Ma chi erano i Falisci?… “Altri Popoli”

 

E’ un dolce soffio di Ponentino quello che dal 19 dicembre scorso sta pervadendo il suggestivo sottosuolo del #MAR di #Aosta.

E’ quel sottile venticello che tradizionalmente spira sulle coste e sui colli laziali, quello che ci accompagna alla scoperta della terra dei #Falisci. Chi erano i Falisci? Un popolo di sicuro non così noto come potrebbero essere gli Etruschi o i Latini, certo, ma con i quali condivide diverse peculiarità. Un popolo che abitava sugli altipiani tufacei del Lazio centro-meridionale, in una zona strategica, al centro di importanti vie di comunicazione tanto terrestri (attraverso i Monti Cimini) quanto fluviali (lungo il corso del fiume Treja) e anche lacustri (falische erano infatti le sponde orientali del lago di Bracciano). Insomma, per capirci, un pò nella provincia di Roma e un pò in quella di Viterbo.

Dal 19 dicembre, appunto, i Falisci sono gli ospiti d’onore di una bella e suggestiva mostra allestita al Museo Archeologico Regionale di Aosta dal titolo “Alt(r)i Popoli. Falisci e Celti”. Altri o alti: questa la doppia lettura. “Altri”, certo, perché secondari, perché meno noti. “Alti”, anche: i Falisci stanziati sulle sommità dei colli laziali e i “nostri” Celti sui valichi d’alta quota a controllo delle vie di transito, degli scambi, dei contatti.

Ma partiamo col conoscere più da vicino questi “esotici” (almeno per noi Valdostani) Falisci.

Stretti tra Latini, Sabini, Etruschi e Umbri, i Falisci erano una sorta di “enclave” in un luogo ombelicale, itinerariamente molto appetibile per i transiti tra la costa tirrenica e la zona appenninica centrale. Le loro città rese famose dalla storia erano Falerii (che, dopo la distruzione da parte dei Romani divenne Falerii Veteres, oggi Civita Castellana) eFescennium (probabilmente l’attuale Narce); la mostra ricorda anche i centri minori diCorchiano e Vignanello dai quali provengono notevoli ritrovamenti funerari. In archeologia è quasi sempre grazie ai defunti che si possono conoscere i vivi. Quelle tombe, quei corredi… sono oggetti carichi di vita che ancora oggi possono raccontarci molto di chi li utilizzò, li possedette e li volle con sè nell’ultimo viaggio. E l’idea di scendere, appunto, nel sottosuolo del MAR, aiuta a calarsi nell’atmosfera della necropoli, del viaggio ultraterreno e sotterraneo che ti porta in una dimensione “altra”, quella dell’Ade, degli Inferi.

AMANTI DEL BUON BERE…IN ALLEGRIA

Eppure, sebbene in un contesto connotato principalmente dal rituale funerario, ritroviamo la vita. E i Falisci, come anche i versi fescennini insegnano, erano un popolo in questo assai simile ai loro vicini Etruschi: festaioli, allegri… simposiaci! Ossia, amanti dei banchetti e del bere insieme. E questo ci viene raccontato dagli oggetti esposti; perlopiù vasi utilizzati nei servizi da tavola, nella mescita e nella condivisione del vino. Vasi dai nomi greci (così si studiano in Archeologia) densi di poesia: kantharoi, oinochoai, olpai, kyathoi, kotylai… e qui mi fermo altrimenti rischio di annoiare. Ma non preoccupatevi, in mostra tutto questo viene puntualmente illustrato e spiegato! Sì, perché ognuno di questi vasi ha un nome proprio legato all’uso per cui serviva… Insomma, si fa presto a dire “brocca”, ma in antico non era così! Da sottolineare anche la presenza di holmoi, cioè di sostegni per olle con uno spazio alla base in cui veniva inserito un piccolo braciere: servivano a tenere caldo il vino, solitamente consumato non puro, ma miscelato a miele e spezie. Potremmo azzardarci ad immaginare una specie di “vin brûlé”!

Chissà se anche i “nostri” Salassi, popolo di matrice culturale celtica, avevano già all’epoca la passione per il buon vino come i Falisci.. difficile a dirsi, però nella vetrina a loro dedicata troviamo un curioso vaso panciuto a forma di trottola che, secondo molti studiosi, dovrebbe rappresentare una sorta di antenato del decanter attuale e quindi sarebbe collegabile alla conoscenza (e al consumo) del vino. “Decanter” analoghi della tarda Età de Ferro si ritrovano anche nell’Ossola piemontese, nel nord della Lombardia e in Ticino, nonché nel Vallese svizzero…quindi, saremmo portati ritenere che una certa ampia conoscenza del nettare di Dioniso avesse invaso le Alpi!

GIOIA DI VIVERE

Continuando la nostra visita e scoprendo altri corredi funerari, non possiamo non restare abbagliati dai gioielli. In particolare è la sepoltura di una donna di alto rango, nota come “Principessa di Narce” che ha attratto il mio interesse. Una profusione di gioielli! Sì, ma.. da tutto il Mediterraneo! Testine di scimmia in faïence di produzione fenicia, piccoliegypthiaca (animaletti di produzione egizia), perle di ambra del Baltico e vaghi di collana in pasta vitrea, armille in bronzo, spilloni, fibbie, un curioso pendaglio a forma di pettine (uno “status symbol” che indicava la proprietà di pecore da lana), orecchini pendenti e una divertente statuetta del dio Bes! Un dio fenicio-punico raffigurato come un nano deforme dal volto grottesco che doveva spaventare, appunto, il malocchio! E sempre della principessa un notevole cinturone in bronzo, un cimelio di famiglia. Oggetti insoliti, che di norma non si vedono alle nostre latitudini…

Ma di certo non posso descrivervi nel dettaglio l’intera mostra.. dovete andare a vederla!

ALTRI POPOLI A CONFRONTO

Potreste però chiedervi quale sia il legame tra Falisci e Celti. “Altri popoli”, dicevamo. Popoli meno protagonisti, non i Celti in generale, ma almeno le popolazioni di cultura celtica stabilite sull’arco alpino e progressivamente sottomesse da Roma i cui nomi ci sono stati trasmessi dalla famosa epigrafe del Trophée des Alpes di La Turbie (non lontano da Nizza)E tra questi anche i Salassi naturalmente. Salassi che conosciamo poco dalle fonti storiche (è soprattutto lo storico Strabone, vissuto in età augustea, a parlarne), ma di più grazie a quelle archeologiche. E sono sempre le tombe a ridare loro la vita. Emblematico il corredo femminile proveniente da unasepoltura dell’età del Ferro a Saint-Martin-de-Corléans dove spicca un torques, cioè uno di quei collier dei guerrieri (e delle loro compagne) in bronzo rigido aperto davanti. Splendide le armille, soprattutto quella in vetro blu cobalto.

Insomma, una mostra che è una vera e propria “finestra” su questi popoli minori che il destino ha fatto incontrare e scontrare con la potenza di Roma. Quanto ai Falisci, poi, si può tranquillamente dire che non hanno mai azzeccato un’alleanza… sempre dalla parte sbagliata finché Roma ha detto “basta!”. Ci furono due guerre e Roma ebbe la meglio in entrambe. A seguito dell’ultima guerra, Falerii fu distrutta, ricostruita in pianura e battezzata Falerii Novi. Dopo questi eventi Falerii appare raramente nella storia. Divenne una colonia (Junonia Faliscorum) forse sotto Augusto.

ARIA DI GRECIA

E la carrellata continua, in ordine cronologico (si comincia con un bel vaso globulare con raffigurazione di Pegaso datato alla fine dell’VIII secolo a.C. fino a corredi della metà del III a.C.). Le ultime vetrine falische ci raccontano dei sempre più intensi contatti con la Grecia e la Magna Grecia, in particolare con la colonia dorica di Taranto. Dalla ceramica di importazione fino a quella di più schietta produzione locale a imitazione di quella ellenica. Figure nere e figure rosse si rincorrono intrecciando miti, dei, menadi e giovani efebi danzanti.

