urbana totale decisamente estesa, pari a circa 200 ettari (!!), e disposta su ripiani terrazzati. Una forma a losanga, quindi irregolare, dovuta alla presenza di numerosi corsi d’acqua, molti dei quali oggi non più visibili.

Coi suoi 148 metri di diametro il teatro romano di Augustodunum, costruito intorno agli anni 70 del I secolo d.C., si presenta come il più grande di tutta la Gallia romana. Si pensa potesse ospitare circa 20.000 spettatori nelle sue ampie gradinate; alle spalle del palco si ergeva una scaenae frons alta oltre 30 metri. L’intera struttura venne utilizzata nei secoli come cava di materiale lapideo e, di conseguenza, oggi ci si può accomodare su quanto resta della cavea godendo, tuttavia, di un panorama spettacolare sulla campagna circostante. Accanto al teatro doveva sorgere l’anfiteatro (quindi un vero e proprio quartiere degli spettacoli, come ad Aosta), del quale però non resta davvero nulla…

Il grande teatro romano di Autun (S. Bertarione)
Il grande teatro romano di Autun (S. Bertarione)

Si affaccia sul teatro un’abitazione davvero strana: è la Maison des Caves Joyaux (ma guarda un pò!) le cui facciate sono letteralmente ricoperte di stele funerarie, epigrafi e busti di epoca romana provenienti sia dal vicino edificio teatrale che dalle necropoli circostanti! Costruita nel XIX secolo, era la casa del custode incaricato di sorvegliare la zona durante gli scavi; divenne poi il primo museo lapidario della città. Oggi è una dimora privata ma ricoperta di pezzi decisamente notevoli!

Uscendo poi dalla città seguendo le antiche arterie di traffico romane, in direzione sud, si raggiunge il piccolo villaggio di Couhard, sorto su una delle più importanti aree funerarie di epoca imperiale. La strada è in leggera ma costante salita; giunti nel punto più elevato dell’antica area necropolare, ci si trova davanti ad una piramide, nota come “pierre (o pyramide) de Couhard”.

Io ai piedi della piramide di Couhard
Io ai piedi della piramide di Couhard

Dunque, di cosa si tratta? Naturalmente, e lo si vede assai bene, non è un monumento nato e pensato come piramide, ma la forma piramidale è dovuta al suo progressivo decadimento, smantellamento, erosione. Alta in origine circa 30 metri e con base quadrata di 10,50 metri di lato, doveva essere rivestita di grossi blocchi di calcare bianco. Ciò che oggi si vede non è che il “torsolo”, il nucleo di una struttura scomparsa, forse assimilabile ad una tomba-mausoleo di proporzioni monumentali. Vedete quel foro sulla destra? Bene, quello è l’esito di un “sondaggio” effettuato alla metà del XVII secolo per verificare la presenza di una camera funeraria che… non c’è! Non è quindi una tomba vera e propria, bensì quel che si definisce un cenotafio. Una sepoltura simbolica, evocativa, celebrativa, a ricordo solenne di qualcuno di molto importante ma il cui corpo non giace lì. Una sorta di memoriale, per intenderci.

Tuttavia, il ritrovamento di un medaglione riportante la scritta “Gloria Aedorum druidumque” (“a gloria dei druidi Edui”) ha portato a supporre che fosse destinato a celebrare un personaggio in particolare, il druido Diviciaco, l’unico storicamente attestato dalle fonti. E’ noto infatti che lo stesso Giulio Cesare intrattenesse rapporti frequenti con lui, famoso per le raffinate doti diplomatiche. Si sa inoltre che Diviziaco ha sempre appoggiato l’alleanza con Roma da cui chiese aiuto anche contro i Germani. Ne parla persino Cicerone che lo ebbe ospite nella sua villa e che lo definisce come appartenete contemporaneamente alla classe sacerdotale e guerriera. Un druido, appunto.

Nel 1960 durante dei lavori di consolidamento alla base della piramide venne portata alla alla luce una tavoletta in piombo, datata al II secolo d.C., riportante delle invocazioni malefiche redatte in latino e in greco. Una “tavoletta magica” purtroppo non meglio identificata. All’esterno di nota una “X” (per alcuni una croce), mentre sulla faccia interna compaiono tre liste di nomi; si presume siano nomi di divinità uniti a formule o preghiere. La tavoletta è visibile al Musée Rolin, in città.

