Celtica. Tra mito, storia e leggende nella terra della Grande Orsa

“Oh sorgete, soffiate impetuosi,

venti d’autunno, su la negra vetta;

nembi, o nembi, affollatevi, crollate

l’annose querce; tu torrente, muggi

per la montagna, e tu passeggia, o Luna,

per torbid’ aere, e fuor tra nube  e nube

 mostra pallido raggio…”

 I versi del leggendario bardo Ossian, anche noto come l’ “Omero del Nord”, dipingono perfettamente lo scenario naturale e culturale che anche quest’anno, per la 19ma edizione, vedrà lo svolgersi di Celtica 2015, dal 2 al 5 luglio.

La natura grandiosa dell’alta Val Veny di Courmayeur viene quasi ritratta dal canto ossianico: la “negra vetta” sembra infatti richiamare l’aguzzo profilo della scura Aiguille Noire e, al di là del riferimento all’autunno, spesso le serate estive ai piedi del Monte Bianco riservano temporali, vento e rincorrersi di nubi. Ma anche questo non fa che accrescere il fascino del luogo. Un luogo dove è quasi possibile percepire il divino. Il divino della Natura, da sempre venerata sin dalla più remota notte dei tempi e assiduamente celebrata dagli antichi Celti. Non è un caso, se ci pensiamo, che il nome stesso della vallata, Veny, deriva dal celtico Penn, il dio della montagna, venerato sulle alture e non solo in Valle d’Aosta, dove ha dato nome anche alla Valpelline e all’Alpis Poenina, ossia il Gran San Bernardo. Lo ritroviamo anche sugli Appennini e, per citare un altro esempio, in Val Venosta.

Montagne divine, potenza della natura. Il Monte Bianco quasi diventa una Montagna sacra e ai suoi piedi, nel fitto bosco del Peuterey, anche quest’anno Celtica radunerà amici provenienti da tutta Europa.

Fate, druidi, gnomi, folletti; la magia delle arpe, la poesia dei violini, il rombo dei tamburi.

Celtica è musica, festa, incontro, magia.

Ma Celtica è anche cultura perché sin dal 1997, suo anno di nascita, vuole celebrare l’antica e autentica cultura celtica. Una cultura originatasi nell’Età di Hallstatt (XIII-VI secolo a.C.) e progressivamente cresciuta e diffusasi fino all’epoca di La Tène (V-I secolo a.C.), che ha lasciato tracce profonde e indelebili anche durante il periodo della dominazione romana fino all’Alto Medio, soprattutto irlandese, quando gruppi di monaci coraggiosi attraversarono la cupa Europa del tempo per fondare monasteri e diffondere la loro secolare cultura trascrivendo le antiche saghe celtiche e producendo preziosi codici miniati. Una cultura che si può ritrovare nei nomi dei luoghi, delle famiglie, ma anche nelle fiabe, nelle leggende, nelle musiche e in tante tradizioni passate nelle consuetudini e nel folclore di un popolo. L’Europa dei Celti è stata una prima Europa unita da una matrice culturale comune dalle coste rocciose della selvaggia Galizia, fino alle erbose colline inglesi; dalle tormentate sponde atlantiche di un’Irlanda nebbiosa e fatata, terra dei Tuatha De Danann, fino alla misteriosa Galazia turca, madre di stirpi guerriere.

VALLE D’AOSTA CELTICA

La piccola Valle d’Aosta si colloca quasi al centro di questo immenso territorio attraversato per secoli da tribù celtiche, guerrieri e mercanti. E i Celti possono essere rintracciati anche qui, nella terra della Grande Orsa, così chiamata per il suo particolare profilo che parrebbe delineare proprio un orso, animale sacro e regale il cui culto affonda le sue radici sin nella più lontana Preistoria dell’uomo. E’ noto, infatti, che prima dell’arrivo dei Romani, la Valle era abitata dai Salassi, popolo nato dalla fusione tra antiche tribù liguri e nuove genti celtiche arrivate d’Oltralpe e dall’Europa centro-orientale. Un popolo citato dagli storici greci e latini, e presente anche sull’epigrafe del Trofeo delle Alpi di La Turbie (tra Mentone e Nizza): un monumento onorario voluto dall’imperatore Augusto per ricordare tutti i popoli alpini sconfitti. Un popolo che ha lasciato diverse testimonianze sul difficile territorio valdostano: si pensi ai villaggi in quota, come quello alle pendici del Mont Tantané in Valtournenche, o al castelliere di Lignan, posto su un’altura boscosa nei pressi dell’Osservatorio astronomico regionale. Per non parlare dei recenti ritrovamenti nell’area lungo viale Ginevra ad Aosta, che hanno restituito i resti di un circolo di pietre il cui diametro parrebbe superare i 130 metri e di una tomba a tumulo al cui interno sono stati rinvenuti i resti umani di un giovane uomo con armi denominato “il guerriero celtico”. Tali ritrovamenti, infatti, si collocano in un orizzonte cronologico tardo halstattiano (tra 800 e 600 a.C.).

E dopo l’arrivo dei Romani? Di certo bisogna abbondantemente ridimensionare alcune vecchie letture in base alle quali i Salassi vennero tutti (!!) uccisi, trucidati o venduti come schiavi a Eporedia. Diverse infatti le testimonianze (si pensi innanzitutto alla nota epigrafe dei “Salassi incolae esposta al MAR di Aosta) e gli indizi (sempre perlopiù di natura epigrafica) che ci raccontano di come questa popolazione autoctona si fuse coi nuovi arrivati. A tale proposito mi piace immaginare i Salassi romanizzati di Augusta Praetoria come il “Guerriero di Vachères” (a proposito di guerrieri), datato al I secolo a.C., esposto al Museo Calvet di Avignone: pettinatura e rasatura perfettamente romane, ma torques e scudo oblungo di foggia celtica!).

Già, gli splendidi torques (collane girocollo), le raffinate armille (bracciali) in bronzo o in vetro, le spille per abiti e quei recipienti ceramici ritrovati nei tanti corredi funerari salassi portati in luce anche tra queste montagne…quante storie possono raccontarci!

Ecco perché Celtica in Valle d’Aosta. Per le origini più lontane delle genti di queste montagne e per il ruolo di crocevia da sempre ricoperto da una regione la cui lunga storia è segnata da continui transiti di genti, lingue e culture.

Abbandonatevi quindi alla magica atmosfera di un evento in cui si mescolano realtà e fantasia; storia e leggenda.

Quando vi aggirerete tra i pini secolari del Peuterey, dopo esservi fermati in contemplazione davanti al menhir e aver celebrato la notte intorno ad un immenso falò, allora forse inizierete ad entrare nella dimensione di Celtica. Ascolterete la voce sottile delle fate del lago Miage e di quelle intrappolate nei ghiacci eterni della Brenva; assaporerete il gusto antico del sidro, dell’idromele e della cervogia, antenata della moderna birra; resterete affascinati dall’intreccio soave delle note dell’arpa; vi farete trascinare dal ritmo vorticoso delle danze irlandesi, quelle stesse danze che elfi e fate intrecciano nei boschi al chiar di luna, presso le fonti o ai piedi delle colline, loro secolari, verdeggianti dimore.

Dalla Val Veny e Courmayeur fino ai dolci meleti di Jovençan; dal calore termale delle acquedi Pré-Saint-Didier fino ad Aosta, città bimillenaria. Questi i luoghi di Celtica nell’estate 2015.

Un lungo mantello, un torques al collo, una corona di fiori tra i capelli e… sarà subito magia!

Stella

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Girali, fogliami e bestiari. Tra Medioevo e Rinascimento nel chiostro “segreto” della Cattedrale di Aosta

Esco oggi con questo mio contributo al bellissimo chiostro quattrocentesco della Cattedrale di Aosta perché, in qualche modo, proprio ieri (8 giugno) era il suo “compleanno”… o quasi! Eh sì, infatti fu proprio l’8 di giugno del 1442 che otto canonici della cattedrale stipulavano il contratto per la ricostruzione del chiostro capitolare con l’architetto savoiardo Pierre Berger di Chambéry. Inizio vero e proprio dei lavori previsto per marzo 1443.

Il rapporto di lavoro con il Berger non andò a buon fine, pare per lungaggini e spese eccessive, tanto che l’architetto transalpino sparì presto dalla circolazione. Si procede a rilento e, nel frattempo, cambiarono pure le maestranze. Ancora nel 1456 si sottolineava lo stato di degrado del vecchio chiostro romanico così come di altri edifici del complesso capitolare. Venne così ufficialmente istituita la Fabbriceria della Cattedrale.