E questo passaggio nell’Oltretomba non poteva che concludersi con un corredo femminile appartenuto ad una giovane donna; al centro della vetrina spicca un prezioso specchio in bronzo sul cui dorso è raffigurata una tartaruga. Già il nome stesso, derivante dal grecotartarhoukos (che significa “appartenete al Tartaro” cioè al mondo sotterraneo) ben si adatta al contesto in cui ci stiamo muovendo. Ma c’è di più. Quell’animale, secondo Plutarco, ben simboleggiava la moglie perfetta: la sua casa fa corpo con lei, essa non l’abbandona mai ed è sempre perfettamente silenziosa, anche nei suoi spostamenti. All’avvicinarsi del pericolo, si nasconde rientrando nella sua corazza, simbolo di prudenza e di costante protezione. Ma quella corazza era altresì associata alla Luna di cui ricordava la superficie. E la Luna da sempre rispecchia l’universo femminile, coi suoi ritmi, le sue fasi, i suoi cicli. Vedete, di nuovo è la morte che ci ridona la vita.

Assaporate dunque un viaggio nel tempo e nello spazio che vi farà scoprire altri orizzonti, altri linguaggi, altre culture il cui confronto con quelle a noi più vicine può forse aiutarci a capirle meglio e, perché no, forse anche a riscoprirne aspetti meno patinati.

Stella

Tra acque e valanghe. Entrèves e Santa Margherita

Oggi vorrei accompagnarvi alla scoperta del nucleo più antico di Entrèves, graziosa frazione di Courmayeur adagiata ai piedi di Sua Maestà il Monte Bianco. Come il suo stesso nome dichiara, il villaggio è incorniciato da due corsi d’acqua, quasi fossero due ninfe (sebbene a volte un pò troppo turbolente), da ovest la Dora di Veny e da nord la Dora di Ferret.

Nel cuore di Entrèves fa bella mostra di sè la trecentesca casaforte dei Passerin d’Entrèves, nobile famiglia valdostana. La dimora, oggetto di un capillare restauro nel 1913, si erge su tre piani scanditi da belle finestre con architravi a chiglia rovesciata, anch’esse per gran parte ricostruite nei primi del Novecento ma comunque fedeli agli originali del XIV-XV secolo.

CONTINUI PASSAGGI DI PROPRIETA’

Domum fortem dicti domini patris sui sitam apud Entreyves fuisse de novo fondatam“.

Con queste parole Hugonetus de Curia filius Johannis dichiarava, in occasione della redditio castrorum del 1351 (cioè la consegna dell’edificio agli inviati del conte di Savoia), che la casaforte della sua famiglia risultava da poco costruita (si noti che utilizza proprio il verbo “fondare”) da parte di suo padre. Nel XV secolo, poi, in seguito a matrimoni con esponenti della famiglia dei Sarriod d’Introd, la dimora passò nei beni immobiliari di questi utlimi che, successivamente, nel corso del XVI secolo, vendettero la giurisdizione e i beni situati ad Entrèves alla ricca famiglia Favre. Quest’ultima risultava però estinta già nella prima metà del XVII secolo, periodo a partire dal quale la casaforte passò nelle proprietà dei baroni Roncas e, da costoro, poi ai Passerin che ne derivarono il predicato “d’Entrèves” e che ne sono ancora oggi i proprietari.

Sul lato opposto della strada, accanto ad un bell’ingresso ad arco composto da notevoli conci in calcare, si nota una targa che recita “les Ecuries du Château“, ossia le “scuderie del Castello” che, si presume, in passato si trovassero proprio in questo edificio.

Alle spalle della casaforte sorge la vecchia cappella del villaggio, comunque utilizzata ancora, intitolata a Santa Margherita.

Non se ne conosce l’anno esatto di fondazione, ma la cappella risulta menzionata in occasione di una visita pastorale del 19 luglio 1567. Molto semplice e sobria: una facciata a capanna con oculo al di sopra dell’unico ingresso; il tutto intonacato di bianco. A fianco lo snello campanile sormontato da una sottile cuspide a guglia.

Una caratteristica di Entrèves è di avere ancora visibili dei bei fienili e vecchie stalle, alcuni dei quali ben restaurati e trasformati in abitazioni, altri dall’indiscutibile valore documentario. Ci raccontano di una società un tempo prettamente contadina che, fino ad un passato non così remoto, coltivava i vasti prati dei dintorni a segale e orzo e falciava i fieni fino al Pavillon. Molti portoni di questi fienili presentano architravi datati (quasi sempre alla metà dell’Ottocento), oppure decorati da “tau” rovesciate o appiccate (la “tau” è un antico simbolo ebraico di appartenenza alla legge della Torah, poi ripreso e diffuso da San Francesco come emblema della croce), così come da più abituali croci latine e greche.

SEGNI DEL PASSATO

Raggiungendo la piccola piazzetta in fondo alla via dove gorgheggiava un lavatoio in pietra del 1876, oggi ahimé sostituito con una nuova e più anonima vasca, si possono apprezzare le antiche case attaccate le une alle altre quasi a mò di semicerchio; tutto il nucleo nei pressi della vecchia chiesetta rappresenta l’embrione originario dell’abitato, dove trovavano posto anche le vecchie scuole elementari e la latteria. Questo è anche il cuore pulsante dell’ormai noto mercatino dell’antiquariato di Santa Margherita che si snoda nel pittoresco centro di Entrèves durante la stagione estiva, normalmente di lunedì.

Salendo alla volta di via Col du Géant si notano altri caratteristici edifici del secolo scorso dotati di fienili con bei portoni d’ingresso, molti dei quali impreziositi da croci per richiamare la protezione divina sui raccolti e sui fieni custoditi un tempo al loro interno.

Addentrandosi nei meandri ombrosi dell’isolato vicino alla cappella si ha la fortuna di immergersi in un’atmosfera dal sapore antico, fatta di edifici in pietra, alcuni caratterizzati da balconi decorati con motivi diversi a seconda dell’uso cui erano destinate le stanze del piano. Un’atmosfera ovattata e defilata che fanno amare Entrèves da molti villeggianti e, soprattutto, dai suoi stessi abitanti.

Dimentichiamo per un attimo i rumori del traffico sulla statale e sull’autostrada; dimentichiamo i TIR, il continuo “via vai” al vicino Traforo del Monte Bianco; dimentichiamo la nuova fiammante stazione di partenza della Sky Way… pensiamo a quando in queste distese tra le due Dore si estendavano i prati ordinati e i campi da fieno, lasciamoci avvolgere dal bagliore glaciale della possente Brenva che si erge maestosa davanti ai nostri occhi, fiancheggiata dal profilo scuro e severo dell’Aiguille Noire de Peuterey, ricamata dalla teoria delle eleganti Dames Anglaises e coronata dall’Aiguille Blanche, dal Mont Blanc de Courmayeur e infine, da Lui, il Re Monte Bianco. Poco fuori dal villaggio incontreremo la nuova chiesa parrocchiale, sempre dedicata a Santa Margherita, consacrata il 31 luglio 1967.

SANTA MARGHERITA. IL PERCHE’ DI UNA DEVOZIONE

Entrèves ci offre l’occasione di conoscere un pò più da vicino questa santa così amata in Valle: Santa Margherita. Nella piccola regione dei “4 Quattromila” a lei sono dedicate ben 27 cappelle, 2 parrocchiali (Entrèves e Bionaz) e un santuario insieme a San Grato, quello sulle sponde del lago Rutor. Margherita viene invocata contro valanghe e slavine. E, in effetti, a ben guardare la quasi totalità delle cappelle a lei intitolate si trovano ai piedi di conoidi di scarico o di canali valanghivi. Si pensi ad esempio alla non distante cappella di Santa Margherita al Dailley di Morgex. Ma perché questo legame della giovane santa di Antiochia con frane, valanghe e, in altre parti d’Italia, con le alluvioni?

