Natività. La grotta della Luce

Inizio subito con una data: 12 ottobre 2016. Era un mercoledì. Erano le 14,04. Veniva alla luce la mia adorata bambina: Costanza. Una creaturina di puro amore e dolcezza che, come non faticherete a capire, assorbe tutto il mio tempo e la mia dedizione. Ecco perché ormai da tempo non arricchisco questo mio blog…

Adesso che la piccola ha compiuto i 2 mesi e che la mamma sta riguadagnando un minimo di ispirazione, rieccomi!

Non vi nego che in questo post che vi accingete a leggere, una grossa parte di merito è proprio della mia bimba. Già, perché si parla di Natività.

Un paio di giorni fa stavamo allestendo il nostro piccolo presepe e Costanza un po’ sonnecchiava e un po’ osservava quanto stessi facendo su quel davanzale coi suoi occhietti vispi e curiosi.

Tenevo tra le mani quelle statuine e nel sistemarle nella grotta mi sono venuti in mente interi millenni di fede, di culti, di ricerca del sacro.

p01-th

Da mamma mi ha colpito, per la prima volta, quel bimbo seminudo disteso nella paglia, così, con le braccine sollevate verso il cielo che, se da un lato simbolicamente richiamano il triste futuro di sacrificio in croce che lo attende, dall’altro ripetono la più istintiva e naturale richiesta di affetto dei neonati: “Mamma, mi abbracci? Mi riscaldi contro il tuo cuore?”. Ma la giovane e ancora sconcertata Maria non lo fa… almeno in questa scena. Lo guarda, a mani giunte, e non le viene neppure in mente di togliersi il velo per coprire quel corpicino esposto al gelo della notte. Un’immagine che davvero già richiama quella che sarà la più classica iconografia del Golgota: la Madre, affranta, ripiegata su se stessa, da una parte, e un San Giovanni a capo chino dall’altra al posto dello sbigottito ed incredulo San Giuseppe.

Ho pensato a quanto antica sia questa scena, a quanto indietro nel tempo occorre risalire per riviverla e ritrovarla. E non mi fermo a Greccio, a quel primo presepe inventato da San Francesco. Vado ancora più indietro. Anche oltre la “grotta” di Betlemme. In quella grotta (o stalla secondo altre versioni) ritroviamo la Luce, quella del solstizio d’inverno, quella con la “L” maiuscola che vince le tenebre più oscure e che porta l’Amore e la Pace. Una Luce che da sempre, ogni anno ritorna e si rinnova rinvigorendo le speranze degli uomini, inverno dopo inverno.

sirio

Vorrei infatti ora condividere con voi alcune riflessioni, alcune “spigolature”, chiamiamole così.

Mentre la mia bimba se la dorme avvolta nella sua copertina preferita, penso al grembo materno, quello nel quale io, come miliardi di altre donne da sempre, racchiudiamo la vita per 9 mesi. E il legame con la “grotta” è fortissimo. Pensiamo alle prime forme di culto, o se preferite di sciamanesimo, di magica ritualità, attestate nelle grotte frequentate dall’uomo preistorico. Mi viene in mente un viaggio fatto tempo fa in Ardèche e in Périgord, nel Sud-Est della Francia. Un viaggio alla ricerca delle più remote radici umane, un viaggio alla scoperta delle grotte dipinte da mani sconosciute, popolate dai neri profili di animali diversi: uri (buoi preistorici), tigri, pantere, bufali, orsi… Grotte profonde e scure; antri pericolosi che non erano di norma abitati (al massimo le tracce di frequentazione umana si fermano al loro ingresso), ma venivano perlustrati in occasioni particolari. Grotte che, sala dopo sala, parlano il linguaggio della più arcana e pervasiva sacralità. Molti sono infatti gli studiosi che ne parlano come di veri e propri santuari paleolitici. Va comunque detto che, anche al di là di incontrovertibili prove archeologiche (assai difficili da ottenere in questo ambito), una volta penetrati nella penombra di queste caverne e messi a fuoco quei disegni, il fiato si mozza, il cuore rallenta… quell’atmosfera sospesa prepara al sacro. E’ un fatto emozionale, di pelle e di pancia; non servono prove! Istintivamente abbassi la voce e cammini come in punta di piedi, proprio come si fa in una chiesa o in una moschea. L’udito si affina, così come l’olfatto; è l’enfatizzazione del nostro essere sensibile. Si ha davvero la percezione di essere “circondati” da presenze impalpabili ma immanenti, di essere inglobati nel sacro più arcaico e viscerale, potentemente viscerale. E ci si guarda intorno cercando di bucare l’oscurità, in attesa di qualcosa, di una sorta di “ierofania”.

intro-630x360

 

Ditemi voi se la grotta non può rappresentare al meglio l’idea di manifestazione del sacro ad un gruppo di uomini spaventati ma partecipi, di uomini in attesa della Luce nel buio. Un grande ed inspiegabile interrogativo, un profondo mistero, che di secolo in secolo, di cultura in cultura, di credo in credo, si è ripetuto, trasformato e protratto fino ai nostri giorni, al nostro Natale.

E una grotta prevede quasi sempre la presenza di acqua, di polle sorgive, di falde affioranti, di stillicidi. Acque purissimi, acque… “vergini”. Questo è la Madonna, la Vergine, all’interno della grotta del nostro presepe: la purezza. Purezza e fecondità unite in un’unica presenza, quella della Madre del Signore.

3556-09-52-12-7374

Una madre insolita, che per partenogenesi divina ha partorito un Dio. Un episodio assai antico, presente anche in altre religioni, tra cui in primis il Mitraismo. Iniziatosi a diffondere nel mondo romano fin dal I secolo a.C., ma esistente in Oriente, in particolare in Persia, sin dal II millennio a.C. . Mitra, un dio Sole, un dio della luce, che nasce nel cuore dell’inverno, il 25 di dicembre, da una Vergine. O, secondo altre versioni, da una roccia. E qui ritorna un fortissimo legame tra rocce e fecondità, altresì attestata da tanti luoghi emblematici delle nostre montagne, da tanti “berrio” ammantati di ineffabile sacralità. E le grotte sono comunque di roccia… Inoltre può apparire strano che un dio solare come Mitra venga venerato all’interno di grotte e di luoghi appositamente ricavati e allestiti nei seminterrati come i Mitrei. E’ la Luce che deve vincere le tenebre, che deve apparire e manifestarsi.

mitreo-s-prisca-spaeleum.jpg

Giuseppe è il sacerdote, colui grazie al quale la ierofania si rende possibile, non solo quella del Bambino, ma anche quella della Vergine. E’ l’uomo scelto da Dio e capace di ascoltarlo al fine di facilitarne la manifestazione in terra e di mediarlo agli uomini “in attesa”.

Il bue, da sempre simbolo del sacro, delle antiche religioni. Nell’economia dei personaggi del presepe rappresenta il paganesimo (ricordate gli dei dal corpo taurino, i tori sacri, i Minotauri, le tauroctonie mitraiche, fino al “vitello d’oro” contro cui si scagliò l’irato Mosé?). Ebbene, anche il popolo ancora pagano assiste all’avvento della Luce.

L’asino, il più umile delle bestie al servizio dell’uomo. L’asino qui rappresenta il gradino più basso della società, il popolo degli uomini ancora incapaci di ascoltare e capire, oppure dotati di indole buona e perciò in grado di mettersi al servizio e all’ascolto di Dio (si pensi alle lunghe orecchie). Meditiamo anche sul fatto che quando Gesù farà il suo ingresso trionfale a Gerusalemme (la domenica delle Palme), lo farà proprio a cavallo di un asino!

Tutto questo lungo excursus per poi tornare alla realtà. In fin dei conti cos’è la scena davanti a me? E’ quella di una famiglia nella quale è appena venuto al mondo un bambino. E ogni bambino che nasce è la Luce, e porta il Sole nelle vite dei suoi genitori che lo guardano intimoriti ed estasiati, in attesa di ogni suo sguardo, di ogni suo piccolo gesto, di ogni suo dolce sorriso.

famiglia_natale-736x400

Ecco, questo è il Natale. L’arrivo e il rinnovarsi della più luminosa forma di Amore, al di là dei secoli e delle culture.

Auguroni a tutti amici miei!

Stella

 

 

 

ROMA / Apre per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO] — Storie & ArcheoStorie

ROMA / Apre finalmente per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO]

via ROMA / Apre per la prima volta al pubblico l’area archeologica del Circo Massimo [FOTO] — Storie & ArcheoStorie

Una AUGUSTA “per BENE”. L’Augusta dei Bagienni in provincia di Cuneo

Ed eccoci nuovamente pronti a partire col trolley o con lo zaino in spalla… oppure, semplicemente, con la fantasia e l’immaginazione. Quello che vi propongo oggi è un viaggio breve, un’idea per una domenica oppure, vista la zona, per un fine settimana in cui coniugare archeologia e gusto! Eh sì, siamo nel triangolo “Fossano-Alba-Bra”, terra di delizie, di ottimi vini, di carni succulente, di funghi e tartufi! Quindi, fate come ho fatto io: una bella gita autunnale di un paio di giorni a… Bene Vagienna! O meglio, ad AUGUSTA BAGIENNORUM!

Da Aosta a Bene Vagienna (Via Michelin)
Da Aosta a Bene Vagienna (Via Michelin)

In poco più di 2 ore d’auto sarete in questa sorprendente cittadina tutta rossa di cotto, scrigno di raffinate dimore medievali e barocche, poetica e appartata nelle sue infilate di portici ad arco ribassato. Una cittadina sorta nel Medioevo col nome di Bene, cui nel 1862 venne aggiunto Vagienna, a ricordo e omaggio al suo bimillenario passato. Già, perché l’insediamento medievale si trova in un luogo diverso da quello che vide l’imperatore Ottaviano Augusto fondare la “sua “Augusta…

Bene Vagienna - porticati
Scorcio dei porticati del centro di Bene Vagienna

Se volete trovare le vestigia del municipium augusteo, allora dovete recarvi in località Roncaglia, ad appena 4 km fuori dal centro cittadino verso nord-est. Zona di campi aperti, di stradelle chiare, di cascine in mattoni e piccoli campanili sparsi. Eppure, sotto questa parvenza di contadina sobrietà, si celano i resti di una gloriosa colonia di veterani, fondata, come la “nostra” Aosta, nel 25 a.C. e, stando a recenti studi condotti dal prof. Piero Barale, come Augusta Praetoria, orientata al sorgere del sole al solstizio d’inverno. L’ideologia augustea che ritorna, anche qui, a manifestarsi nel templum celeste, in un momento dell’anno astronomico ben specifico, simbolo di rinnovamento e novità e in una costellazione emblematica dell’imperatore fondatore: quella del Capricorno. Per la scoperta dell’orientamento astronomico di Augusta Praetoria (fatta da chi scrive e dal Prof. Giulio Magli) vi segnalo questo link.

CartaSitoDEF

Quando si arriva all’area archeologica, in prossimità della graziosa chiesetta campestre di San Pietro, una passerella in legno (percorribile o a piedi o in bici) accompagna il visitatore nel suo progressivo addentrarsi nello spazio (antico) e nel tempo, risalendo a oltre 2000 anni fa. Da una parte i resti delle antiche mura, ben restaurati e accessoriati di utile pannellistica bilingue in italiano ed inglese; dall’altra erbe e spesso canneti alti quanto te. Ti senti in aperta campagna, ma sai che a poche spanne sotto i tuoi piedi dorme la Storia.

Qui, tra il Tanaro e la pianura Padana, lungo antiche vie dirette ai valichi di confine con le Gallie, così come verso il non distante mar Ligure; qui, non lontano dall’antica Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo) dove veniva esatta la Quadragesima Galliarum prima di inerpicarsi verso i colli alpini occidentali, sorse Julia Augusta Bagiennorum. Sorse nel luogo dove già doveva svilupparsi l’antico oppidum dei Liguri Bagienni, presumibilmente denominato “Bennae” o “Baginna“, probabiklmente risalente alla seconda Età del Ferro. Coi Bagienni non sembra vi siano stati scontri o guerriglie, ma prevalse l’interesse economico di entrambe le parti nell’avere la possibilità, grazie a questa nuova fondazione, di veder incrementare i traffici commerciali.

BV_Grafica pannelli_Poster_v01

Citata dall’incontenibile enciclopedista Plinio il Vecchio, è però frutto dell’attività di ricerca e dell’entusiasmo di due studiosi locali, Giuseppe Assandria e Giovanni Vacchetta, tra la fine dell’Ottocento ed il 1925, l’individuazione della sua esatta ubicazione: la fertile piana della Roncaglia, appunto. Inoltre, dal 1993, a seguito della Legge Regionale di costituzione dei Parchi Naturali, l’area archeologica di Augusta Bagiennorum  è diventata Riserva Naturale Speciale e fa parte del Parco Naturale del Marguareis. Perciò vedete come l’interesse storico-archeologico si abbini a quello paesaggistico e naturalistico, un pò come succede al ponte-acquedotto romano di Pont d’Ael (all’imbocco della Valle di Cogne), dove questo straordinario capolavoro di ingegneria idraulica antica si inserisce in un’Area naturalistica protetta dove vivono ben 96 specie diverse di farfalle! #DaVedere!