Sottolineo solo che da qui, dall’altura della piramide, guardando verso nord, losguardo corre all’orizzonte, supera Autun e in cosa si imbatte? Nel Mont Beuvray, Bibracte. Esiste quindi un rapporto, una sorta di dialogo visivo e simbolico con la città “perduta” degli Edui.

E per continuare col sacro, rechiamoci dalla parte opposta del suburbio autunnois, nel quartiere cosiddetto della Genetoye, dove emerge, in tutta la sua imponenza, il “Tempio di Giano”.

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La prima cosa che colpisce è questo torrione, questo enorme parallelepipedo di mattoni che tutto potrebbe sembrare fuorché un tempio. Innanzitutto va precisato che trattasi di “fanum, ossia di una tipologia di tempio non proprio romano, ma di concezione gallica. Bisogna immaginarsi questa torre circondata da un porticato; un santuario dunque a pianta centrale. Una cella ombelicale dal soffitto molto alto e illuminata da grandi finestre. Sicuramente il dialogo col cielo rappresentava una parte assai importante.

Piante di fase dagli atti della Journée de l'Archéologie di Autun, 2015
Piante di fase dagli atti della Journée de l’Archéologie di Autun, 2015

L’intitolazione a Giano si deve unicamente ad una interpretazione (forse maldestra o ingenua) del toponimo Génétoye, tuttavia non è ancora certo quale fosse la divinità qui venerata. Scavi recenti hanno pertanto individuato tracce attribuibili ad un luogo di culto databile alla seconda Età del Ferro (III-I sec. a.C.) con una continuità di utilizzo perdurata fino al IV secolo d.C.

Vorrei infine concludere consigliandovi una visita al Musée Rolin, situato nella nobile dimora quattrocentesca di Nicolas Rolin, ricco e munifico cancelliere dei Duchi di Borgogna. Le collezioni sono ricche e variegate: dall’epoca gallo-romana fino agli splendori romanici (da non perdere il video sul grande portale della cattedrale!), per concludersi con un’abbagliante collezione di dipinti e sculture rinascimentali.

Augustodunum, la “fortezza di Augusto”, antica città alleata e amica di Roma. La “Aosta” di Borgogna vi aspetta per incantarvi con le sue atmosfere e coi suoi tesori.

Bene, che dire di più? Si parte per Autun?

Stella

La mia viscerale passione per i Celti (nonostante Roma). Tra ricordi, studi e appunti

Ciao a tutti carissimi amici! E’ vero, sono stata un pò latitante..ma sapete, serve la giusta ispirazione! Serve l’intervento della Musa, quell’alito indescrivibile in cui si mescolano fantasia, contenuti e penna fluida!

Quando i ricordi riaffiorano

Ho accumulato parecchi spunti… ma oggi mi sento di rispolverare la mia passione per i Celti. Non so se ve l’ho mai detto, ma all’università ho seguito ben 2 corsi (e dico 2!!) di “Filologia e cultura celtica”! Una meraviglia.. quasi per caso mi sono ritrovata in mano alcuni appunti, datati (udite, udite) 1997 (fatalità proprio l’anno in cui vide la luce la prima edizione di “Celtica” qui in Valle d’Aosta!!).

I Celti, per me da sempre una passione quasi “segreta”, da sempre miscelata con l’altra, quella per il mondo romano. E infatti non è un caso se ho deciso di laurearmi in “Archeologia delle Province romane”; sì, perché il fascino più grande e pervasivo lo esercita, su di me, l’incontro, l’incrocio, il mescolarsi di culture, gli scambi… in tutte le loro forme: linguistiche, artistiche, architettoniche, religiose, letterarie.

E come quando si vede, nei più classici film in stile “Indiana Jones” che lui, l’archeologo con la frusta, passa una mano sulla secolare polvere di un reperto riportando in luce una scritta, un simbolo, una formula… ecco, così io nel ritrovare, per caso, quel quadernone con la copertina rosa, scritto fitto fitto. Ricordo quelle lezioni in Via Santa Maria, a Pisa, quasi in una mansarda: un’aula piccola… saremo stati, penso, meno di dieci! Stupende!

Falera in argento da Manerbio (BS) - III sec. a.C.
Falera in argento da Manerbio (BS) – III sec. a.C.