Ripercorriamone brevemente la vita. Margherita nasce nel 275 d.C. in Siria, nella città di Antiochia di Pisidia, da genitori pagani noti per la loro ricchezza. Margherita rimane assai presto orfana di madre e, quindi, viene affidata ad una balia che, segretamente cristiana, la educa alla sua fede e la prepara a ricevere il battesimo. Tutto, ovviamente, all’insaputa del padre col quale assolutamente la ragazza non andava d’accordo dal momento che non ne condivideva lo stile di vita eccessivamente sfarzoso. Rivelata al padre la sua vera fede, Margherita viene allontanata da casa e fece così ritorno dalla balia, in campagna.

E IL DRAGO SI FECE VALANGA

Venne un giorno notata da Oliario, governatore della provincia, che rimase colpito dalla sua bellezza e la chiamò al suo cospetto. Tentò di convincerla a sposarlo, ma tutto fu vano. Spazientito e infuriato, Oliario la fece incarcerare e flagellare. Secondo la tradizione, mentre era in carcere, le apparve il demonio sotto forma di un terribile drago che la inghiottì. Ma lei, armata di una croce, riuscì a squarciare il ventre del mostro e ad uscirne sana e salva. Da questo fantastico episodio nacque nella devozione popolare l’idea che la virtù di Margherita fosse proprio quella di difendere gli uomini dal male che in ogni momento poteva inghiottirli. Ma anche di aiutare le donne nel parto.

Margherita morì, decapitata, il 20 luglio del 290 d.C., all’età di appena 15 anni.

Ora forse è più chiaro il motivo di una così forte e profonda devozione da parte di chi trascorre la sua vita a contatto diretto con le montagne…

MARGHERITA E GRATO. UNITI CONTRO LE FORZE DELLA NATURA

Inoltre il suggestivo santuario ai piedi del ghiacciaio del Rutor, meta di splendide escursioni estive, vede Santa Margherita abbinata a San Grato. E questo non è un caso. San Grato, infatti, patrono della diocesi di Aosta, viene da sempre invocato per placare le forze della natura e per allontanare i flagelli dai campi e dal bestiame. In particolare San Grato viene pregato quando il disgelo rischia di far straripare laghi e torrenti, quando i forti temporali e le violenti piogge possono provocare danni al raccolto e alle persone, e quando la siccità spacca il terreno. San Grato, vescovo di origine greca, succedette alla guida della giovane diocesi aostana dopo la morte di Eustasio. La popolarità del suo culto risale al XII-XIII secolo quando le sue reliquie furono traslate dalla chiesa paleocristiana di San Lorenzo in cattedrale, dove sono tuttora.

Stando alla tradizione, il 27 marzo di un anno non meglio precisato venne introdotta la festa liturgica a ricordo di questa traslazione nella quale fu incluso un antichissimo rito poi denominato “Benedizione di San Grato“: si trattava della triplice benedizione della terra, dell’acqua e delle candele. Una forma di cerimonia chiaramente di matrice pagana che venne così cristianizzata. La città e l’intera diocesi lo festeggiano il 7 di settembre.

Insomma, le intitolazioni ai Santi non sono mai date a caso. E molte di queste nascondono antiche credenze, superstizioni, paure e speranze della gente di montagna. E’ bello poterle riscoprire. E’ un elemento di conoscenza in più che ci aiuta nella lettura e nell’interpretazione del paesaggio che ci circonda, laddove intendiamo “paesaggio” come l’unione di uomo e natura, di natura e cultura. Una cultura sedimentatasi nei millenni capace di scomparire e riapparire, di distorcersi, di trasformarsi, di mimetizzarsi.

Stella

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C’era una volta… il “signore delle Tre lune”

“D’argento, al capo di rosso, con il filetto di nero in banda, carico di tre mezzelune d’argento crescenti”.

Challant-Cly. Questa la famiglia che ha dato il nome al turrito maniero situato su un ardito promontorio roccioso a monte del borgo di Chambave. La consueta araldica degli Challant si arricchisce qui di tre mezzelune d’argento, probabilmente dovute a spedizioni crociate in Terrasanta.

Nobile schiatta di uomini d’arme quella dei Cly, ramo collaterale dei potenti Visconti di Aosta, il cui feudo si estendeva a cavallo del Cervino prolungandosi fino nell’alto Vallese e nella zona di Zermatt. Un feudo incredibilmente vasto e decisamente strategico per il controllo di vie di commerciali all’epoca molto frequentate; vie che riuscivano a passare attraverso colli e ghiacciai in punti che oggi non esistono forse nemmeno più. Vie che risalivano i versanti delle quali oggi son rimaste tracce tanto fragili quanto preziose: pensiamo, ad esempio, ai ruderi dell’Ospizio medievale di Chavacour, situati nella parte alta del comune di Torgnon. Secondo voi perché mai costruire un punto tappa proprio lì? Oggi sembra disperso nel nulla, ma si narra che i Signori di Cly si fermassero proprio qui durante i loro viaggi verso la Svizzera…

UNA FIABA MERLATA

Quanto al castello… beh…pare uscito da una fiaba. Sin da lontano si scorge la sagoma severa della torre mastio: quadrangolare, essenziale, sagomata sulla e nella roccia. Scarpa potente e merlatura finanche sopraelevata. Una posizione che definire strategica suona persino riduttivo. Un ripiano con una vista a 360° su tutto il fondovalle verso sud; declivi erbosi (da cui il nome Cly, da “de clivo”) e dolci pendii verso nord. Un sito che ha restituito tracce di insediamento risalenti addirittura all’Età del Bronzo: probabilmente un castelliere salasso. Luogo emblematico, dunque, questo, dove la prima torre e la cappella esistevano già sin dai primi decenni dell’XI secolo, come verificato dalle analisi dendrocronologiche. E il castrum de Clivo compare anche in una bolla papale del 1207; ma fu solo più tardi, in pieno Trecento, che il castello di Cly divenne protagonista delle cronache. Anni turbolenti, segnati dalla prepotenza e dalla collera di Bonifacio di Cly, prima, e dal figlio Pietro, poi: quest’ultimo tanto bello quanto crudele.

CLY, SAVOIA E OLTRE…

Ribelli e arroganti i Cly accesero le ire del Conte Verde, Amedeo VI di Savoia, che alla fine li privò dei loro feudi valdostani che vennero astutamente scambiati con altri in terra elvetica. La fine del Trecento vide quindi spodestati i Signori di Cly e il loro splendido castello passò in mani sabaude. Ma non era ancora finita. Dai Savoia al capitano spagnolo Cristoforo Morales; quindi nuovamente ai Savoia e poi al segretario di Stato Giovanni Fabri. Fino alla nobile famiglia dei Roncas che lo smantellarono riutilizzandone gli elementi di pregio per costruirsi un nuovo palazzo nel borgo di Chambave. Quanto restava venne acquisito dallo storico Tancredi Tibaldi e, da lui, rimasero al comune di Saint-Denis.

Ancora oggi avvolto da un’aura di mistero, il maniero di Cly sa stupire con la sua magnifica cinta merlata, con la sua straordinaria cappella romanica dedicata a San Maurizio e con quella torre enigmatica le cui oscure segrete hanno visto tante anime perse. Tra cui anche lei, Johanneta Cauda. Una strega. Forse. Correva l’anno 1428; Johanneta trascorse nella torre di Cly 71 giorni, tra tormenti e sofferenze, prima di essere bruciata sul rogo l’11 di agosto, giorno di San Lorenzo, patrono di Chambave.