Ma non divaghiamo e concentriamoci su Augusta Bagiennorum.

PlanimetriaPreaccoDEF
Planimetria generale dell’area archeologica (da “Augusta Bagiennorum” a cura di C. Preacco)

Gli archeologi hanno individuato il Cardine Massimo e un tratto affidabile del Decumano Massimo; al loro incrocio sorgono i resti dell’antico foro,  riportato alla luce con gli scavi effettuati nel 1941 (poi ricoperti), che hanno rivelato un fondo selciato e un portico che incorniciava i due lati lunghi e su cui si affacciavano alcuni locali intonacati, probabilmente identificabili con botteghe e uffici a conferma della funzione anche commerciale del complesso stesso; il complesso presenta una forma molto allungata, dominato sul lato breve di nord-ovest, da un tempio su alto podio incorniciato da una scenografica porticus triplex, identificabile probabilmente come Capitolium. Sul lato opposto sarebbe attestata la presenza della basilica, fabbricato a tre navate dove si amministrava la giustizia, considerato uno dei rari esempi dell’Italia settentrionale seppure di non facile ricostruzione planimetrica.

Il foro risultava quindi diviso in due aree dal tracciato del Decumano Massimo: una civile, con funzioni politiche, amministrative ed economiche nel settore meridionale ed una religiosa in quello settentrionale, ad ulteriore evidenza di scelte urbanistiche non casuali ma derivate da una precisa pianificazione. Come vedete un’altra stringente analogia col foro di Aosta, sebbene l’esempio aostano vedesse la presenza di una coppia di templi gemelli e, al di sotto del porticato superiore, di un maestoso criptoportico. Come già detto, ad Aosta occorre ancora individuare con certezza la basilica che, però, parrebbe svilupparsi sul lato lungo occidentale, quindi tra le attuali Via Lostan e Via Croce di Città.

ForoRicostruzione
Ricostruzione del foro (disegno di F. Corni)

A nord del foro, cui era collegato in un unico complesso monumentale tramite un largo viale, si colloca il teatro, unico edificio di Augusta Bagiennorum, unitamente all’annesso “tempio minore”, oggi pienamente visibile. Costruito in epoca augustea (I sec. d.C.) interamente fuori terra, poteva ospitare circa 3000 spettatori andando ad occupare due insulae vicine: una per la cavea ed una per l’edificio scenico (composto dal palco, dalla scaenae frons alle sue spalle e dagli ambienti di servizio retrostanti). Completano il quadro numerosissimi frammenti di decorazioni scultoree in marmo colorato, cosa che fa immaginare quanto dovesse essere ricco e ricercato l’interno dell’edificio scenico (un pò come accade anche ad Aosta).

ILGIORNALEDELLARTE-COM
L’area del teatro e del cosiddetto “tempietto minore” divenuto chiesa romanica (da Il Giornale dell’Arte)

Dietro alla scena, larga circa 40 m, si apriva una piazza porticata quadrata di quasi 70 m di lato, che collegava la struttura con il centro cittadino. Tale struttura è identificabile con la porticus post scaenam, con funzione di “foyer” e di riparo per gli spettatori ed al cui interno si elevava un secondo tempio, forse un semplice sacello, più piccolo di quello forense, e per questo definito “tempio minore”, di incerta attribuzione, anche se la connessione con il teatro ha indotto ad ipotizzare che fosse dedicato a Dioniso.

Proprio questo tempietto venne adibito, tra IV e V sec. d.C., a luogo di culto cristiano che, successivamente nel X sec. d.C., divenne una vera e propria chiesa a tre navate absidate, in passato identificata come Pieve di Santa Maria di Bene (ma tale intitolazione risulta  ancora sub iudice).

Al di fuori della cinta urbana sorge l’anfiteatro, realizzato a metà del I d.C. (e confrontabile con l’esemplare di Libarna (AL), di cui oggi sono apprezzabili i resti della porzione occidentale. Nei pressi sorge oggi un orto “alla romana”: un progetto storico-botanico ispirato alla tradizione romana dei giardini con scopo utilitaristico del I-II secolo a.C., dedicati alla coltivazione di ortaggi, frutta ed erbe aromatiche, utili per la vita domestica della casa. Il centro dell’antica arena, invece, è ancora occupato da campi coltivati e dalla Cascina Ellena (sì, con 2 “L”).

Intorno all'anfiteatro
La passerella intorno ai resti dell’anfiteatro

Significativi anche i resti del poderoso acquedotto (contro i quali si appoggia la chiesetta di San Pietro già citata), di cui si è ritrovato un tratto di circa 2 km, per metà interrato, proveniente da sud-est e quindi, probabilmente, alimentato dal fiume Stura. Si può apprezzare un tratto del muro di sostegno della lunghezza di oltre 1 km e della larghezza media di 1,5 m, che corre su contrafforti con direzione nord-sud. Al termine della condotta è stato rinvenuto anche l’antico castellum aquae, una sorta di cisterna generale, da cui si dipartivano i diversi collettori secondari con tubature in piombo dirette ad alimentare le diverse zone della città.

A ciò si deve aggiungere l’individuazione della rete fognaria, sviluppata per almeno 250 metri, dalla quale si è potuti risalire anche al sistema viario urbano, articolato in strade principali e secondarie.

BLANCO Y NEGRO - Simone Mottura - Italy
Una delle sale del MAB di Bene Vagienna

Non si può lasciare Bene Vagienna senza aver completato la visita dell’antica Augusta Bagiennorum con quella al ricco Museo Archeologico locale, istituito agli inizi del Novecento dalla coppia di studiosi Assandria e Vacchetta, nelle preziose sale settecentesche del Palazzo Lucerna di Rorà. Il Museo raccoglie unicamente ciò che proviene dal sito e ne fornisce una panoramica completa e dettagliata. La ricchezza dei reperti aiuta ad immaginare come effettivamente dovevano essere edifici come il teatro o complessi monumentali come il foro, il cui tempio presentava al colmo del tetto una ricercata decorazione a palmette in cotto, o i cui portici dovevano rifulgere di statue onorarie in bronzo dorato e di marmi. A maggio 2016 è stato inoltre inaugurato il nuovo allestimento e le sale dedicate agli ateliers didattici. Ugualmente densa la sezione dedicata alle necropoli e alla ricostruzione della vita quotidiana.

Infine, per chi fosse interessato ad approfondire con una pubblicazione agile ma scientificamente seria ed affidabile, propongo di scaricare questo pdf.

Alla prossima!

Stella

Abbagliati dall’ “Aosta” lusitana. Mérida, l’antica Augusta Emerita

Eccoci amici! Pronti per partire di nuovo? Vi avviso che oggi il viaggio si fa lungo… eh, sì! Dalla nostra Augusta Praetoria voglio portarvi fino in Spagna, in quella che era l’antica provincia di Lusitania. E’ vero che oggi con l’aggettivo “lusitano” si intende qualcosa di “portoghese” e in effetti il grosso dell’antica Lusitania è proprio l’attuale Portogallo. In epoca imperiale romana, però, questa meravigliosa città che oggi visiteremo insieme ne faceva parte e oggi solo per pochi km è in terra iberica. Si tratta di Augusta Emerita, oggi Mérida, patrimonio UNESCO dal 1993! Ricordo che in una puntata di “Passaggio a Nord-Ovest” Alberto Angela la definì la “Roma di Spagna”, da visitare sotto quel sole accecante che accende gli orizzonti iberici e quel calore capace di creare miraggi. Il miraggio di Roma antica in Extremadura.

Limpero-di-Augusto-1024x608

Inforchiamo dunque l’ormai famigliare Strada romana delle Gallie fino a Lugdunum (Lione). Da qui proseguiamo verso ovest, verso l’Atlantico, in direzione di Burdigala (Bordeaux) passando da Augustonemetum (letteralmente il “bosco sacro di Augusto”, attuale Clermont-Ferrand) e Augustoritum (ossia “guado di Augusto”, attuale Limoges) per poi seguire la costa oceanica fino a Donostia-San Sebastiàn. Da qui la strada rientra di nuovo in direzione Burgos, Valladolid e Salamanca fino ad arrivare, finalmente, a Mérida. Un viaggio non da poco: quasi 1800 km!

AugustaEmerita-romeonrome-com
Augusta Emerita-ricostruzione grafica (da romeonrome.com)

Una città abbagliante, come ho scritto nel titolo. Bella, anzi, strepitosa! Colorata, vivace, piena di attività e manifestazioni. Ormai sono trascorsi parecchi anni da quando ci sono stata, ma il ricordo è vivissimo! Per certi aspetti il centro può ricordare quello di Aosta. Strade dense di bar e ristoranti sulle quali si aprono, quasi inaspettatamente, dei vicoli che ti incuriosiscono; li prendi e, in fondo, ti ritrovi affacciato su un maestoso tempio romano.

Oppure, passeggiando in una sera d’estate, decidi di perderti davanti allo spettacolo di un incredibile teatro romano illuminato da un trionfo di luci colorate.

Oppure ancora dover attraversare un ponte romano per entrare in città… Sono tanti gli elementi che accomunano Mèrida ad Aosta, tra cui anche l’anno stesso di fondazione: il 25 a.C.! E non solo; anche il tipo di fondazione, ossia una colonia assegnata a “emeriti” veterani meritevoli dell’esercito (da noi rappresentati dai veterani della Guardia Praetoria al servizio personale dell’imperatore). Qui ad Augusta Emerita si trattava dei veterani delle Legiones X Gemina e V Alaudae, che avevano strenuamente combattuto nelle battaglie cantabriche (tra 29 e 19 a.C.). La X Gemina era – si dice – la preferita di Giulio Cesare, o quantomeno la prima di cui si servì nelle guerre in Gallia; emblema il Toro, simbolo di Venus Iulia, dea protettrice della gens omonima. Anche la V Alaudae era una legione creata da Giulio Cesare e composta in prevalenza da soldati di origine provinciale arruolati tra i Galli Transalpini. Suo emblema l’elefante, in memoria del coraggio dimostrato contro i fieri pachidermi sul campo di battaglia di Tapso (in Tunisia) nel 46 a.C.

Ma dedichiamoci alla visita della città.

Due le visite solitamente considerate “imperdibili”: quella al “quartiere degli spettacoli” composto da teatro ed anfiteatro, e quella al meraviglioso Museo Nazionale di Arte romana. Anche se a mio avviso è tutto imperdibile… Vogliamo parlare dello straordinario acquedotto di Los Milagros?! O del maestoso ponte sul fiume Guadiana?! Per non parlare del circo, edificato sul modello del Circo Massimo di Roma, con oltre 400 m di lunghezza e 100 m di larghezza…

Ma andiamo con un certo ordine. Il “quartiere degli spettacoli”, dicevamo. So che questa indicazione topografica vi suona famigliare; sì, perché anche ad Aosta l’accoppiata “teatro-anfiteatro” viene di norma indicata così! E, come ad Aosta, anche a Mèrida i due edifici sono abbinati; sorgono, infatti, tra loro ravvicinati e confinati nell’angolo nord-est della colonia (come da noi!). Certo la pianta di Mèrida è più irregolare e movimentata rispetto a quella di Aosta, ma la posizione in rapporto al reticolato urbano è la stessa, naturalmente all’interno delle mura.

QuartiereSpettacoli_TurismodeMerida

Il teatro, eretto tra 16 e 15 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro e luogotenente di Augusto, poteva ospitare ben 6000 spettatori ed è un vero trionfo di spettacolare monumentalità. Conservatosi benissimo, ancora oggi si mostra in tutta la sua struggente, emozionante bellezza, fatta di marmi preziosi e decori scultorei. Incredibile la scaenae frons (ossia il muro di scena che chiude il palco alle spalle e che purtroppo ad Aosta è del tutto scomparso), alta oltre 30 metri, leggibilissima nei suoi due livelli di colonnato e nella distribuzione dei tre ingressi riservati agli attori: la porta regia, al centro (per gli attori principali) e le due hospitales ai lati. Doveste mai capitare qui in prossimità del tramonto, godetevi questa meraviglia avvolta nelle calde luci aranciate degli ultimi raggi: vi toglierà il fiato!

MeridaTeatro-nationalgeographic-com
Il teatro romano (da nationalgeographic.com)

Il vicino anfiteatro venne costruito nell’8 a.C. (come da iscrizione rinvenuta in loco), poteva contenere circa 15.000 spettatori ed è separato dal teatro per mezzo di una strada secondaria di servizio. Oggi risulta ben conservata solo l’ima cavea (quindi le gradinate inferiori) e solo alcune parti dei gradoni mediani. Un podio in granito separava le gradinate dall’arena, a protezione degli spettatori. Visibili resti di ambienti utilizzati per la custodia delle belve e/o dagli stessi gladiatori. Lungo 126 mt per una larghezza di 102, supera (seppure non di molto) le dimensioni dell’esemplare aostano con i suoi 94.50 mt di lunghezza per 73,60 di larghezza.

Ben due i fori della colonia. Uno legato probabilmente ai riti della provincia (con la persistenza di culti autoctoni “rivisitati”) ed un altro dedicato al culto imperiale e alle necessità amministrativo-commerciali della colonia. In quest’ultimo trova posto il tempio cosiddetto “di Diana”: un magnifico esastilo su podio di ordine corinzio intitolato, in origine, al culto imperiale. I suoi resti vennero utilizzati come base per la costruzione del palazzo dei conti di Corbos, cosa che lo protesse dalla distruzione.