Appena 4 anni più tardi, nel 1460, il chiostro era effettivamente terminato. Capo cantiere il “lathomus” Marcel Gérard di Saint Marcel.

Bene, dopo questo necessario avant-propos, entro subito in medias res. Due domeniche fa, complice una mostra sulla vita di Santa Teresa d’Avila allestita proprio nel chiostro, riesco a rientrarci e ad apprezzarne nuovamente la particolare luce e l’atmosfera raccolta. Quella porta nella navata nord, purtroppo sempre tragicamente chiusa, era aperta! Quella porta che consente l’accesso a questo vero e proprio gioiello quattrocentesco. Naturalmente non è il primo e l’unico! Prima di questo qui sorgeva un altro chiostro di epoca romanica, quello che si decise di sostituire a causa della sua imbarazzante vetustà e i cui materiali superstiti vennero reimpiegati nelle fondazioni dei “nuovi” muri perimetrali.

Una pianta rettangolare ma irregolare; uno spazio relativamente ridotto e assolutamente violentato dalla costruzione dell’ingombrante cappella neogotica del Rosario che lo ha radicalmente defunzionalizzato interrompendo il corridoio sud.

L’occhio immediatamente viene attratto dalla luminosità dell’insieme, dominato dall’argento dei pilastri e delle colonnine e dall’oro degli archi e dei capitelli. Sì, perché queste sono le sfumature cromatiche cui rimandano i materiali qui impiegati: l’argento del marmo bardiglio e l’oro dell’alabastro unito a quello, più caldo, del travertino. Poi, a guardare con più attenzione, ci si rende conto che sono almeno due le qualità di bardiglio utilizzate: una più ruvida e omogenea, l’altra con delle splendide venature madreperlate. In tanti aspetti si potrebbe riconoscere l’alternarsi dei due gruppi di maestranze: dalla scelta del marmo, fino allo stile dei capitelli e dei due portali d’accesso che collegano il chiostro alla navata nord della cattedrale.

Già, i capitelli. Appena entrati si viene accolti, sulla destra, da un “mostriciattolo”, una sorta di doppio diavoletto cornuto, naturalmente posto in angolo, quasi a voler controllare le due direzioni e a voler simboleggiare le scelte umane, spesso “diaboliche”, spesso ingannevoli…

Ci si potrebbe aspettare una serie di capitelli istoriati e figurati, un pò sulla scorta di quanto magari già visto a Sant’Orso. E invece no! Intanto non dimentichiamo che questo chiostro è del XV secolo! Sì, ma qui si assiste ad un ibrido affascinante… Niente di gotico innanzitutto! Una sequenza armonica di arcate a tutto sesto rimanda subito all’orizzonte classico romanico, a quelle teorie di arcatelle così frequenti sui sarcofagi… Linee nitide, geometricamente pulite, dall’aria famigliare e addirittura “mediterranea”, ravvisabile soprattutto nei decori a fogliame di molti capitelli. Non solo figure o animali insoliti, infatti, ma tanti elementi vegetali, dalla vite (coi suoi pampini ricchi di evangelico senso), al colto e raffinato girale d’acanto corinzieggiante. Per approdare, infine, ai numerosi capitelli recanti il nome dei canonici, così come dei maestri d’arte operanti in cantiere.

La lavorazione dei pilastrini binati delle arcate, poi, è davvero un capolavoro d’arte e maestria. Guardateli con attenzione: sono sfaccettati come fossero pietre preziose! E inoltre notate la straordinaria ricercatezza: il lato interno e quello esterno non sono lavorati alla stessa maniera: qui linee tondeggianti e poligonali si alternano, volumi cilindrici si contrappongono e si richiamano arrivando a comporre quasi un chiostro “double face” di eccezionale eleganza.

Possibili confronti? Certo, entrambi savoiardi: Il chiostro della cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne e quello (ahimé solo parzialmente conservatosi) del priorato del Bourget du Lac.

Un luogo assolutamente suggestivo in cui si fondono le eredità del medioevo alpino, le solide reminiscenze classiche e le influenze del primo Rinascimento. Questo chiostro va considerato come uno dei monumenti più significativi ed emblematici del tardo gotico delle Alpi occidentali, come già sottolineò Bruno Orlandoni (“Architettura in Valle d’Aosta. Il Quattrocento”, 1996).

Con tutti questi pensieri e queste riflessioni arrivo fino a dove mi è concesso, fino al portale orientale, quello col profilo modanato che, forse, si attribuisce a Marcel Gérard. Peccato non poter compiere l’intero percorso, da veri aspiranti “peripatetici”. Peccato questa cappella proprio nel mezzo! Mi fermo, mi siedo sotto un’arcata. Guardo, cerco di assaporare il gusto di ogni minimo dettaglio: i chiaroscuri della luce che rimbalza tra le arcate dei portici, le ombre dei rilievi che profilano i decori dei capitelli così come le venature cangianti dei materiali lapidei, il beige poroso e “romaneggiante” del calcare, la solida trasparenza dell’alabastro (che si dice cavato a Courmayeur, forse alle falde del Mont Chétif), l’eleganza imperitura del bardiglio (Aymavilles o Villeneuve?) e la lontana voce dei riempieghi…alcune lastre forse in origine appartenenti alla pavimentazione del foro romano, passate poi nel chiostro del XII secolo e poi…forse ero seduta proprio su una di quelle!

Trascorrere del tempo qui, in questo chiostro appartato e ricco di storia, è un’esperienza meditativa dal sapore insolito e mistico… peccato sia praticamente sempre (tristemente) chiuso… appena visibile attraverso la grata di un cancello.

Stella

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Castello di Montmayeur. Storia di un (lungo) assedio

E’ arrivata l’estate? Mmmh… quasi. Ma un sabato mattina col meteo accettabile, per quanto non proprio totalmente sereno, decidiamo di infilare gli amati (ma parecchio trascurati) scarponcini da trekking e..via! Si parte alla volta dell’Alta Valle, più precisamente verso Arvier (circa a metà strada tra Aosta e Courmayeur).

Voglio portare Leo a visitare la Riserva naturale del Lago di Lolair e poi al Castello di Montmayeur. Il programma è accolto con grande entusiasmo per fortuna! Tappa al supermercato di Arvier per procacciare il pranzo (dove oltretutto incontro una mia ex alunna dei tempi in cui insegnavo al Liceo Linguistico di Courmayeur e questo mi fa un immenso piacere!).

Sicuri che non saremmo rimasti digiuni, via verso la frazione di La Ravoire, a 3 km da Arvier lungo la strada che porta in Valgrisenche. Accolti dalla graziosa cappella con la facciata affrescata in vivaci colori tra il blu ed il rosa, parcheggiamo appena sulla destra e inforchiamo il sentiero che, dopo aver attraversato il bel villaggio, sale nei boschi di latifoglie verso il lago di Lolair.

E’ una splendida passeggiata lungo la quale incontriamo solo 2 persone (decisamente più “agonistiche” di noi visto quanto “corrono” sù per i tornanti!!); sì, effettivamente noi siamo del club “montagna meditativa” e assolutamente non ci sogneremmo mai e poi mai di metterci a correre..anzi, ci fermiamo spesso per ammirare la natura, annusare l’aria apprezzandone i profumi e le sfumature, bere un goccio di thé (il thermos è immancabile!) e scattare foto!

ASSEDIO – PARTE I

Arriviamo ad un bivio evidenziato da una cappellina azzurra dedicata alla Vergine e a S. Antonio “per grazia ricevuta”; verso destra si sale verso Planaval (e oltre), stando a sinistra si continua in direzione Lolair. Da qui la vista spazia verso est aprendosi sui boschi e sui villaggi fino alla piana di Aosta. Ed eccola, solitaria, severa, lapidea…la torre di Montmayeur svetta in lontananza sulle cime dei pini e dei larici indicando l’altura rocciosa su cui sorgono i resti dell’antico maniero. Foto di rito. E’ partito l’assedio! Da lontano studiamo l’avvicinamento al castello!!