Pervasivo ed emozionante, il fascino del “castello delle tre lune” è frutto di un paesaggio dalla bellezza struggente, di un’architettura ricca di suggestione, di una storia tormentata e complessa, e di leggende spesso inquietanti. “Tre lune” tutte da scoprire…

Per le visite contattare: il comune di Saint Denis (tel.: 0166-546014) o l’Associazione culturale “Il Maniero di Cly” (tel.: :0166-546014 – 320 4369898).

Stella

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Ma perché l’imperatore Ottaviano Augusto scelse proprio il Capricorno e il solstizio d ‘inverno?

Natus est Augustus M. Tullio Cicerone C. Antonio cons. VIIII. Kal. Octob. Paulo ante solis exortum, regione Palati ad Capita bubula […] ” (Svet., Vitae, Aug., V).

Traduciamo: “Augusto nacque sotto il consolato di Marco Tullio Cicerone e di Caio Antonio, nove giorni prima delle Calende di ottobre, poco prima del sorgere del sole, nel quartiere del Palatino presso le Teste di Bue […]”.

Queste parole di Svetonio ci dicono innanzitutto che Augusto vide la luce il 23 settembre del 63 a.C., quindi sotto il segno della Libra (Bilancia) e non del Capricorno. Un orizzonte di inizio autunno che poco ha a che vedere con l’invernale Capricorno: come mai dunque Augusto scelse quest’ultimo segno?

Sempre dalle Vitae veniamo a sapere che, mentre si trovava col genero Agrippa nella città micrasiatica di Apollonia, Augusto si recò dall’astrologo Teogene il quale, dopo aver previsto un destino grandioso per Agrippa, si gettò letteralmente ai piedi di Augusto “adoravitque eum”; in seguito a tale incontro Augusto decise di diffondere quell’oroscopo dominato dal segno del Capricorno.

Potrebbe essere stato il suo ascendente; senz’altro è la costellazione sotto la quale Augusto venne concepito; oppure il suo quadro astrale di nascita potrebbe aver presentato numerosi ed inequivocabili legami con essa…Sta di fatto che il Capricorno, animale mitico, può essere considerato quale emblematica rappresentazione dell’orbe terracqueo in quanto riassume in sé la natura di terra e quella di acqua e quindi essere visto come positivo auspicio di potere sulle terre dell’Impero, sia quelle già acquisite che quelle ancora da conquistare.

Al Capricorno, inoltre, si riallaccia la figura leggendaria di Saturno e, con essa, l’idea dell’aurea aetas, quindi di promesse di benessere, ricchezza e fecondità. Riportando infine le parole del poeta astronomo Marco Manilio, veniamo a sapere che il segno del Capricorno governava tutte le regioni occidentali dell’Impero: “Tu, Capricorne, regis quidquid sub sole cadente / est positum gelidamque Helicen quod tangit ab illo / Hispanas gentes et quot fert Gallia dives / teque feris dignam tantum Germania matrem / asserit ambiguum sidus.” (Manilius, Astronomica, IV,791-796). Potremmo dunque considerarci legittimati a supporre che il Capricorno sintetizzi alla perfezione la politica augustea sotto l’aspetto delle sue premesse, dei suoi obiettivi e delle sue aspirazioni.

Non possiamo a tale proposito non ricordare la meravigliosa ed emblematica Gemma Augustea in cui il registro superiore è dominato dalla maestosa figura di Augusto (raffigurato come Giove con la sacra aquila ai suoi piedi) in trono accanto alla dea Roma; alle spalle del princeps compare (non a caso) il Capricorno col sidus Iulium, quella stella (forse una cometa) apparsa in cielo durante i giochi funebri in onore di Cesare, interpretata come premonizione di potere e di successo.

Raffigurato su monete, gemme (si pensi in particolare alla celebre Gemma Augustea) e, in casi meno frequenti, su monumenti (tra cui l’Arco di Orange, l’antica Colonia Julia Firma Secundanorum Arausio), il Capricorno è universalmente veicolato come simbolo inequivocabile di Augusto e da quest’ultimo applicato anche a legioni da lui rifondate o create ex novo, tra cui, appunto, la Legio Secunda Augusta i cui veterani furono collocati nella nuova colonia di Orange dopo aver sconfitto le popolazioni galliche locali. Il Capricorno, una costellazione che all’epoca coincideva col solstizio d’inverno, quindi con l’inizio di un nuovo ciclo: annuale, stagionale e, in chiave mitica, epocale: è l’inizio con Augusto dell’epoca della pace, dell’aurea aetas da tempo agognata.

Quanto significato si cela, dunque, dietro questo binomio “Ottaviano Augusto – Capricorno”. E quanto pervasivo si rivela dunque il messaggio subliminale dell’orientamento astronomico di Aosta (romana) così come di altre colonie augustee. Lo stesso orientamento si ritrova a Merida, in Spagna, l’antica Augusta Emerita fondata anch’essa nel 25 a.C., ad Augusta Raurica (attuale Augst in Svizzera), e nella città di Nicopolis (anticamente in Epiro), fondata da Ottaviano Augusto dopo la fatale vittoria navale di Azio avvenuta nel 31 a.C. contro le flotte di Marc’Antonio e Cleopatra.

Da segnalare, infine, la seconda centuriazione del territorio di Nova Carthago, operata dai gromatici della Legio II Augusta nel 29 a.C., chiaramente allineata al solstizio d’Inverno.

Un tempo magico. Il tempo in cui alcune porte si aprono e altre definitivamente si chiudono. Il tempo della rinascita, della vittoria del Sole sulle tenebre. A quale migliore momento dell’anno, dunque, l’intelligenza colta e raffinata di un princeps come Augusto avrebbe potuto assegnare la nascita delle sue colonie e la sua stessa auctoritas?

Stella

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Romana, romanica e oltre. La grande fabbrica della Cattedrale di Aosta

Si vedono da lontano: alti e slanciati i due campanili della Cattedrale di Santa Maria Assunta disegnano l’orizzonte della quasi bimillenaria città di Aosta innalzandosi, arditi, verso il cielo.

Sono un punto di riferimento nel paesaggio urbano cittadino; inconfondibili, indicano il primo luogo di culto cristiano dell’antica Augusta Praetoria quando ormai l’impero di Roma volgeva al tramonto.

I suoi grandiosi e monumentali edifici iniziavano a decadere e a servire come cave di pietra a cielo aperto; il suo fulgido e perfetto impianto urbanistico veniva progressivamente occupato da nuove dimore e costruzioni, certo meno ambiziose, e i suoi dèi, celesti e inferi, cominciavano a dissolversi e ad impallidire davanti al dilagare di nuovi culti salvifici concentrati su singole figure, divine e non: dal più violento e militaresco culto solare di Mitra, fino alla speranza di salvezza e rinascita proclamate e diffuse dal Cristianesimo nascente .

RADICI ROMANE

Siamo nella piazza del Foro, per la precisione sulla terrazza sacra che, in epoca romana, era occupata da due templi gemelli sede del culto ufficiale della colonia: oggi piazza San Giovanni XXIII. Questa terrazza era circondata da un doppio sistema di porticati: uno superiore che fungeva da scenografica cornice alla coppia di templi, ed uno inferiore, seminterrato, nascosto: il criptoportico. E’ quest’ultimo un gioiello, un prezioso cameo del patrimonio archeologico della città: un cuore antico che lascia ogni volta esterrefatti e stupiti per la sua eccezionale monumentalità, per la sua aurea geometria, e per quell’incredibile ed inaspettata infilata prospettica sotterranea, “segreta”, delle sue arcate ribassate in dorato travertino.                                                                                                                             Ed è proprio sull’ala orientale del criptoportico che va ad innestarsi la potente fabbrica della chiesa cattedrale, lì dove, in origine, sorgeva una ricca domus patrizia affacciata sul Foro.