TempiodiDianaForoNotte-balneariodealange-com
Cosiddetto “Tempio di Diana” (da balneariodealange.com)

Impressionante l’acquedotto detto de “Los Milagros”. Con i suoi 3 ordini di arcate alte 25 metri e uno sviluppo in lunghezza di ben 827 metri, attraversa la vallecola dell’Albarregas e vede il suo caput aquae nel cosiddetto “lago di Proserpina”, un bacino artificiale (ancora conservata la diga di età romana!)posto a 4 km dalla città.

L'acquedotto "Los Milagros" (da www.repelando.com)
L’acquedotto “Los Milagros” (da http://www.repelando.com)

 

Ma di certo non finisce qui. La passeggiata lungo i monumentali bastioni conduce all’affaccio sul Rio Guadiana, solcato dal poderoso ponte romano, lungo ben 762 mt, alto 11 sul pelo dell’acqua, largo 5 e composto da una successione di 60 arcate in granito.

Il ponte romano sulla Guadiana (da wikimapia.org)
Il ponte romano sulla Guadiana (da wikimapia.org)

 

E infine il MNAR (Museo Nacional de Arte Romano). Nato da una piccola collezione locale oltre 170 anni fa, oggi il MNAR è un museo all’avanguardia che con i suoi ben 36.000 pezzi sa coinvolgere ed affascinare i visitatori. Vasto, arioso ed elegante nella sua raffinata sobrietà erede delle forme architettoniche antiche; ampi corridoi voltati in cotto che volutamente ricordano le arcate dell’acquedotto. Reperti esposti sapientemente in modo da dare loro evidenza e risalto senza stancare l’occhio del visitatore.

Il MNAR di Merida (da www.turismoextremadura.com)
Il MNAR di Merida (da http://www.turismoextremadura.com)

Mèrida, la “Roma di Spagna”, perla dell’Extremadura, vi conquisterà!

Stella

Da Aosta a Autun, l’antica Augustodunum. La “fortezza di Augusto” nella verde Borgogna

Eccoci qui con il nostro secondo appuntamento dedicato alle “Aoste” dell’impero romano. Oggi faremo un viaggio di poco più di 4 ore alla volta della bella città francese di Autun, nel dipartimento Saône-et-Loire, regione della Borgogna.

Opzioni di viaggio da Aosta ad Autun (da www.viamichelin.it)
Opzioni di viaggio da Aosta ad Autun (da http://www.viamichelin.it)

Augustodunum, dicevamo. Toponimo in cui si fondono il nome di Ottaviano Augusto e la parola gallica dunum, ossia “fortezza”. Ci troviamo nel territorio dei Galli Haedui che, a differenza di molti popoli loro vicini, sin da subito, si mostrarono amici e alleati di Roma.

La posizione strategica e commerciale degli Edui era eccellente: controllavano, infatti, le vie che uniscono il bacino della Loira con quello della Saône da una parte, con quello della Senna dall’altra; le comunicazioni più comode fra nord e sud, fra Mediterraneo e Oceano, passano attraverso la Borgogna, che era proprio il loro paese. Erano quindi invidiati dai popoli vicini. Quando i Romani ebbero fondato in Gallia la provincia della Gallia Narbonese e vinto il re arverno Bituito, trovarono facilmente negli Edui degli alleati (121 a. C.), cui conferirono il titolo eccezionale di “fratelli e consanguinei del popolo romano”. L’alleanza servì sommamente gli interessi politici e commerciali di Roma, e diede d’altra parte agli Edui il primo posto fra i popoli della Gallia.

Tuttavia, nel 52 a.C. quando l’intera Gallia insorse contro Cesare, anche loro decisero di schierarsi contro Roma. Il loro centro di riferimento, il loro oppidum, era poco distante da dove poi verrà fondata la nuova colonia romana. Si tratta di Bibracte, luogo avvolto nel mito dove ancora oggi riecheggia il clangore delle armi e lo strepito delle battaglie tra Galli e Romani. Oggi il sito, in località Saint-Léger-du-Mont-Beuvray (e si noti come l’antico toponimo di Bibracte si sia francesizzato in Beuvray, “cristianizzandosi” sotto la tutela del burgundo San Leodegario!), è una vasta area archeologica super attrezzata dotata di un museo davvero ricco, interessante, ben strutturato, di moderna concezione e parecchio coinvolgente!.

Bibractemuseo-balades-bourgogneFR

L’intera zona visitabile è talmente ampia che si può decidere di visitarla a piedi con belle passeggiate lungo i sentieri boscosi punteggiati di tappe emblematiche, oppure con comode navette ecologiche.

Bibracte-©-D.R

Ci troviamo nel cuore della Gallia celtica, nel territorio che diverrà la provincia della Lugdunense, “la più gallica delle Gallie”, orbitante intorno all’importante centro nevralgico di Lugdunum (Lione), capitale politica, economica e religiosa, sede del sacro altare delle Tres Galliae (La Lugdunense, appunto, la Comata e la Belgica).

Era all’incirca il 15 a.C. quando Ottaviano Augusto decise di sfruttare questa posizione strategica fondando la colonia di Augustodunum.

Ricostruzione acquarellata da Golvin
Ricostruzione acquarellata da Golvin

Una cinta muraria poderosa e monumentale, lunga quasi 6 km e conservatasi per oltre i 2/3 del suo perimetro originale ci accoglie con le sue aggettanti torri circolari e l’altezza dei suoi bastioni.

remparts-autun_1-730x486

Delle 4 porte urbiche originarie se ne conservano solo 2: la Porte d’Arroux, all’estremità nord del Kardo, e la Porte Saint André, sita all’ingresso est della città. Assai simili tra di loro, presentano entrambe quattro fornici: 2 più grandi, centrali, per i veicoli, e altrettante, ma più piccole, laterali, per i pedoni.

La Porte d'Arroux (lato sud) - S. Bertarione
La Porte d’Arroux (lato sud) – S. Bertarione
La Porte Saint-André (lato ovest) - S. Bertarione
La Porte Saint-André (lato ovest) – S. Bertarione

Il centro cittadino è ammaliante, ma soprattutto in virtù delle splendide testimonianze di un Medioevo dorato. Imperdibile gioiello cluniacense è la cattedrale di Saint-Lazare, costruita tra 1120 e 1130, annunciata e dominata dall’altissima cuspide quattrocentesca del campanile.

La cattedrale di Autun (S. Bertarione)
La cattedrale di Autun (S. Bertarione)

Ma torniamo, per non uscire di tema, alla città augustea. Un’area urbana totale decisamente estesa, pari a circa 200 ettari (!!), e disposta su ripiani terrazzati. Una forma a losanga, quindi irregolare, dovuta alla presenza di numerosi corsi d’acqua, molti dei quali oggi non più visibili.

Coi suoi 148 metri di diametro il teatro romano di Augustodunum, costruito intorno agli anni 70 del I secolo d.C., si presenta come il più grande di tutta la Gallia romana. Si pensa potesse ospitare circa 20.000 spettatori nelle sue ampie gradinate; alle spalle del palco si ergeva una scaenae frons alta oltre 30 metri. L’intera struttura venne utilizzata nei secoli come cava di materiale lapideo e, di conseguenza, oggi ci si può accomodare su quanto resta della cavea godendo, tuttavia, di un panorama spettacolare sulla campagna circostante. Accanto al teatro doveva sorgere l’anfiteatro (quindi un vero e proprio quartiere degli spettacoli, come ad Aosta), del quale però non resta davvero nulla…

Il grande teatro romano di Autun (S. Bertarione)
Il grande teatro romano di Autun (S. Bertarione)

Si affaccia sul teatro un’abitazione davvero strana: è la Maison des Caves Joyaux (ma guarda un pò!) le cui facciate sono letteralmente ricoperte di stele funerarie, epigrafi e busti di epoca romana provenienti sia dal vicino edificio teatrale che dalle necropoli circostanti! Costruita nel XIX secolo, era la casa del custode incaricato di sorvegliare la zona durante gli scavi; divenne poi il primo museo lapidario della città. Oggi è una dimora privata ma ricoperta di pezzi decisamente notevoli!

Uscendo poi dalla città seguendo le antiche arterie di traffico romane, in direzione sud, si raggiunge il piccolo villaggio di Couhard, sorto su una delle più importanti aree funerarie di epoca imperiale. La strada è in leggera ma costante salita; giunti nel punto più elevato dell’antica area necropolare, ci si trova davanti ad una piramide, nota come “pierre (o pyramide) de Couhard”.

Io ai piedi della piramide di Couhard
Io ai piedi della piramide di Couhard

Dunque, di cosa si tratta? Naturalmente, e lo si vede assai bene, non è un monumento nato e pensato come piramide, ma la forma piramidale è dovuta al suo progressivo decadimento, smantellamento, erosione. Alta in origine circa 30 metri e con base quadrata di 10,50 metri di lato, doveva essere rivestita di grossi blocchi di calcare bianco. Ciò che oggi si vede non è che il “torsolo”, il nucleo di una struttura scomparsa, forse assimilabile ad una tomba-mausoleo di proporzioni monumentali. Vedete quel foro sulla destra? Bene, quello è l’esito di un “sondaggio” effettuato alla metà del XVII secolo per verificare la presenza di una camera funeraria che… non c’è! Non è quindi una tomba vera e propria, bensì quel che si definisce un cenotafio. Una sepoltura simbolica, evocativa, celebrativa, a ricordo solenne di qualcuno di molto importante ma il cui corpo non giace lì. Una sorta di memoriale, per intenderci.

Tuttavia, il ritrovamento di un medaglione riportante la scritta “Gloria Aedorum druidumque” (“a gloria dei druidi Edui”) ha portato a supporre che fosse destinato a celebrare un personaggio in particolare, il druido Diviciaco, l’unico storicamente attestato dalle fonti. E’ noto infatti che lo stesso Giulio Cesare intrattenesse rapporti frequenti con lui, famoso per le raffinate doti diplomatiche. Si sa inoltre che Diviziaco ha sempre appoggiato l’alleanza con Roma da cui chiese aiuto anche contro i Germani. Ne parla persino Cicerone che lo ebbe ospite nella sua villa e che lo definisce come appartenete contemporaneamente alla classe sacerdotale e guerriera. Un druido, appunto.

Nel 1960 durante dei lavori di consolidamento alla base della piramide venne portata alla alla luce una tavoletta in piombo, datata al II secolo d.C., riportante delle invocazioni malefiche redatte in latino e in greco. Una “tavoletta magica” purtroppo non meglio identificata. All’esterno di nota una “X” (per alcuni una croce), mentre sulla faccia interna compaiono tre liste di nomi; si presume siano nomi di divinità uniti a formule o preghiere. La tavoletta è visibile al Musée Rolin, in città.

Sottolineo solo che da qui, dall’altura della piramide, guardando verso nord, losguardo corre all’orizzonte, supera Autun e in cosa si imbatte? Nel Mont Beuvray, Bibracte. Esiste quindi un rapporto, una sorta di dialogo visivo e simbolico con la città “perduta” degli Edui.

E per continuare col sacro, rechiamoci dalla parte opposta del suburbio autunnois, nel quartiere cosiddetto della Genetoye, dove emerge, in tutta la sua imponenza, il “Tempio di Giano”.

DSC04855

La prima cosa che colpisce è questo torrione, questo enorme parallelepipedo di mattoni che tutto potrebbe sembrare fuorché un tempio. Innanzitutto va precisato che trattasi di “fanum, ossia di una tipologia di tempio non proprio romano, ma di concezione gallica. Bisogna immaginarsi questa torre circondata da un porticato; un santuario dunque a pianta centrale. Una cella ombelicale dal soffitto molto alto e illuminata da grandi finestre. Sicuramente il dialogo col cielo rappresentava una parte assai importante.

Piante di fase dagli atti della Journée de l'Archéologie di Autun, 2015
Piante di fase dagli atti della Journée de l’Archéologie di Autun, 2015

L’intitolazione a Giano si deve unicamente ad una interpretazione (forse maldestra o ingenua) del toponimo Génétoye, tuttavia non è ancora certo quale fosse la divinità qui venerata. Scavi recenti hanno pertanto individuato tracce attribuibili ad un luogo di culto databile alla seconda Età del Ferro (III-I sec. a.C.) con una continuità di utilizzo perdurata fino al IV secolo d.C.

Vorrei infine concludere consigliandovi una visita al Musée Rolin, situato nella nobile dimora quattrocentesca di Nicolas Rolin, ricco e munifico cancelliere dei Duchi di Borgogna. Le collezioni sono ricche e variegate: dall’epoca gallo-romana fino agli splendori romanici (da non perdere il video sul grande portale della cattedrale!), per concludersi con un’abbagliante collezione di dipinti e sculture rinascimentali.

Augustodunum, la “fortezza di Augusto”, antica città alleata e amica di Roma. La “Aosta” di Borgogna vi aspetta per incantarvi con le sue atmosfere e coi suoi tesori.

Bene, che dire di più? Si parte per Autun?