Vi fu un tempo…

I Celti sono l’etnia che nell’antichità ha occupato il territorio europeo (e non solo) più vasto perché popoli celtici sono stanziati dalle sponde dell’Atlantico alle pianure danubiane, passando per Spagna, Francia, Belgio, buona parte della Germania, l’Italia settentrionale e di qui, attraverso la penisola balcanica e la Tracia, fino all’Asia Minore. Vista la loro distribuzione massiccia e diffusa sul continente, possono essere considerati a pieno titolo il primo popolo “europeo”.

Inoltre le grandi letterature europee hanno tratto da quelle celtiche, più o meno profondamente rielaborandoli, alcuni dei più corposi e importanti cicli, temi, figure leggendarie e favolistiche che le caratterizzano e per rendersi conto di questo debito letterario e culturale nostro nei confronti dei  Celti basterà pensare a cosa sarebbe la cultura europea senza il ciclo bretone e la tavola Rotonda, Artù, Mago Merlino, Morgana, Lancillotto,Tristano, Isotta.

E poi ci sarebbero da ricordare quella particolare architettura di epoca imperiale e medievale diffusa in Francia e che viene detta gallo-romana proprio per sottolinearne la inconfondibile componente celtica; l’oreficeria celtica continentale e insulare; le tecniche e i motivi decorativi dei Celti antichi e medievali in cui molti studiosi di storia dell’arte rintracciano a ragione le fonti d’ispirazione per il Liberty. Infine, altro motivo di vanto “postumo” per i nostri Celti potrebbe a buon diritto essere rappresentato dalle periodiche e sempre più fitte riscoperte e revivals del celtismo, dai falsi ossianici di Macpherson fino a Tolkien (altra mia profonda passione!) e ,perché no, ad Asterix, senza dimenticare le “reintroduzioni”, quasi sempre inconsapevoli, di qualche tradizione come, ad esempio, quella di Halloween che altro non è che la cristianizzazione di Shamain, la festa d’inizio dell’anno celtico in cui avveniva l’incontro fra i due mondi, terreno e divino.

I Celti esistono ancora!

Tuttavia, nella storia dei Celti si registrano anche singolari rovesci di fortuna e non mi riferisco solo alle battaglie e alle guerre perdute (via via contro Romani, Anglo-Sassoni, e poi Inglesi e Francesi),  ma a qualcosa di ancor più insidioso per la sopravvivenza di un popolo: l’ignoranza diffusa sulla sua identità. Tanti, troppi, anche fra persone di buona cultura non sanno chi furono (e sono tuttora) davvero i Celti o hanno le idee molto confuse in proposito. C’è chi crede, ad esempio, che i Celti rappresentino un ramo – importante quanto si vuole ma pur sempre un ramo-, dei Germani o che celtiche siano solo le popolazioni antiche, quelle sconfitte o assimilate dai Romani: e sbagliano entrambi perché, da un lato, “celtico” è un concetto etno-linguistico autonomo e i contatti che ci sono stati con il mondo germanico sono avvenuti fra due etnie distinte, mentre, dall’altro, se è vero che non esistono più né Galli, né Celtiberi, né Galati, né Leponzi, sono celtiche anche tutte quelle comunità che in epoca medievale, moderna e contemporanea parlavano o addirittura parlano tuttora una lingua celtica come oggi nel Gaeltacht irlandese, nel Galles, in Scozia, in Bretagna e fino al secolo scorso e al XVIII rispettivamente nell’Isola di Man e in Cornovaglia.

 Si fa presto a dire “celtico”

Ed eccoli, i miei appunti di linguistica celtica… che emozione sfogliare quelle pagine! Innanzitutto il gallico, senz’altro quella più importante per diffusione (Gallia Transalpina e Cisalpina, parte della Germania e della Svizzera) e ampiezza di documentazione diretta (iscrizioni) che va dal III sec.a.C. al II-III (forse addirittura IV) d.C. e indiretta (toponimi, voci di sostrato nei dialetti gallo-romanzi). E poi il leponzio, parlato in Val d’Ossola, aree intorno alle due sponde del lago Maggiore e Canton Ticino come ci testimoniano poco meno di 200 iscrizioni (dal VII sec. al II a.C.) fin, la gran parte delle quali, purtroppo, assai brevi e in frammenti e costituite per lo più da nomi propri. E ancora  il galatico, la lingua di quei Galli che passarono nel III sec. a.C. in Asia Minore fondandovi il regno della Galazia (corrispondente in parte all’attuale Turchia) e che dovette sopravvivere a lungo prima di soccombere al greco visto che ancora S. Girolamo ci dice che ai suoi tempi era ancora parlato ma di cui conosciamo solo glosse in autori classici e nomi di persona.