LA DOMUS ECCLESIAE

Una domus che poi, con la metà del IV secolo d.C. e in seguito all’Editto di Costantino, divenne sede della prima comunità cristiana della città: quella che si dice “domus ecclesiae”, “casa dell’assemblea”. A questo edificio si può associare anche un primo fonte battesimale le cui tracce sono visibili all’interno del braccio est del criptoportico: era un’ampia vasca per immersione…e in effetti “battesimo”, parole di origine greca, significa proprio questo. Come Gesù era entrato nel fiume Giordano, così, nei primi tempi cristiani, già in età adulta si entrava nell’acqua fino alla vita.

Prima della fine del IV secolo era nata la diocesi di Aosta. Con essa vide la luce la prima cattedrale: è ormai l’alba del V secolo.

Ma non possiamo abbandonare la tarda Antichità senza un accenno allo splendido dittico eburneo di Onorio. Questa sorta di “libro” d’avorio presenta due valve legate da una cerniera. Su entrambe figura all’incirca la medesima rappresentazione:  l’imperatore Onorio (395-423 d.C.) viene raffigurato in piedi sotto un arco, armato secondo lo stile classico, tipico della simbologia del potere consolare tardoantico. Indossa la tunica corta con il motivo del gorgoneion sul petto, il paludamentum che ricade sulla spalla sinistra, la cintura, la spada, i calzari ornati da teste e zampe leonine, la lancia e lo scudo posato a terra. Nella valva sinistra, invece, viene rappresentato appoggiato al labarum, sul quale è appesa una bandiera che riporta l’iscrizione «In nomine Chri(sti) vincas semper», con il globo nella mano sinistra reggente una Vittoria che gli porge una corona con la destra e tiene nell’altra mano una palma.

Ma se Onorio è protagonista della raffigurazione, il console Anicio Petronio Probo ne era il proprietario (406 d.C.) che decise di celebrare la propria investitura al Consolato d’Oriente attraverso questo raffinatissimo dittico, ora custodito nel bel Museo del Tesoro della Cattedrale.

LA FABBRICA DI ANSELMO

Poche le trasformazioni occorse nell’Alto Medioevo. Una figura però troneggia con la sua autorità e la sua immensa cultura: il vescovo Anselmo, che resse la diocesi tra il 994 e il 1026. Con lui la Cattedrale si ampliò e si arricchì enormemente. Pianta basilicale, 3 navate, 8 campate e un’altezza interna che andava dai 9 ai 15 metri. Non c’erano volte, ma capriate di legno che sostenevano il tetto. Sotto il coro, una magnifica cripta, densa di suggestione.

Ma ora saliamo dal sottosuolo fino al sottotetto. E’ qui che si cela un importante tesoro: un ciclo di affreschi, rinvenuto dagli studiosi nel 1979, che rappresenta una delle più importanti testimonianze della cultura pittorica e figurativa degli anni intorno al Mille. Una committenza raffinata e colta; maestranze di altissimo livello. Siamo alla metà dell’XI secolo e questo atelier di pittori è attivo sia qui che nel sottotetto di Sant’Orso. Naturalmente quello che oggi corrisponde al sottotetto, all’epoca era assolutamente a vista; dobbiamo quindi immaginarci una cattedrale molto più alta di quella attuale, coronata da un soffitto di solide capriate lignee.

PREZIOSI AFFRESCHI E…NON SOLO

Gli affreschi visibili in Cattedrale si sviluppano nella parte alta delle pareti laterali della navata centrale romanica. Si va dagli “Antenati di Cristo” ai Vescovi di Aosta”; dalle “Storie di Sant’Eustachio”, soldato romano poi convertitosi e martirizzato, fino alle “Storie di Mosè”. La visita consente di riscoprire una parte della chiesa oggi non più visibile perché occultata dal ribassamento del soffitto; visite guidate conducono alla scoperta di questo prezioso ciclo iconografico che fa di Aosta uno dei massimi centri di arte Ottoniana in Europa.

Sempre nel corso dell’XI secolo si procedette alla costruzione di un’abside occidentale al di sopra del criptoportico affiancata da una coppia di campanili; i resti affrescati dell’originario arco trionfale sono anch’essi visibili nel sottotetto.

Doveva essere una chiesa semplicemente grandiosa, imponente, con le 4 torri campanarie, e i suoi due catini absidali (uno, ad est, intitolato alla Vergine e l’altro, a ovest, oggi scomparso, dedicato a San Giovanni Battista). Nel presbiterio si conserva parte del raffinato pavimento musivo del XII secolo; di eccezionale qualità  la raffigurazione dell’Anno circondato dai Mesi con, ai quattro angoli, le raffigurazioni dei Fiumi del Paradiso. Si nota l’espressività delle figure, la vivacità dei colori, la tecnica, chiaramente mutuata dall’arte musiva romana, ma qui reinterpretata con tutto il sapore dell’immaginifico medievale e cristiano. Più a est ancora un mosaico, generalmente ritenuto di un secolo più tardo, dominato però dai bestiarii medievali, da tutto quel repertorio immaginario e fantastico che popolava le conoscenze, le credenze e spesso le paure dell’uomo medievale. Uno schema geometrico composto da un quadrato che racchiude un cerchio suddiviso in spicchi, e a seguire un altro cerchio, un altro quadrato ed infine un cerchio ancora. All’interno dominano le rappresentazioni di quattro animali chiaramente ibridi, ossia frutto della fusione di animali viventi in ambienti ed elementi tra loro assai diversi. All’esterno del quadrato altre bestie “strane”: una chimera, un unicorno, un grifo ed un orso. Ancora più all’esterno il Tigri e l’Eufrate, fiumi della culla di ogni civiltà e due dei fiumi del Paradiso. Si riconoscono infine con certezza in quanto corredati da didascalie, un elefante (l’Africa?) ed una Chimera analoga alla nota statua rinvenuta ad Arezzo e, quindi, di indiscutibile matrice etrusco-orientalizzante.

Un rebus, un inganno, un dedalo? Cornici apparentemente ordinate che racchiudono una fantasia in cui retaggi del mondo classico di mescolano ad invenzioni medievali.

Insolito e particolare l’accesso principale posto al centro della navata sud e ancora oggi esistente ed utilizzato. E sempre di epoca romanica era il chiostro presente sul lato nord, ma in seguito sostituito da quello tardo-gotico ancora oggi fruibile.

Una Cattedrale medioevale semplicemente monumentale che coniugava modelli transalpini e carolingi al più autentico stile romanico di tradizione italica. Una Chiesa, quindi, che già evocava e riassumeva l’identità culturale di questa piccola ma focale regione ritagliata nel cuore stesso delle più alte vette alpine.

Vi do appuntamento ad un prossimo post per approfondire fasi successive ed ulteriori aspetti della chiesa “madre” della diocesi augustana.

Stella

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22 febbraio 1300. Giubileo di papa Bonifacio VIII. Passaggio in Valle d’Aosta

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN S. BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricoveroper i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso diBosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITA’

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis(oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, mail paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella)

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Courmayeur. Tra le pieghe (e gli strati) di San Pantaleone

Oggi voglio accompagnarvi alla scoperta della chiesa parrocchiale di Courmayeur intitolata a San Pantaleone, edificio religioso dalla storia lunga (più di quanto si immagini) e complessa che, tra il 1997 ed il 1999, è stata oggetto di indagini archeologiche preliminari ad un’opera di consolidamento e restauro resa necessaria dal suo essere sorta sopra una paleofrana.