Presi dalla chiacchiera ci inoltriamo lungo un sentiero che, da un certo punto in poi, si fa sempre meno evidente fino a condurci all’interno di una boscaglia pazzesca…mah..vedrai che poi migliora, in fondo è primavera, il sentiero magari non è ancora così frequentato…sì, ma il lago dov’è?! Eppure il cartello lo dava assolutamente vicino… stufi di giocare ai “vietkong” in mezzo alle invadenti ramaglie (per poco non ci lascio un occhio…), decidiamo di tornare sui nostri passi. Prova di là: vedi c’è un ponticello? Sì, ma un ponticello verso il nulla…poi, scrutando verso l’orizzonte, noto il baluginare della superficie d’acqua: ecco il famoso lago!! Caspita, gli eravamo passati accanto, ma la folta vegetazione e i canneti lo mimetizzano a tal punto da renderlo invisibile!! Proviamo ad avvicinarci…attenzione che non si capisce dove inizia l’acqua…poi quando il piede affonda nel fango, allora la trovi!

Bene, dai..comunque l’abbiamo trovato! Peccato però non potersi avvicinare alla riva o fare il periplo…magari si torna in autunno!

Breve ma necessaria pausa pranzo al sole e poi via di nuovo; si scende a La Ravoire per far scattare l'”assedio – parte II”!

ASSEDIO – PARTE II

Arrivati sulla strada per Valgrisenche facciamo un pò “avanti-indietro” per trovare l’imbocco del sentiero di collegamento con Montmayeur…sapevo che c’era, deve esserci!! Macché…non l’abbiamo trovato! Caspita, oggi è giornata! Il lago invisibile, il sentiero invisibile… Alla fine “tagliamo la testa al toro”: auto e via verso Arvier per prendere il sentiero (più sicuro) che parte dal villaggio di Grand Haury!

ASSEDIO – PARTE III

La stradina che sale a Grand Haury richiede molta attenzione nella guida: tante curve e curvette, e la carreggiata è un pò “giustina”..diciamo così..poi se ci si mettono i ciclisti..il gioco è fatto! All’inizio del villaggio un piccolo parcheggio è provvidenziale; subito i segnavia indicano per il Castello di Montmayeur appena 12 minuti di cammino..woww!! Benissimo! Ci infiliamo nella via centrale del villaggio ammirando, prima di tutto la bella cappella da poco restaurata, e una serie di case davvero graziose. Qui ci sono anche 2 B&B: la “Méizon de Felise” (che in realtà sono appartamenti per vacanze)e “Les Chevreuils”..un luogo incantato..io, venissi qui in ferie, alloggerei volentieri quassù! Guarda qui, guarda lì..arriviamo in fondo al villaggio; superiamo un mulino sulla destra e la strada finisce…della deviazione per Montmayeur neppure l’ombra! Ma insomma, cos’è?! Un “karma” tremendo oggi! Proviamo a proseguire imboccando un largo sentiero che si inoltra in salita nel bosco…dopo 3 tornanti decidiamo che sicuramente la strada è sbagliata, anche perché il castello era abbondantemente alle nostre spalle! Torniamo sui nostri passi aguzzando la vista; di certo la deviazione doveva aprirsi sulla nostra sinistra..ma dove?? Cavoli! Montmayeur è un castello che si vede benissimo da lontano, ma diventa invisibile quando gli sei vicino…

Finalmente noto uno spigolo di muro su cui qualche anima pia ha segnato una freccia gialla seguita da un cartello di legno con scritto “Montmayeur”!! Eureka!! Da non credere…prima davvero ci era sfuggito! Imbocchiamo un passaggio coperto che ci porta nel giardino di un’abitazione…e adesso? L’istinto dice di prendere a sinistra attraversando un prato..proviamo, al limite torneremo indietro..tanto oggi va così a quanto pare… Uno steccato che si insinua nel folto del bosco ci lascia ben sperare…evviva!! E’ il sentiero che stavamo cercando! Costeggiamo un ruscello in leggera e costante discesa fino ad un bivio dove i segnavia indicano l’arrivo del sentiero proveniente da … La Ravoire!! Ma allora c’era!! Lo sapevo! Chissà però da dove avremmo dovuto prenderlo…io vorrei scendere solo per il gusto di togliermi questa curiosità..ma Leo ha male ad un ginocchio e da sola non mi va…amen! Ma ci torno, ah se ci torno! Ed eccoci, infine, ai piedi della rocca tanto agognata! Montmayeur…ci siamo!!

Stella

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Nel piccolo e prezioso giardino del castello di Issogne. Il trionfo dell’amore.

Niente torri merlate. Niente caditoie né fossato. Niente feritoie, né inferriate, né ponti levatoi. Niente di tutto questo. Issogne splende in eleganza e raffinatezza. Ad Issogne rifulge la vita, non la guerra. Grandi e luminose finestre crociate, delicati affreschi ricchi di colore che mescolano realtà e fantasia…Lusso, ricercatezza, gusto del buon vivere: questo troverete ad Issogne. E’ una vera piccola corte dominata dalla cultura e dai fasti di una sontuosa dimora signorile. Un nobilissimo edificio che, ancora oggi, riflette lo stile, il gusto e l’intelletto del priore Giorgio di Challant, “uomo del Rinascimento”, sicuramente il più grandioso mecenate che la Valle d’Aosta ricordi.

IL GIARDINO ALL’ITALIANA

Non è nostra intenzione raccontarvi qui la lunga storia del castello, né illustrarvi le sue fasi architettoniche e decorative; né anticiparvi le tante meraviglie artistiche che incontrerete nelle sue stanze o sotto i suoi loggiati. Ci soffermeremo su un luogo molto particolare del palazzo. Un luogo “sempre verde” dove ogni elemento racchiude un simbolo. Un luogo che è un vero inno alla vita: il giardino.

Uno scrigno di luce dal disegno sapiente e geometrico. Un viridario umanistico profilato da siepi e stradelle ghiaiose. Uno spazio intimo, privilegiato, simbolico legame tra l’edificio e la natura che lo circonda. Qui uomo e natura si incontrano, si sposano ritrovando l’armonia. La corte di Issogne è ingentilita da un piccolo ma ben curato giardino all’italiana. Estraneo al mondo esterno ma pulsante di vita; animato da aiuole e vialetti, inondato dal sole e incorniciato dalla perfetta sequenza delle finestre e delle arcate.

LA FONTANA DEL MELOGRANO

Di fronte, in evidente allineamento, spicca un vero gioiello scultoreo ed iconografico:l’emblematica Fontana del Melograno.

Entrando, dopo aver superato l’ombra dei porticati e dell’androne, eccola lì, proprio davanti agli occhi. Quasi vi aspettava… Da più di mezzo secolo gorgoglia e rallegra la corte interna del castello. Di certo colpisce per l’eccezionale maestria che la produsse, per la sua fama che la fece addirittura riprodurre nel borgo medievale del Valentino di Torino.

Un capolavoro, senza dubbio. Ma, a ben guardare, c’è di più!

Partiamo dalla vasca. Perfetta, geometrica, ma soprattutto…ottagonale. Come i battisteri. L’8 simboleggia la vita, il ciclo infinito di nascita-morte-rinascita (l’ottavo giorno è infatti quello della Resurrezione). Ambizione ed augurio di eternità. Molti studiosi, per questo (ma anche per altri) motivi, vi avrebbero visto una sapiente e colta riproduzione della Fontana dell’eterna giovinezza, mistica e leggendaria sorgente di rinascita ed eterna gioventù spesso raffigurata nelle opere d’arte medievali. Pensiamo, solo per fare un esempio, a quella del Castello della Manta a Saluzzo (CN), non così distante da noi per area geografico-culturale, né per epoca di realizzazione. Ultimi decenni del XV secolo: Issogne viene plasmata dalla mani e dall’intelligenza di Giorgio di Challant. Quattro zampilli, interpretati come i 4 fiumi del mitico giardino dell’Eden: il Tigri, l’Eufrate, il Ghicon (forse il Nilo) e il Pison (probabilmente il Gange).

Questa fontana fu voluta come dono per le nozze del conte Filiberto con Louise d’Aarberg, avvenute nel 1502.

Un matrimonio che, quindi, si sperava felice, eterno (appunto) e prolifico. Sì, perché al centro di questa vasca si erge un albero. Nonostante il nome ormai noto, non è un semplice melograno. E’ un intrigante ibrido tra un melograno e una quercia. Chiaramente voluto. Noterete, infatti, le foglie della quercia unite ai frutti del melograno. E sapete perché?