Stella

La mia viscerale passione per i Celti (nonostante Roma). Tra ricordi, studi e appunti

Ciao a tutti carissimi amici! E’ vero, sono stata un pò latitante..ma sapete, serve la giusta ispirazione! Serve l’intervento della Musa, quell’alito indescrivibile in cui si mescolano fantasia, contenuti e penna fluida!

Quando i ricordi riaffiorano

Ho accumulato parecchi spunti… ma oggi mi sento di rispolverare la mia passione per i Celti. Non so se ve l’ho mai detto, ma all’università ho seguito ben 2 corsi (e dico 2!!) di “Filologia e cultura celtica”! Una meraviglia.. quasi per caso mi sono ritrovata in mano alcuni appunti, datati (udite, udite) 1997 (fatalità proprio l’anno in cui vide la luce la prima edizione di “Celtica” qui in Valle d’Aosta!!).

I Celti, per me da sempre una passione quasi “segreta”, da sempre miscelata con l’altra, quella per il mondo romano. E infatti non è un caso se ho deciso di laurearmi in “Archeologia delle Province romane”; sì, perché il fascino più grande e pervasivo lo esercita, su di me, l’incontro, l’incrocio, il mescolarsi di culture, gli scambi… in tutte le loro forme: linguistiche, artistiche, architettoniche, religiose, letterarie.

E come quando si vede, nei più classici film in stile “Indiana Jones” che lui, l’archeologo con la frusta, passa una mano sulla secolare polvere di un reperto riportando in luce una scritta, un simbolo, una formula… ecco, così io nel ritrovare, per caso, quel quadernone con la copertina rosa, scritto fitto fitto. Ricordo quelle lezioni in Via Santa Maria, a Pisa, quasi in una mansarda: un’aula piccola… saremo stati, penso, meno di dieci! Stupende!

Falera in argento da Manerbio (BS) - III sec. a.C.
Falera in argento da Manerbio (BS) – III sec. a.C.

Vi fu un tempo…

I Celti sono l’etnia che nell’antichità ha occupato il territorio europeo (e non solo) più vasto perché popoli celtici sono stanziati dalle sponde dell’Atlantico alle pianure danubiane, passando per Spagna, Francia, Belgio, buona parte della Germania, l’Italia settentrionale e di qui, attraverso la penisola balcanica e la Tracia, fino all’Asia Minore. Vista la loro distribuzione massiccia e diffusa sul continente, possono essere considerati a pieno titolo il primo popolo “europeo”.

Inoltre le grandi letterature europee hanno tratto da quelle celtiche, più o meno profondamente rielaborandoli, alcuni dei più corposi e importanti cicli, temi, figure leggendarie e favolistiche che le caratterizzano e per rendersi conto di questo debito letterario e culturale nostro nei confronti dei  Celti basterà pensare a cosa sarebbe la cultura europea senza il ciclo bretone e la tavola Rotonda, Artù, Mago Merlino, Morgana, Lancillotto,Tristano, Isotta.

E poi ci sarebbero da ricordare quella particolare architettura di epoca imperiale e medievale diffusa in Francia e che viene detta gallo-romana proprio per sottolinearne la inconfondibile componente celtica; l’oreficeria celtica continentale e insulare; le tecniche e i motivi decorativi dei Celti antichi e medievali in cui molti studiosi di storia dell’arte rintracciano a ragione le fonti d’ispirazione per il Liberty. Infine, altro motivo di vanto “postumo” per i nostri Celti potrebbe a buon diritto essere rappresentato dalle periodiche e sempre più fitte riscoperte e revivals del celtismo, dai falsi ossianici di Macpherson fino a Tolkien (altra mia profonda passione!) e ,perché no, ad Asterix, senza dimenticare le “reintroduzioni”, quasi sempre inconsapevoli, di qualche tradizione come, ad esempio, quella di Halloween che altro non è che la cristianizzazione di Shamain, la festa d’inizio dell’anno celtico in cui avveniva l’incontro fra i due mondi, terreno e divino.

I Celti esistono ancora!

Tuttavia, nella storia dei Celti si registrano anche singolari rovesci di fortuna e non mi riferisco solo alle battaglie e alle guerre perdute (via via contro Romani, Anglo-Sassoni, e poi Inglesi e Francesi),  ma a qualcosa di ancor più insidioso per la sopravvivenza di un popolo: l’ignoranza diffusa sulla sua identità. Tanti, troppi, anche fra persone di buona cultura non sanno chi furono (e sono tuttora) davvero i Celti o hanno le idee molto confuse in proposito. C’è chi crede, ad esempio, che i Celti rappresentino un ramo – importante quanto si vuole ma pur sempre un ramo-, dei Germani o che celtiche siano solo le popolazioni antiche, quelle sconfitte o assimilate dai Romani: e sbagliano entrambi perché, da un lato, “celtico” è un concetto etno-linguistico autonomo e i contatti che ci sono stati con il mondo germanico sono avvenuti fra due etnie distinte, mentre, dall’altro, se è vero che non esistono più né Galli, né Celtiberi, né Galati, né Leponzi, sono celtiche anche tutte quelle comunità che in epoca medievale, moderna e contemporanea parlavano o addirittura parlano tuttora una lingua celtica come oggi nel Gaeltacht irlandese, nel Galles, in Scozia, in Bretagna e fino al secolo scorso e al XVIII rispettivamente nell’Isola di Man e in Cornovaglia.

 Si fa presto a dire “celtico”

Ed eccoli, i miei appunti di linguistica celtica… che emozione sfogliare quelle pagine! Innanzitutto il gallico, senz’altro quella più importante per diffusione (Gallia Transalpina e Cisalpina, parte della Germania e della Svizzera) e ampiezza di documentazione diretta (iscrizioni) che va dal III sec.a.C. al II-III (forse addirittura IV) d.C. e indiretta (toponimi, voci di sostrato nei dialetti gallo-romanzi). E poi il leponzio, parlato in Val d’Ossola, aree intorno alle due sponde del lago Maggiore e Canton Ticino come ci testimoniano poco meno di 200 iscrizioni (dal VII sec. al II a.C.) fin, la gran parte delle quali, purtroppo, assai brevi e in frammenti e costituite per lo più da nomi propri. E ancora  il galatico, la lingua di quei Galli che passarono nel III sec. a.C. in Asia Minore fondandovi il regno della Galazia (corrispondente in parte all’attuale Turchia) e che dovette sopravvivere a lungo prima di soccombere al greco visto che ancora S. Girolamo ci dice che ai suoi tempi era ancora parlato ma di cui conosciamo solo glosse in autori classici e nomi di persona.

E infine, il celtiberico di alcune centinaia di iscrizioni comprese in un arco cronologico dal
III al I sec. a.C. provenienti dal centro della Spagna. Tutte queste lingue, dette appunto lingue celtiche antiche o continentali furono, in momenti e con tempi diversi, comunque soppiantate in epoca imperiale dal latino (e, nel caso del galatico, anche dal greco).
Ma ci sono anche le lingue del cosiddetto celtico insulare, alcune delle quali ancora parlate nelle isole britanniche.L’irlandese, lo scozzese, il mannese, il gallese, il bretone…
"Ossian évoque les fantômes au son de la harpe sur les bords du Lora", dipinto di F. Gérard (fine XVIII-inizi XIX sec.)
“Ossian évoque les fantômes au son de la harpe sur les bords du Lora”, dipinto di F. Gérard (fine XVIII-inizi XIX sec.)
Ma qui mi fermo, perché altrimenti risulterei noiosa e “accademica”. Da qui riparto applicando la mia passione e le mie conoscenze alla mia terra. Alla terra “della Grande Orsa”, la Valle d’Aosta.

E comincio così, citando il leggendario bardo Ossian, anche noto come l'”Omero del Nord”:

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’ aere, e fuor tra nube  e nube

 mostra pallido raggio…”

La natura grandiosa dell’alta Val Veny di Courmayeur viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Ma anche questo non fa che accrescere il fascino del luogo. Un luogo dove è quasi possibile percepire il divino. Il divino della Natura, da sempre venerata sin dalla più remota notte dei tempi e assiduamente celebrata dagli antichi Celti. Non è un caso, se ci pensiamo, che il nome stesso della vallata, Veny, deriva dal celtico Penn, il dio della montagna, venerato sulle alture e non solo in Valle d’Aosta, dove ha dato nome anche alla Valpelline e all’Alpis Poenina, ossia il Gran San Bernardo. Lo ritroviamo anche sugli Appennini e, per citare un altro esempio, in Val Venosta.

Montagne divine, potenza della natura.

L'Aiguille Noire du Peuterey in Val Veny. (da: www.jeromebiols.com)
L’Aiguille Noire du Peuterey in Val Veny. (da: http://www.jeromebiols.com)

VALLE D’AOSTA CELTICA

La piccola Valle d’Aosta si colloca quasi al centro di quell’ immenso territorio attraversato per secoli da tribù celtiche, guerrieri e mercanti. E i Celti possono essere rintracciati anche qui, nella terra della GrandeOrsa, così chiamata per il suo particolare profilo che parrebbe delineare proprio unorso, animale sacro e regale il cui culto affonda le sue radici sin nella più lontana Preistoria dell’uomo. E’ noto, infatti, che prima dell’arrivo dei Romani, la Valle era abitata dai Salassi, popolo nato dalla fusione tra antiche tribù liguri e nuove genti celtiche arrivate d’Oltralpe e dall’Europa centro-orientale. Un popolo citato dagli storici greci e latini, e presente anche sull’epigrafe del Trofeo delle Alpi di La Turbie (tra Mentone e Nizza): un monumento onorario voluto dall’imperatore Augusto per ricordare tutti i popoli alpini sconfitti. Un popolo che ha lasciato diverse testimonianze sul difficile territorio valdostano: si pensi ai villaggi in quota, come quello alle pendici del Mont Tantané in Valtournenche, o al castelliere di Lignan, posto su un’altura boscosa nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale. Ma si pensi, oggi più che mai, al tumulo funerario contenete le spoglie di quel “principe celtico” recentemente rinvenuto in occasione degli scavi per l’ampliamento dell’Ospedale “U. Parini” ad Aosta.

Si pensi agli splendidi torques (collane girocollo), alle raffinate armille (bracciali) in bronzo o in vetro, alle spille per abiti e ai recipienti ceramici ritrovati nei tanti corredi funerari salassi portati in luce anche tra queste montagne.

 

Stella

Quando il “ludus” diventa arte. L’antico quartiere degli spettacoli di Aosta (romana)

Continua la nostra scoperta di Aosta romana. Una Augusta Prætoria che ci affascina e ci emoziona ad ogni passo, ad ogni scorcio. Un avvicinamento graduale ma inesorabile, dall’antico ponte romano all’Arco di Augusto e lungo via Sant’Anselmo fino ad avvistare in lontananza un’arcata, anzi due, anzi tre! Marmi d’argento, ricami color avorio: è la straordinaria Porta Prætoria, lì dove ideologia e architettura, tecnica militare e fine urbanistica si armonizzano in un esito tanto avvolgente quanto inaspettato.

Ed è con gli occhi ancora pieni di questa monumentalità che svoltiamo in direzione del quartiere degli spettacoli fiancheggiando le mura, vecchie di oltre 2000 anni (e non è cosa così frequente; basti pensare che Aosta conserva ancora il 90% del circuito murario romano!), passando al loro interno, a ridosso dei potenti contrafforti e delle tracce del muro di controscarpa che, in origine, doveva contenere il terrapieno di rinforzo.

AMMALIANTE ORIGINALITA’

Quando finalmente la vista incontra quel muro di facciata alto 22 metri, magari quando la luce orientale del mattino gioca tra le finestre e i contrafforti sporgenti insinuandosi nelle rugosità dei blocchi di arenaria ed esaltandone le particolari tonalità dorate, allora lo spettacolo è garantito. Siamo al cospetto del prospetto sud dell’edificio teatrale. E’ vero, di norma quando si parla di teatro romano ci si aspetterebbe di imbattersi in un muro semicircolare, di vedere subito la cavea, ossia lo spazio gradonato destinato agli spettatori. Qui ad Aosta non è così. Ciò che si vede, e che nei secoli passati, prima degli interventi di epoca fascista, era quasi completamente mimetizzato tra le case che gli si erano ancorate addosso, è il “contenitore” della cavea. Sì, per usare una metafora, ad Aosta il teatro romano era “inscatolato”! La cavea si nasconde all’interno di un perimetro di mura monumentali di cui oggi resta solo la porzione meridionale a testimoniarne l’antica possente incombenza. Espediente analogo si può ritrovare nei teatri coevi di Augusta Taurinorum (Torino, fine I secolo a.C.-inizi I secolo d.C.)) e Lunae (Luni, I secolo a.C.) e nell’odeion di Pompei (realizzato nell’80 a.C.).

Ci avviciniamo quasi intimoriti da queste vestigia incredibili, direi quasi folgorati da un panorama del tutto inaspettato in questa cornice di vette alpine. All’orizzonte, verso nord, si erge la mole del Grand Combin, un “4000” già in terra elvetica ma che occhieggia curioso sulla nostra Valle. L’infilata delle mura romane con le antiche torri rimaneggiate dalle potenti famiglie medievali, sulla nostra destra; questo poderoso ed insolito edificio sulla sinistra. Un edificio che, visto da vicino, sembra fatto di sabbia, di infiniti granelli fossili, nonostante la sua innegabile solidità.