APPUNTI DI STORIA E DI SCAVO
Le prime attestazioni storiche risalgono al 1227 in occasione di una controversia tra la parrocchia ed il Capitolo della Cattedrale di Aosta; successivamente, nel 1302, viene annoverata nel Liber Redditum capituli Auguste. L’evoluzione architettonica di questo edificio può riassumersi in cinque grandi fasi cronologiche comprese tra l’età romanica (secoli XI-XII) ed il cantiere settecentesco che condusse alla sua consacrazione il 13 luglio 1742.
Gli scavi archeologici hanno evidenziato come, da un edifico stretto e allungato ascrivibile all’XI secolo, si sia passati ad un secondo ben più ampio, datato da analisi dendrocronologiche ai secoli XII-XIII, per giungere ad una terza chiesa di epoca gotica (secoli XIV-XV) per la quale furono costruite cinque cappelle funerarie addossate al muro perimetrale occidentale. In relazione a questa furono rinvenuti anche numerosi frammenti di intonaco dipinto tra cui lo stemma della nobile famiglia dei De Turre. Le maggiori trasformazioni del monumento, tuttavia, si attribuiscono alla sua fase barocca (secoli XVI-XVII), quando l’originaria abside semicircolare viene sostituita da una quadrangolare e un ampliamento di tutto l’impianto porta ad inglobarvi anche il campanile. Centinaia le sepolture pertinenti a questa fase, tutte distribuite in spazi appositi: le analisi hanno evidenziato molti individui sofferenti di patologie articolari dovute soprattutto a faticosi spostamenti su pendii con aggravio di carichi. In seguito, col XVIII secolo, la chiesa assume le dimensioni e l’aspetto attuale.

UN CAMPANILE IN ROSA
Il campanile, anch’esso oggetto di restauro nel 2007, si inserisce nella tipologia dei “clochers porches” (cioè campanili d’accesso) realizzati tra l’XI ed il XIII secolo; la cuspide, dalla forma particolare, richiama quella del campanile di Valgrisenche e ricorderebbe il soggiorno dei papi ad Avignone, collocandosi cronologicamente tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. L’aspetto attuale restituito dal restauro si è basato su una preventiva e scrupolosa analisi delle murature che ha consentito di individuare proprio l’originaria presenza di intonaco su tutti e quattro i lati del manufatto ad eccezione della cuspide.

SAN PANTALEONE E SAN VALENTINO. LA SALUTE PRIMA DI TUTTO!

Il 27 luglio Courmayeur festeggia il suo patrono principale, San Pantaleone. Un patrono “estivo” cui, in seguito, si è affiancato un secondo patrono “invernale”: San Valentino.

Il culto di S. Pantaleone, attestato soprattutto nell’alta Valle, dovrebbe provenire dalla vicina Francia, in quanto si ricorda la presenza di una reliquia del santo a Lione. Pantaleone, originario di Nicomedia, dove nacque nel III secolo d.C., divenne uno stimato medico; a causa della sua fede cristiana fu condannato a morte e martirizzato. I suoi simboli, infatti, sono: la palma del martirio, i rotoli su cui studiava e l’astuccio dei medicinali. Un santo taumaturgo invocato contro le malattie e le pestilenze molto popolare non solo in Occidente, ma anche, se non di più, nell’Oriente cristiano.
È nel V secolo d.C. che compare nelle fonti storico-letterarie la figura di S. Valentino, il cui nome contiene chiaramente la radice del verbo latino valeo, ossia “stare bene, stare in buona salute” e che, perciò, ben si accompagna al medico S. Pantaleone. Cittadino e vescovo di Terni nel II secolo d.C., divenne famoso per la sua carità ed umiltà, ma anche per le sue facoltà guaritrici. La festa del santo si riallaccia ad antichi culti della fertilità che le genti italiche celebravano il 15 febbraio, legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. La Chiesa decise di cristianizzare queste pratiche anticipandole di un giorno e collegandole alla morte del martire ternano, cui si chiedeva la protezione delle unioni favorendo la nascita di figli. Curioso inoltre sottolineare come, proprio a partire dal 14 febbraio, il sole illumini il paese per un’ora in più passando alto sopra la vetta del Crammont. Questa piazza, cuore del paese, è un vero balcone affacciato sulle prime piste dello Chécrouit e su Dolonne, i cui prati un tempo erano intensamente coltivati a canapa, lino, orzo e segale; l’orizzonte risulta dominato e protetto dalla lontana sagoma scura della Madonna Regina della Pace che si erge sulla vetta del Mont Chétif.

Stella

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Il TOR che attraversa le rocce tra natura, storia e leggenda

Ciao amici! Caspita… non mi sono resa proprio conto di quanto tempo sia passato dal mio ultimo post… e me ne scuso! Ad ogni modo ho utilizzato queste settimane per raccogliere materiale e … idee!!

Quindi, da ora, si ricomincia! Promesso!

Vorrei dedicare il post di oggi al mitico #Tor des Géants! Io non sono certo una trailer..anzi, forse ne rappresento l’antitesi! Insomma, mi piace andare a camminare in montagna e sul lungo periodo reggo pure discretamente, ma fermandomi e con moooolta calma!! Guardo questi eroi con infinita ammirazione, stupore, spesso condite da incredulità! Mi chiedo come facciano e mi dico che, almeno a livello di testa, vorrei avere anch’io questa forza interiore! Insomma, mi piace pensare che pur nel mio piccolo anch’io mi impegno con una certa costanza! E, in ogni caso, ognuno nella sua vita vive a suo modo il suo personalissimo #TOR quotidiano, no?!

A parte queste considerazioni para-filosofiche, vorrei dedicare a questi Giganti e alla nostra splendida piccola/grande regione, questo mio contributo.. Un #TOR diverso, o meglio: è a tutti gli effetti il Tor, ma visto con un occhio più..”culturale”. Quindi, almeno per questa breve (ma spero piacevole lettura) prendiamoci il nostro tempo e, col pensiero, corriamo!

SALITE E DISCESE

Il paesaggio segue la corsa, a volte dà la carica, spinge, sostiene, a volte asseconda i momenti di respiro (anche mentale) con le sue balconate panoramiche. Oppure dà il benvenuto nelle valli con le sue architetture caratteristiche, i suoi borghi, le chiesette, i campanili. Li vedi magari dall’alto, da lontano: ecco la prossima meta, un punto di riferimento nella tua cartina mentale e psicologica.

È la bellezza del salire e dello scendere, del veder cambiare i paesaggi con un ritmo naturale che accompagna quello del cuore a 1000 e del respiro: i borghi, poi i boschi, sempre più fitti e scuri; poi i pascoli, le ampie radure luminose in quota, fino alle tracce segnate sugli altipiani, i colli, le rocce, la neve residua o appena arrivata. Assaggi d’inverno in una montagna senza tempo.

E quanta storia si nasconde, più o meno segreta, lungo il percorso, nelle pieghe di questa terra così ondulata, severa e dolce allo stesso tempo. C’è un tratto, poi, in particolare: quello da Pontboset a Perloz. Terre dove la storia ha lasciato tracce ben visibili su cui anche i “giganti” del Tor sono obbligati a passare.

Pontboset, villaggio dei ponti: ben 6, sospesi sugli orridi e sui torrenti. Agganciati alle rocce levigate dai movimenti degli antichi ghiacciai. Ponti ricchi di poesia, testimoni di un’arte del costruire, che affonda le sue radici nelle secolari tradizioni delle genti di montagna: pietre, malta, tenace maestria. Ponti “romantici”, anche nel senso più ottocentesco e anglosassone del termine, che improvvisamente occhieggiano dal folto dei boschi di castagno. Ponti a schiena d’asino che, in piccolo, richiamano a modo loro il continuo “saliscendi” del Tor.

E arrivi giù, nel fondovalle, a Hône. Non puoi fermarti, ma lo sai, lo hai letto da qualche parte che lì c’è una chiesa incredibile: sotto di lei, sotto il pavimento, si nascondevano altre 4 chiese precedenti. Sì, è la Chiesa di San Giorgio; magari con calma ci ritorni, perché è davvero sorprendente!

Altro ponte storico e via, si passa la Dora, regina delle acque valdostane.