E infine, il celtiberico di alcune centinaia di iscrizioni comprese in un arco cronologico dal
III al I sec. a.C. provenienti dal centro della Spagna. Tutte queste lingue, dette appunto lingue celtiche antiche o continentali furono, in momenti e con tempi diversi, comunque soppiantate in epoca imperiale dal latino (e, nel caso del galatico, anche dal greco).
Ma ci sono anche le lingue del cosiddetto celtico insulare, alcune delle quali ancora parlate nelle isole britanniche.L’irlandese, lo scozzese, il mannese, il gallese, il bretone…
"Ossian évoque les fantômes au son de la harpe sur les bords du Lora", dipinto di F. Gérard (fine XVIII-inizi XIX sec.)
“Ossian évoque les fantômes au son de la harpe sur les bords du Lora”, dipinto di F. Gérard (fine XVIII-inizi XIX sec.)
Ma qui mi fermo, perché altrimenti risulterei noiosa e “accademica”. Da qui riparto applicando la mia passione e le mie conoscenze alla mia terra. Alla terra “della Grande Orsa”, la Valle d’Aosta.

E comincio così, citando il leggendario bardo Ossian, anche noto come l'”Omero del Nord”:

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’ aere, e fuor tra nube  e nube

 mostra pallido raggio…”

La natura grandiosa dell’alta Val Veny di Courmayeur viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Ma anche questo non fa che accrescere il fascino del luogo. Un luogo dove è quasi possibile percepire il divino. Il divino della Natura, da sempre venerata sin dalla più remota notte dei tempi e assiduamente celebrata dagli antichi Celti. Non è un caso, se ci pensiamo, che il nome stesso della vallata, Veny, deriva dal celtico Penn, il dio della montagna, venerato sulle alture e non solo in Valle d’Aosta, dove ha dato nome anche alla Valpelline e all’Alpis Poenina, ossia il Gran San Bernardo. Lo ritroviamo anche sugli Appennini e, per citare un altro esempio, in Val Venosta.

Montagne divine, potenza della natura.

L'Aiguille Noire du Peuterey in Val Veny. (da: www.jeromebiols.com)
L’Aiguille Noire du Peuterey in Val Veny. (da: http://www.jeromebiols.com)

VALLE D’AOSTA CELTICA

La piccola Valle d’Aosta si colloca quasi al centro di quell’ immenso territorio attraversato per secoli da tribù celtiche, guerrieri e mercanti. E i Celti possono essere rintracciati anche qui, nella terra della GrandeOrsa, così chiamata per il suo particolare profilo che parrebbe delineare proprio unorso, animale sacro e regale il cui culto affonda le sue radici sin nella più lontana Preistoria dell’uomo. E’ noto, infatti, che prima dell’arrivo dei Romani, la Valle era abitata dai Salassi, popolo nato dalla fusione tra antiche tribù liguri e nuove genti celtiche arrivate d’Oltralpe e dall’Europa centro-orientale. Un popolo citato dagli storici greci e latini, e presente anche sull’epigrafe del Trofeo delle Alpi di La Turbie (tra Mentone e Nizza): un monumento onorario voluto dall’imperatore Augusto per ricordare tutti i popoli alpini sconfitti. Un popolo che ha lasciato diverse testimonianze sul difficile territorio valdostano: si pensi ai villaggi in quota, come quello alle pendici del Mont Tantané in Valtournenche, o al castelliere di Lignan, posto su un’altura boscosa nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale. Ma si pensi, oggi più che mai, al tumulo funerario contenete le spoglie di quel “principe celtico” recentemente rinvenuto in occasione degli scavi per l’ampliamento dell’Ospedale “U. Parini” ad Aosta.

Si pensi agli splendidi torques (collane girocollo), alle raffinate armille (bracciali) in bronzo o in vetro, alle spille per abiti e ai recipienti ceramici ritrovati nei tanti corredi funerari salassi portati in luce anche tra queste montagne.