Ma dove siamo? La curiosità aumenta, così come la voglia di scoprire e capire sempre di più e meglio questa cittadina alpina dalla storia plurimillenaria.

IN SCENA!

Siamo dunque “a teatro”. Commedie (tante e molto apprezzate, basti pensare allo straordinario successo di Plauto!), tragedie (poche, meno amate, si pensi a Terenzio…), mimi, balletti, farse, ma anche esibizioni musicali e letture poetiche… sembra quasi di sentirne l’eco, di vedere gli artisti muoversi con talento sul palcoscenico o cambiarsi e truccarsi dietro le quinte. Sembra anche di vedere la cavea completa, alta fino alla base dei gruppi di tre finestrelle, in pietra nella parte bassa e mediana, in legno (probabilmente) per la cosiddetta “summa cavea“, dove i seggi erano molto stretti e i gradini assai ripidi, insomma, i posti meno ambiti ma non per questo meno frequentati… anzi! La voglia di andare a teatro nel mondo romano era tanta, era un vero e proprio appuntamento sociale, di riunione della comunità che così condivideva valori e ideologie.

Sì, il teatro era anche palcoscenico per l’intera società e soprattutto per la classe dominante. Oggi non ve ne è traccia, ma dobbiamo immaginarci una quinta in muratura (chiamata scenae frons), a ridosso del palcoscenico, alta tanto quanto la facciata ancora in piedi. 22 metri suddivisi su due livelli sapientemente movimentati da colonne più o meno aggettanti, da statue (scelte ad hoc), magari anche da raffinati altorilievi e vivacizzati dall’impiego di marmi colorati e preziosi. Non è affatto improbabile immaginarci, al centro di questo fondale scenografico, proprio la statua dell’imperatore Ottaviano Augusto, fondatore eponimo della colonia, deus et patronus.

Lungo i lati le arcate davano accesso a dei corridoi di ingresso attraverso cui si poteva entrare e prendere posto sui gradoni. Oggi il percorso di visita consente di passare su una passerella situata tra il palcoscenico e l’orchestra, in una posizione che ricalca quella dell’antico “aditus maximus“.

Il palcoscenico (proscaenium)si affacciava sull’orchestra e verso il pubblico con il pulpitum: una sequenza alternata di nicchie quadrangolari e semicircolari, anticamente impreziosite da colonnine e bassorilievi (oggi-ahimè-perduti) e nascondeva, al suo interno, i meccanismi utili all’alzata dal basso del sipario (aulaeum). Oggi possiamo soffermarci sull’uso dei laterizi e sulla difficoltà di conservarli in un clima quale il nostro attuale dove gli sbalzi di temperatura, le precipitazioni e il gelo/disgelo li frantumano anno dopo anno. In epoca romana, invece, il clima era più mite.. quel che si dice “optimum climaticum“!

Gli attori entravano in scena attraverso tre porte: quella centrale, più grande, detta “porta regia” e due laterali, secondarie, le porte “hospitales“. Purtroppo è difficile rendersene conto, certo se fossimo sollevati per un attimo in aria la vista dall’alto ci chiarirebbe molti dettagli.

PREZIOSE CURIOSITA’

L’orchestra, malgrado l’odierno aspetto grigio e uniforme, si presentava in origine pavimentata da lastre di ben tre marmi diversi: il giallo di Numidia, il porfido d’Egitto e il cipollino di Grecia. Oggi, ripeto, non ci è dato di vedere nulla dell’antico splendido tripudio cromatico, ma ne siamo a conoscenza grazie ai diari lasciati da Giorgio Rosi, l’archeologo che seguì gli scavi tra il 1933 ed il 1937. Scrive infatti il Rosi:” L’orchestra era pavimentata di marmi rari e di vari colori, connessi secondo un regolare scomparto geometrico […]”. E aggiunge: “[…] anche la bassa parete del pulpitum doveva essere interamente rivestita di marmi di vario colore: le superfici di cipollino bianco venato di verdastro, le modanature di africano rosso venato di bianco […]”.

Allora, immaginate: un esterno dai toni della sabbia, cangianti, a seconda della luce solare, tra il grigio perla e l’oro più caldo; un interno risplendente di colori, frutto di una committenza possidente e munifica, capace di far arrivare ai piedi delle Alpi tutta la ricercata preziosità di marmi lontani, colorati ed esotici.

Ma, a ben pensarci, Aosta è forse ancora oggi un pò così: un’apparenza severa, sobria, magari addirittura grigia, che però nasconde un’anima calda e colorata, ben visibile lungo le vie del centro storico, nelle vivaci facciate in tinte pastello e nelle vezzose decorazioni in stile liberty di certi palazzi storici di via Croce di Città, via De Tillier o via Sant’Anselmo. Per non parlare della meravigliosa ariosità e dell’eleganza neoclassica di piazza Chanoux.

Ma torniamo all’arredo scultoreo e all’apparato decorativo del Teatro. Si diceva della composizione geometrica delle crustae (lastre) marmoree dell’orchestra. Un’ordinata tessitura a scacchiera composta da lastre quadrate alternate ad altre suddivise in quattro triangoli il cui disegno era assolutamente esaltato dall’uso di marmi differenti. Inoltre la decorazione architettonica doveva trovare completamento in gruppi statuari bronzei, come ci indica la bella porzione di volto maschile in bronzo dorato e di dimensioni maggiori del vero oggi visibile al #MAR di Aosta.

E IL TETTO?

Ma questo teatro così particolare, era coperto sì o no? Per lungo tempo si è ritenuto che lo fosse, proprio in virtù del perimetro di muratura che lo circonda. Tuttavia va sottolineato che la copertura avrebbe dovuto prevedere travature di oltre 30 metri di lunghezza e non è certo cosa da poco! Purtroppo non si possiedono notizie relative alle tecniche di messa in opera di simili solai, e di conseguenza molti dubbi rimangono. Basti pensare che il famoso odeion di Agrippa (di età augustea) realizzato nell’agorà di Atene, aveva un solaio ligneo ampio “solo” 25 metri che dopo un certo periodo crollò richiedendo la costruzione di un muro mediano per sostenere il tetto. Alcuni ipotizzano persino il ricorso a particolari (e pesantissime) coperture sospese ancorate a puntoni a  sbalzo, come dovrebbe essere stato il caso dell’odeion di Lugdunum (Lione) del II secolo d.C.

Sicuramente, invece, possiamo ipotizzare la presenza di una tettoia sporgente proprio al di sopra del palcoscenico (si pensi a quella esistente ad Orange) la cui funzione, oltre a quella di copertura tout court, era anche di tipo acustico andando ad amplificare le voci degli attori.

Un quartiere degli spettacoli, dicevamo, Infatti! Proprio a nord del Teatro, oltre un muro in pietra che oggi lo divide dal giardino-frutteto del convento di Santa Caterina, si trovano i resti dell’altro grande edificio ludico di epoca romana: l’anfiteatro. Entrambi, quindi, costruiti vicini all’interno delle mura, a ridosso dell’angolo nord-orientale della città e facilmente raggiungibili dalla Porta Prætoria.

UN OCCHIO ALL’ANFITEATRO

Palatium rotundum“, “magnum palatium“: così viene indicato l’Anfiteatro nei documenti medievali locali, in epoche che ormai avevano dimenticato quale fosse la reale identità di quell’imponente edificio dal perimetro ellittico e che, probabilmente, solo in parte si lasciava intuire tra gli orti, i frutteti e le casupole che gli si erano gradualmente addossate sfruttandone le possenti murature. Tuttavia vi era una componente degli antichi edifici romani che, invece, era ben conosciuta e ben sfruttata: la zona nord-orientale della città, infatti, era nota con la denominazione di super crottas o crotes, cioè “al di sopra delle grotte”, o direttamente “grotte”. Gli abitanti del quartiere, chiaramente, erano consapevoli dello sviluppo sotterraneo di tutta una serie di ambienti e concamerazioni di cui ignoravano l’origine, ma che risultavano decisamente utili alle loro esigenze quotidiane come pratiche cantine. Diversa la situazione nel XVIII secolo, quando un nobile erudito come il De Tillier lo nomina  “colizée” (o anche “cirque ou soit amphiteatre“) dimostrando una solida consapevolezza storica ed un notevole bagaglio culturale umanistico. La denominazione specifica del grande Anfiteatro Flavio di Roma rappresentava ormai la definizione più adatta ad indicare anche l’esemplare aostano, ubicato nell’angolo nord-est della città murata e inserito così all’interno di una determinata tipologia architettonica di edifici per pubblici spettacoli.

QUANDO…

La data di costruzione, da sempre fissata all’epoca della fondazione della colonia (25 a.C.), tuttavia non parrebbe basarsi tanto su considerazioni legate alle particolari caratteristiche costruttive, architettoniche, dimensionali o decorative, quanto piuttosto sulla localizzazione intramuranea di questo importante edificio. Una datazione che va rivista e spostata in avanti, alla piena età giulio-claudia (come per il teatro), se non addirittura agli inizi dell’età flavia, anche in seguito alla scoperta dei resti dell’ insula 8 precedenti l’anfiteatro ritrovati durante gli scavi nel cortile del complesso dei Balivi.

E DOVE…

La collocazione dentro le mura è sempre stata attribuita al fatto che la città sia stata in qualche modo progettata sin da subito come perfettamente dotata di una sua unitarietà ed omogeneità d’impianto in cui tutti i quadranti urbani possedevano già a priori una loro specifica destinazione d’uso completata dagli appositi edifici. La singolarità deriva dal fatto che la maggior parte degli anfiteatri ad oggi noti risultano costruiti fuori città, lungo le più frequentate arterie viarie, in modo da evitare che la folla richiamata dai grandi spettacoli gladiatorii si costipasse all’interno delle mura col rischio di provocare pericolosi disordini e turbamenti dell’ordine pubblico. Ora invece possiamo affermare che la posizione è frutto di una precisa volontà indipendente dal progetto di fondazione della colonia.

Il caso aostano, tuttavia, non rappresenta certamente un unicum, dal momento che altri sono gli anfiteatri situati all’interno della cortina muraria; a titolo esemplificativo potremmo solo citare alcuni casi italici tra cui Aquinum (Aquino, nel Lazio meridionale), Interamna Nahars (Terni, in Umbria) e Ferentium (Ferento, in provincia di Viterbo), soffermandoci maggiormente sui più noti anfiteatri di Pompei, Pæstum e Carsulæ (attuale Carsoli, in Umbria). In quest’ultimo caso notiamo come  l’anfiteatro vada ad inserirsi all’interno del centro monumentale dove, congiuntamente al vicino Teatro, contribuisce a creare un vero e proprio settore specializzato a poca distanza dal Foro e dai suoi abituali annessi religiosi.

Ad Aosta la porzione di terreno prescelta per la realizzazione dell’anfiteatro si presentava relativamente pianeggiante ma con una leggera pendenza da nord verso sud che nella torre angolare di nord-est (Torre dei Balivi) trovava il suo punto più elevato. Si dovette, pertanto, procedere allo scavo dell’arena centrale in modo da collocarla ad una maggior profondità, e alla conseguente realizzazione di idonee sostruzioni cave per i muri anulari e quelli radiali; la testata di questi ultimi formava una semplice corona in cui si inserivano i muri perimetrali del prospetto esterno che così risultava privo della galleria periferica d’accesso.

E’ questa una particolarità degli anfiteatri costruiti prima dell’età flavia, quindi prima degli anni 70/80 del I secolo d.C.; proprio tale assenza faceva sì che le facciate degli anfiteatri presentassero un paramento murario di spiccata monumentalità come, ad esempio, l’opus quadratum a grosse bugne. Un’osservazione valida senz’altro per il caso di Aosta dove anche il vicino Teatro presenta un analogo apparecchio murario che ancor di più sottolinea quella certa “aria di famiglia” tra i due edifici per pubblici spettacoli che, sebbene non appartenenti ad un medesimo cantiere (gli assi maggiori dei due edifici non sono perfettamente allineati e i materiali utilizzati non sono gli stessi), risultano comunque interpretabili come due tappe distinte, forse neanche troppo distanti nel tempo una dall’altra, di un progetto urbanistico comunque unitario seppure riferibile a due committenze diverse.

LUDI IN SALSA IBERICA

Ma non voglio dilungarmi oltre, altrimenti mi mandate a quel paese! Solo un’ultima info: se volete visitare un luogo dove poter ammirare un quartiere di spettacoli assai simile al nostro, completo anche dell’anfiteatro e dove il teatro è splendidamente conservato (oltretutto aiutandovi a meglio capire ed immaginare quello di Aosta), allora vi proporrei un bel viaggetto in Spagna, a #Merida, l’antica colonia augustea di Augusta Emerita, “gemellina” di Aosta in quanto anche lei fondata nel 25 a.C. e con la quale condivide anche l’orientamento astronomico (non a caso, visto che il fondatore è lo stesso!!) al solstizio d’inverno! 

Stella

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Come Lady Oscar verso l’Archeologia 3.0! #ArcheoSocial a #TourismA 2016

Il week-end del 20-21 febbraio è stato per me un super week-end! Sapete perché? Perché ho avuto la fortuna di partecipare non solo a #TourismA2016, ma anche nello specifico al convegno/workshop #ArcheoSocial.