Ed eccoci in uno scrigno medievale: Bard. Uno dei borghi più belli d’Italia. Un’unica strada che ricalca la via romana delle Gallie e la Via Francigena. Un’unica strada che si insinua tra edifici fiabeschi, corti segrete, sottopassaggi, archi e sottarchi. Sempre sorvegliata dall’imponente e austero Forte sabaudo che, dall’alto della rocca, ricorda antichi presidi a guardia delle leggendarie Clausurae Augustanae, barriera inespugnabile di una Valle tra le rocce.

Donnas, Pont Saint Martin, Perloz

E poi di nuovo giù, verso Donnas, correndo sulla Storia, sui secoli che hanno disegnato questi luoghi, fino a che…eccola! Incredibile, quasi un miraggio: devi per forza passare sulla strada delle Gallie, calpestare pietre con oltre 2000 anni di storia, passare sotto un arco “risparmiato” nella roccia che sta lì da quando le legioni di Augusto decisero di domare la terra dei Salassi.

E tu corri, per forza, magari rallenti e riesci persino a voltarti. Che posto! Un “gate” temporale, sottolineato dall’enigmatica chiesetta di Sant’Orso che segna l’accesso al borgo di Donnas.

Continui la tua corsa: è davvero il Tor des Géants! Ma non solo per le vette, per i “4 4.000” cui si sfiorano i “piedi”, ma anche per questa imponenza storica, per questo passato così evidente, così “presente” che è impossibile da ignorare!

L’arrivo a Pont Saint Martin si celebra con un altro di questi “giganti”: lo splendido ponte romano che consente di superare il torrente Lys. Si erge poderoso dalle rocce umide; un inno ad una regione dall’indiscutibile identità itineraria: soldati, mercanti, pellegrini, imperatori, contrabbandieri, viaggiatori d’ogni genere…quanta gente nei secoli è passata di qui!

E di nuovo su: si attacca la sinuosa sequenza di curve che porta a Perloz, villaggio sospeso, circondato da vigneti audacemente aggrappati alla montagna. Antiche nobili dimore si affacciano silenziose lungo la strada: il castello Charles, il castello Vallaise e, fuori dal borgo, la Tour d’Héréraz, di cui si vociferano leggendarie origini romane.

E intorno una miriade di piccole e graziose frazioni in cui si viene solleticati dal profumo lontano del pane nero cotto come una volta, nei forni comunitari.

Altro torrente da superare, altro magnifico ponte a dorso d’asino: il Pont de Moretta. Incastonato dai boschi, questo ponte del 1710 rievoca ancora oggi storie e leggende tra cui, la più nota, ricorda di un terribile drago che qui, un tempo, viveva. Il prode Vignal lo uccise con l’inganno dandogli una pagnotta infilzata in una spada che trafisse la gola del mostro; ma il sangue del drago, avvelenato, uccise lo stesso Vignal. Un’impronta, una strana forma, visibile ancora oggi sotto il ponte: è il segno lasciato dalla zampa del drago.

Ma devi correre, devi andare avanti, e così ora sono le tue quelle impronte che imprimono la polvere e ti lasci alle spalle il fantasma di quel drago per raggiungere altri villaggi, altri prati, altre quote.

E la corsa continua: fino al Rifugio Coda, fino ai laghi della lunare Riserva del Mont Mars, e su su…verso i Giganti.

Stella

La collina “VIP” di Augusta Praetoria

Aosta romana aveva anche una sua “Beverly Hills”. La prima collina doveva essere punteggiata di ville eleganti e raffinate. Solo una, però, è arrivata fino a noi.  Si tratta di una sontuosa villa urbano-rustica, cioé in parte residenziale e in parte agricola, splendidamente esposta a sud sulla prima collina di Augusta Praetoria. Riuscite ad immaginarvi il contesto? Prati, orti, frutteti e vigneti; una villa terrazzata aperta verso sud, un trionfo di cortili, porticati, giardini e giochi d’acqua. Una dimora elegante, raffinata, ariosa, invasa dal sole…

Prendete via Xavier de Maistre che da piazza Chanoux prosegue verso nord. Uscirete attraversando la cinta muraria romana in corrispondenza di una tozza torre oggi occupata da un asilo, il Mons. Jourdain, anticamente nota come Tour Perthuis, cioé Torre del Pertugio, l’angusta apertura che consentiva di fuoriuscire dalle mura in questo punto. Guardate con attenzione il lato occidentale di questa torre (quello che prospetta sulla strada): noterete una parte di intonaco mancante che consente di apprezzare “cosa c’è sotto”. In pratica: sotto l’intonaco attuale, sotto i secoli moderni e medievali, ancora sopravvive il “fantasma” della torre romana“gemella” (se vogliamo) della Tour du Pailleron che le corrisponde sul lato sud, vicino alla stazione dei pullman.

Una distanza pari a circa 400 metri in linea d’aria dalla cinta romana, in falso piano e, nella parte finale, in leggera salita. Sempre dritto lungo C.so Padre Lorenzo, sottopasso di Via Parigi e sù per Strada dei Cappuccini che deve il suo nome alla presenza, sulla vostra destra, del Seminario Minore oggi sede dell’Università della Valle d’Aosta e di un liceo. Alla prima svoltate a destra e percorrete una graziosa stradella incorniciata da villette e giardinetti fino ad arrivare ad uno spiazzo con alberi e aiuole dove spicca, sempre sulla destra, un edificio basso in cemento evidente meta di molti writers cittadini. Potrete chiedervi come mai una copertura tanto invadente; è perché negli anni ’80 da qui avrebbe dovuto passare una strada, una “bretella” tra Via Parigi e Via Gran San Bernardo. Ma gli abitanti della zona si ribellarono e riuscirono a bloccarne la costruzione, sebbene la copertura della villa, adatta a sostenere appunto il peso di una strada, era già stata fatta. Siete arrivati! Siamo in regione “Consolata” così chiamata per la presenza dell’oratorio dedicato a Nostra Signora della Consolazione, tappa lungo il percorso che portava alla collina de “Les Fourches” luogo deputato alle impiccagioni.

ARIOSI AMBIENTI DI RAPPRESENTANZA

Appena entrati affacciatevi alla ringhiera: siete sul lato est, immersi nella penombra, su un corridoio che si sviluppa alto rispetto ai resti della villa che individuerete sotto i vostri piedi. Davanti a voi un ampio cortile quadrangolare con una cavità quadrata al centro: si tratta dell’atrium, o meglio, di uno dei (probabili) due atria che davano luce e aria alle varie stanze della villa. La cavità centrale è quanto resta dell’antico impluvium, cioè la vasca utile alla raccolta delle acque meteoriche; al di sopra, infatti, il tetto non c’era. Questo spazio era invaso di aria e luce.

A sud dell’atrio un ampio pavimento color albicocca con delle irregolarità: si tratta dell’imponente tablinum , cioè un salone di rappresentanza dove accogliere gli ospiti. Il pavimento si mostra oggi completamente svestito delle “piastrelle” di marmo bianco e nero che lo decoravano; ciò che si vede è la preparazione in cocciopesto (malta con tritume di mattoni). Questo salone doveva essere aperto verso sud dove possiamo immaginare la presenza di un peristilio (cortile porticato) con giardini.