 

Stella

Quando il “ludus” diventa arte. L’antico quartiere degli spettacoli di Aosta (romana)

Continua la nostra scoperta dell’#Aosta romana. Una #AugustaPraetoriaSalassorum che ci affascina e ci emoziona ad ogni passo, ad ogni scorcio. Un avvicinamento graduale ma inesorabile, dall’antico ponte romano all’Arco di Augusto e lungo via Sant’Anselmo fino ad avvistare in lontananza un’arcata, anzi due, anzi tre! Marmi d’argento, ricami color avorio: è la straordinaria Porta Praetoria, lì dove ideologia e architettura, tecnica militare e fine urbanistica si armonizzano in un esito tanto avvolgente quanto inaspettato.

Ed è con gli occhi ancora pieni di questa monumentalità che svoltiamo in direzione del quartiere degli spettacoli fiancheggiando le mura, vecchie di oltre 2000 anni (e non è cosa così frequente; basti pensare che Aosta conserva ancora il 90% del circuito murario romano!), passando al loro interno, a ridosso dei potenti contrafforti e delle tracce del muro di controscarpa che, in origine, doveva contenere il terrapieno di rinforzo.

AMMALIANTE ORIGINALITA’

Quando finalmente la vista incontra quel muro di facciata alto 22 metri, magari quando la luce orientale del mattino gioca tra le finestre e i contrafforti sporgenti insinuandosi nelle rugosità dei blocchi di arenaria ed esaltandone le particolari tonalità dorate, allora lo spettacolo è garantito. Siamo al cospetto del prospetto sud dell’edificio teatrale. E’ vero, di norma quando si parla di teatro romano ci si aspetterebbe di imbattersi in un muro semicircolare, di vedere subito la cavea, ossia lo spazio gradonato destinato agli spettatori. Qui ad Aosta non è così. Ciò che si vede, e che nei secoli passati, prima degli interventi di epoca fascista, era quasi completamente mimetizzato tra le case che gli si erano ancorate addosso, è il “contenitore” della cavea. Sì, per usare una metafora, ad Aosta il teatro romano era “inscatolato”! La cavea si nasconde all’interno di un perimetro di mura monumentali di cui oggi resta solo la porzione meridionale a testimoniarne l’antica possente incombenza. Espediente analogo si può ritrovare nei teatri coevi di Augusta Taurinorum (Torino, fine I secolo a.C.-inizi I secolo d.C.)) e Lunae (Luni, I secolo a.C.) e nell’odeion di Pompei (realizzato nell’80 a.C.).

Ci avviciniamo quasi intimoriti da queste vestigia incredibili, direi quasi folgorati da un panorama del tutto inaspettato in questa cornice di vette alpine. All’orizzonte, verso nord, si erge la mole del Grand Combin, un “4000” già in terra elvetica ma che occhieggia curioso sulla nostra Valle. L’infilata delle mura romane con le antiche torri rimaneggiate dalle potenti famiglie medievali, sulla nostra destra; questo poderoso ed insolito edificio sulla sinistra. Un edificio che, visto da vicino, sembra fatto di sabbia, di infiniti granelli fossili, nonostante la sua innegabile solidità.

Ma dove siamo? La curiosità aumenta, così come la voglia di scoprire e capire sempre di più e meglio questa cittadina alpina dalla storia plurimillenaria.

IN SCENA!

Siamo dunque “a teatro”. Commedie (tante e molto apprezzate, basti pensare allo straordinario successo di Plauto!), tragedie (poche, meno amate, si pensi a Terenzio…), mimi, balletti, farse, ma anche esibizioni musicali e letture poetiche… sembra quasi di sentirne l’eco, di vedere gli artisti muoversi con talento sul palcoscenico o cambiarsi e truccarsi dietro le quinte. Sembra anche di vedere la cavea completa, alta fino alla base dei gruppi di tre finestrelle, in pietra nella parte bassa e mediana, in legno (probabilmente) per la cosiddetta “summa cavea“, dove i seggi erano molto stretti e i gradini assai ripidi, insomma, i posti meno ambiti ma non per questo meno frequentati… anzi! La voglia di andare a teatro nel mondo romano era tanta, era un vero e proprio appuntamento sociale, di riunione della comunità che così condivideva valori e ideologie.