La quercia è l’albero forte e robusto per antonomasia. E’ grande, imponente, coriacea. In piùracchiude in sè l’idea stessa di eternità perché sulla sua folta chioma nascono i fiori di entrambi i sessi. Per la civiltà classica (di cui il priore Giorgio era pregno) la quercia, robur alla latina, era l’albero scelto da Giove, l’albero cosmologico per eccellenza. Il più alto, quello che sapeva unire terra e cielo.

Il melograno da sempre simboleggia il matrimonio, la sessualità, la fecondità. Antica pianta sacra della dea Giunone, veniva regalata in occasione delle nozze (appunto). Il frutto del melograno rappresenta l’utero della donna al cui interno giacciono tanti semini, in attesa di dare l’atteso e molteplice frutto assicurando la continuità della famiglia.

In più, aguzzando la vista, si potranno distinguere, mimetizzati tra i rami, le foglie e le volute,piccoli esseri fantastici: dei draghi, ad esempio, il cui compito era quello di proteggere l’albero tenendo lontani il male e l’invidia.

Una continuità resa apossibile da fortunati matrimoni che vengono celebrati e ricordati dalla ricca sequenza di stemmi araldici dipinti tutt’intorno sulle pareti del cortile. E’ Le Miroir des Enfants de Challant, lo Specchio dei figli di casa Challant, altro espediente per sottolineare l’elevata nobiltà del casato e gli importanti ed illustri vincoli di parentela contratti per matrimonio.

E quindi, quale stagione migliore se non la primavera per visitare un simile palazzo? Tra gli ariosi e colorati loggiati, le scene di vita quotidiana si rincorrono, alternandosi all’araldica e a tutta una raffinata rete di simboli più o meno evidenti. Ma il tutto converge sulla Fontana. Vita, amore, augurio di eterna salute e felicità.

Stella

A Brescia per la mostra”Brixia, Roma e le genti del Po”. Preziosa, ricercata, colta…forse troppo?

Week-end a Brixia! Che città affascinante… Ops, scusate, forse è meglio chiamarla col suo nome attuale, Brescia! Un nome che racchiude in sè l’anima delle montagne, perché deriva da un’antica radice celtica -brig che significa, appunto, “altura”. Una radice che ha dato origine a diversi toponimi: oltre a Brescia si pensi a Brianza, Bressanone, ma anche alla vicina Bergamo che ricalca, invece, più da vicino, il nome di una divinità indigena venerata dal popolo dei Cenomani: Bergimus. Che sia -brig o -birg la valenza è la stessa; si parla di alture, di vette, ammantate dal sacro, punto di riferimento nel territorio, luoghi strategici di riparo e controllo.

Arrivo a Brescia nel primo pomeriggio; dopo un buon gelato artigianale si procede a passo svelto alla volta del Museo di Santa Giulia. Si imbocca quindi Via dei Musei sulla quale, ad un certo punto, si affaccia il maestoso Capitolium di età flavia (73 d.C.). Mi fermo, e osservo, rapita da quei resti affascinanti e coinvolgenti… Già la gente si assiepa all’ingresso in attesa dell’apertura, ma io procedo alla volta del museo (tornerò dopo) perché voglio iniziare dalla mostra “Brixia, Roma e le genti del Po. Incuriosita dal clamore e dall’attesa di questa importante rassegna, nonché da sempre profondamente interessata dalle tematiche legate al processo di romanizzazione nelle diverse regioni dell’impero, eccomi qui! Occasione fantastica anche perché mi consente di rivedere un carissimo amico e collega della Scuola di Specializzazione in Archeologia, bresciano: Paolo Bonini!

Si entra e si viene subito immersi in una sorta di foresta virtuale: questo per ricreare l’ambiente e il paesaggio che connotava le terre padane all’alba della romanizzazione. Quelle foreste che di certo non aiutavano l’incedere degli eserciti romani e che, al contrario, erano valide alleate dei popoli che le abitavano. Nel caso di Brescia i Cenomani (Cenòmani, alla greca, o Cenomàni alla latina??mah…); gli Insubri più a ovest, in terra milanese, i Veneti a est. Si prosegue con una panoramica sulla cultura materiale di questi popoli di stirpe e cultura celtica: i vasi ” a trottola”, alcune piccole marmitte tripodi, le armille in vetro blu e alcuni esemplari di torques in bronzo mi rimandano immediatamente alle parures salasse valdostane… emerge una sorta di “koiné” (comunità) celtica cisalpina!

Mi colpisce un magnifico diadema in oro con decoro a “tetes coupées”, motivo ampiamente utilizzato e documentato in tutta l’area celtica occidentale. Lo stesso disegno che arricchisce le splendide falere (decorazioni militari metalliche decorate applicabili sia su divise che su finimenti per cavalli) di Manerbio. Giri di “teste mozzate” su dischi con umbone centrale vivacizzato, in un paio di casi, dall’inconfondibile “triscele” celtica. E sempre da Manerbio il famoso “tesoretto”: oltre 4000 dracme d’argento padane, per un peso di circa 30 kg!

E via con corredi funerari di guerrieri, produzione vascolare con chiare “immissioni” di provenienza etrusca fino al panorama numismatico, indicativo dei frequenti transiti e scambi commerciali che interessavano quest’area.

Continuiamo il giro scoprendo stipi votive e santuari; splendidi decori architettonici in terracotta, fino a frammenti di statue monumentali tra cui l’emozionante testa di dea (Giunone?) proveniente da Alba (CN): un volto dal pathos ellenistico con quello sguardo struggente, la bocca socchiusa, girata di 3/4… echi “scopadei”… E cosa dire di quella commovente ed emblematica (anche proprio sul piano del messaggio che implica) mezza testa di dea diademata (sempre Giunone?) in terracotta? Quello sguardo nobile e sereno, che guarda lontano, alto, protetto da una profonda arcata orbitale…e quelle labbra carnose, appena dischiuse, quasi ad emanare un soffio di divinità…il tutto bruscamente interrotto, spezzato, dallo scorrere dei secoli, dal mutare delle menti…

Una terra di matrice culturale celtica ma toccata da flussi ellenizzanti che, in qualche modo, hanno preparato il terreno alla successiva romanizzazione; questo è percepibile, visibile, tangibile grazie a queste oltre 500 testimonianze attestanti l’evolvere, o meglio, il progressivo mutare di una società. Tra pianura padana e Appennino fino a Talamone (GR) da cui proviene il magnifico decoro in terracotta ad altorilievo e statue a tuttotondo del frontone del tempio etrusco-ellenistico: qui, dove un esercito composto da diverse tribù celtiche (Boi e Insubri alleati con Taurisci e Gesati) venne circondato e distrutto da quello romano settant’anni dopo Sentino, quindi nel 225 a.C.

Emblematica per comprendere la “rivoluzione” portata dalla romanizzazione la stele funeraria  di Ostiala Gallenia proveniente dall’area veneta dalla quale si evince tutta la forza della commistione tra elementi autoctoni e apporti romani: l’epigrafe è in latino, le due figure maschili indossano tunica e toga, mentre la donna è raffigurata ancora nel suo costume venetico.

Altri elementi interessanti le simulazioni digitali del suburbio e della campagna: pareti trasformate in maxischermi su cui girano le immagini digitali della Brixia di età romana…in lontananza si ode rumore di ruote..sempre più vicine…peccato, però, non vedere il carro che passa, ma solo la strada..(!!) Comunque bello e suggestivo il risultato complessivo…come nella sezione dedicata alla campagna: vedi le ville rustiche con i torchi nel cortile e senti l’abbaiare dei cani e il canto degli uccelli… Sei fuori città e, progressivamente, dai campi centuriati e coltivati, dai piccoli sacelli agli incroci, ecco che ritorni nel bosco, lungo il fiume…in quella pianura dalla quale avevi cominciato…

Un’esperienza bella e sicuramente formativa, ma… qualche piccola “pecca” a mio avviso, c’è. Vengo immediatamente colpita dalle scritte sulle pareti: che si tratti di citazioni latine o di frasi utili alla contestualizzazione, sono realizzate su un tono appena più scuro del grigio dei muri o, per la versione inglese, in bianco e posizionate a nostro avviso troppo in alto…si fa davvero fatica a leggerle! In più le scritte in latino sono distribuite in maniera insolita: quasi a voler ricordare il fusto di una colonna con degli “a capo” inspiegabili ( e talvolta discutibili proprio sul piano della correttezza linguistica…eppure di spazio ce n’è!!) che complicano ulteriormente la lettura…E, sempre in merito a tali citazioni: non si sa perché ma alcune hanno accanto ( o sotto) la traduzione, altre no…evidentemente si presume che, dopo alcune frasi, uno abbia imparato il latino!!