2tourisma

#TourismA è un importante evento nel settore del turismo archeologico e dei beni culturali che quest’anno ha visto la sua seconda edizione al Palazzo dei Congressi di Firenze. Visitata e apprezzata da oltre 10.000 persone, TourismA è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del turismo archeologico in Italia e sulle diverse forme di comunicazione e promozione dei BBCC, con particolare riguardo ai beni archeologici.

Archeologi, storici, giornalisti di settore, tour operator, e un vero e proprio esercito di appassionati! E una miriade di famiglie coi bambini assolutamente incontenibili di fronte al richiamo del passato…che fa leva sulla loro fervida immaginazione, sulla fantasia, ma anche su quello che assorbono a scuola!

CbpFBSUW8AAWeoQ

Ma vi racconto di #ArcheoSocial. E’ stato davvero bello, sin dalle 9 del mattino, affacciarsi su quella sala (che di lì a poco si sarebbe riempita) e riconoscere i volti di Paola Romi, Domenica Pate e Astrid D’Eredità.. o meglio delle archeo-bloggers di “Professione Archeologo” e “ArcheoPop“. Mi vedono, mi guardano e… mi riconoscono! In fin dei conti il mio è un archeo-blog ancora in fasce; rispetto a loro ho una strada infinita da fare… sono felice di poterle conoscere di persona e soprattutto di seguire questo workshop per capire e imparare le tecniche e le strategie per comunicare l’archeologia sui social!

Prendo posto in seconda fila (in prima è troppo da “nerd”) e la sala inizia a riempirsi. Riconosco (e poi conoscerò) anche Antonia Falcone, della “premiata ditta” Professione Archeologo. E Marianna Marcucci, regista delle “Invasioni Digitali” con cui avevo allacciato i primi contatti l’anno scorso quando ho organizzato le ID di Aosta romana. Un vulcano di idee e di energia, una grande coach nel settore, senza dubbio!

ArcheoPop_1

Archeosocial_3

E poi ancora Marina Lo Blundo, di “Generazione di Archeologi“, Marta Coccoluto di “Nomadi digitali” e, solo di vista, il misterioso Djed Medu – blog di Egittologia, al secolo Mattia Mancini.

E con immenso piacere ho riabbracciato Simonetta Pirredda, dell’Associazione Nazionale Piccoli Museigià conoscenza di epoca patavina; per non parlare della felicità di aver rivisto Ivana Cerato di “Staiway to Event“, che mi ha riportato in men che non si dica ai tempi degli scavi di Nora (e parlo dei primi anni 2000!). E sicuramente ce ne sono molti altri, ma non voglio produrre un elenco noioso.. voglio che invece emerga la carica che mi ha dato questa iniziativa.

L’archeologia ha un pubblico sempre più folto e appassionato. Un pubblico ampio che necessita di declinazioni e sfumature. Innanzitutto NO all’archeologichese, NO ai tecnicismi usati per timore di apparire banali o poco preparati, NO ai dati recitati in stile “elenco del telefono”. Quanti di voi (di noi) a scuola si lamentavano che la Storia era noiosa perché era tutta “nomi e date”?! Ebbene, non dati, ma EMOZIONI! Il pubblico dell’Archeologia quelle vuole, quelle cerca! Vuole storie da vivere e da rivivere, vuole emozioni da sentire e da raccontare. 

La comunicazione non è quel che si dice, ma quello che arriva agli altri. Non si ricorderanno mai di tutto ciò che avete detto, ma di come li avrete fatti sentire!

Data_Hearts

E’ l’arte dello story telling, che però deve basarsi su solide conoscenze.

 

Sì, perché è finito ormai il tempo dell’archeologo da turris eburnea, il tempo ammuffito delle tanto temute “Belle Arti”… sì, quelli che studiano solo per loro stessi, che parlano difficile, che ti fanno capire non senza un malcelato snobismo, che l’archeologia non è per chiunque.. NO! Ed è anche finito il tempo delle “etichette”, delle rigide suddivisioni in categorie. Perché si può essere archeologi in tanti modi diversi! E ognuno col suo prezioso contributo. Tutto sta nel linguaggio, nello stile, nella creatività. Senza rinunciare all’affidabilità e alla comprovata veridicità dei contenuti.

Per citare le amiche di Professione Archeologo: “È diventato quasi un inside joke tra alcuni archeoblogger l’espressione “il tempio tetrastilo”. Alessandro D’Amore (archeo-blogger di “Le Parole in Archeologia“) l’ha usata in un suo post non molto tempo addietro analizzando il gap comunicativo tra archeologi e pubblico: chiunque ha studiato archeologia sa cos’è un tempio tetrastilo, ha ben chiaro il tipo di struttura, il contesto storico e culturale a cui ci riferiamo, ma gli altri?   Serve comunicare l’archeologia se parlo di templi tetrastili e esedre e plinti e vetrina e protograffita? “.

Già da diversi anni in Francia (sto pensando all’INRAP Institut Nationa Recherches Archéologiques Préventives) esiste la figura dell’ “archéologue chargé de la communication”: una figura professionalmente preparata, che segue e capisce i lavori dei colleghi, ma che è deputato alla comunicazione col pubblico. Teoricamente dovrebbe essercene uno su ogni cantiere… anche giorno per giorno, dovendo soddisfare le curiosità dei tanti passanti ( i famigerati pensionati…). Quando uno lavora e si concentra sulle US, non ha né tempo né voglia di dedicarsi a quelli che passano e che si fermano spesso con le domande più insulse, o no?!

Vogliamo renderci conto di quanto l’archeologia sia importante e presente nella nostra quotidianità? E di quanto – ahimé – troppo spesso venga ridotta a “perdita di tempo e denaro”, “gran rottura di scatole”, “disagio per il traffico” e cose simili? Tutto sta nel curare e gestire il rapporto con la cittadinanza, col grande pubblico. E oggi i social media ci danno una grande mano in questo.

289551731

Facebook, Twitter, Instagram, i blog… tutti strumenti che aiutano a coinvolgere, a tenere acceso l’interesse, ad incuriosire, a dialogare col pubblico sia esso composto da esimi studiosi quanto da semplici cittadini. Certo con precise accortezze per il linguaggio e naturalmente l’uso di foto ad hoc, capaci di suscitare reazioni, empatia. Dopotutto chi tra di noi non riconosce l’indubbio (e “zankeriano”) “potere delle immagini”?! Ma l’archeologia viaggia bene anche sui soli 140 caratteri di Twitter; non è impossibile! Basta sapere scegliere l’hashtag giusto, quello che fa sì che si creino delle vere e proprie communities di discussione. E bisogna farsi trovare, esserci, interagire! Bisogna che se ne parli, che le notizie circolino e che la gente abbia voglia di mettersi in viaggio per andare a visitare un certo sito iniziando ad assaporarne l’atmosfera e la magia sin dal divano di casa!

Già i turisti dell’archeologia. Sì, perché l’archeologia può essere una fortissima motivazione di viaggio. E cosa spinge a viaggiare verso mete del genere? La voglia di “esotico”, nel senso di luoghi “altri”, insoliti, affascinanti, misteriosi. Luoghi dove dimenticare la realtà tuffandosi in epoche lontane, in città perdute, in echi di battaglie e di conquiste, sulle orme di valorosi condottieri e ammalianti regine d’Oriente. Con un viaggio archeologico, il mito può diventare realtà!

Ecco perché bisogna saper lavorare sulla forza dell’immaginario, sul turismo “emozionale” che può dare l’archeologia. E che spesso poi aiuta a valorizzare un intero territorio, con le sue peculiarità, le sue identità, le sue leggende e la sua cucina. Cultura materiale e immateriale unite per ampliare l’offerta turistica, per fare rete nell’ottica di un marketing territoriale dall’indubbio appeal. Con l’archeologia si può viaggiare, non solo nello spazio, ma anche nel tempo! Un sito archeologico può davvero diventare una sorta di “time gate” dove vivere esperienze indimenticabili, nel segno del più trendy turismo esperienziale! E perché spesso disdegnare o inarcare cinicamente il sopracciglio davanti alle rievocazioni storiche? A TourismA l’associazione Prima Legio Italica di Villadose (RO) si è presentata “in arme” con tutto lo splendore della legione romana! E vedendo i video delle loro performances si capisce quanta presa riescano a fare sul pubblico contribuendo non poco a dare vita ad un luogo antico! Io me li vedevo in marcia lungo la nostra #ViadelleGallie, oppure sù, tra le rocce e le brume del valico del Gran San Bernardo… pura magia! Sì, ecco, come vivere una sorta di incantesimo… questo cerca il turista archeologico!

Ad ogni modo, un’ultima riflessione. Il turista archeologico (archeofilo) di certo non parte unicamente per quel certo sito e basta! Fa anch’egli parte della grande famiglia dei turisti culturali che, è noto, sono i più slow, i più “spirituali”, i più attenti al paesaggio e alle sue specificità! Sono anche quelli che amano le tradizioni enogastronomiche e vogliono scoprirle. Sono quelli che, stando alle ricerche, spendono in media di più! Quindi: invitare la gente a venire a visitare un’importante area archeologica non può prescindere da una progettualità territoriale più ampia che comprenda l’intero soggiorno, il viaggio e la sua preparazione (già da casa), le attrattive.. insomma: io visito quel monumento? Bene, e poi? E’ anch’esso un prodotto turistico che esige di essere attentamente costruito sul territorio a 360 gradi!

Archeosocial_2

E per restare in tema, non dimentichiamo la sezione #ArcheoKids (che è anche un blog che vi segnalo!): i bambini, grandi estimatori del genere! Con la loro fantasia sanno rivivere (e far rivivere) qualunque cosa. Li aveste visti, i più piccini, assolutamente a loro agio con il digitale, il virtuale, la realtà aumentata, i touch screen, ecc… con mamma e papà attoniti e fieri! Importante coinvolgerli, organizzare attività per loro, meglio ancora se in costume! Perché la storia va toccata, va simulata, va anche annusata e mangiata! #LivingHistory… per tutti! 

E l’#ArcheoFun? Quel lato lieve, divertente, dell’archeologia, che la rende simpatica e accattivante. Quel modo tutto particolare di raccontare le cose senza essere pedanti. Quindi ok anche a sapersi “prendere un pò in giro” a non fare i seriosi a tutti i costi, a non inorridire davanti all’ennesimo che ci parla di Indiana Jones e di Templari, ma riuscire a cavalcare l’onda, anche quella degli stereotipi!

L’archeologia è social! Deve esserlo! Soprattutto in un Paese come il nostro. La sfida consiste nel riuscire a modulare l’abituale linguaggio scientifico verso forme più piane, agili, fresche e divertenti. A tale proposito eventi come le Invasioni Digitali si rivelano assai importanti perché avvicinano la gente ai beni culturali proprio grazie alla forza pervasiva dello share, delle condivisioni social! Una semplice visita si trasforma in un prezioso momento di divertimento e di promozione, e questo senz’altro aiuta e favorisce l’attaccamento ad un luogo, la sua comprensione. Se quel luogo (antico o meno) io lo conosco e lo apprezzo, se per qualche ragione mi ci sento legato, allora sarò io il primo a consigliarlo agli amici e a volerlo tutelare e comunicare! #LiberalaCultura!

E sull’onda di un entusiasmo sempre più dirompente, arriva lei, Alessandra Cilio, giovane archeologa siciliana reinventatasi sceneggiatrice! Lavorando con la casa cinematografica FineArt Produzioni, ha redatto la storia, o meglio le storie di ” tà gunakèia – cose di donne”, film vincitore del premio speciale della Giuria degli Archeobloggers al Festival del Cinema Archeologico di Rovereto. Ne abbiamo visto solo un breve trailer, ma è bastato! Pelle d’oca, salivazione azzerata… emozione pura! Anche questo è archeologia! Qualcosa capace di prendere i racconti e i miti del più lontano passato e farceli rivivere come cose di oggi, di tutti i giorni!

12715657_790399687732419_6360953362536895218_n

E ci sentivamo tutti come Lady Oscar: un’eroina appassionata ed indomabile, capace di grandi progetti e ambizioni! Eroi della comunicazione oltre ogni confine! Eroi di un’archeologia 3.0! Per favore, non fateci svegliare un bel giorno facendoci sentire come dei Don Chisciotte o, peggio ancora, come Fantozzi! Usateci, valorizzateci, non abbiate timore! Bisogna saper rischiare, azzardare! Non è detto che non funzioni… no? Altrimenti, diteci, altre soluzioni?

ArcheoSocial. Tutta la passione delle nuove generazioni di archeologi da comunicare (e vivere) in un “LIKE”! #FollowUs!

 

Stella

 

Porta Praetoria. Imago Urbis

“Per terre ignote vanno le nostre legioni
a fondare colonie a immagine di Roma […]

[…] Iam resultent musica
unda, tellus, sidera
personantes organis iubilate, iubilate.”

Con queste emblematiche parole tratte da “Delenda Carthago” di Franco Battiato, voglio iniziare questo mio post dedicato alla Porta Praetoria di Aosta. Ingresso principale all’antica colonia augustea, si apre nel tratto orientale della magnifica cinta muraria incastonata tra due possenti torri quadrate e, cosa non così frequente, dotata di cavaedium, cioè di un cortile d’armi centrali.

Ma procediamo con ordine.