Sì, il teatro era anche palcoscenico per l’intera società e soprattutto per la classe dominante. Oggi non ve ne è traccia, ma dobbiamo immaginarci una quinta in muratura (chiamata scenae frons), a ridosso del palcoscenico, alta tanto quanto la facciata ancora in piedi. 22 metri suddivisi su due livelli sapientemente movimentati da colonne più o meno aggettanti, da statue (scelte ad hoc), magari anche da raffinati altorilievi e vivacizzati dall’impiego di marmi colorati e preziosi. Non è affatto improbabile immaginarci, al centro di questo fondale scenografico, proprio la statua dell’imperatore Ottaviano Augusto, fondatore eponimo della colonia, deus et patronus.

Lungo i lati le arcate davano accesso a dei corridoi di ingresso attraverso cui si poteva entrare e prendere posto sui gradoni. Oggi il percorso di visita consente di passare su una passerella situata tra il palcoscenico e l’orchestra, in una posizione che ricalca quella dell’antico “aditus maximus“.

Il palcoscenico (proscaenium)si affacciava sull’orchestra e verso il pubblico con il pulpitum: una sequenza alternata di nicchie quadrangolari e semicircolari, anticamente impreziosite da colonnine e bassorilievi (oggi-ahimè-perduti) e nascondeva, al suo interno, i meccanismi utili all’alzata dal basso del sipario (aulaeum). Oggi possiamo soffermarci sull’uso dei laterizi e sulla difficoltà di conservarli in un clima quale il nostro attuale dove gli sbalzi di temperatura, le precipitazioni e il gelo/disgelo li frantumano anno dopo anno. In epoca romana, invece, il clima era più mite.. quel che si dice “optimum climaticum“!

Gli attori entravano in scena attraverso tre porte: quella centrale, più grande, detta “porta regia” e due laterali, secondarie, le porte “hospitales“. Purtroppo è difficile rendersene conto, certo se fossimo sollevati per un attimo in aria la vista dall’alto ci chiarirebbe molti dettagli.

PREZIOSE CURIOSITA’

L’orchestra, malgrado l’odierno aspetto grigio e uniforme, si presentava in origine pavimentata da lastre di ben tre marmi diversi: il giallo di Numidia, il porfido d’Egitto e il cipollino di Grecia. Oggi, ripeto, non ci è dato di vedere nulla dell’antico splendido tripudio cromatico, ma ne siamo a conoscenza grazie ai diari lasciati da Giorgio Rosi, l’archeologo che seguì gli scavi tra il 1933 ed il 1937. Scrive infatti il Rosi:” L’orchestra era pavimentata di marmi rari e di vari colori, connessi secondo un regolare scomparto geometrico […]”. E aggiunge: “[…] anche la bassa parete del pulpitum doveva essere interamente rivestita di marmi di vario colore: le superfici di cipollino bianco venato di verdastro, le modanature di africano rosso venato di bianco […]”.

Allora, immaginate: un esterno dai toni della sabbia, cangianti, a seconda della luce solare, tra il grigio perla e l’oro più caldo; un interno risplendente di colori, frutto di una committenza possidente e munifica, capace di far arrivare ai piedi delle Alpi tutta la ricercata preziosità di marmi lontani, colorati ed esotici.

Ma, a ben pensarci, Aosta è forse ancora oggi un pò così: un’apparenza severa, sobria, magari addirittura grigia, che però nasconde un’anima calda e colorata, ben visibile lungo le vie del centro storico, nelle vivaci facciate in tinte pastello e nelle vezzose decorazioni in stile liberty di certi palazzi storici di via Croce di Città, via De Tillier o via Sant’Anselmo. Per non parlare della meravigliosa ariosità e dell’eleganza neoclassica di piazza Chanoux.

Ma torniamo all’arredo scultoreo e all’apparato decorativo del teatro. Si diceva della composizione geometrica delle crustae (lastre) marmoree dell’orchestra. Un’ordinata tessitura a scacchiera composta da lastre quadrate alternate ad altre suddivise in quattro triangoli il cui disegno era assolutamente esaltato dall’uso di marmi differenti. Inoltre la decorazione architettonica doveva trovare completamento in gruppi statuari bronzei, come ci indica la bella porzione di volto maschile in bronzo dorato e di dimensioni maggiori del vero oggi visibile al #MAR di Aosta.