Altra nota: le didascalie dei pezzi. Scarne e difficili. Forse pensate dando tutto per scontato; pensate per un pubblico “addetto ai lavori”, colto, un filo “elitarie” come dire… Sono scelte, per carità, ma non è comunque funzionale al grand public, senza dubbio!

Concludo, quindi, sottolineando come questa sia effettivamente una grande mostra a livello di pezzi scelti e di alcune soluzioni “immersive” molto suggestive, ma risulti un pò fragile sotto l’aspetto del “racconto”…secondo me manca un fil rouge chiaro che aiuti davvero il visitatore medio ad orientarsi tra questi materiali (ad esempio i corredi funerari..li trovi all’inizio, ma poi ritornano anche alla fine..mah..); sembra una mostra suddivisa per temi non bene concatenati tra loro. E, ancora una volta, sempre secondo me ( e secondo il parere di alcuni visitatori non addetti ai lavori che hanno fatto la visita insieme a noi), chi non possiede adeguate basi storico-archeologiche o linguistiche, molto difficilmente comprende gli oggetti anche perché, ripeto, le “dida” non sono state tarate sul visitatore “medio” ( un solo esempio: se la “dida” recita: “Antefissa fittile con Potnia Theron” e nulla più, mi dite quanti tra chi legge capiscono fino in fondo a cosa si riferisce??). Quindi, apparato informativo decisamente migliorabile seppure la straordinaria bellezza di molti pezzi riesca lo stesso ad appagare la vista e lo spirito.

La Cultura è di tutti e a tutti va comunicata; con tutti va condivisa!

Ci rivediamo al prossimo post, sempre “bresciano”, interamente dedicato al sito del Capitolium la cui lunga storia e preziosità dei resti hanno portato alla creazione e all’inaugurazione (pochi giorni fa) del più esteso Parco Archeologico a Nord di Roma.

Stella

#Liberiamola Cultura. #CondividiamoBellezza. L’Aosta romana dei ragazzi: #InvasioniDigitali 2015!

Sì, è vero..manco da circa una settimana…ma, sapete, invadere per tre giorni di fila una città romana non è proprio cosa abituale!!

Sì, perché la scorsa settimana sono stata impegnata nelle vesti di “invasore digitale”!! Con prodi manipoli di ragazzi delle scuole superiori di Aosta, Verrès e Moncalieri (TO) la città di Aosta romana è (forse) riuscita a diventare “virale”!!

Conoscete il progetto “invasioni digitali”? Se ancora la vostra risposta è “NO”, allora andate subito sul sito www.invasionidigitali.it per capirne di più! E’ un’iniziativa di carattere internazionale che vuole “liberare la cultura” per superare la vecchia visione del “pubblico” a favore del “turista protagonista”.

Le Invasioni vogliono far sì che tutti possano avvicinarsi al nostro splendido patrimonio culturale “personalizzandolo” con foto o video densi di personalità e creatività da diffondere su tutti i canali social disponibili e invadere la rete!

Abbiamo voluto #condividerebellezza diffondendo gli angoli romani della nostra bella e antica città! Dal ponte romano fino al monumentale Arco di Augusto; dall’imponente Porta Praetoria fino al quartiere degli spettacoli col magnifico Teatro romano e col vicino ma segreto Anfiteatro, racchiuso all’interno del convento di Santa Caterina e protetto dai meli e dal giardino delle suore. Da lì fuori lungo le mura rasentando la suggestiva Torre dei Balivi, gelosa custode della nascita di Augusta Praetoria, fino a raggiungere piazza della Cattedrale: qui si incontra un vero gioiello: il Criptoportico forense, tra i meglio conservati e meglio fruibili tra i 36 censiti in tutte le province occidentali dell’Impero romano. E ancora al MAR (il Museo Archeologico Regionale) che, per l’occasione, ci ha persino aperto i suoi sotterranei.

Conclusione in Via Croce di Città, l’antico Kardo Maximus della città romana dove abbiamo puntato sguardo e obiettivi verso sud, verso quei monti da cui, nei giorni del solstizio d’inverno, sorge il sole di Aosta celebrando, anno dopo anno, secolo dopo secolo, il suo antico rito di fondazione e ricordandone l’orientamento “sub signo Capricorni” in omaggio ad Ottaviano Augusto, suo fondatore.

Ma cominciamo dall’inizio… Punto fisso di ritrovo l’Arco di Augusto..impossibile sbagliarsi e impossibile non trovarsi! Da lì subito a est, fuori dal pomoerium, al ponte romano che scavalca l’antico letto del torrente Buthier, poi spostatosi in seguito ad una terribile alluvione avvenuta nel Medio Evo. Ma dai, un ponte qui? E perché? E possiamo andarci sotto? Ma certo…e via di foto! Ma sempre con la nostra simpatica mascotte, lo space invader (gioco digitale giapponese del 1978). Dal culmine del ponte siamo in asse con l’Arco, laggiù…certo era un’infilata unica e, in lontananza, dovevano comparire le mura di Augusta Praetoria!

Lasciamo quindi il “Ponte di Pietra” ed il suo grazioso grappolo di case per incamminarci nuovamente alla volta dell’Arco… e naturalmente ci andiamo sotto! Certo! Perché l’Arco va fruito così, in maniera storicamente e filologicamente corretta! Gli Invasori dilagano nell’aiuola e scattano! Selfie, belfie, foto di gruppo, particolari “installazioni” umane per ottenere simpatici giochi ottici… e notare, con sorpresa, che sotto il cornicione sporgente, ancora ci sono delle decorazioni: motivi floreali inseriti dentro cornicette romboidali, piccole gocce e palmette sugli angoli…ma chi l’avrebbe mai detto?!

Ragazzi, non dimenticate che qui siamo ancora fuori città! Non abbiamo ancora superato le mura e la Porta Praetoria ci aspetta là in fondo, davanti a voi! Piccola ma utile “spiega” su com’è fatta, com’è stata costruita, con che materiali, le fasi di monumentalizzazione, gli scavi, i restauri… i ragazzi chiedono informazioni sull’ultima campagna di scavo che tante polemiche ha generato…il perché, il “per come”…e le passerelle, e cosa c’è esattamente lì sotto e quando sarà possibile vedere tutti i resti…quante cose, quante curiosità! E’ uno spunto, uno stimolo da cogliere…questo cantiere così strategico ed importante non è stato capito fino in fondo, non è stato comunicato né sufficientemente condiviso…Alla fine, molti mi han detto: ” Ah…adesso è chiaro perché è così! Speriamo che si possano presto finire i lavori”.

Finito lo “shooting” alla Porta, pieghiamo a destra verso il Teatro. Tutti i ragazzi di Aosta lo conoscono, quelli di Moncalieri naturalmente no… e non se lo sarebbero mai aspettato così! “Cavoli, sembra di essere a Pompei”!, esclama qualcuno! “Sì, ma con le montagne e la neve tutt’intorno!”, chiosa qualcun altro… Enorme, immenso, con quel muro di facciata alto 22 metri! Sì, ma nessuno di loro, nemmeno gli aostani, sapevano che, in origine, l’interno doveva essere tutto un rifulgere di marmoree policromie: orchestra pavimentata con almeno tre diversi tipi di marmo colorato (cipollino, porfido e giallo di Numidia), proscaenium e scaenae frons su due piani colonnati…immaginate, ragazzi..immaginate… wow!!

L’ultimo giorno di Invasioni, con un gruppo di sole donne appassionate e molto reattive, dato lo scarso numero, e il tempo a disposizione, abbiamo deciso un’invasione “last minute” all’Anfiteatro di Aosta. Busso alla porta del convento e la suora, molto gentile, ci permette di entrare. “Lei sa già dove andare?”, “Sì, non si preoccupi, ci penso io!”… Ed eccoci in un giardino invaso dal sole, verde di un verde abbagliante dopo la pioggia del giorno prima, i meli e, in lontananza, la facciata del Teatro. Il giardino ha una pendenza particolare, verso il centro, e una forma indiscutibilmente ellissoidale. “Ragazze, siamo nell’Anfiteatro!”. Meraviglia, stupore..un posto fantastico…vaghiamo nel prato alla ricerca dei resti delle gallerie anulari che occhieggiano qua e là! E già che ci siamo, perché non spendere 2 parole anche sulla Torre dei Balivi che ci domina da nord-est? “Sì, avevo letto qualcosa sui giornali…”, ma sentirlo raccontare è tutta un’altra cosa! “Ma quando si potrà vedere la famosa pietra decorata?”…ragazze, non perdiamo la speranza…magari si riuscirà a costruire un accesso in quel punto!! Un ultima attenzione alle 8 arcate superstiti poi riutilizzate come appartamenti o depositi… e via! Si procede alla volta del MAR!