TERME PRIVATE E RICERCATEZZE “POMPEIANE”

Esattamente sotto i vostri piedi vedrete i resti degli antichi balnea: ebbene sì, questa villa possedeva delle piccole ma lussuose terme private composte da un piccolo spogliatoio, uncalidarium (collegato alla cucina tramite la bocca del forno attraverso cui passava l’aria calda nelle suspensurae), un tepidarium ed infine, seppure quasi del tutto scomparso, unfrigidarium. Questa era la sequenza canonica. Quindi, per capirsi, bagni di acqua calda, tiepida e infine fredda. L’ambiente era dunque riscaldato sia a pavimento che a parete, con l’aria calda che correva in speciali mattoni forati sistemati in un’intercapedine apposita.Aguzzando la vista riuscirete a notare l’impiego dell’opus reticulatum, cioè i muri sono composti da una “rete” vera e propria di piccoli blocchetti di pietra. Tale tecnica è tipica del centro-sud Italia e non certo di queste latitudini. Anche perché i blocchetti, per essere così tagliati e sagomati, dovevano essere in una pietra tenera come ad esempio il tufo, che qui è presente solo in scarsissime quantità. Questo significherebbe che la villa è stata costruita da maestranze non locali e, molto probabilmente, in un momento antecedente o in parte coincidente con la fondazione della città, notoriamente avvenuta nel 25 a.C. Che fosse un notabile, un comandante, comunque una personalità di spicco di origine centro-italica insediatosi qui durante la costruzione della nuova colonia? Ciò è assolutamente verosimile!

E perché farla proprio qui? In primis perché il posto doveva essere meraviglioso, e inoltre perché appena a monte della villa correva una strada, già pre-romana, che portava si allacciava al percorso diretto al colle del Gran San Bernardo. In questo luogo dovevano esserci già insediamenti salassi confermati dal ritrovamento di sepolture. Quindi una zona strategica e ben servita dalla viabilità già esistente.

GLI AMBIENTI A NORD

Procedete quindi lungo il corridoio: in successione vedrete sotto di voi la cucina (culina) col praefurnium (l’imboccatura del forno) collegata al calidarium e il bancone per la preparazione dei cibi; quindi una serie di ambienti nei quali, durante le epoche tardoantiche, contro il grande muraglione di contenimento verso nord (la vostra destra) vennero sistemate delle sepolture. Infine, sull’angolo, vedrete un ambiente con delle basi quadrate sul pavimento: si tratta di basi per dei sostegni che, forse, reggevano un soppalco in legno: si tratta di un ambiente che ha subito diversi rimaneggiamenti. In epoca romana, quando la villa era in uso, questo grande vano si presentava diviso in due ambienti di cui uno, quello più vicino al triclinium, possedeva un pavimento in cementizio, mentre quello accanto ha restituito solo un piano in terra battuta. L’ambiente più vicino al triclinium avrebbe potuto essere un piccolo soggiorno o una stanza di servizio collegata alla sala da pranzo. Quello più a nord, invece, un vano più rustico, forse già un deposito, poi ampliato e rimaneggiato quando ormai la villa, già in disuso e in parziale abbandono, aveva perso la sua destinazione residenziale di lusso per privilegiare quella agricola.

I MOSAICI

Svoltate quindi sul lato est. Sotto di voi noterete il triclinium, la sala da pranzo, così chiamata per la presenza dei canonici tre letti a due posti con mensa centrale. La collocazione dei tre letti è intuibile dai relativi posti disegnati sul pavimento dalle tessere rosa. Aguzzate la vista: il suolo è rivestito da delicate tessere chiare con una decorazione a fiorellini sparsi. Si differenzia solo il corridoio di collegamento con le stanze vicine. Una stanza di passaggio, un disimpegno e, più in là, verso la base della copertura, la zona “notte.

Qui sono visibili (seppure troppo da lontano e con una luce non sufficiente), due camere da letto, una doppia a due letti ed una singola: sono i cubicula. Qui i pavimenti sono in tessere scure con disegni in tessere bianche. La camera doppia presenta un grande motivo a rosetta centrale circondato da fasce a meandro; la singola è vivacizzata da motivi a squame, meandri e rombi. I cubicula non avevano finestre perché ci si stava unicamente per dormire e solitamente le dimensioni erano ridotte all’essenziale.

Dovete usare molto la vostra immaginazione e la fantasia per ridare a questa dimora tutti i suoi colori, la sua luce, i suoi spazi aperti sul paesaggio circostante. E’ comunque un sito notevole ed importante: unico in Valle d’Aosta. Voluptas, luxuria et amoenitas sulla collina “VIP” di Aosta romana.

Concludo regalandovi questo suggestivo viaggio virtuale in una villa romana (generica).

Stella

La Fata della morena di Gressan. Una passeggiata tra natura, leggende e musica.

Solo una manciata di km da Aosta risalendo il corso della Dora; solo una manciata di km per ritrovarsi immersi in uno scenario da favola. Prati in leggero pendio i cui confini sfumano nei freschi boschi dell’envers, riccioluti meleti e vigne ordinate ricamano il territorio di Gressan.

Il capoluogo e tante frazioni, gruppetti di case strette le une alle altre; strade, stradine che si inerpicano tra antichi fontanili, ruscelli, orti, giardini e venerande cappelle. E ancora torri, antiche dimore, granai e fienili sorvegliati dalla mole tondeggiante del Castello di Villa.

Al centro di questo paesaggio si erge un’altura: la morena della Côte de Gargantua. Allungata e sinuosa si dice conservi il dito mignolo del leggendario gigante Gargantua, figlio di Grandgousier sovrano del regno di Utopia. La Côte è una lingua morenica che si allunga nella pianura dividendo i villaggi di Gressan; è una riserva naturale protetta nata da depositi di origine glaciale contraddistinta da un ambiente steppico, prevalentemente arido, regno di numerose specie animali e vegetali. Qui  si possono incontrare la lucertola muraiola, il ramarro, il biacco e molte specie di lepidotteri e coleotteri.

NELLA TERRA DELLE FATE

Ma non solo. Questo è un posto magico, denso di leggende e di racconti popolari. Se da un lato si crede che la morena sia legata ad un Gigante, altre voci la vogliono creata dalle Fate. Si narra infatti di due Fate tessitrici che, coi loro fili, scesero a valle dai ghiacciai e, tessendo tessendo,formarono un enorme gomitolo: la morena di Gressan. Qui si stabilirono, ma poi vennero cacciate da San Grato perché ritenute creature malvagie.

Un’altra versione parla invece di un’unica Fata, abilissima nel lavorare la lana, che chiese ospitalità agli abitanti di Gressan i quali, però, timorosi, gliela negarono. Per vendetta la fata raccolse nel suo gomitolo magico la terra e le vigne creando una barriera che divise per sempre i villaggi della piana.

Un luogo insolito questa morena. Un luogo dove, comunque siano andate le cose, la fata si era ritirata in solitudine e, silenziosa, si era negata per secoli. In pochi la sanno vedere; in pochi sanno riconoscerne la voce e l’eterea presenza. Una di queste persone è l’artista Giuliana Cunéaz: una donna la cui mente e le cui mani infaticabili sanno cogliere le sfumature dell’invisibile per dare loro nuova forma, nuova vita. Giuliana ha saputo recuperare queste antiche leggende, queste arcane credenze popolari, riportandole nei loro luoghi.

Le Fate. Creature del sogno, della fantasia, nate dall’immaginazione dell’uomo che solo in questo modo poteva dare forma a qualcosa di immateriale o di inspiegabile. La Valle d’Aosta, terra di montagne, è ricca di storie che narrano di strane creature ed esseri fantastici, benevoli o malevoli a seconda dell’atteggiamento e della natura degli uomini. Vivono nelle rocce, dentro le grotte, nei laghi, nelle sorgenti, nei boschi o in luoghi isolati dove le attività umane sono difficili se non impossibili.

E  sabato 7 giugno 2014 è tornata a parlare la Fata della morena di Gressan e la sua voce riesce a ha trasportare in un’altra dimensione; ognuno col suo sentire, ma tutti uniti da un “filo rosso”, il filo del gomitolo, simbolo della Fata tessitrice.

E’ trascorso oltre un anno, ma la Fata sa ancora farsi sentire da chi la va a cercare con animo aperto al dialogo con la natura.

Una volta saliti sulla cresta morenica troverete il leggio incantato: provate ad ascoltare…

Stella