E IL TETTO?

Ma questo teatro così particolare, era coperto sì o no? Per lungo tempo si è ritenuto che lo fosse, proprio in virtù del perimetro di muratura che lo circonda. Tuttavia va sottolineato che la copertura avrebbe dovuto prevedere travature di quasi 40 metri di lunghezza e non è certo cosa da poco! Purtroppo non si possiedono notizie relative alle tecniche di messa in opera di simili solai, e di conseguenza molti dubbi rimangono. Basti pensare che il famoso odeion di Agrippa (di età augustea) realizzato nell’agorà di Atene, aveva un solaio ligneo ampio “solo” 25 metri che dopo un certo periodo crollò richiedendo la costruzione di un muro mediano per sostenere il tetto. Alcuni ipotizzano persino il ricorso a particolari (e pesantissime) coperture sospese ancorate a puntoni a  sbalzo, come dovrebbe essere stato il caso dell’odeion di Lugdunum (Lione) del II secolo d.C.

Sicuramente, invece, possiamo ipotizzare la presenza di una tettoia sporgente proprio al di sopra del palcoscenico (si pensi a quella esistente ad Orange) la cui funzione, oltre a quella di copertura tout court, era anche di tipo acustico andando ad amplificare le voci degli attori.

Un quartiere degli spettacoli, dicevamo, Infatti! Proprio a nord del teatro, oltre un muro in pietra che oggi lo divide dal giardino-frutteto del convento di Santa Caterina, si trovano i resti dell’altro grande edificio ludico di epoca romana: l’anfiteatro. Entrambi, quindi, costruiti vicini all’interno delle mura, a ridosso dell’angolo nord-orientale della città e facilmente raggiungibili dalla Porta Praetoria.

UN OCCHIO ALL’ANFITEATRO

Palatium rotundum“, “magnum palatium“: così viene indicato l’Anfiteatro nei documenti medievali locali, in epoche che ormai avevano dimenticato quale fosse la reale identità di quell’imponente edificio dal perimetro ellittico e che, probabilmente, solo in parte si lasciava intuire tra gli orti, i frutteti e le casupole che gli si erano gradualmente addossate sfruttandone le possenti murature. Tuttavia vi era una componente degli antichi edifici romani che, invece, era ben conosciuta e ben sfruttata: la zona nord-orientale della città, infatti, era nota con la denominazione di super crottas o crotes, cioè “al di sopra delle grotte”, o direttamente “grotte”.Gli abitanti del quartiere, chiaramente, erano consapevoli dello sviluppo sotterraneo di tutta una serie di ambienti e concamerazioni di cui ignoravano l’origine, ma che risultavano decisamente utili alle loro esigenze quotidiane come pratiche cantine. Diversa la situazione nel XVIII secolo, quando un nobile erudito come il De Tillier lo nomina  “colizée” (o anche “cirque ou soit amphiteatre“) dimostrando una solida consapevolezza storica ed un notevole bagaglio culturale umanistico. La denominazione specifica del grande Anfiteatro Flavio di Roma rappresentava ormai la definizione più adatta ad indicare anche l’esemplare aostano, ubicato nell’angolo nord-est della città murata e inserito così all’interno di una determinata tipologia architettonica di edifici per pubblici spettacoli.

QUANDO…

La data di costruzione, da sempre fissata all’epoca della fondazione della colonia (25 a.C.), tuttavia non parrebbe basarsi tanto su considerazioni legate alle particolari caratteristiche costruttive, architettoniche, dimensionali o decorative, quanto piuttosto sulla localizzazione intramuranea di questo importante edificio. Una datazione che va rivista e spostata in avanti, alla piena età giulio-claudia (come per il teatro), anche in seguito alla scoperta dei resti dell’ insula 8 precedenti l’anfiteatro ritrovati durante gli scavi nel cortile del complesso dei Balivi.

E DOVE…

La collocazione dentro le mura è sempre stata attribuita al fatto che la città sia stata in qualche modo progettata sin da subito come perfettamente dotata di una sua unitarietà ed omogeneità d’impianto in cui tutti i quadranti urbani possedevano già a priori una loro specifica destinazione d’uso completata dagli appositi edifici. La singolarità deriva dal fatto che la maggior parte degli anfiteatri ad oggi noti risultano costruiti fuori città, lungo le più frequentate arterie viarie, in modo da evitare che la folla richiamata dai grandi spettacoli gladiatorii si costipasse all’interno delle mura col rischio di provocare pericolosi disordini e turbamenti dell’ordine pubblico. Ora invece possiamo affermare che la posizione è frutto di una precisa volontà indipendente dal progetto di fondazione della colonia.