Decidiamo di percorrere via San Giocondo che, in una giornata di primavera com’era quella di giovedì 30 aprile, è un’oasi di vera campagna in pieno centro! A destra lo sguardo spazia dai campanili della Cattedrale sù sù fino alle vette di Aosta: la Becca di Nona e l’Emilius… Più basse le chiome degli alberi da frutta e i glicini che si rincorrono sui muri di cinta delle case…

Arriviamo alle spalle del Criptoportico. Ragazze, siamo sulla terrazza sacra del foro: qui sorgevano i due templi gemelli dedicati, probabilmente, ad Augusto divinizzato e alla dea Roma. Da qui, verso sud, il foro si sviluppava nella platea commerciale con le botteghe e i porticati (attuale piazza S. Caveri) e procedeva ben oltre la stretta via De Tillier. Non è ancora chiaro dove sia la basilica, ma è certo che non era sul lato corto opposto ai templi; molto probabilmente si allungava parallelamente al Kardo Maximus, quindi dovete immaginarvela sul lato orientale di via Croce di Città…un foro immenso, non c’è che dire!! “Ma a cosa serviva esattamente questo Criptoportico??”… Innanzitutto aveva una funzione edile: doveva contenere l’apporto artificiale di terreno creato per realizzare la terrazza dei templi; ma aveva anche una funzione processionale che si presume collegata alla liturgia del culto imperiale. Non doveva assolutamente essere un magazzino (horreum in latino)!! Ma voi mettereste mai un deposito di cereali nella cripta di una cattedrale? Sarebbe più o meno così…I Romani stavano molto attenti a queste cose! E poi gli horrea erano fatti diversamente: un corridoio con delle cellette sui lati ( o su uno solo) utili allo stoccaggio ordinato delle merci. E poi i tanti confronti e i casi di studio offerti da altri criptoportici forensi sparsi in varie zone dell’attuale Europa, hanno permesso di capire che si trattava comunque di ambienti di prestigio dove potevano persino trovare posto dei cicli statuari imperiali (statue ritratto dinastiche) così come delle iscrizioni menzionanti le élites cittadine. In alcuni casi le gallerie presentano affreschi o stucchi, indice di una destinazione d’uso di alto livello. La mascotte di InvasioniDigitali appare e scompare giocando tra le arcate. Le ragazze girano persino un time laps… Ok, fatto! Ora tutti al MAR!!

La luminosa facciata gialla dell’ex caserma Challant ci accoglie in piazza Roncas. Entriamo mostrando in bella vista le nostre mascotte digitali e i cartelli da Invasori…sguardi curiosi e divertiti ci accompagnano all’interno del Museo Archeologico Regionale. Cominciamo subito dai sotterranei. Ancora chiusi al pubblico, per l’occasione gli Invasori sono riusciti ad accedervi! Si apprezzano i resti della Porta Principalis Sinistra di Augusta Praetoria, ossia la Porta nord che si apriva in direzione della strada diretta al Gran San Bernardo, e di alcune murature appartenenti alle fondamenta di un corpo scenografico a forma di cavea di teatro che chiudeva il complesso forense a nord. Illuminato da calde luci arancioni tutto ciò che è di epoca romana; in luce bianca il post-romano. I ragazzi sono stati particolarmente impressionati dall’effetto “labirinto”, secondo alcuni simile ad una “casa degli spettri”, per non parlare di quel pozzo…così profondo…

Risaliti ci dedichiamo alle sale del museo: da quella delle stele antropomorfe di Saint-Martin-de-Corléans (cosa sono? cosa rappresentano? a cosa servivano? quando sarà aperta l’area megalitica?? ops!!), ai monili salassi (e quindi cosa c’è esattamente nell’area dell’ospedale? chi è il guerriero trovato nel tumulo?)…quante domande, quante curiosità!! E’ bello però che i giovani, i teen-agers, abbiano questa voglia di sapere e di conoscere meglio la loro città! Entusiasmo al grande plastico della città romana…come se la riscoprissero di nuovo vedendola ” a volo d’uccello”.. E poi ancora: le necropoli, la sala dei culti (“Ah…ecco cos’è un balteo!!); e poi ancora verso gli ambienti domestici, gli oggetti di una quotidianità passata, ma non perduta!

E con la foto finale suggelliamo, nel cortile del MAR, l’ #InvasioneCompiuta!! Un’esperienza divertente e didattica; ricreativa ma non solo…anche creativa! Un progetto di marketing umano, prima ancora che digitale! Grandi ragazzi!! Abbiamo vissuto Aosta, anzi, Augusta Praetoria, non come semplici turisti, ma da veri protagonisti!!

Stella

Archeo-story-telling per passione! Il mio mondo (antico) a colori!

Amici, forse alcuni di voi si saranno chiesti quale sia l’obiettivo di questo mio archeo-blog

Insomma, non è propriamente un blog di aggiornamento in materia; non è un blog di critica ma è una specie di “archeo-TRAVEL” blog! è l’archeologia “a modo mio”.

E’ l’archeologia ” a colori” che da sempre mi ha spinto a studiarla, a ricercarla, a viverla e farla vivere.

Sì, l’avrete capito, mi piace un sacco raccontare e raccontarmi. In ogni sito dove ho avuto la fortuna di lavorare, in ogni viaggio, quelle pietre, quegli orizzonti hanno saputo raccontarmi una storia lasciandomi immagini vivissime nel cuore e nell’anima.

Posso ricordare un soffio di vento, un odore, un sapore…e naturalmente posso ricordare i colori…un mondo come una tavolozza. Un passato in HD che sempre mi ha fatto sentire emozionalmente in “3D” e i cui ricordi ed impressioni sono ancora adesso tanto profondamente incisi dentro di me che non posso non comunicarveli.

A volte qualcuno sottolinea un mio stile un pò “fantasy”.. verissimo! Non lo nego e non lo abbandonerò mai! Forse la mia è un’archeologia un tantino “romanzata”, ma è la mia archeologia a colori!

Ve l’avevo detto sin dai primi post: mi ritengo un’archeologa “narrante” che, se proprio è costretta a fermarsi dal viaggiare, non potrà mai fermare la propria fantasia!

Oggi è noto, il mondo antico non rifulgeva di un niveo ed algido candore, ma di una brillante e quasi disorientante policromia! I templi, le statue… paesaggi assolutamente colorati ricchi di vita, privi di assurdi tabù! Ebbene, questa è ancora oggi la mia archeologia. Viva, colorata, comunicante ed emozionante!

Insomma, cerco di far emozionare anche chi mi legge come, in una certa situazione ed occasione, mi sono emozionata io… Io riesco ad immergermi in un sito, in un’atmosfera, in un’epoca per quanto lontana. E’ come se vedessi gli edifici rialzarsi, la gente aggirarsi tra le colonne, nelle piazze, sulle scalinate… come se le sentissi parlare… è una specie di magia totalmente coinvolgente! E vorrei farla sentire anche a voi.

E se questi miei racconti riusciranno a farvi venire voglia di partire per visitare un luogo o per apprezzare da vicino un’opera o calpestare la millenaria terra di un sito…beh…nessuno sarà più felice di me!!

E concludo con questa frase che trovo assolutamente calzante: “Il lavoro di un pittore non finisce nel suo quadro; finisce negli occhi di chi lo guarda”  (A. Sughi)

#LiberiamolaCultura!

Stella

Lo scavo, il mare, il sole, il vento. NORA, ricordi senza tempo

Oggi ritornerò con voi indietro nel tempo..per la precisione agli autunni 2001 e 2002. In entrambi i casi un settembre caldo, praticamente estivo, se non fosse stato per le temperature serali e notturne già fresche ma gradevoli. Giornate di un sole abbagliante, con la brezza del mare che ti solleticava il naso e faceva un pò pizzicare gli occhi, che ti si aggrovigliava nei capelli intrecciandoli con la sabbia… Profumo di salsedine, di macchia mediterranea..profumo di sole… La foto iniziale e del 2002..mi riconoscete? Sì, sono quella con la bandana rossa (per me quasi un talismano..non potevo non averla!)