L’ITALIA DELLE CITTA’ MURATE

Con l’avvento al potere di Ottaviano Augusto, e col contestuale dilagare dell’idea di PAX, oggettivamente non ci si sarebbe aspettati un fiorire così diffuso di muraglie a difesa delle città. Eppure, non solo in Italia, ma anche nelle province galliche (soprattutto nella Gallia Narbonense, l’attuale Provenza..allargata!) e ispaniche, in epoca augustea si assiste ad un pullulare di nuove fondazioni, tutte regolarmente dotate di cortine murarie. Si pensa ad un probabile legame ideologico tra la presenza delle mura e lo statuto giuridico della città. Si è ritenuto per lungo tempo che il potersi fregiare dello ius romanum implicasse il diritto di costruire le mura attorno alla colonia, sacralmente preceduto dalla cerimonia solenne del sulcus primigenius. Forse non è così automatico, ma ad ogni modo occorre considerare la volontà di autorappresentazione delle singole comunità urbane e delle rispettive élites attraverso una limitatio decisamente monumentale.

La fondazione di una nuova città, specie in aree da poco romanizzate,è un momento importante, in cui si ripetono gli stessi gesti che Romolo, secondo la tradizione, aveva compiuto nel fondare Roma: in questo modo il legame simbolico fra l’Urbs e la nuova città diveniva ancora più forte.
MURA CHE DIFENDONO LA PACE E CONNOTANO L’IDEA DI CITTA’

Coi primi anni del Principato è come se il paesaggio si “rimilitarizzasse” in chiave simbolica; come se ci dovesse “armare” per difendere la Pace… quasi un controsenso, ma all’epoca era assolutamente normale e comunemente accettato. Un universo pacificato dove, però, si moltiplicavano le cinte murarie e le torri difensive. Come non pensare a Virgilio che, nelle Georgiche, canta l’Italia delle urbes i cui costumi e la cui cultura sono garantiti dai loro stessi bastioni e dalla solennità degli accessi?

Per chi si metteva in viaggio da Roma lungo le grandi vie di comunicazione verso il Nord (ma anche il Sud) della penisola, il viaggio era costellato di città murate. Il nord-ovest d’Italia corrispondeva alla Regio XI Transpadana all’interno della suddivisione del territorio operata da Augusto: terra di grandi e fertili pianure, di fiumi, di colline ondulate e montagne innevate. Perno strategico fu la colonia di Eporedia (Ivrea) già creata nel 100 a.C.; fondamentale la rete viaria, in particolare quella Via delle Gallie che, da Mediolanum (Milano) avrebbe condotto sia fino a Lugdunum (Lione) sia fino a Mogontiacum (Magonza).

Nel caso di Torino (Augusta Taurinorum, fondata nel 27 a.C.) e di Aosta (Augusta Praetoria Salassorum), fondata appena 2 anni dopo, le mura potevano forse avere ancora una certa minima utilità, dato che le popolazioni locali (Taurini e Salassi) non erano state proprio del tutto pacificate e probabilmente si temevano subbugli o rivolte. Ma in altre realtà italiche, e penso a Saepinumnell’attuale Molise, o a Hispellum (Spello) in Umbria oppure ancora alle colonie del nord-est, in primis Verona, la presenza di una possente cinta suggellava visivamente il cambiamento sociale in atto o appena concluso, la nuova concezione dell’idea di urbs e di civis romanus. I prodromi del concetto di Impero romano.

ARRIVO AD AUGUSTA PRAETORIA

Le strade incernieravano il territorio alle città e i punti di contatto erano sottolineati dalle porte urbiche. Ad Aosta la Via delle Gallie faceva il suo ingresso in città arrivando da est: questo il lato più importante, la vera “vetrina” della città. Ecco perché la Porta Praetoria si erge proprio qui. Immaginate: al posto dove oggi si allunga Corso Ivrea, la strada passava in mezzo ad una densa area funeraria: probabilmente la più ricca ed elegante delle quattro aree di necropoli. Perché? Sempre per lo stesso motivo: perché questo è il lato nobile della colonia e l’avvicinamento alle mura doveva già far capire il rango, l’importanza e la munificenza delle classi più abbienti e più in vista della città.  Ecco, avete appena superato il torrente Buthier (l’antico Bauthegius) passando sul massiccio ponte a schiena d’asino in grossi blocchi di arenaria da dove, in lontananza, il vostro sguardo è stato ammaliato dalla mole dell’Arco onorario dedicato al princeps Augusto. Una studiata infilata prospettica che porta fino alla porta d’accesso principale della colonia; sin da lontano trionfa all’orizzonte coi suoi tre passaggi ad arco e l’alta facciata a galleria inquadrata dalle due torri laterali.

Lo sguardo all’epoca poteva spaziare libero e abbracciare d’un sol colpo tutta la piana, l’intero lato orientale della splendida cortina muraria brillante di travertino e disegnata dai chiaroscuri di ben venti torri: due ai lati di ogni porta, quattro angolari e altre due per lato. Probabilmente una funzione anche decorativa e non solo meramente difensiva.

IL PRINCIPALE INGRESSO DELLA COLONIA

Ma ora avviciniamoci alla Porta Praetoria. Concentriamoci su questo grandioso esempio di architettura romana. La strada è ampia, quasi 13 metri in tutto; la Porta vi si aggancia definendo le modalità di transito: pedoni sui lati, carri al centro in doppio senso di marcia.

Come le mura, che le si appoggiano, si data all’età della fondazione, quella di Augusto. Dopo aver tracciato il sulcus primigenius e quindi individuato il perimetro sacro della città, come prima cosa venivano erette le porte (così chiamate per il fatto che dove sarebbero sorte, l’aratro del sulcus veniva “portato” e non trascinato sul terreno). Una Porta decisamente imponente, in grossi blocchi di puddinga di fiume: un’opera quadrata che accentua ancora di più la sua volumetria, il suo ingombro, facendola apparire, se possibile, ancora più massiccia.

UNA RUVIDA IMPONENZA

Arrivati al suo cospetto oggi notiamo immediatamente (da via Aubert) le eleganti lastre di marmo bardiglio grigio-azzurro e di candido marmo lunense (fatto dunque arrivare appositamente dalle cave di Luni, tra Toscana e Liguria) che la impreziosiscono. Ma attenzione! Questo rivestimento non appartiene all’età augustea, bensì all’epoca dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.) con il quale la città acquisì ancora maggior importanza in funzione del potenziamento della rete viaria diretta Oltralpe (in particolare il ramo stradale del Summus Poeninus, il Gran San Bernardo, che consentì non a caso la fondazione di Forum Claudii Vallensium, l’attuale Martigny). Un arricchimento che andava a sottolineare ulteriormente l’importanza ed il prestigio di questa tanto strategica e vivace colonia alpina.

Ma prima, allora? Com’era? Beh, diciamo che la struttura chiaramente era la stessa; solo la cornice al di sopra del triplice accesso cambiava. Niente marmi, ma come all’Arco, una lavorazione dell’arenaria stessa. In occasione di un restauro con pulitura della Porta avvenuto sul finire degli anni Novanta, fu visto un breve ma significativo segmento della cornice decorativa precedente l’attuale: di gusto dorico, nel solco del più ortodosso classicismo, una rigorosa sequenza di metope e triglifi appena al di sotto della fila di finestrelle. Oggi, però, questo elemento non è a vista.

ANCOR PIU’ PREZIOSA

Claudio, abbiamo detto, decide di dare maggior risalto a questa colonia. Siamo nella prima metà del I secolo d.C.; possiamo immaginare che Augusta Praetoria sia già una realtà urbana consolidata dalla doppia identità: militare, quale importante presidio all’imbocco delle vie dirette ai valichi (il cui controllo era in effetti uno dei principali obiettivi di Augusto anche per completare quanto già avviato dallo zio Cesare in Gallia); economica, in virtù del suo essere una sorta di emporio alpino al centro di continui passaggi, scambi commerciali, per non parlare delle esigenze legate all’ospitalità dei viandanti e al rifornimento delle truppe.

Cosa succede alla Porta Praetoria? Purtroppo oggi noi possiamo apprezzare unicamente quanto preservatosi sulla facciata orientale; quella ad ovest, infatti, ha evidentemente subito una spoliazione ben più radicale (sebbene si vedano ancora, sui blocchi di arenaria, le tracce lasciate dai perni che agganciavano le lastre del rivestimento).

Le arcate sono state sottolineate da blocchi di bel marmo venato locale (probabilmente il bardiglio che veniva cavato tra Aymavilles e Villeneuve): grigio-azzurro, dall’effetto madreperlato. Lo stesso materiale, ma lavorato in lastre, è stato utilizzato per rivestire l’intera facciata coprendo la rustica arenaria. Non ancora soddisfatti, si è proceduto ad agganciare sull’arco centrale delle raffinate modanature in lastre di marmo lunense (zona di Carrara per capirci).

Ma non bastava ancora. Al di sotto delle finestre della galleria di ronda (oggi scomparsa, in parte rievocata dai restauri del Ventennio) venne realizzata un’elegante e luminosa cornice marmorea capace, oltre che di ingentilire il tutto, anche di riecheggiare una certa aria di Grecia, sospesa tra Classicismo ed Ellenismo. Quella stessa aria che si può ritrovare nei capitelli corinzi e nelle delicate decorazioni a palmetta dell’Arco.

MARMI PREGIATI E DECORI ELLENIZZANTI

Dopo un livello di lastre lisce, la cornice comincia ad aggettare con quello che si chiama (in gergo tecnico) kyma lesbio (da Lesbo, isola dell’Egeo nord-orientale) trilobato, ovvero una modanatura lavorata ad elementi floreali: notate una serie di “archetti” trattati come fossero delle campanule con due petali lanceolati ed il pistillo centrale più tondeggiante.

Al di sopra delle “campanule” si appoggia un altro tipo di modanatura detta kyma ionico (coste microasiatiche). Una sequenza di cosiddetti “dentelli“(piccoli elementi parallelepipedi a sezione quadrata) e, sopra questi ultimi, una serie di “ovuli” tondeggianti separati da altre decorazioni dette “sgusci” con elemento centrale a lancetta. So che tutto questo può apparire un pò noioso.. ma va visto come un ricamo dal sapore mediterraneo utile a rendere questa ruvida porta urbica più gentile e simile ai nobili edifici delle più importanti città dell’Impero.

Continuiamo con una serie di mensole decorate da foglie di acanto (tipiche dell’ordine corinzio) tra le quali occhieggiano dei lacunarii (cioè dei cassettoni) riempiti al centro da un fiore a quattro petali cuoriformi con grosso bottone centrale. Ancora più in alto quel che resta di un cornicione decorato a bassorilievo da una fila continua di grandi foglie di acanto.

DETTAGLI TECNICI

Ma adesso è tempo di entrare in città. Se sollevate lo sguardo noterete che la volta degli archi presenta un solco centrale: lì scorrevano le cataractae, ossia le inferriate con cui le porte venivano chiuse e protette. Se vi affacciate dalla passerella centrale sulla destra, in corrispondenza del livello stradale romano in grosse lastre di bardiglio (le poche, ahimé, conservatesi), aguzzate la vista: ne individuerete una sulla quale vi è una grossa “V” incisa. Stando alle prime ipotesi si potrebbe trattare di un marchio di cava; questi marchi potevano indicare o la cava di provenienza o la partita di merce che andava contrassegnata a seconda della destinazione o del numero d’ordine.

Gli scavi più recenti, finalizzati a rimettere in luce il piano stradale originario e, quindi, l’intera volumetria della torre a partire da quello che si indica come “piano di spiccato” antico, purtroppo non hanno trovato una situazione semplice. La strada non si è conservata se non in minime porzioni e a “macchia di leopardo” in quanto nei secoli sempre modificata, rifatta, spoliata, rifatta un’altra volta, cambiata, rabberciata e rattoppata. In più all’interno del cortile centrale, sempre lungo i secoli, si sono avvicendate numerose costruzioni tra il residenziale e l’artigianale che hanno radicalmente compromesso l’identità romana originaria dell’insieme e che ora è assai arduo valorizzare e far comprendere.

UNA SORTA DI DOGANA INTERNA

Il cortile centrale, dicevamo. Il cavaedium. Questo nome, intanto, è stato derivato da Varrone (De lingua latina, I, 161) e dal noto architetto Vitruvio (De architectura, VI, 3) che lo spiegano come un equivalente dell’atrium per le case romane. La tipologia del cavaedium in ambito pubblico comincia con la Porta del Ceramico di Atene (famosa la Porta detta “del Dypilon”). Inizialmente il cortile era aperto frontalmente, quindi dobbiamo immaginarci delle porte precedute da spazi aperti, accessibili. Poi lo schema evolve e diventa chiuso su tutti i lati (Herdonia, in Puglia, Pompei e Paestum). Con gli ultimi decenni della Repubblica si vedono comparire le torri laterali, e non solo verso l’esterno, ma anche sul lato città. Torri perlopiù poligonali. E’ come se questo spazio, questo cortile, sia una specie di “limbo” passando nel quale si dovesse fare mente locale su tutti i doveri e gli obblighi dell’entrare in città. Un cortile altresì assai utile per l’esazione dei pedaggi, il controllo dei carichi o per la raccolta delle truppe di guardia.