Il caso aostano, tuttavia, non rappresenta certamente un unicum, dal momento che altri sono gli anfiteatri situati all’interno della cortina muraria; a titolo esemplificativo potremmo solo citare alcuni casi italici tra cui Aquinum (Aquino, nel Lazio meridionale), Interamna Nahars (Terni, in Umbria) e Ferentium (Ferento, in provincia di Viterbo), soffermandoci maggiormente sui più noti anfiteatri di Pompei, Pæstum e Carsulæ (attuale Carsoli, in Umbria). In quest’ultimo caso notiamo come  l’anfiteatro vada ad inserirsi all’interno del centro monumentale dove, congiuntamente al vicino Teatro, contribuisce a creare un vero e proprio settore specializzato a poca distanza dal Foro e dai suoi abituali annessi religiosi.

Ad Aosta la porzione di terreno prescelta per la realizzazione dell’anfiteatro si presentava relativamente pianeggiante ma con una leggera pendenza da nord verso sud che nella torre angolare di nord-est (Torre dei Balivi) trovava il suo punto più elevato. Si dovette, pertanto, procedere allo scavo dell’arena centrale in modo da collocarla ad una maggior profondità, e alla conseguente realizzazione di idonee sostruzioni cave per i muri anulari e quelli radiali; la testata di questi ultimi formava una semplice corona in cui si inserivano i muri perimetrali del prospetto esterno che così risultava privo della galleria periferica d’accesso.

E’ questa una particolarità degli anfiteatri costruiti prima dell’età flavia, quindi prima degli anni 70/80 del I secolo d.C.; proprio tale assenza faceva sì che le facciate degli anfiteatri presentassero un paramento murario di spiccata monumentalità come, ad esempio, l’opus quadratum a grosse bugne. Un’osservazione valida senz’altro per il caso di Aosta dove anche il vicino Teatro presenta un analogo apparecchio murario che ancor di più sottolinea quella certa “aria di famiglia” tra i due edifici per pubblici spettacoli che, sebbene non appartenenti ad un medesimo cantiere (gli assi maggiori dei due edifici non sono perfettamente allineati e i materiali utilizzati non sono gli stessi), risultano comunque interpretabili come due tappe distinte, forse neanche troppo distanti nel tempo una dall’altra, di un progetto urbanistico comunque unitario seppure riferibile a due committenze diverse.

LUDI IN SALSA IBERICA

Ma non voglio dilungarmi oltre, altrimenti mi mandate a quel paese! Solo un’ultima info: se volete visitare un luogo dove poter ammirare un quartiere di spettacoli assai simile al nostro, completo anche dell’anfiteatro e dove il teatro è splendidamente conservato (oltretutto aiutandovi a meglio capire ed immaginare quello di Aosta), allora vi proporrei un bel viaggetto in Spagna, a #Merida, l’antica colonia augustea di Augusta Emerita, “gemellina” di Aosta in quanto anche lei fondata nel 25 a.C. e con la quale condivide anche l’orientamento astronomico (non a caso, visto che il fondatore è lo stesso!!) al #solstiziod’inverno! 

LUCI D’INVERNO

Un ottimo periodo, oltretutto, per venire anche ad #Aosta: sia per piazzarsi verso le 10,50 di mattina in Croce di città con gli occhi rivolti verso le montagne a sud aspettando di vedere il disco solare uscire nel cielo e invadere di luce l’antico Kardo Maximus per “toccare con mano” l’orientamento dell’antica città, sia per approfittare del periodo pre-natalizio e andare a visitare i nostri originalissimi mercatini di Natale! Perché “originalissimi”? Ma perché li trovate proprio nell’area del teatro romano! Un piccolo e grazioso villaggio alpino, grappoli di chalets sfavillanti di luci proprio a ridosso di uno dei monumenti romani più rappresentativi di Aosta, anche lui illuminato a festa! Beh, detto questo, non resta che darsi appuntamento a dicembre! Non mancate!

Stella

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