NORA, questo il luogo. Nora (Pula), non distante da Cagliari, adagiata su un promontorio a forma di coda di rondine allungato nello splendido mare sardo.  A ovest Sa Punta ‘e Su Coloru (la punta del serpente coi resti di un tempio (il tempio di Eshmun, probabilmente dedicato ad una divinità assimilabile ad Asclepio), e ad est la Punta del Coltellazzo, di fronte all’isoletta omonima.

Nora, una città dalla storia lunghissima: prima fenicia, poi punico, e poi romana, e poi… altro ancora. Con le Università di Pisa, Padova, Genova, Milano, Venezia e Viterbo era quello un cantiere “scuola” ambitissimo dove si trascorrevano almeno 3 settimane imparando a scavare. Il primo giorno si veniva smistati in modo da socializzare e, lavorando con studenti di altri atenei, confrontarsi ed entrare in contatto con altri specialisti apprendendo il più possibile.

E’ un’area archeologica vastissima che va dalle domus romane all’area del teatro (set scelto da Ligabue per il video della sua “Un colpo all’anima”); dalla zona dell’antico foro fino ai resti delle casupole fenicie e poi sù, fino alla severa torre di guardia spagnola che tutto domina dall’altura del Coltellazzo.

L’antichità di questo insediamento è testimoniata dall’omonima stele datata tra il IX e l’VIII secolo a.C., documento super interessante anche perché vi compare, per la prima volta, il nome della Sardegna: “SHRDN”. Ad ogni modo le abitazioni più antiche risalgono al VII secolo a.C. e i resti sono stati scavati al di sotto dei livelli del successivo foro romano; era questo il cosiddetto “feniciume” (con tutto il rispetto), in maniera bonaria quando “quelli del tempio” ci additavano dall’alto del podio… Ecco, i Fenici abitavano Nora prevalentemente in due aree: quella più a ridosso della spiaggia (dove scavavo anch’io) e quella sulla cosiddetta “altura di Tanit” alle spalle del teatro. Tecniche costruttive già fenicie, come i muri ” a telaio”, l’uso del pisé (argilla umida compattata, talvolta addizionata di paglia o erba secca, dentro particolari casseforme di legno smontabili) e il ricorso ad impianti abitativi con porticato, sopravviveranno anche in epoca romana.

Ecco, in questi 2 anni io ho sempre operato nella zona del foro, seppure ai livelli fenici. Alla fine della settimana si faceva un giro dove i responsabili di saggio, spesso con l’aiuto di studenti, illustravano a tutti i risultati del loro lavoro spiegando le metodologie adottate e il perché delle scelte fatte.

All’ingresso del sito, vicino ad un maestoso pino ad ombrello, c’era la “baracca”, il magazzino, dove si custodivano i “cocci” e dove venivano riposti gli attrezzi a fine giornata..tranne alcune strumentazioni “sacre” come la livella ottica e altre simili attrezzature che, invece, dovevano essere super sorvegliate…pena la vita!!

Ma non voglio annoiarvi spiegandovi la ricchezza del sito… vi voglio solo dire che è un luogo assolutamente magico, denso di quel fascino che ti avvolge e quasi ti ipnotizza…se ne avrete modo, visitatelo! E’ sulla spiaggia! E infatti, alle 16.45 o giù di lì, quando si smetteva di lavorare..niente di più bello che tuffarsi e fare 2 bracciate in quel mare cristallino “sorvegliati” dalla graziosa chiesetta di Sant’Efisio, a pochi passi dal mare, sorta dove, in passato, c’era il tofet ( cimitero) punico del IV secolo a.C. Eccezion fatta per gli incaricati dei vari turni di corvée per la cena..in cantiere, si sa, ognuno ha un ruolo e si turna! Solitamente, però, data la mia facilità a svegliarmi molto presto, ero l’addetta alla corvée mattutina, quindi preparavo le caffettiere, allestivo il tavolone della colazione e passavo a “sbrandare” tutti.

Che ridere se ripenso alle modalità di lavaggio piatti serale: almeno in 4 con uno che reggeva la torcia (vaisselle in esterna…), uno che reggeva la canna dell’acqua, uno che si “buttava” letteralmente dentro i pentoloni (enormi) per lavarli e un altro che faceva da contrappeso sull’instabile asse di legno su cui chi lavava doveva stare in equilibrio e non scivolare; l’asse era infatti ubicato approssimativamente su una sorta di buco dove colava l’acqua in eccesso…le scene! Ve le potete immaginare!

I nostri alloggi erano delle vecchie “casermette” del corpo di guardia dei Barracelli (addetti al controllo delle zone rurali e dei reati di abigeato), ricavati dove prima c’erano dei ripari utilizzati durante la Seconda Guerra mondiale: stanzette ricavate in corpi di fabbrica bassi e allungati, in pietra a vista  costruiti quasi contro terra.

Ma due cose, su tutte, ricordo con grande emozione: il nostro “pre-cena”, una sorta di ritrovo, dopo la doccia (e dopo aver riacquisito un aspetto umano), brindando alla giornata con del vino Monica le cui bottiglie vuote andavano a comporre, poco per volta, la nostra personale “necropoli”, tutte esposte come fossero stele! Dopo cena, invece, altro momento di totale sublimazione, era quello notturno del ritrovo su un’altura isolata affacciata sul mare, sempre usata per i trasporti su rotaia durante la guerra… Tutti in cerchio, cullati dallo sciabordio delle onde e, talvolta, dalle canzoni di Guccini, a guardare le stelle, a passarci la bottiglia di mirto e a sognare il futuro…

Grazie Nora!

Stella

Alpis Graia. Le pietre degli dei tra Italia e Francia

Il 19 marzo 2014 abbiamo festeggiato i 50 anni del Traforo del Gran San Bernardo. E quest’anno, il 16 luglio, celebreremo i 50 del Tunnel del Monte Bianco. Opere grandiose, anni di lavoro e fatica per unire Paesi confinanti in modo più rapido ed agevole. Frutto dei tempi moderni e della necessità di velocizzare ed incrementare i transiti. Ma prima? Da sempre le montagne uniscono i popoli..sì, li uniscono! Dall’alba della sua esistenza l’uomo le attraversa, le abita, le vive.

Colli. Valichi. Vere e proprie “terre di mezzo” dove i confini, nei secoli, non sono in fondo mai stati così netti, così geometricamente definiti. Sono le terre dei pascoli in quota, degli alpeggi, dei laghetti effimeri che appaiono dopo lo scioglimento delle nevi e che, con l’autunno, di nuovo scompaiono. Luoghi dove sembra che tutto rallenti. Luoghi dove, solo in certi casi più fortunati, alla natura si mescolano le tracce di una Storia grandiosa dal respiro millenario.

Cominciamo il nostro viaggio dal Piccolo San Bernardo; lì dove Italia e Francia si guardano, si toccano e si parlano. In antico veniva indicato come Alpis Graia, in omaggio al Graium numen, al (semi)dio greco, Ercole che, secondo molti miti e credenze, da qui passò. Interessante ricordare un passo del Satyricon di Petronio che, stando a molti, si riferirebbe proprio a questo colle:

“Alpibus aeriis, ubi Graio numine pulsae descendunt rupes et se patiuntur adiri, est locus Herculeis aris sacer : hunc niue dura claudit hiemps canoque ad sidera uertice tollit. Caelum illinc cecidisse putes: non solis adulti mansuescit radiis, non uerni temporis aura, sed glacie concreta rigent hiemisque pruinis: totum ferre potest umeris minitantibus orbem”. (Petr., Satyricon, 122)

E’ bello tradurre questi versi per assaporarne l’intensa e, direi, visiva poesia.

Là, sulle Alpi vicine al cielo, dove, spinte da una divinità greca, le rocce si abbassano tollerando di lasciarsi avvicinare, si trova un luogo sacro agli altari di Ercole: qui l’inverno chiude i luoghi con una dura coltre di neve e solleva il capo candido verso le stelle. Potresti pensare che il cielo sia attaccato a quelle cime: né il sole, nel pieno delle sue forze, né le brezze di primavera possono addolcire questo clima rigido, ma ogni cosa è indurita dal ghiaccio e dai rigori invernali: (sembra che) l’intera volta celeste possa essere sorretta sulle spalle di queste vette minacciose”.