Qualche esempio di porte urbiche con cortile centrale del periodo a cavallo tra fine della Repubblica e inizi del Principato augusteo? La Porta dei Leoni di Verona, la Porta Palatina di Torino, la Porta Venere di Spello, la Porta Praetoria di Como e la Porta Veronensis di Trento (ma solo per citarne alcune).

RAPPRESENTANZA

Concludiamo immaginando la presenza, nell’area, di diversi monumenti onorari dedicati tanto al o agli imperatori, a membri della famiglia imperiale, quanto ad evergeti o a persone in vista della comunità. Non sarebbe fuori luogo immaginare anche la collocazione in zona di eventuali trofei, nel senso di monumenti dedicati ad importanti vittorie belliche condotte contro le popolazioni del posto. Questo per ricomporre, almeno nella nostra mente, come doveva presentarsi la Porta in età romana.

TRACCE DI MEDIOEVO

Un ultimo accenno alla nicchia oggi presente sul lato est al cui interno venne ricavato un altare come fosse una sorta di piccola cappella. Questa nicchia fu realizzata in seguito ai lavori condotti sulla Porta negli anni Venti del XX secolo quando furono, purtroppo, rimosse tutte le strutture non romane addossatesi nel tempo. In particolare va ricordata una singolare cappella dedicata alla Trinità il cui abside sporgeva al di sopra della galleria di ronda ripristinata nel Medioevo proprio sul lato est. La cappella, infatti, era correttamente orientata e, pertanto, accessibile da ovest. Una sorta di cappella privata all’interno del complesso fortificato dei Signori De Porta Sancti Ursi  (così si chiamava la Porta nel Medioevo in quanto ingresso al borgo di Sant’Orso e ancora porta questo nome la Torre nord) che proprio sui resti della Porta avevano realizzato la loro dimora urbana nel XII secolo. Uno status symbol: poter abitare sui, se non addirittura dentro, a resti di edifici così antichi non poteva che accentuare il prestigio della famiglia che li occupava. I Signori di Porta Sant’Orso vi risiedettero fino al 1185 quando poi si trasferirono fuori città, nel castello di Quart, da cui presero la loro nuova denominazione.

INDIZI STRADALI

Ma prima di lasciare questa magnifica Porta, diamo un’ultima occhiata a come si presenta oggi la viabilità. La Porta si trova a cavallo tra le vie Aubert (proveniente da est, con l’Arco sullo sfondo) e Porta Praetoria (che prosegue verso ovest fino a piazza Chanoux). Queste due vie sono una parte dell’antico Decumanus Maximus che continua fino alla Porta Decumana (i cui resti sono nel piano interrato della Biblioteca Regionale). Bene, se all’epoca romana l’intera ampiezza della Porta coincideva con quella del Decumano, adesso potete vedere come l’asse pedonale sia in linea solo col passaggio che sta sul lato dell’Ufficio del Turismo, cioè quello che corrisponde al fornice (arco) nord. Gli altri due archi,. infatti, quello grande centrale e l’altro piccolo verso il ristorante, è come se fossero stati “chiusi” dalla progressiva occupazione del sedime stradale da parte degli edifici medievali e moderni. Questo indizio è importante: ci fa capire innanzitutto che, a partire da un certo periodo, si passava esclusivamente su quel lato e come questa Porta, nei secoli, sia sempre stata oggetto di manomissioni, modifiche, chiusure, riaperture a seconda dei suoi proprietari, delle esigenze sociali, del particolare momento storico.

Insomma, in questa Porta è condensata la storia di Aosta, una città dalla storia bimillenaria che ha continuato a vivere sempre nel medesimo posto, nutrendosi di se stessa. E che continua a regalarci finestre sul suo glorioso, lungo e travagliato passato.

Stella

Questo slideshow richiede JavaScript.

Romani contro barbari. La concitata battaglia del balteo di Aosta

“Balteo”. Una parola senza dubbio insolita. O almeno, noi Valdostani la giriamo al femminile e la associamo spontaneamente alla Dora, la nostra Dora Baltea, figlia a sua volta dell’antichissimo ghiacciaio Balteo. Sì, ma cosa significa questo aggettivo? L’origine è latina: la parola balteus significa “cinturone, bretella”.

QUANDO DICI “BALTEO”… AD AOSTA

In effetti a ben guardare il solco lasciato da quell’immenso ghiacciaio quaternario e oggi occupato dall’alveo della Dora Baltea, vediamo una linea dall’andamento più o meno orizzontale che, dal massiccio del Monte Bianco, dove disegna una sorta di aggancio di bretella con le due “Dore sorelle” di Ferret e di Veny, attraversa da ovest a est (per essere precisi da nord-ovest a sud-est) tutta la nostra regione, proprio come se fosse una sorta di cintura, appunto. Ecco perché si chiama così! #sapevatelo!

E il bellissimo balteo bronzeo conservato al MAR di Aosta altro non è che un cinturone, anzi, visto che in questo caso specifico si tratta di un finimento per cavallo, un pettorale. Ma non un pettorale qualsiasi; un pettorale da parata, in bronzo, interamente rivestito da personaggini ad altorilievo e a parziale tuttotondo. Addirittura potrebbe non essere stato destinato ad un cavallo vero, bensì ad una statua equestre!

BATTAGLIA BRONZEA

E’ sicuramente uno dei pezzi più belli del Museo archeologico aostano. Un pezzo che ancora oggi ci regala tutto il pathos di una battaglia cruenta, di uno scontro senza esclusione di colpi tra Romani, molti a cavallo, e barbari.

I barbari sono assai riconoscibili e ben caratterizzati: barba lunga, chioma fluente (pensiamo alla famosa Gallia Comata, appunto… tribù di nerboruti Celti capelloni dalle lunghe barbe: un look decisamente lontano dal composto civis Romanus sbarbato e dal taglio inappuntabile!), pantaloni (le brachae!), il sagum (corto mantello in lana grezza o in pelliccia) o alternativamente una semplice corta tunica stretta in vita da un laccio, e l’immancabile torquis al collo.

I Romani occupano praticamente l’intero registro superiore della raffigurazione: netta ed inequivocabile superiorità. I soldati a terra indossano anche un elmo, utile a farli apparire più alti e temibili.

Il comandante svetta al centro della scena troneggiando letteralmente sul suo destriero lanciato al galoppo. Senza alcuno scrupolo travolge i miseri barbari, ormai destinati alla disfatta. Questo generale cavalca senza elmo, a viso scoperto, dichiarando col suo particolare taglio di capelli e la frangia corta e geometrica, l’appartenenza all’età di Traiano (inizi II secolo d.C.). Anzi, diciamo che persino i tratti somatici lo avvicinano all’imperatore Ulpio, mitico domatore dei terribili Daci! La grande guerra dacica che portò alla resa e alla caduta della capitale Sarmizegetusa e alla sconfitta del re Decebalo il quale, tuttavia, non venne ucciso ma nominato re-vassallo al servizio di Roma. Strategia e giochi di potere. Interessi economici per l’oro dacico e per il controllo dei traffici commerciali nella zona.

Ma non divaghiamo. Quel generale tanto somigliante a Traiano galoppa fiero e sprezzante col braccio destro alzato, a voler incitare i soldati, a voler dimostrare una volta di più tutto il suo potere e la sua autorità. Quel gesto è una forma di adlocutio, di richiamo e di incoraggiamento; ormai la battaglia, ai suoi occhi, era vinta!

Egli indossa una corazza stretta in vita da una cintura in stoffa legata in maniera particolare: è un nodo di tipo macedone che chiaramente vuole richiamare una moda, quella di Alessandro Magno, sempiterno esempio di grande ed impavido conquistatore. Sulla spalla sinistra volteggia nel vento il corto paludamentum da guerra.

PREZIOSO EX-VOTO A MITRA

Questo oggetto venne ritrovato in occasione di una campagna di scavi condotta in Aosta alla fine degli anni ’50, in corrispondenza del mitreo dell’insula 59, ubicata a ridosso di quella che era la Porta Principalis Dextera, ossia la porta sud di Augusta Praetoria, dove oggi sorge la Tour de Bramafam. Si trattava probabilmente di un dono, si presume un ex-voto offerto da un comandante di alto rango (vista la notevole raffinatezza del pezzo sarà sicuramente costato qualcosa!) al dio Mitra, notoriamente un culto assai diffuso e con grande seguito nell’ambiente militare. Per capirci, in epoca imperiale romana era questo un quartiere artigianal-popolare ad alto tasso di urbanizzazione. “Condomini”, case popolari, botteghe, officine, magazzini e depositi. Possiamo immaginarci un “via-vai” costante di gente e mercanzie, un traffico continuo da quella Porta meridionale aperta sulla Dora e sulla campagna. Sebbene già abitata sin dall’età augustea, questa zona vide il suo massimo sviluppo demografico ed edilizio nel II secolo d.C.; un quartiere vivace e colorato, abitato da soldati, artigiani e mercanti provenienti dalla più diverse e lontane aree dell’impero. Ce lo dicono le epigrafi funerarie, ce lo dicono alcune decorazioni di monili e camei: nord-africani, siriani, greci… un mondo!

E proprio qui, a pochi passi dal Kardo Maximus, dissimulato tra botteghe e cortili, c’era un mitreo. Questi templi dedicati a Mitra erano solitamente sotterranei e vi si accedeva grazie a delle scale e passando attraverso un vestibolo. L’aula cultuale era di forma rettangolare, stretta e allungata; sui lati lunghi correvano due banchine dove sedersi e sul fondo si trovava l’altare. Quello di Aosta venne scavato, appunto, negli anni Cinquanta ma poi reinterrato. A Martigny, invece, il locale mitreo è ancora visibile nel sottosuolo di un condominio. Scoperto nel 1993 alla periferia sud-occidentale della città romana, si data al II sec d.C. e ha restituito diverse statuine in bronzo raffiguranti una classica scena di tauroctonia mitraica.

IL CAVALIERE TRACE

Ma dietro quel generale a cavallo c’è di più. Il suo modello iconografico, infatti, deriva da quello del cosiddetto “Cavaliere Trace”, sdoganato sempre da Alessandro Magno e da lui utilizzato sul suo noto Sarcofago (conservato al Museo archeologico di Istanbul). Si trattava in buona sostanza di una divinità epicorica della zona danubiana, inizialmente protettore dei beni e della famiglia, poi via via sempre più assorbito nella sfera bellica; talvolta associata ad Ares/Marte oppure a Hermes e ad Apollo. In molte città tracie a lui erano dedicati i santuari principali, ma venne anche celebrato come Genio funerario quasi “psicopompo” (cioé accompagnatore dell’anima nell’Al di Là). Un culto molto particolare che però lasciò forte la sua impronta iconografica in tutto il mondo mediterraneo.

PRETORIANI TRACI

I soldati di effettiva origine tracia (nord della Macedonia, all’incirca attuale Bulgaria) erano effettivamente tra i più ricercati per temerarietà, coraggio, possanza fisica. Sin dall’epoca di Augusto i Traci vennero scelti per comporre la guarda pretoriana, il corpo privato dell’imperatore. Ma fu soprattutto tra l’età adrianea e la metà del III sec. d.C. che i militari traci raggiunsero punte di presenza davvero stupefacenti. E fu dopo il regno di Traiano che il limes danubiano fu oggetto di un ancor più fitto monitoraggio con ben 12 legioni di stanza. Al termine delle guerre contro i Daci del 101-106 ed a seguito dell’annessione della nuova provincia di Dacia, l’intero assetto danubiano mutò ed una provincia così importante come quella pannonica fu divisa in due nuove: quelle della Pannonia Superior e Inferior. Con lo scoppio della guerre marcomanniche nel 166-167, i progetti mutarono per un quindicennio, poiché Marco Aurelio era intenzionato ad annettere i territori a nord della Pannonia, inglobandone i relativi popoli: dai Marcomanni, a Quadi e Naristi. In seguito alle prime grandi invasioni barbariche del III secolo fu istituito a Sirmio, un comando militare generale dell’intera area danubiana, mentre si provvedette a sbarrare la strada a possibili e future invasioni barbariche, fortificando il corridoio che dalla Pannonia e dalla Dalmazia immette in Italia attraverso le Alpi Giulie. Si trattava del cosiddetto Claustra Alpium Iuliarum.

Tutto questo per dire cosa? Che forse il comandante che offrì questo prezioso oggetto, poteva essere di origini balcaniche… difficile garantirlo, ma lo si può tranquillamente ipotizzare.

Quanto al balteo in sè, chiaramente non è un unicum! Ve ne sono altri molto simili sebbene meno ben conservati a Brescia e a Torino; statuette bronzee pertinenti a baltei di questo tipo sono inoltre state recuperate ad Industria (attuale Monteu da Po), a Luni e ad Este: tutte relative a scene di battaglia tra Barbari e Romani e impostate su un medesimo schema iconografico seppur con minime varianti, soprattutto nell’abbigliamento dei personaggi.

Il balteo. Un oggetto dal nome insolito, ma dall’indubbio fascino. Una storia in bronzo che ci racconta di guerre, di scontri, di soldati di varia estrazione geografica, ma anche di antichi culti balcanici…

Non vi resta che andare a vederlo ( o a ri-vederlo) dal vivo, al MAR di Aosta.

Stella

Questo slideshow richiede JavaScript.