É la terra dominata dalla magia ancestrale del cromlech: cerchio megalitico risalente secondo alcuni all’Età del Rame (III millennio a.C.), secondo altri all’Età del Ferro iniziale (IX-VI secolo a.C.) composto da una cinquantina di pietre che, simbolicamente, sottolinea una zona di transito, di scambio, di fusione tra popoli e culture. E’ vero che, nei secoli, molte volte queste pietre sono state prese, spostate, maneggiate..ma alcune sono ancora in posizione primaria; una in particolare che, stando ad alcuni studiosi, avrebbe aiutato ad individuare l’orientamento astronomico del cerchio litico al solstizio d’estate. E da alcuni anni ormai, al tramonto del 21 di giugno, c’è sempre un folto gruppo di appassionati che si reca lassù ad assistere al fenomeno della proiezione di due falci d’ombra che progressivamente si abbracciano quando gli ultimi raggi di sole scivolano dietro la sella del Lancebranlette, all’orizzonte nord-occidentale.

É quel limes, ossia quell’invisibile ma presidiata linea di confine voluta dalle legioni romane che qui, a 2.188 metri di quota, dal I secolo a.C. si sono insediate costruendo due mansiones (punti tappa lungo la via delle Gallie). Oggi ne abbiamo una in terra italiana ed un’altra già oltre il confine francese, ma è una situazione venutasi a creare solo dopo lo sfortunato esito del Secondo Conflitto Mondiale: prima, infatti, erano entrambe su suolo nazionale! La strada romana passava alta, più o meno in linea col monumento ai Caduti e, di conseguenza, gli accessi delle mansiones si aprivano su quel lato. Ma è chiaro: lassù la strada era al sicuro dai pantani che si creavano al disgelo! Le mansiones prevedevano una corte centrale su cui si affacciavano una serie di ambienti utili al riposo di uomini ed animali. La mansio orientale (quella “nostrana”) presenta, inoltre, in corrispondenza dell’angolo sud-ovest, fino a poco tempo fa a bordo strada (ora la strada compie un giro più ampio e non taglia più il cromlech a metà), i resti (l’esatta metà) di un fanum: un piccolo tempio di forma quadrangolare, a pianta centrale, costituito da una cella circondata da un corridoio. Si tratta di un edificio di culto tipicamente gallico di cui si può apprezzare un altro bell’esempio a Martigny nella Fondation Gianadda.

Gli scavi condotti negli anni Trenta del XX secolo da Piero Barocelli avevano interessato entrambe le mansiones portando altresì al ritrovamento delle lamine votive e del noto busto in argento di Iuppiter Dolichenus ora conservati al MAR di Aosta. E’ insolito questo aggettivo “Dolichenus“: che mai vorrà significare? Si tratta di un appellativo aggiuntosi al nome di Giove tra il II ed il III secolo d.C. andando così a sovrapporre alla principale divinità latina un dio orientale, proveniente dalla città anatolica di Dolico. Una sorta di Baal, di dio trionfatore, protettore dei soldati, reggitore del mondo umano e cosmico. Il suo culto restò in sordina fino al regno di Marc’Aurelio per poi toccare l’apice sotto Commodo e i Severi. Il busto del “Piccolo” ci offre una divinità matura, dal volto barbuto e dalla folta chioma riccioluta; lo sguardo è ieratico e penetrante: grandissimi gli occhi con la pupilla ben delineata, tratto tipico della ritrattistica tardo-imperiale che proseguirà in epoca costantiniana. Indossa una corazza e, appena sotto la spalla destra, si riconosce l’immancabile fascio di fulmini.

Ospitalità e sacralità: caratteristiche da sempre abbinate nei valichi lungo percorsi di particolare risalto. In quell’atmosfera “sospesa” delle mitiche “terre di mezzo”.

Stella

Quello che scaviamo è la vostra Storia

Ebbene sì…è davvero così! Ogni cantiere nasconde un’équipe di ricercatori del passato che ogni giorno si confrontano con un lavoro affascinante e coinvolgente: l’ARCHEOLOGO. Un mestiere incredibile nel quale si mescolano attività intellettuale (lo studio, l’analisi, la ricerca) e attività fisica (si scava, si spala, si suda, talvolta ci si fa pure male…) ad una terza attività: quella immaginativa! La scienza, la consapevolezza, la ratio si uniscono ad una forte capacità speculativa ed intuitiva…alla capacità di immaginare il passato, di ricostruirlo nella propria testa per poi veicolarlo agli altri!

E dicendo “veicolarlo” non intendo solo riferirmi ai classici ( e sacerrimi) bollettini, alle notizie scavi, agli atti di paludati e rigorosissimi convegni..no, non è più sufficiente! Viviamo nell’epoca della fast communication, siamo immersi nel digitale come pesci nel mare e abbiamo bisogno di sapere, abbiamo sete di conoscenza e di aggiornamenti.

Oggi gli archeologi non possono più permettersi di rinchiudersi nella loro antica ed inespugnabile torre d’avorio perché se la gente non capisce quel che fanno (e se soprattutto sono loro i primi a non divulgarlo o a farlo in codice), è chiaro che non sarà mai compreso! Se si continua a “dire e non dire” o a centellinare le informazioni con un linguaggio a metà tra il dotto e l’occulto, la gente comune, i “non addetti ai lavori” (che poi sono il nostro pubblico, e non solo, sono i finanziatori dei lavori), saranno sempre convinti che gli archeologi scavino per loro stessi, per arricchire il loro CV e il loro personale “palmarès” di pubblicazioni. E invece NO! Non è così! L’archeologia è una scienza meravigliosa che tira fuori da sotto terra le persone che in quella terra vissero centinaia se non millenni di anni or sono! L’archeologia dà voce anche agli ultimi coi suoi cocci comuni, coi resti anche di umili case e non solo di sontuosi palazzi, di povere tombe e non solo di raffinati mausolei! L’archeologia ci svela quel che si mangiava, come si viveva e come si moriva. E allora…apriamo i cancelli! Liberiamo la cultura e lasciamola fluire!

L’archeologia deve nutrirsi del suo pubblico, deve affascinarlo, deve coinvolgerlo…deve fargli capire che quei cancelli non stanno solo chiudendo un parcheggio o bloccando il traffico, ma sono lì come una sorta di “incubatrice” dalla quale nasceranno nuove conoscenze e soprattutto nuove emozioni! E comunichiamole queste emozioni! L’archeologo vive di queste: l’ansia di scoprire, poco a poco, come si svilupperà una certa situazione, l’ansia di capire, di leggere quegli strati ricostruendo una scena, un vissuto…l’emozione di trovare anche solo un orlo, un’attacco d’ansa…per non parlare di cose ben più grandi!

L’archeologo trova antiche storie ed è chiamato a tradurle nel presente..per TUTTI! L’archeologo deve saper essere un appassionato story teller di ciò che fa e di ciò che sente! Ma dato che non tutti gli archeologi vi sono portati per natura, per carattere o per inclinazione, allora perché non fare come in Francia dove sui cantieri ci sono “les archéologues chargés de la communication”? Si tratta di figure che se da un lato sanno perfettamente cosa sta succedendo in cantiere e capiscono le motivazioni di una precisa strategia piuttosto che di una certa metodologia, dall’altra si mettono al servizio del pubblico, dei curiosi, dei visitatori. E’ ovvio che chi scava non ha sempre né il tempo né la voglia né la pazienza di intrattenersi coi passanti…ma a questo servono le figure specificamente dedicate! E sempre questo genere di figure potrebbe dedicarsi all’aggiornamento di pagine social dedicate, piuttosto che a blog di cantiere..insomma, #liberiamolaCultura!

E chiudo con questa citazione: “Dis-moi, n’as-tu pas observé, en te promenant dans cette ville, que d’entre les édifices dont elle est peuplée, les uns sont muets, les autres parlent ; et d’autres enfin, qui sont les plus rares, chantent ? “. (Paul Valéry, Eupalinos ou l’architecte, 1924,)

Tradotto: una distesa di pietre e muri rasati non è dissimile da un qualsiasi cantiere edile maltenuto..quindi sta agli archeologi far parlare quelle pietre!!

Stella